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MARCIA DEI SANFEDISTI DI D.PETROMASI VISTO DA LUCIO CASTRESE SCHIANO

Posted by on Gen 4, 2019

MARCIA DEI SANFEDISTI DI D.PETROMASI VISTO DA LUCIO CASTRESE SCHIANO

    

     Nel campo delle scienze positive sono state avanzate diverse ipotesi aventi per oggetto d’indagine il mondo fisico. Tali ipotesi, verificate nel tempo, hanno portato alla formulazione di leggi e principi, come il così detto effetto farfalla ( che ha studiato l’intima connessione fra tutti i fenomeni di un sistema ) e il principio di Huygens (che ha avuto per oggetto il fenomeno della propagazione delle onde ), i quali hanno dimostrato che una perturbazione prodotta in un qualunque punto dello spazio produce effetti fin nelle sue parti più estreme. Contemporaneamente l’ effetto Kirlian ( relativo all’aura che contorna i corpi ) e le leggi di  Planck, Wien e Stefan – Boltzmann ( relative all’emissione di raggi infrarossi da parte di corpi ed oggetti ) hanno dimostrato che, anche abbandonando progressivamente un determinato punto dello spazio, una nostra traccia – più o meno visibile a seconda del calore del corpo e della relativa lunghezza d’onda – rimane per un certo tempo nello spazio proprio a testimoniare il nostro passaggio. I dati emergenti da questi fenomeni, da queste leggi portano a vedere una grande analogia tra essi e quel tenace ma invisibile filo che lega fra loro i vari momenti della storia ( anch’essa – in ultima analisi – prodotto di corpi in movimento ), in modo che un qualsiasi momento è la naturale conseguenza di quello che l’ha preceduto, ed esso stesso, a sua volta, costituirà l’ antecedente del momento successivo.  Sicché, proprio come per le leggi e gli effetti appena citati, una qualunque situazione che ci interessa oggi è la naturale conseguenza di una serie di eventi  verificatisi anche molto tempo addietro, ovvero “ La storia non è cosa passata, ma è il passato che raggiunge in modo vivo il presente”[1]. E’ indubbio, pertanto, che la situazione che viviamo oggi è la diretta conseguenza di tutti i momenti storici precedenti, e conseguentemente è indubbio che la frenesia che assalì i liberali nel 1860 affonda le proprie radici negli eventi che nel 1799 interessarono la nostra penisola ; eventi, a loro volta, originati  dalla ideologia della precedente “epoca dei lumi”, e così via.  Noi, dovendo non senza timore esprimere una timida opinione sul resoconto del Petromasi “Storia della spedizione dell’Eminentissimo Cardinale D. Fabrizio Ruffo”,  prenderemo le mosse dagli eventi del 1799, dato che costituiscono il momento temporalmente più vicino al tema che interessa queste righe.  La prima cosa che salta agli occhi dalla lettura del libro è l’obiettività con cui vengono registrati gli avvenimenti. Un’obiettività che non ha bisogno di alcun aggettivo per rafforzarne il significato. Ogni pagina del resoconto, infatti,  è assimilabile al fotogramma di una videoregistrazione, per cui, alla fine,  tutte le pagine possono essere paragonate ad una pellicola cinematografica, la quale, però, è priva del sonoro per il semplice fatto che non ce n’è bisogno. I giudizi espressi col sonoro per accompagnare le varie azioni/fotogrammi, infatti, avrebbero potuto fuorviare lo spettatore. Allora, proprio per scongiurare tale pericolo, si è fatto ricorso al sistema del “muto”, in modo che le immagini parlassero da sole, mostrando azioni  che non debbono essere interpretate, ma solo viste. In tal  modo se un “repubblicano” si comporta correttamente le sue azioni non possono essere equivocate da chi  “repubblicano” non è, perché il fotogramma, volutamente,  non consente di essere frainteso. E così per l’altra parte.

   Un tal modo di registrare la storia fa grande onore all’autore, perché, nonostante membro della spedizione e cronista degli avvenimenti, è riuscito a non  peccare mai di partigianeria. Quando, infatti, le circostanze richiedevano che ci fosse  da fare un apprezzamento per la parte avversa,ciò è avvenuto puntualmente e senza far ricorso  ad un uso scorretto della lingua, cercando di presentare la cosa  in modo che ognuno la potesse vedere come più gli faceva comodo. La stessa correttezza è stata adottata quando si trattava di redarguire o criticare comportamenti  della parte “amica”, come nel caso del saccheggio di Crotone :  << … Non deesi in quest ’occasione passare sotto silenzio l’indicibile saccheggiamento fattovi per parecchi giorni dalle Truppe Calabresi; e tanto meno meritevole, quanto il popolo s’impegnò, ad onta di qualche ribelle,disserrare la parte della Città, e rendersi del tutto ubbidiente>>.    

     Ovviamente se riteniamo il Petromasi degno di credito quando condanna il comportamento scorretto di alcuni componenti dell’armata di cui egli stesso fa parte, non possiamo dubitare della sua sincerità quando invece ha l’occasione di registrare – senza intento celebrativo – avvenimenti ai quali solo i posteri possono attribuire importanza per il fatto di avere a disposizione  materiale di confronto che permette loro  di esprimere giudizi sul succedersi degli avvenimenti e sul modo in cui sono stati presentati. Per dare poi un’idea della correttezza di fondo della spedizione ( che non era nata per depredare, ma per riconquistare ), spedizione di cui il Petromasi è stato spettatore e comprimario, citiamo qualche riga del suo resoconto.    Arrivati a Pizzo (ma questo si verificava in tutte le città e i paesi che venivano gradualmente riconquistati alla corona), <<… Si sistemano frattanto i politici affari di quel Paese, non solo col richiamare al possesso degli stessi Regj impieghi, chi n’era stato deposto da quel Repubblicano Governo, ma con pubblica giornaliera udienza si ascolta chiunque dall’Eminentissimo Vicario Generale, ed ognuno pago rimane di quella giustizia, che gli si comparte. Un tal sistema non si lasciò di praticarsi per l’intero corso della Campagna, onde le popolazioni tutte del Regno fossero servite nel miglior modo che si dovea, e poteano permetterlo le circostanze del tempo>>.  

     Ora dobbiamo spiegarci perché l’Armata della Santa Fede ebbe dal popolo un’accoglienza ben diversa da quella delle truppe francesi . Differenza di comportamento che – non analizzata con la lente dei pregiudizi ideologici – non può che avere un’unica spiegazione : il favore e la simpatia di cui godeva l’Armata ; favore e simpatia spontanei originati in primis dal fatto che i componenti dell’Armata erano quasi tutti di provenienza popolare e, quindi, con gli stessi problemi  quotidiani ; e poi da considerazioni più dolorose. Infatti gli atteggiamenti di apparente favore e simpatia verso le truppe francesi  possono ascriversi certamente al particolare momento di disordine ed alla situazione di paura nutrita nei riguardi dell’esercito invasore, di cui era tristemente noto il “biglietto da visita” allorquando riusciva ad entrare nelle città vinte : immediata e perentoria richiesta pecuniaria come tassa di guerra, saccheggi, rapine, violenze, atti sacrileghi, ad onta delle affermazioni di sostanziale identità tra gli ideali repubblicani ed i principi del Vangelo, con cui imbonivano le masse. Oltre a subire violenze di tale natura, le popolazioni delle città occupate dovevano provvedere anche al sostentamento delle truppe, il cui numero talvolta era superiore a quello degli abitanti. E sicuramente questa ulteriore violenza non poteva incontrare il favore delle vittime.

    L’altra spedizione, invece : l’Armata del “Cardinale mostro” – per usare uno degli epiteti con cui lo definì la Pimentel – (cardinale su cui il distorto modo di “fare storia” ha inventato una nuova menzogna, sostenendo  che, arrivato a Palmi, il Ruffo si fosse spacciato addirittura per il papa [2]) già dall’inizio si differenzia da quella francese. Il Ruffo, infatti, chiede insistentemente al re ( senza, però, ottenerlo ) il denaro sufficiente al mantenimento della truppa per evitare qualunque atto di violenza. Queste le sue parole : << … denaro indispensabile se vogliono conservarsi quieti ed affezionati alla buona causa i vassalli di S. M., i quali altrimenti sarebbero vessati dalla truppa senza che potesse impedirsi così grave inconveniente>>. Ispirandosi ad una tale correttezza di fondo, la spedizione non poteva che godere delle simpatie, dell’appoggio e della più totale solidarietà da parte delle città che man mano venivano “realizzate”. Non potette evitare, però, il Cardinale che ogni tanto alcuni gruppi di briganti che, per “ripulirsi la fedina”, si erano aggregati alla spedizione, si abbandonassero al saccheggio,  come avvenne per il Panzanera ( al secolo Angelo Paonessa ) durante l’assedio di Crotone.

     C’è da dire – sempre a difesa del Ruffo, ma lontano da piaggeria – che la banda del Panzanera  ( e stiamo parlando di briganti! )si limitò  unicamente a rubare tutto quello che le era possibile, risparmiando le persone – e in particolare le donne – proprio per il timore della giustizia del Cardinale, che era molto rigorosa per i reati contro le persone. Altro che “Cardinale mostro”, diavolo, Satana o altro!       Questo dovrebbe essere il vero modo di “fare” storia, conformandosi semplicemente agli accadimenti di cui si è testimoni e ai quali ci si riferisce, senza decadere nell’ideologia, che, per far quadrare il tutto secondo la propria visione, mistifica la realtà, arrivando a creare dei veri e propri miti, che non hanno più nulla a che vedere con la storia, diventando un coacervo dove  gli indegni divengono eroi e i veri eroi perdono addirittura il diritto di essere ricordati.

    Partendo da queste premesse stupisce veramente, per dirla col Riccardi, che buona parte della storiografia abbia definito questa “memorabile impresa … un’azione barbara e ripugnante”[3] .  E, per ritornare alla mitopoiesi di protagonisti e momenti storici particolari, si noterà certamente il diverso modo con cui gli stessi storiografi hanno consegnato alle pagine della storia altre “spedizioni” : quella dei fratelli Bandiera(1844), quella di Pisacane (1857), e quella di Garibaldi (1860). E’ noto come queste ultime siano state studiate per privare un legittimo sovrano dei suoi possedimenti, ma, ciononostante, sono state tramandate per imprese degne di memoria e come eroi i suoi protagonisti, mentre la seconda,  che aveva il solo scopo di recuperare ciò che subdolamente era stato portato via, è passata come l’ azione di un’orda barbarica, quasi satanica, ad onta dell’insegna della Croce sotto  cui  il Cardinale aveva messo quell’esercito improvvisato, che, pur non comandato da ufficiali sfornati da prestigiose accademie militari , riuscì  tuttavia ad aver ragione di un vero esercito sotto la guida di famosi generali ed ufficiali superiori. E pensare che il primitivo nucleo della spedizione del Ruffo, in cui credeva poco anche Ferdinando IV, era composto da appena sette persone : il Cardinale Fabrizio Ruffo, l’abate Lorenzo Spanziani, il marchese Filippo Malaspina e quattro servitori. Partiti da Palermo per Messina il 27 gennaio 1799, ricevettero qui altre due adesioni : quella del sacerdote Annibale Caporossi e quella di Don Domenico Petromasi. Il 13 febbraio l’armata sanfedista si avvia verso la capitale del Regno e man mano che attraversa i vari territori fa sempre nuovi proseliti. Il numero esorbitante di adesioni raccolte dal Ruffo è il chiaro indice di una situazione socio – politica. Se, infatti, quell’enorme massa di persone che, senza essere forzata o obbligata, andò  ingrossare le file dei sanfedisti si fosse trovata bene sotto la nuova forma di governo, sicuramente non avrebbe ingrossato le file dei sanfedisti, ma ne avrebbe ostacolato in tutti i modi l’avanzata. Se invece le cose andarono diversamente, la spiegazione non può risiedere se non nel fatto che un esercito sceso in Italia solo per depredare, saccheggiare, trucidare ed uno stato fantoccio come quello della Repubblica Napoletana, non riconosciuta nemmeno dall’ideale madre-patria, imposti con la forza e con le armi, non erano ben visti dal popolo, che, quindi, non li appoggiò, andando ad ingrossare le file dei crocesegnati e decretando con la sola forza del loro numero e del loro coraggio la fine del predatorio e tirannico regime francese e dell’effimera Repubblica Napoletana.

       La storia registrava ancora una volta un fenomeno che gli storici poco obiettivi continuano pervicacemente ad ignorare : il ruolo del popolo, definito, a seconda delle circostanze,  volgo,  plebaglia, lazzari  o briganti. I quali quando sono veramente interessati rappresentano una forza di cui nessun esercito può essere sicuro di aver ragione. A dimostrazione di tale affermazione basti prendere in considerazione un momento della storia a noi molto vicino : quello delle “Quattro giornate” di Napoli, dove poveri, disarmati e sprovveduti popolani ebbero ragione della più organizzata e sanguinaria macchina di guerra che la storia ricordi.

Castrese Lucio Schiano


[1] J.Lortz, Storia della Chiesa considerata in prospettiva di storia delle idee – Ed. Paoline, Roma 1980, Vol. I, pag.12

[2] Ognuno giudichi se queste parole del Ruffo – come i fotogrammi riportati ad esempio – possono dare adito al minimo equivoco : << … Bravi e coraggiosi calabresi, un’orda di cospiratori settari dopo aver rovesciato in Francia altare e trono, dopo aver con sacrilego attentato fatto prigioniero ed asportato in Francia il Vicario di Gesù Cristo, nostro santo pontefice Pio VI … sta facendo tutti gli sforzi per involarci (se fosse possibile) il dono più prezioso del Cielo, la nostra Santa Religione …>>

[3] F. Riccardi, Saggio introduttivo alla “Storia della spedizione …” pag.54 �

    

  

    

    

        

   

      

 


1 Comment

  1. Quanta saggezza nell’Autore dell’articolo… da leggere e rileggere perché fa riflettere!
    Nulla che è nella storia rimane a sé, e se gli artefici fanno l’impossibile per far dimenticare, ai posteri osservatori attenti non sfuggiranno gli antefatti se li vorranno trovare… senza che comunque si possa sgravare più nessuno delle proprie responsabilità…
    Sarebbe meglio che soprattutto chi ricopre responsabilità e si esalta del ruolo tenesse sempre presente che niente rimarrà sepolto nell’oblio!
    Ho appena letto “il Conte di Châtelaine”, un’opera scritta dal bretone Giulio Verne che non trovò pubblicazione in Francia, descrivendo la eliminazione dei Vandeani all’epoca del Terrore, ma recentemente una piccola casa editrice italiana l’ha tradotta e pubblicata…Toh! cosa riuscirono a fare i francesi!.. antesignani loro in epoca moderna dei tedeschi che si intestardirono ad eliminare gli ebrei… Due stragi crudeli e inutili… e i francesi fecero di tutto per farlo dimenticare, addirittura cambiando il nome della regione!… ma non ci sono riusciti!…
    Ho comprato due copie del libro… non si può nascondere a lungo le verità che la storia ci consegna!
    caterina ossi

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