Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

P E R C H E’ ?di LUCIO CASTRESE SCHIANO

Posted by on Ago 30, 2020

P E R C H E’ ?di LUCIO CASTRESE SCHIANO

Non saranno stati probabilmente né l’amore che porto alla mia città né l’orgoglio delle mie origini a far sì che le parole usate dal grande archeologo Maiuri per descrivere l’antica grandezza e nobiltà di Napoli non consentissero più al mio animo di contenere l’assillante interrogativo che mi opprime da molto tempo e per il quale non mi riesce di trovare una risposta che possa conciliarsi con il più normale dei comportamenti e con l’umana razionalità e ragionevolezza.

     Il piacere suscitato dalle parole del grande archeologo, però, è stato subito smorzato da un velo di tristezza provocato dalla constatazione del contrasto tra la nobiltà e la grandezza  di cui alla citazione del Maiuri e le condizioni attuali sia di Napoli che di tutto il Meridione.

     Per spiegarmi questo stato di cose e per appurare anche se Napoli e il Meridione non abbiano qualche colpa per essere state e per continuare ad essere trattate così, cerco di analizzare gli avvenimenti relativi all’unificazione dai più disparati punti di vista, partendo dall’inizio.

     Fino al 1860 quasi metà della penisola italiana costituiva uno Stato autonomo e indipendente, che si reggeva senza soluzione di continuità da oltre settecento anni, conservando più o meno gli stessi confini e i cui abitanti della parte continentale – ora divisi in campani, lucani, calabresi, pugliesi, ecc. – erano tutti napolitani.

     Ad un certo momento un grido di dolore ferisce le orecchie e l’animo di Vittorio Emanuele II, il quale, non potendo rimanere insensibile alla richiesta di aiuto, mobilita il suo esercito per andare a liberare i fratelli dalla tirannia. Stranamente, però, quest’esercito, invece di portare materiali e generi di prima necessità per offrire un primo sollievo ai fratelli, è armato di tutto punto e proditoriamente invade la patria dei fratelli senza motivo, senza dichiarazione di guerra e in spregio di tutti i principi alla base delle leggi morali e di quelle che regolano i conflitti, abbandonandosi ad ogni sorta di violenze.

     Essendo evidente a questo punto che l’invasione contrabbandata per intervento umanitario non è stata altro che una rapina premeditata, va da sé che non si può pretendere che l’invasore si preoccupi di darsi e di rispettare delle regole. Quindi, se lungo la marcia incontra cose che gli interessano se ne impadronisce senza porsi interrogativi di ordine morale. Considerando che stiamo parlando di rapina, un tale comportamento non deve meravigliarci. Ci meravigliamo ed addoloriamo, invece, per altri aspetti della rapina, e non perché toccati sentimentalmente, come agevolmente potranno far constatare gli esempi seguenti.

     Se, infatti, rubo un pollo a qualcuno e questo pollo è squisito, che ci rimetto se ne confermo la bontà? Invece per i territori invasi è avvenuto proprio questo. Vengono stravolti tutti i principi: della coerenza, della morale e perfino quelli dell’economia, così quei fratelli ai quali non è andato giù il modo con cui si pretende di averli aiutati si ribellano. Vengono sprezzantemente definiti briganti e straccioni dalle efficientissime forze armate dell’invasore, comandate da generali usciti da prestigiose accademie militari e dai nomi altisonanti. Ma per aver ragione di questi straccioni armati di vanghe, forconi e qualche schioppo, ad un esercito di centoventimila uomini occorreranno dieci anni, la promulgazione di leggi di guerra, tribunali militari ed esecuzioni in massa. Questa liberazione viene preceduta e accompagnata dalla più colossale, efficiente e duratura campagna diffamatoria che la storia ricordi, che ha diffuso a livello planetario la falsa immagine dell’ex capitale come il regno della miseria, del male assoluto, dell’arretratezza, dell’oscurantismo e di tutte le negatività che mente umana possa concepire.

     A questo punto sorge spontanea una domanda. Se l’invasore si riteneva superiore in tutti i sensi alle genti che a suo dire andava a “liberare”, perché, con la sua superiorità e la sua scienza, non ha potenziato le attività industriali esistenti nei 102.700 kmq e nelle 22 province dei territori occupati, che davano lavoro a migliaia di operai, invece di decretarne in parte la chiusura, con buona pace delle maestranze e delle loro famiglie e in parte lo smantellamento ed il trasferimento nella parte definita civile, progredita ed industrializzata della nazione? Perché non si è comportato come per le regge e i palazzi cui si è limitata semplicemente a far asportare le vecchie insegne e a mettervi le proprie?

     Ai danni della rapina Napoli e il Meridione sono riusciti a sopravvivere. I danni della campagna denigratoria, però, per la sua citata efficacia, si fanno ancora sentire e rendono problematica una rapida ripresa, perché, se mi rubi, posso diventare povero; ma col tempo posso anche riuscire ad aver ragione della povertà.  Ma, se oltre a rubarmi, mi descrivi agli altri come ladro e persona inaffidabile, oltre al danno materiale, me ne arrechi un altro che difficilmente mi permetterà di rimettermi in piedi, perché ad ogni richiesta mi vedrò sbattere le porte in faccia.

     Per ritornare in argomento, con le autorevoli parole del Maiuri, Napoli è stata da sempre “la vera Atene d’Occidente, dotta, elegante, festosa e serena, con i giuochi quinquennali olimpici del suo grande ginnasio, gli agoni ginnici musicali e teatrali, l’istituzione delle fratrie, la sagra di Demetra con la festa attica della lampadodromia, i culti agli eroi e ai dii patri, a Dionysos Hebon, al fiume Sebéthos, alla Ninfa Parthenope, all’eroe Eumelos, e con le libere istituzioni greche della municipalità, il démarchos, gli arconti, il gymnasiarcha, l’agonotheta e, infine, con le sue scuole di filosofi e di retori. Spirava tanta aura di grecità, che Virgilio, per meglio riallacciarsi con il poema di Roma e di Augusto alle fila dell’epos omerico, la scelse a sua patria d’elezione”. Ancora:“ … ricordiamo che Napoli non è stata soltanto spagnuola, aragonese, angioina, durazzesca e sveva, ma anche greca, italica e romana e che, tra le sue vie e le sue piazze, è passata molta luce della civiltà e della grandezza dell’Italia antica: Augusto, Virgilio e Stazio e poeti e filosofi e artisti. Ricordiamo che la nobiltà delle sue origini e della sua prosperità, non è soltanto da ricercare nella storia più o meno gloriosa delle sue dominazioni straniere, ma nella ricchezza spirituale scaturita dal suo stesso suolo, qui dove Grecia e Roma si compenetrarono con così mirabile comprensione e fusione di intelletto, di spirito e di potenza, quale certo non si avverò in nessun’altra città del mondo antico. Bisogna ridare a Napoli una testimonianza viva e reale di quella che fu la sua  più alta e più nobile funzione di città mediterranea, di essere stata cioè la grande mediatrice fra l’ellenismo e la romanità.” (A. Maiuri – Passeggiate Campane – Sansoni Editore; passim).

     Ecco. Questi sono i “perché” ai quali non riesco a dare una risposta, se non quella di una cieca ed ottusa malvagità. Se, nell’unificare la nazione, si fosse fatto tesoro di questo immenso ed antichissimo patrimonio culturale, che, unito a quello delle altre città, ne  avrebbe notevolmente accresciuta l’importanza, saremmo rimasti la nazione da sempre invidiata per la sua creatività, il suo patrimonio artistico e archeologico e la sua cultura, invece di essere la Cenerentola d’Europa.

     Non dimentichiamo, inoltre, che in molti paesi esteri il napoletanissimo ‘O sole mio era considerato l’inno nazionale dell’Italia! Sarà un caso?

C. Lucio Schiano

2 Comments

  1. Quante domande retoriche! Ma che gliene fregava ai montanari sabaudi della cultura partenopea? A loro interessava trasformare il Piemonte in una grande stato militarmente potente per vendicarsi delle umiliazioni subite dai connazionali francesi. È noto che per i francesi loro erano solo zotici montanari, privi dello charme e della culture francaise! Parenti poveri ed ignoranti non degni di sedere al desco parigino!Ottenuta Nizza e Savoia, li scacciarono dal contesto francese, di cui i sabaudi conservarono solo la lingua. Per evitare ribellioni interne li aiutarono a conquistarsi un adeguato territorio ad est. In cio furono aiutati dai furbi inglesi ai quali interessavano sia la creazione di uno stato forte ad est della Francia, sia la distruzione del regno di Napoli che contrastava il dominio inglese nel Mediterraneo, specie in presenza degli scavi del canale di Suez. Ai Rotschild invece facevano gola le centinaia di milioni divducati d’ora presenti nel banco di Napoli, mentre alla massoneria interessava distruggere la Chiesa cattolica di cui il Regno era sempre stato il più fedele alleato. Altro che cultura. Per i sabaudi carmina non dant panem!

  2. COMPLIMENTI!

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