Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Il Trattato di Tolentino (1797)

Posted by on Mag 7, 2019

Il Trattato di Tolentino (1797)

h1. Le ragioni della Campagna d’Italia

Gli scopi della Campagna d’Italia, iniziata dalla Repubblica Fran­cese — nata dalla Rivoluzione del 1789 — nell’aprile del 1796 e guidata da Napo­leone Bonaparte (1769-1821), possono rias­su­mersi così: accapar­rare quanto più possibile denaro, opere d’arte, generi alimentari, animali e armi attraverso furti e contri­buzioni forzate; oc­cupare territori da scambiare al mo­men­to del­le tratta­tive con l’Im­pero asburgico. La cessione all’Austria della Repubblica di Vene­zia con il Trat­tato di Campoformio (Udine), del 17 ot­tobre 1797, costituisce l’esempio più noto di tale inten­zio­ne. La Francia del Direttorio si trovava in una drammatica situa­zione e­conomica e fi­nanziaria. «Il tesoro nazio­nale era com­ple­tamente vuoto, non c’era un soldo», scrive nelle sue Mémoires uno dei cinque direttori, Louis Marie de la Re­vellière-Lépeaux (1753-1824), e in una lettera al commis­sario del Direttorio presso l’e­sercito in Ita­lia, Antoine Christophe Sa­li­ceti (1757-1809), os­ser­va: «Con le vostre baionette voi tro­vate più de­naro di noi con tutte le nostre leggi finanziarie». La ricca cor­ri­spon­denza del Di­rettorio con Bonaparte non lascia dubbi su quanto fosse pe­ren­to­rio l’ordine di rapina: «Le vostre spe­dizioni verso il sud d’Italia de­vono essere vive e rapide: le risorse im­mense che troverete sa­ranno spedite senza ritardo in Francia». Gli storici hanno os­ser­vato che finanziariamente gli invii di Bo­na­parte dal­l’I­talia co­stituirono un aiuto notevole per le casse pub­bli­che francesi.

2. L’armistizio di Bologna

La Campagna d’Italia, che si svolge fra il 1796 e il 1797, per la mag­gior parte nelle regioni settentrionali, contro l’esercito im­pe­ria­le, co­nosce due tappe nel­lo Stato pontificio. Da Parigi il Di­ret­torio invita più volte il ge­ne­rale còrso, impegnato in Lombardia, a mar­ciare verso i territori pontifici per ottenere nuove contribu­zioni. Le difficoltà a com­piere quanto desidera il governo pari­gino de­ri­va­no a Napoleone da più fattori: la scarsezza di uomini — entra in Italia con circa 40mila soldati male equipaggiati a cui promette le ric­chezze del­le città della Penisola —, la precarietà delle vittorie sul­l’esercito imperiale — non bisogna pensare alla campa­gna na­po­leonica co­me a una marcia trionfale — e le difficoltà a te­nere sotto con­trol­lo il territorio occupato a causa delle insorgenze, al punto che si teme una nuova Vandea in Italia. 

La prima incursione nel terri­torio pon­ti­ficio è realizzata con l’in­gan­no: infatti, nonostante le trattative in corso fra il commissario del Direttorio nell’esercito in Italia e l’in­ca­ri­cato del governo pon­ti­ficio, Bonaparte ordina di mar­ciare su Bologna, che viene pre­sa il 19 giugno 1796. Le autorità pon­ti­fi­cie evitano o­gni atteg­gia­mento d’ostilità, cercando d’im­pe­dire an­che la rea­zione popo­la­re, che però non manca. Il 23 giu­gno 1796 viene fir­mato a Bolo­gna l’armistizio fra Napoleone e i rap­pre­sen­tan­ti del Pontefice: le Le­gazioni Pontificie di Bologna e di Ferrara pas­sano alla Francia e Ancona è posta sotto il con­trollo mi­li­tare del­l’e­sercito oltre­mon­ta­no; al Papa vengono im­po­ste con­tri­bu­zioni in o­pe­re d’arte — cento tavole, busti, vasi e statue, cinquecento manoscritti —, in de­naro — ventuno mi­lioni di lire, di cui quindici in lingotti d’o­ro e d’ar­gen­to —, in der­rate e in ani­mali. Nei giorni suc­ces­sivi si ve­rificano sollevazioni popo­lari in molte località della Ro­magna contro le requisizioni e l’atteg­gia­mento anti-religioso dei francesi: il caso più noto è quello di Lugo (Ravenna), del luglio del 1796. 

3. I negoziati di Parigi e di Firenze

Nel luglio del 1796 ini­ziano a Parigi i negoziati fra la Sede A­postolica e la Repubblica Francese per una pace definitiva. Le trat­tative si presentano su­bito difficili perché il governo parigino chie­de al Papa di revocare e di sconfessare i documenti relativi alla Francia, e in particolare la condanna della Costituzione Civile del Clero, del 12 luglio 1790: richieste inaccettabili per Roma, dal momento che toc­cavano questioni religiose. Le trattative, rotte dal Di­ret­to­rio, ri­prendono a Firenze in settembre, ma lo scoglio rimane. Era opi­nio­ne diffusa che il Direttorio volesse prendere tempo, sperando in una imminente conquista di Roma a opera di Bonaparte, al fine di ottenere nuovi contributi per continuare la guerra e per co­strin­ge­re il Papa alle condi­zioni ricordate. Nelle trattative emerge la fermez­za di Papa Pio VI (1775-1799) di fronte alle richieste fran­cesi: «nel periodo più tragico» — nota lo storico Giustino Filippone — mani­fe­sta «le migliori doti del suo carattere», tanto da apparire «un personaggio nuovo, di rin­novato prestigio».

4. Il Trattato di Tolentino

La rottura delle trattative, il mancato rispetto dell’armistizio di Bologna, i sospetti di una prossima conquista delle terre pon­ti­fi­cie, inducono il governo ro­mano, fra la fine del 1796 e l’inizio del 1797, a dar vita a un esercito di difesa. Bonaparte, impegnato nel­l’assedio di Mantova, difesa dall’esercito imperiale, può dedi­carsi a nuove inizia­tive belliche nell’Italia Centrale solo dopo la caduta di quella città, il 1° febbraio 1797. Il giorno successivo le truppe fran­cesi e cisalpine sconfiggono quelle pontificie nella battaglia del fiu­me Senio, nei pressi di Fa­enza (Ravenna). Sul com­por­ta­mento dei pontifici lo stesso Filippone osser­va che «si rise […] per molto tempo sulla re­sistenza dell’esercito pontificio e forse troppo, e con non molta ra­gione». Rapida­men­te i francesi oc­cu­pano le principali città costiere delle Marche, arrivando fino al territorio di Fermo: Bonaparte de­si­derava rag­giungere un frut­tuoso accordo e realiz­zare rapine e re­qui­sizioni che gli garan­tis­sero denaro, armi, vet­to­vaglie per proseguire a nord lo scontro con l’esercito imperiale.

Domenica 19 febbraio 1797 a Tolentino, presso Macerata, vie­ne fir­mato l’omonimo trattato da Bonaparte, co­man­dante del­l’ar­mata francese in Italia, e da François Cacault (1742-1805), am­basciatore francese a Roma, per la Francia, e da mons. Ales­sandro Mattei, ar­ci­vescovo di Ferrara (1744-1820), da mons. Lo­renzo Ca­leppi (1741-1817), dal nipo­te del Papa duca Luigi Bra­schi Onesti (1745-1816) e dal marchese Camillo Massimo (1730-1801), ple­ni­po­ten­­zia­ri del Pon­te­fice Pio VI (1775-1799). Il trattato è com­posto di venticinque ar­ti­coli: i pri­­mi cinque ri­guardano i rapporti fra Ro­ma e Parigi, per cui la prima non doveva sostenere le po­tenze eu­ropee in guerra contro la Fran­cia, doveva aprire i porti del­lo Stato alle navi fran­cesi e doveva scio­­gliere l’e­sercito. Gli ar­ti­coli dal 6 al 9 stabi­li­scono la perdita da par­te del Pa­pa dei territori di Avi­gnone, in Francia, e del­le Le­gazioni di Bo­­­lo­­gna, di Fer­rara e della Ro­magna, già oc­cu­pate dai francesi nel giu­­­gno del 1796. Gli ar­ti­co­li dal 10 al 13 ri­guardano invece le contri­bu­zioni dovute dal go­verno pon­tificio alla Francia: quindici milioni di li­­re tornesi — dieci in contanti, cinque in dia­manti — per estinguere quanto il Papa doveva in base al­l’ar­mi­stizio di Bologna; a essi si aggiun­ge­vano altri quindici mi­lioni della stessa moneta da versare entro l’aprile del 1797; ottocento ca­val­li da guerra e ottocento da tiro, buoi, bufali e og­getti non pre­ci­sa­ti; infine, si conferma l’articolo 8 dell’armistizio di Bo­­lo­­gna rela­tivo ai ma­noscritti e agli oggetti d’arte. Gli altri arti­coli fis­­sano sia i tempi dell’evacuazione dei francesi dalle Marche in re­­­la­­zio­ne ai pa­ga­menti stabiliti, sia altri aspetti parti­colari dei rap­­­por­­ti tra Francia e Stato pontificio. L’importanza del trattato di To­len­­tino consiste soprattutto nel costituire il modello per le requi­si­­­zio­­ni artistiche im­poste nelle successive conquiste.

5. I limiti del Trattato

Nel trattato non si fa riferimento a questioni religiose. Sarebbe improprio dedurne un atteggiamento meno ideologico da parte di Bonaparte rispetto a quello del Diret­torio, il quale più volte in­vi­ta il generale a conquistare Roma. Ecco un saggio delle lette­re che al generale proveni­vano da Pa­rigi: «[…] nel portare atten­zio­ne su tutti gli ostacoli che si oppon­gono all’affermazione del­la Costituzione francese, il Di­rettorio ha compreso che il culto ro­mano è quello di cui i ne­mici della li­bertà possono fare fra qual­che tempo l’uso più dan­noso […] la re­ligione romana sarà sem­pre la nemica incon­ci­liabile della Re­pubblica»; quindi, per affer­mare la repubblica, era neces­sario «distruggere […], se è pos­si­bi­le, il centro di unità della Chiesa ro­mana; ed è a voi, che avete saputo riunire fino a oggi le qua­lità più distinte del ge­ne­rale e quelle del politico preclaro, re­a­liz­zare questo voto, se lo giudi­cate attuabile»: o ponendo Roma sotto un’altra potenza o, pre­fe­ribilmente, stabi­lendo un nuovo go­verno e costringendo il Papa all’esilio. Bonaparte però sa di non a­vere uomini sufficienti per l’im­presa, teme le insor­genze, che infatti si verificano in feb­braio nelle Marche, ritie­ne possibile una riconquista imperiale di Man­tova. Per questo il trattato doveva essere firmato rapi­da­men­te, senza le lunghe di­scussioni che le questioni religiose, inac­cet­tabili per il Papa, pote­vano suscitare. Come spiega al gover­no parigino, Bo­naparte riesce a ottenere il massimo possibile e so­prattutto a in­debolire Roma — privata di Bologna, di Ferrara, delle Romagne e di An­cona e depau­perata dalle richieste del Trattato —, in mo­do tale che sarebbe stato possibile in seguito la conquista.

6. La «veloce ed opulenta rapina»

Commentando il trattato di Tolentino lo scrittore lombardo, di for­mazione illumi­nistica, Alessandro Verri (­1741-1816) — fratello del più noto fratello Pietro (1728-1797) —, scrive che esso diede il via a una «veloce ed opulenta rapina». Alla fi­ne di luglio del 1796 i commissari francesi incaricati di se­le­zio­nare le opere d’arte e i manoscritti in base all’armistizio di Bo­lo­gna giungono a Roma; la commissione era presieduta dal ma­te­matico Gaspar Mon­ge (1746-1818). Interrotte le operazioni a partire dal settembre del 1796, i commissari tornano nella ca­pi­ta­le della cristianità all’indo­mani del trattato di Tolentino. A capo della cleptocrazia rivolu­zio­naria era la compagnia dell’ex banchiere svizzero Rudolf Emmanuel von Haller (1747-1833) — zio del famoso studioso e polemista contro-rivoluzionario Karl Ludwig (1768-1854) — in­ca­ri­cata dei finanziamenti del­l’ar­mata d’Italia, intorno alla quale si dà vi­ta a una note­vole specu­la­zione. Non mancano azioni di pro­testa e di resi­stenza all’attività dei commissari francesi a Roma di se­le­zione e di invio in Francia delle opere d’arte. Alcuni in­tel­lettuali, pur con­trari al governo pontificio, realizzano una mis­sione a Pa­rigi in difesa del patrimonio artistico italiano; ben cin­quanta ar­ti­sti fran­cesi scrivono una petizione al Direttorio contro la spo­lia­zione di Roma e dell’Italia. Anche la po­polazione ma­ni­festa ir­ri­tazione per l’asportazione di opere d’arte unanimemente amate e am­mirate, come l’Apollo del Belvedere, che viene so­sti­tuito dalla statua Meditazione da Antonio Canova (1757-1822), ribat­tez­zata dai romani Consolazione. L’ambasciatore francese a Roma Ca­cault così rappresentava al ministro degli Esteri Charles Dela­croix (1741-1805) il sen­timento dei romani a motivo della par­tenza delle opere d’arte: «[…] porterà grande angustia nei cuori del popolo di Roma, e di tutta l’Italia, dove ognuno è gran­de­mente attaccato a questi monu­menti». Lo stesso governo pon­ti­fi­cio, che collabora con i commis­sari, li deve difendere da attentati da parte di ele­menti del popolo. Si ricordano manifestazioni an­che ag­gressive contro i francesi da parte di popolani trasteverini a causa delle re­quisizioni artisti­che. Importanti codici rimangono a Ro­ma gra­zie al nascondi­mento da parte di archivisti. L’ultimo con­voglio carico di opere d’arte e di manoscritti parte da Roma per Parigi il 4 luglio 1797. Fra i mo­tivi delle insorgenze italiane — le solle­vazioni po­po­lari contro l’occupazione francese e le re­pubbliche giacobine che im­ponevano modelli politici estranei al­la tradi­zio­nale vita civile e religiosa dei popoli della penisola — non va trascurata la difesa del patrimonio artistico preda dei ri­volu­zio­nari invasori. Il 15 febbraio 1798 l’eser­cito francese, co­mandato da Louis Alexandre Berthier (1753-1815), che era fra l’altro te­so­rie­re della spedizione d’In­ghil­terra, occupa Roma e vi pro­cla­ma la Repubblica; il Papa la­scia la città il 20 febbraio e muore esule a Valence in Francia il 29 agosto 1799. A un anno dal trattato di To­lentino i progetti di conquista del Diret­torio si realizzano: il dre­naggio fi­nanziario coinvolge tutte le terre dello Stato pon­ti­fi­cio tra­sfor­ma­to in Repubblica Romana. Nu­merosi carri carichi di o­pere d’arte ricominciano ad affluire a Parigi da Roma nel 1798.

Sandro Petrucci (1959-2017)
fonte https://alleanzacattolica.org/il-trattato-di-tolentino-1797/

Per approfondire: Marco Albera. «Napoleone e la nascita del Louvre», in Cristianità, anno XXV, n. 261-262, gennaio-febbraio 1997, pp. 11-14; Giustino Filippone, Le relazioni tra lo Stato pontificio e la Francia rivoluzionaria. Storia diplomatica del trat­tato di Tolentino, 2 voll., Giuffrè, Milano 1961-1967; Sandro Pe­trucci, Insorgenti marchigiani. Il trattato di Tolentino e i moti an­ti­francesi del 1797, SICO, Macerata 1996; Idem, Qua­der­ni del Bi­cen­te­nario. Pubblicazione periodica per il Bicentenario del trat­tato di Tolentino (19 febbraio 1797), a cura del comune di To­len­tino, Pol­lenza (Macerata), nn. 1-3, 1995-1997; e Paul Wescher (1896-1974), I furti d’arte. Napoleone e la nascita del Louvre, trad. it., Einaudi, Torino 1988.

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.