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L’affare della collana

Posted by on Mag 27, 2022

L’affare della collana

 

«Maestà, il popolo non ha pane». «E allora mangi le brioches». Questo aneddoto, tanto falso quanto diffuso, contribuì a discreditare non solo la Regina di Francia Maria Antonietta, ma l’intera istituzione monarchica ed aristocratica. Tra le numerose calunnie artatamente sparse quella che maggiormente indebolì la monarchia francese fu il cosiddetto “affare della collana”, che meglio di tutti dimostra il ruolo della propaganda nel preparare l’esplosione della rivoluzione giacobina.

Paradossalmente, a due secoli di distanza, l’affaire dimostra non solo l’innocenza della Regina, ma la trasparenza del comportamento Re e la morigeratezza dei costumi della coppia regale.

Di cosa si trattò? D’una volgarissima truffa, sulla quale si potrebbe sorridere se le conseguenze non fossero state disastrose.

Siamo alla fine del Settecento e la Francia dell’Ancien Regime, nonostante la crisi economica in atto, è fortemente attaccata alla figura del Re. Per screditarlo, la propaganda decide di puntare i suoi strali sulla Regina, sottolineandone l’origine straniera (definita sprezzantemente “l’Austriaca”) e dipingendola come donna corrotta, fatua e disinteressata dei problemi del popolo francese, succuba della madre, l’Imperatrice Maria Teresa, con cui intrattiene una fitta corrispondenza.

In realtà la giovane Maria Antonietta (ha solo venti anni quando sale al trono), dotata di un cuore generoso, non si rende conto di come l’invidia dei cortigiani faccia montare un mare di calunnie contro di lei e non prende in considerazione neppure le menzogne che le giungono all’orecchio.

Quando, nel 1784, scoppia l’intrigo della collana, causato dalla maldestra ingenuità di un alto prelato, la propaganda ne approfitta al volo.

Tutto nasce dal desiderio del favore reale nutrito dal cinquantenne cardinale di Strasburgo, Luigi di Rohan, appartenente ad una antica famiglia bretone, preside della Sorbona e vescovo di Strasburgo, nonché Gran Cappellano di Francia. Venticinque anni prima costui era stato ambasciatore presso la corte di Vienna, dove aveva offeso l’Imperatrice ostentando lusso e ricchezza, nonché criticando il comportamento di Maria Teresa. Richiamato a Parigi alla morte di Luigi XV, era naturalmente inviso alla nuova Regina, Maria Antonietta, che non volle più dargli udienza, spingendo anche il Re ad ignorarlo. Rohan decise dunque di riconquistare ad ogni costo il favore della sovrana, ma la sua frustrata ambizione lo fece cader preda di un gruppo di avventurieri.

Il fulcro dell’intrigo è Jeanne de la Motte (1756-1791), nata da una decadutissima famiglia aristocratica che discendeva addirittura (anche se per via illegittima) da Enrico II. Il padre, Jacques de Valois-Saint-Rémy aveva annacquato il sangue reale dei Valois sposando una serva dissoluta, e Jeanne dopo aver mendicato in gioventù (si racconta che tendesse la mano ai passanti, mormorando in un fil di voce: «Abbiate pietà d’una povera orfanella nelle cui vene scorre il sangue dei Valois») era stata tolta dalla strada ed era riuscita a sposare un conte dalla dubbia nobiltà, Antoine-Nicolas de la Motte (1755-1831), riuscendo a farsi riconoscere il titolo di conti de la Motte Valois.

La donna aveva ricevuto dal padre un sangue nobile frustrato dalla decadenza e desideroso di rivalsa, dalla madre la dissolutezza che la rendeva pronta ad infrangere qualsiasi tipo di legge e di morale. Come quando, riuscita a farsi ricevere a Versailles, è protagonista di uno svenimento teatrale nel salotto della principessa Elisabetta, figlia di Luigi XV, che le assicura un appannaggio regale. Quando cerca di ripetere la stessa scena a beneficio di Maria Antonietta, il successo non le arride.

Comunque frequenta la corte e si spaccia per confidente della Regina: quando si rende conto del punto debole del Cardinale di Rohan, decide di raggirarlo, facendogli credere che Maria Antonietta la tratti addirittura da cugina, in quanto discendente dei Valois. Lo sciocco cardinale cade nella trappola, peraltro ben congegnata,e a cui non è estranea l’opera di convincimento messa in atto da un suo protetto, l’avventuriero siciliano Giuseppe Balsamo, sedicente Conte di Cagliostro, favorito del Cardinale, a cui aveva predetto ciò che tutti sapevano questi avrebbe voluto udire, vale a dire lunga vita, favolose ricchezze e soprattutto la sospirata riabilitazione agli occhi e nel cuore della Regina.

La fortuna aiuta spesso gli audaci e ancor più spesso gli sfrontati: la signora de la Motte incontra un giorno nel parco del Palazzo Reale una donna bella e giovane che somiglia moltissimo alla Regina. È una modista che si chiama Nicole Legnay. La Contessa fa in fretta a sfruttare l’ingenuità e la semplicità della sua nuova amica, che introduce nel bel mondo presentandola come baronessa d’Oliva. In cambio le chiede un semplice favore, peraltro ben remunerato, in nome della Regina: consegnare una rosa e una lettera nel giardino di Versailles a un signore che le bacerà la mano. Cosa importi alla Regina di un simile fatto stupisce la Legnay, ma la signora de la Motte riesce facilmente convincerla.

Naturalmente, il signore altri non è che il Cardinale, perfettamente ingannato dalla somiglianza nell’incontro, che avviene nella notte dell’11 agosto 1784 nel parco di Versailles. Da allora Rohan perde la testa e la signora de la Motte può permettersi di chiedergli ogni cosa; dopo avergli estorto numerose elargizioni (ufficialmente, sempre per terzi) gioca la carta della famosa – o meglio famigerata – collana.

Questa consisteva in una vistosissima composizione di sette diamanti grandi e ben 200 piccoli, realizzata dai gioiellieri di Parigi Böhmer e Bassenge, che per anni avevano collezionato pietre preziose con l’idea di venderle, dopo averle montate in un collier, alla contessa Du Barry, favorita di Luigi XV. Alla morte del Sovrano, nel 1774, avevano dovuto rinunciare, visto il costo esorbitante di 1.600.000 livres, pari a circa 500 kg d’oro, e la avevano proposta alla nuova Regina, la quale aveva rifiutato l’offerta, giudicandola eccessiva nelle richieste e rispondendo al marito, che pure sarebbe stato disposto a cercare di acquistarla: «Abbiamo più bisogno d’una nave che d’un gioiello» (era in corso la guerra di indipendenza americana, in cui la Francia appoggiava le Tredici Colonie).

Dieci anni dopo la scomparsa di Luigi XV, fallito anche il tentativo di vendere il collier alla Regina di Spagna, i due gioiellieri cercano ancora di proporlo a Maria Antonietta. Dopo un ulteriore rifiuto, hanno bisogno di qualche dama di corte che possa convincere la Regina, offrendo 1000 luigi per l’intermediazione. Qualcuno si rivolge allora a Jeanne de la Motte, che passa per essere intima della “cugina”. Non appena la Contessa viene a sapere di questo meraviglioso collier, fiuta immediatamente il colpo: si precipita dai due gioiellieri e sostiene che un gran signore acquisterà la collana. È il 24 gennaio 1784 quando il Cardinale di Rohan si reca da Böhmer e Bassenge, convinto dalla Contessa che la Regina desideri acquistare quel gioiello a insaputa del Re e a credito, ma essendo sprovvista della somma necessaria, abbia bisogno della sua intermediazione per tale affare. In verità la collana gli sembra pesante e massiccia, non consona al gusto raffinato di Maria Antonietta. Sarebbe indubbiamente andata meglio per la Du Barry, ma se la Regina la desidera, egli non può che obbedire.

L’affare vien concluso: 1.600.000 lire (una cifra altissima: che chi li paragona a 100 milioni di euro) da pagarsi in due anni a rate semestrali: il primo versamento di 400.000 lire da farsi entro il primo di agosto del 1785. Il gioiello gli verrà consegnato il primo di febbraio. Il Cardinale provvede a fissare per iscritto le condizioni suddette e le comunica alla Contessa perché vengano sottoposte alla Regina e ratificate da lei. Quando ciò avviene – naturalmente con firme false – il Cardinale è al colmo della felicità e, munito del gioiello, si reca a Versailles, consegnandolo a quello che gli viene fatto credere essere un inviato della Regina.

*          *          *

Giunta in possesso della collana, essendo impossibile sia sfoggiarla che trovare un acquirente, la Contessa decide di smembrarla e vendere separatamente i numerosi diamanti (il valore complessivo si aggirava sui 2.800 carati) tra Londra e Parigi. Ma quando, mesi dopo, i pagamenti non arrivano, i gioiellieri decidono di parlare con la Sovrana e vengono a scoprire l’amara verità: sono stati truffati perché nessuna collana è mai giunta alla Regina, la quale, però, nella sua innocenza non comprende quale piega avrebbe potuto prendere la situazione e non da seguito alla questione. I gioiellieri si rivolgono allora al Cardinale, che dal canto suo è sicuro di sé, essendo in possesso delle (false) lettere di Maria Antonietta, che crede di aver personalmente incontrato.

Passa qualche mese e dopo la denuncia formale il Re convoca un Consiglio di Stato, che propone l’arresto del Cardinale. È il 15 agosto 1785 e Rohan sta per officiare solennemente l’Assunzione nella cappella di Versailles: non riuscirà a celebrare messa, perché condotto alla Bastiglia, dopo aver chiamato in causa i suoi complici (o meglio i suoi truffatori) che lo raggiungeranno di lì a poco nella prigione parigina.

L’opinione pubblica è scossa ed infiammata dai numerosi memoriali pubblicati: gli avvocati, anziché prodursi in arringhe nelle aule dei tribunali, a quel tempo depositavano memoriali nelle cancellerie. In questo caso non perdono l’occasione di pubblicarli e diffonderli, per cui la difesa riesce a far sentire la propria voce molto più dell’accusa.

La Francia si spacca in due: da un lato i pochi fedeli di Maria Antonietta, dall’altro quasi tutta l’aristocrazia, tutto il clero e tutto il popolo. I mestatori individuano nel conflitto tra Regina e Cardinale una lotta micidiale ad entrambi: al trono e all’altare. Essi non esitano perciò a schierarsi con l’opposizione contro il governo, facendo circolare nel popolo odiose calunnie contro la Regina, diffondendo vignette e libelli infamanti, spingendo la popolazione contro Maria Antonietta.

La Regina è impotente, pur non avendo nulla da rimproverarsi; è buona e ha sempre amato la Francia, e quando la collana le è stata offerta la ha rifiutata per il bene dello Stato, dimostrando anche buon gusto: infatti definì il gioiello, troppo carico, «più una bardatura da cavallo che un collier per una dama». Eppure ora quasi tutta la Francia parteggia per il Cardinale e s’accanisce contro l’innocente e sventurata Sovrana.

Il seguitissimo processo di cui viene investito il Parlamento diventa un vero e proprio spettacolo: Jeanne de la Motte inizialmente si difende bene, scagionando la Regina ed indicando il Cardinale come mandante dell’operazione, poi si contraddice, quindi inizia ad insultare tutti i testimoni e termina con il suo pezzo forte, un teatrale svenimento che interrompe l’udienza. Di fronte alle sue evidenti calunnie, gli altri accusati fanno la figura degli innocenti perseguitati: la Legnay piange e commuove tutti per il suo candore di puerpera (rimanda l’ingresso in aula perché deve allattare il figlio); Cagliostro sa ammaliare l’uditorio e anche lo spento Cardinale Rohan passa non come lo sciocco incauto che era stato, ma come la vittima della durezza della Regina e di un Re succubo della “Austriaca”, venendo addirittura paragonato a S. Paolo perseguitato da Nerone; mentre l’unica verità detta dalla Contessa, l’estraneità di Maria Antonietta, viene interpretata come un segno evidente della complicità tra le due donne.

Quando, udite tutte le testimonianze, gli imputati tornano alla Bastiglia, il Cardinale e Cagliostro vengono acclamati della folla: è chiaro che se l’indomani essi verranno condannati scoppierà un tumulto.

Il giorno dopo, 31 maggio 1786, fin dalle cinque del mattino il tribunale e le vie adiacenti rigurgitano di folla, mentre i membri delle potenti famiglie imparentate con Rohan si accalcano alle porte del tribunale, vistosamente vestiti a lutto. Alle sei inizia il dibattimento che dura fino alle dieci di sera.

I 50 magistrati riconoscono colpevole la Contessa, che condannano alla fustigazione, al marchio d’infamia, all’ergastolo ed alla confisca di tutti i beni. Il marito, rifugiato in Inghilterra, viene condannato all’ergastolo in contumacia, mentre la signora Legnay riceve una semplice nota di biasimo per essersi sostituita alla Regina. Cagliostro viene assolto con formula piena.

Per il cardinale, il procuratore chiede che presenti le sue scuse ai Sovrani, rinunci alla porpora, distribuisca i propri averi ai poveri e si tenga per sempre lontano dalle residenze reali; ma il decano della Corte si pronuncia invece in favore dell’assoluzione piena ed esclama a gran voce: «Da quando il Parlamento si lascia influenzare dalle pressioni della Corte?», scatenando un vero e proprio tumulto.

Dal canto suo, il Primo Presidente, pur accettando il punto di vista del procuratore, per non sembrare prono alla Corte non prende la parola. Di conseguenza non esercita la propria influenza sui colleghi indecisi e il Cardinale viene clamorosamente prosciolto da ogni accusa, con 28 voti contro 22.

Per gli assolti fu una giornata di vero trionfo. Scrive lo storico Frantz Funck-Brentano, autore di una documentatissima monografia sull’affare della collana: «Nessuna vittoria, nessun fausto evento della nazione avevano mai suscitato tanto giubilo popolare».

Rohan innocente significava colpevolizzare la Corte. Il Re e la Regina ne uscivano offesi e umiliati. Maria Antonietta aveva la netta sensazione che il popolo, anziché festeggiare la liberazione del Porporato, inneggiasse alla sua disfatta di Sovrana.

Restava ancora uno sbaglio da commettere, e il Re lo commise. Dopo aver fatto arrestare il Cardinale coram populo a Versailles; dopo essersi rivolto al Parlamento, notoriamente avverso al potere regale, anziché soffocare lo scandalo; a sentenza emessa, invece di far buon viso a cattiva sorte e compiacersi dell’innocenza del Cardinale, decise di amplificare la propria fama di persecutore intimando al porporato di dimettersi da tutte le cariche a Corte e di andare in esilio in Alvernia, confermando la propria fama di tiranno con il bando a Cagliostro. Dette insomma l’apparenza di assecondare il desiderio di vendetta della Regina, dopo che la giustizia aveva trionfato…

Anche la punizione della Contessa beneficiò della simpatia popolare: percossa a sangue e bollata a fuoco, la donna svenne, questa volta per davvero, ma si racconta che dal giorno del suo supplizio tutta l’aristocrazia si recasse a farle visita e tra i suoi nobili visitatori spiccassero il Duca e la Duchessa d’Orléans. Evase dal carcere l’anno dopo e si disse che era stata la Sovrana stessa ad aiutarla: ma dall’Inghilterra dove si rifugiò Jeanne de la Motte mandò a Parigi libelli immondi contaminanti la fama della Regina fin nella sua vita più intima.

Così, un fatto che dimostra la frugalità («un prezzo troppo alto»), il buon gusto («bardatura da cavallo») e l’attaccamento alla Francia («meglio una nave che un gioiello») di Maria Antonietta venne stravolto in accuse infamanti di frivolezza, corruzione e livore.

Inoltre, le scelte della Corte si rivelarono quasi tutte sbagliate nei tempi e nei modi e il risultato fu che la propaganda ne approfittò per attaccare il Trono, dipingendo con i colori più foschi la coppia regale. Le calunnie ebbero tanta eco che, chiamata Maria Antonietta di fronte al tribunale rivoluzionario, le falsità di Jeanne de la Motte sarebbero state riprese da Fouquier-Tinville. Ma ben prima questo scandalo aveva offerto lo spunto per continuare ad attaccare l’istituzione della monarchia fino allo scoppio della Rivoluzione, che se ebbe nella presa della Bastiglia l’evento scatenante, trovò nell’affare della collana un fondamentale momento preparatore.

Gianandrea de Antonellis

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