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Il genocidio vandeano: buona e cattiva divulgazione

Posted by on Mar 5, 2018

Il genocidio vandeano: buona e cattiva divulgazione

Dalla ricerca storica alla divulgazione

Nel 1993, in un’ampia e articolata intervista, lo storico Reynald Secher spiegava la decisione, dopo la pubblicazione d’importanti studi scientifici sull’argomento, di affidare a strumenti d’uso più popolare gli sconvolgenti contenuti delle proprie ricerche sul genocidio della popolazione della Vandea Militare, deciso e messo in atto, fra il 1793 e il 1794, durante la Rivoluzione francese, dalla Convenzione giacobina e dal suo organo direttivo — il Comitato di Salute Pubblica, guidato dal despota Maximilien Robespierre —: “Quando uscì Il genocidio vandeano — un’opera per specialisti, che avrebbe rischiato di rimanere stipata nei magazzini della Sorbona… — vi è stata molta sorpresa da parte del pubblico. Ricevetti un certo numero di lettere e incontrai di persona anche gente convinta che tale ricerca sarebbe rimasta confinata ai tecnici. Mi è stato così chiesto di trovare materiali e metodi per volgarizzare e “democratizzare” i miei lavori. Ho riflettuto, dunque, in cerca dei migliori mezzi di comunicazione attuali. È risaputo che il libro — particolarmente quello scientifico — viene letto sempre meno; da qui l’idea di creare fumetti e videocassette sulle guerre nella Francia Occidentale e sul genocidio vandeano, dato che il fumetto è un genere letto dai giovani e la videocassetta è, per sua natura, accessibile al grande pubblico” (1).

Lo storico ha, dunque, avviato la pubblicazione — in collaborazione con altri — di albi a fumetti e di videocassette. Il primo albo della serie, dedicato all’insurrezione contro-rivoluzionaria della Vandea e realizzato con il disegnatore René Le Honzec, è stato poi tradotto in italiano e pubblicato con il titolo Vandea 1789-1801. Anjou, Bretagna, Poitou per i tipi della E.R.S. — Éditions Reynald Secher —, la casa editrice fondata e diretta in Francia dallo stesso storico (2).

La quarta pagina di copertina dell’albo avverte il lettore con precisione: “I fatti sono autentici, i documenti implacabili”. Per ordine di Maximilien Robespierre si compie il primo genocidio della storia, dettato da ragioni eminentemente ideologiche e politiche, e le cui vittime sono sia combattenti che civili; un genocidio che — per la prima e l’ultima volta nella storia — ha visto uno Stato — quindi, secondo la retorica rivoluzionaria della “volontà generale”, lo stesso “popolo sovrano” o la “nazione una e indivisibile” — progettare, votare, ordinare ed eseguire lo sterminio sistematico e intenzionale di una parte di sé stesso.

 

La base scientifica di una buona divulgazione

La garanzia di fondatezza e di precisione dei testi redatti da Reynald Secher e delle tavole a colori realizzate da René Le Honzec per quest’opera di divulgazione sono assicurati dalle ricerche pluriennali che Reynald Secher ha pubblicato in diverse opere, a cui deve notorietà e difficoltà professionali e personali (3), come il volume “provocatorio”, ma scrupolosamente scientifico, Il genocidio vandeano (4), accompagnato dalla riproposizione della testimonianza “perduta” di Jean-Noël “Gracchus” Babeuf, La guerra di Vandea e il Sistema di Spopolamento, curato con Jean-Joël Brégeon (5).

Proprio in base a questa preziosa testimonianza, coeva e non sospetta di simpatie contro-rivoluzionarie, il demografo francese Gérard-François Dumont ha potuto vedere in questo genocidio una misura politica di malthusianesimo ante litteram (6). Inoltre, quanto testimonia Jean-Noël “Gracchus” Babeuf costituisce la cinica realizzazione, da parte del governo giacobino francese, della filosofia nazional-collettivista elaborata da Jean-Jacques Rousseau, giudicato dal filosofo tedesco Immanuel Kant come il “Newton della morale” e dal poeta pure tedesco Heinrich Heine come “la testa rivoluzionaria di cui Robespierre altro non fu che la mano esecutrice” (7).

Lo sforzo divulgativo a proposito dei crimini del governo rivoluzionario francese nella Vandea Militare è per certo opera meritoria e insostituibile, che permette di rispondere adeguatamente a quei commentatori, di diverso orientamento politico-culturale e di spessore scientifico disuguale, che, metodicamente, lanciano attraverso i mass media i propri strali contro l’”integralismo” e la “reazione” vandeani, o, in genere, contro-rivoluzionari, raccogliendo in un unico fascio, con intento grossolanamente denigratorio, anche gli insorgenti antigiacobini e antinapoleonici della penisola italica, dai sanfedisti ai “briganti”, e dai “Viva Maria!” ai montanari guidati da Andreas Hofer.

 

Un esempio di cattiva divulgazione: “Cuore di Vandea”

L’esempio di buona divulgazione storica offerto da Reynald Secher e da René Le Honzec risponde indirettamente, ma significativamente, ad altre operazioni malriuscite e al limite del maldestro — con tratti di malizia —, come il documentario Cuore di Vandea, di Nelo Risi, special realizzato nell’ambito del programma Format. Idee per la TV, diretta dal giornalista Giovanni Minoli, e trasmessa da Raidue il 9 novembre 1995, alle ore 22,30.

Tale documentario è stato anzitutto caratterizzato da superficialità, da numerose e confusionarie divagazioni dal tema principale, e da cattivo gusto, giacché i tripudi rivoluzionari de La marsigliese e del Ça ira sono stati scelti come accompagnamento musicale rispettivamente della sigla di testa e di quella di coda della trasmissione, mostrando “sensibilità” simile a quella di chi utilizzasse stornelli nazionalsocialisti per accompagnare uno special sulla Shoà, oppure L’Internazionale o canti simili per un reportage sui crimini comunisti staliniani, cinesi o cambogiani.

Anche se caratterizzato da divagazioni, nel filmato nessuno ha però ricordato che ben 64 delle centinaia di sacerdoti vittime dei “pontoni di Rochefort” — don Jean-Baptiste Souzy e compagni, dei quali si è parlato en passant nel documentario e il cui caso, pur non avendo un rapporto diretto con l’insurrezione e la crudele repressione nella Vandea, costituisce certamente un vistoso esempio di persecuzione anticattolica rivoluzionaria —, sono stati solennemente beatificati da Papa Giovanni Paolo II il 1° ottobre 1995, insieme a 45 vittime della guerra civile spagnola (1936-1939) e al religioso scolopio lucchese Pietro Casani, vissuto nel secolo XVII (8).

Ma — infine e soprattutto — nel corso dello special televisivo sono stati intervistati, in qualità di esperti, due storici francesi, Alain Gérard e Jean-Clément Martin, ed è stato accolto in modo acritico principalmente il giudizio ambiguo di quest’ultimo — autore, fra l’altro, de I Bianchi e i Blu. Realtà e mito della Vandea nella Francia rivoluzionaria (9) —, che Reynald Secher ha creduto di poter inquadrare come […] un docente universitario che si considera figlio spirituale della scuola di autori come Albert Mathiez, Albert Soboul e Michel Vovelle, ossia di quanti hanno un approccio esclusivamente ideologico alla Rivoluzione francese: scrivendo in quest’ottica, gli è impossibile riconoscere la realtà dei fatti accaduti in Vandea, perché, se lo facesse, tutti i lavori degli storici citati verrebbero annullati insieme ai suoi. E — non dimentichiamolo —, in quanto membro di quel mondo universitario che ho descritto, Jean-Clément Martin agisce per ragioni di propaganda” (10).

Nella breve intervista contenuta nel documentario di Nelo Risi, Jean-Clément Martin ha affermato: 1. che l’insurrezione vandeana è durata più a lungo rispetto ad altre rivolte antirivoluzionarie “per ragioni più o meno casuali”; 2. che la Contro-Rivoluzione vandeana è stato più un fenomeno di “reazione alla Rivoluzione francese”, che non “il contrario stesso della Rivoluzione”, con ciò liquidando sbrigativamente una questione storica rilevantissima; 3. che, in merito alle “200. 000 vittime” vandeane di cui ha chiesto conto il conduttore del documentario, si deve parlare di “scomparsi”, ossia di persone di cui — si arguisce — a un certo punto della storia non vi è più “misteriosamente” alcuna traccia: persone che lo storico francese suggerisce poter essere state uccise, o essere morte per cause varie, o essere semplicemente sparite…

Comunque, anche questo — per molte ragioni — cattivo esempio di divulgazione storica è certamente sintomo del fatto che i mass media e la “cultura ufficiale” si sentono oggi nella necessità di trattare in qualche modo l’immane tragedia vandeana, che sta all’origine della Modernità politica, in una misura certamente non prevedibile prima della fallita celebrazione del bicentenario nel 1989.

 

Un tentativo d’inquinamento ideologico: “La Vandea”

Un altro segno di quest’urgenza e di questo disagio è la glossa aggiunta alla pubblicazione in lingua italiana del volume a più mani La Vandea (11). Infatti, accanto a contributi assolutamente importanti — come quelli di Pierre Chaunu, di Jean de Viguerie, di Claude Petitfrère, di Roger Dupuy, di Reynald Secher, di Jean-Marc Varaut e di Emmanuel Le Roy Ladurie, nonché di Michel Heller e di Alain Besançon sul parallelo con l’insurrezione dei Bianchi anticomunisti, durante al guerra civile russa; e di Jean Meyer sul parallelo con l’insurrezione dei cristeros messicani, negli anni 1930 —, la ritrosia che certuni mostrano nel prendere atto della tragicità e dell’eccezionalità del genocidio vandeano è testimoniata dalla premessa all’edizione italiana, redatta da Sergio Romano, che affronta il tema palesemente obtorto collo e conclude il proprio intervento affermando: “Ci è parso utile pubblicare insieme agli atti del convegno alcune pagine tratte dalla Storia della rivoluzione francese di Jules Michelet affinché il lettore potesse avere sotto mano la versione rivoluzionaria e democratica delle “guerre di Vandea”. Accusata e sospettata di molti misfatti anche la Grande Rivoluzione ha diritto a un avvocato difensore” (12). Per quest’operazione di equilibrismo inutile, giacché la “versione rivoluzionaria” è l’unica che gode di ampia circolazione e d’indiscusso diritto di cittadinanza, Sergio Romano utilizza uno storico ottocentesco che Reynald Secher ha indicato come uno dei responsabili — fra l’altro, dietro compenso — della manipolazione costituita dalla ricostruzione storica ufficiale sulla Vandea, ovvero di quello che lo stesso Reynald Secher indica come “memoricidio” (13).

Ciononostante, non si deve sottovalutare l’importanza sintomatica della comparsa di interventi anche di dubbia qualità su un tema come questo, soprattutto per il fatto che tali interventi sono il risultato — se non altro remoto — degli sforzi storiografici e dell’insistenza di studiosi come Pierre Chaunu e Reynald Secher, e costituiscono de facto l’inizio di un salutare processo di scardinamento del “divieto di fare domande” (14) su tematiche tanto rilevanti, non solo per il gusto pur legittimo di conoscere meglio il passato, ma soprattutto per meglio comprendere le radici delle questioni più decisive dell’ora presente.

Marco Respinti

fonte

alleanzacattolica

 

Documentario in Francese

 

(1) Reynald Secher, Dal genocidio vandeano al “memoricidio”, intervista a mia cura, in Cristianità, anno XXI, n. 224, dicembre 1993, pp. 5-16 (p. 14).

(2) Cfr. Idem e René Le Honzec, Vandea 1789-1801. Anjou, Bretagna, Poitou, trad. it., E.R.S. Éditions Reynald Secher, Noyal-sur-Vilaine 1994.

(3) Cfr. R. Secher, interv. cit., p. 8.

(4) Cfr. Idem, Il genocidio vandeano, con una Prefazione di Pierre Chaunu e una Presentazione di Jean Meyer, trad. it., Effedieffe, Milano 1991.

(5) Cfr. Jean-Noël “Gracchus” Babeuf, La guerra di Vandea e il Sistema di Spopolamento, introduzione, presentazione, cronologia, bibliografia e note di R. Secher e Jean-Joël Brégeon, trad. it., Effedieffe, Milano 1991.

(6) Cfr. Gérard-François Dumont, Il festino di Crono. Presente & futuro della popolazione in Europa, trad. it., Ares, Milano 1994, p. 17.

(7) Cit. in Giovanni Reale e Dario Antiseri, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi. Corso di filosofia per i licei classici e scientifici, vol. 2, Dall’Umanesimo a Kant, 2a ed. riveduta e corretta, La Scuola, Brescia 1983, p. 565.

(8) Cfr. ampi inquadramenti dei 110 beatificati in una serie di articoli, in L’Osservatore Romano, 1-10-1995. Sui 64 martiri francesi, cfr. anche I martiri dei “Pontons” di Rochefort, in intercom 87 [mensile dei Fratelli delle Scuole Cristiane di san Giovanni Battista de La Salle], maggio 1995, pp. 1-8. In generale, cfr. Francesco Ognibene, Vandea e Spagna martìri incrociati, in Avvenire, 27-9-1995, utile per un inquadramento delle persecuzioni giacobina e comunista, benché ascriva erroneamente i martiri di Rochefort al genocidio vandeano; e S. Em. il Card. Paul Poupard, “Dai moti dell’89 alle ideologie totalitarie”, intervista a cura di Mimmo Muolo, ibidem.

(9) Cfr. Jean-Clément Martin, I Bianchi e i Blu. Realtà e mito della Vandea nella Francia rivoluzionaria, trad. it., Società Editrice Internazionale, Torino 1989.

(10) R. Secher, interv. cit., p. 14.

(11) Cfr. AA.VV., La Vandea, con una Prefazione di Raoul Girardet e un messaggio di Pierre Chaunu, trad. it., con una Premessa di Sergio Romano e un saggio di Jules Michelet, Corbaccio, Milano 1995.

(12) S. Romano, Premessa, cit., p. II.

(13) Cfr. R. Secher, interv. cit., p. 13.La questione del “memoricidio” è affrontata più ampiamente dallo stesso autore in Juifs et Vendéens. D’un génocide à l’autre. La manipulation de la mémoire, Olivier Orban, Parigi 1991; e in Génocide et mémoricide, in Jean Tulard e Patrick Buisson (a cura di), Vendée. Le livre de la mémoire 1793-1993, con una prefazione del visconte Philippe de Villiers, Valmonde, Clichy 1993, pp. 130-137.

(14) Cfr. Eric Voegelin, Il mito del mondo nuovo. Saggi sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo, trad. it., con una Introduzione di Mario Marcolla, Rusconi, Milano 1970, pp. 87-93.

 

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