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Liberali sabaudi contro i sostenitori dell’indipendenza napolitana e della dinastia borbonica come i partiti nazionali punisti contro i separatisti siciliani

Posted by on Lug 22, 2022

Liberali sabaudi contro i sostenitori dell’indipendenza napolitana e della dinastia borbonica come i partiti nazionali punisti contro i separatisti siciliani

La denigrazione è uno dei progressi principali del tipico giornalismo presente in tutti gli Stati continentali che impedì la conoscenza dei fatti veritieri e dei misteri ad un popolo di appartenenza. Certamente questo giornalismo subisce purtroppo i dovuti limiti imposti dal suo Stato che, invece di offrire tutela sia al suo popolo sia ai diritti esistenti o garantiti, lo tiene nel suo totale controllo.

Se un giornalista di buona coscienza, legato ai sentimenti del popolo, si sarebbe opposto al limite del divieto di diffondere la verità sui fatti nascosti dal suo Stato, la  reazione di quest’ultimo sarà dura e senza un filo di dignità. Come accade ai vari testimoni di giustizia, vittime dei soprusi commessi dalle famiglie criminali di cui appartengono ma consapevoli di avere di fronte una conseguenza assai brutale se avessero aperto la bocca alla giustizia. In questo momento vorrei collegarmi alla crisi della libertà di stampa, auspicato e controllato dalle élite politiche per sfidare le opinioni di oppositori di diverse idee politiche e culturali, o con l’aiuto della delinquenza comune o con l’uso della repressione poliziesco-militare. Non si capisce il motivo che tali gruppi dominanti proibiscono di diffondere la verità sui programmi televisivi, sui partiti politici, sui libri scolastici e universitari e sui documenti ufficiali ma indubbiamente è la sua tirannia classista, spinta dalla sua fede di una determinata ideologia politica, o forse mediante tale fenomeno immorale che l’élite vorrebbe evitare di ascoltare e di guardare in faccia quella verità dolorabile e nociva al suo dominio sull’intera Nazione. Tutti gli Stati continentali, governati ripetutamente e attualmente dalle élite, non sanno o non vogliono conoscere il diritto alla verità se sono coinvolti in casi di violazione dei diritti del popolo e in questo caso l’Italia ha avuto un ruolo fondamentale, anche perché nella Word Press Freedom Index viene classificata al 58esimo posto per la stampa e libera espressione.

Questo mistero non può stupire ai cosiddetti cittadini italiani che di fatto sapevano di quante intenzioni avevano nella mente tutti quei politici del razzismo unitario seduti nelle belle poltrone del Parlamento e del Comune, pronti a dedicarsi a prendere cura i propri interessi privati facendo un dispetto ai ceti bisognosi e ai lavoratori abbandonati dallo Stato. In Italia la denigrazione ha origini antichissime, in particolare nel Medioevo, e questa volta si basava sui pregiudizi negativi sull’atteggiamento dei napolitani dal punto di vista sociale, arrivando a favorire la nascita di un nuovo razzismo nei suoi confronti per motivi storici, come il caso della morte di Francesco Ferrucci, generale della Repubblica Fiorentina, etichettato come uccisione del toscano da parte del condottiero Fabrizio Maramaldo. Ecco i tentativi di odio da parte di certi intellettuali che hanno la così tanto passione di scrivere a caso senza avere una concreta visione sulla realtà delle condizioni del suo o di un qualsiasi popolo. Dalla morte di Ferrucci passo alla seconda metà dell’Ottocento, ovvero nei primi anni dell’Unità d’Italia dopo l’invasione degli Stati preunitari legittimi dagli agenti piemontesi di Cavour e dai mercenari assoldati di Garibaldi. In Sicilia e nella Napolitania, territori interamente invasi e annessi con la manu militari violenta, è molto forte il dissenso delle classi sociali e dei pentiti militari e politici che non accettavano le pesanti leggi del nuovo Regno d’Italia per il fatto che esse inflissero maggiori danni al popolo sabaudo e sardo, i quali furono la confisca dei beni degli ordini religione con la Legge del 1855 e la sua soppressione con la Legge Siccardi del 1857; la speculazione finanziaria voluta da Cavour che, divorando tutti i ministeri in qualità di Presidente del Consiglio per poter governare meglio, spese tutti i soldi per la contribuzione delle inutili guerre internazionali e nazionali, tra cui quella del 1859 contro l’Austria che in realtà fu l’inizio dell’occupazione coloniale dei popoli preunitari; la persecuzione di repubblicani e oppositori della politica liberale di Cavour, in particolare religiosi come Giacomo Margotti con la sua rivista quotidiana cattolica Armonia che difendeva il potere temporale di Pio IX e l’indipendenza dello Stato etruro-bolognese. Così contadini offesi per la sottrazione dei concessi usi civici, sbandati soldati del regio esercito duosiciliano, pochi politici delusi della malaunità, ex-garibaldini e credenti cattolici costituiscono i primi gruppi di insorgenza per combattere il dispotismo dei liberali convertiti e degli invasori piemontesi. Infatti saranno i nuovi liberali, di appartenenza borghese o aristocratica, a peggiorare la situazione durante e dopo l’invasione straniera.

Quando le truppe mercenarie garibaldesche e le Guardie Nazionali, inizialmente fedeli ai legittimi Borbone e successivamente sposarono la nazionalità sabauda, controllavano le città con dure misure dell’ordine pubblico, i liberali fecero cancellare tutti i documenti decurionali riguardanti dei benefici stabiliti dalle riforme dei Borbone per pubblicarne nuovi con l’inserimento delle leggi sabaude, provocando un assoluto malcontento alla popolazione fedele alla legittima dinastia e alla causa nazionale duosiciliana. Il potere dei liberali stava diventato più tirannico che democratico e garante della libertà nei confronti del popolo napolitano, la cui motivazione sarebbe legata agli arresti insensati, all’imposizione di elogio al re Vittorio Emanuele II di Savoia, alla chiusura delle strutture produttive costruite con il sostegno dei Borbone e agli atti d’intimidazione verso le classi contadine protetti in precedenza da Ferdinando II. Tali crimini li possiamo paragonare attualmente al terrorismo delle cosche mafiose ma la storiografia ufficiale gli attribuisce con definizioni positivi e naturalmente irrealistici, come “Eroi”, “Martiri” e “Patrioti”. Perché i potenti e arroganti “liberali” hanno il merito di essere onorati, mentre agli insorgenti non gli è concesso? Non è la prima volta che uno Stato del genere cancelli l’eroismo di un popolo dalla sua storia affermando chiaramente che pure altri avrebbero fatto la stessa cosa, oscurando la realtà per poi sporcare la coscienza. Tornando al discorso di prima, i cittadini napolitani non accettavano assolutamente le nuove autorità liberali e piemontesi e in risposta ai loro crimini si difesero con le armi in pugno o con la disobbedienza civile, rischiando una reale persecuzione che prima era assente nelle Due Sicilie. I partigiani insorgenti e il popolo napolitano insorsero insieme nei villaggi e nei comuni in mano alla tirannide liberale, ottenendo inizialmente una vittoria sulle forze nemiche intervenute e sarà breve in seguito alla cattura e all’uccisione degli insorti da parte dei mafiosi e dei carabinieri piemontesi. L’8 agosto 1860 fu il giorno e l’anno delle nuove insorgenze che eredita quelle del 1799 e del 1806-09, anche se nel luglio dello stesso anno ci fu la ribellione dei siciliani di Resuttano. Un gruppo di contadini e patrioti duosiciliani saccheggiano il palazzo del conte Francesco Gattini, colpevole di aver cercato di usurpare le terre destinate alla popolazione locale, e viene ucciso in piazza, ma le truppe filo-sabaude intervennero per eseguire una scia di arresti.

Dopo Matera si sollevano le altri provincie napolitane, tra cui Mongiana, Reggio Calabria, Isernia, Carbonara, Cinquefrondi, Montefalcione, Montemiletto, Melfi. Nella città di Reggio Calabria non ci fu una vera reazione ma si ebbe uno scontro a fuoco tra pochi fedeli del legittimo Stato siculo-napolitano e i soldati mercenari dell’esercito piemontese-garibaldesco. Il 21 agosto 1860 quattro cittadini di Reggio (don Vincenzo di Bruno, Paolo Romeo, don Raffaele Spinelli e don Arcangelo Papasergi) si oppongono all’occupazione illegale dei mercenari garibaldeschi nella città, sparando con i propri fucili sui mercenari stessi e i liberali traditori, ferendone alcuni. Questi calabresi furono gli unici cittadini a tentare di ribellarsi all’invasione compiuta senza una formale dichiarazione di guerra ma successivamente ne sarà preso come esempio da altri abitanti della Calabria e dell’intera Nazione Napolitana, nonostante che il generale corrotto Melendez avesse negato ai spaventati reggini il diritto di autodifesa e di resistenza. Tale rifiuto ingiusto cancellò la partecipazione eroica dei suoi antenati all’impresa di liberazione condotta dal cardinale riformatore Fabrizio Ruffo nel 1799 e alla ribellione antinapoleonica del 1806-09. Durante l’occupazione di Reggio subì il martirio il colonnello Antonio Dusmet, insieme al figlio Francesco, uccisi dalla mano politico-mafiosa, e sarebbe un onore ricordare questi fedeli cittadini nel cuore della comunità calabrese ma vengono dimenticati dall’oscuratismo risorgimentale. Intanto la rivolta indipendentista e filo-borbonica dei patrioti insorgenti si stava ingrandendo in tutto il continente grazie all’appoggio della popolazione civile per i gruppi d’insorgenza e al rovesciamento delle giunte comunali liberali con il disarmo delle forze coloniali e con la distruzione dello stemma dei Savoia.

Come sempre, la risposta del governo piemontese non mancava mai, non cercando di frenare il sentimento di ribellione degli insorgenti napolitani legato alla difesa delle tradizioni, della memoria e dell’orgoglio di appartenenza della sua terra natia. Assieme ai patrioti insorgenti si univano pure i legittimisti monarchici provenienti da vari Stati che vorrebbero dare un sostegno al legittimo re Francesco II di recuperare il suo trono e di ridare l’indipendenza secolare del popolo duosiciliano. La maggior parte riuscirono a sopravvivere dalle repressioni dell’esercito piemontese, mentre alcuni vennero condannati alla fucilazione senza processo, come avvenne al generale catalano José Borjes che, prima della sua morte, tra il 13 e il 14 settembre del 1861 sbarcò a Brancaleone, nella provincia di Reggio Calabria, per ordine dell’agente diplomatico francese Tommaso Clary al servizio del governo duosiciliano, per organizzare la spedizione di liberazione in onore di quella del cardinale Ruffo. Al momento dello sbarco non trovò nessuno ma un gruppo di contadini lo videro e lo fecero incontrare con il patriota ex-ufficiale Ferdinando Mittiga per liberare i comuni governati dai liberali e dai militari piemontesi. Entrambi generali patrioti tentavano di entrare a Platì, città natale di Mittiga, per lanciare l’attacco ma vennero respinti, determinando la rottura di collaborazione di Mittiga con Borjes. Il 22 ottobre incontrò il generale dei patrioti insorgenti Carmine Crocco, assieme il quale riusciranno ad avere aspetti positivi soltanto nella prima fase della nuova spedizione antiunitaria. Tra le vittorie ottenute nelle città liberate è a Melfi, dove nell’aprile del 1861 la popolazione civile e i patrioti insorgenti con la guida di Crocco e Borjes liberano la città e proclamano un nuovo governo provvisorio comunale con gli esponenti delle famiglie facoltose e protettori verso la popolazione stessa, i quali furono i Fortunato di Rionero in Vulture, i Saraceno di Atella e i Rapolla di Venosa. Il nuovo governo fedele alla dinastia borbonica esistette per 6 giorni, finché la città sarà rioccupata dalle truppe sabaude. Crocco e Borjes ruppero l’alleanza a Lagopesole per la mancanza di fiducia del primo verso il generale catalano, il quale decise di ritornare con i suoi 22 compagni a Roma per dare informazioni a Francesco II ma non lo farà perché sarà fucilato a Tagliacozzo, nella provincia di Aquila, l’8 dicembre 1861. L’esercito dei partigiani insorgenti si ridusse per le continue repressioni di sangue commesse dai temuti generali dell’esercito piemontese, in particolare il generale Enrico Cialdini uccise gli abitanti di Pontelandolfo, senza risparmiare nessuno, il 14 agosto 1862. Tra i due fronti in contrasto otterrà la fortuna i “liberatori” piemontesi che, con i liberali e la polizia coloniale in combutta con i mafiosi tutelati, posero fine l’eroismo degli insorgenti nel 1870, l’anno dell’invasione di Roma e della fine della “questione romana” per il rapporto tra la Chiesa cattolica e lo Stato coloniale dei Savoia, anche se esiste una presunta questione della libertà religiosa visto il prevalere delle idee massoniche volte alla corruzione della religione secolare. Pure in questo periodo la denigrazione è stato l’arma dei politici e giornalisti fedeli al governo unitario con frasi e definizioni insensibili e vergognose. Per es. Massimo d’Azeglio diceva che stare con i napolitani è come andare al letto con un lebbroso, sostenendo l’idea di prenderli con le archibugiate; Cavour li chiamava maccheroni; Nino Bixio addirittura li voleva ucciderli mettendoli al rogo e li associa agli abitanti dell’Africa ma sarà Luigi Carlo Farini, il dittatore piemontese di Modena e Parma, a definire la Nazione Napolitana come Africa; Costantino Nigra non desidera che i deputati napolitani vengano ammessi ai ruoli ministeriali; Alfredo la Marmora considera i militari napolitani come la canaglia e li vorrebbe farli fuori anziché darli la grazia, come avrebbe fatto ai genovesi dopo la ribellione marinara dell’aprile 1849.

Tutti i “padri e martiri della patria” contribuirono a compiere tale atto vile per rendere più immortale l’ideale unitario mai condiviso. Soltanto la minoranza ebbe l’onestà di diffondere la verità sui giornali e all’interno del Parlamento: il duca di Maddaloni condannò le repressioni e le ingiuste leggi del governo piemontese, decidendo di abbandonare la propria poltrona parlamentare per non tradire la sua terra; il deputato padano Giuseppe Ferrari elogiava i patrioti insorgenti per il loro eroismo di aver riportato due volte i Borbone nel trono del Regno di Napoli; il deputato napolitano Giuseppe Ricciardi disapprovò l’impegno politico della maggioranza, dell’opposizione e de governo piemontese dovuto alla mancanza della soluzione dei nuovi problemi sulle condizioni del popolo napolitano causati dai colonizzatori e non dai Borbone che li avevano risolti prima, seguendo l’esempio del duca di Maddaloni. Certamente molti politici avventurieri ammetteranno gli esiti sulle situazioni dei napolitani e dei siciliani con i Borbone prima della illegale occupazione armata, in particolare Giuseppe Zanardelli rimase soddisfatto che lo Stato napolitano abbia applicato la legge sull’abolizione del feudalesimo, rifacendosi però a quella del 1806 invece di quella del 1792 perché in realtà i francesi prima giacobini poi napoleonici rovinarono le esigenze dei napolitani con l’imporre del loro modello statale, sociale, istituzionale e culturale. Dunque la denigrazione risorgimentale fece affermare bensì il nuovo razzismo che divenne sia politico sia culturale per via delle teorie segregazioniste dello psicologo padano Cesare Lombroso, diventando direttamente erede di quella ordita dalle congiure anglo-franco-liberali per lanciare proclami istigativi e attacchi terroristici contro la dinastia borbonica e le legittime istituzioni sociali con la piena intenzione di corrompere e sottomettere l’indipendenza duosiciliana alle potenze dei due Stati stranieri, l’Inghilterra e la Francia. Per fortuna la dinastia ebbe il coraggio di affrontare tale crimine internazionale, dovendo subire le pesanti critiche infondate delle stampe clandestine e delle ambasciate inglesi e francesi che, con assoluta arroganza e privi di coscienza, fecero cadere il pacifico e laborioso Regno siculo-napolitano. Chi avrebbe permesso di compiere un tale gesto per spezzare al popolo napolitano gli anni del progresso e della felicità? Gli stessi liberali con la loro continua usurpazione delle terre e con l’aiuto privato degli inglesi e dei francesi per “combattere”, meglio dire offendere, i Borbone non stranieri.

Antonino Russo

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