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Leone XIII contro l’americanismo

Posted by on Lug 8, 2022

Leone XIII contro l’americanismo

Se l’americanata è – secondo il Grande Dizionario Italiano di Aldo Gabrielli – «un’azione o impresa fatta con grandiosità esagerata e ostentata; una bizzarria di dubbio gusto» e l’americanismo una «parola, forma, locuzione propria dell’uso americano, in particolare degli Stati Uniti» è evidente che agli Usa si attribuiscono da un lato grandiosità e scarso gusto, dall’altro la capacità antonomastica di rappresentare metonimicamente l’intero nuovo continente.

Infatti noi Europei spesso usiamo il termine americano in luogo di statunitense, ma Argentini, Cileni e Brasiliani non sono da meno, utilizzando per indicare gli abitanti degli usa quello di norteamericani, nordamericani, con buona pace dei Canadesi, se non dei Messicani…

Anche se non tutti i vocabolari lo registrano, il termine americanismo, nel senso di American way of life, modo di vita americano, indica il modello imposto all’Europa in seguito alla crescente presenza economica, politica e culturale degli Stati Uniti seguita alle due guerre mondiali. Evidentemente non si riferisce solo ad un modo di parlare, ma soprattutto di pensare, prima ancora che di produrre e di consumare: non a caso si è parlato di americanismo come di un «sentimento religioso»[1].

Tra le varie americanate che a cavallo dei secoli XIX e XX allietavano i lettori della “Domenica del Corriere” (lanciarsi dalle cascate del Niagara in una botte, sottoporsi a maratone di ballo o di bevute, etc.) quella che per prima prese il nome di americanismo fu una posizione teologica, non politica, strettamente legata alla American way of life.

Infatti il primo esempio di questo termine servì ad indicare il movimento religioso nato dalle idee e dai metodi del Padre Isaac Thomas Hecker (1819-1888), nato a New York da immigrati tedeschi, convertitosi a venticinque anni al cattolicesimo, educato in Europa e quindi tornato come missionario redentorista negli Stati Uniti, dove fondò la Società americana dei Missionari Paolisti. Padre Hecker, confrontandosi con il proprio gregge e conscio della mentalità e dell’indole di quel popolo esuberante, «avido di assoluta libertà individuale, insensibile all’astrattismo teorico e amante invece del Pragmatismo, portato dalle ricchezze naturali del paese a un senso edonistico della vita, aveva cercato di adattare, senza troppe preoccupazioni dogmatiche, la religione cattolica allo spirito della sua gente»[2].

Adattare la religione allo spirito edonistico: una posizione di comodo (Facilis descensus Averni) che ben presto trovò eco anche in Europa, dove prese appunto il nome di americanismo, spingendo papa Leone XIII ad inviare al Cardinal James Gibbons – arcivescovo di Baltimora e uomo di punta di questa tendenza – la Lettera Apostolica Testem benevolentiae nostrae (22 gennaio 1889), destinata all’intero episcopato statunitense.

Quali erano le richieste dell’americanismo? In una parola, la necessità che la Chiesa si adattasse alle esigenze della civiltà moderna. Scrive il Pontefice: «Il fondamento dunque delle nuove opinioni accennate a questo si può ridurre: affinché coloro che dissentono possano più facilmente essere condotti alla dottrina cattolica, la Chiesa deve avvicinarsi maggiormente alla civiltà del mondo progredito, e, allentata l’antica severità, deve accondiscendere alle recenti teorie e alle esigenze dei popoli. E molti pensano che ciò debba intendersi, non solo della disciplina del vivere, ma anche delle dottrine che costituiscono il “deposito della fede”. Pretendono perciò che sia opportuno, per accattivarsi gli animi dei dissidenti, che alcuni capitoli di dottrina, per così dire di minore importanza, vengano messi da parte o siano attenuati, così da non mantenere più il medesimo senso che la Chiesa ha tenuto costantemente per fermo»[3].

Il Papa nega la buona fede di padre Hecker e dei suoi seguaci: «Ora, diletto figlio Nostro, per dimostrare con quale riprovevole intenzione ciò sia stato immaginato, non c’è bisogno di un lungo discorso; basta non dimenticare la natura e l’origine della dottrina, che la Chiesa insegna. Su questo punto così afferma il concilio Vaticano [naturalmente si riferisce al Concilio Vaticano I (1869-1870), Ndr]: “La dottrina della fede, che Dio rivelò, non fu, quasi un’invenzione di filosofi, proposta da perfezionare alla umana ragione, ma come un deposito divino fu data alla sposa di Cristo da custodire fedelmente e dichiarare infallibilmente… Quel senso dei sacri dogmi si deve sempre ritenere, che una volta dichiarò la santa madre Chiesa, né mai da tal senso si dovrà recedere sotto colore e nome di più elevata intelligenza” (Cost. Dei Filius c. IV)»[4].

All’inculturazione della religione, o meglio al suo adattarsi alla più evoluta (o, per essere più precisi, ritenuta come tale) civiltà statunitense, l’americanismo affiancava la richiesta di mitigare la severità, individuare un metodo maggiormente democratico, dando più spazio al giudizio individuale, poiché sulle singole coscienze agisce direttamente lo Spirito Santo, anziché la gerarchia ecclesiastica (questa è una evidente reminiscenza del Credo protestante, in cui Hecker era stato inizialmente educato); poi, dando il primato all’azione, non curare le virtù passive (come la mortificazione, le penitenze, l’obbedienza, la contemplazione), bensì quelle attive (l’azione, l’apostolato, l’organizzazione); come pure favorire le congregazioni religiose di vita attiva rispetto a quelle di vita contemplativa (un tratto caratteristico di tutti i tentativi di riforma, da Lutero al Kulturkampf).

A proposito del rispetto nei confronti dell’Autorità, la Lettera ribatte: «Ma, diletto figlio Nostro, ciò che nella materia di cui parliamo presenta maggiore pericolo, ed è più avverso alla dottrina e alla disciplina cattolica, è il disegno, secondo cui gli amanti di novità pensano che debba introdursi nella Chiesa una tal quale libertà, per la quale, diminuita quasi la forza e la vigilanza dell’autorità, sia lecito ai fedeli abbandonarsi alquanto più al proprio arbitrio e alla propria iniziativa»[5]. Nel contempo «si rigetta, come superfluo anzi come poco utile, ogni esterno magistero; lo Spirito Santo, dicono, ora, meglio che nei tempi passati, effonde larghi e copiosi i suoi carismi sulle anime dei fedeli, e con un certo misterioso impulso le ammaestra e le conduce, senza alcun intermediario»[6]. Infine «perfino il modo e il metodo, che fino ad ora adoperarono i cattolici per richiamare i dissidenti, pretendono che debba abbandonarsi e usarne quindi innanzi un altro»[7].

La chiusura della Lettera non poteva essere più esplicita: «Da quanto dunque finora abbiamo esposto appare chiaro, diletto Figlio Nostro, che Noi non possiamo approvare le opinioni, il cui complesso alcuni chiamano col nome di “americanismo”» non essendo assolutamente possibile concepire «una Chiesa in America, diversa da quella che abbraccia tutti gli altri paesi»[8].

Un rifiuto senza mezzi termini, quindi, che anticipa di mezzo secolo il giudizio negativo che gran parte della cultura europea (presumibilmente quella più sana) avrebbe dato dell’americanismo, questa volta intendendo il termine in senso non più teologico, bensì culturale: «Questo modello, spesso percepito come modello negativo, era composto di vari elementi. Era un modello di produzione: la produzione di massa, meccanizzata, standardizzata e a basso prezzo. Era un modello di consumo: l’America, già nella filosofia della produzione di Henry Ford, era una società di consumatori, che godevano di salari sufficienti a un modesto benessere, che spendevano anche quel che ancora non avevano guadagnato per acquistare merci. Era un modello sociale: gli Stati Uniti, paese per eccellenza della democrazia, avevano realizzato una società di massa nella quale il nuovo protagonista sociale creato dall’industria e dai consumi, la massa, indirizzava il carattere e le scelte di tutto il paese. Era infine un modello culturale: americanismo significa in questo senso democratizzazione della cultura, abolizione della cultura di élite, affermazione dell’industria culturale: una cultura bassa e omologata che poteva essere consumata da tutti con estrema facilità. Nell’Europa del dopoguerra, americanismo fu soprattutto un modello di benessere diffuso, di abbondanza, di ottimismo, di pragmatismo, di affermazione individuale, di Coca Cola, cinema e fumetti, di emancipazione della donna e mobilità sociale, di egualitarismo nel modo di vita e di modernità. Tutto questo si accompagnava al predominio del materialismo, al perseguimento del denaro e del potere che (secondo i critici) guidava la vita e la politica di quel paese, al puritanesimo e al razzismo, all’intolleranza e alle spietate leggi di mercato, al ruolo di potenza mondiale che gli Stati Uniti svolgevano. Per i critici più feroci, il secondo aspetto era solo l’altra faccia del primo, non contraddizione ma naturale conseguenza. Proiettato su un’intera tradizione di stereotipi, l’americanismo interpretava sia il mito del paese giovane e dinamico, democratico e produttivo, sia il mito negativo della barbarie meccanizzata, del regno del dollaro, del principale esponente dell’imperialismo culturale nel mondo»[9].

Un modello, purtroppo, attualmente imperante anche nel vecchio continente.

Gianandrea de Antonellis


[1] David Gelernter, Americanismo/2 Alle origini del sentimento religioso, in L’Occidentale, quotidiano telematico, 25 novembre 2007.

[2] Temistocle, La reviviscenza dell’americanismo, in “Si Si No No”, Anno XXXIV n. 8 (30 aprile 2008).

[3] Leone XIII, Testem benevolentiae nostrae, 22 gennaio 1899.

[4] Leone XIII, Testem benevolentiae, cit.

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Ibid.

[8] Ibid.

[9] Dizionario di storia moderna e contemporanea, Paravia-Bruno Mondadori, voce Americanismo (consultabile sul sito pbmstoria.it, url consultato il 29.12.2012).

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