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L’IMPERATRICE TERESA CRISTINA, “MADRE DEI BRASILIANI”

Posted by on Gen 18, 2022

L’IMPERATRICE TERESA CRISTINA, “MADRE DEI BRASILIANI”

Teresa Cristina è un fantasma, un enigma ancora da svelare[1]. Questa è l’opinione di un profondo conoscitore della storia brasiliana che ha dedicato una biografia alla sorella di Re Ferdinando II di Borbone (1810 – 1859). Perché un fantasma? E’ presto detto. Tutta la storiografia è rimasta vittima del pregiudizio antiborbonico costruito dal liberalismo risorgimentale prima e crociano poi al fine di legittimare il processo di unificazione della penisola italiana che ebbe il suo momento culminante con la deposizione della dinastia che aveva regnato per quasi 130 anni sul Mezzogiorno d’Italia. Perciò la storiografia doveva stendere il velo dell’oblio sull’azione di questa benemerita Principessa Napolitana, per farla diventare un fantasma della storia. Circa l’enigma ancora da svelare, rimandiamo la nostra interpretazione alla conclusione del saggio.

Teresa Cristina Maria, principessa reale delle Due Sicilie, nacque a Napoli il 14 marzo 1822, tredicesima figlia di Francesco I, re del regno delle Due Sicilie (1777 – 1830) e dell’infanta Maria Isabella di Borbone – Spagna (1789 – 1848). Il certificato di nascita fu redatto dal sindaco di Napoli, don Francesco di Tocco principe di Montemiletto (1790 – 1877)[2]. Madrina fu la zia paterna Maria Cristina (1779 – 1849)[3], regina di Sardegna in quanto moglie del re Carlo Felice di Savoia (1765 – 1831).

All’età di otto anni perse il genitore. Ma ciò non le impedì di percorrere gli anni della formazione intellettuale con equilibrio ed attenzione. Suo precettore fu Monsignor Agostino Olivieri[4] (1758 – 1834) che le impartì una solida educazione religiosa e, al tempo stesso, le trasfuse un forte gusto per il bello artistico in tutte le sue forme: per il canto e la musica, per l’arte in genere e per l’archeologia in particolare, completando la formazione culturale con la conoscenza parlata della lingua francese. Non mancarono in questa educazione tutte quelle attenzioni verso una principessa reale che poteva essere chiamata un giorno a salire sul trono di un Paese estero. Tutto ciò si avverò perché Teresa Cristina il 30 maggio 1843 sposò a Napoli, per procura, ed il 4 settembre dello stesso anno, di persona, a Rio de Janeiro, l’imperatore del Brasile don Pedro II di Braganza.

Torniamo in dietro nel tempo per fare una sintetica storia della monarchia brasiliana.  Il 7 settembre del 1822 D. Pedro di Braganza, causando una grave frattura con la tradizione lealista della Casa Reale portoghese, proclama l’indipendenza del Brasile dal Portogallo e il 12 ottobre è acclamato imperatore col nome di D. Pedro I de Alcantara. Sua moglie Leopoldina d’Asburgo – Lorena diviene la prima imperatrice del Brasile. Morirà poco dopo, all’età di 20 anni, l’11 dicembre 1826, lasciando un figlioletto in tenera età, Pedro, nato il 2 dicembre 1825. Costui salirà al trono col nome di Pedro II de Alcantara.

Già il nonno di Teresa Cristina, Ferdinando I (1751 – 1825), aveva iniziato una politica di forte attenzione verso il Brasile con l’intenzione di rafforzare la presenza politica ed economica Napolitana in quel continente. Francesco I aveva proseguito nella stessa politica paterna e nel 1826 riconobbe l’indipendenza del Brasile dal Portogallo designando nel 1827 il conte Ferdinando Lucchesi Palli di Campoformio (1784 – 1847), all’epoca console generale negli Stati Uniti, a divenire Incaricato d’Affari presso la corte di Rio de Janeiro[5]. Il console Lucchesi Palli, però, non mise mai piede in Brasile perché si ammalò e fu costretto a rinunciare all’incarico.

Il primo incaricato d’affari che mise effettivamente piede in Brasile fu Emidio Antonini (1787 – 1862) e vi restò per 14 mesi[6]. Con l’ascesa al trono del regno delle Due Sicilie di Ferdinando II (1810 – 1859) le relazioni con il Brasile ebbero nuovo impulso. Fu nominato console generale a Rio de Janeiro il diplomatico di carriera Gennaro Merolla. Il quale soggiornò in Brasile dal 1832 al 1834 e poi dal 1837 al 1843. In questo anno fu nominato Incaricato d’Affari e restò nel Paese fino al 1850. Merolla tenne un carteggio di grande interesse con il ministero degli esteri Napolitano e con Ferdinando II. Purtroppo esso ha visto la luce solo ad oltre un secolo dalla caduta del regno delle Due Sicilie[7], ma in Brasile e non in Italia. Il carteggio è stato definito “una testimonianza preziosa in chiave di storia delle mentalità[8]. E lo stesso Avella aggiunge: “Negli scritti del Merolla la condanna della schiavitù è esplicita. Alle motivazioni di carattere etico e di coerenza (egli sottolinea il gran numero di quelli che da un lato professano idee liberali e dall’altro praticano lo schiavismo) si aggiungono i severi giudizi sulla politica dell’Inghilterra, accusata di diffondere la filantropia e l’abolizionismo per meglio dominare i “paesi agricoli del nuovo Mondo” impedendo loro “subitamente” di utilizzare gli schiavi senza che abbiano il tempo di rimpiazzarli con uomini liberi[9]. E prosegue in questi termini: “Nonostante i preconcetti tipici del funzionario di un governo assolutista, preoccupato per il diffondersi in Brasile delle idee rivoluzionarie propagandate dai ‘fogli liberali di Parigi’, il console generale napoletano si sforza in genere di capite il paese in cui opera e di delinearne ‘un quadro la di cui prospettiva è molto diversa di quello che in genere si figurano in Europa’. Così egli conclude una specie di breve ritratto del Brasile in cui registra dati storici economico – amministrativi, antropologici, geo-topografici, insieme ad osservazioni sul colore locale e la vita quotidiana[10]. Il console Merolla aggiunge dell’altro. Condanna la schiavitù ed in un documento, ancora oggi inedito[11], afferma che lo schiavismo è da abolire perché corrompe i costumi, è contrario ai principii evangelici e si fonda su false motivazioni. La memoria è datata 7 febbraio 1840.

In seguito al matrimonio della principessa Teresa Cristina, a Napoli gli studi geo-politici sul Brasile ebbero un certo incremento, anticipando, di fatto, i cosiddetti “manuali degli emigranti”, quegli opuscoli divulgativi sull’America latina che ebbero un certo successo nell’Italia di fin Ottocento. Tra questi studi vogliamo citare l’agile pamphlet di Gaetano Valeriani “Cenni storico – fisico – politico dell’Impero del Brasile[12] per la diffusione che ebbe. Successivamente, nel 1855, esce a Napoli una nuova opera realizzata dal mondo accademico. Dallo Stabilimento Tipo-litografico dell’Ateneo, Cesare Malpica (1804 – 1848) pubblica nella collezione Panorama dell’Universo. Storia e descrizione di tutti i popoli, delle loro religioni, de’ loro usi, un volume dal titolo: “Il Brasile”. Esso è frutto del clima di ottimismo suscitato dalla presenza in Brasile della principessa Napolitana Teresa Cristina, promotrice di “un’era di prosperità e d’industria di cui i Brasiliani sino da quest’epoca salutano già l’aurora[13].

L’immagine che l’autore offre del Brasile è priva di retorica. La sua diversità, più volte sottolineata, è vista senza deformazioni etnocentriche. Molte le pagine dedicate alle culture africane presenti nella realtà brasiliana di cui sono portatori i negri brasiliani “a proposito dei quali il Malpica osserva l’inconsistenza dei pregiudizi che li circondano; a più riprese la supposta inferiorità viene confutata affermando che la schiavitù ha impedito loro di esprimere le potenzialità di cui sono dotati soprattutto nel campo artistico[14].

E così il Malpica, intellettuale dell’età ferdinandea, anticipando i tempi, così conclude: “al seguito di questa quistione di razie, si avvi paese in America dove i pregiudizi che si annettono al colore, debbono andare in dileguo completamente, non v’è dubbio alcuno, questo è Rio[15].

Per il matrimonio di D. Pedro II furono avviati i primi contatti nel dicembre 1840 con la corte di Vienna. Il consigliere Bento da Silva Lisboa (1793 – 1864), già ministro degli esteri, ricevette l’incarico di recarsi a Vienna per intavolare le trattative. Ma nella famiglia imperiale asburgica era ancora vivo il ricordo dei maltrattamenti e delle umiliazioni subite dall’arciduchessa Leopoldina, sfortunata consorte di Don Pedro I. Mentre le trattative si portavano avanti con grandi tergiversazioni, intervenne nel gioco diplomatico il ministro plenipotenziario Napolitano a Vienna, don Vincenzo Ramirez, il quale era stato informato delle trattative in corso dal console generale in Brasile Gennaro Merolla. Le trattative Napolitane furono presto avviate e l’inviato Brasiliano, stanco dei silenzi viennesi, accettò la proposta ancor prima di ricevere le necessarie autorizzazioni del suo ministro. Il contratto di matrimonio fu sottoscritto il primo aprile del 1842 mandando in matrimonio con l’imperatore del Brasile Teresa Cristina di Borbone due Sicilie, di tre anni più grande dello sposo.

Il 22 maggio 1843 approdava a Napoli la piccola flotta brasiliana sotto il comando del vice ammiraglio Teodoro de Beaurepaire (1787 – 1849). Costui era un uomo di provata fedeltà verso la dinastia. Nel 1808, come primo tenente, era nella squadra che aveva portato la famiglia reale portoghese in Brasile.

In quel maggio del 1843 giunse dunque a Napoli una squadra composta dalla fregata Contituçao e dalle corvette Euterpe e Dous de Julho. La missione era capeggiata dal consigliere José Alexandre Carneiro Leão (1793 – 1863), futuro visconte de Sao Salvador de Campos, ambasciatore straordinario dell’imperatore, che aveva il compito di ricevere in suo nome la principessa per condurla in Brasile. Il matrimonio fu celebrato nella cappella palatina il 30 maggio alle ore 10 del mattino. Il conte di Siracusa, don Leopoldo (1813 – 1860), fratello della sposa, svolse le funzioni di procuratore di Teresa Cristina. In serata il Re Ferdinando II offrì un ballo in onore della sposa, a corte.

Il matrimonio per procura fu immortalato dal pittore di corte Alessandro Ciccarelli (1811 – 1879) con un olio su tela, misure di 194 x 264 centimetri, che ancora oggi si può ammirare nel museo Imperiale di Petropolis. Ed oltre ad Alessandro Ciccarelli, si recò in Brasile anche Eduardo de Martino (1838 – 1912), pittore di marine e battaglie navali, originario di Meta di Sorrento. Fu tra il seguito dell’imperatrice, quando giunse in Brasile, anche il pittore e scultore Giovanni Castelpoggi che più tardi, allontanandosi dal mondo dell’arte, divenne un importante uomo d’affari nel mondo dei cambi.

Il 1° luglio si svolse la cerimonia della consegna dell’Imperatrice all’ambasciatore brasiliano. La cerimonia si svolse in una sala divisa in due zone da un nastro di colore rosso scarlatto steso sul pavimento. Il territorio Napolitano era collocato con l’accesso da una porta che guardava a terra; al territorio Brasiliano si accedeva da una porta che guardava a mare. Al termine dei discorsi ufficiali Teresa Cristina superò il nastro simbolico entrando ufficialmente in Brasile e divenendo automaticamente Imperatrice.

Lasciato il Palazzo Reale, la nuova imperatrice, assieme a tutta la delegazione brasiliana, salì a bordo della fregata Constituição dove, al tramonto, ricevette la visita di commiato di suo fratello, il Re Ferdinando II, e della famiglia reale Napolitana. Qualche mese più tardi, il cappellano di bordo della nave ammiraglia, Manuel Joaquim da Silveira (1807 – 1875), scrisse sulla rivista Minerva Brasiliense una cronaca del matrimonio e della crociera verso Rio. Si legge tra l’altro: “La sera era bella e il mare, nonostante qualche onda provocata dal gran numero di scialuppe piena di distinti personaggi spinti dal desiderio di avere l’onore di accompagnare Sua Maestà l’Imperatrice, presentava un aspetto meraviglioso[16].

All’alba del giorno seguente la squadra salpò dal golfo seguita da una piccola flotta delle Due Sicilie composta dal vascello Vesuvio e dalle fregate Isabella, Partenope e Amalia. Quest’ultima ospitava Luigi di Borbone, conte di Aquila (1824 – 1897), fratello della sposa e suo accompagnatore ufficiale.  Il comportamento dell’imperatrice durante il viaggio, durato 60 giorni, fu esemplare ed anticipatore di uno stile che le conferì l’appellativo di “madre dei Brasiliani”. Ogni giorno, durante la crociera, volle che fosse distaccato un ufficiale da ogni nave per consumare i pasti alla sua tavola. Un giorno apprese che un uomo della ciurma era moribondo. Non curante del pericolo, lo volle vedere e lo confortò fino a quando l’uomo spirò. Tutti gli uomini al seguito dell’imperatrice nella crociera furono conquistati dallo stile della loro imperatrice, basato sempre sulla carità verso il prossimo e furono i primi diffusori del nuovo mito imperiale. Quando la squadra Napolitana fece ritorno a Napoli, il comandante, allora capitano di vascello barone Raffaele De Cosa, fece una relazione al re Ferdinando in data 25 dicembre 1843[17].

La divisione navale sotto il comando del capitano di fregata Raffaele De Cosa era partita al tramonto del 1° luglio ed era composta dal real vascello Il Vesuvio e dalle tre fregate Partenope, Isabella ed Amalia. Tutte navi a vela. Su quest’ultima si era imbarcato il conte d’Aquila per scortare a Rio l’imperatrice, sposa di D. Pedro II.  Il Re, a bordo della corvetta Cristina, diede il segnale della partenza. Le navi si mossero. Nel corso della notte, passando davanti al santuario della Madonna di Piedigrotta, tutta la Squadra  Napolitana salutò con nove colpi di cannone, tirati da ogni legno, la Vergine Maria. La sera del 7 luglio si intravide il gruppo delle isole Baleari. La Mattina del 16 la squadra Brasiliano – Napolitana passa dallo stretto di Gibilterra. Qui viene salutata la Real Fregata Regina che aveva accompagnato la Squadra e prosegue da sola per una missione in Inghilterra. La real fregata, lasciando la squadra, salutò l’Imperatrice con 21 colpi di cannone. L’intera squadra si dirige verso Madera e il 19 è in vista di Funchal. La rotta prosegue senza intoppi e il 27 luglio si fu in vista dell’isola di S. Antonio, la più occidentale delle isole di Capo Verde. Il 1° agosto si ritiene già oltrepassato il Tropico del Cancro.

Il 17 agosto si supera la linea dell’Equatore. Ora le navi solcano l’emisfero orientale. Il taglio della linea equinoziale da parte dei bastimenti da guerra del regno delle Due Sicilie avveniva per la prima volta. L’avvenimento fu salutato alzando le bandiere Napolitana e Brasiliana per salutarle con una salve reale. Il Comandante De Cosa, apprezzando la buona volontà degli equipaggi, ordinò la somministrazione di una caraffa di vino da bere alla salute del Re Ferdinando. Nel corso della traversata un incidente colpì il marinaio di 3a classe Pasquale Balsamo, imbarcato sulla Real Fregata Isabella, il quale, scivolando si procurò una ferita mortale. Morì dopo aver ricevuto i conforti religiosi. Il 2 settembre si avvistano le coste dell’America e quindi il Capo Fria. La flotta si dirige verso la baia di Rio de Janeiro. Sul far del giorno del 3 settembre il naviglio getta le ancore. Al tramonto di quello stesso giorno le navi brasiliano – napolitane entrarono nella baia di Guamabara imbandierata a festa. L’imperatore D. Pedro II e sua sorella Jannuaria (1822 – 1901) salirono a bordo della Constituição per incontrare Teresa Cristina. Successivamente, Teresa Cristina, accompagnata dall’imperatore e dalla cognata Januaria, sbarcano da La Costituzione e salgono su una gondola per raggiungere terra. In seguito al fausto evento, la piazza dove era sbarcata Teresa Cristina fu denominata Piazza dell’Imperatrice. Fu una giornata di pioggia ma ciò non impedì alla folla di accalcarsi lungo le strade per vedere l’imperatrice. La cerimonia religiosa si svolse nella cappella imperiale. Poi i sovrani si trasferirono nella sala del trono per ricevere l’omaggio delle personalità ed in seguito si recarono in carrozza al palazzo Sâo Cristovâo detto anche “Quinta da Boa Vista” per il magnifico panorama su cui si affacciava. Qui si svolse un banchetto di gala al quale fu invitato il corpo diplomatico con rango di ministro.

Vi è una notevole letteratura, piena di maldicenze, sul primo incontro tra Teresa Cristina e D. Pedro II. Si scrisse che era apparsa “bruttina” e “claudicante”. Ma non si citano mai le testimonianze dirette che furono pur tante nell’assistere al primo incontro tra gli sposi. Lo storico Heiton Lyra attribuisce l’origine della maldicenza alla legazione austriaca a Rio, indispettita per le modalità attraverso le quali il matrimonio era stato negoziato e concluso[18].  In realtà la principessa reale Napolitana era un po’ formosa e dal ritratto inviato ciò non si rilevava. Aveva, poi, un’andatura che si riscontra ancora oggi a Napoli. Tendeva a camminare ondeggiando verso destra e verso sinistra, sia pure in forma quasi impercettibile. E ciò fece nascere la leggenda della “claudicante”.   

Il barone De Cosa, attento osservatore per conto del suo Re, di quando notava, non mancò di rilevare il problema della schiavitù sul quale si pronunciò in questi termini: “I bianchi occupano la decima parte di quella bella città, esclusi per altro i forestieri, che da tutte le parti del mondo sono venuti a stabilirvisi. Il maggior numero è composto di schiavi destinati ai travagli più laboriosi e pesanti, ma indispensabili pel benessere de’ Brasiliani, ai quali non poco dissesto recherebbe la mancanza delle braccia di schiavi medesimi. Essi son destinati alla coltura dello zucchero, del caffè, di vegetabili, alle miniere ed a tutt’altro servil travaglio. In tale stato di cose non solo a Rio de Janeiro, ma all’intero Brasile recherebbe gran mancanza se privar si dovesse de’ servizi di quella gente. Ammessi tali principj, il Brasile si vede nell’indispensabilità di non riconoscere, né curare la proibizione della tratta de’ negri, dappoiché ad onta delle attive crociere pure in ogni anno in contrabbando su quelle coste ne vengono immessi da circa 40.000 per esercitarvi sempre la vile condizione di schiavi[19].

La mattina del 23 settembre i sovrani del Brasile onorano della loro visita il naviglio Napolitano. Si portarono prima sull’Amalia, quindi sul vascello comandante, il Vesuvio, poi sulla Partenope ed Isabella. Qualche giorno più tardi, l’imperatore conferì delle onorificenze brasiliane ai Comandanti ed ad alcuni Ufficiali Napoletani. Furono perciò insigniti dell’Ordine del Cruzero: il conte d’Aquila (Grande Dignitario); Barone Raffaele De Cosa (Dignitario); D. Luigi Jauch (Commendatore); D. Antonio Palumbo (Commendatore); D. Gabriele de Tomasi (Commendatore); D. Lucio di Palma (Cavaliere); D. Gabriele de Simone (Cavaliere); D. Filippo Pucci (Cavaliere). Dell’Ordine di Cristo: D. Mario Patrelli (Commendatore); D. Domenico Ferri (Commendatore); D. Nicola Rocco (Commendatore); D. Gaetano Ferro (Commendatore). Dell’Ordine della Rosa: D. Trojano Fulgore (Cavaliere)[20].

Finalmente, il 30 settembre terminano le operazioni di approvvigionamento di acqua e viveri e si possono alzare le vele. Al sorgere del sole del primo ottobre furono levate le ancore e dopo una salve reale alla quale la piazza rispose tiro per tiro la flotta prese il largo. La prima delle navi puntò sull’isola della Trinità. Tutte le altre raggiungono il nord dell’isola la mattina del 17 ottobre. Il 27 ottobre, approfittando di venti favorevoli, è tagliato l’Equatore. La sera dell’11 novembre le navi Napolitane attraversano, non senza una certa emozione, il tropico del cancro. Il clima invernale comincia a farsi sentire. La vigilanza del primo chirurgo di bordo de Il Vesuvio, D. Andrea Paolotti, permette a tutto l’equipaggio di rimanere in perfette condizioni di salute. Il 18 novembre, dopo 31 giorni di navigazione, si riconosce l’isola Flores, la più settentrionale delle Azzorre. Il 30 novembre, le navi del regno delle Due Sicilie avvistano le coste del Marocco. Il 2 dicembre passano lo stretto di Gibilterra. Sentendo vicina la madre patria, De Cosa scrive che nell’equipaggio si ridesta la gioia dei primi giorni di navigazione quando si stava iniziando un viaggio per terre ignote. E non si sottrae a certe considerazioni di carattere nautico che, pur scritte per essere lette dal Re, dimostravano un alto senso del dovere e della lealtà che superava il banale ossequio dell’adulazione o dell’autoreferenzialità: “La carta nautica fornitami dalla Biblioteca della Real Marina è affatto disadatta alla navigazione dell’Oceano. Mi suggerisce il pensiero al pari degli altri marini che le migliori carte siano quelle inglesi dell’idrografo Norie, le quali per grandezza di scala, precisione ed ogni altro, sono da preferirsi. Fu per me oltremodo soddisfacevole non meno che utile di averne una dall’Ammiraglio brasiliano alla partenza da Napoli[21].

La mattina del 17 dicembre si avvistano le coste della Sardegna. Nel terminare il rapporto o relazione, il De Cosa ricorda che oltre al marinaio Pasquale Balsamo, anche il marinaio Luigi Guida era caduto in mare una sera di novembre ed era annegato a causa del cattivo tempo che aveva reso inoperosa ogni ricerca con la lancia messa in mare per poterlo salvare. Il 25 dicembre 1843, dopo 85 giorni di navigazione, senza toccare alcun porto, la Divisione dei Reali Legni ancorava nella Rada di Napoli. 

Pochi giorni dopo, con l’anno nuovo, l’ufficiale di marina Eugenio Rodriguez, a ricordo della crociera che aveva scortato Teresa Cristina in Brasile, pubblicò un volume senza metterlo in commercio. Lo distribuì solo ai dignitari di corte ed alle autorità civili e militari del regno. Il volume, in 8° grande, aveva per titolo “Descrizione del viaggio a Rio de Janeiro della flotta di Napoli[22]. Successivamente lo stesso ufficiale fece una nuova crociera per quelle terre e pubblicò i risultati di quel viaggio in un’altra preziosa opera presto divenuta una rarità per bibliofili[23].

Un primo effetto delle nozze di Teresa Cristina furono le nozze del fratello Luigi, conte di Aquila, che l’aveva accompagnata in Brasile con la sorella di Don Pedro II, Jannuaria. Le trattative furono condotte dal console Napolitano Gennaro Merolla il quale, con consumata abilità diplomatica, fece sì che i sovrani dei due paesi si scambiassero lettere ufficiali ed il matrimonio si poté celebrare nell’aprile del 1844.

La nuova sovrana si dedicò alla diffusione della musica in Brasile, cosa non difficile per la disponibilità di quelle popolazioni a tutto ciò che rimandava al ritmo. In breve, l’uso del pianoforte si diffuse in strati sempre più ampi della popolazione. L’autore più conosciuto fu Vincenzo Bellini (1801 – 1835). La Norma ebbe un successo straordinario. Nel giro di poco tempo, il Brasile, in via di costruzione, acquisì gli elementi della tradizione musicale italiana.

Un tipico esempio dell’influenza che Teresa Cristina ebbe nella costruzione della cultura musicale brasiliana è legata alla vicenda di Carlos Gomes (1839 – 1896). Il musicista, grande ammiratore di Verdi, presentò una sua opera alla Scala di Milano, suscitando vasti consensi. Gli studi di Carlos Gomes furono finanziati dalla cassa privata di don Pedro II che amava la lirica come l’amava Teresa Cristina. Dopo aver conferito al musicista la prestigiosa onorificenza de la Ordem da Rosa, l’imperatore che lo voleva mandare a perfezionare gli studi in Germania, accettò le insistenze dell’imperatrice e la scelta cadde sull’Italia.

In questo contesto, vale la pena di riportare un’affermazione di Aniello A. Avella:  “ L’imperatrice, amante delle arti al pari di suo marito, incarna agli occhi dei sudditi il mito della latinità trapiantata nelle Americhe[24]. Tale definizione perdura ancora oggi col modello della latinità ancora immobile sul piedistallo dei punti di riferimento per la società Brasiliana. Tutto ciò costituisce l’eredità lasciata dall’azione di Teresa Cristina.

Molte sarebbero le storie aneddotiche da raccontare sul conto di Teresa Cristina e tutte sorprendono perché sono venute fuori quando l’imperatrice era morta da tempo. Una storia curiosa è quella dei fratelli Domenico e Cesare Farani. La racconta Franco Cenni nel suo libro sugli italiani in Brasile. Un giorno, l’imperatrice, giunta in Brasile da poco tempo, ascoltò da una finestra del palazzo una discussione a voce alta in napoletano verace. E non poteva essere che a voce alta. Incuriosita, si affacciò ad una finestra ed osservò la scena. Erano due giovani che discutevano animatamente. Chiamò il servizio di gendarmeria di servizio a Palazzo e chiese di portare al suo cospetto i due giovani. I quali, intimiditi dalle uniformi, cercarono la via della fuga. Inutilmente. Condotti al cospetto dell’Imperatrice, con loro grande stupore si sentirono dire: “Chi sit? Che bulit? Che facit?”. I due giovani di 18 e 20 anni erano fratelli. Si erano imbarcati per il Brasile contro la volontà del padre ed erano finiti in poco tempo nella miseria più nera, senza sapere cosa fare. L’Imperatrice li ospitò per qualche tempo. Poi li rimandò a Napoli a studiare, con la promessa di aiutarli se volevano tornare in Brasile. I due giovani ritornarono in Brasile nel 1846, aprirono una gioielleria nel centro della capitale e divennero i gioiellieri ufficiali della casa imperiale. Infine divennero protagonisti dello sviluppo edilizio di Rio e furono gli antesignani della modernizzazione edilizia della Capitale[25].    

L’imperatrice aveva ereditato in Italia due tenute: Isola Farnese e Vaccareggia. Le due tenute erano giunte in eredità a Teresa Cristina dalla zia paterna Maria Cristina di Borbone che aveva sposato il re di Sardegna Carlo Felice. Ed oltre a questi beni, l’imperatrice aveva ereditato dalla stessa zia e madrina di battesimo dei beni immobili a Roma ed a Napoli. Le tenute di Isola Farnese e Vaccareggia erano collocate su un terreno di origine etrusca. L’imperatrice incoraggiò gli scavi archeologici in quei siti e non pochi reperti di carattere etrusco finirono in Brasile andando ad incrementare il nascente museo imperiale. L’amore di Teresa Cristina per l’archeologia rientrava in un programma di formazione culturale che la futura imperatrice del Brasile coltivò sin da adolescente. Già nel bagaglio nuziale aveva portato molte casse piene di reperti archeologici pompeiani. Lo scambio vero e proprio tra Brasile e Regno delle Due Sicilie iniziò, però, nel 1856, con l’arrivo a Rio di un consistente numero di reperti: un centinaio di terrecotte, 60 bronzi, 30 pezzi in vetro, una sessantina di vasi, dieci pannelli di pitture di epoca romana. Erano oggetti di vita quotidiana di Pompei ed Ercolano che rendevano alla perfezione l’idea.

Dal matrimonio tra D. Pedro II e Teresa Cristina nacquero 4 figli, ma la sorte non fu benigna con la coppia imperiale. Il primo figlio, Alfonso, principe imperiale del Brasile, nacque il 23 febbraio 1845 e morì prematuramente a poco più di due anni, l’11 giugno 1847. La seconda figlia fu Isabella, principessa imperiale del Brasile, l’unica che sopravvisse ai genitori. Nacque il 29 luglio del 1846 e sposò Gastone d’Orléans, conte d’Eu (1842 – 1922). Fu reggente durante i vari viaggi di suo padre e morì il 14 novembre 1921. La terza figlia fu Leopoldina, anch’essa insignita del titolo di principessa imperiale del Brasile, nata il 13 luglio del 1847. La principessa sposò il principe Luigi Augusto di Sassonia Coburgo Kohary(1845 – 1907) e poche settimane dopo aver partorito Luigi nel castello di Ebenthal, morì di tifo, in giovanissima età, il 7 febbraio 1871. Quarto ed ultimo figlio fu Pedro, principe imperiale del Brasile, nato il 19 luglio 1848 e morto il 3 gennaio 1850. I tanti lutti famigliari colpirono profondamente l’imperatrice che spesso soleva ripetere: “Io non morirò per una malattia, ma di dolore”.

Teresa Cristina, nel ricco bagaglio che la seguì in terra brasiliana, oltre ad oggetti di uso personale e reperti archeologici, portò al seguito degli artigiani altamente specializzati provenienti in massima parte da San Leucio, la colonia specializzata nell’arte della seta fondata da suo nonno Ferdinando IV (1751 – 1825) sulle alture di Caserta vecchia. Con questi uomini, dopo anni di sperimentazione, fu fondata nel 1854 la “Imperial Companhia Seropédica Fluminense”.

Nel 1855 scoppiò a Rio una epidemia di colera. I sovrani restarono in città e si prodigarono nell’assistere i colpiti dall’epidemia. Teresa Cristina fu instancabile nel prodigarsi. Discreta quanto efficiente, in quell’occasione si procurò la fama che non l’avrebbe più abbandonata e divenne la Madre dei Brasiliani.

In seguito alla morte della principessa Leopoldina, che si era trasferita col marito in Austria, don Pedro decise di fare un lungo viaggio in Europa assieme alla consorte Teresa Cristina. L’imperatore affidò la reggenza alla figlia Isabel e a fine maggio partì per l’Europa. Le tappe del viaggio videro la coppia in Portogallo, Spagna, Francia, Inghilterra, Scozia, Belgio, Germania, Austria, Ungheria, e poi la penisola italiana: Milano e Venezia, per poi passare in Palestina ed Egitto. Il 28 settembre la reggente Isabel promulga la legge del Ventre Libero. Intanto il 14 novembre i sovrani sbarcano a Brindisi ed il 15 raggiungono Napoli in treno. L’imperatrice è emozionata nel rivedere i luoghi a lei cari e viene presa da profonda tristezza, come racconterà nel suo diario, nel non trovare più nessuno dei suoi pur numerosi parenti. Visita quindi Montecassino, Roma, dove la coppia imperiale viene ricevuta dal Papa, Firenze, Pisa, Genova e Torino. Ovunque la coppia imperiale visita monumenti, musei e teatri. Il viaggio prosegue per Strasburgo, Parigi, poi la Spagna ed infine il Portogallo dove la coppia si imbarca a Lisbona per fare rientro nella madre patria. Giungono a Rio il 30 marzo, accolti trionfalmente. Negli anni successivi la coppia imperiale tornerà nuovamente in Europa.  Tuttavia con il passare del tempo le condizioni di salute dei due imperatori peggiorano. Il dolore causato dalla perdita di tre figli diventa insopportabile. Nel settembre 1887 l’imperatrice è a Baden Baden. All’imperatore è diagnosticato il diabete. Intanto a Rio la reggente Isabel promulga una legge che sarà la causa vera della caduta della monarchia. La legge in oggetto è passata alla storia col nome di Legge Aurea e fu definita “la più importante e più corta nella storia del Paese”[26] perché composta da seguenti due articoli: “art. I. E’ dichiarata estinta, dalla data di questa legge, la schiavitù in Brasile. Art. II. Sono revocate le disposizioni in contrasto”. Essa fu promulgata tra le proteste dei latifondisti e la benedizione dei ceti umili. Il Papa Leone XIII (1810 – 1903) concesse ad Isabella la “Rosa d’Oro”. Teresa Cristina restò nell’ombra, ma in realtà, era stata la sua determinazione che aveva accelerato i tempi per la promulgazione della legge Aurea.

Il 15 novembre 1889 l’esercito brasiliano, controllato dalla borghesia latifondista, prese il potere, dichiarò decaduta la monarchia e proclamò la repubblica. La famiglia imperiale fu costretta ad andare in esilio. Don Pedro II e Teresa Cristina furono prelevati in piena notte e furono fatti partire come fuggiaschi. Lo storico Aniello Angelo Avella riprendendo una cronaca dello scrittore Raul Pompéia riporta la descrizione della partenza della famiglia imperiale dal Brasile. La riproponiamo integralmente: “Alle tre del mattino di domenica, mentre la città dormiva tranquilla sotto forte sorveglianza del Governo Provvisorio, la piazza antistante il Palazzo fu teatro di una scena straordinaria, vista da pochi, tanto grandiosa e commovente nel suo significato, quanto semplice e breve nello svolgimento. Obbedendo alla dolorosa imposizione delle circostanze, che richiedevano una condotta energica nei confronti dei membri della dinastia dei principi dell’ex impero, il governo ebbe la necessità di isolare il Palazzo, vietando ogni tipo di comunicazione dal suo interno con la vita della Capitale. A tutte le porte dell’edificio principale e alle porte delle altre dipendenze collegate, nella mattina di sabato furono collocate sentinelle della fanteria e numerosi carabinieri a cavallo. Il cortile si trasformò in una vera piazza d’armi. Molti personaggi eminenti dell’impero e diverse famiglie legate per vicinanza d’affetto alla famiglia imperiale si presentarono per parlare con l’imperatore e i suoi augusti parenti, ma dovettero tornare indietro con la delusione di un tentativo fallito. Man mano che passavano le ore diventava sempre più rigorosa la sorveglianza del Palazzo. Le sentinelle furono rafforzate da una linea di baionette, che a piccoli intervalli si estese a tutto il perimetro della residenza imperiale, trasformata in prigione di stato. (…) Alle tre del mattino, o qualche istante prima, si sparse nella piazzas un rumore di carrozze. Nei pressi del Palazzo ci fu un trambusto di armi e cavalli. Tutte le pattuglie di ronda si ritirarono per occupare le entrate dello spiazzo, in mezzo al quale, attraverso gli alberi, a illuminare sinistramente la solitudine, si stagliava il profilo melanconico dei lampioni a gas. Apparve allora il corteo degli esiliati. Niente di più triste. Una carrozza nera, spinta al passo da due cavalli che avanzavano a testa bassa, come se procedessero dormendo. Davanti, due signore vestite di nero, a piedi, coperte di veli, quasi a fare strada al triste veicolo. Chiudeva la marcia un gruppo di cavalieri che la prospettiva notturna faceva risaltare nel suo nero profilo. S’intravedevano vagamente, sul gruppo, i pennacchi rossi dei copricapo della cavalleria. (….) E’ qua l’imbarco? Chiese timidamente ai soldati una delle signore in nero. Il cavaliere, che sembrava un ufficiale, rispose con un largo gesto del braccio e un ossequioso inclinare del corpo. In mezzo ai lampioni ai lati dell’entrata del molo passarono le signore. Seguì la carrozza chiusa. Quasi all’estremità del molo la carrozza si fermò e il signor D. Pedro de Alcantara scese – un volto indistinto fra altri volti distanti – per calpestare per l’ultima volta il suolo della patria. Dal posto di osservazione in cui ci trovavamo, con tutte le difficoltà e ancor più nella notte scura, non ci fu possibile distinguere la scena dell’imbarco. Fu rapido, comunque. Dopo pochi minuti si udiva un fischio leggero, faceva eco in mare il battere monocorde dell’elica della lancia, ricompariva il chiarore dell’illuminazione interna della nave e, senza che si potesse vedere nessuno dei passeggeri, a tutto vapore il rumore dell’elica e il chiarore rosso s’allontanavano da terra[27].  

La coppia imperiale si diresse in Portogallo. Sbarcò a Lisbona per andarsi a sistemare a Porto. Il 28 dicembre Teresa Cristina ebbe un attacco cardiaco. Le sue ultime parole furono “Brasile, terra benedetta non ti vedrò mai più”. La coppia imperiale era partita per l’esilio in assoluta povertà. Una caratteristica anche dei Borbone due Sicilie. Le spese del funerale furono anticipate dal visconte Manuel Joaquim Alves Machado (1822 – 1915), un commerciante portoghese che aveva fatto fortuna in Brasile. La cerimonia funebre si svolse a Porto e le spoglie dell’imperatrice furono sepolte a Lisbona nella tomba della famiglia reale Braganza, nella chiesa di Sâo Vicente de Fora.

Don Pedro II, dopo la morte della consorte e a suo ricordo incaricò il suo procuratore don José da Silva Costa di redigere l’atto per donare al popolo brasiliano la sua raccolta di libri, documenti, fotografie ed oggetti personali, alla condizione che alla raccolta fosse dato il nome di “Collezione Teresa Cristina”. La “collezione” formata da 50.000 pezzi, si trova oggi a Rio de Janeiro divisa fra la Biblioteca Nacional e l’Instituto Histórico e Geográfico Brasileiro. Ha scritto molto opportunamente, in proposito, Lygia da Fonseca Fernandes da Cunha: “da allora, compiendo la volontà imperiale, non passa giorno senza che qualcuno, nel leggere e consultare un libro, esaminare una stampa o una foto di questa preziosa collezione, ricordi e pronunzi un nome: Teresa Cristina Maria, Imperatrice del Brasile[28].  

Don Pedro II morì a Parigi due anni dopo la morte dell’imperatrice, a 66 anni, per una polmonite. I funerali furono celebrati nella chiesa della Madeleine e successivamente la salma, imbalsamata, fu trasferita col treno a Lisbona.

Col nuovo secolo il ricordo dei due sovrani non cadde nell’oblio, come sovente accade una volta morta la generazione che li conobbe. In Brasile una campagna d’opinione su vasta scala ottenne dal Presidente della Repubblica, Epitacio Pessoa (1865 – 1942), la revoca del decreto del 1889 con il quale si bandiva la famiglia imperiale dalla Patria. La campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica fu organizzata dall’”Instituto Histórico e Geográfico Brasileiro” il quale sin dal 1838, anno di fondazione, aveva vissuto sotto la protezione di D. Pedro II. Il 14 marzo 1922, celebrandosi il centenario della nascita di Teresa Cristina, il segretario dell’Instituto rievocò il ritorno delle spoglie mortali dei due sovrani, avvenuto oltre un anno prima, con le seguenti, commoventi parole: “L’8 gennaio del 1921, a bordo della corazzata S. Paulo in mezzo a onoranze riservate solo ai capi di Stato, giungevano in acque brasiliane quelle sacre spoglie; il popolo della Capitale del Brasile, riunito in moltitudine sulle banchine del porto e per le strade cittadine nonostante la pioggia che cadeva come in occasione del primo sbarco dell’augusta signora sulle nostre plaghe, attendeva ansioso e commosso il passaggio silenzioso delle due bare contenenti le ceneri care alla Patria, ancora e sempre unite nella maestà glorificatrice della morte, così come gemelle furono quelle due anime nell’augusta maestà della vita, regnando insieme 46 anni sul destino della nostra Patria, il regno glorioso della Giustizia, dell’Onore e della Bontà”[29]. Le spoglie di Don Pedro II e Teresa Cristina vennero collocate nella cattedrale di Rio e il 5 dicembre 1938, alla presenza del Presidente della Repubblica, Getúlio Vargas (1882 – 1954), fu inaugurata la cappella mortuaria a Petrópolis, dove un monumento marmoreo, scolpito da Jean Magrou (1869 – 1945) e Leâo Veloso (1899 – 1966), mostra i loro corpi distesi l’uno accanto all’altra.  

Teresa Cristina come un enigma da svelare, abbiamo scritto all’inizio del saggio. Facciamo nostro il pensiero espresso da Lygia Fagundes da Cunha che nel 1972 ricevette dal presidente del’”Instituto Histórico e Geográfico Brasileiro” l’incarico di commemorare il centocinquantesimo anniversario della nascita dell’imperatrice. L’oratrice introdusse la conferenza con le seguenti parole: “I paesi felici e le donne oneste non hanno storia[30]. L’enigma è tutto qui.

Di Teresa Cristina si impongono i fatti storici che nessuno ha potuto cancellare. La città di Teresina, capitale dello stato di Piauí, sorse in onore del suo nome. Poi ci fu Santo Amaro da Imperatriz, in Santa Catarina; Cidade da Imperatriz, nel Maranhâo. Ed infine, nel 1890, già caduta la Monarchia, la “Freguesia de Santo Antônio do Paquequer” fu chiamata Teresópolis a sua incancellabile memoria.

Vogliamo concludere queste note attorno ad una Napoletana dimenticata dalla storia con le parole di suo nipote, Francesco II di Borbone re del regno delle Due Sicilie: “Il tempo delle iniquità non è eterno”.


[1] A. A. Avella, Una Napoletana Imperatrice ai tropici. Teresa Cristina di Borbone sul trono del Brasile. 1843 – 1889, Roma, 2012, Edizioni Exorma, pag. 21

[2] Don Francesco di Tocco, principe di Montemiletto appartenente ad una famiglia di origine longobarda che godette di grande nobiltà in Napoli ove fu aggregata al patriziato dei Seggi di Capuana e Nido. Grande di Spagna di prima classe, fu gentiluomo di camera di S. M. con esercizio.

[3] Maria Cristina era figlia di Ferdinando IV e di Maria Carolina d’Austria. Il 6 aprile 1807 sposò a Palermo Carlo Felice di Savoia duca del Genovese che divenne Re di Sardegna in seguito all’abdicazione dei due fratelli maggiori (Carlo Emanuele IV nel 1802 e Vittorio Emanuele I nel 1821). Dall’unione con Carlo Felice non vi fu discendenza. Aveva una sorella gemella che morì nella prima infanzia. Alla morte di Carl Felice, avvenuta nel 1831, dopo 10 anni di regno, la regina trascorse un lungo periodo presso la sua famiglia a Napoli, poi rientrò a Torino alternando i soggiorni tra Aglié, Frascati, Napoli ed Altacomba. Morì ad Aix les Bains nel 1849 e fu sepolta, assieme a Carlo Felice, nell’Abazia di Altacomba.

[4] Mons. Agostino Olivieri ebbe un ruolo di primo piano nell’educazione dei principi reali figli di Ferdinando IV e di Francesco I. Era nato a Genova il 22 gennaio 1758. Studiò dai padri Gesuiti fino al 1772, quando l’ordine fu soppresso. Ritrovò lo stesso spirito dei Gesuiti dai padri della Congregazione della Madre di Dio e decise di vestire l’abito di quella Congregazione. Ciò avvenne nel 1774. Si trasferì a Napoli nella casa religiosa di Santa Maria in Portico a Chiaia dove venivano raccolti tutti i novizi. Qui studiò per due anni. Fatta la professione religiosa, i superiori lo inviarono a Roma a studiare teologia. Ordinato sacerdote ritornò a Napoli per educare i giovani religiosi. Nel 1794 divenne rettore del collegio. Alla fine del 1798, passata in Sicilia la famiglia reale, si trasferì a Palermo chiamato da Ferdinando IV per impartire lezioni alle sue tre figlie: Maria Cristina, la futura Regina di Sardegna; a Maria Amalia, la futura regina dei francesi e a Maria Antonietta, futura principessa delle Asturie.  Successivamente gli fu affidata anche l’educazione di Maria Carolina, futura duchessa di Berry, figlia del duca di Calabria Francesco. In seguito divenne istitutore anche di don Leopoldo, principe di Salerno e poi anche della seconda moglie del principe Francesco, Maria Isabella di Borbone Spagna. Nel 1807 la principessa Maria Cristina sposò Carlo Felice di Savoia, duca del Genovese, e padre Olivieri accompagnò in Sardegna la sua discepola. In quella occasione, i reali di Sardegna ottennero dal Papa Pio VII l’elevazione dell’Olivieri alla dignità episcopale. La consacrazione a Vescovo d’Aretusa in partibus infidelium avvenne a Palermo nella chiesa dei padri Filippini, detta l’Olivella, il 6 settembre 1807. In seguito Mons. Olivieri si spostò a Cagliari con la duchessa Maria Cristina. Vi restò solo sette mesi. Per motivi di salute abbondonò l’isola per tornare in Sicilia. Il duca di Calabria gli affidò l’educazione delle figlie Maria Carolina, futura duchessa di Berry; di Luisa Carlotta, che sposò l’infante di Spagna; di Maria Cristina, futura regina di Spagna, ben presto vedova. Nel 1817 gli viene affidata l’educazione del principe ereditario, il futuro Ferdinando II, e di suo fratello Carlo, principe di Capua. Poi fu la volta di Don Leopoldo, conte di Siracusa e di don Antonio, conte di Lecce. Il peso era troppo grave per Mons. Olivieri. Nel 1822 gli fu affiancato il sacerdote don Giuseppe Capocasale, professore di filosofia e di diritto naturale. Mons. Olivieri scrisse per l’educazione dei principi una Filosofia Morale che fu data alle stampe, la prima volta in sue volumi a cura della stamperia reale; ripubblicata una seconda volta nel 1826 e una terza volta a Genova, a cura dello stampatore Pontheimer. Ma l’ultima edizione fu ritenuta poco raccomandabile perché zeppa di errori ed omissioni. Francesco I, una volta divenuto Re, ricompensò Mons. Olivieri nominandolo nel 1826 Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro. Nel 1829 gli conferì anche la Gran Croce del nuovo Ordine di Francesco I. Nel corso del decennio di occupazione francese, le case religiose della sua congregazione a Napoli erano state soppresse. Mons. Olivieri ottenne da Francesco I la loro riapertura ed il Re, per onorare Mons. Olivieri, donò a sue spese alla congregazione una villa a S. Torio, vicino alla capitale, per ospitare i religiosi anziani e gli infermi. Mons. Olivieri morì a Napoli il 10 maggio 1834 e fra i suoi ultimi desideri vi fu quello di essere seppellito senza fasti. (Cfr. Necrologio di Mons. Olivieri, La Voce della Ragione, Tomo 11, 1834, n. 61, 15 ottobre 1834, pagg. 323 – 326).   

[5] Barao Antonini, Relatorios sobre o Brasil, por Edoardo Bizzarri, Sao Paulo, Instituto Cultural Italo – Brasileiro, 1961, pag. 5

[6] A. M. Pagliaro Micieli, L’Impero del Brasile nelle relazioni diplomatiche del barone Antonini, in “A.I.O.N.” Sezione romanza, XXIX, 1, 1987, pagg. 187 – 186.

[7] G. Merolla, “Correspondencia Brasileira” por Edoardo Bizzarri, Sao Paulo, Instituto Cultural Italo – Brasileiro, 1963

[8] Cfr. Aniello Angelo Avella, Contributi Napoletani alla storia della cultura Brasiliana del secolo XIX, pag. 181

[9] Ibidem, pag. 182

[10] Ibidem, pag. 181

[11] Memoria sul commercio dei Neri, e sui mali che dallo stesso ne derivano. A.S.N. Ministero affari esteri, fs. 3886

[12] Napoli, s. e., 1844

[13] Aniello Angelo Avella, op. cit., pag. 261

[14] Avella, pag. 185

[15] Ibidem, pag. 118

[16] Citato da A. Avella, op. cit., pag. 67

[17] Relazione a S. M (N.S.) Ferdinando II del viaggio compiuto in Brasile dal Capitano di Vascello Raffaele De Cosa nel 1843. Archivio Borbone, fascio 910, 481 – 501. La relazione è stata riprodotta integralmente in L. Radogna, Storia della Marina Militare delle Due Sicilie (1754 – 1860), Milano, Mursia 1978, pagg. 210 – 221

[18] Heitor Lyra, Histôria di D. Pedro II, pag. 249

[19] Op. it., pagg. 213 – 214

[20] Ibidem, pag. 216

[21]  Ibidem Pag. 219

[22] Napoli, “Presso Caro Batelli e Comp.”. 1844. In 8° gr.: pp. 1c. nn. + 106n. + 2 Tavole ripiegate più volte alla fine fuori testo: della “Pianta della Baja di Rio de Janeiro ricavata da un Piano Inglese durante la stazione del Real Vascello Vesuvio in quella Baja. 1843” firmata da E. Rodriguez, come disegno, e da Gatti e Dura Litografi, di misura 430 x 730.

[23] Rodriguez Eugenio. Guida generale della Navigazione per le Coste Settentrionali ed Orientali dell’America del Sud dal Rio della Plata al Parà, accompagnata dalla descrizione de’ principali gruppi di Madera, delle Canarie, delle Azzorre e del Capo Verde, delle isole di Fernando Noronha, della Trinità, del Penedo di San Pedro, e delle Rocche di Martini Vaz, nella quale si tratta de’ fenomeni più notevoli dell’Oceano Atlantico, de’ Venti, delle Correnti, degli Uragani, del Mar dei Sargassi, dello Scoloramento delle Acque del Miraglio, delle Nubi magellaniche, della Temperatura e della Profondità del Mare. Aggiuntavi l’esposizione delle Carte dei Venti e delle Correnti del Maury, nonché de’ brevi cenni su taluni degli animali che s’incontrano nell’Oceano e sulla igiene navale. Opera corredata di Disegni, Tavole, Vedute de’ principali ancoraggi, delle Coste e delle Isole dell’Atlantico e di una Collezione delle migliori e più recenti piante de’ Porti, delle Rade e degli Atterraggi per facilitare la Navigazione delle Coste e de’ principali Fiumi. Per Eugenio Rodriguez, capitano di fregata della Marina Napolitana. Parte Prima. Parte Seconda + Atlante. Napoli, “Dalla Reakle Tipografia Militare”, 1854 – 57. 2 voll. In 4° di Testo + 1 vol. in –Folio di Atlante di Carte Geogr.; pp. XXVII + 975n. + 22 Tavole ripiegate e non, fra cui 2 Litografate su carta “Cina” delle Vedute dal mare di Montevideo e Buenos-Ayres e 3 Tavole della –carta –topografici-Idrografico del Rio della Plata e Carta Pilota del Brasile (Parte I del Testo)pp. XVI + 1246n. +12 Tavole ripieg. e non f. t. fra cui 1 Pianta a Colori di S. Sebastiano di Rio de Janeiro ed 1 tavola con 2 Vedute Litogtrafate (Parte II del testo). Con 56 Figure intercalate nel testo, il tutto sempre in Lito, fra cui anche delle Bandiere colorite. L’Atlante a parte consta di 1 Front. “calligrafato”. 

[24] A. A. Avella, op. cit., pag. 106

[25] F. Cenni, vedi pag. 143 nota 74

[26] José Murilo de Carvalho, pag. 188

[27] Il testo riportato in lingua italiana è stato tradotto dall’Avella. Esso fu inserito nel numero speciale della Revista do Instituto Históricoe Geográfico Brasileiro, organizzato per commemorare la traslazione dei resti mortali degli imperatori. Rio de Janeiro, Imprensa Naxional, 1924, pp. 104 – 108. Ora in A. A. Avella, op. cit., pagg. 157 – 158

[28] Cfr. A. A. Avella, op. cit., pag. 160

[29] M. Fleiuss, A Imperatriz D. Teresa Christina Maria, 14 de Março de 1822 – 14 de Março de 1922, Rio de Janeiro, Imprensa Nacional, 1922, pagg. 32 – 33, riportato da A. A. Avella, op. cit., pag. 162

[30] Cfr. A. A. Avella, op. cit, pag. 167

Francesco Maurizio Di Giovine

Biblioteca reale

Bologna

2019

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