Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Il saccheggio di Piedimonte d’Alife nel 1799 (VII)

Posted by on Gen 8, 2022

Il saccheggio di Piedimonte d’Alife nel 1799 (VII)

Partono li francesi. Si narra ciò che seguì dopo la di loro partenza

Alle ore 12 del dì 15 [gennaio], essendosene partiti li francesi, verso le ore 16, girò Don Lorenzo Gambella, come sindaco Presidente, esercitando il suo officio.
Io andiedi [andai] a casa Angelillis, dove trovai un orribile scompiglio; fra l’altro vi trovai un cappello, e me lo presi, perché non ne avevo.
Ritornato in casa, dopo pranzo sortii, ed intesi un sussurro sul ritorno de’ francesi, con l’artiglieria.
Ma nulla si penetrava.
Incontrando Don Francesco Perrone, mio discepolo, e fratello del consigliere municipale Don Raffaele Perrone, ne lo interrogai; ed egli nel massimo segreto mi confidò che c’era l’ordine per l’alloggio di 600 dragoni, ma che non ci era nulla da temere.
Io, sul momento, rientrato in casa, ordinai di raccoglier il migliore [le cose migliori], per ritirarci in Santa Maria Occorrevole.
L’ora era tarda, andiedi [me n’andai] adunque, con mia moglie e la serva, per restar in una casetta in Piedimonte; ma la padrona non ci volle accogliere, come che [quantunque] io le avessi promesso un regalo.

Dunque, dopo l’Ave Maria, essendo cominciata ad entrar la truppa [in Piedimonte], cominciammo a salir la montagna, continuamente battuti da un vento impetuosissimo, per cui caddi ben tre volte per la via, vicino ad esalar lo spirito per l’affanno.
Anticipai per un serviente di quei Padri Alcantarini l’avviso al Padre guardiano, Frate Damaso di San Pasquale, per esser accolto. Giungemmo alle due circa della notte [verso le 18 e 30], ruinati.
Mia moglie andié [si diresse] alla stanza dell affittatore [colui che dà in affitto le camere], ed io salii in convento, dove trovai Don Francesco di Tommaso, e molta altra gente rifugiata, ed il console napoletano in Ancona, Don Nicolò Buccini Capuano-, col suo segretario-, il quale mi disse ch’egli contò tutta la truppa francese che entrò in Napoli, e che la numerò di 23 mila soldati, de’ quali 9 mila ne giunsero all’assedio di Napoli.
Dopo otto giorni che li passai sempre vestito, e senza sonno, quella fu la prima notte che mi spogliai per riposare; lo stesso essendo accaduto a mia moglie, ed alla serva, ben vero feci situare due uomini di sentinella al campanile ed alle “Tre Croci”, per iscoprir [scoprire] ed avvisarci se ci era novità.
Stiedi [stetti] tutto il dì 16 sopra [presso il convento di Santa Maria Occorrevole], e sino a mezzogiorno del dì 17, nella cui mattina il Padre guardiano fu chiamato dal Presidente [Lorenzo] Gambella, da cui portatosi, ebbe un rimprovero per parte del generale [ Louis Lemoine], perché lo avevano denunciato come sollevatore [sobillatore] de’ castellani [degli abitanti di Castello], e li [gli] disse che il generale l’avrìa [lo avrebbe] fatto fucilare, se egli, il Gambella, non si fosse interposto.
[Quando ero in Santa Maria Occorrevole] mi giunse, per corriere, un biglietto di Don Ortensio Ragucci, giudice civile del municipio-, nella cui casa si reggeva giustizia-, con cui mi si ordinava che tosto io fossi ritornato in casa, se non volevo incorrer nella pena di emigrato [fuoriuscito].
Onde mi convenne rifar le valigie del più [lo stretto] necessario, e scendermene.
Andiedi [andai] sulla Municipalità [una sorta di Consiglio comunale, ove si trovavano le persone più influenti di Piedimonte], da cui-, contro ogni mio merito-, fui accolto con distinzione.
Intanto, in Piedimonte non si era ficcato il palo repubblicano [piantato l’albero della libertà] sino al dì 16 [gennaio], quando vi giunse un commissario Lanfredi di Pietra Vairano [Pietravairano], e il [lo] piantò nel Mercato [in piazza Mercato], dove sul subietto [soggetto] predicò il Padre maestro frate Ottavio [Maria] Chiarizia, domenicano; ed, assistendovi il prete Don Nicola d’Amore, pronunziò queste parole:
“Oh fatiche mie di sette anni, al fine le vedo compite!”;
le quali [parole], ascoltate da certe donnicciuole ed uomini, poi l ‘ [gli] ebbe[ro] a costar la vita, come dirassi [si dirà] a suo luogo.
Cominciai a salir sulla Municipalità, che si reggeva [teneva] a casa Ragucci e-, sentendosi pe’ contorni di Contado di Molise l’insorgenza de’ disterrati, li quali attruppandosi givan [andavano] facendo de’ grandi assassinii, e spargendosi [la voce] che li roccolani di Monfina [gli abitanti di Roccamonfina] sarebbonsi [si sarebbero] uniti con quelli ai nostri danni-, pensarono quei del Governo [municipale] di farne un rapporto al general Championnet, e vollero che lo avessi concepito io, che per obbedire il [lo] feci.
Ed essendo rimasta la quistione in mano del Presidente [Lorenzo] Gambella, costui, portatosi in Napoli, oltre di aver ottenuto di far la guardia [creare un Corpo di guardia], li [gli] fu promesso che Piedimonte sarebbe stata eretta in Cantone [capoluogo cantonale]4.
E, interrogato di chi si poteva servir nell’onestà degli impieghi, il Gambella-, supponendo di farmi un onore-, mi diede in capo sopra gli altri [mi preferì agli altri], di che io finsi di esserli tenuto [di essergli grato], non sapendo, come io fuggivo da ogni carica, e ne temevo più che della galera;
tanto [è] vero, che mi attardai a dire al Ragucci, buon cattolico e mio amicissimo, che avesse ancor egli trovato il pretesto di rinunciare; al che [Ortensio Ragucci] mi rispose:
“Caro amico, e come devo fare? Oggi corre il fucile in correzione ancor del sospetto; trovatemi voi il modo, perché mi vedo perduto, né so come sortirne”.
Venne, quindi, il 1° [giorno] di Quadragesima l’ordine di formarsi [in Piedimonte] la truppa civica.
Io, chiamato da municipi [consiglieri comunali], mi opposi, prevedendo che armare il popolo era cosa rischiosissima, tanto più perché [i popolani] aveano già concepiti li principi repubblicani, e cominciava [la plebe] a mostrare una insolita ferocia;
e proposi di far continuar la ronda [civica], di 20 uomini per giorno, pel buon ordine, distribuendone 10 per quartiere, e così fu fatto; e vollero [i consiglieri municipali] che io avessi presieduto alle ronde, cosa che eseguii per 16 giorni, dopo li quali francamente rinunciai, e fu stabilito il dottor Federico Torti.
La domenica ultima di carnevale giunse qui da Napoli Francescantonio Ceglia, in abito di chef di battaglione, con patente amplissima di capitano e commissario organizzatore di Basilicata, e di Piedimonte e suoi casali;
cosa che aveva anche richiesto il nostro Principe Don Onorato Gaetani, il quale, giungendo [un giorno] dopo il Ceglia, trovò eseguita l’impalazione [impiantato l’albero della libertà] di Piedimonte e Vallata, [e]seguita nel lunedì ultimo di carnevale.
Nella mattina il Ceglia convocò un parlamento [assemblea], e creò la nuova municipalità [consiglio comunale e/o municipale], quindi fé [fece] portare un grosso cipresso nella piazza di San Domenico, e l’inalberò con nastri tricolorati, corone e banderuole.
Quindi al suon delle campane, facendo gridare “viva la libertà”, fece intonar da’ Frati di San Domenico, e nella Collegiata di Santa Maria Maggiore il Te Deum.
Io non vidi questa novità, ed incontratomi col Ceglia, costui mi sgridò con minaccia di sterminio il nostro quartier di Vallata, trattandoci da ribelli, così per il fatto del 10 gennaio, come perché non avevamo piantato l’arbore [l’albero] della libertà.
Dico il vero che ne concepii del timore, ma egli [Francescantonio Ceglia] galoppando andava avanti e, rivolto a me, che givali [gli andavo] appresso, mi disse, additando il sito di Porta Vallata avanti mia casa, che ivi voleva piantar l’arbore.
Io che, guardando quelle ridicole minchionerie non le volevo avanti mia casa, più che se fosse stato un corno [le corna ], il [lo] dissuasi, onde risolvette metterlo avanti il largo della Collegiata nostra [la chiesa della Santissima Annunziata, in Vallata], dove, la mattina seguente, fui da molti buoni paesani urtato [spinto] ad andarci, per calmar il zelo furioso del Ceglia, siccome feci.
Ed egli piantandovi un alloro con poche festucce [nastri], si diedero pochi segni di campana, e si gridò [inneggiò] alla libertà, ma non col cuore, dacché [poiché] fra le altre cose, quelli che v’intervennero furono per il più [ per lo più] del numero di quelli che fecero fuoco [spararono] ai francesi.
Dico però che intanto c’intervenni in quanto, desiderando il nostro quartiere dividersi da quel di Piedimonte, questa impalazione [la cerimonia dell’albero della libertà] significava che un giorno [l’agognata separazione da Piedimonte] poteva meglio ottenersi;
oltre che il [Federico] Torti pretese con impeto di farcelo piantare per lo stesso motivo, e per non veder in tutto schiava la Vallata de’ piedimontesi, da’ quali venivamo noi [vallatani] trattati come ribelli, e per cui il Ceglia nella pubblica piazza di San Domenico disse che la contrada nostra sarebbe rimasta sempre infelice, né vi sarebbero [state] cariche ed offici per il suo popolo.
Dopo pochi giorni venne qui [in Piedimonte] un altro ladrone, ossia il commissario chiamato Vincenzo de Bottis, di Pietra Vairano [Pietravairano], che smontò a casa Angelillis, dove anche pranzò, con gran cordoglio dell’Angelillis, che doveva, in tempi così critici, fingere; io mi trovai lì, né prima io avevo [avuto] di tal uomo alcuna notizia, ma egli l’aveva di me; ed a’ primo aspetto mi disse:
“Cittadino Mezzala, sappi che quanto hai scritto contro la Repubblica, altrettanto hai da scriverne a favore; ti sia di regolamento!”.
Al tono imponente con cui parlò, io non mi sgomentai, e li [gli] risposi così:
“Sì, ché ho in mano una penna che scrive a talento !”.
Ed essendo sortito col medico Don Antonio d’Amore, lo [ Vincenzo de Bottis] seguii dietro a passo, e ne udii un così mal costumato linguaggio, che senza ulteriore avviso giudicai che non era né un francese né un polacco, ma un vero rapinatore.

Lo stesso [de Bottis] tornò dopo un mese, con due soldati, e con un imperioso comando voleva non meno di novanta canne [quasi 195 metri] di panno blu per la truppa francese.
Io accorsi per farlo arrestar come ladro dalli paesani, in dispetto degli altri commissari che ci erano, come di Giovanni Guida [Gian Battista Guidi, di Guardia Sanframondi], commissario politico, e Giovanni Fucci, capitano de’ gendarmi; ma egli [de Bottis] di galoppo scappò impaurito più della stessa paura, né più seppi di lui notizia.
“Il de Bottis o fuggito o preso, o un’altra [analoga] soddisfazione”-, dissi a Guida e a Fucci-, “farò toccar [suonare] la campana”; ma finì che quest’uomo più non vidi.
A questo [punto] mi si attruppò [fece intorno] una folla di circa cinquecento uomini, dipendenti da’ miei cenni; e li commissari cominciarono ad esibirsi [rendersi disponibili] alle mie richieste, e tosto ne formarono relazione, che fu rimessa al commissario del Capo cantone del Volturno, Vincenzo Battiloro.
Si gloriavano in quel tempo li cosiddetti commissari di organizzar paesi con farvi piantar pali [alberi della libertà]; a qual oggetto venne qui, come fu detto, il nostro Principe [Onorato Gaetani] a’ 15 febbraio; e perché trovò organizzata la Città dal Ceglia, commise al Governatore di Capriati, Don Giovanni Crisostomo Sarrubbi, di piantarvi [anche in Capriati] un arbore [albero] in suo nome.
Anche gli alifani si unirono in parlamento [assemblea], piantarono l’arbore [albero della libertà] ed elessero la municipalità.
Ma è ben da sapersi che il Duca, di lui [Principe Onorato] padre, antivedendo [prevedendo] la prossima invasione de’ francesi, concertò col figlio una simulata refuta [rinuncia] de’ feudi, colla riserva di una vitalizia pensione.
Benché egli [il Duca Don Nicolò (Nicola) Gaetani d’Aragona] prima fosse stato del partito Francese-, secondo ci svelò un suo cortigiano, che scriveva sotto la di lui voce-, temendo l’inquisizione della Giunta Giacobina, si dice che si procurò l’infame incarico di delatore, passando poi nel campo Realista, benché né giacobino né realista si possa dire.
Egli refutò [rinunciò a] li feudi, ad oggetto che, prevalendo li francesi, egli mettevasi in salvo col Re; e il figlio [il Principe Onorato], buttandosi nel partito de’ vincitori, conservava li Stati; e prevalendo il Re, egli [il Duca Nicolò (Nicola)] riassumeva il dominio.
Il Duca, ritiratosi in Palermo col Re, portò con sé un forziere con centomila scudi, da avvalersene anche altrove, ad esempio in Inghilterra se si perdeva la Sicilia.
In Palermo egli [il Duca] dirigeva, per mezzo dei suoi agenti, lo Stato [l’insieme dei feudi del Matese], né questa cabala fu scoperta, perché non vi fu denuncia.
Ora, giunto qui [in Piedimonte] il Principe [Onorato Gaetani], mi mandò a chiamare il giorno seguente, per farli servigio [un negozio, un favore] colla municipalità [l’amministrazione cittadina]; poiché, sparsasi [diffusasi] la notizia dell’abolizione di ogni feudalità, quel Governo [della Repubblica napoletana del 1799] tolse l’uso de’ diritti baronali. […]

Quindi, egli [il Principe Onorato Gaetani]-, che stava a letto [in Palazzo Ducale] con il mal di gola-, [un giorno] licenziò [si accomiatò da] l’agente [feudale] Don Eugenio Sarrubbi e le altre persone; ed, a porte chiuse, parlammo dello stato delle cose.
Mi scappava dalla lingua di dirli [dirgli]: “Vostra Eccellenza”.
Al che, egli mi disse: “Ah, caro Mezzala, sono finite le Eccellenze ed i titoli”.
Ed io tosto a lui: “Anzi vi dico che ritorneranno; mi do l’onore di chiamarvi Principe, ed Eccellenza vi titolo; credetemi pure che così sarà per l’avvenire”.
Ed egli: “Voi con quale ragione parlate cosi?”.
Io allora: “Signor Principe, come, non bilanciate [mettete a confronto] la condotta de’ francesi col disgusto dei popoli? Come, non sentite le resistenze che li [gli] si fanno? E vi pare che il Direttorio napoletano sia bene appoggiato dalle sue Guardie nazionali?
Contansi [si contano] centomila affiliati, ma non contansi quattro milioni e mezzo di malcontenti della ineseguibile novità.
Io veggo [vedo] con gli occhi che il francesismo [la voglia rivoluzionaria] conta con sé la gente più debole e più viziosa, poiché è composta di: (a) frati, preti, donne, giovani e vecchi scostumatissimi; (b) di pochi dotti, inimici [nemici] della guerra, e che la debbono fare a forza.
All’incontro [Al contrario] la nazione, formata col Re, cerca e vuole il Re, come lo cerco ancor io e Vostra Eccellenza”.
Quindi proseguii: “Dunque, se è così, com’è possibile che li francesi pensino di dominare una nazione che li odia più che i brabanzoni [gli abitanti del Brabante, in Belgio] odiavano li spagnuoli? E pure la Monarchia di Spagna li combatté per 40 anni, ed alla fine perdette quella piccola provincia; onde, state lieto signor Principe, che sarete [di nuovo] un Principe, ed io avrò il contento [la soddisfazione] di dire a Vostra Eccellenza, che siete il mio Principe, e che il Re [Borbone] è il mio Re”.
Ed egli ridendo rispose: “Sia come voi dite, piaccia a Dio che sia così!”.
Si parlò quindi di altre cose, e presi licenza di ritirarmi. […]

Dopo Pasqua venne a risiedere qui [in Piedimonte] Don Giovanni Guida [Gian Battista Guidi], di Guardia [Sanframondi], in carattere di Commissario esecutivo, e stié [stette] a casa di sua sorella, Donna Virgilia, moglie di Don Giuseppe Onoratelli-, in Sepicciano-, buon galantuomo e di placidi costumi; ivi ci era il canonico Don Filippo Onoratelli che, o per elezione o per finzione, cassò in Santa Maria Maggiore il nome del Re [Borbone] dalla colletta [uno dei riti d’introduzione della santa messa] e dalle preci [preghiere].

Nei principi di marzo vi era giunto qui [in Piedimonte] il nostro paesano-, indigenato in Francia fin dal 1766-, Don Ercole d’Agnese-, fratello germano di Don Giuseppe, amicissimo costui del Re [Borbone]-, primario cittadino dopo il barone [ ovvero, il principe Onorato Gaetani, e, in senso lato l’intera famiglia Gaetani, feudataria di Piedimonte e dintorni].
Ercole [d’Agnese] faceva là [in Francia] il mercadante [il mercante], e fu detto che venne in Napoli fin da l’anno 1798 a trattarvi la Rivoluzione, dimorando a casa de’ negozianti Piatti, di nascosto.
Qui [a Piedimonte] si disse che era fuggito di Francia per un fallimento di 7 milioni [di franchi], che doveva alla nazione per causa degli appalti degli Ospedali militari, che esso aveva presi.
Il fatto si fu che qui [a Piedimonte] giunto, [Ercole d’Agnese] volle in ogni conto [a tutti i costi] che si fosse organizzata la Truppa civica [Guardia nazionale], [cosa] che pur rimase sospesa.
E poiché tutta la città li [gli, ad Ercole d’Agnese] fé [fece] visita, convenne anche a me-, che un tempo mi fu amico-, di farli [fargli] visita.
Ci entrai in discorso e li [gli] dissi che in Francia non avrebbe avuto luogo più la pubblicata democrazia, ma o una Monarchia [tout court, presumibilmente assoluta] o una monarchica e aristocratica Polizia [un governo dittatoriale], poiché il Direttorio si aveva [s’era] messo in mano il dominio, che esercitava con governo militare.
Tuttavia questo [governo militare] non poteva essere durevole, perché in breve la vastità della Francia, il numero e la volubilità de’ francesi non potevano promettere un durevole governo repubblicano; ed egli [Ercole d’Agnese] me lo confermò, dicendomi che già in Francia la plebe si era sottomessa, ed ove vi fosse chi credeva di essere [membro] del Popolo sovrano era fucilato, conchiudendo così:
“Noi [nel Regno di Napoli] non ammettiamo birboni nel dominio [governo], [i popolani] ci àn [hanno] prestata la forza, che si è avuta l’accortezza di presto levargliela”.
Quindi entrammo in discorso di religione, e il [lo] trovai poco meno di un ateo.
Tornò in Napoli, dove fu eletto Presidente del Direttorio esecutivo, nel quale stié [stette] fino al 13 giugno [1799], ossia sino alla ripresa [borbonica] di Napoli.
Nondimeno egli [Ercole d’Agnese] ci fu qui [a Piedimonte] nel mese di maggio [1799], ma io non ci trattai; voleva egli che io fossi eletto giudice civile, o di polizia, ma siccome per tre volte avevo ricusato le cariche, così il di lui [del d’Agnese] fratello Don Filippo ne’l [lo] dissuase, allegandoli [allegandogli] la mia malsania ed avversione agli uffici [pubblici].
[Ercole d’Agnese] Ritornò in Napoli, e mandò qui [a Piedimonte] per la Truppa civica [Guardia nazionale] cento fucili e munizioni corrispondenti, mentre io me ne stavo in Santa Maria Occorrevole.
Egli [Ercole d’Agnese] finalmente, per lo spazio di tre mesi che fu Presidente del Direttorio napoletano [della Repubblica napoletana], si accumulò circa un mezzo milione [di ducati] tra gioie e [denaro] contante, dacché [poiché] la mattina del possesso [cioè l’assunzione della carica], li [gli] fu regalata dalla Deputazione [cioè il medesimo organo collegiale, il Direttorio] una ciappetta [fermaglio] per cappello del valore di ottomila scudi.
E si assicura che [Ercole d’Agnese] avesse fatto acquisto delle gioie della Regina [Maria Carolina d’Asburgo-Lorena,moglie di Ferdinando IV di Napoli]; acquisto imprudente, perché se era uomo di riflessione, doveva prevedere che la Repubblica napoletana era un fantasma che doveva tosto svanire, sentendo che tutta la nazione dava la caccia alli francesi ed alli giacobini, onde poi li [gli, ad Ercole d’Agnese] avvenne quel che mai si figurò [cioè fu giustiziato].

Ritornò qui [a Piedimonte] il Commissario dipartimentale, [il] monaco celestino Vincenzo Battiloro, ed avendo dimessa [deposto] la seconda municipalità [amministrazione comunale] voleva crear la terza, essendosi già questa città [Piedimonte] dichiarata capoluogo di un Cantone di 17 comuni-, cioè: Piedimonte, Vallata, San Gregorio, Castello, San Potito, Gioia, Calvisi, Favicchia [Faicchio], San Lorenzo [San Lorenzello], il casale di San Salvatore [San Salvatore Telesino], Pietraroja, Cusano e Civitella [Licinio], Alife, Sant’Angiolo [Sant’Angelo d’Alife], Raviscanina, Ailano e Prata [Prata e Pratella erano unite in un solo comune]-, [un comprensorio] che contava 26540 anime.
Nella quale [municipalità] [Don Vincenzo Battiloro] voleva che io avessi a forza fatto da giudice civile, o di polizia, perché il popolo mi voleva in tal carica. Quindi costui [Battiloro], suggerito dal [Federico] Torti, voleva che io fossi giudice civile, o in altra carica, ed anche Presidente; mi propose, finalmente, che io avessi fatto da Segretario del Cantone, ma dopo le ricuse verbali, li [gli] recai le fedi di mal cronico, firmate da tre medici, e così sfuggii a quest’assalto.
Ma queste ricuse, e l’aver io continuamente sparlato del nuovo Governo [municipale], e l’aver dissuaso alcuni amici di accettar cariche, ed avendo maneggiato per non far organizzar la Truppa civica [la Guardia nazionale], mi produssero dei sospetti, per cui fui denunciato alla polizia per controrivoluzionario, per complottante e reo di Stato, nel dì 17 maggio [1799], nel qual giorno mi fu avvisato da Don Francesco Conti, avanti cui [davanti al quale] successe [fu presentata] la denuncia.
Ma il giudice Don Filippo d’Agnese, in mani di cui fu fatta [nelle cui mani la denuncia finì], essendomi amicissimo-, ed occulto vero realista-, incontratomi nel segreto da lì a tre giorni, per non rattristarmi mi negò tal fatto, e soggiunse:
“Ti pare che io avrìa [avrei] proceduto a farti un danno? L’avrìa piuttosto fatto a me. Del resto ti prego in questi tempi a chiuder gli orecchi e la bocca. Oggi bisogna tacere. Vedi come fò [faccio] io. Io ho accettato quest’officio per far qualche bene alli paesani.
Del rimanente io mi vedo l’uomo più imbrogliato del mondo, eppure la fingo [faccio finta di essere repubblicano e che tutto vada bene, alla grande]. Statti allegramente, ma zitto”.

Io [l’Autore, Vincenzo Mezzala] veramente ero reo, ma occulto, di modo che il nome di rivoluzionario mi conveniva [era appropriato a me], poiché fino dalla fine di febbraio avevo cominciato ad ispirare una congiura, e la tirai [la disegnai, l’architettai] nel seguente modo.
Il Governatore locale, Don Gaetano Lombardi, di Campochiaro, avendo veduta stabilita la Municipalità [l’amministrazione comunale], voleva rimpatriare [tornare nel comune della propria residenza].
Io lo pregai ad aver pazienza, perché di sicuro egli riassumeva [avrebbe ripreso] il Governo [municipale] [e il controllo della situazione].
Ed avendoli [avendogli] fatto avvertir [acquistare coscienza delle] le insorgenze de’ popoli per le provincie [napoletane] contro i francesi, e il terrorismo di costoro-, a fronte del placido Governo monarchico [borbonico]-, li [gli] predissi che il nuovo sistema [d’importazione francese] non poteva tra i regnicoli aver luogo, anche per l’antipatia della nostra nazione al [verso il] francese, in fuor del [all’infuori dello] zerbinismo giacobino, che fondava le risorse de’ suoi capricci nel creduto (ma falso) libertinaggio, figurato dalla novità.
Pensai che ancor noi saremmo insorti […] ed, andando insieme a camminare un giorno [Vincenzo Mezzala e Gaetano Lombardi], ci si unirono il prete Don Domenico Burgo, Don Francesco Conti, Don Domenico Conti, Don Raffaele di Tommaso, Don Giovanni Battista Giorgio, e proposi a costoro il mio pensiero [controrivoluzionario], sul quale il Burgo ci disse che la gente ci era ben disposta, e che a lui bastava l’animo [aveva il coraggio] di invitare li roccolani [gli abitanti di Roccamonfina] ancora, che già erano in campagna, ma a modo di ladri ed assassini.

Prese vigore il progetto e si accostò al partito il medico Don Pasquale de Carolis. Sicché ogni giorno per quella strada complottavasi [si cospirava] la congiura per la [contro]rivoluzione. Al principio di maggio erano pronti solo in Piedimonte seicento uomini. Sicché si agì per li casali ancora; e quasi cominciava l’affare [la cospirazione] a trapelare, perché-, nel caso della mia denuncia-, il Burgo parlò che se alcun di noi era toccato [fosse stato preso], vi sarìa stato gran [spargimento di] sangue.

Nondimeno il nostro fatto andiede [andò] così. Risoluto io di allontanarmi da qui, nel dì 23 [maggio] stabilii salirmene sopra Santa Maria Occorrevole, tanto più perché essendo giunto [in Piedimonte] il nuovo Commissario Ignazio Falconieri il giorno precedente, il [Federico] Torti ricominciò a tentarmi di assumere [gli] offici [pubblici] colla seguente espressione:
“Accettalo per un giorno, e tanto basta!”.
Infatti, tanto bastava a tirarmi sopra [addosso] una reità di Stato [un tradimento verso la dinastia borbonica, punibile con la morte].
Ma io dissi [a Federico Torti]: “Perché non il [lo] fate voi, che ambite per l’onor della vostra famiglia? Dacché [Poiché] io-, il [lo] sapete voi-, ho cessato, per li miei mali [acciacchi], anche di far la professione”.
Egli [Federico Torti] mi invitò, per la mattina seguente, in casa sua, dove sarebbe andato a pranzo il Falconieri, amicissimo suo, che poi non vi andò, come seppi.
Sicché mi affrettai, anche per questo motivo, di nascondermi per qualche giorno; onde, in quel dì [24 maggio], mentre mi avviai, sull’atrio [sagrato] di San Rocco trovai Don Filippo Perrone, il quale mi disse: “Dove vai?”.
Ed io a lui: “Sul monte [a Santa Maria Occorrevole”.
Ed egli, in segreto: “Fai bene, perché ieri sera fosti denunziato per capo [contro]rivoluzionario, e realista spietato, a [Ignazio] Falconieri e, con te, Antonio Baroni, Don Francesco di Tommaso e la sua famiglia; ma tutti statevi allegramente, perché Falconieri, avendo a’ denuncianti domandato se voi avevate sollevato il popolo, sparse [distribuito] armi o denaro, quelli dissero di no; e, se è così-, disseli [disse loro] Falconieri-, questi son genialisti [simpatizzanti e/o favorevoli] e non [contro]rivoluzionari, e li mandò via”.

Ma io, che avevo saputo il terrorismo del Falconieri, sallo [lo sa] Iddio come la sentii [la paura dei essere catturato], e me ne salii [a Santa Maria Occorrevole] sbalordito, tanto più che li denuncianti da me niuna [nessuna] offesa avevano ricevuta.
Lassù [in Santa Maria Occorrevole], ritiratasi [con me] pur mia moglie, nel dì 1° giugno, stando in riposo io nella mia stanzetta al convento, alle ore 19 [le due pomeridiane, circa] fu picchiato alla mia porta dal Padre guardiano, Frate Damaso di San Pasquale.
Saltai dal letto ed aprii; trovai all’uscio due cusanari [abitanti di Cusano Mutri], Domenico Fiore e Panfilo Candidi, armati di tutto punto e preventivamente istruiti da mia moglie.
Mi dissero che essi volevano realizzare [far tornare al legittimo Re, ovvero Ferdinando IV di Borbone] Piedimonte, stando 400 compagni [uomini in armi] nel luogo del Calvaruso [sui monti, tra Piedimonte e Cusano Mutri].
Io, col Padre guardiano [Frate Damaso di San Pasquale], li frenai, stante che-, essendo stata organizzata la Guardia civica e situate le sentinelle per tutte le entrate della città [di Piedimonte]-, passavano [correvano] rischio.
Nondimeno concertai così la nostra controrivoluzione, cioè che sul momento che si sollevava [si fosse sollevata] la città [di Piedimonte], si passerebbe [si sarebbe passato] l’avviso a Cusano [Mutri] ed in Cerreto, acciò [i controrivoluzionari] fossero accorsi da due punti, cioè da monte e dal piano, e convenni che:
1) Cusano [Mutri] ci avrebbe soccorso con 700 uomini.
2) Non si sarebbe attentato alla vita, né all’onore, né alla proprietà de’ cittadini.
3) Essendovi giacobini veri o sospetti si sarebbero arrestati, per consegnarli a’ legittimi magistrati.

Si seppe per la città [di Piedimonte] questo fatto, onde si pose in allarme; e la mattina del 2 accadde un bellissimo fatto.
Scendevano per la montagna sette persone di Campochiaro, e la mia serva, per la festività di San Marcellino.
Credettero li piedimontesi ch’era un’avanguardia di cusanari [abitanti di Cusano Mutri]; ecco che svegliossi [accadde] un parapiglia, un serra serra, per cui andié [andò] in aria il Mercato [piazza Mercato] e turbossi [si sconquassò] la festa.
La milizia [la Guardia nazionale e quella civica] gittando l’armi fuggì via, mostrando la disposizione del cuore al nuovo Governo [repubblicano].
Li cusanari [gli abitanti di Cusano Mutri] intanto fremevano, perché li nostri comandanti [realisti e controrivoluzionari] minacciavano quel paese di sacco e d’incendio per aver tagliato l’arbore [l’albero della libertà], per cui, quando convenni [apprestai] la lega [tra i cospiratori di Piedimonte e Cusano] mi feci responsabile che-, ancorché fosse venuto un distaccamento di francesi per unirsi alli nostri [soldati] a danno di Cusano-, io avrei fatto rivoltar le armi dai nostri contro i francesi sullo stretto della montagna.

Con questa intelligenza dunque partironsi [se ne andarono] li due cusanari [Domenico Fiore e Panfilo Candidi] nel dì 1° giugno. Nel dì 3 discesi in città [a Piedimonte] e ci osservai un silenzioso trattamento [una placido modo di fare].
Volendo [Apprestandomi io a] risalire [a Santa Maria Occorrevole], [intravidi che] giunse per la via di Matese un ordine alla Municipalità [l’amministrazione comunale di Piedimonte] di approntar l’alloggio per seicento uomini, che da quella parte scendevano. Compresi subito che questa era gente fuggitiva e disfatta dagli insorgenti. Come [effettivamente] fu, perché infatti vi pervenne [in Piedimonte] perseguitata dalle masse [raggruppamenti di controrivoluzionari] di Guardiaregia e Campochiaro.

Non erano però più di 300, tra uomini e donne, che scappavano da Campobasso, inseguiti-, come ho detto-, e per il più giacobini di Contado di Molise-, con pochi dragoni polacchi-, che fuggivano con le di loro ricchezze per ritirarsi in Capua, sentendosi approssimare le masse de’ popoli sollevati per tutte le provincie, dalle quali si faceva orribile scempio delli giacobini, di loro famiglie ed averi, con inaudite ladronesche crudeltà.
Stiede [stette] quell’orda di ricchi fuggitivi in parte la notte qui [a Piedimonte], poiché la metà volle partir la stessa sera per timor di esserle tagliata la ritirata dalle masse [controrivoluzionarie] della nostra provincia [di Terra di Lavoro], che a un certo modo tenevano bloccata Capua, mentre il famoso capo insorgente Michele Pezza [Fra Diavolo], con trecento compagni, faceva strage de’ francesi e patrioti [rivoluzionari napoletani] sul cammino per la via da Fondi a Roma.

a cura di Armando Pepe

fonte

http://www.storiadellacampania.it/il-saccheggio-di-piedimonte-nel-1799#toc8

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.