Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Manhes un criminale di guerra al servizio di Murat

Posted by on Nov 16, 2020

Manhes un criminale di guerra al servizio di Murat

Un Manhes generale, aiutante di campo di Murat, che già aveva con singolar energia pacificato gli Abruzzi, parve al re uomo capace di condur a buona fine l’opera più difficile delle Calabrie. Il vi mando con potestà di fare come e quanto volesse.

Era Manhes di aspetto grazioso di tratto cortese, non senza spirito, ma di natura rigida ed inflessibile, nè stromento più conveniente di lui poteva scegliere Giovachino per conseguire il fine che si proponeva. Arrivava Manhes nelle Calabrie, a questo solo disposto che le Calabrie pacificasse; del modo, qualunque ei fosse, non si curava; ciò si pose pensiero di fare, e fecelo, ferocia a ferocia, crudeltà a crudeltà, insidia ad insidia opponendo; e se questi rimedi sono necessari, che veramente erano in Calabria, per ridurre gli uomini a sanità, io veramente dell’umana generazione mi dispero. Primieramente considerò Manhes che l’operare spartitamente avrebbe guastato il disegno; perchè i facinorosi fuggivano, dal luogo in cui si usava più rigore, in quello in cui si procedeva più rimessamente, così cacciati e tornanti a vicenda da un luogo in un altro, sempre si mantenevano. Secondamente andò pensando che i proprietari, anche i più ricchi , ed i baroni stessi che vivevano nelle terre, ricoveravano, per paura di essere rubati e morti, questi uomini barbari. Dal che ne nasceva che se non si trovava modo di torre loro questi nascosti nidi, invano si sarebbe operato per ispegnerli. S’aggiungeva che la gente sparsa per le campagne , per non essere manomessa da loro, dava loro, non che ricovero, vettovaglie; e così fra il rubare, il nascondersi ed il vagare era impossibile il sopraggiungerli. Vide Manhes convenirsi che con qualche mezzo straordinario, giacchè gli ordinari erano stati indarno, si assicurassero gli abitatori buoni, i briganti s’ isolassero. Da ciò ne cavava quest’ altro frutto, che i giudizi sarebbero stati severi, operando contro dei delinquenti l’antica paura ed i danni sopportati. Ferro contro ferro, fuoco contro fuoco abbisognava a sanare tanta peste, e medicina di ferro e di fuoco usò Manhes. Per arrivare al suo fine quattro mezzi mise in opera: notizia esatta del numero dei facinorosi comune per comune, intiera loro segregazione dai buoni , armamento dei buoni, giudizi inflessibili. Chi si diletta di considerare le faccende di Stato ed i mezzi che riescono e quelli che non riescono, vedrà nelle operazioni di questo prudente e rigido Francese, quanto i mezzi suoi squadrassero col fine, e ch’ei non andò per le chimere e le astrazioni, come fu l’uso dell’età. Ordinò che ciascun comune desse il novero de’ suoi facinorosi , pose le armi in mano ai terrazzani partendoli in ischiere, fe’ ritirare bestiami e contadini ai borghi più grossi, che erano guardati da truppe regolari; fe’ sospendere tutti i lavori d’agricoltura; dichiarò caso di morte a chiunque che, ai corpi armati da lui non essendo ascritto, fosse trovato con viveri alla campagna; mandò fuori a correrla i corpi dei proprietari armati da lui comune per comune, intimando loro, fossero tenuti a tornarsene coi facinorosi o vivi o morti. Non si vide più altro nelle selve, nelle montagne, nei campi, che truppe urbane che andavano a caccia di briganti, e briganti che erano cacciati. Quello che rigidamente aveva Manhes ordinato, rigidamente ancora si effeltuava . I suoi subalterni il secondavano, e forse non con quella retta inflessibilità ch’egli usava, ma con crudeltà fantastica e parziale. Accadevano fatti nefandi: una madre che, ignara degli ordini, portava il solito vitto ad un suo figliuolo che stava lavorando sui campi, fu impiccata . Fu crudelmente tormentata una fanciulla alla quale furon trovate lettere indirette a uomini sospetti. Nè il sangue dei Carbonari si risparmiava. Capobianco, loro capo, dopo alcun tempo, tratto per insidia e sotto colore d’amicizia nella forza, fu ucciso. Un curato ed un suo nipote, entrati nella setta, furono dati a morte, l’uno veggente l’altro, il nipote il primo, il zio il secondo. Rifugge l’animo a me, che già tante orrende cose raccontai, dal raccontare i modi barbari che contro di loro si usarono. I Carbonari, spaventati dalle uccisioni, perchè molti di loro perirono nella persecuzione, si ritirarono alle più aspre montagne. I facinorosi intanto, o di fame, per essere il paese tutto deserto e privo di vettovaglie, perivano, o nei combattimenti che contro gli urbani ferocemente sostenevano, morivano, o preferendo una morte pronta alle lunghe angosce, o da sè medesimi si uccidevano, o si davano volontariamente in preda a chi voleva il sangue loro. I dati o presi, condotti innanzi a tribunali straordinari, composti di intendenti delle provincie e di procuratori regii, erano partiti in varie classi; quindi mandati a giudicare dai Consigli militari creati a posta da Manhes . Erano o strangolati sui patiboli, o soffocati dalla puzza in prigioni orribili; gente feroce e barbara, che meritava supplizio non pietà. Nè solo si mandavano a morte i malfattori, ma ancora chi li favoriva, o poveri, o ricchi, o quali fossero, o con qual nome si chiamassero; perciocchè, se fu Manhes inesorabile, fu anche incorruttibile. Pure , per opera di chi aveva natura diversa dalla sua, si mescolavano a pene giuste fatti iniqui. Succedevano vendette che mi raccapriccio a raccontare. Denunziati dai facinorosi, che per ultimo misfatto usavano mortali calunnie, alcuni innocenti furono presi e morti. Talarico di Carlopoli, capitano degli urbani , devoto e provato servitore del nuovo governo, accusato, per odio antico, da un facinoroso, piangendo ed implorando tutti la sua grazia, fu dato a morte. Non è però da tacersi ch’ei fu condannato dalla corte di Cosenza sopra l’accusa datagli dal procuratore del re di aver avuto segrete intelligenze coi briganti. Parafanti, donna, per essere, come si disse, stata moglie del facinoroso di questo nome, arrestata con tutti i suoi parenti, e dannata con loro all’ultimo supplizio, perì. Posti in fila nel destinato giorno, l’ infelice donna la prima, i parenti dietro, preti e boja alla coda, marciavano, in una processione distendendosi , ch’ io non so con qual nome chiamare. Eransi posti in capo ai dannati berrette dipinte a fiamme, indosso vesti a guisa di sanbenito; cavalcavano asini a ritroso ed a bisdosso. A questo modo s’accostarono al patibolo: quivi una morte crudele pose fine ad una commedia fantastica ed orribile. Nè davano solamente supplizi coloro che a ciò fare erano comandati; ma ancora i paesani, spinti da rabbia e da desiderio di vendetta, infierivano contro i malfattori: insultavano con ischerni ai morti, straziavano con le unghie i vivi, dalle mani dei carnefici togliendogli per ucciderli. Furono i Calabri facinorosi sterminati da Manhes uno ad uno. Chi non morì pei supplizi, mori per fame. I cadaveri di molti nelle vecchie torri, o negli abbandonati casali, od anche sugli aperti campi, si vedevano spiranti ancor minaccie, ferocia e furore: la fame gli aveva morti. Dei presi, alcuni ammazzavano le prigioni prima dei patiboli. La torre di Castrovillari, angusta e malsana, videne perire nell’insopportabile tanfo gran moltitudine. La contaminazione abbominevole impediva ai custodi l’avvicinarsi; i cadaveri non se ne ritiravano, la peste cresceva, i moribondi si brancolavano per isfinimento e per angoscia sui morti; i sani sui moribondi, e se stessi  come cani, con le unghie e coi denti laceravano. Infame puzza di putrefatti cadaveri diventò la castrovillarese torre, sparsesi la puzza intorno, e durò lunga stagione; le teste e le membra degl’impiccati, appese sui pali di luogo in luogo, rendettero lungo tempo orrenda la strada da Reggio a Napoli. Mostrò il Crati cadaveri mutilati a mucchi: biancheggiarono, e forse biancheggiano ancora, le sue sponde di abbominevoli ossa. Così un terror maggiore sopravanzò un terror grande. Diventò la Calabria sicura, cosa più vera che credibile, sì agli abitatori che ai viandanti: si apersero le strade al commercio, tornarono i lavori all’agricoltura, vestì il paese sembianza di civile, da barbaro ch’egli era. Di questa purgazione avevano bisogno le Calabrie, Manhes la fece: il suo nome saravvi e maledetto e benedetto per sempre.

curato da Raimondo Rotondi

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