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San Barbato da Castelvenere e i Santi sanniti – di Antonello Santagata

Posted by on Dic 20, 2020

San Barbato da Castelvenere e i Santi sanniti – di Antonello Santagata

Di certo San Barbato da Castelvenere è un Santo molto sottovalutato, misconosciuto e mai giustamente considerato per il ruolo di rilievo svolto nella storia dell’Italia meridionale.

Qualcuno vorrebbe i suoi natali in contrada Vandano di Cerreto (cit. santibeati.it), ma sarebbe un fiore all’occhiello che i cerretesi non saprebbero portare così mirabilmente, a livello di culto e di vanto, come fanno i venneresi. Per cui lasciamo stare le cose come sono e ribadiamo che San Barbato nacque in contrada Foresta di Castelvenere nel 602 d.C.

Pare sia stato un Santo dal carattere irascibile e vendicativo, che mal tollerava i peccatori. Insomma, una personalità forte, proprio quella che ci voleva per riuscire nelle sue opere.

San Barbato da Roma veniva

tre parm’ e’ musso e sette parm’ e barba

tre signurine davanti ha trovato

e s’hanno fatto la risa e l’hanno beffato

“Voi vi fate la risa e la beffa?

Lu pilo de lo capo

int’a la zizza se ne possa andare

e come umane voi non avite allattare”.

Questo è l’inizio di una filastrocca tradizionale riportata da Paola Caruso nel suo libro “Santi Spiriti Streghe” (Ed. Realtà Sannita- Benevento 2001), un libro indispensabile per chi vuole avere un’idea completa del folclore beneventano.

San Barbato, dunque, reagisce alle offese facendo entrare un pelo della sua barba nel capezzolo delle malcapitate provocando, così, l’ingorgo mammario: “u’ pilo a’ menna”, come viene detto in dialetto.

Un carattere forte, come dicevamo, che gli consentì, secondo la leggenda, di riuscire ad estirpare i culti pagani e diabolici dei Longobardi adoratori di Odino.

Fu lui che fece bruciare quell’albero di Noce, posto lungo la riva del fiume Sabato, dove gli invasori nordici svolgevano i loro rituali magici e satanici e dove le donne (streghe) si accoppiavano con il diavolo. Fece, inoltre, cospargere di sale il terreno tutt’intorno affinché lì non crescesse mai più nulla.

I riti diabolici a cui si è accennato vengono definiti “Sabba”. L’etimologia popolare fa risalire il nome al fatto che i riti si svolgevano nei pressi del fiume Sabato, secondo un’altra ipotesi, invece, si chiamavano così poiché il sabato era il giorno a loro dedicato mentre, più verosimilmente, il nome deriva dal diffuso antisemitismo medievale che vedeva “nei riti del sabato ebraico un insieme di atti perversi”.

Inoltre, fu ancora San Barbato che, per sradicare completamente il culto pagano, fece fondere il simulacro più sacro adorato dai Longobardi, la Vipera d’Oro a due teste, ricavandone un calice da chiesa.

La leggenda, riportata in “Vita Barbati episcopi beneventani” – un libro anonimo scritto due-tre secoli dopo la morte del Santo- fa risalire, in sostanza, il mito delle janare proprio a quell’epoca. Il libro attribuisce a San Barbato un ruolo determinante nella lotta alla stregoneria beneventana legando così, indissolubilmente, il suo nome a quella saga.

Nonostante la decisa azione del Santo, però, il Noce a Benevento, in qualche modo, è risorto e i rituali delle janare hanno continuato a svolgersi ai piedi di quell’albero nei secoli successivi. Ma questa è un’altra storia.

Quello che è storicamente accertato, invece, è che San Barbato ha concretamente contribuito alla definitiva conversione dei Longobardi al cristianesimo (vedi Tommaso Indelli- Storia politica della Longobardia minore- Ed. Gaia.2018).

La storia parla di un decisivo intervento del Santo presso Romualdo, Duca longobardo, nell’imminenza dell’attacco alle mura di Benevento da parte di Costante II Imperatore bizantino. San Barbato propose un patto al Duca: avrebbe interceduto presso la Vergine Maria per far desistere il Bizantino dall’attacco e, in cambio, i Longobardi avrebbero abbandonato gli dèi nordici per abbracciare definitivamente la dottrina di Cristo.

E così andò. Grazie all’intercessione del Santo di Castelvenere, la Madonna apparve nel campo dei Bizantini la notte prima della battaglia sconsigliando l’imperatore Costante- molto religioso- dall’attaccare Benevento. Questi, infine, tolse l’assedio e fece rotta verso Napoli. In verità vi fu anche un altro motivo, meno spirituale, che fece cambiare idea all’imperatore d’Oriente. Infatti, le cronache narrano che da Pavia, capitale del Regno, erano partite, in soccorso di Benevento, le truppe di Grimoaldo padre di Romualdo e Re dei Longobardi.

Il combinato disposto dell’azione divina e militare salvò la città dalla distruzione, ma i beneventani, attribuendo tutto il merito a Barbato, lo elessero a furor di popolo Vescovo di Benevento.

Quindi, accertata la sua azione decisiva nella conversione al cattolicesimo dei Longobardi conquistatori che consentì alla fede cristiana di affermarsi e prevalere definitivamente; considerati l’estensione (dall’Abruzzo alla Calabria, comprese Puglia, Molise, Basilicata e Campania) e la durata del Ducato Longobardo di Benevento (fino all’XI secolo), si potrebbe dire che l’attività di San Barbato ha condizionato in maniera decisiva la cultura, e di conseguenza la politica e l’economia, di tutto il Meridione d’Italia per circa quattro secoli.

Malgrado tutti questi atti rilevanti, San Barbato non è stato mai adeguatamente valutato nei secoli.

Tuttavia, tralasciando queste disquisizioni, materia per storici e religiosi, è interessante notare come un territorio così piccolo come il Sannio beneventano, abbia dato i natali, oltre che a San Barbato, a molti altri Santi di cui alcuni noti ed importanti.

Il più importante è sicuramente San Gennaro. Il patrono di Napoli nacque a Benevento nel 272 ed era vescovo di quella città quando fu martirizzato a Pozzuoli nel 305, nel corso delle persecuzioni di Diocleziano. Insieme a lui furono decapitati anche i suoi discepoli Desiderio e Festo, anch’essi beneventani di nascita e anch’essi martiri e Santi.

Contemporaneo di San Gennaro fu San Piatone che l’Arcidiocesi Ortodossa d’Italia dà come nativo di Benevento, senza data certa, nel III secolo.  Ordinato sacerdote da San Dionigi fu inviato ad evangelizzare la Gallia giungendo in Belgio, a Tournai, dove fu martirizzato anch’egli a causa delle persecuzioni dell’Imperatore Diocleziano. Nella cittadina belga vi è una chiesa dedicata al martire beneventano.

Nativo di Benevento era anche San Felice IV, asceso al soglio pontificio nel 526, (durante il suo papato a Costantinopoli saliva sul trono Giustiniano I, considerato il più grande Imperatore Romano d’Oriente) fece erigere a Roma la basilica dei Santi Cosma e Damiano.

Ancora un Papa Santo beneventano è stato San Vittore III. Figlio di Landolfo V, uno degli ultimi Duchi di Benevento, fu Papa per pochi mesi. Fece in tempo, però, a celebrare un concilio nella sua città nello stesso anno in cui morì, il 1087. Raffinato letterato, ci è giunta una sua pregevole opera dal titolo: Dialoghi dei miracoli di San Benedetto.

Non è Santo ma fu Papa, anche se per soli due mesi, Gregorio VIII, al secolo Alberto de Morra o di Morra (Benevento 1100- Pisa 1187). Abile politico, nei pochi giorni di pontificato riuscì a riconciliare le potenti repubbliche marinare di Pisa e Genova nonché l’imperatore germanico Federico Barbarossa con la Chiesa affinché partecipassero alla III Crociata- insieme a Riccardo I Cuor di Leone, Re d’Inghilterra e Filippo II di Francia- da lui indetta dopo che Gerusalemme era caduta nelle mani del condottiero Saladino.

Sempre a proposito di papi, beneventano d’adozione è Papa Orsini, Benedetto XIII, anche se nacque a Gravina di Puglia nel 1649. Per 38 anni consecutivi fu Arcivescovo della città, anche dopo l’elezione a papa. Attualmente è in attesa di essere proclamato Santo.

Strettamente legato al Sannio è Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Originario di Napoli, vescovo per 13 anni di Sant’Agata de’ Goti, tra i più apprezzati dottori della chiesa. Forse più noto alla gente per aver composto e musicato “Tu scendi dalle stelle” che per i suoi dotti trattati teologici.

Particolare, invece, è il caso di San Benedetto da Benevento (X secolo), missionario, eremita e martire in Polonia. Pressoché sconosciuto da noi, è molto venerato dai polacchi che lo considerano uno dei loro protomartiri.

Non solo il capoluogo ma anche la provincia ha dato santi natali. A Vitulano nacque San Menna Eremita, definito da San Gregorio Magno: “uomo di Dio”. Morì nel paese natio nel 583.

E’ molto probabile che siano telesini San Palerio, Vescovo di Telese del IX secolo, ed il suo diacono Sant’Equizio da Telese. Alcune ossa dei due Santi sono custodite nella cattedrale di Cerreto.

Sannita a tutti gli effetti fu San Giovanni Eremita o San Giovanni da Tufara. Nato in un piccolo borgo del Fortore molisano nel 1084, trascorse gran parte della sua vita, dopo una breve parentesi parigina, nelle grotte tra Baselice e Foiano Valfortore di cui è patrono e dove morì nel 1170. Nonostante sia vissuto da povero eremita fondò l’abbazia di Gualdo Mazzocca a Foiano, per l’accoglienza e l’assistenza ai più poveri.

Pietrelcina, poi, ha visto nascere uno dei Santi più venerati dei nostri tempi: Padre Pio, la cui notorietà ci esime dal parlarne in questo contesto.

Da non dimenticare che ebbe natali beneventani anche il medico-santo: San Giuseppe Moscati. Nacque nei pressi dell’arco Traiano nel 1880, valente e apprezzato medico, era in odore di santità già in vita. Morì a soli 47 anni. Definito “il medico dei poveri” è il santo più “giovane” in ordine cronologico essendo stato canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1985.

In calce, è curioso annotare come il Santo più adorato di sempre dai napoletani (San Gennaro) e due tra i Santi dei nostri tempi più venerati dagli stessi (San Pio da Pietrelcina e San Giuseppe Moscati) siano tutti nativi della terra Sannita.

Originari, cioè, di quella terra che molti napoletani, prima del Benevento in serie A, difficilmente riuscivano a collocare con esattezza da un punto di vista geografico.

Antonello Santagata

L’articolo è tratto da “Guida alla Valle Telesina e al Sannio ad uso dei suoi abitanti o dell’ospite interessato” Ed. Fioridizucca 2019

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