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Il Cardinale Fabrizio Ruffo e la prima resistenza di popolo nella storia

Posted by on Apr 16, 2020

Il Cardinale Fabrizio Ruffo e la prima resistenza di popolo nella storia

    Il cardinale Fabrizio Ruffo appartenne ad un ramo collaterale dell’antichissima Casa dei Ruffo di Calabria, per l’esattezza a quello dei duchi di Baranello e Sant’Antimo, diventati poi alla fine del Settecento duchi di Bagnara, per estinzione del ramo principale da cui discendevano[1].

    Egli nacque a San Lucido, baronia della sua famiglia, il 16 settembre del 1744 dal duca Letterio e da Giovanna Colonna, principessa di Spinoso, marchesa di Guardia Perticara e signora di Accetturo e Gorgoglione.

     La sua istruzione iniziò alquanto presto, infatti già a quattro anni venne condotto a Roma presso il prozio cardinale Tommaso Ruffo, decano allora del Sacro Collegio, che lo fece educare dal prelato Giovanni Angelo Braschi, che all’epoca si trovava presso la corte del cardinale in qualità di uditore. Fabrizio studiò con molto impegno nell’esclusivo collegio Clementino dei Padri Somaschi, primeggiando negli studi filosofici e soprattutto nelle scienze fisiche e in quelle di economia pubblica[2].

    Il suo precettore Angelo Braschi nel 1775 salì al soglio pontificio con il nome di Pio VI e seguì da vicino gli studi del suo protetto che non volle mai pronunciare i voti sacerdotali, rimanendo diacono per tutta la vita, avendo pronunciato soltanto i voti minori[3].

    Nel 1785 il Pontefice Pio VI lo nominò Tesoriere Generale della Reverenda Camera Apostolica, per riformare le dissestate finanze dello Stato Pontificio. Le sue leggi miravano a combattere e demolire il nepotismo dispotico e a potenziare  e rendere economicamente attiva l’agricoltura in tutta lo stato. Tali riforme, che abolivano di fatto gli abusi feudali, erano molto apprezzate proprio perché venivano da un cardinale appartenente ad una famiglia, tra le più illustri della nobiltà partenopea, ricca di feudi. La riforma agraria e il conseguente benessere che ne derivò ai contadini gli inimicarono la nobiltà feudale e i grandi proprietari terrieri[4].  

     Poiché le finanze dello stato pontificio peggiorarono in virtù delle opere intraprese, sproporzionate alla disponibilità economica, come il prosciugamento delle paludi, le costruzioni grandiose, ecc. e poiché le idee del ministro e del papa erano sfociate in Francia nella Rivoluzione, la posizione del Ruffo presso la Tesoreria divenne insostenibile e quindi indifendibile. Fu pertanto eletto cardinale “in pectore” nel 1791 e aggregato all’Ordine dei diaconi da Pio VI. Nel febbraio del 1794 fu pubblicata la sua nomina e licenziato dall’incarico di tesoriere[7].   

    Il re di Napoli Ferdinando IV di Borbone[8], alla notizia che Fabrizio Ruffo era libero da incarichi presso la corte papale, lo invitò a trasferirsi a Napoli, offrendogli l’Intendenza di Caserta e la ricca badia di Santa Sofia di Benevento, dichiarata di regio patronato e per tale motivo contestata dalla Santa Sede. Ottenuta l’autorizzazione dal Papa, il cardinale si trasferì a Caserta e si dedicò alle fabbriche e manifatture della seta della colonia di San Leucio, portandole in pochi anni ad un livello produttivo mai raggiunto prima[9].

    Da lì a poco le idee giacobine, che in Francia avevano portato la tempesta rivoluzionaria, si diffusero anche a Napoli. L’occupazione francese di Roma e il tentativo fallito di Ferdinando di liberare la città eterna, respingendo le truppe francesi del generale Championnet, fecero precipitare la situazione costringendo la famiglia reale a fuggire a Palermo in Sicilia il 21 dicembre del 1798. Anche il cardinale Fabrizio giunse a Palermo più tardi, il 14 gennaio 1799. Trovò che nella corte palermitana regnava un’atmosfera di sconforto e rassegnazione. Il 25 gennaio, due giorni dopo la proclamazione della Repubblica partenopea, il cardinale Fabrizio Ruffo, ebbe l’autorizzazione del sovrano di agire in sua vece per la riconquista del regno in qualità di Vicario Generale[10].

     Suo compito era quello di sollevare le popolazioni in nome del Re e della Santa Fede, formare un esercito, abbattere nelle province il potere dei commissari repubblicani, e invadere Napoli[11]. Il cardinale, con solo otto compagni, sbarcò il 7 febbraio a Punta Pezzo, in Calabria. Reclutò il maggior numero di armati nei suoi possedimenti tra Bagnara e Scilla ed emise un’enciclica con la quale incitava tutti i Cristiani ad unirsi in una Crociata per difendere il Re, la Religione, la Patria e l’onore della famiglia[12]. Sostò tre giorni a Scilla per poi recarsi  a Bagnara, dove visitò i luoghi cari ai suoi antenati e, a memoria dei cardinali Tommaso e Antonio Ruffo, donò alla chiesa del Rosario, in fase di ricostruzione dopo il terribile sisma del 1783 che la distrusse insieme al resto della città, la somma di 100 ducati[13].

Oggetti sacri: incensiere, navicella portaincenso e secchiello per acqua benedetta custoditi presso la Chiesa del Rosario di Bagnara Calabra. Opere in argento, lo stemma impresso è quello dei Ruffo assieme allo stemma di San Lucido, paese natale del Cardinale e raffigurante una Torre. Tali opere furono donate dal Cardinale Fabrizio Ruffo a memoria del suo passaggio a Bagnara durante l’impresa sanfedista come testimonia la data 1799 impressa sull’incensiere e sulla navicella.

L’esercito della Santa Fede[14] si ingrossò in meno di un mese, comprendendo individui di ogni ceto e classe: ecclesiastici, contadini, ricchi proprietari, briganti e assassini della peggior specie, tra cui ricordiamo Fra Diavolo, Mammone, Sciarpa, e altri individui[15].

    Tale eterogeneità rendeva difficile imporre la disciplina e il cardinale tollerò a volte gli abusi e i saccheggi dei suoi uomini[16].  Furono pertanto subito costituite tre compagnie di truppe regolari, ciascuna di 70 soldati; un’amministrazione cui fu affidata la cassa militare, un Ispettore dell’esercito nella persona dell’Aiutante reale marchese Malaspina, fu conferito il grado di ufficiale ad un selezionato numero di prescelti, per gli Affari di Stato fu investito il consigliere Fiore, furono affidate, infine, le funzioni di commissario di guerra a D. Domenico Petromasi, con l’incarico di precedere la truppa per approntare vettovaglie, accampamento e quanto altro serviva ad un esercito in marcia. Venne stabilita la paga spettante per ciascun soldato e ai 150 armigeri, bene equipaggiati ed armati, provenienti da Sant’Eufemia di Sinopoli – antichissimo feudo di Casa Ruffo – furono affidati i compiti di guardia del corpo del Porporato e di polizia militare. Con questo modesto contingente di truppe fu iniziata la marcia di riconquista verso Napoli[17].

    Le truppe irregolari erano invece composte da cento compagnie ciascuna di cento uomini di Calabria, ed ogni compagnia era al comando di tre capi. Questi irregolari non sarebbero aumentati di numero, con il progredire della marcia, poiché l’impegno futuro del cardinale era rivolto ad accrescere soltanto il numero delle truppe regolari[18].

    Interessante, per i risvolti che produsse, fu l’ordine del cardinale di riapertura dei conventi  dei Cappuccini in Calabria Ultra, proprio all’inizio della sua impresa. Infatti dopo il terribile terremoto del 1783, il governo di Napoli aveva soppresso i conventi e i monasteri della Calabria Ultra per incamerarne i beni e devolverli alla ricostruzione della regione, gravemente colpita. Venne così costituita la cosiddetta Cassa Sacra, la cui amministrazione straordinaria durò quasi dodici anni[19]. La gestione di tale Cassa tuttavia diede adito ad abusi e depredazioni, tanto da essere considerata un malanno peggiore dello stesso terremoto, inoltre il provvedimento di sopprimere i conventi e confiscarne i beni, sebbene consono alla politica giurisdizionalistica e anticlericale del governo, era mal visto da buona parte della popolazione. La bufera rivoluzionaria e vari motivi spinsero la Corona a prendere altri provvedimenti, per cui, con dispaccio del 30 gennaio 1796, si ordinava l’abolizione della Cassa Sacra e la ricostituzione dei monasteri[20].

    Così l’ordine del Ruffo di tre anni dopo a favore dei Cappuccini è perfettamente consono a tale politica di ripensamento, accentuatasi peraltro dopo la precipitosa fuga dei Reali a Palermo. Il cardinale d’altronde necessitava per la sua impresa dell’appoggio delle forze conservatrici e religiose della regione. Proprio a Bagnara, qualche giorno dopo il suo sbarco a Pezzo, il sindaco e i magnifici dell’Università ne approfittarono per chiedergli la riapertura non solo del convento dei Cappuccini della loro città, ma anche degli altri che esistevano prima del terremoto nella provincia di Calabria Ultra[21].

   Riportiamo di seguito la richiesta dei “Regimentarj” della città di Bagnara rivolta al Ruffo:

            Eminenza

               I Regimentarj dell’Università di Bagnara supplicando umilmente rappresentano a V. Eminenza, come con Regal Carta de’ 20 Gennaio del 1796, si compiacque la Maestà del nostro Invittissimo Sovrano, che Iddio sempre prosperi e feliciti, di reintegrare tutti i Luoghi Pii e Monasteri di queta Provincia, quali trovavansi soppressi in occorrenza del memorando Terremoto del 1783, ad eccezione però de’ minori ed agostiniani calzi. Furono in vista del sovrano, Comando, ripristinati e posti nell’antico di loro stati, tutte le case de’ Regolari, ed altri monisteri, ma intanto con sommo dispiacere delle rispettive popolazioni, non si vidde ritornare la Religione de’ Cappuccini, generalmente da tutti desiderata, anche a prevalenza di chiunque altra, per l’esemplarità de’ costumi, per la carità verso i poveri di Gesù Cristo, e per l’assiduità nel far crescere il divin Culto, mercè la incessante orazione de’ buoni e santi Religiosi, intenti pure ad istituire la gioventù nella vera disciplina e santo timore di Dio.

   Se l’ardente desiderio della popolazione di vedere ripristinata nella Provincia una Religione cospicua per la morigeratezza de’ costumi e per le altre prerogative che l’adornano, non potè avere il suo effetto, si augurano il loro esito ora che la Maestà Sua si è compiaciuta di destinare in questa Calabria l’Em.a V. per suo Vicario Generale con tutte le facoltà necessarie.

    Quindi armati di una costante fiducia tutto per la Maggior Gloria di Dio, i Supplicanti si presentano a’ piedi di V. Em.a, e caldamente la supplicano di ripristinare, non solo in questa città di Bagnara, ove esisteva il Convento, ma in tutta la Provincia i PP. Cappuccini, con reintegrarli con tutti quei pochi beni che trovavansi per loro commodo prima della di loro sospensione, e ciò seguendo, come sicuramente sperano, ma riporterà l’Eminenza V. e la Maestà dell’Amabilissimo Nostro Sovrano, le generali benedizioni che dal cilelo li desiderano per la comune felicità, ut Deus.

    Rosario Messina Spina Sindaco, Domenico Antonio Messina Eletto, Tommaso Messina eletto, Pasquale Cardone eletto, Felice Sciglitano eletto[22].

    Il cardinale, ricevuta la lettera, a sua volta ordinava all’arcivescovo Bernardo Cenicola di consegnare al Padre Provinciale dei Cappuccini, Felice da Rosalì,  il Convento di Bagnara, dell’orto, della chiesa, con tutti i diritti e i privilegi esistenti prima del terremoto[23]. Provvedimenti simili furono presi pure per i conventi di Fiumara, Scilla, Seminara, Gerace, Mesoraca, Squillace, ecc[24].

    Fabrizio Ruffo intanto procedeva celermente conquistando i maggiori centri della Calabria e suscitando la gioia e l’ammirazione dei sovrani. Ferdinando era compiaciuto delle vittorie del cardinale e si riaccese in lui l’ardore della conquista e della vendetta contro i Francesi e i traditori[25].

   L’arrivo del cardinale in Calabria aveva suscitato tante speranze tra la gente del luogo soprattutto tra i più poveri; si sperava che la vittoria delle forze sanfediste avrebbe recato un miglioramento alla vita economica e sociale, eliminando le cause più dirette del disordine amministrativo e delle ricorrenti ingiustizie di cui era vittima l’indifeso ceto popolare[26].

    Il cardinale iniziò ad assumere provvedimenti diretti ad alleviare la forte crisi del commercio della seta, che aveva causato conseguenze fortemente limitative sulla produzione di questo prodotto, da sempre la migliore risorsa della regione. Modificò il sistema doganale in modo da favorire tutte le attività commerciali sino ad allora fortemente penalizzate[27].

    Ci informa il Cingari:

A differenza di quello che non avevano saputo o potuto fare i repubblicani, il Ruffo cercò di alleggerire il carico fiscale, eliminando, se non i più pesanti contributi, certo i più impopolari: l’abolizione degli annotari e dei loro sostituti e dei soprabilanceri, figure odiatissime della vita calabrese, più che ogni altro provvedimento valse a viepiù avvicinare il ceto popolare al Ruffo e ad alimentare il concorso dei realisti all’armata cristiana. La quale, anche per effetto dell’editto di perdono nei confronti di tutti coloro che, pur compromessi nel moto repubblicano, ritornavano all’obbedienza, si apprestava a marciare verso paesi spontaneamente “realizzatisi”[28].

    Man mano che il cardinale avanzava la truppa si ingrossava e città come Catanzaro e Crotone si arrendevano o venivano sconfitte dall’esercito sanfedista.  Fabrizio poteva scrivere al generale John Acton[29] che i Calabresi stentavano a seguirlo, preferendo restare armati in difesa dei propri beni e delle proprie famiglie, insediati dai molti ribelli fuggiti. Con la spontanea sottomissione delle ultime città calabresi venne pacificata l’intera regione, sebbene disordine e anarchia regnavano in diversi paesi[30].

    “La marcia in Basilicata non trovò particolare resistenza. Così come era avvenuto in gran parte della Calabria, anche le popolazioni di questa regione ritornavano spontaneamente ad accettare l’autorità regia. Soltanto Altamura cercò inutilmente di opporre resistenza. In Puglia l’atteggiamento della popolazione non fu diverso che in Basilicata”[31].

    Dopo l’assedio e la presa di Altamura, il 24 maggio l’armata sanfedista lasciò la città alla volta di Napoli dove il governo repubblicano aveva deciso la mobilitazione generale di tutti gli uomini validi. Dall’epistolario del cardinale composto da lettere scambiate con la regina Maria Carolina[32], moglie di Ferdinando, e con il ministro Acton, si evince che il cardinale sperava di raggiungere al più presto la capitale poiché temeva di essere estromesso dagli Inglesi che lo consideravano inaffidabile e addirittura un nemico[33].

   Si diffuse a Corte infatti  il sospetto che il cardinale aspirasse, non tanto di portare sul trono di Napoli suo fratello, come alcuni sostennero, ma di sostituirsi ad Acton nel riassetto del regno, una volta completata la riconquista, ciò poteva corrispondere a verità se si medita sulla condotta del Ruffo, che mutava tono man mano che la vittoria finale diveniva più concreta. Negli ultimi tempi non esortava più il sovrano ad unirsi alle truppe né faceva pressione affinché il principe ereditario lo raggiungesse[34].

    Non senza difficoltà e contrattempi, l’avanzata dell’esercito sanfedista procedeva celermente tanto da giungere ad Avellino. L’ammiraglio inglese Horatio Nelson[35] aveva attuato il blocco del porto di Napoli, affiancato dagli esperti commodori Thurn e Troubridge mentre nella capitale Eleonora Pimentel, dalle colonne del Monitore, esaltava le vittorie e le riforme dei repubblicani tacendo sull’arrivo dei Russi e l’avanzata del Cardinale[36]. Più i sanfedisti si avvicinavano e più a Napoli aumentavano le insubordinazioni, le violenze della guardia civica, le fughe, gli attentati dei realisti, nonché le efferatezze della popolazione ormai al collasso[37]. Il regime repubblicano divenne talmente dispotico e autoritario che da più parti si invocava il ritorno del re. I Francesi si resero conto di non poter più difendere la città e il generale Macdonald si ritirò con le sue truppe a Caserta, Capua e Chiazzo, lasciando una guarnigione francese nei Castelli di Sant’Elmo e dell’Ovo[38]. Si preparava in pratica ad evacuare Napoli e Roma per spostare le sue forze nel Nord Italia. Malgrado i proclami ottimisti della Repubblica, l’eminente prelato si trovava alle porte della capitale e il 13 giugno la sua truppa entrò in città mentre i capi rivoluzionari si trovavano asserragliati in diversi forti. Il popolo esasperato dalla fame si scagliò contro i giacobini che vennero trucidati, spogliati di tutti i loro beni, e le loro case depredate. Il cardinale, inorridito dai massacri della guerra, convinto di non riuscire più a controllare le sue truppe che si erano ingrossate e date alle violenze più inaudite, desiderava adesso la pace e l’ordine[39]. Per evitare che fosse versato altro sangue, Fabrizio Ruffo, d’intesa con i rappresentanti russi e turchi, inviò, come proprio rappresentante, il capitano Micheraux al generale Massa, comandante di Castel Nuovo, con l’incarico di negoziare la consegna dei pochi castelli rimasti in mano repubblicana[40]. Dopo diverse trattative si giunse il 19 giugno ad un accordo sottoscritto sia da Massa che da Méjean, il comandante di Sant’Elmo. Il trattato prevedeva la consegna dei forti alle truppe alleate, in cambio una buona parte dei giacobini avrebbe potuto scegliere tra l’imbarco per Tolone o il libero soggiorno a Napoli[41]. Con questa presa di posizione, il cardinale veniva meno agli ordini dei sovrani che in più lettere lo ammonivano di non scendere mai a patti con i traditori, poiché nessuna pietà poteva esserci contro i nemici della monarchia[42].

    Scrisse infatti Ferdinando:

Sono sicuro di non aver bisogno di ulteriormente ripetervi, quanto nelle ultime due mie vi ho scritto relativamente al modo come trattare tanto i buoni, e che da tali siensi mostrati, quanto gl’infami ribelli Giacobini, in particolare i capi. Vi raccomando però non ostante  caldamente di non far nulla che possa di sconvenire a quella dignità, che è tanto necessaria di sostenere, ed al mio e Vostro onore, e decoro. Come cristiano io perdono a tutti ma come quello in cui Dio mi ha costituito, debbo essere vindice rigorosissimo delle offese fatte a Lui e del danno cagionato allo Stato[43].

    Il 24 giugno arrivò a Napoli l’ammiraglio Nelson che, in sintonia al volere dei reali, non riconobbe la capitolazione firmata dal cardinale, per cui quanti tra i ribelli si erano imbarcati sulle navi alla volta di Tolone, vennero fatti prigionieri. Fabrizio Ruffo disgustato e umiliato, dopo aver servito lealmente la Corona, si dimise ritirando i suoi uomini dall’assedio di Sant’Elmo[44].   Il re si decise di tornare a Napoli lasciando la regina e il resto della famiglia a Palermo perché ancora nella capitale regnava il disordine. Il suo ingresso nel porto della capitale fu salutato dalle salve di tutte le navi e dalle acclamazioni provenienti dalla moltitudine di battelli che gli andavano incontro per dargli il benvenuto[45]. Trasferitosi nella nave ammiraglia di Nelson, la Foudroyant, Ferdinando vi soggiornò per quattro settimane senza mai scendere a terra. Cadeva anche l’ultima resistenza di Sant’Elmo, il trattato di resa fu firmato dal colonnello Méjean per i Francesi, e dal duca Salandra e dai capitani Troubridge e Baillie per gli alleati. Tra le clausole vi era quella che stabiliva che tutti i sudditi di Sua Maestà dovevano essere consegnati agli alleati. I Francesi non fecero nulla per salvare i patrioti napoletani[46]. Senza saperlo, Ferdinando e l’ammiraglio Nelson li trasformarono in martiri; forse non sbagliava il cardinale Ruffo quando sosteneva che il perdono sarebbe stato la migliore politica[47]. Ma ormai il cardinale era stato estromesso, il suo titolo di Vicario Generale abolito, in compenso venne nominato luogotenente generale e comandante in capo del regno[48]. Fu istituita una nuova forma di governo per la capitale e le province: la Suprema Giunta, comitato supremo sotto la presidenza del Ruffo; la Giunta di Stato, un’alta corte di statomolto severa che giudicava i civili; e una Giunta di Generali, per giudicare i militari[49].

        Il cardinale, posto nell’assoluta impossibilità di difendere il trattato di pace e di operare liberamente, tentò con ogni mezzo di limitare almeno l’entità della strage, che si andava prospettando. Riuscì il Ruffo a salvare la vita a 500 dei 1.300 patrioti in mano a Nelson, i quali il 12 agosto partirono per la Francia[50]

    L’azione punitiva di questa nuova forma di governo mirava a colpire soprattutto i responsabili della rivoluzione, in particolar modo gli appartenenti all’aristocrazia che aderendo alla Repubblica si erano resi rei di tradimento: Caracciolo, Moliterno, Pagano, Roccaromana, Federici, Pimentel, Pignatelli, Cirillo, ecc[51].

    Un bilancio complessivo delle vittime della reazione è molto difficile; si calcola comunque che vi furono da 118 a 120 giustiziati, 1.251 condannati ad altre pene più o meno gravi, 1.207 condannati all’esilio, dal quale molti ritornarono[52]. Il sovrano volle punire Napoli abolendo i Sedili, ossia la vetusta amministrazione aristocratica della capitale, e i loro antichi privilegi[53]. Ferdinando era assolutamente deciso a portare a termine la sua vendetta. Scrive a proposito lo storico Harold Acton:

Nonostante la sua indolente bonomia il Re aveva un carattere troppo primitivo, troppo da lazzarone per aver pietà di quelli che avevano collaborato coi francesi; incapace di distinzioni, li giudicava tutti in blocco e il solo pensiero di aver conosciuto Caracciolo e Cirillo e di aver riposto fiducia in loro lo rendeva furioso sì che non poteva considerarli altro che una minaccia al suo divino diritto di sovranità[54].

    L’aspetto più grave della reazione fu che la maggior parte dei condannati erano uomini di cultura. Col venir meno dunque del dispotismo illuminato, il paese perdeva tutto ciò che nel corso del Settecento costituì il punto di riferimento principale: il ruolo attivo, centrale, dello Stato nella promozione dello sviluppo e nella lotta contro i privilegi e gli interessi corporativi[55].

Luigi Blanch, uno storico napoletano, circa i giacobini napoletani afferma che:

erano una minoranza quasi impercettibile aspirante a stabilire, per mezzo della conquista, una forma di governo non voluta dal paese e appunto in quell’anno talmente screditata in Francia che con applauso cessò il 18 brumaio[56].

    Dopo quattro settimane trascorse sulla Foudroyant, il re tornò nuovamente a Palermo: Napoli non era ancora sicura per accogliere la famiglia reale, infatti sarebbe passato qualche mese prima che la situazione si normalizzasse. La Sicilia restava quindi l’Eden dove rifugiarsi e continuare i propri divertimenti[57].

    Il cardinale intanto era partito per Venezia dove si teneva il conclave per l’elezione del nuovo pontefice dopo la morte di Pio VI. La sua fama ormai lo precedeva ovunque. A Napoli fu, in seguito, fatto ambasciatore presso la Santa Sede e Consigliere di Stato; a Roma Pio VII gli affidò la soprintendenza alla Deputazione dell’annona e della grascia e lo nominò in due diverse occasioni membro della congregazione economica; nel 1806 si recò a Parigi col mandato di mediare presso Napoleone onde evitare l’occupazione del Regno di Napoli ma senza successo; l’imperatore dei Francesi lo volle presente al suo matrimonio con Maria Luisa d’Asburgo, nel 1810, e gli conferì la Legione d’onore nel 1813[58].

     Fabrizio Ruffo morì a Napoli il 13 dicembre del 1827 e il suo corpo venne tumulato nella chiesa di San Domenico Maggiore, esattamente nella VII cappella della navata sinistra dedicata a Santa Caterina e fatta erigere da Ippolita Ruffo, per commemorare gli ultimi discendenti della Gran Casa dei Ruffo di Bagnara[59].


[1] G. RUFFO, Il cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara nella storia, in “Calabria Sconosciuta”, gennaio-marzo 1995, anno XVIII, n. 65,  p. 21.

[2] Ibidem, p. 22.

[3] G. RUFFO, Il cardinale Fabrizio Ruffo. L’uomo, il politico, il Sanfedista, in “Calabria Letteraria”, novembre-dicembre 2000, anno XLVIII, n. 10-11-12,  p. 40.

[4] G. RUFFO, Il cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara nella storia, op. cit., p. 22.

[5] Erano i cardinali delegati al governo delle varie regioni dello Stato pontificio.

[6] M. DE GRANDI, Il cardinale Fabrizio Ruffo tra Psicologia e storia, in “Calabria Sconosciuta”, aprile-giugno 2000, anno XXIII, n. 86,  p. 49.

[7] Idem

[8] Ferdinando IV di Borbone: nacque a Napoli il 12 gennaio del 1751. Era il terzogenito di Carlo VII di Borbone (III come re di Spagna) e di Maria Amalia di Sassonia Walpurga. Fu re delle Due Sicilie  dal 1759 al 1816. Dopo questa data, con il Congresso di Vienna e con l’unificazione delle due monarchie nel Regno delle Due Sicilie, fu sovrano di tale regno dal 1816 al 1825 con il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie. Sposò Maria Carolina d’Asburgo, figlia della grande imperatrice l’Austria Maria Teresa. Il suo regno durò quasi sessantasei anni, confermandosi come uno dei più lunghi della storia. È passato alla storia con i nomignoli di Re Lazzarone e di Re Nasone, affibbiatigli dai Lazzari napoletani che, in giovane età, abitualmente frequentava. Morì a Napoli il 4 gennaio del 1825. G. CAMPOLIETI, Il Re lazzarone, Mondadori,Milano, 1999, passim.

[9] G. RUFFO, Il cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara nella storia, op. cit., p. 22.

[10] P. COLLETTA, Storia del reame di Napoli, S.a.r.a., Milano, 1992, p. 224.

[11] Ibidem, p. 224 sgg.

[12] Idem.

[13] A. GIOFFRÈ, Storia di Bagnara., Laruffa Editore, Reggio Cal., 1983, p. 114.

[14] Esercito della Santa Fede: era costituito da bande armate sostenute dalla Chiesa, che nel 1799 diedero vita in molte regioni del sud d’Italia, e soprattutto in Calabria sotto il comando del cardinale  Fabrizio Ruffo, a rivolte anti-francesi in difesa della santa fede minacciata dalle idee rivoluzionarie. Gli affiliati venivano appunto chiamati sanfedisti.

[15] H. ACTON, I Borboni di Napoli, volume 1, Giunti,Firenze, 1997, p. 381.

[16] Ibidem, p. 382.

[17] G. RUFFO, Il cardinale Fabrizio Ruffo. L’uomo, il politico, il Sanfedista, op. cit., p. 42.

[18] G. RUFFO, Il cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara nella storia, op. cit., p. 25.

[19] P. FRANCESCO RAFFAELE, Un ordine del cardinale Fabrizio Ruffo per la ricostruzione dei Cappuccini in Calabria Ultra, in Historica, p. 8.

[20] Ibidem, p. 9.

[21] A Bagnara solo i beni dell’Abbazia S. Maria e i XII Apostoli  non confluirono nel monte della Cassa Sacra perché, essendo Nullius, godeva del protettorato reale.  Ibidem, p. 10.

[22] Ibidem, pp. 10-11.

[23] Ibidem, p. 12.

[24] Ibidem, p. 12 sgg.

[25] G. CAMPOLIETI, op.cit., p. 300.

[26] G. CINGARI, Giacobini e Sanfedisti in Calabria nel 1799, Casa del libro Editrice, Reggio Cal., 1978, p. 175 sgg.

[27] G. RUFFO, Il cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara nella storia, op. cit., p. 24.

[28] CINGARI, Giacobini e Sanfedisti in Calabria nel 1799, op. cit., p. 182.

[29] John Acton: nacque a Besançon il 3 giugno del 1736.  Politico di origine britannica, fu comandante della flotta navale del Granducato di Toscana e segretario di stato a Napoli durante il regno di Ferdinando IV. Dopo la Rivoluzione Francese, in accordo con la nuova politica conservatrice dei regnanti, che lo nominarono Primo Ministro, divenne un accanito persecutore delle nuove idee giacobine. Morì a Palermo il 12 agosto del  1811. H. ACTON, op. cit., passim.

[30] G. RUFFO, Il cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara nella storia, op. cit., p. 25.

[31] Idem

[32] Maria Carolina d’Asburgo: figlia di  Maria Teresa, la regnante Arciduchessa d’Austria, Regina d’Ungheria, Croazia e Boemia e Francesco I del Sacro Romano Impero,  nacque a Vienna il 13 agosto del 1752. Il 12 maggio 1768, sposò il giovane re  Ferdinando IV di Napoli. Divenne  regina consorte e de facto governatrice di Napoli. Nei primi anni di regno si mostrò favorevole alle idee illuministiche, come sua madre e suo fratello, guadagnandosi la stima di letterati e progressisti, che speravano in una politica di rinnovamento. I suoi primi venti anni di regno furono incentrati sul rinnovamento dell’apparato politico – economico. Morì a Vienna l’8 settembre del 1814. H. ACTON, op.cit., passim.

[33] G. RUFFO, Il cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara nella storia, op. cit., p. 27.

[34] Ibidem, p. 28.

[35] Horatio Nelson: nacque a Burnham Thorpe il 29 settembre del 1758. Ammiraglio britannico divenne celebre per aver sconfitto, il 1 agosto  del 1798, la flotta di Napoleone Bonaparte ancorata nella baia di Abukir (Egitto),  bloccando in tal modo le truppe francesi sul suolo egiziano. Successivamente fu inviato a Napoli per colpire gli insorti giacobini e mettere in salvo la corte borbonica. Per i servigi prestati ai Borbone di Napoli, venne nominato Ferdinando IV duca di Bronte. Tornato in Inghilterra  agli inizi del 1800 continuò a servire la marina britannica contro gli attacchi di Napoleone. Il 21 ottobre del 1805 l’ammiraglio Nelson inflisse una decisiva sconfitta alla flotta nemica nella memorabile battaglia di Trafalgar (vicino la città di Cadice in Spagna). Questo evento bellico permise all’Inghilterra di rafforzare la propria supremazia navale su quella francese che da quel momento non ebbe più alcun peso nello scacchiere operativo navale. Tuttavia Nelson non poté godere degli allori della vittoria poiché fu colpito a morte durante lo scontro. ACTON, op. cit., passim.

[36] Durante il soggiorno dei sovrani  a Palermo, il riarmo per la riconquista del regno procedette celermente: furono stipulate alleanze con la Russia e la Turchia. Acton, come comandante in capo, cominciò a riorganizzare le forze militari incoraggiando il reclutamento. CAMPOLIETI, op. cit., p. 304.

[37] Ibidem, p. 305.

[38] P. COLLETTA, op. cit., p. 237.

[39] ACTON, op. cit., p. 430.

[40] Ibidem, p. 431.

[41] COLLETTA, op. cit., pp. 252-253.

[42] CAMPOLIETI, op. cit., p. 305.

[43] Idem.

[44] Cfr. ACTON, op. cit., pp. 437-444.

[45] ACTON, op. cit., p. 449.

[46] Ibidem, p. 450.

[47] CAMPOLIETI, op. cit., p. 305.

[48] ACTON, op. cit., p. 454.

[49] COLLETTA, op. cit., p. 262.

[50] G. RUFFO, Il cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara nella storia, op. cit., p. 29.

[51] A. M. RAO, La repubblica Napoletana, in Storia del Mezzogiorno, Edizioni del Sole  per Rizzoli,Roma, 1986,p. 543 sgg.

[52] Ibidem, p. 544.

[53] COLLETTA, op. cit., p. 263.

[54] ACTON, op. cit., p. 456.

[55] RAO, La repubblica Napoletana, in Storia del Mezzogiorno,cit.,pp. 545-546.

[56] L. BLANCH, Scritti storici, in ACTON, op. cit., p. 457.

[57] COLLETTA, op. cit., p. 277.

[58] DE GRANDI, Il cardinale Fabrizio Ruffo tra Psicologia e storia, cit.,     p. 50.

[59] A. MANES, Un cardinale condottiero, Jouvence, Roma, 1996, p. 182.

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