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LUIGI COCCHI 15 ANNI DI SORA VITTIMA DEI PIEMONTESI

Posted by on Giu 5, 2020

LUIGI COCCHI 15 ANNI DI SORA VITTIMA DEI PIEMONTESI

Quell’11 settembre (1861), giorno di sentenze mortali, a Sora dovevano essere fucilati i quattro contadini della Selva caduti prigionieri il giorno prima e accusati di essere i rifornitori dei briganti. «Guardai la città, dove quattro amici venivano condotti a morte», scrive Zimmermann nelle sue Erinnerungen, «con mano tremante puntai il cannocchiale sulla città adagiata ai piedi del monte S. Angelo.

Sulla piazza grande erano ammassati gli abitanti e lì, come sulle altre strade, luccicavano le baionette degli occupanti. Sul lato aperto del quadrato d’esecuzione stavano quattro sedie di legno a una distanza di tre passi una dall’altra», furono raggiunte dai quattro sventurati che vi vennero legati con le spalle rivolte al plotone. Dopo le preghiere, la squadra omicida si schierò dietro di loro. L’ufficiale del plotone alzò la sciabola e diede il segnale. «Sulla città si alzò una piccola nube grigia che s’allargò e si ispessì nel profondo blu del cielo. Il brigantaggio perdeva quattro fedeli, mentre il sistema di pacificazione italiano si arricchiva di alter quattro macchie di sangue». Tre morirono subito, «con le schiene squarciate», il quarto, un ragazzo, «nel disperato dolore della morte si contorse», finché un ufficiale non lo finì con un colpo sparato dietro l’orecchio. I cadaveri furono messi su un carro e trasportati «in un angolo della Valle Roveto» dove vennero sbrigativamente seppelliti. «Kein Kreuz, kein Stein bezeichnet die Stitte, wo vier treue, muthige Herzen modern»: nessuna croce, nessuna pietra segnò il luogo dove quattro fedeli e coraggiosi cuori giacquero. La scena scosse il nostro testimone e commosse gli uomini della montagna. Sul far della sera si riunirono tutti intorno a Giacomo Angeloni, il cantante della comitiva, che aveva raggiunto Chiavone dopo aver perduto il padre e il fratello, uccisi dai piemontesi. L’Angeloni, guerrigliero coraggioso e in altre occasioni allegro e gioviale, intonò con tristezza quello che Zimmermann cita come il «Todeslied der Briganten», il Canto di Morte dei Briganti. Ne traduciamo fedelmente il contenuto rammaricandoci di non poter riprodurre la struttura dei versi e delle strofe:

«Devi morire con vergogna e senza onori, brigante!»
«Non cade su di me la vergogna, la vergogna è vostra.
Io vado intrepido verso la patria del Signore!
Rido dei vostri sguardi pieni di scherno e di crudeltà,
il mio occhio scruta le montagne dalle quali vi ho fatto fuggire!
Saluto i luoghi dove sono vissuto libero;
Benedico le pallottole che ho piantato nei vostri cuori.
E benedico te, mia terra, che fra poco mi abbraccerai,

ti benedico, terra patria, che ancora sei rossa di sangue.
Saluto il popolo del dolore che ho difeso,
ne porto l’amore dentro il cuore, nella tomba».
Ora, quattro spari risuonano tra î monti, per l’ultima volta.
Alza al cielo la mano insanguinata,
per l’ultimo addio,
il brigante che muore.

Ancora una volta è l’Archivio di Caserta a fornirci le generalità precise dei quattro fucilati. Due di essi erano padre e figlio: Cocchi Giuseppe e Cocchi Luigi, di 15 anni. E poi ancora Ferri Giovanbattista, detto Cercinale, di 50 anni e Venditti Gioacchino di 51, entrambi con famiglia.

Note di Raimondo Rotondi:

La testimonianza della fucilazione di Luigi Cocchi (15 anni!) è tratta da “Erinnerungen” (Ricordi) di Ludwig Richard Zimmermann, tradotto in parte, per la prima volta, da Michele e Ferri e Domenico Celestino, che ne inserirono parecchi passi nel loro “Il Brigante Chiavone – Storia della guerriglia filoborbonica alla frontiera pontificia (1860 – 1862)”, edito nel 1984.

Il passo sopra riportato è nel capitolo XII di quest’ultimo libro, pagg. 172,173.

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