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Robespierre non fa meno paura di Stalin

Posted by on Set 26, 2020

Robespierre non fa meno paura di Stalin

Che cosa sta accadendo nel mondo? Che sia attraversato da forze totalitaristiche e dittatoriali è risaputo. Una di queste, tra le più crudeli, è stato ed è senz’altro il comunismo. Come a Cuba o nella Corea del Nord.

Per non parlare della Cina, dove la scadenza dell’accordo “provvisorio” e segreto stretto due anni fa col Vaticano è stata paradossalmente lo spunto nei giorni scorsi per nuove minacce e pesanti restrizioni verso i sacerdoti, che ancora si rifiutino di aderire all’Associazione patriottica. Ciò che il partito comunista spera ovvero il rinnovo dell’intesa è anche ciò che i fedeli cattolici cinesi temono, poiché diverrebbe senz’altro il pretesto per nuove repressioni da parte del regime. Ma non convincono neppure vicende quali quella dell’avvelenamento col Novichok dell’oppositore russo Aleksej Navanlyj, senza che Mosca abbia ancora saputo o voluto spiegare l’accaduto. Un fatto di questo tipo – non il primo, peraltro, in attesa di chiarimenti – in un Paese, ove libertà e democrazia sono conquiste ancora troppo giovani per potersi considerare acquisite, genera molti, inquietanti interrogativi.

L’altra, dilagante forza liberticida è rappresentata dall’islam, sia laddove governi a colpi di sharia, sia laddove s’imponga con la violenza, come negli Stati piagati dalla presenza di gruppi terroristici, quali Isis, al-Nusra, Boko Haram e via – tristemente – elencando. Nuovi dubbi sollevano tuttavia anche i sempre più evidenti e sfacciati tentativi, esercitati dal presidente turco Erdogan, di ricostituire a colpi di provocazioni e forzature una sorta di impero neo-ottomano, senza che l’Occidente abbia finora avuto qualcosa di davvero significativo da obiettare, né abbia assunto misure concrete per arginare l’arrogante intraprendenza del sedicente “sultano”. Per non parlare degli atroci abusi e delle condanne a morte perpetrate in Paesi come il Pakistan, sventolando come un’arma l’iniqua legge sulla “blasfemia”.

Tutto questo è noto, è risaputo. Ma insufficiente. Non basta per spiegare il clima vigente, ad ogni latitudine e ad ogni longitudine. Hilary Mantel, scrittrice britannica di successo in termini di libri venduti, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo Abc, ha dichiarato di sentire nell’aria odore di regime: secondo lei, che certo non nutre simpatie conservatrici, «oggi il modello politico di riferimento sarebbe quello della dittatura». L’opinione pubblica, in generale, manifesterebbe una sorta di attrazione fatale in quella direzione. O deriva.

Che il lupo perda il pelo, ma non il vizio ovvero che gli Stati, usciti dai vecchi totalitarismi, alla fin fine, siano sempre tentati dal ritornarvi non è però solo il parere di un’autrice di narrativa. Sono i fatti a dirlo. Nei Bundesländer orientali della Germania, ad esempio, si è assistito in questi anni all’emergere di nuove radicalizzazioni, di nuovi estremismi. V’è un «deficit democratico», secondo quanto dichiarato dal commissario per i nuovi Länder, Mark Wanderwitz, che evidenzia come «il tasso di approvazione del sistema democratico e delle sue istituzioni negli Stati tedeschi occidentali si attesti attorno al 91%, mentre in quelli orientali attorno al 78%». Non solo. Nella Germania ovest a dichiararsi soddisfatto della democrazia è il 40% dei cittadini, in quella est un risicato 22%. Nei Länder dell’ex-Ddr comunista la gente appare più statalista e meno liberale di quella residente negli Stati occidentali.

Tutto questo è stato così commentato da Wolfgang Schäuble, il ministro degli Interni tedesco che trent’anni fa firmò il trattato di riunificazione delle due Germanie, quella dell’Est e quella dell’Ovest: «Il Cancelliere Helmut Kohl diede molta speranza alla nostra gente. Oggi si potrebbe dire che le ha dato anche troppe speranze». Mentre Steffen Mau, sociologo e professore della Humboldt University di Berlino, intervistato dal quotidiano Abc, ha spiegato come, anche tra i giovani, un quinto della popolazione della Germania orientale si senta «più tedesco dell’Est che tedesco. E questo ha un prezzo».

A soli trent’anni dalla caduta del pluridecennale regime comunista questo, in parte, è forse anche comprensibile. L’impressione è, tuttavia, che la tendenza verso nuove radicalizzazioni, in Germania quantificabile, anche altrove, benché in modo più sfumato e subdolo, si sia progressivamente impossessata dell’Europa. Di quell’Europa giacobina, che cancella i simboli religiosi, che punisce chi tuteli la famiglia e la vita, chi proclami la Sacra Scrittura, chi eserciti la libertà di culto, di pensiero e d’opinione, chi sostenga le scuole cattoliche. E Robespierre non fa, anche oggi, meno paura di Stalin. Comunque la si voglia guardare, la situazione appare davvero critica. Ciò che è certo è quanto dichiarato da Julio Loredo, presidente di Tfp-Tradizione Famiglia Proprietà, in un’intervista apparsa sul numero di settembre del mensile Radici Cristiane: «Sento nell’aria, anche se non sempre tangibile, quell’elettricità propria dei periodi rivoluzionari. Se non è una Rivoluzione, è almeno la prova generale». Preghiamo, pare che ci attendano tempi non facili…

Mauro Farvezzani

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