Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

STUDJ SOPRA LA QUESTIONE ITALIANA DI CARLO CATINELLI (III)

Posted by on Gen 19, 2021

STUDJ SOPRA LA QUESTIONE ITALIANA DI CARLO CATINELLI (III)

Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui – l’ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org – Buona lettura!

CAPITOLO V

Sulle pretensioni e ragioni della questione italiana, sui principj dai quali vi si parte, e sulle loro conseguenze.

Dopo di avere nei precedenti capitoli considerata e studiata la questione italiana nelle sue relazioni col riordinamento dell’Italia dettato dagli Alleati nel 1814, e coll’equilibrio politico Europeo, passo ora a considerarla e a studiarla nelle di lei pretensioni e ragioni, nei principj dai quali vi si parte, e nelle conseguenze di questi. Sarà un travaglio più che uno studio, e che potrebbe inoltre sembrar soverchio. E valga il vero, se il detto riordinamento è stato dettato da chi era non solo in diritto, ma anche in dovere di dettarlo; se esso si rendeva in vista delle circostanze urgentissimo; se non vi avea il modo di fare altrimenti; se lo si è dettato col suffragio, meno una sola, di tutte le popolazioni italiane; se i governi subentrati a quello di Napoleone, e in ispecialità il governo del1Austria nel regno Lombardo—Veneto, si diedero ogni pena immaginabile e desiderabile di rimediare al male che trovarono, e d’incamminare un avvenire prosperoso; se questi governi nonostante dell’iniqua non meno che insensata opposizione che loro si è fatta, riuscirono nel loro magnanimo intento; se in generale nel riordinamento dell’Italia, contro del quale la questione italiana è diretta, si sono adempite tutte le condizioni che consacrano un fatto compiuto; e finalmente se cotesta sciagurata questione, coll’agitazione rivoluzionaria cui serve di pretesto, intralcia e paralizza l’azione dell’equilibrio politico, il di cui ristabilimento costò fiumi di sangue; se tutto ciò è nell’ordine dei fatti, come lo è incontrastabilmente: che vuolsi dippiù per dirla una causa pessima e per altamente riprovarla? — Ma parli pure anche l’altra parle. Ascoltiamola.

La questione italiana non è che un ramo di quella questione più che Europea, nella quale si tratta di cambiar in generale il presente ordine sociale, civile, e politico, morale e religioso dei mondo. Io mi guarderò di entrare in questo labirinto, ove mi perderei. Il mio scopo in questo capitolo è semplicemente d’indagare, se l’Italia della questione italiana è fattibile, e se i principj dai quali vi si parte sono compatibili col presente ordine politico Europeo, cioè, se per riuscire a far l’Italia a modo dei rivoluzionari italiani non si dovesse disfare l’Europa. — Di che si tratta adunque nella questione italiana? A che, e a quanto montano le pretensioni che vi si mettono in campo? — Vi si tratta di unire tutti i paesi italiani, non eccettuati quelli che in seguito ai trattati di pace e ad altre transazioni politiche fanno parte di altri Stati, in uno stato indipendente, libero, autonomo, costituito in modo a divenire, se non immediatamente, col tempo, repubblica democratica. A questa unione di tutti i paesi italiani si pretende di aver un diritto superiore ad ogni eccezione, in conseguenza del principio di nazionalità, divenuto, cosi dicesi, una delle categoriche esigenze dell’attuale civiltà. E si vuole avanzare col confine di questa Italia, se anche non vi bastano i paesi italiani, sino alle Alpi ed entro ad esse; e ciò in conseguenza del principio dei limiti na turali;sino ai quali ogni grande stato ha il diritto, potendolo fare, di estendersi, in modo, che i detti monti gli servano di barriere miliare insormontabile contro gli Stati limitrofi. Si vuol fare un’Italia, che abbia i mezzi, e sia nei caso di difendere da sé la sua indipendenza politica, e la sua integrità territoriale contro qualunque potenza, e contro qualunque coalizione; e possa figurerà nel Concerto Europeo come Stato di primo rango e occuparvi il posto, ed esercitarvi l’influenza, che le compete nella sua qualità di grande nazione; si vuol far un’Italia che serva al mondo di Stato modello.

Vi ha già ora un’Italia indipendente, la quale supera in popolazione e in reddito finanziario di molto la Prussia, che porrebbe senza verun impedimento mettere a profitto i doni intellettuali e materiali di cui la natura le fu tanto generosa, gloriarsi di essere il centra del Mondo Cattolico, e di non avere in Europa paese o nazione che le contrasti il primato nelle belle—arti, e la sorpassi nelle scienze, e che sotto l’egida del Concerto—Europeo, e dell’equilibrio politico potrebbe farsi il paese antesignano della vera, della cristiana civiltà, e di ogni vero progresso. — Ciò non ci contenta, mi si risponde: Noi vogliamo unirci in uno Stato, che comprenda tutto.

«il bel paese

«Ch’Àppennia parte e ’l mar circonda e l’Alpe»

e tutte le aggiacenti isole, e il quale possa rivalizzare, anche come potenza, con qualunque altro Stato d’Europa.

Ma buon Dio, perché tardar tanto con questo concetto, e con questa impresa? Perché aspettar che l’Europa sia fatta, e che convenga — giacché come si vedrà nel corso del presente e del prossimo capitolo non vi vuole nu ha di meno — disfarla per far quella Italia che si dimanda e si pretende? Perché non farla nel 1813 e 1814 quando tutte lo potenze europee coalizzate contro Napoleone vi offrivano la loro cooperazione? Se l’Italia in allora si faceva coll’appoggio dell’Austria, come a quel tempo si è fatta la Spagna con l’ajuto dell’Inghilterra e del Portogallo, l’Europa avrebbe ordinato un equilibrio politico con altri elementi ed altre combinazioni. Ma non volerne allora sapere, e venire post festum a dar leggi al inondo, e volerlo sconvolgere; questa è una esorbitanza che ha dell’incredibile, e che non si sa con che termini qualificare (59).

Unendovi tutti i paesi italiani, il nuovo Stato comprenderebbe, primariamente, l’Italia già ora indipendente, vale a dire: il regno delle Due—Sicilie, gli Stati pontificj, la Toscana, i Ducati di Modena e di Parma, e il regno Sardo—Piemontese; però questo, senza la Savoia e il contado di Nizza, e meno le valli abitate da gente francese, ancorché situate sul versante orientale delle Alpi, che separano il Delfinato e la Savoia dall’Italia, le quali sono: le valli dei Valdesi ossia di Luserna, Perosa e San—Martino, e quelle di Pragelas, d’Oulx, dell’alta Novalese e d’Aosta. Vi hanno in queste valli, oltre alla fortezza di Fenestrelles e al forte d’Exilles, i quatro principali passi, che dalla Francia conducono attraverso le Alpi nel Piemonte e in Italia, che sono: il Moat—Génèvre, il Mont—Cenis, il piccolo e il grande San—Bernardo. Ma attenendosi al principio di nazionalità, non c’è rimedio, convien rinunciarvi. Se l’Italia si crede in diritto di reclamare dall’Austria il regno Lombardo—Veneto come paese italiano; perché non avrà la Francia quello di reclamare la Savoia, il contado di Nizza e le valli e i passi, surriferiti, come paesi francesi? (60)

I paesi poi i quali oltre agli or citati vanno, perché anch’essi italiani, aggiunti allo Stato Italia, ancorché facciano parte di altri Stati, sono a) il regno Lombardo Veneto col Tirolo—italiano, il qual ultimo finisce, rimontando l’Adige, a Mezzo Lombardo, circa otto miglia italiane più insù di Trento; e la parte friulana dell’Illirico posta fra l’Isonzo e Palmanuova. b ) Il cantone svizzero Ticino, e la valle di Poschiavo, che fa parte del canton svizzero Grigioni. Il canton Ticino era una provincia milanese sino ai tempi degli ultimi Visconti, vi si parla l’italiano, occupa 48 miglia italiane della catena centrale delle Alpi, ove vi hanno due dei più frequentati passi pei quali si discende dalla Svizzera in Lombardia, il San—Gottardo e il San—Bernardino, e avanza, in forma di triangolo, ad una distanza di 50 miglia dal primo dei suddetti passi sino a tre quarti d’ora di cammino da Conio, La valle di Poschiavo misura dal monte Bernina sino a Tirano ove sbocca nella Valtellina circa 13 miglia, non occupa nella catena centrale delle Alpi se non uno spazio di 4 miglia, ma è il cammino più breve dai Tirolo tedesco e dalla sua capitale a Milano, c ) La Corsica che è isola italiana, era genovese dalla fine del secolo. decimoterzo sino al 1768, d ) Malta isola italiana anch’essa, che appartenne sino al 1530 alla Sicilia, della quale la staccò Carlo I per darla all’ordine di S. Giovanni di Gerusalemme.

Mi si dirà, che nel programma per fare l’Italia, non si parla di altro paese italiano, che sia da aggiungersi all’Italia, ancorché faccia parte di un altro Stato, se non del regno Lombardo—Veneto e del Tirolo italiano. Ma questo silenzio, se non è una prudente reticenza per non far ridere gli Svizzeri, i Francesi e gli Inglesi, sarebbe la più grande assurdità del mondo. come fare delle Alpi una barriera insormontabile, lasciandovi due vuoti; uno di 48 miglia italiano con due delle, come ho detto, più frequentate porte per le quali dalla Svizzera si discende in Italia;; l’altro meno spazioso di essi, ma non pertanto di somma importanza anch’esso, poiché offre la comunicazione più breve con la valle dell’Inn, e col Tirolo settentrionale? E se il principio di nazionalità dà all’Italia il diritto di togliere all’Austria col regno Lombardo—Veneto un ottavo della di lei popolazione, come non le darebbe anche quella di togliere alla Svizzera col canton Ticino e con la valle di Poschiavo un ventesimo della sua? Nell’istesso modo poi che all’Italia, volendo divenir padrona delle Alpi si rende indispensabile il canton Ticino, e la valle di Poschiavo, nell’istesso modo sono ad essa necessarie per divenir padrona del mare, come tosto si dirà più dettagliatamente, le isole di Corsica e di Malta. L’importanza di questi possedimenti marittimi per le due potenze occidentali non sta, ne convengo, in proporzione colle rispettive popolazioni, ma certamente non saprebbesi mettere a confronto con quella del regno Lombardo—Veneto pell’Austria, trattandosi che questa potenza, come altrove, e più volle si è detto, è garante in principalità dell’equilibrio politico Europeo in generale, e in conseguenza del trattato di Parigi dei 15 Aprile 1856 garante bensì assieme con la Francia e l’Inghilterra, ma relativamente alla sua posizione in particolare dei risultamenti ottenuti con la guerra d’Oriente.

Né l’Italia quand’anche comprendesse

«tutti i bei paesi la dove ’l sì suona»,

giungerebbe ancora ad internarsi con essi nelle Alpi tanto quanto vi vorrebbe, per servirsene come barriera contro gli Stati limitrofi. Con essi non si giunge neppure sino alla catena centrale. Ho già detto, e qui lo devo dire di nuovo, ohe in seguito al principio di nazionalità il Mont—Génèvre, il Mont—Cénis, il piccolo e il grande San—Bernardo con la Savoia e col contado di Nizza vanno aggiunti alla Francia; ho avvertito altresì che il Tirolo italiano non giunge se non poco oltre Trento, e che l’Illirico italiano finisce già all’Isonzo. Aggiungo al già detto, che il rimanente del Tirolo meridionale sino al punto culminante fra Trento e Insbruck, vale a dire sino al Brenner è tedesco austriaco, e che tutto il versante occidentale delle Alpi—Giulie è illirico, ossia slavo austriaco. E perciò per arrivare fino alla catena centrale delle Alpi, i paesi italiani non bastano, non sono sufficienti, dimodoché è giuocoforza aggiungervi anche dei paesi francesi, dei paesi tedesco—svizzeri, dei paesi tedesco—austriaci, e dei paesi illirici ossia slavo—austriaci, e quindi rinunciare affatto al principio di nazionalità. Né basta per fare delle Alpi una barriere, quale se ne ha bisogno l’avanzare col confine italiano sino alla loro catena centrale; convien oltrepassarlo. Niente di più erroneo che l’idea che comunemente si ha di questi monti. Si vuol crederli una spezie di cinta murata elevata dalla nature, a difesa dell’Italia contro lo Straniero. La loro struttura e conformazione topografica ne fa tutt’ altro, ne fa una serie di vaste fortissimo cittadelle le quali signoreggiano i sottoposti paesi in ogni direzione e tanto l’Italia Settentrionale che la Francia, la Svizzera e l’Austria; del che parlerà più a lungo e dettagliatamente nel prossimo capitolo. Dico ora, e in seguito ne darò la dimostrazione logica e storica, che per tirar un partito dallo Alpi in favore dell’Italia convien occuparle tutte; e non solo la di lei catena centrale sino alla cresta, che divenendo comune ad ambi i paesi limitrofi perderebbe l’attitudine pell’uso al quale avrebbe a servirà; che fa d’uopo occupare anche le sue diramazioni in tutta la loro estensione; e che il confine dell’Italia verso il Nord, il Nord—Est il Nord—Ovest è l’antico limes Imperii, d’Augusto; cioè verso l’Austria il Danubio, e verso la Germania centrale dal Lago di Costanza sino a Basilea il Reno. Per far l’Italia non basta adunque né il principio di nazionalità, né quello dei limiti naturali. Qui vi vuole un principio di una molto maggior portata, qui devesi dire, che ad una grande nazione qual’è la nazione —italiana è permesso tutto ciò che la può, e che ogni di lei volere si giustifica e legittima da sé; qui conviene alla prima grande guerra Europea passare senza remora il Po e il Ticino e poi le Alpi, e piantare la—bandiera tricolore italiana sulle torri di Auguste, di Monaco, di Vienna e di Buda.

E ancora l’opera non sarebbe fatta che a metà. L’indipendenza italiana andò perduta, dacché l’Italia perdette il dominio delle Alpi e quello dei mari circostanti. L’uno non le è meno necessario dell’altro. Essa non ebbe meno a soffrire dalla parte del mare, che dalla parte di terra. Roma dopo la caduta dell’Impero d’Occidente fu presa e saccheggiata la primo volta dai Goti, i quali entrarono in Italia attraversando le Alpi—Giulie, ma la seconda dai Vandali, che vi vennero per mare dall’Africa. Senza Io Straniero, senza i Carlovinghi, gli Ottoni, e i Normanni, l’Italia avrebbe avuto la sorte, che ebbe la Sicilia, ed anche la penisola Iberica, e sarebbe divenuta Saracena; e senza Ferdinando il Cattolico, senza Carlo V, e senza Filippo II, vale a dire senza gli Spagnuoli sarebbe divenuta turca. La nuova Italia sarà perchè nella necessità di farsi grande potenza marittima, ciò che dovrebbe riuscirle meno difficile che di farsi gran potenza continentale. Nessun paese in Europa ha l’attitudine, lo ha detto Napoleone (61).

di farsi grande per mare, come l’ha l’Italia. Le si contano, prescindendo dalle isole, 1560 miglia italiane, eguali a 390 grandi miglia geografiche, di coste; il doppio di quanto misurano, senza quelle della Corsica, le coste della Francia. E perchè dovrà l’Italia rendersi padrona di tutte le isole che signoreggiano il Mediterraneo, il Jonio, e l’Adriatico; e non solo della Corsica e di Malta, come si è detto poco fa, in riguardo che esse sono ambidue isole italiane della Sicilia e della Sardegna non occorre parlare come ché senz’altro facente parte di Stati Italiani—ma anche delle Isole Jonie, che sono la chiave dell’Adriatico; e finalmente anche della Dalmazia e dell’Istria paesi soliti a fornire alle squadre veneziane la maggior parte dei marinai che formavano gli equipaggi. Napoleone, nel progetto di pace che fece presentare al Congresso di Chatillon, rinuncia, pel regno d’Italia che doveva passare al Principe Eugenio Beauharnais, alle provincie venete sino all’Adige, ma gli riserva però il possesso delle Isole Jonie, e non parla detta Dalmazia, abbenché ammetta Ragusa come città libera—tanta importanza metteva esso a conservare a suo figlio addottivo quelle isole e la Dalmazia.

Queste sono le pretensioni territoriali, che avrebbersi ad attuare per fare l’Italia; vi si tratterebbe di niente me no che di riconstruire, quanto all’estensione, poco meno che il regno di Teodorico il Grande. L’Italia avrebbe a farsi Stato conquistatore cioè «l’état malfaisant» del quale si parla nei trattati di diritto pubblico Europeo, e contro del quale l’Europa sarebbe chiamata per poter vivere in pace a sollevarsi come un sol uomo.(62)

Vediamo ora ciò che si richiede per far dell’Italia una repubblica democratica. I partiti rivoluzionarj italiani, ancorché d’accordo relativamente alla forma finale dello Stato Italia, la quale è per tutti la repubblica, sono dal 1840 in poi, e tuttora divisi relativamente al modo, ai mezzi, e al tempo di raggiungerlo. Il partito cosi dello moderato si contenterebbe per ora, che i principali italiani restassero quanto ai loro territorj come sono, purché adottassero costituzioni foggiate sul taglio della costituzione sardo—piemontese; che i Principi regnassero, ma si astenessero dai governare; che gli Stati—pontifici fossero secolarizzali; che il Sommo—Pontefice non avesse altro uffizio che quello di Capo del Mondo Cattolico, ma nessuna ingerenza nel governo secolare, e, ciò s’intende da sè, che la stampa fosse dappertutto assolutamente libera. Non vi ha dubbio che i principi ridotti ad una abietta inazione si chiarirebbero in breve tanti principi l’annulla, si considererebbero come costosissime superfluità, e diverrebbero esosi alle masse; e che la strada alla democrazia si troverebbe in quanto spianata e’ aperta, che queste si guadagnerebbero per la causa italiana, ciò che non si è ancora ottenuto. Né tarderebbesi negli Stati pontificj, qualora secolarizzati, a rinnovare le scene del 1848 e ad obbligare il Sommo—Pontefice ad abbandonare la Città eterna, e a trasportar la sua sede fuori d’Italia; che è un voto ardentissimo di tutti i partiti rivoluzionarj, i quali tutti vedono, come ho già avvertilo nel precedente capitolo, nel Papato un non minor ostacolo all’impresa italiana che nell’Austria.(63)

Ma il partito puritano democratico del Mazzini e consorti non ammette mezzi—termini e tergiversazioni, e intende alla prima favorevole congiuntura che presenterà l’Europa, di sollevare i popoli contro i loro Principi, contro il Papa e contro l’Austria, e di proclamare senza ambagi la repubblica una e indivisibile. La Giovine—Italia ha in ogni tempo riconosciuto che l’impresa di rivoluzionare e democratizzare l’italia non era fattibile, se non si poteva disporre delle masse; e perciò non tralasciò di allettarle ed adescarle col prospetto, che si tratta non di fare una rivoluzione in favore delle classi privileggiate, ma di capovolgere per le masse la condizione sociale e civile dell’Italia e dell’Europa. «Il nostro scopo», diceva essa nei suoi giornali — «non è la libertà pei grandi e pei ricchi, per la nobiltà e per gli avvocati; non è di porre in luogo di un re un altro re, in luogo di un governo di preti uno di banchieri o di rie chi possidenti; non è un mero cangiamento politico, ma un completo morale e sociale rivolgimento».(64)

Tale è la questione italiana nelle sue conseguenze, e in quelle delle pretensioni, che la costituiscono, per qualunque intelletto sano, che la considera ed istudia con quella attenzione e serietà che la di lei immensa gravita si richiede. Per fare l’Italia converrebbe disfare l’Europa, o per dir meglio, che la si disfacesse da sé, e porgesse all’agitazione italiana, e al regno Sardo—Piemontese l’opportunità di tirar partito, di una guerra generale Europea, nella quale per esempio si avventassero la Francia e la Russia sulla Germania, sulla Prussia, sull’Austria, sulla Porta mentre l’Inghilterra avesse ancora a combattere la ribellione delle Indie; e di profittare dell’occasione di strappare all’Austria non solo il regno Lombardo Veneto, ma anche il Tirolo, anche l’Illirico, e in generale d’impadronirsi delle Alpi austriaco e svizzero in tutta la loro estensione, come pure dell’Istria e della Dalmazia, e in generale di dare pieno e libero corso all’impresa italiana. Ma chi può ai nostri giorni esser cosi poco esperto delle cose del mondo politico, di’ non prevedere, che nella guerra tremenda che si produrrebbe, la parte del Leone non toccherebbe per certo alla nazione men numerosa, men unita, meno abituata a grandi o lunghe guerre, esigenti non solo valore, ma anche gran pratica bellica, grande perseveranza e rassegnazione; di quella, la quale alla prima sciagura che le toccasse griderebbe al tradimento, o si sbanderebbe? E si prescinda puro dalla ben seria circostanza, che non si oserebbe armare le masse campagnuole, che, più importerebbe e sarebbe necessario di armare, senza incorrere nel pericolo, che esse, in ogni tempo piene di livore contro la classe cittadina dei possidenti, non si abbandonassero ad una guerra fratricida. La Francia poi si piglierebbe in conseguenza del principio di nazionalità la Savoia, e il contado di Nizza come fu sul punto di pigliarsi l’una e l’altro nel 1848; piglierebbesi per la stessa ragione i passi, che dal Delfinato e dalla Savoia conducono in Italia, e se mai varcasse le Alpi non vi ha dubbio che la si ricorderebbe di essere stato il Piemonte, Genova e l’arma parti integranti dell’Impero francese, e che la vi si pianterebbe stabilmente. L’Austria farebbe il suo dovere, e la sua armata darebbe come nel 1848 e 184e come sempre l’esempio rarissimo di accoppiare col più grande valore anche la più grande disciplina, obbedienza e unità di volere. (65)

Che se la provvidenza volesse che l’Austria si sfasciasse, non vi ha dubbio che la si sfascierebbe, ma che ne risulterebbe per l’Italia? Ne risulterebbe che questa in voce di trovarsi in contatto o se si vuole alle prese con l’Austria, la quale quand’anche fosse tentata di abbandonarsi ad un qualche sopresso della sua preponderanza militare, non lo saprebbe, e non oserebbe farlo, perché certa, che abbandonandovisi, si darebbe, l’ho già detto, ma qui sono nel caso di doverlo ripetere, nelle trombe da tutti i quattro lati della terra, si troverebbe in contatto e alle prese con la Russia. Conchiudo, che guai all’Italia, se l’Europa divenisse preda di quella conflagrazione tanto desiderata e con tanta ansietà aspettata dall’agitazione italiana, e dal regno Sardo—Piemontese. L’incendio non tarderebbe a raggiungere i di lei tetti, e trovandovi, perché pur troppo in Italia in tai momenti le personalità più capaci si celano e svaniscono, meno altitudine ed energia ad estinguerlo, infurierebbe più a lungo e con maggior rovina che altrove.

Noi abbiamo veduto, che per fare l’Italia conveniva implicarsi in guerre terribili con gli stati limitrofi e in riguardo al Papato con tutto il Mondo— Cattolico, che come nel 1848 accorrerebbe sempre tutto con alla testa non solo l’Austria ma anche la Francia. Or si dimanda quale sia l’«αναγχγ» la nécessité, o come la chiamano i Francesi la «force des choses», per inabissarsi in una impresa cosi gigantesca, anzi cosi titanica, cosi disperata, come sarebbe, e come lo è la detta impresa; e se vi ha, se non una sicurezza, almeno una grande, e se non una grande almeno una qualche probabilità, che dall’inferno che si vuol suscitare e produrre, risulti per l’Italia alcunché di buono, alcun vero bene? Finora se un paese insorgeva contro il suo Principe e in generale contro il suo governo, vi aveva un chiaro manifesta perché; vi aveva un motivo, una causa e se un paese insorgeva, ciò voleva dire, che la grande maggiorità della nazione, il vero popolo, non quei soli che non hanno nulla da fare, si faceva giustizia da sé; finora s’insorgeva contro la tirannia, l’oppressione, l’ingiustizia, specialmente se vi si aggiungeva la fame. In Italia non vi ha avuto in veruna delle sue insurrezioni, non in quella di Napoli del 1820, non nella piemontese del 1821, non nella romagnuola del 1831, non nella lombardo—veneta del 1848 niente affatto di tale. Il generale Colletta testimonianza certamente non sospetta di parzialità pei Borboni di Napoli, avendo a parlare nella sua «Storia del Reame di Napoli» della insurrezione napoletana del 1820, cosi vi introduce il suo lettore. — Nel 1815, ritornato al trono Ferdinando IV sostenne o mutò leggermente gli ordini del decennio; per lo ché vi erano, come innanzi, codici eguali, finanza grave ma comune, amministrazione civile rigida, ma sapiente e poi per leggi, come che offese talvolta; la polizia senza arbitrio, il potere giudiziario indipendente; i ministri del re, e gli amministratori delle rendite nazionali soggetti a pubblico sindacalo; e finalmente decurionali, consigli di provincia, cancellerie, tutte congreghe di cittadini e magistrati attendenti al bene comune; le quali leggi e statuti componevano una quasi libera costituzione dello Stato. I governanti erano benigni, la Finanza ricca, s’imprendevano lavori di pietà ed utilità pubblica, prosperava lo Stato; felice il presente, felicissimo si mostrava l’avvenire. Napoli era tra’ regni d’Europa meglio governati, e che più larga parte serbasse del patrimonio delle idee nuovo. Erasi versato a pro suo tanto sangue!»

« Da che dunque, continua il generale Colletta— «nascevano le contumacie dei soggetti, i tumulti, le ribellioni? Che mancava alle speranze pubbliche? — La persuasione del popolo. L’avevano distrutta le atrocità del 99, gli infingimenti del Quinquennio, la storia del re, le pratiche del ministero, la incapacità di governo; fioriva il corpo sociale, e (maraviglia a dirsi) il capo inaridiva. Credendo che le buoni leggi decadessero, e la monarchia moderata volgesse all’assoluta, i liberali temevano della persona, i possidenti dei nuovi acquisti, lo stimolo alla rivoluzione non era il mal essere, ma il sospetto». (66).

—Ma cosa è il sospetto? Il sospetto è un idea, che può essere vera ma che può essere anche falsa, che nel caso in discorso era in più riguardi falsissima, e particolare ad un limitatissimo numero di persone. L’insurrezione napoletana del 1820 mancò quindi, per confessione dello stesso generale Colletta interramento di ogni vero stimolo incentivo, o motivo. Per quanto deplorabile e sommamente deplorabile fosse il carattere della reazione prodottosi in Napoli nel 1797, la ricordanza n’era nelle masse intieramente svanita. I Borboni ritornarono a Napoli desideratissimi.

E come l’insurrezione napoletana del 1820 cosi furono, la piemontese del 1821, la romagnuola del 1831, e la lombardo—veneta del 1848, senza alcun vero perché. Mi limiterò per bisogno di brevità, e avendo a parlare in uno dei susseguenti capitoli circostanziatamente di tutte le insurrezioni italiane in riguardo alla nessuna parte che vi prose il vero popolo, mi limiterò dico per ora, a provare questo mio asserto relativamente all’insurrezione lombardo—veneta del 1848. Sentiamo sulla condizione dell’Italia negli anni prossimi al 1848 la Giovine—Italia. Essa, nell’opera già da me non ha guari citata: «L’Italia nelle sue relazioni colla moderna civiltà fa, nel capitolo dal quale tolgo il passo, che sto per citare, la corte alla Francia, e passando poi a parlare dell’Austria dice: — Ogni progresso nel campo degli interessi, delle idee, delle istituzioni politiche, che ha fatto l’Italia negli ultimi cinquanta anni (l’opera e scritta nel 1847) la deve essa quasi esclusivamente allo spirito, e alle idee della rivoluzione francese, e alle invasioni di Napoleone. Io vado più oltre ancora; convinto che la verità di qualunque spezie la sia, non saprebbe nuocere alla causa della mia patria, sostengo che il regno Lombardo—Veneto sollo l’Austria non ha in verun modo peggioralo. Egli è avveralo dai più illuminali patrioti del dello regno, che se anche il loro paese, dacché è austriaco, non ha fatto grandi né morali né intellettuali progressi, non cessa però di esser vero, che non è rimasto indietro di nessuno dagli Stati indigenti. Anzi è riconosciuto da tutti, che certe influenze retrograde, le quali pesano gravemente sulla vita intellettuale del popolo negli Stati indigeni, sono affatto estranee agli Stati austriaci. E quanto agli ordini materiali e amministrativi del paese, nessuno certamente vorrà dire in tal riguardo il regno Lombardo Veneto inferiore agli Stati del Papa, alla Toscana o al regno di Napoli. Ciò non di meno mi è d’uopo confessare francamente, che sarei più contento di vedere la Lombardia infelicissima sotto un governo indigeno, che bastantemente felice sotto il giogo straniero. (67)

Che governo lodevolissimo non doveva essere il governo austriaco se nemmeno una congrega come quella della Giovine Italia non vi trovava nulla da biasimare, e si vedeva forzata a dirne del bene; e quantunque ne dicesse il meno possibile, ne diceva però sempre molto e assai, già coll’anteporlo pel buono, che vi avea, ad ogni governo indigeno. Quanto al preferire una condizione infelicissima del regno Lombardo Veneto sotto un governo indigeno ad una felice sotto un governo straniero, qui si dimanda se anche il popolo lombardo—veneto, avendone la scelta, preferirebbe un pessimo governo purché fosse italiano, ad un mitissimo e paterno, ma straniero?

E si ascolti sullo stesso argomento in riguardo al regno Lombardo—Veneto anche il Signor Cantù che nella sua Storia degli Italiani ne parla distesamente. — «In Italia», dice il nostro Storico, «imputavasi l’Austria d’ogni male. E chi non vuole i fischi del volgo ricco e dotto; forza è ne dica ogni vitupero, chiami vile il suo esercito, i capi suoi non vogliosi che di opprimere, il governo non intento che a smunger il paese, e immolarne gli interessi ai transa lpini». — Il Signor Cantù biasima dunque questi giudizj, li trova ingiusti, e dall’Austria non meritati e, frapposti alcuni riflessi eterogenei al nostro oggetto, prosegue nel modo seguente: «— Se un governo possa essere buono quantunque non nazionale, della cui resoluzione i dati stanno nei volumi precedenti: donde anche il comprendere, perché tutt’altro che odiati fossero nella Lombardia austriaca Maria—Teresa, Giuseppe II, Leopoldo II quando, ai popoli non regalavasi la libertà politica, ma si lasciavano le libertà naturali; quando i migliori ingegni si offri vano sostegni, Iodatori, difensori del trono, e lo coadjuvavano a concentrar in sé i poteri dapprima sparpagliati fra autorità paesane. La rivoluzione ruppe quell’accordo». — Il Signor Cantù dice il vero. Sennonché il governo di Francesco I in Lombardia e nella Venezia non avrebbe differito in nulla, quanto a bontà e saviezza da quello dei suoi antecessori, qualora anch’esso vi avesse trovato degli uomini veramente amanti del loro paese, i quali gli si fossero avvicinati con rette intenzioni. Ma il giorno 20 aprile 1814 aveva spaventati i buoni, i quali atterriti lasciarono il nuovo governo alle prese con il partito che voleva, in verità un po’ tardi, indipendenza come Spagna e Germania, al quale importava, che il governo austriaco fosse inabile a far del bene, e non sapesse fare che del male. «— Che cosa fanno gl’Italiani in generale dice il conte Ferdinando Dai Pozzo, già più volte in questi miei studj citato parlando dei Lombardi — che cosa fanno per viemmaggiormente nazionalizzare questo Sovrano, (Francesco I) per cattivarlo, allettarlo, disporlo in somma a venire a risiedere in Italia, e farne almeno una sede alter nata con Vienna, a tentar il gran colpo di rendere la Germania gelosa, ed eventualmente dipendente dall’Italia, come l’Italia è ora dipendente dalla Germania? Fanno tutto il rovescio. Insultano, deridono, tramano, irritano, allontanano, e renderebbero tiranno, se tiranno potesse essere, il fior della probità sul trono (cosi io francamente il chiamo) l’Imperator Francesco». (68)

Uno degli inganni predominanti nella questione italiana è stato ed è, l’ho già detto, che vi s’inverte il nesso causale, e si considera lo spirito rivoluzionario che si è prodotto nel vulgo ricco e dallo italiano, come l’opera di un mal governo, mentre, se un mal governo vi ha, desso non è che la necessaria conseguenza, l’opera, l’effetto del detto spirito, delle complicazioni, delle misure vessatorie e di rigore, dei dispendj e dello stato di guerra che esso crea e cagiona. Si vuol guadagnare le masse, e queste non si guadagnano se non si mettono i governi net caso di rendersi loro gravosi, odiosi o esosi, o tutto assieme. In queste pochissime parole sta tutto il segreto della lattica rivoluzionaria.

Sono un po’ sortito di strada, ci rientro. Ecco secondo il nostro autore la condizione del regno Lombardo—Veneto negli anni che banno preparata la ribellione del 1848. «— Fu costituita, come rappresentante del paese, una Congregazione Centrale, eletta popolarmente, nominata e stipendiata dal Sovrano, convocata a beneplacito del governatore per dar voto consultivo sopra le materie che a volontà esso proponeva al loro esame». — Senonché, qualora trovandosi questa rappresentanza del paese insufficiente al bisogno, alcune persone ben intenzionale avessero, con maturato consiglio esteso una memoria che avesse dimostrata la necessità di una rappresentanza con attribuzioni più larghe, più positive, e si fossero presentate all’Imperator Francesco, il sovrano più accessibile, più disposto ad ascoltare con imperturbabile benignità e pazienza i suoi sudditi che si potesse desiderare, le avrebbe non solo ascoltate, ma, se quanto dimandavano era motivato, si sarebbe fatto presso i suoi ministri loro fervido avvocato, e per poco che vi avessero messo la perseveranza che in simili casi vi vuole, sarebbero nel loro intento riuscite. La centesima parte’ dell’ardore che i partiti rivoluzionarj hanno messo in Italia ad impedirvi il bene e a fare il male, avrebbe bastato agli uomini «bonæ voluntatis», che in Italia non mancarono mai a dare alle cose italiane un tutt’ altro andamento.

«Resta va in piedi, cosi continua il Signor Cantù il mirabile sistema comunale, derivato dagli antichi municipj, e sopravvissuto alle rovine rivoluzionarie, e felicemente combinato col censimento, talché bastò a mantenere la vita, e favoriva il prosperamente del pinguissimo paese. L’amministrazione, ridotta a mera burocrazia camminava regolare e robusta, co me in paese da gran tempo avvanzato; pronta e incorrotta la giustizia, qualvolta non vi si complicassero titoli di Stato, a norma di un codice compilato colle intenzioni moderne, e in molte parti migliore del napoleonico, più mite nelle pene, più espanso nell’eguaglianza; ma escludendo ogni pubblicità, metteva l’idea di arbitrio invece delle garanzie che la società è in diritto di chiedere in torno ai membri che le sono strappati (69).

«Un’eletta d’ingegni acquistava a Milano il titolo di Atene italica: ché se il governo né li favoriva né li conosceva, la stampa v’era men inceppata che altrove, sebbene contro censori o ignoranti o maligni bisognasse spesso reclamar a Vienna, donde le decisioni venivano assai meno ignobili, ma cosi lente da equivalere a un divieto. Pure in questo regno si producevano e ristampavano opere, nel resto d’Italia proibite; e attivissimo correva il commercio di libri forestieri: i congressi scientifici, spauracchio altrove, qui furono accolti ben tre volte: l’istruzione vi era animata, o almeno diffuse le scuole fin ne’ minimi villaggi; se quelle di mutuo insegnamento si proscrissero perché servite di velo ai Carbonari, si ammisero gli asili dell’infanzia quand’erano tutt’ altrove proibiti; e il loro introduttore, mal visto a Torino, otteneva onori e decorazioni in Lombardia».

«Esclusa quell’educazione de’ claustrali che si diceva l’arsenico degli altri paesi, quand’anche i Gesuiti qui presero stanza furono sottomessi alle autorità, né esercitarono ingerenza a fronte di un clero illuminato, e di vescovi assennati. Non frati o pochissimi, non eccezione di fori, non intrighi di sacristia; il partito religioso era rappresentate nel l’idea da eminenti ingegni, nelle azioni da una società che, fra le beffe e la denigrazione compiva una beneficenza stupendamente grandiosa. Le prime associazioni per strade ferrate si formarono qua sin dal 1837, e non fu colpa del governo se si svamparono in risse e municipali battibugli. Qua fiorentissime le casse di risparmio qua imprese sociali per le diligenze, per assicurazioni contro gl’incendj, per filature del cotone e del lino. Molteplici e ben sistemate le strade, e poetiche quelle lungo le delizie del lago di Como e traverso alle sublimità dello Stelvio e dello Spluga: con dispendio assai maggiore le comunità compivano una rete di comunicazioni; si profondea per regolare i laghi e i fiumi che l’improvido divellamento delle foreste rende più sempre gonfi e rovinosi. A Venezia dal 1816 al 41 in sole opere stradali interne si spese meglio di sej milioni»…

«Lo straniero che fosse calato in Lombardie, credendo, sopra i giornali e le odi, vedervi braccia scarnate nel mietere solo a vantaggio dello straniero sire, e sbandito il riso, e signor dei cuori il so spetto, stupiva a trovare su quest’opima campagna i coltivatori agiati e conscj della propria dignità, i braccianti o non più miserabili che altrove, o solo per colpa dell’indigena avidità; Milano nuotar nella pinguedine e nel lusso; i suoi negozianti pareggiare in destrezza i più famosi, in credito i più ricchi; fra principali commerci figurarvi quello de’ teatranti, e agli spettacoli d’un teatro de’ primi in Europa affollarsi un mondo elegantissimo, come a’ suoi corsi uno sfarzo di carrozze, che si elegante non hanno Vienna e Parigi».

«Noi siamo a troppa pezza da quelli che ogni prosperità o sfortuna deducono dalla politica, e crediamo v’abbia mezzi di felicità più efficaci che non i governativi; ma certamente il Lombardo—Veneto avrebbe potuto farsi esempio di savia amministrazione agli altri d’Italia, se si fossero conciliate le inevitabili sofferenze d’una provincia colla dignità di chi v’è sottomesso, lasciando svilupparsi quel l’attività delle corporazioni, dei Comuni, delle Provincie che dispensa l’amministrazione centrale dall’intervento impacciante e dalle cure minute, e non sottrae né ricchezza al fisco dei dominanti, né ai dominati la compiacenza di sentirai cittadini».

Tale era h condizione del regno Lombardo—Veneto all’epoca che s’incamminava l’anno 1848 la guerra santa, come il Signor Cantù chiama la ribellione di Milano, e la guerra di Carlo Alberto, nel capitolo CXCII della sua Storia. Vi aveva una generale agiatezza, vi avea incorrotta giustizia, un codice civile superiore al Napoleonico, un codice criminale mitissimo, e non solo il «panis et justitia» ma anche il «panis et circenses»; vi avevano scuole sin nei più minuti villaggi, e poi tutti gl’istituti scientifici quanto in qualsisia altro, nella civiltà e nella scienza più avvanzato paese del mondo; vi aveano Accademie, la stampa vi era men severa che in qualunque altra parte d’Italia, vi avea un clero illuminato, un episcopato assennato. Il Signor Cantù ammette, che il Lombardo—Veneto avrebbe potuto benissimo farsi esempio di savia amministrazione agli altri Stati d’Italia, se si fossero lasciate svilupparsi certe attività delle corporazioni, dei Comuni, delle Provincie. Il vero è che il detto regno avrebbe ottenuto da Francesco I tutto quello che mai avesse saputo ragionevolmente dimandare, se non vi fosse divenuto affare di moda imperativa il cospirare, e — se, chi non diceva dell’Austria ogni vitupero, chiamava vile il suo esercito, e cosi via, via, non vi si fosse attirato i fischi del vulgo ricco e dotto. Dirò dippiù e sono certo di non dire se non il vero, che anche a fronte di queste ed altre tali ribalderie non vi avea e non vi ha nell’amministrazione lombardo—veneto—austriaca inconveniente, difetto, o vizio che se alcuni buoni si fossero interessati a volerli rimovere, mettendovi dell’insistenza, e della perseveranza non vi fossero riusciti. Disgraziatamente i buoni in Italia che non mancano di quel coraggio che vi vuole in una battaglia, mancano di coraggio politico. I tristi ne hanno il monopolio. Il nostro autore aggiunge, al finora da me citato, una serie di accuso, ma, per non dir altro, cosi insignificanti e frivole, che ho creduto a proposito di relegarle, accompagnate da qualche mia osservazione nelle note. (70)

Io conchiudo adunque che nulla aveavi nel Lombardo—Veneto e in generale in Italia da spingervi il popolo, cioè le masse a degli atti ai quali non avrebbe potuto spingerle, se non una situazione moralmente e fisicamente crudele. In fatti le masse, come a suo luogo e tempo estesamente dirò, non vollero mai sapere di rivoluzione. Esse trovaronsi più volte, più mesi di seguito in balia di sé stesse e più volte anche sotto il pieno incontrastato dominio dei rivoluzionarj, e non pertanto il grande senno, del quale la Provvidenza le ha provviste, le salvò. Anche nei ricchi e nei dotti il vulgo fischiante si trovò sempre minore di quel che si crede comunemente: ulteriore prova che quella «force des choses», che qui si ricerca, non esistette mai. E quindi mi credo sufficientemente autorizzato a dire: che la questione italiana si trova, quanto all’ordine dei fatti, intieramente senza alcun appoggio, senza veruna ammissibile ragione. Vediamo ora qual appoggio, e qual fondamento essa abbia nell’ordine delle idee e dei principj.

L’uomo, come si legge nel libro che non erra, non vive nel solo pane, bensì nel complesso dei dettami del suo Creatore, e perciò anche in quelli che si annunciano nelle opere provvidenziali. (71).

Il principio di nazionalità, dal quale si vuol derivare il diritto di unire nello Stato Italia tutti i paesi italiani senza alcuna eccezione, e perciò anche quelli che fanno parte di altri Stati, sarebbe desso mai uno di questi dettami? Se ciò fosse, il partito da prendersi non saprebbe esser dubbio, qui converrebbe obbedire, sconvolgere l’Europa, poiché non la è fatta secondo il detto principio, e farla da nuovo. Il quesito è perciò gravissimo. e noi non possiamo dispensarci dal metterci nel caso di rispondervi il più che sia possibile adequatamente e a tal uopo d’incamminare le seguenti ricerche: 1. Il principio di nazionalità è desso mai entrato nella formazione degli Stati qual necessario elemento fattivo? È il detto principio, come tale, ammesso nel diritto pubblico europeo? 2. È desso veramente, come lo si decanta, una delle condizioni del progresso, della civiltà, e del ben essere dell’umanità? 3. Quali sarebbero le conseguenze dell’ammissione del detto principio per la condizione sociale, civile e politica dell’Europa?

Il vero è che gli Stati europei comprendono tutti più o meno diverse nazionalità, le quali tutte riconoscono nello Stato, al quale appartengono, la loro patria, e in essa l’oggetto di una illimitata sommissione e affezione. Cicerone ha detto: «Patrie omnes omnium charitates complectitur». I detti Stati, particolarmente i maggiori, sono tutti l’opera del tempo, dei secoli, di intrecciati avvenimenti, di azioni e reazioni di guerre aspre e lunghe; però anche di conventirmi, capitolazioni, e in un grado rilevante di matrimonj fra le famiglie regnanti; donde il notissimo:

«Bel la gerunt alii, tu felix Austria nube.»

insomma essi sono l’opera della Storia, cioè della Provvidenza, la quale vi ha distribuiti i popoli senza alcun riguardo alla loro origine, provenienza, schiatta, e lingua; ossia al principio di nazionalità; e vi ha assegnati i paesi senza fermarsi innanzi a fiumi, a mari o a monti, dunque senza alcun riguardo al principio dei limiti naturali. La Storia dell’antichità è in questo merito la stessa, che quella del medio evo, e dei secoli a noi più vicini, e di quella del Congresso di Vienna. Chi crede che gli Stati siano fatture delle nazioni, s’inganna a partito. Bensì sono per le più gli Stati che hanno fatte le nazioni, vale a dire, che le diverse nazionalità, vivendo sotto lo stesso governo, con l’uniformità delle leggi e se non con altro con i reciproci bisogni e ajuti, col contatto, col commercio, con h comunanza delle guerre, si fondono le une nelle altre, e formano un popolo solo, una nazione, parlante, ancorché in diversi dialetti, la stessa lingua. È Roma che ha latinizzati e romanizzali i popoli della penisola traversata dagli Appennini: gli Etruschi, gli Umbri, i Greci della Magna Grecia, i Lucani, i Bruttii, venutivi gli uni dal Nord, gli altri dall’Est, e dall’Ovest; gli uni per terra, gli altri per mare; e che ha latinizzati e romanizzati più tardi i popoli dell’Italia settentrionale: i Boi, i Liguri gl’Insubri, i Veneti; e più tardi quelli delle Gallie, e della Spagna.

Allorché coll’irruzione dei Barbari l’Impero d’Occidente crollò sotto i loro colpi, l’Italia, e con essa le Gallie, le Spagne, l’Africa parvero perdute. Senonché, come osserva il Muratori parlando di quell’epoca, «i Latini e i Greci chiamavano Barbaro chiunque non era della loro nazione; ci sono stati» cosi prosegue quell’esimio annalista e scrittore «dei Barbari più buoni, prudenti e puliti, che gli stessi Latini e Greci». (72) Quelle genti avevano dei capi di un merito distintissimo, mentre i Romani ossia Italiani ne mancavano intieramente. Stilicone, ancorché Barbaro fu sul punto di salvare l’Impero. Odoacre anch’esso un Barbaro riusci coi suoi Eruli e Rugi a riordinare l’Italia, e a farne uno Stato, il quale per poco che vi avessero cooperato gl’Indigeni, si sarebbe consolidato e avrebbe durato. Pare che esso, per rendersi più forte nell’interno si trovasse nelle necessità di sguarnire le Alpi e tirarne i Rugi che vi abitavano e le guardavano. Vennero dalla Pannonia gli Ostrogoti, popolo guerriero, peraltro di ottima indole, fresco di corpo e di animo, senza vizj, con molte pregievoli qualità, che trovate le Alpi—Giulie indifese, scesero in Italia, e condotti da Teodorico, detto in seguito meritamente il Grande, vinto Odoacre, la conquistarono tutta, vi aggiunsero le Alpi nella loro totalità, e anche la Dalmazia, e sino una parte dell’attuale Francia. Teodorico comprese perfettamente che la sicurezza dei suo regno richiedeva una marina, che lo rendesse padrone dell’Adriatico e del Mediterraneo, e non tardò a crearsela. Il regno di Teodorico era un composto di varie nazionalità, che si sarebbero col tempo infallantemente italianizzate tutte. Ma ciò non stava nei decreti di Chi dispone ove l’uomo propone. Vi avea anche allora in Italia una frazione di gente corrotta, viziosa che faceva opposizione, che intralciava in ogni modo, e con ogni mezzo le operazioni del governo, perché forastiero.(73)

Piena di un insensato e stolido orgoglio sprezzava lo Straniero, che la Provvidenza dava all’Italia per rigenerarla. come oggidì, si agitava, tramava, cospirava, chiamavansi altri forastieri a liberar il paese (74).

Si pervenne ad avvelenare gli ultimi anni di quel grande e magnanimo Re, che divenne fiero, intollerante — egli era arriano — contro i Cattolici, ed anche a incrudelire contro di essi. Morto lui dopo trentatre anni di un regno glorioso, l’Italia divenne il teatro di una terribile guerra tra Greci chiamativi dagli Italiani, e tra Goti. Questi, dopo una lotta eroica di quasi trenta anni, vi soccombettero. L’Italia non potè più riconstruirsi. Le conquiste di Teodorico, che ne facevano un tutto intiero, andarono per essa perdute. Gli Italiani, ancorché componessero quanto alla lingua una sola nazionalità, non ebbero più il modo di unirsi, e di formare uno Stato. Per farlo conveniva sopratutto accordarsi con chi era padrone delle Alpi, unirvisi. Unendovisi si sarebbe prodotto uno Stato come era quello di Teodorico composto di parti eterogenee, di popolazioni italiane, alemanne, franche, borghignone, elvetiche, slave, ma che, come già dissi, col tempo si sarebbero italianizzate. Gli Ottoni, i Federighi, uomini di gran polso, avrebbero rifatta l’Italia. La rabbia del partito ghibellino [guelfo] contro il Tedesco, rese l’unione colla Germania, e tanto più la fusione con essa, dalla quale dipendeva la fattibilità di una Italia—Stato, impossibile. Invano sdegnavansi, crucciavansi l’Alighieri ed altri uomini insigni, i quali comprendevano. che l’âncora della salute per l’Italia era la di lei unione coll’impero germanico. La Storia d’Italia dai tempi di Teodorico in poi fornisce la prova la più convincente, che la nazionalità non è l’elemento fattivo degli Stati. Il Signor Cantù dice nella sua Storia degli Italiani parlando dei tempi di Rudolfo di Habsburgo: «di unità, di patria estesa non si aveva concetto, a dire Italiani era poco diverso dal dire oggidì Europei.»

La Spagna, la Francia, l’Inghilterra, la Germania, in generale tutto il rimanente dell’Europa furono in riguardo all’ordinarsi, se non altrimenti in forma di confederazioni, in grandi Stati, molto meno disgraziate, che l’Italia. Non è a dirsi che il riordinarsi, l’unirai non richiedesse dappertutto molto tempo, e non vi fossero dei grandi ostacoli da superarsi. In tutti i detti paesi le nazionalità erano varie, e formavano degli Stati per sé. Ma sentirono il bisogno di congiungersi e una volta, sia in seguilo o delle guerre, o mediante capitolazioni o convenzioni congiunte, videro nello stato al quale appartenevano, la loro patria, l’amarono, e ne fecero l’oggetto di ogni loro affezione, che per lo più si trovò in qualche modo personificato nel loro Sovrano. La Francia come Stato non data che dai tempi dei Valois. (75).

Fino allora vi aveano dei Bretonni, dei Normanni, dei Picardi, dei Borghignoni, dei Guasconi, dei Provenzali, tutti popoli di provenienza e schiatta diversa. Fu lo Stato Francia che ne fece dei Francesi. La Spagna nella presente sua estensione è di una data più recente ancora. Essa non conta che dai tempi di Ferdinando il Cattolico, e d’Isabella di Castiglia.

Sono dessi che unirono col loro matrimonio i regni d’Arragona e di Castiglia, e poi quelli di Navarra e di Granata che conquistarono, in uno Stato, nello Stato Spagna; e le diverse nazionalità di tutti quei regni in una nazione, nella Spagnuola. Anche nella Spagna i Catalani sono di un’altra origine e provenienza che gli Andalusi, e gli Arragonesi, e i Galliziani di un’altra che gli abitanti del regno di Murcia o dell’Estramadura. ché, se nella penisola iberica sono ancora rimaste due nazionalità distinte, la spagnuola, e la portoghese; ciò avvenne, perché i due regni Spagna e Portogallo, uniti sotto Filippo II, più tardi si separarono. E anche la presente nazionalità alemanna è un risultato dello Stato federativo Germania, e non già la di lui causa efficiente. È lo Stato Germania, ohe con grandissimo stento conquistò il paese oltre l’Elba e l’Oder abitato da popolazioni slave pagane e, guadagnatele al Cristianesimo, le germanizzò. (76)

La Prussia fu germanizzata dall’Ordine teutonico, il quale, se le circostanze gli fossero state più a lungo propizie, avrebbe assieme con l’Ordine degli Ensiferi estesa la Germania lungo il Baltico sino alla Neva. (77).

E questa è più o meno anche la Storia della nazionalità Inglese, della nazionalità Danese, della nazionalità Svedese, Russa, Polacca. Se qualche nazionalità resistette, come per esempio la nazionalità Irlandese all’azione uniformante dello Stato al quale apparteneva e appartiene, la causa è da cercarsi in parte nella conformazione insulare del paese e nel di lei isolamento, in parte nell’aver avuto sino alla fine del passato secolo un governo proprio ancorché dipendente dall’Inghilterra, in parte pur anche in altre circostanze. La nazionalità Maggiara si conservò poco men che intatta, perché il regno d’Ungheria era uno Stato distinto dall’Austria, e piuttosto un Alleato che parte di essa.

Ed ora riepilogando il discorso, e conchiudendo dico: che il principio di nazionalità non è mai stato, né nell’antichità, né in altri tempi un elemento fattivo, una causa efficiente degli Stati, i quali per 1ordinario si composero di più nazionalità, le quali hanno finito per compenetrarsi, per fonderai una nell’altra, e per divenire una nazione in quanto che parlava, abbenché in diversi dialetti, la medesima lingua, e la scriveva nel dialetto più colto. E perciò più si studia la Storia, e più e meglio si arriva a conoscere che sono gli Stati che generano le nazioni, e quindi, che è agli Stati che convien rilasciare il processo generativo di esse.

Relativamente alla dimanda se il principio di nazionalità, e i diritti che si vorrebbero derivarne sieno ammessi nei diritto delle genti e nel jure pubblico Europeo, posso dire con certezza, che né in Ugo Grozio, né nei suoi commentatori, né nel Valtel, né nel Martens se ne trova la minima traccia; e che non se ne parlò in veruno dei Congressi che si sono tenuti in Europa per mettere fine alle guerre che vi ebbero luogo pel corso di due secoli e più, da quello che seg né la pace di Westfalia (1648) sino a quello di Parigi del 1856. La nazionalità della popolazione di un paese non ha fornito in nessun di essi un titolo sia per chiederlo o per negarlo. Nel Congresso di Vienna si ebbe molto a parlare sul conto della Polonia; ma sempre soltanto relativamente al bisogno che vi avea, che il Ducato di Varsavia non passasse tutto alla Russia, e nello scopo d’impedire che questa potenza si desse sulla Germania, e in particolare sulla Prussia la posizione militare sporgente e minaccevole che coll’aggregazione di quel Ducato al suo Impero si è data; e non mai in riguardo alla ripristinazione della nazionalità polacca. (78)

Nelle conferenze per la pace con la Francia dopo la guerra del 1815, le Potenze alleate sembravano da principio determinata a toglierle tutta la prima linea delle di lei fortezze contro il Belgio, e contro la Germania, delle quali la maggior parte era già caduta celle loro mani; e in ispezialità chiedevansi dalla Confederazione Germanica, dall’Austria e dalla Prussia l’Alsazia e la Bassa—Lorena. (79).

Ma questa dimanda, alla quale alla fine si rinunzie, motivavasi, non col principio di nazionalità; le due provincie chiedevansi non perché tedesche, ma unicamente e semplicemente perché esse con le piazze di Strasburgo e di Landau, che vi hanno, forniscono alla Francia in una guerra sul Reno straordinarj vantaggi strategie! in confronto della Prussia e dell’Austria.

Del reste come potevasi al Congresso di Vienna dal Concerto Europeo, composte come era e come è di Stati a più nazionalità, ammettere un principio che condanna si manifestamente questa pluralità? Ciò sarebbe stato un suicidio. Gli Scrittori che con tanta severità banno censurato, per non aver date retta al principio di nazionalità, il Congresso di Vienna, avrebbero tenuto, volendo esser giusti, per poco che avessero avvertito alla detta circostanza, un tutt’altro linguaggio. come poteva e potrebbe ammettere il dette principio l’Inghilterra, per tacere delle Indie—orientali, del Canada, di Gibilterra, di Malta, rimpetto all’Irlanda? come la Francia rimpetto all’Alsazia, alla Bassa—Lorena alla Corsica, all’Algeria? la Prussia rimpetto alla provincia polacca di Posen? la Russia rimpetto alla Finlandia, e ai paesi situati lungo il Baltico dalla Neva al Niemen? l’Austria rimpetto alla Galizia, all’Ungheria, al regno Lombardo—Veneto? E sono, nell’istesso caso che le grandi Potenze, anche alcuni Stati minori, come per esempio la Svizzera con una popolazione mista tedesca, francese e italiana; e come il regno Sardo—Piemontese con una popolazione italiana francese, il quale regno ha nella sua Sardegna un’isola distante dalla terraferma 160 miglia italiane, la quale appartenne pel corso di più secoli alla Spagna, e ove si parla un linguaggio, che non è più italiano, che lo è il catalano o il provenzale.

L’italia rivoluzionaria ebbe nel 1848, finché ai trattò di costituzioni libere, in un grado non indifferente le simpatie della nazione inglese solita a vedere in esse la panacea per ogni malattia dei popoli; ed ebbe anche quella della Francia; ma quando la si vide,con Carlo Alberto alla testa, farsi conquistatrice, vilipenderà gli esistenti trattati, e giustificare l’impresa col principio, che le nazionalità hanno il diritto di sollevarsi contro i governi forastieri, le simpatie svanirono. «Parve magnanimo quel grido dell’Italia farà da sé ci dice il signor Cantù e pure il più dannoso sbaglio de sommovitori fu sempre il credere potesse ella operare senza il concerto Europeo; giacché non basta aver ragione ma bisogna averla a tempo». — Mi scusi l’esimio Scrittore se dico che quella parola: l’italia farà da sé fu una pura frase, giacché non si mancò di chiedere e sollecitar ajuti, e che lo sbaglio consistette nel credere, che il concerto Europeo presterebbe ai sommovitori la mono per disordinare ciò che esso aveva ordinato, e a violare gli esistenti trattati da esso sanciti e sanzionati. — «Ora è doloroso e istruttivo continua il nostro autore il confessare come le nazioni dalla nostra rivoluzione ritraessero le simpatie, che universali aveano concedute ai primi movimenti. I Francesi del governo parlavano di carpirsi la Savoia non solo, ma e il contado di Nizza, i Francesi avversi al governo tentarono invadere e ammutinar la Savoia: men tre improperj ci erano lanciati dalle loro tribune,, conforti non ci venivano, se non da pochi, che vo levano carezzar il vulgo fraseggiando la disapprovazione: la dieta tedesca attarantata di libertà, pure giudicò micidiale alla Gcrmania lo staccare il Veneto dall’Austria; il demagogo Kossut prometteva ducento mila Ungheresi per reprimere l’Italia: a Radetzky accoreano studenti delle università austriache, crocciati opposti ai nostri: da Inghilterra avemmo benevolenze, arringhe, libri; ma combattenti, prestiti, doni? Quegli stessi ministri che a suon di mano gridavano: viva Italia, a noi dicevano all’orecchio: rassegnatevi e sommettetevi: e ai padroni, Uccide teli pure che n’avete diritto. E appena la cacciata del Papa ne offri un pretesto, sorse gara fra tutti gli stranieri nello spegnere questi incendj. (80)»

Fatto è che l’Europa simpatizzando con degli atti come la guerra di Carlo Alberto, la quale fu un carpire e un ammutinare, come sarebbe stata l’occupazione per parte dei Francesi della Savoia, e l’eccitar i di lei abitanti a sollevarsi, non sarebbe se non segnare la sentenza della propria dissoluzione, e del suo sfasciamento. Essa perciò, finché Iddio non vorrà perderla, e per perderla non la renderà demente, non cesserà di protestare contro il principio di nazionalità e di respingerlo in ogni occasione, come ha fatto innanzi al 1848, e nel detto anno, e sino al giorno d’oggi. E valga il vero, che fu il soccorso prestato dalla Russia all’Austria nella disgraziatissima guerra d’Ungheria, se non una solennissima grandiosa protesta contro il detto supposto e preteso diritto? E che, se bene e attentamente la si considera, la guerra di Oriente? E che in particolare e segnatamente l’occupazione a modo di guerra nel 1854, per parte di ambedue le grandi Potenze occidentali, della Francia e dell’Inghilterra della capitale del regno Elleno di Attene; occupazione che si ebbe l’approvazione di tutta l’Europa non—russa. Questi interventi non furono se non solenni proteste contro il principio di nazionalità, e contro il supposto preteso diritto di staccarsi da uno Stato ove si parla un altro linguaggio. — Conchiudiamo adunque che l’Europa non ha mai ammesso il detto principio, e che non lo può ammettere.

II. Vediamo non portante i motivi che dai rivoluzionarj ci danno per chiederne l’ammissione. I rivoluzionari in generale si annunciano come riformatori e come dei quasi—profetti. Il mondo, dicono essi, non va come dovrebbe andare, non va secondo gli ordinamenti di Dio. Esso si è allontanato di troppo da suoi principj, e se ne allontana di giorno in giorno di più ed ha il più grande bisogno di nna radicale riforma, e di esservi, al più presto che sia possibile, ricondotto. Noi ne abbiamo la missione; noi siamo gli Eletti per attuarla, abbiate, popoli! fede in noi; lasciateci Tare, ajutateci cordialmente, seguiteci. Non temete; sarete contenti, ogni vostra aspettazione sarà sorpassata di assai. Il male sta nello sperperamento delle nazionalità operato dai congressi politici, e in ispezialità dal congresso di Vienna. Il rimedio sta nella unione di esse in stati—nazione. Già capirete, il vostro buon senso ve lo dirà, che qui fa d’uopo di disfare il malfatto edifizio, e rifarlo secondo le istruzioni e le regole che ci sono date «ab alto»; non temete vi ripetiamo. Gli Stati—nazione dovranno costituirsi in forma di repubblica democratica—socialista. Il mondo diverrà una mensa largamente imbandita, alla quale ci assiederemo tutti senza distinzione, e tutti egualmente lieti, gaudenti, e satolli. L’unione in Stati—nazione costituiti a repubblica democratica—socialista è la «conditio sine qua non» di quell’illimitato incessante progresso, pel quale l’uomo e destinato. Senza tali Stati il mondo, credetemi finirà per imbrutire.(81)

A questo, e a ogni altro discorso, che faccia dipendere la civiltà e il progresso dell’umanità dall’omogeneità delle popolazioni componenti gli Stati, e dalla forma repubblicana democratica—socialista di questo Stato—nazione, risponde già e categoricamente il Cristianesimo; il quale respinge e condanna come pagano, antisociale e sovversivo il principio di nazionalità preso nel senso nel quale lo si prende nella questione italiana. Esso c’ insegna, che ogni legittima potestà e una emanazione della Divinità, e vuole che le si obbedisca senza distinzione sia dessa nazionale o non nazionale; e che i popoli si considerino come popoli fratelli, e come tali si amino vicendevolmente e si ajutino e soccorrino nei loro bisogni. Uno dei maggiori passi che facesse l’umanità nella via della vera civiltà, e del vero progresso sociale e morale, è appunto questa fratellanza dei popoli. «SpogIiatevi scriveva il grande Apostolo e Civilizzatore delle genti San Paolo ai suoi Colossesi: spogliatevi dell’uomo vecchio, e vestitevi dell’uomo nuovo, dove non vi è né il Greco né l’Ebreo, né il Barbare, ma solo Cristo». (82)

Ed ecco invece i nostri moderni maestri del progresso, che vorrebbero indurci a spogliarci dell’uomo nuovo, ed a vestirci dell’uomo di diecinove secoli fa.

E rispondo al detto discorso pur anche la genesi degli Stati e delle nazioni, che in questo capitolo come meglio si è potuto e saputo, si è investigata; e il fatto, che una reale omogeneità di schiatta, e di provenienza non si saprebbe rintracciare in nessuna delle attuali grandi nazioni di razza latina; non nella nazione spagnuola, non nella nazione francese, e non nella nazione italiana; anzi neppure nella nazione alemanna, e appena, se pure, nella nazione slava. L’omogeneità, che le suddette nazioni di schiatta latina presentano, non è che apparente, derivando soltanto dalla comunanza del linguaggio. Or questa omogeneità che non ha altro fondamento che la detta comunanza, quale particolare e speziale influenza saprebbe e potrebbe essa esercitare sugli elementi fattivi della civiltà e del progresso, s’intende della vera civiltà, della civiltà cristiana, e del vero del morale religioso intellettuale progresso? Nessuna, decisamente evidentemente nessuna. Quali mezzi generativi di civiltà, quali mezzi d’istruzione, e d’insegnamento scientifico ed altro sono necessariamente ed esclusivamente inerenti ad uno Stato come per esempio lo Stato Spagna e lo Stato Napoli, nei quali non si parla se non un solo linguaggio, e quali sono necessariamente esclusi da uno Stato ove se ne parlano parecchi, come per esempio nell’Austria? Qui non vi ha differenza veruna. Egli è chiaro che uno Stato qual’è quest’ultimo, con paesi tedeschi, e con paesi italiani, dovrebbe essere al fatto di tutto quel tanto di buono, di vero, e di bello che vi ha, e si fa in Italia e in Germania; e che esso dovrebbe poter servire di veicolo a questa di ogni civiltà e progresso italiano, e all’Italia di ogni civiltà è progresso alemanno. — Facendosi le stesse dimande che qui si sono faite in riguardo alla dipendenza della civiltà e del progresso dalla omogeneità della nazionalità, in riguardo alla detta dipendenza dalla forma monarchica o repubblicana di uno Stato, si arriverebbe agli stessi resultamenti; ma il soggetto è estraneo all’argomento che qui ci occupa. Conchiudiamo adunque, che la dipendenza della civiltà e del progresso dall’omogeneità della nazionalità è una dipendenza puramente immaginaria e chimerica che non si merita verun riflesso.

Proseguiamo le nostre ricerche. Fra gli scrittori che hanno trattato la questione italiana occupano il primo posto due Piemontesi, il conte Cesare Balbo a cagione del suo libro intitolato: le Speranze d’Italia; e l’abate Vincenzo Gioberti a cagione di diverse opere relative alla detta questione, una più voluminosa dell’altra da lui pubblicate dal 1843 al 1847, e di un’opera postuma pubblicata nel 1851 col titolo: il Rinnovamento civile d’Italia; che è quella che ha per noi il maggior interesse. Noi potiamo tanto meno dispenserà di dedicar alcune pagine alle suaccennate opere, che facendovisi uso senza alcun riguardo al vero di ogni argomento, qualora sembri favorevole allo scopo, forniscono con ciò una ulteriore ancorché indiretta prova, che la causa che vi si difende è una cattiva per non dir pessima causa.

Il conte Balbo esordisce nel primo capitolo dello Speranze d’Italia, il quale è inteso a dimostrare, che l’attuale ordinamento politico dell’Italia non è buono, perché uno dei paesi italiani, il regno Lombardo—Veneto fa parte di uno Stato non italiano, vale a dire dell’Austria, come segue: «— Io parto dal fatto, che l’Italia non è politicamente ben ordinata, posciaché ella non gode tutt’intiera di quello che è primo ed essenziale tra gli ordini politici, quello che anche solo procaccia tutti gli altri buoni necessarj, quello senza cui tutti gli altri buoni sono nulli o si per dono, la indipendenza nazionale. Se tal fosse fra’ miei leggitori a cui l’arguzia del distinguere, o qualunque altro più o men sicuro motivo persuadesse che l’Italia ha questa indipendenza po litica; ovvero che senza averla ella possa essere e dirsi ben ordinata, tant’è ch’ei non continui. Questo scritto s’appoggia tutto sulla incontestabilità, e sull’importanza di quel fatto; non si rivolge se non a coloro che prendendo la parola d’indipendenza nel senso comune, accettato dentro e fuori, credono che una gran parte d’Italia non l’ha, e che una nazione di cui gran parte non l’ha, non è né può dirsi politicamente ben ordinata. E continuando dunque con questi osserverà soprabbondantemente, che la dipendenza di una provincia nostra dallo straniero (del regno Lombardo—Veneto dall’Austria), non solamente distrugge ogni bontà, ogni dignità dell’ordinamento in quella provincia; ma guasta, fa men degni gli ordini dell’altre provincie; non lascia compiutamente indipendenti nemmeno i veri Stati, i principati italiani. Gli esempi di ciò sarebbero facili a darsi, e molteplici; ma forse nojosi ed odiosi. Ed io me ne rimetto, a tutti gli Italiani, e più ai più informati, a quelli che san più su ne’ segreti e nelle pratiche dei nostri governi. Niuno di essi negherà che nei disegni, nei fatti, sovente nelle massime talor nelle minime azioni governative, si senta sia grave sia più grave che qualunque altra potenza straniera, quella che signoreggia una provincia italiana. Non parlo di forme e nemmeno di trattati; i quali so che riconoscono le nostre indipendenze. Ma non son eglino altri trattati che le infermino? E dove non sien questi, non è egli il fatto, l’abito, la prepotenza inevitabile nelle discussioni tra più e men forti?…»

«Né voglio entrare nell’altra trista e lunga enumerazione di quegli impedimenti a’ nostri commercii, alle nostre industrie, alle nostre arti, alle nostre lettere, a tutte le operosità anche privale, che vengono dalla dipendenza diretta d’una gran pro vincia, della indiretta de’ principati d’Italia. Non è peggior impegno che volere spiegare a chi non vuole intendere, o a chi intende e non conviene; e chi intende ed è sincero sa molto bene che nelle nazioni come negli uomini non suolo esser compiuta operosità, senza compiuta indipendenza. Non darò dei danni della dipendenza se non un esempio. Il Papa è Papa». —E qui vengono i danni della dipendenza del Sommo Pontefice sull’Austria, la quale lo impedisce di fare il suo uffizio. Il rimanente non ha per noi verun interesse. (83)

Questo discorso del conte Balbo è assai rimarchevole già per la singolar dialettica, che vi s’impiega. L’autore vuol provare che l’italia non è politicamente bene ordinata. Questo è il suo punto d’arrivo «l’id quod est demonstrandum» esso invece ne fa il suo punto di partenza. Il sillogismo è il seguente. Qualunque paese che non gode tutto, assolutamente tutto, della sua indipendenza, è tutto, non eccettuato quel tanto di sé, che è indipendente, mal ordinato, e reso incapace di godersi alcun bene. Or l’Italia non gode tutta della sua indipendenza perché il regno Lombardo—Veneto è austriaco; ergo è tutta, non eccettuata quella parte di sé, che è indipendente, male ordinata e resa incapace di godersi alcun bene… Qui incombeva all’autore di provare il maggiore, vale a dire, che qualunque paese che non gode tutto assolutamente tutto della sua indipendenza è tutto, non accettato quel tanto che è indipendente, male ordinato e reso incapace di godersi alcun bene. Invece egli non ne fa parola. Un tal ragionamento è già formalmente vizioso. Non vi ha adolescente, il quale, purché avesse fatto regolarmente il suo corso di logica, sentendolo o leggendolo non vi avesse apposto il suo «nego majorem». L’autore si occupa esclusivamente del minore sul quale aveva già detto che «una gran parte d’Italia», vale a dire il regno Lombardo—Veneto, non ha l’indipendenza; e si affatica a dimostrare che l’Austria coll’aversi il regno Lombardo—Veneto è all’Italia un peso immenso, una spezie d’incubo che vi impedi sce ogni operosità intellettuale e materiale; incolpazione come tosto si dirà falsissima; cosicché il sillogismo è vizioso e falso anche, per servirmi dei termine della scuola, giacché qui siamo all’abbicci, materialmente.

È già erroneo e in opposizione alle massime e dottrine fondamentali e al linguaggio del diritto pubblico europeo il considerare e il dire il regno Lombardo—Veneto dipendente dallo straniero, perché facente parte di uno Stato ove la maggiorità non parla la lingua del detto regno, ma un’altra. Qui le parole, dipendenza e indipendenza sono fuor di proposito. Il regno Lombardo—Veneto fa parte di uno Stato che è tutto indipendente da ogni altro Stato, e quindi indipendente anch’esso. Vi ha fra le molte stranezze di cotesto discorso anche quella, che la dipendenza del regno Lombardo—Veneto vi distrugge ogni dignità del suo ordinamento. Se ciò vuol dire, che pei detto regno, l’appartenere all’Austria è un’onta, rispondo con quanto ho già detto altrove, che l’appartenenza ad uno Stato e fame parte con doveri e diritti comuni, il quale secondo lo stesso autore è la salvaguardia e il palladio d’Europa (capo IX, p. 150 della seconda edizione di Capolago) è il massimo del decoro; come l’appartenere ad uno Stato che non dà pace, che non rispetta trattati, che vorrebbe veder l’Europa in fiamme, che si fa l’oggetto delle imprecazioni di ogni ben pensante, non può non essere per un paese il maximum della degradazione. Se si pensa che il regno Lombardo—Veneto ba per confine coi principati italiani, con l’eccezione di una frazione del Mantovano, il Po, il Ticino e il Lago Maggiore, dunque una frontiera ben definita e precisata, si comprenderà, che le relazioni di vicinato dell’Austria con l’Italia sono tuttociò che fra gli Stati limitrofi si può desiderare. Il concerto Europeo, inteso nel 1814 e 1815 ad assicurare all’Europa il più che fosse possibile la pace, assegnò all’Austria il regno Lombardo—Veneto, la quale lo toise a Napoleone con una guerra gloriosa che le costà non poco sangue, a garanzia e protezione degl’interessi Europei; e glielo avrebbe assegnato anche nel caso che i Lombardo—Veneti, come pur fecero, non avessero desiderata e dimandato di esserle aggiunti. L’Austria non si permise nessun sopruso della sua missione. Essa accorse e passò il Po, o il Ticino in soccorso dei principali quando da essi chiamata, mai altrimenti. Gl’inciampi che avrebbero a derivare all’operosità intellettuale e materiale degli Italiani dalla presenza dell’Austria nel regno Lombardo—Veneto sono una fatuità. Nessuno nella Germania considera la presenza dell’Austria nelle di lei provincie tedesche come un inciampo all’operosità intellettuale e materiale alemanna.

Quanto alle relazioni politiche fra l’Austria e l’Italia il conte Balbo è tutt’altro che ben informalo. Il vero è, che le corti di Napoli, di Roma, di Torino, e sino quella di Firenze, ancorché il Granduca fosse fratello dell’Imperatore Francesco, erano appena ristabilite nelle loro sedi, che si abbandonarono all’idea, che l’Austria, comecché la potenza la quale aveva in provincialità cooperato alla loro restaurazione, e che coll’aggregazione al di lei impero del regno Lombardo—Veneta erasi in qualche modo fatta Stato italiano, assumerebbe su tutta l’Italia una spezie di supremazia. Da ciò nacque non tanto nei principi, quanto nei loro ministri una gelosia portata sino all’assurdo. Ogni di lei desiderio, ogni domanda eccitava sospetti e timori, che crebbero sempre più quando videro che il governo austriaco forastiero era più italiano che il loro (84).

, e che esso per la regolarità del suo andamento, per la mitezza delle sue leggi, per la incorrotta sua giustizia; pel contegno e la disciplina della sua milizia non lasciava nulla a desiderare. Né fu altro che la bontà del governo, che spinse i settarj a dar principio alle trame e alle cospirazioni, e a correre a Napoli per eccitar Gioacchino Murat a sortire dal regno. Non c’è tempo da perdere, dicevasi: questi barbari la sanno lunga, si guadagnano di giorno in giorno più il popolo e le masse. L’esercitare una qualunque influenza sulle corti con la gelosia che rodeva il cuore dei ministri sarebbe stata impossibile, se anche si avesse voluto esercitarla. L’Imperatore Francesco, principe di un raro giudizio e grande esperienza, nato italiano, educato e cresciuto a Firenze, era italiano, e amava svisceratamente l’Italia; rideva della guerra, che gli facevan le corti italiane, volle che assolutamente si evitasse tutto ciò che potesse dar loro ombra; o diceva alle persone del suo seguilo, vedrete che non tarderanno ad aver bisogno di noi, e che non mancheranno di chiamarci in ajuto.

Il conte Balbo ha dedicato. oltre il primo anche il settimo capitolo delle sue Speranze d’Italia, intitolato: «Breve Storia dell’impresa d’indipendenza (italiana), proseguita sempre, non compiuta mai per tredici secoli», ad una indiretta dimostrazione del diritto derivante dal preteso principio di nazionalità, che avrebbero tutti i paesi italiani di unirsi e di affrancarsi da ogni dominio forastiero. Egli ha voluto vedere in un’impresa che dura già tredici secoli una incessante protesta contro ogni dominio forastiero. Si vede che il conte Balbo era bensì un «nero Cherubino» ma senza esser «loico» (85).

Un impresa proseguita sempre pel corso di tredici secoli senza mai poterla compiere, anzi avendo sempre a ricominciare, prova da sé, che in essa non vi ha senso comune, e che Iddio non la vuole. Questa è la sola ragionevole conseguenza e l’unico insegnamento da dedurne. —Ma vi ha qui il dippiù, che lo stesso conte ci sa dire nel suo, «Sommario della Storia d’Italia»: non avere gl’Italiani mai saputo elevarsi all’altezza di una tal impresa, e ciò neppure nel medio evo nelle loro guerre contro gl’imperatori di Germania. Per provare che questa breve storia dell’impresa d’indipendenza italiana non è che una lunga fa vola, non fa bisogno che di ricorrere al detto Sommario, ove replicatamente, quasi in ognuno dei libri nei quali è ripartito, il conte ci rivela il tristo caso, che gl’Italiani non sentirono mai il bisogno di unirsi e di affrancarsi; accompagnando sempre le sue rivelazioni

« con lamenti

«Che suonan come guai, ma son sospiri».

egli ci dice, che nelle leghe e confederazioni italiane — «mancarono sempre le due parole, e nella mente dei segnatarj le due idee: unità e indipendenza—libro VI. c. II. e aveva già detto nel libro V. c. 10. Nella storia come nella realità non è peggior dolore che d’avere a lodare il governo degli stranieri. Ma prima di tutto la verità. Le città che siamo per vedere talvolta liberate, talvolta liberarsi non furono mai pienamente libere, nemmeno di nome, nemmeno nelle loro pretensioni, sempre riconobbero la supremazia dell’imperatore straniero, e la riconobbero molti Papi, e i più dei principi».

E perciò il conte Balbo non che provare la necessità di ammettere il principio di nazionalità nel diritto pubblico Europeo ci fornisce nell’Italia, e coll’Italia, la prova più incontrastabile che mai si possa desiderare, che il principio di nazionalità è un pensiero n u ovo nuovissimo, improvvisato dagli agitatori italiani qual pretesto, e qual leva rivoluzionaria, che figurerebbe assai malamente nel diritto pubblico Europeo.

Ci rimane in riguardo all’oggetto che qui ci occupa di sentire anche l’abate Gioberti. Secondo questo scrittore, che fu a suo tempo la cima degli agitatori italiani, non si saprebbe far troppo presto non solo ad ammettere il principio di nazionalità, ma a disfare quanto prima l’Europa e riordinarla a norma di esso. Quella buon’anima di un profeta—filosofo, non rifuggiva dall’idea di una conflagrazione generale Europea per attuare il detto principio. Questo nuovo Erostrato a mille doppj non esita a farci sapere: «— Che il rinnovamento civile dell’Europa (come egli verrebbe incamminarlo) non potrà sottrarsi alla necessità di demolire prima di edificare; e però invece di aver aspetto di riforma, avrà piuttosto quello di rivoluziooe. Dovrà tuttavia guardarsi da ogni eccesso, perché la distruzione se non è necessaria, è piena di pericoli, anzi è pregna di regressi e di danni certissimi (86)» Egli ha trovato che Nazione e Stato sono tutt’uno, che gli Stati a più nazionalità sono Stati viziosi, che contengono in sé il germe della loro dissoluzione e morte. E avverte inoltre, che con tali stati l’equilibrio politico é una chimera; che essi, composti come sono di parti eterogenee che vicendevolmente si paralizzano o si respingono devono necessariamente render il tutto debole e impotente a lottare con uno stato cosi enormemente preponderante, e cosi pieno di vita come la Russia (87).

A questi pronunciati assiomatici rispondo: essere assurdo il dire che gli Stati Europei non sono secondo natura, se consta, e se la storia e là, la quale ci dice, che nessuno di essi è l’opera di una qualche Costituente, bensì ciascuno quella del tempo, dei secoli,. della Provvidenza, ossia della natura; che vi ha, come è già stato rimarcato in questo stesso capitolo, distribuiti i popoli senza distinzione di schiatta di origine e di provenienza, e i paesi senza lasciarsi fermare da fiumi, da mari e da monti. Egli ci vorrebbe far credere «che già la costituzione primogenia dell’uomo abbia, nei figli di Noè, introdotto le distinzioni nazionali seconde le nazioni, le genti, e le lingue;, che sono i tre elementi fattivi delle nazionalità, come tosto la schiatta umana fu abbastanza moltiplicata; e che lo facesse con tale aggiustatezza, che uno stato moderno non potrebbe meglio, tanto che questa di visione fu da gran lunga più civile e sapiente della viennese (88).

». Tutto ciò è contraddetto e dichiarato falso dalla Storia. Quale Stato era più un aggregato di popoli diversi che lo Stato Roma? Eppure durò esso in Occidente a contare non più in là che da Giulio Cesare che vi aggiunse le Gallie, sino a Odoacre che vi pose un fine, oltre a cinque, e nell’Oriente oltre a quattordici secoli. Quante volte non si trovò esso, già sotto la repubblica, e poi sotto gl’imperatori, implicalo in guerre civili con tutte le sue legioni impegnate a sostenere i pretendenti alla dittatura o all’impero, eppure non si sciolse?

E che prove di solidità non diede l’Austria ancorché composta di diverse nazionalità alla morte di Carlo VI, quando una delle più possenti coalizioni che mai si videro, si dispose a sbranarla. La monarchia sorti dalla lotta gloriosa e più consolidata che mai. Le si carpi la Slesia, e il Novarese. Ma non vi ebbe alcuna delle di lei nazionalità, che non fosse diposta e pronta a qualunque sagrifizio per salvarla, qual Austriaco non si ricorda quel magnanimo grido degli Ungheresi: «Moriamur pro rege nostro Maria—Theresia?»(89).

Né vi ha più ragione e giudizio nell’ascrivere come fa il nostro autore alla pluralità delle schiatte negli Stati Europei, se l’equilibrio politico talvolta va cilla, o va anche perduto. Quale Stato si è più prestato all’equilibrio politico contro la preponderanza francese dai 1792 sino al 1814, che l’Austria con le tante e si diverse suo nazionalità? E quale meno della Spagna e della Prussia, che già nel 1795 abbandonarono la causa dell’Europa, e segnarono la pace di Basilea, ancorché la prima non contenga che una, e la seconda che due nazionalità. Egli è quindi chiaro e manifeste che anche nell’abate Gioberti il principio di nazionalità non era che un pretesto revoluzionario, e una leva per disfare l’Europa. —

III. Ora che abbiamo potalo convincersi, essere la dipendenza, che si allega della civiltà, del progresso, della prosperità e della stabilità degli Stati, dai principio di nazionalità una dipendenza supposta e mentita, e lo stesso essere il caso di quella dell’equilibrio politico dai detto principio, facciamoci a soddisfare all’ultima parte del nostro assunto in questo capitolo, cioè allo sviluppo e alla considerazione delle conseguenze che avrebbe il principio di nazionalità sulla condizione politica dell’Europa, attuandovelo nel senso che esso ha nette questione italiana; vale a dire, che ogni paese abbia a staccarsi da uno Stato ove non si parla il suo linguaggio e ad unirsi a quello ove lo si parla. Qui vogliamo supporre l’Europa in seguito ad un generale conquasso disfatta, e nell’aspettazione di essere riordinata secondo il principio di nazionalità, riunendo le genti secondo le schiatte, cioè, secondo le lingue, in tante Nazioni—Stato. Suppongasi dunque che alla voce: popoli alzatevi, separatevi dai popoli di altra schiatta che la vostra, e che non parla il vostro linguaggio, e unitevi a di quelle, che lo parlano, la separazione si faccia all’istante e non incontri verun ostacolo. Or si dimanda, che Stati ne sortirebbero? a quanto monterebbero le rispettive loro popolazioni? e quali ne sarebbero i confini; se regolari o non regolari, se suscettibili o no di difesa? Le risposte non sono difficili né dubbie. L’Italia comporrebbesi, come già si è detto nelle prime pagine di questo capitolo, dei principati italiani già ora indipendenti, ai quali verrebbe aggiunto: il regno Lombardo—Veneto col Tirolo italiano; il canton Ticino, e la valle di Poschiavo; la Corsica e Malta. La sua popolazione sarebbe di circa 26 milioni. Il di lei confine s’internerebbe più o meno nelle valli subalpine, ma non raggiungerebbe che per brevi tratti la catena centrale delle Alpi. I passi, pei quali le si traversano, rimarrebbero tutti, senza eccezione, alle nazionalità limitrofe; in modo che la si troverebbe senza una frontiera suscettibile di difesa, e aperta ad ogni invasione straniera, sia per terra o per mare. — La Francia perderebbe l’Alsazia e la Bassa—Lorena, ma acquisterebbe il contado di Nizza, la Savoia, la Svizzera francese, il Belgio francese, e le isole poste rimpetto alla Normandia. La sua popolazione oltrepasserebbe i 40 milioni; i suoi confini sarebbero per la maggior parte irregolarissimi, però non tanto a suo svantaggio, che a svantaggio dell’Italia e della Germania. Tutti i passi nelle Alpi occidentali sarebbero ad essa. — La Svizzera cesserebbe di essere; e cosi anche l’Austria. — La Germania comprenderebbe la Svizzera tedesca, l’Austria tedesca, l’Alsazia, e la Bassa—Lorena, il Belgio di schiatta alemanna, l’Olanda, la Danimarca, e le provincie alemanne—russe situate lungo il Baltico; la sua popolazione sommerebbe per lo meno a 50 milioni; il suo confine sarebbe da ogni lato irregolarissimo. — La Russia acquisterebbe tutta la Polonia, e inoltre tutti i paesi slavi dell’Austria, e dell’Impero turco, estenderebbesi dal mare Glaciale sino al mare Jonio, e dalla China sino al Isonzo; e occuperebbe con l’Illirio l’Istria, ed anche la Dalmazia inclusivamente a Ragusi. La sua popolazione depasserebbe i 90 milioni, e non tarderebbe, stanle che vi ha un annuo aumento assai considerevole, a depassarne anche i 100. — L’Inghilterra spezzerebbesi in due Stati, dei quali uno con 1milioni d’Inglesi, e l’altro con 10 milioni d’Irlandesi Scozzesi e Gallesi. I due Stati, occupando due isole, sarebbero separati dal continente, ma non avrebbero neppur essi, uno con l’altro, se non un confine ora sporgente ora rientrante, e quindi assai irregolare. —La Spagna unita ai Portogallo avrebbe una popolazione di 20 milioni, e sarebbe il solo Stato Europeo che avrebbe dei limiti naturali. — La Svezia con la Norvegia; l’Ungheria con la Transilvania coi soli comitati maggiari; la Grecia con l’Epiro e la Tessaglia sarebbero Stati di secondo e terzo ordine.

Il continente Europeo sarebbe perciò ripartito in cinque Nazioni—Stato che sono, Spagna, Francia, Italia, Germania e Russia. L’Italia con una popolazione di 26 milioni ripartita su di un continente, su di una lunga e stretta penisola, e su tre isole, con interessi diversi troverebbesi a contatto con la Francia, la Germania, e la Russia; tre Stati compatti, ai quali essa fornirebbe il campo per le loro guerre e battaglia, come l’offri per lo passato ai Franchi, ai Greci, ai Saraceni, ai Francesi, agli Spagnuoli, e ai Tedeschi, senza avere un sistema di difesa, e senza i mezzi e il modo di darselo. E come l’Italia, sarebbe tutta l’Europa con delle frontiere intralciate e disordinate, e nella necessità di ordinarsi di nuovo secondo il principio dei limiti naturali; occupando i frapposti paesi senza alcun riguardo a schiatta e a linguaggio; e cosi ritornando agli Stati a più nazionalità, i quali con la più riprovevole spensieratezza e malignità si sarebbero demoliti. Non si osa pensare alla situazione e condizione nelle quali l’Europa troverebbesi. Tale si mostra il principio di nazionalità nelle sue conseguenze. E per ciò, il dire: gli Stati a più nazionalità sono Stati contro natura, è, nell’ordine politico, non meno un’orrenda bestemmia, che il dire: la proprietà è un furto, lo è, nell’ordine sociale.

Quanto all’altro dei due principj dai quali si parte nella questione italiana, quello dei limiti naturali, il caso è rarissimo che lo si possa mettere d’accordo coi principio di nazionalità. In generale anch’esso è un fomite di violenze e di guerre, e quindi anch’esso un principio ostilissimo alla pece del mondo (90).

Che risulta dagli studj esposti. in questo capitolo? Risulta che le pretensioni della questione italiana sono ingiuste, incongruenti, senza alcun ragionevole fondamentali principj dai quali vi si parte assolutamente inammissibili, e nel massimo grado riprovevoli; ché il regno Lombardo—Veneto è un’aggiunta fatta all’Austria dagli avvenimenti, dalla Storia, dalla Provvidenza; che esso, facendo parte della potenza Europea coi è imposte in principalità il mantenimento della pace e del1’ equilibrio politico dell’Europa, non ha nulla che invidiare, relativamente alla sua condizione economica, civile e politica, e a decoro e dignità di situazione, a qualsisia altro paese italiano, anzi a qualsisia altro paese Europeo.

CAPITOLO VI

Sopra le relazioni della questione italiana con la ripartizione

e con la configurazione geografica, e con la struttura topografica dell’Italia, e sopra le false idee che entro e fuori d’Italia si hanno sulle Alpi.

Mi è occorso più volle nell’esposizione di questi studj di avvertire, che le Alpi, sino alla di cui catena centrale la nuova Italia avrebbe ad estendersi, non sono monti italiani; e vi ho dello già nell’introduzione, che la della catena non è mai stata il confine politico dell’Italia; che le Alpi sono in quasi tutta la loro estensione conformate dalla natura in modo a presentare un vallo, non contro la Germania, ma contro l’Italia; che perciò quel

«Ben provvide natura al nostro Stato,

Quando delle Alpi schermo

Pose fra noi, e la Tedesca rabbia»;

del buon Petrarca, può stare in poesia, ma non sta minimamente in verità; ché segnatamente le Alpi Giulie, le Alpi Carniche, e le Alpi Retiche sono rispettivamente monti illirici, carinziani e tirolesi, e, detto in una parola, monti austriaci; che coteste Alpi sono tante vaste Acropoli, con guarnigioni austriache, a cavaliere del paese sottoposto rinchiuso fra l’Adriatico, il Po, e il Ticino, vale a dire, dei regno Lombardo—Veneto; e quindi avervi bensì il dito di Dio, ma indicar esso t utt’altro che ciò che vi vogliono vedere gli agitatori italiani; che le or specificale Alpi non si sono mai difese contro le genti e le armate, le quali provenienti dal Nord e dall’Est invasero l’Italia; che i Romani non le difesero in verun tempo; che non le difesero neppure nelle guerre civili sotto gl’Imperatori; doversj dire lo stesso degli Italiani, che mai le difesero contro gl’Imperatori di Germania.

Egli è ormai tempo di dare in riguardo a tutti questi asserti le dovute spiegazioni e dilucidazioni, e di dimostrare, essere dessi dei fatti, in parte tali, che basta aver occhi che vedono, per ammetterli; in parte fatti istorici riconosciuti e ricevuti come fatti da ogni uomo colto, che sia stato nel caso di fare degli studj regolari. Queste spiegazioni e dilucidazioni sono il principal tema del presente capitolo. Però vi premetto alcuni avvertimenti geografici, e topografici, che dànno a dividere, aver la stessa natura messo nella ripartizione configurazione, e struttura dell’Italia dei signifîcantissimi irremovibili ostacoli alla di lei unità politica; e alla fine conchiudo, che l’Italia nella presente sua forma e condizione politica è ciò che la sua ripartizione e configurazione geografica e la sua struttura topografica, e la storia, la natura, la Provvidenza l’hanno fatta; e quindi che la di lei politica dovrebbe essere di considerarsi come parte dall’Europa, di mettere i suoi interessi il più che fosse possibile in armonia con gl’interessi politici Europei; di farsi ricevere come membro nel Concerto Europeo, e di cooperare con esso in generale e in particolare coll’Austria a mantenere in Europa la pace e l’equilibrio politico: né avervi per essa altro modo di essere ciò che Dio vuole che la sia, e di farsi il paese antesignano nella cristiana civiltà, e in ogni vero progresso, che sembra lavora di lei missione.

I. La Spagna col Portogallo è penisola; la Francia è continente; la Gran—Bretagna isola; l’Irlanda isola istessamente; la Germania continente; la Svezia con la Norvegia penisola; la Russia continente. —Cosa è l’Italia? L’Italia è continente nell’Italia—Settentrionale; penisola nell’Italia—Centrale, e nell’Italia—Meridionale; e isola nella Sicilia, nella Sardegna, e nella Corsica. L’Italia non ha perciò nulla di ciò che costituisce l’unità sostanziale di un paese; vi manca niente meno che l’elemento unitario geografico. Questa mancanza dell’unità geografica non saprebbe non essere un impedimento perenne, incessante, irremovibile, assoluto alla di lei unità politica. Come possono queste tre divisioni geografiche non costituire tre diversi paesi, con diversi bisogni, e quindi con diversi interessi? Qui vi ha una forza irremovibile, indistruttibile, potentissima di disunione, che una Roma, che un Teodorico poterono comprimere la quale però non mancò appena che la mano che la teneva compressa ne fu ritirata, di rialzarsi, e di farsi viva. Questa sostanziale mancanza di unità nelle parti con le quali si vuol fare la nuova Italia è da sé sola più che sufficiente a impedire l’unione italiana e a rendervi impossibile ogni spontaneità. Per rimovere un tal ostacolo vi vorrebbe un Alessandro, un Giulio Cesare, un Napoleone; e vi vorrebbe il Senato e il popolo romano acciò l’opera si consolidasse.

Un ulteriore egualmente irremovibile impedimento all’unione italiana risulta dalla stessa configurazione geografica dell’Italia. La costa bagnata dall’Adriatico partendo dal Timavo, dopo aggirato lo sbocco dell’Isonzo e Grado, si avvicina a Venezia nella direzione dal Nord—Est al Sud—Ovest; e, raggiunto il lido innanzi alla detta città, cangia bruscamente di direzione, e prende quella dal Nord—Ovest al Sud—Est. E lo stesso è il caso con la costa bagnata dal Mediterraneo: La sua direzione da Nizza sino a Genova è dal Sud—Ovest al Nord—Est. A Genova cangia anch’essa di direzione, e si rivolge egualmente dal Nord—Ovest al Sud—Est. Cosi si produce la penisola italiana, la quale si spartisce alla sua estremità in due, e si allunga nella penisola orientale sino al capo di Leuca 117, e nell’occidentale sino al Capo delle Armi 128 miglia geografiche di 15 al grado, distanza non minore di quella dal confine belgio—francese ai Pirenei; e ciò su di una larghezza alla base di 38; fra Viareggio e Ravenna di 23; fra il Monte Argentaro e Ancona di 33 e fra lo sbocco dal Garigliano e quello del Trigno nel regno di Napoli, di sole 18 miglia. Napoleone vedeva in questa configurazione la principal cagione del suo spezzamento (morcellement) in più principati e repubbliche indipendenti. «La sua lunghezza cosi dettava egli a chi scriveva nell’isola di St. Elena le sue memorie, è fuori di proporzione con la sua lunghezza. L’Italia avrebbe dovuto finire al monte Vellino, vale a dire all’altezza di Roma, e tutte il territorio compreso y fra il dette monte e il mar Jonio con la Sicilia riporsi fra la Sardegna, la Corsica, Genova e la, Toscane. Non è se non cosi prosegue egli che potevasi ottenere un centre a portata di tutta la, circonferenza; cosi solamente poteva avervi unili di clima, e unità d’interessi locali. Ma le Ire grandi isole da un lato, la di cui superficie importa un terzo della superficie di tutta l’Italia, e dall’altro quella, parte della penisola che forma il regno di Napoli sono, in riguardo ai bisogni ed interessi locali e al clima, paesi stranieri per la valle del Po (91)».

Napoleone tratta anche la questione italiana relativamente al centre e alla capitale che avrebbero a darsi all’Italia unita tutta intiera, continente, penisola e isole in un solo e unico Stato. Egli non parla che di Venezia e di Roma, come se la questione fosse circoscritta alla scelta fra le due città; e dice che molti propendono per la prima, perché il maggior bi«sogno detta nuova Italia sarà sempre quello di farsi potenza marittima; e perché la di lei posizione la rende inespugnabile, e ne fa l’emporio del commercio col Levante, e con la Germania. Il suo discorso però non lascia verun dubbio, che egli dava la preferenza a Roma, la quale, ciò non può negarsi, è per certo un punto molto più centrale che non Venezia. Ma il vero è che un paese composto come l’Italia di un lungo e relativamente stretto continente, di una lunga e relativamente stretta penisola, alla di cui estremità si aggiunge la maggiore delle sue isole, mentre le altro duo sorgono dai mezzo del Mediterraneo separate dalla terra—ferma non da un stretto canale, ma da un spazioso mare, abbisogna per lo meno di tre centri, e di tre capitali; di un centro e di una capitale pel suo continente che potrebbe essere Milano, e meglio ancora Verona; di un centro e di una capitale per la sua penisola e per la Sicilia che potrebbe essere Roma, e di un centro e di una capitale per la Sardegna e la Corsica che potrebbe essere Sassari.

E osta all’unione italiana anche un terzo, e quello certamente gravissimo impedimento: il quale è l’elemento topografico. Mentre l’elemento geografico divide l’italia in tre grandi ripartizioni, suddivide l’elemento topografico già il di lei Continente per lo meno in sei diversi paesi, dei quali ciascheduno fu durante dei secoli Stato per sé, col suo centro e la sua capitale, e sostenne guerre e ha la sua propria storia; e non tanto suddivide quanto sminuzza anche la Penisola, e fa poco men che lo stesso anche con lo tre isole con la Sicilia, la Sardegna e la Corsica.

L’Italia Settentrionale è bensì una gran conca circondata al Nord, all’Ovest, e al Sud da monti, e p. oi dal mare. Ma considerandola con attenzione non si tarda a ravvisare nel Piemonte, circoscritto come esso è dalle Alpi, dagli Appennini, dalla Scrivia, dal Ticino e dal Lago Maggiore, un paese, che ha la sua propria circonferenza, e tutto l’occorrevole per farne uno Stato da sé. Ed un tal paese è anche il versante meridionale degli Appennini, la cosi detta Riviera di Genova, la quale è un lungo e stretto litorale, ma che ha la sua capitale sul mare, ed ebbe in questo una forza vitale che ha bastato a farne una potenza marittima capace di lottare in lunghe e terribili guerre con Venezia, in quei tempi la prima potenza marittima dell’Europa. Ed un paese per sé è anche la riva destra del Po, e un simile anche la riva sinistra; i quali ambidue si suddivisero e restarono suddivisi durante dei secoli in più Stati; cosi la riva destra nello Stato di Parma e di Piacenza, e in quello di Ferrara; e la riva sinistra nello Stato di Milano è in quello di Venezia.

Quanto alla Penisola non temo di essere contraddetto se dico, che difficilmente vi ha in tutta l’Europa un paese cosi sminuzzato come questa ripartizione dell’Italia. Non sono che pochi anni che si ha detta Toscana, e degli Stati pontificj una carta topografica tale da poter su di essa istudiarne la struttura e la conformazione. Istudiandola si vede che le acque e il fuoco sotterraneo vi devono aver infuriato in un modo straordinario. La catena centrale degli Appennini vi si vede in più siti non solo dalle acque corrosa, ma solcata dalla cima al fondo, e vi si trovano innumerevoli crateri di vulcani estinti.

Ho già avvertito che la linea di distacco della penisola dal continente è quella che congiunge Genova con Venezia. Questa linea passa per Brescello, rimane sulla destra del Po sino a Ostiglia, passa ivi questo re dei fiumi italiani, traversa alcune miglia italiane al Sud di Legnago l’Adige e finisce a Venezia. E perciò non tutta la conca del Po appartiene al continente italiano, nna parte che comprende il Padovano meridionale, il Polesine e le Legazioni fanno parte della Penisola. Egli è Vero peraltro che comunemente si risguarda qual confine della Penisola la catena centrale degli Appennini, che aggira alla loro origine il Serchio, l’Ombrone, il Sieve, l’Arno, e il Tevere, e le due di lei diramazioni ambidue non men alte, né men aspre di essa, che partono, una dall’Alpe di Mammio nel Modenese e raggiunge il Mediterraneo fra Pietra—Santa o Massa, e l’altra dal Monte maggiore al Nord di Borgo—San—Sepolcro e raggiunge l’Adriatico a poca distanza di Rimini; il quale confine coincide in gran parte con quello che ebbe la Penisola dal tempo che la divenne tutta romana, sino ai tempi di Auguste. Al Monte maggiore all’origine del Tevere, al Nord di Borgo—San—Sepolcro la catena centrale si ripiega nella direzione della Penisola, vi entra, e la riparte in due versanti in modo che il versante orientale che scarica le sue acque nell’Adriatico rimane sino al Tortore, influente dell’Adriatico, e sino al monte Gargano nel regno di Napoli, più stretto di molto dell’occidentale. Esso ivi non solo si allarga ma anche si appiana.

Gli Appennini della Penisola italica sono stati detti somiglianti ad una spina dorsale. Ma questa immagine farebbe supporre, che essi sono una catena montana continua, dai due lati della quale partono le diramazioni in direzioni ad essa perpendicolari, e senza deviarne traversano i due versanti sino al mare. Ma il caso è molto diverso. La catena centrale degli Appennini della Penisola non è tale sé non relativamente al versante orientale, giacché la raggiunge la Sibilla e vi si annoda senza minimamente diramarsi nel versante occidentale; e perché partono dalla grande giogaja toscana per la Penisola diverse catene montane, e non essa sola, le quali tutte con più d men lunghi giri raggiungono il detto monte, vi si annodano e negli intervalli si collegano. Il sistema montano ossia corografico della Penisola è quindi un graticolato di monti e di colli con dei vasti bacini suddivisi in una infinità di conche e di valli un di chiuse, il quale perciò non ha e non può avere veruna somiglianza con una spina dorsale. Ma le acque che in quei bacini, e in quelle conche e valli chiuse stagnavano ebbero col tempo, se pure non venne in loro soccorso qualche possentissima corrente marittima, il modo e le forze di solcare le pareti dei loro serragli e di erompere da essi, e di scaricarsi nei due mari laterali, e alcune anche nel mar Jonio, cioè nel golfo di Taranto. Le catene di questo graticolato esistono ancora, ancorché rotte e spezzate, e esistono le sue anella e le sue maglie, vale a dire i bacini, le conche e le valli che i monti intrecciandosi chiudevano. Il sistema idrografico prodottosi col vuotarsi dei laghi non ha se non modificato il primitive sistema corografico, e ne ha, coi fiumi e torrenti, e cogli alvei che essi si sono scavati anzicché diminuita, rinforzata l’azione frastagliante e diversificante.

Egli è in forza della azione congiunta e combinata dei detti due sistemi, che l’elemento topografico ha segnato con una particolar precisione nella Penisola, come in veruna altra parte dell’Europa e come neppure nell’Italia continentale, le ripartizioni territoriali. Le provincie che compongono il regno di Napoli potrebbero essere tanti Principati o Repubbliche, come 28 fa un di la maggior parte di esse. Li due Abruzzi orientali sono paesi non meno segregati dall’Abruzzo occidentale, e da ogni altra provincia e parte del regno di Napoli mediante il Pizzo di Sevo, il Morone, e la Majella, monti di 7 sino a 9000 piedi di elevazione sopra il livello del mare, che la Savoia dal Piemonte mediante il Tabor il Rochemelon, il Jouvet, il Mont—Blanc. E se anche il grado della segregazione è nelle altre provincie napoletane molto minore che quelle degli Abruzzi, non pertanto è desso per quanto in questi ultimi tempi siansi ammigliorate e aumentate le comunicazioni sempre ancora rilevantissimo. Né e altrimenti caso colla Toscana, e con gli Stati—Pontifici. La Toscana si trovò divisa per dei secoli fra quattro repubbliche indipendenti l’una dall’altra senza alcun nesso reciproco politico. Contemporaneamente non vi avea negli attuali Stati Pontificj città di qualche importanza che non avesse il suo proprio governo. Questo spezzamento politico non era che una naturale conseguenza dello spezzamento topografico. —Avrei ancora a parlare dell’Italia isola. Ma tanto la Sicilia che la Sardegna e la Corsica hanno la medesima struttura topografica che la Penisola; il sistema corografico è in tutte le Ire Italie un graticolato di monti che le acque hanno solcato e spezzato. D’altronde la condizione d’isola è anche essa una condizione topografica.

Or come sperare di far un’Italia con elementi tanto ostili alla di lei unione? La Storia degli Italiani non si saprebbe comprendere e meno ancora spiegare senza ricorrere alla mancanza dell’unità geografica, alla mancanza di un centro, e all’azione del suo elemento topografico. «Nessuna nazione parla il conte Balbo, al quale di tratto in tratto scappa la verità chiara e luminosa per quanto la sua smania di far grande il suo Piemonte l’inceppasse—Nessuna nazione fu riunita in un corpo, men sovente che l’italiana. L’Italia anteriore a’ Romani fu divisa tra Tirreni, Liguri, Ombroni, Fenici, Pelasgi, Greci, Galli e forse altre genti concorsero nella nostra penisola occidentale rispetto al mondo d’allora a quel modo che si con corse poi nell’America moderna, e concorre ora nell’Oceania. — I Romani riunirono si la penisola a poco a poco, ma posero a ciò non meno tempo che a conquistare l’intiero mondo lor noto; la conquista de’ Salassi fu l’ultima fatta da Augusto prima di chiudere il tempio di Giano, prima di fermare i limiti a lasciar come arcano d’imperio il non oltre passarli. Ei non fu dunque, se non insieme con tutte un mondo, che l’Italia rimase riunita sotto l’imperio. E cosi poi di nuovo, insieme con molte altre provincie, sotto Teodorico, per una trentina d’anni. E quindi, se si voglia parlare d’un regno d’Italia propriamente detto, dell’Italia riunita in sé senza altre appendici, non se ne troverà in tutta la storia se non un esempio intermediario fra la di struzione dell’imperio e Teodorico, un periodo di tredici o quattordici anni sotto Odoacre. Dopo Odoacre l’Italia si ridivise tra Goti e Greci: i Greci la riunirono per altri dieci anni; ma come provincia di lor imperio lontano. Poi fu divisa fra Greci Longobardi; poi tra Longobardi Beneventani, Franchi e Greci; poi tra Beneventani, Imperatori Franchi, Borgognoni, Tedeschi o Italiani, Saraceni e Papi, poi tra Sassoni, Beneventani, Saraceni e Papi, poi variamente ad ogni anno, ad ogni mese, tra Imperatori, Papi, Comuni Guelfi, Comuni Ghibellini, Normanni, Angioini, Aragonesi; poi tra Francia ed Austria e Stati come poterono indipendenti; poi Spagna e Stati; poi Francia, e residui di Stati; ed ora Austria e Stati. Io non so per vero dire qual possa dirai sogno politico, se non dicasi questo: d’un ordina mento, che non ha nella storia patria, se non un esempio di quattordici anni, e che non sarebbe se non restaurazione di un regno barbaro di mille quattrocento anni fa. — Ma si potrebbe fare ciò che non si fece mai, diranno gl’immaginosi. — E risponderanno,—cosi continua il conte,—coloro che per parlar di cose future vogliono partire almeno da fatti presenti: Torino, Milano, Firenze, Roma, Napoli, Parma e Modena sono sette città capitali al di d’oggi (senza contar Lucca destinata a riunirsi con Toscana); in sei di quelle regnano sei principi; ed uomini, città e stati non diminuiscono di condizione mai se non per forza, non mai per accordo, di buon volere, né per uno scopo eventuale. Sogno è sperar da una sola città capitale, che voglia ridursi a provinciale; maggior sogno che sei si riducano sott’una; sogno massimo che s’accordino le sei a scegliere quell’una. — E tanto più che ciò non è desiderabile, né per le sei sceglienti, né per l’una prescelta, né per la nazione intiera. Si grida in tutta l’Europa (bene o male non ira porta) si grida ora quasi unanimemente dappertutto contro alle grandi capitali, contro a ciò che si chiama centralizzazione do’ governi, degli interessi, delle ricchezze, contro alla spogliazione delle provincie. E chi ha setto capitali si ridurrebbe a spogliarne sei a vantaggio di una? Lo sperarlo sarebbe non più sogno ma pazzia; sarebbe un voler fare coll’opinione ciò che è più contrario all’opinione presente; ciò è impossibile quanto evitabile, evita bile quant’è impossibile; e diciam la parola vera, puerilità, sogno tutt’al più da scolaruzzi di rettorica, da poeti dozzinali, da politici di bottega.»

«E poi;—è sempre il conte Balbo che parla— e poi quando non fosse sogno per tutte queste ragioni, tal rimarrebbe per quest’una. Che diventerebbe il Papa in un regno d’Italia? Re esso? Ma ciò non è possibile, non si sogna da nessuno. Suddito? Ma allora si, ch’ei sarebbe dipendente; e non solo, co me al peggior tempo del medio evo, suddito dubbioso del monarca universale, ma suddito certo d’un re particolare. Ciò non sarebbe tollerato dalle al tre nazioni cattoliche; non sarebbe dalle stesse accattoliche; ciò andrebbe contro a tutti gl’interessi, tutti i destini della Cristianità; ciò non sarebbe tollerato da una parte della nazione stessa italiana, che nol tollerò nel medio evo. E v’ha chi dice che non fu male, e chi, che no fu bene. Io dico che ad ogni modo ciò fu, ciò sarebbe in simili occasioni; ondeché il tentarlo o solamente proporlo sarebbe dividere e non riunire la nazione nostra, sarebbe quindi non migliorare ma peggiorare le nostre condizioni. — Ed io mi vergogno d’aver fatto un altro capitolo inutile»(92).

Cosi pensava l’autore «Delle speranze d’Italia» relativamente all’unione di tutti gli Stati e di tutti i paesi italiani in uno Stato. Le due obbiezioni da esso mosse contro il concetto in discorso sono, la prima grave, la seconda gravissima, e da sé sola bastevole a indurre ogni buon cattolico, e anzi ogni ben pensante, e in ispezialità ogni ben pensante Italiano a rinunciare ad una idea la di cui attuazione non saprebbe non riuscire dolorosa in sommo grado e provocante per tutto il mondo Cattolico, e altresì divenire un addizionale principio di disunione pell’Italia. Ma tutto ciò non toglie che il sunto della Storia degli Italiani, qui dal conte Balbo fornitoci, abbia ben poca relazione, se pur ne ha, con esse. La detta storia deve necessariamente suggerire per primo la dimanda: quale è la causa di questa continua incessante divergenza e opposizione? Da essa risulta non solo che non si è potuto fare l’Italia e unirla se non per pochissimo tempo, ma anche che non si è potuto farla che col mezzo dello straniero. Qui si dimanda quale è, o quali sono gli ostacoli che si sono in ogni tempo cosi decisamente opposti all’unione dei paesi italiani in un solo Stato?

E una risposta a cotesta dimanda ci suggerisce lo stesso conte Balbo, col ricordare come ei fa le tante e si diverse schiatte che nei primi tempi hanno popolato la Penisola, la quale era pel mondo d’allora infatti una spezia di Nuovo Mondo. «L’Italia anteriore a’ Romani dice il summenzionato conte e giova il ripeterlo fu divisa Ira Tirreni, Liguri, Ombroni, Fenici, Pelasgi, Greci, Galli e forse altre genti , concorse nella nostra penisola, occidentale rispetto al mondo d’allora, a quel modo che si concorse poi nell’America moderna, e si concorre ora nell’0ceania». — Egli è innegabile, che la diversità dell’indole, del temperamento e del carattere fra i popoli italiani è immensa. Il Napoletano non è meno in tutti questi riguardi estraneo al Siciliano che a questo sia stato in altri tempi il Saraceno, il Normanno, il Francese, l’Arragonese, e lo Spagnuolo in generale. E come il Napoletano è estraneo al Siciliano, cosi, e nell’istesso grado, è il Siciliano estraneo al Napoletano, e questo al Romano, e il Romano pi Bolognese e il Bolognese al Romano: e il Corso al Genovese e viceversa. E tutto ciò col dippiù che sovente queste genti parlano dialetti tanto lontani uno dall’altro, quanto lo è l’italiano scritto dal Francese o dallo Spagnuolo. Il dialetto friulano si avvicina assai più al provenzale francese e al catalano che al veneziano. E perciò se mai si è potuto dire di una nazionalità c he non—ha altro nesso, altro fondamento —men che la comunanza del linguaggio scritto, lo si può dire della nazionalità italiana. Non si saprebbe dunque non ammettere nel numero degli elementi ostili all’unione italiana anche l’elemento etnografico e anch’esso qual elemento provvidenziale. Senonché Roma lo ha superato, e che lo si è superato nella maggior parte degli Stati prodottisi coi frammenti dell’Impero d’Occidente, e tanto in Francia che nella Spagna, e che lo si è superato anche nell’Allemagna in riguardo alle popolazioni slave che si sono germanizzate. L’elemento etnografico non basta a spiegare la storia degli Italiani. Per spiegarlo egli è giuoco forza ricorrere in provincialità all’ostilità dell’elemento geografico e dell’elemento topografico. Napoleone ha detto in un modo indiretto ma chiarissimo, che per fare l’italia nel senso della questione italiana converrebbe innanzi tutto avere il modo di trasportare H regno di Napoli con la Sicilia nello spazio che trovasi fra la Sardegna, la Corsica, la Riviera di Levante genovese e le coste della Toscana. Le sue parole già di sovracitate in italiano sono in francese le seguenti: «Si l’Italie eût été bornée par le mont—Velino, c’est a dire à peu près à la hauteur de Rome, et que toute la partie du terrain comprise entre le Mont—Velino et la met d’Jonie, y comprise la Sicile, eût été jettée entre là Sardaigne, la Corse, Gênes et la Toscane, elle eût en unité de rivières de climat et d’intérêts lo eaux.» Quale è il senso di queste autorevolissine parole? Il senso n’è, che l’Italia manca affatto dell’unità geografica, che vi sono tre Italie, un’Italia continente, un’Italia penisola, e un’Italia isola, e che per unire i paesi italiani nell’ordine politico in uno Stato converrebbe innanzi a tutto unirli in un solo paese nell’ordine geografico, e in particolare nell’ordine topografico.

Conchiudiamo che all’unione delle tre Italie in un’Italia si oppongono ostacoli insormontabili, irremovibili, provvidenziali, e perciò superiori alle forze di noi deboli mortali. La natura ha fatto delle tre Italie tre paesi distinti, e ha assegnato a ciascuna di esse i limiti con una precisione che non saprebbe essere maggiore. Non vi è Stato Europeo con limiti naturali più pronunciati di quelli che circoscrivono la Penisola italiana verso e contro il Continente dal quale la si stacca avanzando fra i due mari che la costeggiano. E se anche la Sicilia possa considerarsi come il di lei prolungamento, giacché non vi ha frammezzo se non. nno stretto canale, ciò non è certamente il caso della Corsica e tanto meno della Sardegna. Infatti una unione spontanea dei paesi italiani in una Italia, non ha mai avuto luogo. Se mai un’Italia si è fatta, la fu l’opera di guerre secolari e dello straniero. Gli stessi Romani erano un popolo straniero rimpetto ai popoli che per fare l’Italia dovettero combattersi, soggiogarsi, o cacciarsi da prima oltre gli Appennini e in seguito oltre le Alpi, e sino oltre al Danubio se pure non si distrussero. (93)

II. Chiarita come credo l’azione dell’elemento geografico e quella dell’elemento topografico in riguardo all’unione dei diversi paesi italiani in uno, vale a dire in riguardo al fare l’Italia: passo ora a chiarire, la detta azione relativamente all’indipendenza dell’Italia da farsi e al difenderla contro lo Straniero. La dimanda è: in qual grado la natura abbia muniti i paesi, coi quali si ha da fare l’Italia, contro le invasioni forastiere? e in qual grado ciò siasi fatto contro le invasioni marittime, e in qual grado contro le invasioni continentali? Potrò essere breve nel rispondere alla prima di queste dimande, la quale in qualche modo, ma soltanto di passaggio, è stata se non trattata però menzionata già nel precedente capitolo: non cosi con la seconda, che si dirama in diverse questioni secondarie, delle quali ciascuna vuol essere a parte considerata e discussa.

Non temo di essere da verun giudice competente contraddetto dicendo: non avervi per chi è padrone del mare e ha i mezzi di trasporto, né più larga, né più comoda, né più breve, né più sicura via per una guerra d’invasione, che il mare. L’Italia è sotto questo rapporta, in riguardo all’estensione e alla qualificazione delle sue coste in complesso assai accessibili, il paese più esposto alle invasioni forastiere che vi abbia in tutta l’Europa. Essa non ba oggidì nulla a temere dal lato delle Alpi. Il congresso di Vienna ha messo il massimo impegno a impedire ogni guerra forastiera nell’Italia settentrionale ed è appunto per tenervela lontana che esso ha non solo ristabilito ma anche ingrandito il regno Sardo—Piemontese, cui fu affidata la guardia delle Alpi occidentali e forniti i mezzi per riedificarvi le fortezze e i forti che li chiudevano, ma che i Francesi avevano atterrati. Il detto congresso ristabilì e reintegrò anche la Svizzera e volle che le fossero restituiti tutti i distretti francesi che le erano stati tolti e incorporati alla Francia e ciò a fine d’impedire a questa l’accesso per la Valle del Rodano al gran San Bernardo e al Sempione. Quanto all’Austria, essa è bensì la padrona delle Alpi retiche, carniche e giulie nell’istesso modo che il regno Sardo—Piemontese lo è delle Alpi marittime e poi delle Alpi graje, pennine e lepontine, vale a dire che le appartengono ambidue i versanti; ma il vero è, che essa non saprebbe, se anche gliene venisse il destro, abusare della sua situazione, par la ragione che ciò che si perdonerebbe ad 2ogni altra potenza di primo rango non si perdonerebbe all’Austria appunto perché la potenza cui incombe in principalità il mantenimento della pace europea. Lo scandalo sarebbe tale, che tutto il mondo politico insorgerebbe e proromperebbe in rimproveri, e chiamerebbe il concerto Europeo a opporsele. Ripetiamolo: gl’Italiani non hanno nulla a temere dal lato delle Alpi.

Dal lato dei mare il caso è tutt’altro. Le coste dell’Adriatico sono, se anche nell’interno lagune o maremme, lungo il mare arenose e solcate da dei fiumi e fiumicelli che ivi sboccano, i quali sono tutti da considerarsi come piccoli porti favorevoli ad uno sbarco. Da Rimini in poi le spiaggie arenose alternano con delle coste più o meno montuose od anche scogliose; ma le prime hanno anche ivi nei fiumi che le traversano, dei piccoli porti, e sono tutte di un accesso facile, col dippiù che a poca distanza dai lidi i legni di guerra trovano un fondo che porge un ancoraggio sicurissimo. Lo stesso è da dirai del golfo di Taranto fra le due penisole minori nelle quali si dirama la penisola italica. Le coste napoletane bagnate dal Mediterraneo sono montuose senza interruzione sino al Sele, ma neppur ivi mancano i sili per prendervi terra. Allo sbocco del detto fiume, come anche a quello del Volturno, e del Garigliano, il paese si apre e presenta delle spiaggie vastissime. Le coste dello Stato pontificio sono da Terracina alla Magra una spiaggia interrotta soltanto da qualche promontorio. Le coste genovesi sono in generale come quelle delle Calabrie nel regno di Napoli, non per altro senza avere nel golfo detta Spezia uno dei più belli, più sicuri e più vasti porti del mondo. «La Liguria volta al mare» dice Davide Bertolotti nel suo interessantissimo viaggio della Liguria marittima, assisa in sul lido del mare non ha da Antibo al golfo della Spezia, porti naturali veramente degni di questo nome, ma soltanto alcune stazioni marittime, e luoghi proprj per dar fondo più o meno al riparo dei venti. Ma in ricompensa quelll’ampio golfo con le sue sicurissime cale proferisce fido ricovero a dieci grandi armate navali. Le stazioni marittime, prosiegue egli, sono: La rada di Villafranca spaziosa e mezzanamente sicura. Pericoloso n’è l’ingresso col mare turbalo. Il piccolo porto di Monaco non alto alle grosse navi. La rada degli Ospedaletti fra la Bordighiera e San Remo. La rada di Laigueglia, e di Alassio, la migliore tra Nizza e Vado. La rada di Vado, l’ottima e la più sicura della spiaggia Ligustica dalla foce del Varo al golfo della Spezia. Portofino, ricetto dei basti menti che vengono da Levante, o non osano superare il Capo di Monte per timore della burrasca. Oltrecciò i tanti Promontorj che s’alzano e sporgono sopra il mare lungo le due Riviere, fanno altrettanti seni laterali che porgono asilo ai navigli contro la furia dei venti. In questi seni giacciono i più popolosi villaggi; ognuno dei quali ha una piccola rada, ed una spiaggia a sufficienza sicura, ove ancorare i suoi legni mercantili, e ove tirarli fuori dell’acqua e metterli in salvo sopra l’arena del lido»(94).

Mi è parso dover citare questa descrizione delle coste genovesi perché a parte dei nomi la quadra perfettamente per i piccoli porti anche alle coste montuose del regno di Napoli.

E merita poi inoltre una particolar attenzione la circostanza, che un’armata che sbarchi, sia nella penisola sia nelle isole vi trova ovunque delle posizioni fortissimo, ove essa con poco e facile lavoro ha il modo di farsi forte, e darsi una base per lo ulteriori operazioni, e per internarsi nel paese con sicurezza e nel caso di non—successo per ripiegarsi sul mare senza correre pericolo di esservi rovesciata. La maggior parte dei Promontori della Toscana forniscono tali stazioni militari. Il monte Argentaro con Telamone fu sotto il nome degli Stati dei Presidj pel corso di più di due secoli alla Spagna uno stabilimento militare inespugnabile, una spezie di Gibilterra, ma con nna senza confronto maggior azione offensiva, con la quale teneva in soggezione tutta la parte superiore della Penisola. Ed è da far gran conto, pel caso di uno sbarco sulle Coste d’Italia con delle forze considerevoli,e coll’intenzione di prendervi piede, anche delle tante città marittime che vi s’incontrano lungo le spiaggie, le quali hanno tutte il loro porto di mare, e se non naturale, artefatto, e possono cosi come sono, con le alle e valide loro mura resistere, se anche non ad un regolare assedio, ad un colpo di mano.

Egli è evidente che la natura non ha fatto nulla per la sicurezza dell’Italia contro le invasioni marittime. Tutto vi è in questo riguardo da farsi e anzi da crearsi. Né il da farsi è piccola cosa, dovendo esso consistere a divenire potenza marittima di primissimo rango, a convertire i mari aggiacenti in laghi italiani, a cacciarne lo straniero, a impadronirsi dell’Istria, della Dalmazia, delle Isole Jonie, di Malta, della Corsica, e a non soffrire alcuno stabilimento navale in tutta la loro circonferenza. L’Italia volendo rassicurarsi dalla parte del mare deve pensare a fare con Tolone ciò che si è fatto a sicurezza dell’Impero turco nel 1855 con Sebastopoli. Fu da Tolone che nel 1793 salpò la flotta la quale entrò senza una previa dichiarazione di guerra nel porto di Napoli, e gettata l’ancora vi dettò al governo napoletano un trattato che preparò all’Haïfa la sorte che le toccò nel 1796. E fu a Tolone che si allestì la spedizione la quale sotto il comando di Bonaparte nel 1798 s’impadronì di Malta, e poi dell’Egitto in mezzo alla più profonda pace.

III. Eccomi finalmente nel caso di dare le da me promesse spiegazioni e dilucidazioni suite Alpi e in ispezialità sulla loro catena centrale, sino alla quale l’Italia da farsi avrebbe ad estendersi, onde servirsene qual barriera insormontabile contro gli Stati limitrofi, vale a dire, contro la Francia, la Svizzera e l’Austria, e in generale contro l’Europa continentale. Io non posso dubitare che le dette spiegazioni e dilucidazioni convinceranno il Lettore, ché cosi come la nuova Italia per non aver nulla a temere dell’Europa marittima sarebbe nella necessità d’impadronirsi dei mari aggiacenti e di farne dei laghi italiani, cosi per non aver nulla a temere dell’Europa continentale la sarebbe formata d’impadronirsi delle Alpi in tutta la loro estensione, cioè della Svizzera, del Tirolo, del Salisburghese e in generale della Germania e dell’Austria sino al Danubio, e s’intende da sé anche del Delfinato e della Savoia.

Egli è un grande e madornale errore il credere che i monti siano quanto più alti e più aspri tanto più facili a difendersi. Monti che si elevano oltre a mille tese di Francia, cioè sei mila piedi sopra il livello del mare non possono guardarsi con posti stabili se non in forti o fortezze con caserme nelle quali il soldato trovi protezione contro le intemperie delle stagioni: contro il freddo, contro la neve, e contro il vento, il qual ultimo sovente infuria nelle Alpi terribilmente. Ad una tale elevazione il soldato, se non ha tetto che lo protegga, è esposto a dei patimenti dei quali chi non li ha provati, non sa farsene un’idea. La catena centrale delle Alpi occidentali a cominciare dal Col di Tenda il quale conta 960 tese di Francia di elevazione va, a misura che la si allontana dal mare, sempre più elevandosi. Essa ha all’origine del Tinea oltre a 1500 lese di elevazione sopra il livello del mare. I passi più frequentati che dalla Francia o dalla Savoia o della Svizzera conducono in Italia, il Col dell’Argentera, il Mont—Génèvre, il Mont—Cénis, il piccolo e il grande San Bernardo hanno tutti al loro punto culminante oltre a 1000 tese di elevazione, e sono tutti non difendibili se non col mezzo di costruzioni fortificatorie. Né questi sono i soli passaggi pei quali si entra dalla Francia e dalla Savoia e dalla Svizzera nel Piemonte. Il numero n’è considerevolissimo. Per quanto essi siano malagevoli, il nemico trova il modo di accomodarseli. Vi avrebbe quindi la necessità di occuparli e di presidiarli tutti, e tutti come ho detto in modo che il presidio vi si trovi riparato. I Francesi avevano nell’inverno del 179al 1800 sul Mont—Cenis 1400 uomini con 16 cannoni, vi si eran fatti fortissimi e dati comodi quartieri. Ciò nonostante gli Austriaci li assalirono con non più di 1000 uomini, li fecero tutti prigionieri, e s’impadronirono del posto senza la perdita di un sol uomo. Fatto è, che il comandante del posto, a cagione di un intensissimo freddo sopravvenutovi, credette di dover ritirare le sue truppe da tutte le opere di difesa ove il soldato trovavasi allo scoperto. Egli espose bensì alcune vedette, ma la prima nella quale gli Austriaci s’imbatterono era tutta intirizzita dal freddo, e più morta che viva, non fece fuoco; e la seconda sparò, ma gli Austriaci erano giù padroni delle Caserme che vi aveano.

Simili casi sono nella difesa di monti, quali sono le Alpi occidentali, inevitabili. Aggiungasi che il versante esterno non solo nelle Alpi che separano il Piemonte dalla Francia e dalla Savoja, ma in tutta la catena centrale, è per lo più senza confronto più accessibile, che il versante interno, ciò che deriva in parte dallo essere le valli subalpine italiane molto più basse che le valli subalpine nei paesi limitrofi, e perciò la salita sino alle sommità, molto maggiori da quelle che da queste. E deriva poi anche dall’essere il versante esterno, men erto, meno scosceso, e meno scoglioso che l’interno. Svantaggio immenso, il quale inverte il carattere che si vuol attribuire alle Alpi, e che fa di un vallo inespugnabile che avrebbe ad essere rivolto contro la Francia, la Svizzera e l’Austria, un vallo rivolto invece contro il Piemonte, contro la Lombardia, e contro le provincie venete, come ho detto, questo svantaggio è comune a tutta la catena centrale delle Alpi, ma è rilevantissima in ispezialità nelle Alpi carniche e giulie, che avrebbero a difendere l’italia contro l’Austria. Le prime sono dall’origine della Piave sino a quella della Pontebbana, tratto che misura oltre a trenta miglia italiane, un vero muraglione naturale di 200 in 300 tese di altezza, mentre verso la Carinzia vi ba sino al Gail un piano inclinato permeabile quanto alla sua poca pendenza in ogni direzione con le artiglierie. E di tali muraglioni se ne incontrano nelle Alpi Giulie ad ogni passo. Il tratto dai forte eretto sul Predil è sino al Terglou, e poi sino al Kim e al Vochu affatto intransitabile.

I Francesi difendono le loro Alpi combinando delle misure fortificatorie con delle misure strategiche. Essi si astengono dall’occuparne le sommità, e i passi che vi hanno. L’occupazione summenzionata del Mont—Cénis aveva uno scopo offensivo, e Napoleone, allora da poco ritornato dall’Egitto, vi vedeva una delle porte per entrare in Italia, e voleva assicurarsene malgrado il pericolo che vi avea di perdere il distaccamento che v’impiegava. Essi si fanno forti nelle valli, che dalla Savoja conducono a Briançon, e da questa piazza nel Delfinato e nella Provenza, con dei campi trincerati difensibili con poca gente, bastevoli per altro ad arrestare il nemico, e ad obbligarlo, volendo internarsi di più nel paese, ad attaccarli. Non mancano poi di assicurarsi il modo e i mezzi di prevenire il nemico, e di trovarvisi al di lui arrivo già postati. Egli è questo il sistema col quale il maresciallo di Berwick difese il Delfinato e la Savoja negli ultimi anni della guerra per la successione di Spagna cioè dal 1709 sino al 1712 contro forze assai superiori col più gran successo.

Ma le valli subalpine del Piemonte e in generale le valli subalpine italiane non forniscono il modo di accorrere da una estremità della linea di difesa all’altra; Les navette che faceva il maresciallo di Berwick per opporsi a Vittorio Emanuele e al conte Thaun nelle suddette campagne, non si saprebbero farsi dagli Italiani per opporsi ad una invasione francese, o svizzera, o austriaca. Le valli subalpine italiane sono, con l’eccezione della Valtellina, tutte, più o meno perpendicolari alla catena centrale. Un’armata che vi entri non ha il modo di sortirne lateralmente. Alle sortite laterali si oppongono monti poco men elevati che la catena centrale. Gli Alleati non avevano nella campagna del 1793 e 1794 altro modo di difendere le Alpi contro i Francesi che quello che seguirono; e le avrebbero difese se avessero potuto conservarsi sul versante occidentale delle Alpi marittime, vale a dire se Saorgio, come dovevasi e potevasi, si fosse difeso. Per difendere le Alpi occidentali contro la Francia converrebbe che Briançon fosse piemontese. Briançon è il punto centrale dal quale i Francesi, nell’istesso tempo che difendono il loro Delfinato e la Savoja, che sogliono, in ogni loro guerra col Re di Sardegna, occupare, minacciano tutti i passi a cominciare da quello di Argentera sino al piccolo San—Bernardo, che sono, dal primo all’ultimo, assai difficili a guardarsi e a difendersi, e i quali tutti si richiedono, che vi si impedisca il più che sia possibile 1accesso sul versante esterno, come lo si è impedito in riguardo al Mont—Cénis coi forti di Esseillon, che chiudono, fra Modane e Lanstebonrg nella Morienna della Savoia, la valle dell’Arc.

Sennonché la detta fortezza, punto bensì per le surriferite ragioni eminentemente strategico, ma che trovandosi da ogni parte circondato da considerevoli montagne dovette comporsi di otto fra forti e fortini staccati dal corpo delle piazze, i più distanti dei quali mal resisterebbero a un assedio regolare attuato coi mezzi onde ivi dispone la Francia, anderebbe probabilmente in una guerra con questa potenza già nei primi mesi perduta, come si perdettero, quasi in ogni guerra con essa, lo fortezze che vi aveano nella Savoia. Essa sarebbe tanto più difficile a conservarsi al Piemonte, che la Francia ha ivi pei movimenti laterali ancora una strada, cioè quella che partendo da le Monetier raggiunge per Ville—Vallouise la valle della Durance; mentre l’armata, cui incomberebbe la difesa delle Alpi per conto del Piemonte, per moversi lateralmente, e per portarsi da una estremità della linea di difesa all’altra, si troverebbe nella necessità, anche possedendo Briançon, di postarsi nel piano, e ciò ad una troppo grande distanza della detta linea per poterne soccorrere i posti che vi si dovrebbero presidiare.

Tutto ciò ponderato, si rende chiaro, che l’armata incaricata della difesa delle Alpi occidentali deve trovarci in istato non solo di difendere la Savoia qual una delle cittadelle delle dette Alpi cioè delle Alpi Graje, ma anche d’impadronirsi dell’Alto—Delfinato, qual cittadella dalle Alpi Cozzie, e di farvisi forte e di mantenervisi. Affare certamente tutt’altro che facile. Chiunque vorrà difendere le Alpi occidentali altrove che nel contado di Nizza, nel Delfinato e nella Savoia, sarà sempre tardi o a buon ora forzato a rinunciare alla difesa dei passi, a concentrerà le sue forze fra Mondovi, Torino, e Ivrea, ad accorrere allo sbocco delle valli per le quali l’armata nemica discenderà, e a venir ivi con essa a una battaglia, che perdendosi, metterà il Piemonte alla discrezione del vincitore non altrimenti che lo metteva nel 1796 la battaglia di Mondovì.

E quando mai hanno le Alpi occidentali bastalo a fermarvi i popoli e gli eserciti transalpini che per esse vollero discendere in Italia? Un Uffiziale gradualo piemontese indotto dal discredito nel quale la difesa dello Alpi occidentali era caduta dopo il cattivo esito, che ebbero pel Piemonte i tentativi che se ne sono fatti Belle campagne del 1794, 95 e 96, evidentemente nello scopo di provare che le Alpi occidentali sono realmente una valida barriera contro la Francia, ricorse alla Storia. Egli prese le sue mosse dalla prima discesa in Italia dei Galli, la quale ebbe luogo ai tempi di Tarquinio Prisco, sei secoli e più innanzi l’era volgare, e trovò che sino all’anno 1800 i passaggi tentati ammontano a 66, però che soli di essi ne furono respinti. Ma fatto è che di questi casi non riuscili la maggior parte sono abbagli presi dall’autore, e gli altri non sono se non parziali irruzioni respinte, e non già difese effettuatesi con una guerra guerreggiata, della quale, e non di altra qui si discorre (95).

Il primo e finora unico caso di una tal guerra ebbe luogo nelle Alpi nelle campagne del 1793, e 1794. Nel 1793 i Francesi trovavansi pel corso di più mesi rimpetto al Piemonte, in conseguenza dell’insurrezione di Lione, di Marsiglia, di Tolone e della maggior part e della Provenza contro il governo dei Giacobini, e nella circostanza che la maggior parte della loro armata delle Alpi fu impiegala a comprimerla, nelle Alpi ovunque debolissimi; ma riuscirono inquietando incessantemente i posti degli Alleati, ed allarmandoli ogni notte, a far credere di esser anzi di molto i più forti. Scopertosi il vero, gli Alleati presero l’offensiva, e tentarono di riconquistare la Savoia. Ma furono in breve obbligati ad indietreggiare. Gli svantaggi di situazione si resero in questa guerra più manifesta che mai. Ritornate le truppe che aveano cooperato alla riduzione di quelle città ai rispettivi corpi, e ricevuti dei considerevoli rinforzi, i Francesi assalirono nella primavera del 1794 nell’istesso tempo ambedue le estremità detta linea di difesa, il piccolo San Bernerdo li 24, e Saorgio li 28 aprile, e contemporaneamente ne aggirarono con un corpo d’armata che prese Ventimiglia ancorché genovese, l’ala sinistra. I monti erano ancora coperti di neve; i Soldati su di essi esposti ai maggiori disagi. Il Col di Tenda fa superato e preso dai Francesi due giorni dopo la caduta di Saorgio. La truppa che ebbe a difendere quel passo fece prova di molto valore. Ma vi infuriava un tempo terribile che agghiacciava chi aspettava il nemico, e invece incalzava e spingeva innanzi chi assaliva. Il giorno 11 di maggio si rese anche il forte di Mirabocco in una delle valli dei Valdesi. B giorno 15 dello stesso mese cadde in potere dei Francesi il Mont—Cénis, e qualche giorno più tardi anche il Mont—Génèvre. Nella seconda metà di maggio non vi avea più alcun posto sulla sommità delle Alpi ove non sventolasse la bandiera a tre colori. Non può negarsi che in gran parte il cattivo esito di quella difesa fosse una conseguenza dell’imperdonabile abbandono di Saorgio e del piccolo San—Bernardo, e voglio credere che l’armata degli Alleati avrebbe potuto distribuirsi e impiegarsi meglio; ma accadde anche al San Bernardo come nel 1800 al Mont—Cénis, che la truppa pel gran freddo non si trovava nei posti che dovevansi difendere; ed accadde pur anche, come già è stato detto, che i Francesi erano postali in modo che minacciavano contemporaneamente tutta la linea di difesa, mentre gli Alleati non sapevano da qual parte rivolgersi e non osavano internarsi in veruna di quelle valli nel timore che l’operazione nemica non fosse che una finta per allontanarli dal punto, che n’era il vero oggetto. Ed è a tal segno vero che i Francesi dovevano, se anche non esclusivamente, in principalità i loro successi ai vantaggi strategici che loro porgeva la configurazione di qual monti e di quelle valli, che essi quantunque si credessero sufficientemente forti per impadronirsi della catena centrale di quelle Alpi, pensarono di non esserlo abbastanza per discendere nel piano. Essi si fermarono nelle posizioni conquistate, e ciò ancorché l’esercito piemontese si trovasse disanimato e disordinalo in sommo grado, che in Torino o nelle maggiori città del Piemonte il partito rivoluzionario fosse assai numeroso, e che non avevano ad aspettarsi altra seria resistenza che dagli Austriaci, che ciò è vero, eransi frattanto assai ingrossati.

Proseguendo nella presente disamina cioè: se la catena centrale delle Alpi è un vallo contro i paesi limitrofi, e contro lo Straniero, o contro l’Italia; osserverà in riguardo a quelle Alpi che avrebbero a difendere il Piemonte e la Lombardia contro la Svizzera; che anche i passi pei quali si discende da questa nei detti paesi, hanno come i passi delle Alpi occidentali più di 1000 tese di Francia di elevazione, e quindi una elevazione troppo grande per potersi presidiare e difendersi altrimenti che con dei forti nei quali il soldato si trovi riparato contro il freddo e contro il vento; che anch’essi sono da una estremità all’altra, dal gran San—Bernardo allo Stelvio contemporaneamente minacciati per effetto della configurazione e connessione geografica dei monti e delle valli del versante settentrionale; che anche il San—Gottardo volendo servirsene a difesa dell’Italia si richiede che vi s’impedisca l’accesso dal canto della Svizzera con la chiusura della valle che vi sta dinanzi, cioè della valle della Reuss; che anche il San—Gottardo e istessamente il San—Bernardo, il Sempione, il San—Bernardino, lo Spluga è cosi tutti quei passi sino al confine tirolese sono rivolti contro l’Italia, e non contra la Svizzera. Gli Italiani per avere nelle Alpi svizzere nna barriere insormontabile allo Straniero saranno sempre nella necessità d’impadronirsi non solo del San—Gottardo, ma anche delle aggiacenti valli e anche dei monti ad esse sovrastanti; vale a dire delle Alpi Bernesi, e Grigione. Cosi, come per la difesa delle Alpi occidentali si rende necessario il possesso dell’Alto—Delfinato, cosi, è per le stesse ragioni strategiche, si rende necessario per la difesa delle Alpi settentrionali il possesso della Svizzera. Finché questa non sia italiana, il possesso delle sommità delle Alpi non conterrà per nulla nella difesa della Val d’Aosta, dell’Alto—Novarese, e della Lombarde; e si dovrà sempre, per respingere una invasione dalla Svizzere, ricorrere, come si ricorse a’ tempi dei Visconti, degli Sforza, di Francesco I di Francia, e nel 1800, ad una battaglia sia sulla destra o sulla sinistre riva del Ticino o sull’una o l’altra riva del Po. Il Lettore stadj le eccellenti carte topografiche che vi hanno della Svizzera, del Piemonte, e del regno Lombardo—Veneto, e studj la Storia della Svizzera, e sono certo che sarà anche lui del mio parere.

E a peggior partito ancora si troveranno gl’Italiani colle Alpi in riguardo alle Alpi tirolesi, carinziane, e illiriche. Tutti quei monti formano un complesso, che essi non saranno in istato di difendere senza esser padroni di tutte le Alpi sino alle ultime loro diramazioni, sino al Kalenberg, e sino al Danubio. Il maresciallo Marmont rammenta relativamente al conto da farsi delle summenzionate Alpi per l’Italia una nota di Napoleone, che nel suo riassunto dichiara ogni tentativo di difendere contro l’Austria quelle provincie in sommo grado periglioso per l’armata che vi. fosse impiegata. Napoleone avrebbe voluto postarsi sull’Isonzo e difenderlo, avervi una piazza che ne dominasse ambedue le rive e inoltre che si chiudessero con dei forti le strade di Villacco a Osoppo, e di Villacco a Gorizia, ma che vi si abbandonasse ogni pensiero di una guerra offensive. Nella detta nota prescrive egli che assolutamente non vi abbia oltre al detto fiume verun stabilimento militare, non arsenali, non magazzeni, in generale che nulla osti all’evacuazione e all’abbandono di quei paesi entro il termine di quattro giorni. Le provincie illiriche, dicesi in quella nota, sono da considerarsi come un complemento del Friuli, considerandolo altrimenti si si espone ai maggiori disastri (96).

Il Vice—re nella campagna d’Italia del 1813 non si attenne a queste istruzioni, certamente in ogni lor parte degne di chi le dettava, e la aprì con una guerra offensiva, che aveva per iscopo d’impedire agli Austriaci ogni contatto col Tirolo, e colla Croazia, e di allontanarli dalla Drava, e dalla Sava. L’idea per sé stessa era conseguente, e volendo esser veri, non può negarsi che il Vice—re ne incamminasse l’attuazione con molta intelligenza. Ma gli Austriaci lo invilupparono in una rete di distaccamenti, che furono da essi condotti e diretti con un accordo in quel modo di guerra assai raro, veramente sorprendente. Essi raggiunsero il Tirolo e la Croazia, e la campagna andò per lui perduta. I Tirolesi e i Croati videro appena le insegno austriache, che corsero ad esse e le seguirono. Il Vice—re dopo vari scontri, nei quali per lo più ebbe la peggio, perduti i passi che dalla Drava conducono alla Sava si vide nella necessità di abbandonare Villacco e un pò più tardi anche Tarvis, ancorché quivi vi avesse un campo trincierato, e finalmente di ripassare le Alpi. Il vero è che le Alpi Giulie in connessione con le Alpi—Carniche e Retiche, cioè con le Alpi carinziane e tirolesi, forniscono all’armata che per esse si dispone a discendere in Italia il modo di minacciare contemporaneamente tutti i passi che vi hanno dall’Isonzo e dalla Pontebba sino all’Adige, ed ai quali si arriva non già come ai passi nelle Alpi occidentali e nelle Alpi svizzere per delle erte salite, ma per degli alti—piani poco men alti di essi e, seguendo le due valli parallele la valle della Drava, e la valle del Gail, assai comodamente alla sommità detta catena centrale, cioè all’alto di Toblach, il quale è bensì, il punto culminante ma quasi piano delle Alpi all’origine della Drava e della Rienz (97).

Il Vice—re al di cui fianco destro non si dava dai distaccamenti nemici che gli avevano tolto la Croazia e l’Istria pace né riposo, ripassò il giorno 5 ottobre sul ponte presso Gorizia l’Isonzo, e si dispose, contando sul campo trincerato di Tarvis, ove era rimasta tutta la sua ala sinistra, a difendere il detto fiume. Egli s’immagina va di aver il grosso della armata austriaca contro di sé, mentre non. vi aveva che una sola brigata. Il grosso della detta armata erasi postato rimpetto a Tarvis, che esso assalì e anche prese il giorno 8, ancorché vi si fossero profusi pel corso di più settimane i lavori di fortificazione. Gli Austriaci, ormai padroni di quel poste centrale e padroni delle valli del Gaii e della Drava, si rivolsero per queste valli verso il Tirolo, discesero però con una brigata pel passo di Santa—Croce, e per Ampezzo nel Cadorino e in val di Piave, e, senza lasciarsi arrestare da un distaccamento franco—italiano che vi accorse per fermarli, passando per Belluno e Feltre entrarono per Primolano nel Canal di Brenta, e trovaronsi il giorno 24 a Bassano; un giorno dopo che il Vice—re in seguito alle mosse degli Austriaci abbandonò l’Isonzo e successivamente senza fermarsi tutte le provincie ex—venete fra il detto fiume e l’Adige, ben contenta quando arrivò il giorno 2 di novembre a Vicenza di non trovarvi il nemico (98).

Egli stesso descrisse un giorno durante il congresso di Vienna ad un generale Austriaco, al barone Welden la critica situazione, nella quale in quei giorni si trovava, colle seguenti parole: «Se gli Austriaci si fossero postati prima di me sulla Brenta, o a Vicenza, sarei stato costretto di gettarmi in Venezia, o di accettare fra la Piave e la Brenta, sotto circostanze a me assai svantaggiose, una battaglia alla quale non mi attendeva e per la quale non era in verun modo preparato. Né mi trovava poco impacciato col mio materiale di guerra, che non avrei potuto strascinar meco se non a stento e lentamente y sulle sfondate strade di Treviso, Padova, e Legnago dietro l’Adige. Non ebbi il respiro libero se non quando la mia ala sinistra aveva respinto il distaccamento austriaco, che era comparso a Bassano entro al Canal di Brenta. Allora soltanto, a Vicenza, riebbi il mio sonno (99)».

Ma una siffatta situazione aspetta in ogni guerra guerreggiata nelle Alpi Illiriche l’armata proveniente dall’Italia. L’ha detto con altre parole, come poco fà si è da me avvertito; e ciò, per essersi egli stesso trovato nel 1797 in una simile situazione, Napoleone. Fra i miracoli che dovettero farsi acciò egli divenisse ciò che in seguito divenne, non fu uno dei meno grandi quello, che mentre egli si era avventurato nelle gole della Carinzia e della Stiria—superiore, e che delle valanghe di genti precipitavano da tutti i monti austriaci, e particolarmente da quelli del Tirolo, dell’Illirio e della Croazia per chiudergli ogni uscita, si venne a Leoben a patti e ad un armistizio, e si segnarono i preliminari di un trattato di pace li 18 aprile, che arrestarono a mezza costa, e lo salvarono. Ecco ciò che gli faceva dettare quelle istruzioni e altresì quel pronostico pei caso che i suoi generali, o i suoi successori non vi dessero retta, o le dimenticassero. La situazione di Pietro il grande e dei suoi Russi sul Pruth era un nulla in confronto di quella del generale Bonaparte e dei suoi Francesi a Leoben. Egli ne parla in una sua relazione al Direttorio esecutivo della Repubblica francese, che porta la data dei 1aprile del suddetto anno 1797, nei seguenti termini:

«D’ailleurs nous ne devons pas nous dissimuler que, quoique noire position militaire soit brillante, nous n’avons point dicté les conditions (du traité); la cour avait évacué Vienne; le prince Charles et son armée se repliaient sur celle du Rhin; le peuple de la Hongrie et de toutes les parties des Etats héréditaires se levait en masse, et même dans ce moment—ci, leur tête est déjà sur nos flancs, le Rhin n’était pas passé; l’Empereur n’attendait que ce moment pour quitter Vienne, et se porter à la tête de son armée. S’ils eussent fait la bêtise de m’attendre, je les aurais battus; mais ils se seraient toujours repliés devant nous, se seraient réunis à une partie de leurs forces du Rhin, et m’auraient accablé; alors la retraite de venait difficile, et in parte de l’armée d’Italie pouvait entrainer celle de la Republique». (100).

—Napoleone, tutt’altro che esagerare, resta in questo quadro della sua situazione molto al dissotto del vero. Alla testa delle truppe austriache nell’lllirio e nella Croazia durante il tempo che l’armata francese avvanzava dalla valle della Drava in quella della Muhr, stavasi un generale malaticcio, che paralizzava quelle popolazioni le quali non dimandavano che un condottiere per gettarsi addosso agli invasori. Gli fu però sostituito nei primi giorni di aprile un militare del più gran merito, un Tenente—Colonnello Kasimir che in pochi giorni ebbe adunati attorno a sé 4000, in capo ad una settimana oltre a 8000 soldati, a’ quali si aggiungevano, a misura che spingevasi innanzi, migliaja di montanari armali come meglio avevan potuto. Egli non tardò ad impadronirsi di Fiume e poi di Trieste ove entrò trionfante, ed era già giunto a poca distanza di Gorizia per correre su Tarvis, quando si vide intimare l’armistizio, e gli venne ordine e sopra ordine di ripiegarsi e posterai dietro la linea di demarcazione fissala a Leoben. I due in tre mila Francesi che trovavansi dispersi fra Vilacco, Lubiana, Gorizia e Trieste, presi da un terrore panico sembravano impazziti. Frattanto avevano i Tirolesi disfalli i Francesi che dall’Italia aveano rimontato l’Adige sino a Bressanone. L’insurrezione generale erasi estesa anche alle provincie venete. La perdita dell’armata di Bonaparte era inevitabile (101).

IV. Se Roma riusci non per tanto ad impadronirsi delle Alpi, e ciò non solo sino alla catena centrale, ma sino al Danubio, e se potè tenersele soggette pel corso di più secoli, non si si dimentichi, che ciò accadde quando essa era già padrona poco men che di tutto il mondo allora conosciuto; e non si dimentichi il modo col quale quella conquista si è compiuta, né a quali immani misure si abbia avuto ricorso per assicurarla e consolidarla. I Romani non perdettero mai di vista i monti dai quali erano discesi quei popoli che dopo la battaglia sull’Allia entrarono irresistibili in Roma e la metterono a fuoco e a sangue. Ma non erano già i monti, erano le genti che vi abitavano e in particolare quelle, che vi aveano al di là di esse che davano loro immensamente a pensare. Non era per farne una barriere che agognavano il possesso delle Alpi; ciò che loro stava a cuore era di allontanare i popoli che vi abitavano, di vederle da essi sgombrate, e di estendere il loro Stato sino al Reno e al Danubio.

Un movimento nei popoli elvetici porse a Giulio Cesare l’occasione d’immischiarsi negli affari delle Gallie in modo, che in seguito a nove anni di guerre intraprese e incominciate sotto il manto di proteggerle contro i detti popoli e contro i Germani, e poi contro la preponderante ora dell’uno, ora dell’altro Stato indigeno, le si trovarono tutte suddite di Roma, come in seguito ad un simile immischiamento, si vide ridotta un giorno suddita di essa, la Grecia. L’ingrandimento dai Romani anelato, erasi cosi, se anche non sino al Danubio, sino al Reno effettuato. Il compimento dell’opera era riservato al figlio adottivo di Giulio Cesare, a Ottaviano, che l’iniziò con la conquista del versante orientale delle Alpi—Giulie; il versante occidentale era romano già da più di un secolo e mezzo, 35 anni innanzi l’era volgare, e con quella della Pannonia. Egli entrò in questa senza che i di lui abitanti gli avessero dato il minimo motivo di muover loro guerra, unicamente, perché ad ogni costo si voleva raggiungere il Danubio, con che aggiravansi le Alpi a Levante come con la conquista delle Gallie, e dell’Elvezia, le si erano aggirate a Ponente. (102)

La sorte dei popoli alpini sembrava ormai decisa: nondimeno passarono ancora venti anni, che il nerbo di essi, li Reti, i quali abitavano nell’odierno Tirolo, si stavano ancora indomiti e minaccevoli sui loro monti. Ottaviano frattanto, divenuto Imperatore col nome di Augusto, v’impiegò, per strapparneli, due formidabili eserciti, che diede a guidare a Druso e a Tiberio suoi figliastri, e inoltre diversi distaccamenti che vi accorsero dalla Pannonia. Una tal riunione di forze contro un paese, che difficilmente contava allora una popolazione di trecento mila abitanti di ogni sesso e di ogni età, era nei fasti di Roma affatto nuova; e prova che quella impresa presentava nello spirito marziale di quella gente, e nella forza dei siti le maggiori difficoltà, e straordinarj pericoli. I Reti furono vinti, e il Danubio venne raggiunto e dichiarato «limes imperii» e rinforzalo con innumerevoli castelli, forti, e campi—chiusi. «Siccome dice Dione Cassio, la nazione dei Reti era relativamente assai numerosa, e credevasi che di nuovo tentata avrebbe la sorte della guerra, perciò Druso e Tiberio menarono via da quella regione la più gran parte della gioventù, e la più robusta, lasciando solamente un tal numero di abitanti, che bastava alla cultura dei campi, e non avesse sufficiente forza per ribellarsi». (103).

L’ingrandimento dello Stato romano con lo Gallie, l’Elvezia, la Pannonia e le Alpi, nel quale s’impiegarono 43 anni, si effettuò dai Romani mentre erano all’apogeo della loro potenza, e si richiese in riguardo ai popoli alpini uno sviluppo di forze il più straordinario.

Auguste sembrava, almeno nei suoi discorsi, amare sinceramente la pace e volerla. Noi vediamo tuttavia i sunnominati suoi figliastri Druso e Tiberio occupati a sottomettere anche la Germania transrenana e transdanubiana, percorrerla in ogni direzione, e sino all’Elba, e non solo portarvi la guerra, ma anche la discordia fra i popoli di quelle regioni e aizzarvi gli uni contro gli altri. La Pannonia si sarebbe latinizzata, ma «Roma vi mandava, invece di pastori che vi avessero cura delle di lei greggie, dei lupi che le divoravano.» Tiberio era sul punto di entrare nel paese dei Marcomanni, del popolo più, possente, che allora contasse la Germania, quando i Pannonj, gl’lllirici e i Dalmati repentinamente insorsero contro i loro padroni, lo obbligarono a desistere da quell’impresa, e a rivolgersi contro di essi. Questa insurrezione prese taii dimensioni e tanta consistenza, che l’Impero si trovò in un manifesto, grandissimo pericolo. Augusto, ancorché cresciuto nelle rivoluzioni e nello guerre di ogni spezie, ne fu non poco spaventato, e annunciò al Senato che, qualora non si prendessero adeguate misure, e s’impiegassero sufficienti mezzi per comprimerla, Roma potrebbe vedere i sollevati in dieci giorni alle sue porte. Vi vollero per ricondurre quelle genti all’obbedienza niente meno che 15 legioni, e un egual numero di trappe ausiliarie. L’Italia non vi avrebbe minimamente bastato, vi volle, per non soggiacere a quella fierissima tempesta, la cooperazione di tutto il mondo romano. Le Alpi non vi furono di nessun ajuto.

Che ha fatto adunque la natura a sicurezza dell’Italia contro le invasioni forestiere? Che ha fatto a di lei sicurezza dal lato del mare, che dal lato del continente? Conoscendo l’importanza e la gravità dell’argomento ho messo nello studiarlo la più grande diligenza e circospezione. Dopo tutto ciò mi credo pienamente autorizzato a dire, che essa non vi fece nulla; nulla in riguardo alla prima delle prefatte dimande e molto meno che nulla in riguardo alla seconda. Non vi ha paese più aperto a chi vi voglia entrare per mare che l’Italia —continente e l’Italia —penisola dalla foce del Varo alla foce del Timavo, e che l’Italia—isola su tutte le di lei coste. Per coprirsi da quel lato le converrebbe farsi potenza marittima di primissimo rango. Dai lato del continente In natura le ha imposto nelle Alpi una serie di fortissimo e inespugnabili cittadelle, con presidj, (come l’ho detto più volte di passaggio, riservandomi. ciò che tosto farò, di parlarne a suo tempo e luogo circostanziatamente,) francesi, tedesco—svizzeri, tedeschi, e illirico—austriaci, e quindi meno che nulla. Da questo lato lo straniero è già sulle porte per le quali si entra, e anzi già sui gradini pei quali si discende in Italia. Per coprirvisi converrehbe che l’Italia avesse i mezzi d’impadronirsi delle dette cittadelle, vale a dire, che fosse l’italia dei tempi di Augusto. Or ciò non essendo, che ne segue? Quale è il significato provvidenziale di coteste cittadelle? Quale quello degli innumerevoli, lunghissimi tratti di spiaggie, che invitano l’invasore a sbarcarvi?

Il significato provvidenziale di cotesto ordinamento della natura non saprebbe esser altro, se non che l’italia non è ordinata, fosse dessa anche riunita nel senso delle pretensioni italiane, in un solo stato, in modo da poter fare da sé; che per poter fare da sé le converrebbe esser lo Stato Roma qual era ai tempi di Augusto, ciò che essa non è, né può sperare di divenire, e che perciò la è nella necessità di derivare la sua sicurezza e indipendenza dall’equilibrio politico Europeo e dagli esistenti e vigenti trattati. L’italia adunque consideri sé stessa qual parte integrante dell’Europa, subordini le sue idee, speranze, e pretensioni agli interessi generali del tutto, nei quali sono compresi anche i suoi, si faccia membre del concerto Europeo, prenda parte attiva alle di lui imprese pel mantenimento della pace e dei trattati, e nessuno oserà attentare alla di lei sicurezza, né alla di lei dignità. Se dessa è accessibile da ogni lato alle offese, la e accessibile anche da ogni lato a’ soccorsi, i quali non le mancheranno mai, qualora non si renda schiava di un branco, volendo usare il termine più mite, di forsennati.

V. Augusto, in possesso delle Alpi dall’Isara e dal Rodano al Danubio, e dal Lago di Costanza al Quarnero, che ne ha esso fatto? Le ha esso aggiunte tutte o in parte alla sua Italia, o ripartite in diverse provincie? Le ha esso sistemate a difesa chiudendone i passi, murandone le città? Che ne hanno fatto i suoi successori? Hanno mai servito le Alpi di baluardo contro le irruzioni e le invasioni dei Barbari?

Rispondo in primo luogo all’ultima di queste domande, e dico, certo di non dire se non il vero, che la catena centrale delle Alpi non ha mai in verun tempo costituito il limite politico dell’Italia. S’inganna l’autore della Storia degli Italiani quando dice in una delle prime pagine di essa, che: «il vocabolo Italia indicava già all’età degli Scipioni l’intiera penisola, cioè l’intiera Italia sino alle Alpi, terminando all’Oriento all’Arsia verso l’Illirio, e al Varo verso Occidente».

Fu soltanto a’ tempi di Augusto che ebbe luogo la fusione dell’Italia—continente, vale a dire della Gallia cisalpina, della Liguria, e della Venezia, con l’Italia penisola. Il detto Autore usa egli stesso parlando dell’Italia—continente nella settima nota al capo XX, nella quale vi dà la serie dei governatori dei detti paesi, da Cesare sino ad Augusto, il vocabolo «Gallia—cisalpina». La summenzionata fusione fu voluta e decretata da Augusto violentando l’elemento etnografico nell’istesso grado che lo violentarono i decreti coi quali ai nostri tempi fu ordinata la fusione del Piemonte di Genova, di Parma, della Toscana e dello Stato del Papa con la Francia. I popoli vi erano per schiatta, per provenienza e per linguaggio diversissimi; Roma, come si legge in Dione Cassio fu presa da un immenso spavento, quando seppe che Giulio Cesare aveva passato il Rubicone, e vi veniva con un’armata che quasi tutta componevasi di Galli—cisalpini, di Veneti e di lllirici, e che perciò da essa consideravasi come un’armata di Barbari. (104)

Comunque ciò sia, fatto è che nessuno degli scrittori antichi che ci hanno lasciate delle descrizioni dell’Italia, qual essa era ai tempi degli Imperatori romani, le di per confine la catena centrale delle Alpi. Strabone che scriveva la sua geografia ai tempi di Tiberio nel 20.° anno circa dell’era volgare, scrittore esalto e giudizioso, assegna all’Italia per confine non le sommità, ma le radici delle Alpi.

«Alle radici delle Alpi, dice egli, è il principio di quella regione, che ora chiamasi Italia; perocchè gli antichi dissero Italia soltanto l’Enotria, dallo Stretto della Sicilia sino al Golfo di Tarante, e al Possidionate; ma prevalse poscia quel nome, estendendosi sino alle radici delle Alpi, come la Ligustica che va lungo il mare dai confini tirreni al fiume Varo» ~ E aggiunge in seguito: «Considerando poi le singole parti diremo, che le radici delle Alpi corrono per una linea curva e sinuosa colla concavità rivolta all’Italia, e le estremità danno volta da un lato fino all’Ocra, ed al fondo del golfo adriatico, dall’altro verso la spiaggia ligustica sino a Genova, emporio dei Liguri dove i monti Appennini si congiungono con le Alpi (105).

Plinio il vecchio non precisa nella sua descrizione d’Italia il confine di essa, ma tanto vi si rende chiaro, che Auguste nell’assegnarle i paesi che la costituirono non ebbe il minimo riguardo alla sommità delle Alpi. Erodiano scrittore del 3° secolo parlando di Emona, l’odierna Lubiana la dice la prima città d’Italia, ciò che dà a divedere che allora questa estendevasi per lo meno sino alla Sava. Ai tempi di Diocleziano e di Costantino ebbero luogo nuove ripartizioni dell’Impero con nuove circoscrizioni dell’Italia, nelle quali la catena centrale delle Alpi non entrò per nulla, come non entrò neppure in quella che ebbe l’Italia da Teodorico il grande. Nel medio evo spettavano all’Impero germanico non solo le sommità delle Alpi ma anche le valli subalpine. Più tardi ogni idea di confine stabile fra l’Italia e i paesi limitrofi svanì. Se la pace di Ryswick fissò qual limite fra la Francia e il Piemonte la sommità delle Alpi, ciò fa e si fece non già sul riflesso che il limite fra i due paesi dovesse segnarsi da quelle sommità, ma unicamente per escludere nell’interesse dell’equilibrio politico la Francia dall’Italia. Nelle altro Alpi il confine fra la Svizzera e la Lombardie e fra l’Austria e la repubblica di Venezia fu regolato senza alcun riguardo alla catena centrale. Non solo la maggior parte della valle dell’Adige, ma anche la Val—Sugana, percorsa dalla Brenta e cosi alla loro origine le valli del Cismon, del Cordevole, del Boite e della Fella: influente il primo dalla Brenta, il secondo ed il terso della Piave e l’ultimo del Tagliamento; e tutte le Alpi—Giulie erano austriache. — Conchiudiamo che la pretensione di far finire l’Italia alle sommità delle Alpi manca assolutamente di ogni fondamento storico.

E si arriva perlustrando la storia alla stessa conclusione anche in riguardo alla pretensione di servirai delle Alpi come barriera e come baluardo dell’Italia. Auguste riparti i paesi alpini da lui conquistati in diverse provincie, e li ordinò a modo romano; ma non pensò mai a sistemarli a difesa dell’Italia. Questa difesa erasi sino ai suoi tempi appoggiata ad una serie di colonie che vi aveano ai piedi delle Alpi, come Aquileja all’estremità orientale, Eporedia (Ivrea) all’estremità occidentale, e Como ed altre frammezzo. Egli vi sostituì il Reno e il Danubio e alcune colonie fra le quali divenne celebre l’odierna Augusta. Le Alpi gli erano più che altro un ingombro che gli rendeva l’accesso alle Gallie, alla Germania cisdanubiana e alla Pannonia difficile. Nonché chiudervi i passi, vi apri quanto più potè in ogni direzione delle strade. Da alcuni versi di Orazio in lode di Druso si raccoglie che i Vindelici, i Genauni, i Breuni, popoli dell’odierno Tirolo, si erano rinforzati con delle rocche (arces), ma che Druso a misura che se ne impadroniva le faceva atterrare (106): prova, cosi parmi, evidente che vi si pensava a tutt’ altro che a fare delle Alpi una fortezza. Tiberio congiunse il sistema di difesa danubiano col sistema di difesa renano mediante un vallo che partiva dal Danubio in vicinanza di Ratisbona e raggiungeva il Reno non lungi da Colonia (107).

E questo sistema di difesa, limitato, come si vede, alla difesa dei detti fiumi e dell’or accennato vallo, durò sino a Teodorico il grande. Non si crederebbe, ma è un fatto comprovato e innegabile, che le Alpi non si disposero mai a difesa, neppure allorché i popoli settentrionali e orientali ingrossatisi, poterono più volte, superato che ebbero il Danubio, giungere, rimontando l’Eno o la Muhr o la Drava o la Sava, alle Alpi, passade e discenderne e arrivare o per la valle dell’Adige innanzi a Verona, o per quella dell’odierno Vipacco influente dell’Isonzo innanzi ad Aquileja, e poi anche internarsi e avvanzare sino al Pò. come nessuno degli Imperatori romani, fra’ quali pur ve n’ebbero diversi dotati di tutte le qualità che costituiscono un gran reggente, non comprendesse la necessità di convertire le Alpi nella loro totalità, ciò che loro sarebbe stato facilissimo, in un baluardo dell’Italia, è uno di quei fenomeni storici, che non si spiegano se non coll’«Iddio non lo volle». I detti Imperatori pensavano che il solo modo di provvedere da quel lato alla sicurezza dell’Impero e dell’Italia era di allontanarne i popoli, che vi abitavano, il più che fosse possibile. Passato che essi ebbero il Danubio, vollero passare anche l’Elba e, raggiunta questa, la passarono egualmente e avanzarono sino alla Oder e sino alla Vistola, e all’Oriente sino nella Dacia, l’odierna Moldavia; ciò che non servi ad altro che ad accumulare in quelle regioni gli elementi, i quali un giorno dovevano abbattere lo stato, che essi inconsideratamente andavano sempre più ingrandendo. Di uno stabile sistema di difesa delle Alpi, la di cui esecuzione, giova il ripeterlo, sarebbe stata loro facilissima, e il quale avrebbe cangiato i destini del Mondo e dell’Italia, non vi ha nella Storia degli Imperatori romani il più piccolo indizio: io almeno non vi ho trovato alcuno. Tentativi maturati per difendere le Alpi non vi ebbero che due: l’uno nell’anno 388, e il secondo nel 394 dell’era volgare, ambidue contro Teodosio, e ambidue con esito infelicissimo (108).

Né i Goti, né gli Unni, né i Longobardi, né i Franchi, né gli Avari, né i Magyari, né gli Slavi trovarono mai chi loro nelle Alpi si opponesse con forze sufficienti. Se mai si riusci a fermarli, ciò fu allo sbocco delle valli subalpine, o sul piano. Se mai l’invasore fu respinto, ciò fu con una battaglia data in Lombardia o nella Venezia.

Si vuole, che ciò che in riguardo ad uno stabile sistema di difesa delle Alpi non si è fatto dagli Imperatori romani, siasi fatto da Teodorico il grande. Questa notizia è cavata dalle Storie gotiche di Procopio di Cesarea (Libro II. c. 28) ove si legge: Nelle Alpi, a confine tra Galli e Liguri, nomate Cozzie hannovi presso dei Romani molte castella abitate dai Goti uomini forti e numerosi colla prole e colle donne loro, e mtinite di guarigione. Belisario udendo che pensavano arrendersi, vi mandò uno dei suoi per nome Tommaso, con altri pochi all’uopo di riceverli a patti confermali da giuramento. Costoro pervenuti alle Alpi, Sisige comandante i presidj a guardia di quel tratto di paese accolseli in uno dei mentovati guardinghi, non pago di acconsentire alla sua dedizione fu eziandio agli altri stimolo perché si dessero ai Romani (109).

— Or egli è evidente, che lo stabilimento del quale qui si parla non fu se non parziale e limitato a quel particolar tratto di paese, e non già un sistema generale di difesa come lo suppongono Flavio Biondo ed altri. Si menzionano costruzioni fortificatorie eseguitesi nel Trentino per ordine di Teodorico anche nelle lettere di Cassiodoro; ma il vero si è che non vi si tratta che di qualche castello, e della fondazione di una città senza che si dica a qual scopo essa avesse a servire. E perciò mi credo autorizzato a sostenere, che neppur quel gran re ha mai sistemato le Alpi a difesa, e quindi che esse sino all’anno della sua morte (526 dell’é. v.) non servirono all’Italia di barriere, e non le poterono servire, giacché sempre rimaste aperte. Egli è più che probabile che Teodorico non vedesse pericoli d’invasione per la sua Italia se non dal lato del mare. Diffatti esso creò nna formidabile marina. Ma deve all’incontro non aver temuto nulla dalla parte dei monti, e averti perciò lasciati come li trovò.

Accadde poi che, subito dopo morto Teodorico, gli agitatori italiani d’allora, che dorante il di lui regno cospiravano e tramavano per attirare i Greci bizantini in Italia, riuscirono nel loro intente, ve li attirarono, vi attizzarono una guerra fierissima, che la devastò pei corso di 20 anni, la copri di rovine, vi iniziò secoli di barbarie, e le fece perdere il dominio sui mari e sui monti che la circondano. l’Italia di Teodorico fu disfatta. Le Alpi cessarono di essere monti italiani, l’italia non fu più Stato, e il nome Italia non significò, se non un numero di paesi contermini, peraltro senza alcun nesso politico. Gli elementi anti—unitarj che le sono proprj, non essendo più da una sufficiente forza repressi, la spezzarono e la sminuzzarono all’infinito. Di una difesa dell’Italia contro lo Straniero non vi fu pii, né vi potè essere? questione. I Saraceni e i Greci per mare, i Longobardi, i Franchi, i Borgognoni, i Tedeschi, gli Slavi ed i Magyari per terra, vi entravano ogni qualvolta volevano. Gl’Italiani stessi stracciavansi l’un l’altro con una rabbia che sorpassa ogni credenza. Se vi si produceva una tregua, era dessa l’opera di qualche Imperatore di Germania. Le Alpi occidentali erano nei medio evo in parte alla Francia, in parte alla Savoia, principato francese relativamente al linguaggio, ma feudatario dell’Impero—germanico e in ogni caso straniero anch’esso. Le Alpi settentrionali e orientali erano decisamente tutte tedesche o illiriche. Se vi s’impediva una invasione, era lo Straniero che se no doveva ringraziare.

Questo stato di cose durò sino ai tempi di Carlo l’Imperatore di Germania, Re di Spagna e delle Due—Sicilie, e Duca di Milano, e perciò Principe predominante in Italia e in istato di dettarvi la pace e di escluderne le guerre, ciò che egli anche fece. E fa desso che protesse l’italia per mare centro il Turco divenuto padrone di Costantinopoli o potenza marittima e continentale di primo rango, mentre suo fratello Ferdinando I ch’ebbe l’Ungheria e 1Austria e con questa Illirio e le Alpi—Giulie, la protesse contro le irruzioni e devastazioni turche per terra. Nel primo decennio del secolo passato appartenevano le Alpi occidentali per intiero alla Francia che occupava tutta la Savoia e poco non che tutto il Piemonte. Torino difendevasi in principalità dal Conte Daun, generale tedesco, che vi aveva cinque battaglioni di Austriaci. La difesa fu eroica, ma stava per divenir per mancanza di polvere impossibile, quando un’armata, con l’eccezione di pochi squadroni piemontesi, tutta tedesca, guidata dal Principe Eugenio, vi diede e vinse la battaglia di Torino (7 Soit. 1706), rigettò i Francesi oltre le Alpi, e rimise il Duca di Savoia, Vittorio Amadeo in possesso dei suoi Stati cisalpini. Questo gran Principe, che alla pace. riebbe anche la Savoia, si diede ogni pena per mettere le sue Alpi in istato da potersi difendere senza soccorsi forastieri. Ma non vi riusci. Già nel 1747 le avrebbero i Francesi superate se non si difendeva il Col dell’Assiette, ove 4 battaglioni austriaci, 3 battaglioni svizzeri e soli 3 battaglioni indigeni della Savoia e del Piemonte fermarono e respinsero un’armata formidabile francese, che entrala pel Mont—Génèvre marciava, evitando Exiles e Fenestrelles, a dirittura su Torino. Nella guerra della rivoluzione andò la Savoia perduta in giorni, e si sarebbe egualmente senza i soccorsi dell’Austria perdute, se non in giorni, in mesi nel 1793 le Alpi, come le si perdettero malgrado i di lei soccorsi nel 1794, subito che la Francia ebbe compresse le insurrezioni nel proprio paese, che la impedivano di assalirle con forse sufficienti.

Questa è la storia genuina delle Alpi da’ tempi di Augusto sino ai tempi nostri. I Romani non ne tirarono nissun partito, e non ne tentarono la difesa che appena verso là fine del 4° secolo due volte e ogni volta, come si è dello, con un esito infelicissimo. Gli Italiani non le difesero mai, e non trovaronsi mai neppure nella situazione di difenderle, perché già dal sesto secolo in poi esse non sono monti italiani, ma monti francesi, tedeschi e illirici.

VI. Ma è poi vero che le Alpi sono monti non già italiani, ma francesi, tedeschi e illirici? Trattandosi di un fatto chiaro e manifesto per sé, la risposta a questa interpellazione potrebbe farsi dicendo: avvicinatevi ad esse, salitevi, e troverete che per lo più già nelle valli sottoposte non si parla se non il francese, il tedesco o l’illirico, e che se si eccettua il tratto delle Alpi marittime dal meridiano di Vado ove le Alpi si annodano agli Appennini, nel quale tutti due i versanti sono abitati da gente italiana, il rimanente, à esclusivamente abitato da gente o francese, o tedesca o illirica. E se non volete salirvi, ricorrete alla Geografia che vi hanno, e ne caverete la risposta. E potrei anche rimettere il Lettore al precedente capitolo in questi miei studj nel quale ho fatto vedere che, qualora si voglia estendere lo stato—Italia sino alla sommità delle Alpi, cioè sino alla catena centrale, convien rinunciare ai principio di nazionalità. Ma essendomi proposto di fare in modo che ognuno di questi capitoli formi tin tutto e possa stare da sé, risponderà nel merito come se non ne avessi ancora parlato.

S’inganna chi non vede nelle Alpi se non una catena di monti e ne fa un vallo rivolto contro lo Straniero, una circonvallazione. Esse sono non una catena, ma una regione montana che si rialza non solo, coi suoi monti, ma anche con le sue valli, e con la sua base sopra il livello del mare molto di più che non Bi rialzano i paesi limitrofi. Questa regione alpina misura almeno 2500 miglia quadrate geografiche eguali a 40000 miglia quadrate italiane, e traversa il nostro continente dal Rodano (Avignone) al Danubio (Vienna) nella direzione Sud—Ovest al Nord—Est, spin gendosi con le sue estremità sino al mare Mediterraneo alla foce del Varo, e sino al Quarnero dell’Adriatico. Il suo sistema corografico era in origine come quello degli Appennini nella penisola italica, un graticolato o un reticolato di monti, che intralacciavansi e formavano delle valli—chiuse le quali furono dalle acque in esse stagnanti coll’andar del tempo dischiuse. Egli è in questo modo che vi si è formato il presente partiacque e la catena centrale delle Alpi con i due suoi versanti. Di questi l’esterno è un piano che va gradatamente ascendendo verso la sommità, mentre l’altro è per dei lunghissimi tratti una parete più che altro. Le diramazioni sul primo sono per lo più parallele alla catena centrale, le valli vi si allungano, i fiumi vi si ingrossano assai, e hanno, come le valli, poca pendenza, mentre dal caste dell’Italia le diramazioni sembrano dei contrafforti fatti per impedirne già da lontano l’accesso, e per assicurare, a chi ne discende lo sbocco nel piano. E vuole anche essere avvertito che la catena centrale è nelle Alpi marittime e nelle Alpi Cozzie sino al monte Tabor, al triplice confine della Francia, della Savoia e del Piemonte una montagne a cresta, mentre nella sua continuazione la si allarga e si compose in gran parte di alti—piani, i quali, perché contano 1500 sino a 2000 tese di Francia di elevazione sopra il livello del mare, sono sempre coperti di neve e di ghiaccio. Vi hanno però anche dei tratti nella detta catena ove la si restringe, ma le Alpi—Giulie a cominciare dal punto culminante fra Idria e Lubiana sino al monte Maggiore ove raggiungono il Quarnero, si allargano dalle 4 sino alle 10 e più miglia geografiche di 15 al grado, mentre le si abbassano nei passi nei quali le si traversata portandosi dall’Isonzo, da Trieste e dall’Istria nella valle della Sava, sino a sole 325 tese di elevazione sul mare.

Questa regione montana, che sorge al Nord, al Nord—Ovest e al Nord—Est dell’Italia continente d tutta, fuorché all’estremità meridionale delle Alpi marittime, ove la è italiana, paese francese, tedesco, o illirico. Essa è paese francese nei dipartimenti francesi delle Basse—e delle Alte—Alpi, nella Savoja, e in alcuni distretti Svizzeri; paese tedesco nella Svizzera tedesca, nel Tirolo, nel Salisburgbese, nell’Alta-Baviera, nella parte cis—danubiana dell’arciducato d’Austria, nella Stiria o nella Carinzia; e paese illirico nella Caraiola, nel Goriziano, nell’Istria e nella Croazia. Il confine dell’or indicata e specificata regione montana, ossia delle Alpi, verso l’Italia, è segnato con la massima precisione dai passi pei quali, venendo dalla Francia, dalla Svizzera, e dall’Austria, si discende in Italia, e vi si entra. Or tutti questi passi, se si eccettua il Col di Tenda, sono paese non—italiano: il Col de l’Argentière, il Mont—Génèvre, il Mont—Cenis, il piccolo e il grande San—Bernardo sono paese francese; il Simplon, il San—Gottardo, lo Spluga, lo Stelvio, il Col di Reschen all’origine dell’Adige, il Brenner, cioè il punto culminante ira Innsbruck e Trento, il Col di Toblach, ossia il ponte culminante fra la valle detta Drava e quella della Rieaz, il Kreutzberg all’origine della Rienz e del Boite, il Col di Seifhitz all’origine detta Fella; tutti questi passi sono paese tedesco; il Prédit, il più settentrionale dei passi pei quali si traversano le Alpi—Giulie, e poi il Col di Trenta all’origine dell’Isonzo, e detta Sava meridionale, il passo di Petroberda all’origine detta Bazha, il Col di Mraule, di Nova—Ostitz, di Rospote, tutti passi con meno di 400 tese di Francia di elevazione, che conducono dalla valle della Soura influente detta Sava, in quella dell’Iderza influente dell’Isonzo, il Col di Viharsche, punto culminante fra Lubiana e Idria, il Col di Postoina, ossia Adelsberg punto culminante fra Trieste e Lubiana; e istessamente tutti i passi più meridionali, pei quali si sorte, traversando le Alpi, dalle valli della Gurk e della Culpa, o si discende nell’Istria marittima al mare Adriatico e al Quarnero, sono paese illirico.

E sono non—italiane per lo meno alla loro origine in gran parte anche le valli sub—alpine. Le valli dei Valdesi, quelle cedute da Luigi XIV nel 1713 a Vittorio Amadeo di Savoja, il Novalese, o la valle d’Aosta, sono paese francese; ia valle di Formazza, dalla quale si monta al Simplon, è alla sua origine, come lo indicano i nomi dei suoi villaggi e borghi, e quelli dei suoi monti e dei suoi passi: Unterstadt, Undermallen, Trutwald, Grimserpass, Aufdermarkt, Thalerhorn, paese tedesco. Più della metà delle valli subalpine del Piemonte sono alla loro origine, e la Val d’Aosta tutta, paese francese. Le valli sub—alpine svizzere sono italiane; quelle del Tirolo sono all’incontro sino a poca distanza di Trento 12 miglia geografiche di 15 al grado dal Brenner, paese tedesco. l’Adige non diviene fiume italiano se non dopo un corso di 14 miglia geografiche. Per comprendere sin a qual punto le valli subalpine tirolesi, irrigate e percorse dall’Alto—Adige, dall’Eisack e dalla Rienz, sono paese tedesco, basta sapere, che sono la patria di Andrea Hoffer, e che rivaleggiarono col Tirolo settentrionale e col Vorarlberg nei sagrifizj, che fece quel paese nella lotta con Napoleone nel 1809. La popolazione tedesca del Tirolo meridionale, posta qual antiguardo della sommità delle Alpi tedesche da quel lato, ammonta a più di 250 mila individui di ogni sesso ed età. Le valli sub—alpine nel Bellunese e nel Friuli occidentale sono italiane; ma che giova! la natura ha qui in una estensione di 12 miglia geografiche scavato a’ piedi della sommità delle Alpi una fossa profonda oltre alle 300 tese, mentre le ha rese, verso il Nord, accessibilissime. Le valli sub—alpine del Friuli orientale sono, se anche non tutte, pur per la maggior parte valli non—italiane. La valle della Fella è dal Colle di Seifnilz sino alla Pontebba, l’antico confine austro—veneto, tutta tedesca; la valle della Resia, che sbocca nella Fella—inferiore a poca distanza della di lei unione col Tagliamento è Julia stava. E sono stava alla loro origine e sino a poca distanza di Cividale e del piano anche le valli del Nalisone e del Judri; cosicché vi hanno nel Friuli, cioè nella Delegazione di Udine, la più orientale delle provincie lombardo—venete, oltre a 26 mila Slavi. l’lllirio senza la Carinzia la quale è quasi tutta tedesca, conta sino alla Culpa e sino al Quarnero una popolazione stava di più di 1 milione. E cosi come vi ha nel Tirolo meridionale a’ piedi delle Alpi—Retiche un antiguardo di 250 mila Tedeschi, cosi ve ne ha uno a’ piedi delle Alpi—Giulie, di 150 in 200 mila Slavi dei quali, 26 mila appartenenti ai regno Lombardo—Veneto, e 28 mila appartenenti all’lllirio, sulla destra dell’Isonzo.

A torto adunque usano gl’ltaliani, parlando delle Alpi, dirle casa nostra. Vi montino, le visitino, e si convinceranno di essere non in casa propria, ma in casa altrui. Il titolo che essi vantano per dirle casa nostra non è in verun modo ammissibile. Vi ha nelle Alpi un ordinamento provvidenziale, chiaro, manifeste ed innegabile, ma il quale ha un senso del tutte diverse da quello che gli agitatori italiani hanno l’ardimento, falsandolo, di supporvi. Le sommità delle Alpi sono nel loro complesso, diciamolo pure per la decima volta che non si saprebbe abbastanza ripeterlo, un vallo non contro lo Straniero ma contro l’Italia continente, un vallo che collega una serie di cittadelle poste a cavaliere dell’Italia—continente. tutte questo cittadelle sonosi dalla storia, cioè dalla Provvidenza, affidate e date a guardarsi allo Straniero, Le une, le più importanti, all’Austria, le altre alla Svizzera, le occidentali alla Savoja e alla Francia, non all’Italia; non al Piemonte, Le Alpi marittimo sono una continuazione non tanto delle Alpi quanto degli Appennini, dei quali ne hanno, sotto ogni rapporte, il carattere. Se le Alpi occidentali sono state nel secolo passato talvolta difese, lo furono col soccorso dell’Austria. Le si sarebbero difese anche nel 1796, se la difesa non si fosse tutta devoluta sul soccorso, e se l’armata piemontese non si fosse tenuta ad una tale distanza dai Francesi, che questi poterono nelle loro operazioni contro gli Austriaci considerarla come non esistente. Il congresso di Vienna pensava col far forte il Piemonte di escludere dall’Italia la guerra per sempre. Il congresso s’ingannò. Lord William Bentinck, che a quell’epoca comandava le forze britanniche che vi aveano in Sicilia e nell’Italia, lo previde, e lo disse ad alla voce e replicatamente. Esso si accorse che nella corte piemontese, non nel Re, principe venerando, e neppure nei suoi Savoini, ma nei suoi Piemontesi, vi avea una farne di paesi, e. un desiderio d’ingrandimento e di farsi potenza di primo rango, che si avvicinava ad un delirio. Pur troppo fu una voce che si perdette nel deserto.

Questo è quel tanto, che mi restava a dire suite Alpi relativamente ai titoli che si mettono in campo per rapporto ad esse nella questione italiana. Io non ho potuto fare a meno di avvertire, che le Alpi sono per l’Italia di un molto maggior momento, che comunemente non si crede, e di trattarne la questione in connessione con quella dell’unione delle tre Italie in una Italia e in uno Stato. Senza tutte le Alpi e senza i mari aggiacenti e le isole che vi hanno. e senza le coste e le Isole dalmatiche, l’italia della questione italiana non è fattibile. Vi vuole per fare quest’Italia, oltre questi mari, questo isole e queste coste tutta la regione montana denominata le Alpi. Non basta avvanzare coi confini d’Italia sino alla sommità delle Alpi, non basta piantare il vessillo italiano sui San Gottardo, sui Brenner, sui Predil esulta rocca di Postoina ossia di Adelsberg, convien piantarlo sui Rodano, sul Reno e sui Danubio. La natura ha negato all’Italia conte dai lato del mare cosi anche dai lato del continente ogni difesa. Tutto è da farsi in ambi i riguardi. Il fare un’Italia indipendente nel senso della questione italiana, un’Italia indipendente dall’Austria, sarebbe certamente un’impresa ardua e difficile, ma non basterebbe, giacché fa d’uopo farla indipendente dall’Europa e tanto dall’Europa marittima che dall’Europa continentale. Io non nego che le Alpi possano convertirai in un inespugnabile baluardo dell’Italia, ma sostengo che convien conquistarle tutte e fare con esse cerne fecero i Romani, cacciarne gli attuali abitanti, e, ciò che essi non fecero, sistemarle a difesa. E convien poi in ogni case essere, cioè farsi, padroni del mare. Riassumo quanto ho detto in questo capitolo dicendo che per fare un’Italia indipendente nel senso della questione italiana deve rinnovarsi il regno di Teodorico il grande.

Il seguente capitolo è dedicato all’indagine;fiia a qual segno la vera Italia, il vero popolo italiano abbia fatta sua la questione e la causa così detta italiana. Fra’ principj ai quali si ricorre nella questione italiana, e vi si considerano come pronunciati assiomatici, vi ha anche quello che il volere, qualora unanime spiegato, ardente di une grande nazione qual è la nazione italiana, si giustifica e legittima da sé; e che ad essa è lecito e permesso di volere tutto ciò che la può. Ma che sarebbe del mondo politico qualora queste principio vi fosse ammesso? Sarebbe il caso della guerra di tutti contro tutti. Il detto principio è quindi da rigettarsi come non ammissibile; seppure non se ne volesse fare un privilegio esclusivo degli Italiani già altrove da me ricordato e citato, e che qui ci conviene, a risparmio di molte parole, ricordare e citare di nuovo: «quod licet Jovi non licet bovi»: —Fossero anche tutti gli Italiani d’accordo intorno alla questione italiana, l’avesse anche fatta sua la vera Italia, cioè il vero popolo italiano, ciò non cangerebbe nulla relativamente al fondo, al valore, al merito della causa che vi si tratta. Ma sarebbe tutt’altro se la vera Italia, il vero di lei popolo non l’avesse mai riconosciuta per sua, e l’avesse anzi sempre rigettata. La questione in un tal caso cesserebbe di essere una questione italiana; e non sarebbe che una abominevole fantasmagoria, e dovrebbe dirsi: la questione Balbo, la questione Gioberti, la questione Mazzini; non mai la questione italiana.

Or cosi giudicavasi la questione Italiana un tempo dagli stessi agitatori italiani ed in particolare dallo stesso Mazzini, e ciò a tal segno, che esso dichiara di non voler più parlare dell’Italia, qualora le masse non vi fossero decise e pronte ad emanciparsi. « La seule manière», dice egli, «de poser nettement la question italienne, la sente qui puisse en amener la solution, semble être celle—ci. Sont—ce les élémens d’émancipation qui manquent en Italie? ou bien est ce une, impulsion convenable donnée à ces mouvemens? Est ce parmi les chefs on dans les masses que nous devons chercher les causes qui. ont fait échouer jusqu’ à présent tous les mouvements, révolutionnaires? De la réponse a ces questions. dépend la destinée, de l’Italie. S’il —fautre jetter sur le peuple les fautes commises, résignons nous à notre sort, ne parlons pas de l’Italie et attendons patiemment son amélioration du progrès de l’Europe entière, ou comme l’œuvre lente d’un grand nombre d’années, de plusieurs siècles peut être. Mais s’il faut attribuer ces fautes aux chefs du peuple, nous devons le proclamer hardiment, nous devons justifier la nation italienne, la relever dans sa propre estime, avoir confiance en elle, et l’ex horter à ne pas se lasser de la lutte; car la victoire est enfin certaine. — Or pour moi la question est depuis long—temps résolu; sans cela, je ne parlerai jamais de l’Italie. La raison pourquoi ma patrie est encore dans l’esclavage, ce n’est pas l’absence des élémens d’émancipation; mais c’est que les élémens n’ont pas été bien mis en ouevre. Là comme partout ailleurs, et plus que partout ailleurs les masses sont prêtes: les chefs seuls ont manqué jusqu’à présent. Le jour où l’on verra paraître, le jour on le hasard ou leurs actes placeront à la tête de l’insurrection des hommes qui comprennent l’Italie, l’Italie sera libre (110)».

Basta leggere l’articolo del Mazzini, dal quale ho tolto questa sua dichiarazione, con quella attenzione, che comanda la gravità del soggetto, per non dubitare che l’autore di essa aveva ogni ragione d’imporsi per sempre sull’Italia silenzio, vale, a dire che il vero popolo italiano era rimasto affatto estraneo a tutte le sommosse, insurrezioni e ribellioni, che dal 1814 in poi avevano avuto luogo in Italia, e che esso non vi aveva preso parte, perché aveva bisogno di pace, e che la rivoluzione gli era un oggetto di abominazione. Tutto ciò che l’autore sa addurre a discolpa del vero popolo italiano in riguardo al non aver esso preso parte alle mosse rivoluzionarie consiste nel dire che’ il loro cattivo esito derivava non da una mancanza di coraggio, ma dal che non vi ebbero capi abili per capita narle. Egli probabilmente ebbe in vista certi discorsi sconsiderati, che si erano tenuti sul conto degli Italiani in ispezialità nella camera dei Deputati francesi ove si era dette: «Les Italiens ne se battent pas». In prova, che nel cuore degli Italiani non era spento l’antico valore, cita egli non già la battaglia di Borodino, o di Malo—Jarostawetz, (1812) ma la riscossa genovese contro gli Austriaci nel 1746, e il coraggio col quale i Lazzaroni di Napoli combatterono nel 179contro i Francesi.

Siamo perfettamente d’accordo e più che d’accordo, che le imprese rivoluzionarie che ebbero luogo in Italia dal 1814 in poi sino a quel giorno (1839) erano avvertite per tutt’altro che per mancanza di coraggio; e lo siamo egualmente, che il modo come esse si condussero prova che le persone di talento se ne tennero quanto più poterono lontane. Non dirò la sola, ma pur nna delle principali cause del non successo delle dette imprese fu, che per quanto i rivoluzionarj andassero sangue e latte per guadagnare alla loro causa il vero popolo italiano, non vi riuscirono, e che il di lui buon senso, il maggiore dei doni dei quali la natura gli fu si generosa, gli fece sempre veder chiaro nelle loro abominevoli mene, e sempre nella rivoluzione quella belva:

«Ch’ave natura si malvaggia e ria,

«Che mai non empie la bramosa voglia

«E dopo ‘l pasto ha più fame che pria.»

Esso non solo non vi prese parte, ma le avversò, invece si mostrò non solo non a vv erso agli Austriaci, ma li ebbe ovunque, nel regno di Napoli, negli Stati romani, nella Toscana, nel Modenese, nel regno Lombardo—Veneto, che vuolsi dippiù, nel 1849 fin a Novara per suoi liberatori, e come tali non mancò quanto più potè di ajutarli. — Fra le cagioni che alimentarono fin al giorno d’oggi l’agitazione italiana, non è l’ultima, che nell’estero l’opinione pubblica è relativamente alle di lei cause, e alla di lei estensione affatto traviata. Non è la sola Austria, è l’Austria e l’Italia assieme, che hanno fatto avvertire le mene dei sovvertitori e degli Erostrati italiani. Ecco in due parole la conclusione alla quale, se non m’inganno, si arriva nel seguente capitolo.


note

59

Fra le particolarità della questione italiana, non è la meno singolare quella, che i di lei autori o fautori non ne hanno mai sviluppata la portata, contentandosi di prenderla, come si suoi dire all’ingrosso, e rassicurandosi col: cammin facendo la somma si drizza. L’abate Gioberti, lo scrittore di maggior grido fra quanti l’hanno trattata, nel quale l’Italia ammirò un tempo il più grande suo filosofo, poi una spezie di profeta, poi un uomo di Stato di primo rango, nella sua opera postuma intitolata: il Rinnovamento civile d’Italia, ma che avrebbe anche potuto intitolarsi: il Rinnovamento civile d’Europa, si & non solo astenuto da ogni regolare, e metodica disamina di essa, ma ha fin slanciato una spezie di anatema contro quell’Italiano, che la credesse, e ne facesse un argomento da discuterai; e non ne accettasse i tre verbi, unione, libertà e indipendenza a occhi chiusi, con piena fede e credenza politica. Il libro è quanto mai si può dire stucchevole, ma chi vuol istudiare la questione italiana a fondo non può dispensarsi, non voglio dire dal leggerlo tutto, che sarebbe impresa troppo ardue, avendovi nei due volumi niente meno che 1162 pagine in ottavo di minutissimo carattere, ma di farne in qualche modo la conoscenza. I passi tirati dal detto libro che qui da me ai citano, potranno giovar, se non a conoscere l’opera, almeno l’orgoglio, la presunzione, la tracotanza, il gergo e il cinismo di questo capo—scuola piemontese. Al leggere il Rinnovamento dell’abate Gioberti ai sarebbe tentati di dire: «Non fu giammai

«Uomo si vano com’il Piemontese

«Certo non il Francesco si d’assai.»

Ma si avrebbe torto. Chi ha passato nel Piemonte il tempo che si richiede per imparar a conoscere un paese, vi ha per certo trovato u tutt’altro popolo che non lo fanno supporre i suoi scrittori rivoluzionarj, e, mi duole il dirlo, anche i suoi scrittori militari.

«La politica ha i suoi pronunciati assiomatici come la geometria, la fisica, l’astronomia. Tali sono, verbigrazia l’unità, la libertà, l’indipendenza italiana; le quali non si potrebbero da noi discutere senza notta di crimenlese verso la patria. Conciossia, che ogni discussione arguisce di necessità il dubbio, il difetto di evidenza e la possibilità dei dispareri intorno alle cose di cui si disputa. Ora io non credo di essere temerario a dire che chiunque esitasse intorno a un solo dei prefati articoli eziandio per un solo istante, si chiarirebbe indegno di essere italiano, e meriterebbe di venir cacciato fra i barbari e i traditori del paese nativo. — (Nota a pag. 215 del Tom. I. p. 215. c. IX.)

«Questo sia il primo capo di ogni discorso che la nazionalità essendo il bene supremo e la base di tutti gli altri, essa dee ammettersi in ragione di tempo e d’importanza ad ogni altra considerazione. Ora la nazionalità consta di autonomie e di unione; perché senza di questa tu non sei un popolo, ma molti; senza di quella, tu non sei una nazione, ma una greggia serva o vassalla dello straniero. Nell’ordine logico astratto l’autonomia va innanti all’unione, ma nell’ordine logico pratico, una certa unione è necessaria ad acquistare l’indipendenza benché l’unione compila e l’unità abbiano bisogno di questa e la presuppongono. Il Balbo erro a confondere l’unione perfetta coll’imperfetta; e postergando anche questa all’autonomia, fu causa che tutto precipitasse. Ora per conseguire il bene della nazionalità co’ suoi due coefficienti, essendo più che mai necessario l’accordo degli animi e delle forze, si debbono metter da canto quei piati di minor momento che possono scemarle o dividerle. E percià ogni qualvolta avvenga che si possa ripigliare la causa dell’unione (considerata generalmente) e della indipendenza, chiunque sturbi la concordia, mettendo in campo intempestivamente questioni mono importanti’, farà segno di essere un cagnotto dell’Austria, e alla men triste di anteporre agli interessi della patria quelli della sua fazione. (Tomo IL c. XL conclusione pag. 501.)

«Nazionalità, democrazia, repubblica sono dunque tre termini indicanti tre assunti successivi e distinti per modo, che il volerli porre ad un piano, e confonderli insieme è un nuocere a tutti ugualmente. Ma i puritani obiettano e questa metodica, che la monarchia essendosi testé mostrata impotente a creare la nazionalità italica non si dee più far capo ad essa, né merita la nostra fiducia; e che quindi l’Impresa repubblicana dee precorrere, se non altro, come l’unico mezzo che ormai ci soccorra di fornire la democrazia e la nationale. Questo raziocinio acchiude un gran vizio; cioè quello di considerare soltanto la metà della questione. Non si tratta di sapere se sia grande la fiducia possibile a riporsi nel principato civile; ma se sia maggiore di quella che milita per la repubblica. Le condizioni della patria nostra sono tali, che la sua redenzione in ogni modo è difficile, ma si cerca se sia più difficile col regno costituzionale o collo stato di popolo. Ora il problema posto in tal forma non è malagevole a sciogliere, sia che riguardi ai fatti recenti, sia che si abbia l’occhio alla ragione intrinseca delle cose». (Ibid. p. 5O3.)—Valerà questo passo anche a dimostrare, aver io con buon fondamento detto nel testo, che lo scopo ultimo è tanto per i repubblicani che per i cosi detti moderati la repubblica democratica, e che lo Stato monarchico—costituzionale e anche per questi soltanto uno stato transitorio; un ponte per arrivare alla repubblica democratica.

«Il Rinnovamento (civile dell’Europa) pertanto non potrà sottrarsi alla necessità di demolire prima di edificare; e però invece di aver aspetto di riforma avrà piuttosto quello di rivoluzione. Dovrà tuttavia guardarsi da ogni eccesso; perché la distruzione se non è necessaria, è piena di pericoli, anzi è pregna di regressi e di danni certissimi». (Tomo IL c. I. p. 41.) Queste poche righe basteranno all’intelligente Lettore per comprendere, che anche secondo l’ abate Gioberti per fare l’italia converrebbe disfare e demolire l’edifizio millenario Europa.

Quando gli apparati (militari) saranno in piede, la libertà sarà sicura, «perché il Piemonte in armi può difendere i suoi armi contro tutta Europa. Non si avrà più bisogno dell’incerta protezione straniera; e i rettori di Torino non dovranno più atterrire e raccapricciarsi a ogni ondeggiare e sommuoversi dei governi britannici. Sarà sicura la monarchie, rendendosi vieppiù cara ed accetta colle riforme popolari, e mostrandosi pronta coi fornimenti guerreschi ai bisogni di tutta l’Italia».—Ora viene la fatica per guadagnarsi le masse — «La campagne del quarantotto ci svelò un fatto doloroso, ma naturale, cioè, che alcune popolazioni contadine di Lombardia e della Venezia antiponevano il giogo dell’impero al civile dominio del re di Sardegna. Dico naturale, perché i rusticani amano i governi consueti se non sono eccessivamente gravosi, e non abbracciano le idee di nazione, di libertà, di patria, finché rimangono fra le astrattezze». (Tomo II. cap. IV, dell’egemonia piemontese. p. 173.)60

Fra le memorie del generale Bourcel pubblicate a Berlino nel 1801 col titolo: Mémoires militaires sur les frontières de la France du Piémont et de la Savoie, depuis l’embouchure du Var jusqu’au lac de Genève par M. de Bourcet Lieutenant Général etc. pubblicate se non m’inganno dal signor de Bousmard, il celebre autore dell’Essai général de fortification; ve ne ha una, la settima, il di cui titolo è:

«Mémoire sur l’intérêt qu’a la France de réunir à son territoire les vallées démembrées du Briaçonnais, cédées au roi de Sardaigne par le traité d’Utrecht». In questa memoria si legge; «Les vallées du Briançonnais, cédées au roi de Sardaigne par le traité d’Utrecht sont d’une importance majeure pour la France. L’epuisément où elle se y trouvait après 12 ans de guerre, et le besoin pressant de la paix pouvaient seuls faire acquiescer la France à une cession aussi désavantegeuse… Victor Amédée, l’un des plus grands politiques y de son siècle, sentait bien toute l’importance du pays cédé; et se faisait gloire, c’est ainsi qu’il en parlait, de pouvoir placer une sentinelle sur le Mont Génèvre. Il n’est pas difficile de découvrir les raisons qui portaient ce prince à faire tant de cas de sa conquête. Il voyait sa frontière fermée par une chaîne de montagnes dont lui seul avait, pour ainsi dire la clef. L’ennemi parvient—il à la franchir? L’intérieur des vallées est plein de sites excellens pour la défense; on ne peut les forcer qu’avec les plus grands efforts; enfin les places d’Exilles, de Suze et de Fenestrelles devenaient pour lui d’excellens boulevards; des entrepôts assures qui pouvaient faire échouer toutes les entreprises de la France».

«Le roi de Sardaigne régnant ne commit pas moins que son père les prix des vallées conquises; il n’a cessé de faire travailler aux fortifications d’Exilles et de Fenestrelles; l’alliance contractée avec la France en 1733 n’a pas même causé d’interruptions à ces travaux. Mais ai celte alliance est sincère, et si le roi de Sardaigne est devenu réellement l’ami de la France, il ne doit pas trouver mauvais qu’elle revendique un bien, qu’elles s’était engagée à ne jamais aliéner. Eu effet, nue des clauses de la cession do Dauphiné, faite par Humbert Dauphin à Phillipe de Valois, porte que ce roi et ses successeurs ne pourront jamais démembrer aucune partie des états cédés. Le roi de Sardaigne ne peut donc retenir ce pays sans se déclarer l’ennemi de la France; alors c’est une raison pour elle d’insister dans sa demande, et de le contraindre, même par la force, à la restitution; n’ayant plus rien a ménager avec son ennemi». —Ma ammesso che sia il principio di nazionalità, non farà d’uopo alla Francia di ricorrere al trattato del Delfino Umberto con Filippo di Valois per reclamare un paese abitalo da gente francese, e che parla il francese.

L’articolo del trattato di Utrecht, è il 4.°, e dice: «La France cède au duc de Savoie la vallée de Pragélas avec las forts d’Exiiles et de Fenestrelles et les vallées d’Ouix, de Sézane, de Bardonneche et Chateau—Dauphin, et généralement tout ce qui est à l’eau pendante des Alpes du côté du Piémont. Réciproquement le duc de Savoje cède à la France la vallée de Barcelonette et ses dependances. Les sommités des Alpes serviront dorénavant de limite entre la France et le Piémont et le comté de Nice; et le plateau de ces montagnes sera partagé. La moitié qui sera du côté du Dauphiné et de la Provence, appartiendra à la France, et celle du côté du Piémont et de Nice sera au duc de Savoie».

(Hist. abrégée des Traités de paix par Koch et Schòll. Tome 2. p. 116.)

61

Aucune partie de l’Europe», cosi Napoleone nella sua descrizioue dell’Italia «n’est située d’une manière aussi avantageuse que celte péninsule pour devenir une grande puissance maritime, elle a, depuis les bouches du Var jusqu’au détroit de la Sicile, deux cent trente lieues de côtés; du détroit de la Sicile au cap d’Otrante à l’embouchure de l’Isonzo sur l’Adriatique deux cent lieues; les trois îles de Sicile de Corse et de Sardaigne ont cinqcent trente lieues de côtés; l’Italie, compris ses grandes et petites lies, a donc douze cents lieues de côtés; et ne sont pas comprises dans ce calcul celles de la Dalmatie, de l’Istrie, des bouches de Cattaro, des lies Joniennes, qui sous l’empire dépendaient de l’Italie. La France a sur la Méditerranée cent trente lieues de côtés, sur l’Océan quatre cent soixante—dix, en tout sût cents lieues; l’Espagne, compris ses lies, a sur la Méditerranée cinq cents lieues de côtés, et trois cent sur l’Océan; ainsi l’Italie a un tiers de côtés de plus que l’Espagne, et moitié de plus que la France… L’Italie a toutes les résources en bois, chanvre, et généralement tout ce qui est nécessaire aux constructions navales; la Spezia est le plus beau port de l’univers, sa rade est même supérieure à celle de Toulon; sa défense par terre et par mer est facile; les, projets rédigés sons l’empire, dont on avait commencé l’exécution ont prouvé qu’avec des dépenses médiocres les établissements maritimes seraient à l’abri, et renfermés dans une place susceptible de la plus grande resistence… L’Italie peut lever et avoir pour le service de la marine, mémo en la prenant dans une époque de décadence, 120000 matelots; les marins génois, pisans, vénitiens ont été célèbres pendant plusieurs siècles. L’Italie pourrait entre tenir trois a quatre cents bâtiments de guerre, dont 100 a 120 vaisseaux de ligne de 74; son pavillon lutterait avec avantage contre ceux de France, d’Espagne, de Constantinople et des quatre puissances barbares». (Mémoires de Napoléon 2.°ed. Tome I. Guerre d’Italie ch. IV. $ 7. p. 160—163.)62

§ «53. Droit de tous les peuples, contre une nation malfaisante».

«Si donc il était quelque part une nation inquiète et malfaisante, toujours prête é nuire aux autres, i les traverser, i leur susciter des troubles domestiques; il n’est pas douteux que toutes ne fussent en droit de se joindre pour la repousser, pour la châtier, et même pour la mettre i jamais hors d’état de nuire». — E nel § 56. «C’est contre le droit des gens que d’inviter i la révolte des sujets, qui obéissent actuellement à leur souverain, quoiqu’ils se plaignent de son gouvernement. — § 70. Droit de toutes les Nations contre celle qui méprisé ouvertement a la justice: Appliquons encore aux injustices ce que nom avons a dit ci—desus § 53 d’une Nation malfaisante. S’il en était une qui fit a ouvertement profession de fouler aux pieds la justice, méprisant a et violant les droits d’autrui, toutes les fois qu’elle en trouverait a l’occasion, l’intérêt de la société humaine autoriserait toutes les a autres i s’unir pour la réprimer, et la châtier… Si par des maximes constantes, par une conduite soutenne, une Nation se mentre a évidemment dans cette disposition pernicieuse, si aucun droit n’est a sacré pour elle, le salut du genre humain exige qu’elle soit reprimée. Former et soutenir une prétention injuste, c’est faire tort a seulement à celui que cette prétentions intéresse; se moquer en a général de la justice, c’est blesser toute les nations». (Vatlel. Lo Droit des Gens. Tome I. Liv. II. ch. V.)63

Chi vuol farsi una idea della rabbia con la quale i rivoluzionarj italiani nei primi anni dopo il 1848 hanno assalito il papato e il governo pontificio legga nel «Rinnovamento civile d’Italia» il terzo capo del secondo libro intitolato: «Della nuova Roma» – Qui alcune poche righe qual saggio di essa: «La signoria ecclesiastica è uno sgoverno, come direbbe l’Alfieri anzi che un governo, un’altalena fra la tirannide e la licenza, un dispotismo di molti capi, e un’anarchia stabile, e insomma un’oligarchia torbida e scompigliata di proti inabili o corrotti, pessimo dei regimenti. Qual è il paese, in cui gli ordini sieno più crudeli, le leggi più inique, i costumi più trasandati e minore la sicurezza? I ladri e i masnadieri corro no le provincie ecclesiastiche a man salva, e vi sono poco meno padroni di Pio nono. Non ai trova esempio di uno stato cosi in felice né anco elle regioni mezzo barbare e più impartecipi della vite Europea. Roma antica fu meno sventurata della moderna eziandio nello spirare, quando ebbe Simmaco e Boezio; e questa può invidiare a quella lo scettro degli Ostrogoti. Sotto nomi e titoli pomposi ci trovino languor di vecchiaia, un letargo di morte; un sfacelo di corruzione; tanto che se vuoi averne il riscontro, ti è duopo risalire a Bisanzio, come all’esempio di tralignamento e di declivio più memorevole. Diresti che il basso impero trasferito sul Bosforo cristiano da Roma paganica, tornò dall’Oriente ottomano alla prima sede…» (Tomo IL p. 110.)

Non può non recar meraviglia come l’autore non abbia compreso che se la sua dipintura fosse vero mentre invece è falsissima e un ammasso di assurde calunnie, sarebbe una prova che in generale manca agl’ltaliani l’attitudine di governarsi da sé, e che per essi il governo forastiero è un bisogno. Se a Roma, se ad una sceltissima schiera qual è il sacro Collegio manca quest’attitudine, la deve mancare a tutta l’Italia. E perciò con molta ragione dimanda il conte di Rayneval nel sensatissimo suo memorando sulla Questione Romana: Quelles reproches graves peut on adresser à l’administration pontificale, et quelle idée se fait on des hommes qui la composent? Seraient—ils dénués de celte intelligence si richement départie à leur nation? Auraient—ils si peu de senti ment de leur devoir et de leur intérêt, qu’ils missent volontairement obstacle à la prospérité de leur pays? Il ne serait vraiment pas juste de les condamner à l’aveugle et sans se rendre un compte exact de leur conduite.

(Note du comte do Rayneval au comte Walewski sur la question Romaine. Rome 14 Mai 1856.)64

Italien in seinen Beziehungen zur modernes Civilisation. Von L. A. Mazzini. Aus dem Franzòsischen. Leipzig Theodor Tomas 1847 (L’italia nelle sue. relazioni con la civiltà moderna di L. A. Maszini; dal francese Tomo I. sez. IL o. 3. p. 307.) Ho fatto tutto ciò che stava in mio potere per aver quest’opera nell’originale, in francese. In essa vi si parla non altrimenti che se l’autore fosse il capo della Giovine—Italia Giuseppe Mazzini: ma nel titolo sta L. A. non G. Mazzini. Il libro non fanfulla del cinismo che s’incontra negli scritti rivoluzionarj p. e. del Gioberti.65

Il generale Pietro Collette nella sua Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1835 ove parla delle due armate, di quella di Murat, e dell’armata austriaca, che disponevansi ad assalirsi presso Tolentino dice di questa: «La disciplina in tutte quelle schiere (comandate da Bianchi e da Neipperg) ammirabile, l’obbedienza, il sentimento incerto nei capi, ma certo di vittoria nei minori». Questo sentimento non abbandonò mai il soldato austriaco neppure nella campagna d’Italia del 1796. Ad ogni ripresa delle operazioni esso trovossi animato da tanto spirito militare, che non vi fu ostacolo che non fosse da lui superato. Né i suoi sforzi furono vani; se l’esito finale fu sfortunato, la causa ne fu sempre accidentale; egli non perdette né sotto Wurmser né sotto Alvinzy veruna di quelle battaglie se non dopo che le aveva già vinte; ciò che fu il caso anche della battaglia di Marengo sotto Mêlas. Innanzi d’impegnarsi in una guerra con una potenza che ha dei soldati di una tempera tale, convien pensarci più di una volta.66

Collette Storia c. a. Libro VIII. § 51.67

Mazzini c. a. Sez. II. c. 1. pag. 143 del Tomo I.68

Ferdinando dal Pozzo. Della felicità che gli Italiani possono o debbono dal governo austriaco procacciarsi. c. 6. pag. 25.69

Vi hanno in questa esposizione delle ommissioni che non vi dovrebbero avere. Le sentenze nei processi criminali vengono pubblicate sulle piazze e diramate in istampa. Esse sono accompagnate dal racconto del delitto. Agli esami, alla confezione dei protocolli e alla lettura di questi intervengono due assessori tolti dalle classi civili di riconosciuta probità che possono e devono opporsi ad ogni procedure irregolare e sino ad ogni domanda suggestive. Ho sentito dire più volte a dei legali che le cautele, che vi aveano nel codice criminale austriaco in favore dell’imputato, rendevano impossibile che l’innocenza venisse disconosciuta e rimanesse oppressa.70

Ecco le accuse del signor Cantù: «Qui accentravasi ogni, cosa in Vienna; e non di colpo, siccome dopo una conquista, ma con meditata (!) lentezza. Il sistema dei pesi, misure, monete all’italiana, conservato fra i nostri vicini, fu surrogato dal tedesco», vale e dire dall’austriaco, da quello delle monarchie. Qual altro poteva essere più convenevole ad un paese che faceva parte integrante di essa? – «L’unità dell’impero costringeva e regolar noi colle leggi stesse del Galiziano e del Croato». — Gli stessi legali italiani trovavano le leggi austriache né aspre né rozze, ben si troppo miti pel regno Lombardo—Veneto. Ma, che neppur questa obbiezione fosse fondata lo prova il fatto, che appena trovossi nell’Austria, dopo le tante guerre, la pace ristabilita e consolidata, vi si produsse una notevole diminuzione nei delitti, in modo che il loro numero il quale era ancora nel 1819 di circa 11000, ai trovò ridotto nel 1823 a 9000, il che fa il 18 per cento, ossia poco più [meno] del quinto. E si noti, che gli altri Stati Europei non eccettuati i più civilizzati vi aveva in questo riguardo invece uno spaventevole aumento; il qual fatto diede luogo all’ingenua rimarca di uno scrittore di politica allemano, che per certo quello non poteva essere il peggiore degli Stati nel quale le masse si facevano migliori. (Wilhelm Gòtte. Vorschula der Politik. IV. Absch. Pag. 260.) — «E ci mandavan sino regolamenti sulle acque a un paese che inventò l’irrigazione artifiziale». — Si per certo s’irrigavano dei prati nel Mantovano già ai tempi di Virgilio, come lo prova quel verso: «Claudito jam rivos pueri sat prata biberunt».

Ma s’irrigava in Oriente già ai tempi di Davidde e di Salomone; e si doveva irrigare i campi nella Spagna, come oggidì, già ai tempi di Annibale, se si voleva tirarne del grano per del pane. E si dimandi ai discepoli del Venturoli se il loro maestro certamente grande e cospicuo idraulico, non trovò nella ad apprendere dagli Eytelwein e dai Prony. — «V’aveva, continua il nostro autore, suppremi magistrati, ignari dell’indole, e delle consuetudini: era tolta l’investigazione nationale lui viver pubblico, l’esporre il meglio e implorarlo; silenzio su ogni alto». — Il silenzio vi aveva ma era dettato dalla malignità o dall’inerzia. — (Veg. ciò che a questo proposito dice il conte di Fiquelmont nel suo libre «Lord Palmerston England und der Continent» pag. 64.) «La postura e la conformazione fan questo paese più atto a trafficare cogli esteri che coll’impero; laonde per impedirlo occorreva un esercito di doganieri, spreco dell’erario e depravamento della popolazione, fra cui vivevano oziando e trafficando di connivenza. L’attività comunale impacciavasi dai commissarj; alla Congregazione Centrale mancava voce per esporre domande, o fermezza per volerne la risposta: fu la Chiesa era tenuta servile mediante il sistema giuseppino; sopra informazione della polizia nominavansi i parrochi e i vescovi, ai quali era impedito di comunicare con Roma, e fin di scrivere al proprio gregge se non col visto d’un impiegato provinciale». Il vero è che agli errori governativi o amministrativi i tristi deliziavanzi, e i buoni, commecché il male vi era per lo più soltanto negativo e del genere che qui il signor Cantù ce lo espone, non lo curavano e lasciavano fare.

«Francesco I a Lubiana (nel 1821) aveva detto. — Voglio sudditi obbedienti, non cittadini illuminati: e su tal programma le scuole riducevansi a moltiplicare i mediocri, e mortificare ogni superiorità; l’istruzione popolare limitavasi a quel che basti per tramutare gli istinti insubordinati in una rassegnata obbedienza; la a classica non metteasi in armonia colla situazione di ciascuno, coll’educazione dissipata eppur letteraria, moltiplicando giovani leggeri eppur dogmatici, vanitosi delle piccole cose, puntigliosi della parole smaniati del minore; giornalisti non letterati, impiegati non pensatori. Da Vienna mandavansi i libri di testo, qualche volta i professori; questi eleggeansi per concorso, dove, astenendosi i migliori prevalevano novizj o ciarlatani, non mai superiori alle cattedre». — Niente di più facile che la censura di un sistema di studj, e niente di più difficile che il far in tal materia meglio. Se vi ha un argomento sul quale: quanto teste tanti diversi pareri, quel desso è un buon sistema scolastico. —.

«Le tante parti eccellenti poi, così continua il nostro autore restavano corrotte dalla polizia, arbitra di tutto, e che spegneva il senso più importante ne’ popoli, quel della legalità, la persuasione più necessaria ai governanti, quella che operino per indeclinabile giustizia. Una polizia aulica, una vicereale, una del Comune, una del governo, una della presidenza del governo spiavansi a vicenda. A chi dal lungo esilio o dalle inquisitorie prigioni tornasse in società esse dicevano: — A vote sofferto abbastanza; siete ricchi, siate allegri. E ne’ divertimenti di cercava tuffar lo memorie; secondavasi la tendenza di sviluppare in grassume quel che avrebbe dovuto fortificare i muscoli; poi accennando al viver morbido, agli scialosi equipaggi, alla prospera agricoltura, diceano all’Europa: Vedete come la Lombardie, nostra serve è beata». —Non vi ba dubbio che tutto questo discorso è nel genere di maldicenza un capo d’opera, e che il signor Cantù vi si mostra gran maestro.

Per altro non nego, che sono anch’io un nemico dichiarato di quel sistema di vigilanza che si chiama polizia, e la credo davvero una schifosa bruttura. Ma non confondiamo neppur qui, come al solito, nelle accuse, che mettono in campo i rivoluzionarj, h causa coll’effetto, e l’effetto con la causa. A chi la colpa di dover ricorrere o delle misure cosi esose? Non vi avevano trame, congiure, cospirazioni? Hanno esse mai cessato? Egli è vero; Napoleone trattandosi di ridurre gli Spagnuoli all’obbedienza, non si appigliò a spie e a cagnotti II suo sistema, da lui si caldamente raccomandato a suo fratello re di Napoli, era più spiccio, e assai semplice. Ma non so se era men brutto, e più umano di quello al quale ricorse l’Austria, ben diverso per altro da quello che lo dice il signor Cantù. In una lettera che Napoleone scrisse li 8 gennajo 180a suo fratello Giuseppe allora a Madrid da Valladolid ove trovavasi, si legge: «J’ai fait arrêter ici douze des plus mauvais sujets, que j’ai fait pendre». — Ed ecco un suo decreto rilasciato alla stessa epoca e nella stessa città:

«Au quartier impérial de Valladolid, le 7 janvier 1809».

«Napoléon, empereur des Français, roi d’Italie, et protecteur de la confédération du Rhin, etc».

«Considérant qu’un soldat de l’armée française a été assassiné dans le couvent des dominicains de Valladolid; que l’assassin,qui était un des domestiques de ce couvent, a été recelé par les moines; nous avons ordonné, et ordonnons ce qui suit:

«Article 1.° Les moines du couvent de Saint—Paul de l’ordre des Dominicains de Valladolid, seront arrêtés, et ils resteront en arrestation jusqu’à ce que l’individu qui a assassiné un soldat français dans leur couvent ait été livré».

«Art. 2. Le dit couvent sera supprimé, et les biens seront confisqués au profit de l’armée, et pour indemniser qui de droit».

Mémoires et correspondance politique et militaire du roi Joseph. Livre III. Espagne 1809. Tome V. p. 319.

Il nostro autore finisce la sua pittura del governo austriaco nel regno Lombardo—Veneto cosi: — «Ma l’uomo non è destinato solo a impinguare e godere, e falliscono ai loro doveri quei che, invece di prepararlo a un avvenire di sempre maggior ragionevolezza e dignità, lo comprimono in modo che non gli rimanga se non l’alternativa di un codardo silenzio nella servitù o di collere maniache nella libertà. Dai non potersi conseguir onori e impieghi se non per consenso della polizia, derivava che da una parte non si stimasse se non chi ne aveva, dall’altra ne rifuggissero i generosi; i migliori ingegni trovavansi perseguitati colle prigioni o nei giornali, e cercavasi coprirli di sprezzo per non dover temerli, ripudiandosi cosi quel tesoro di potenza morale che viene dai con corso delle forze attive, istruite, morali». — (Cantù c. s. Libro XVIII. c. 189.) qual fosse e a quanto montasse cotesto tesoro lo ha chiarito il 1848. La verità è una, e l’errore e la menzogna può moltiplicarsi all’infinito. Vi ha una verità di fatto da opporsi a questo misto di vero esagerato e messo in una falsa luce, e di falso da capo a fondo, ed è, che il vero popolo Lombardo—Veneto era felice, e non solo non si lagnava ma non aveva nessun motivo di lagnarsi; e «malediva il vulgo dei dotti e ricchi fischianti, che per aver qualche cosa da fare e per non impinguare» aveva bisogno di mettere a fuoco e a sangue il natio paese. Vi hanno nella Storia degli Italiani del Signor Cantù non poche bellissime, ma anche non poche bruttissima pagine.71

Non in solo pane vivit homo, sed in omni verbo quod egreditur de ore Dei . (Deutoronomium c. 8. v. 3.72

L A. Muratori. Annali d’Italia anno 483.73

Salvianus Episcopus Massiliensis. De gubernatione Dei Lib. V.74

Muratori c. s. all’anno 541, ove si legge: «Tale fu il frutto che i poveri Italiani riportarono dopo tanti desiderj di scuotere il giogo dei Goti; disinganno non poche volle succeduto ad altri popoli soliti a lusingarsi col mutar governo e padrone di migliorare i proprj interessi».75

Storia detta civiltà in Europa di F. P. G. Guizot, traduz. di Ant. Zoncada, lezione XI. p. 286.76

Der Wetkampf der Deutschen und Slaven seit dem Ende des funften Jahrhunderts nach christlicher Zeitrechnung nach seinem Ursprunge, Verlaufe und nach seinen Folgen dargesteilt von D. M. W. Heffter. Hamburg und Gotha 1847.77

Die deutsch—russischen Ostseeprovinzen oder Natur—und Vòlkerleben in Kur—Liv—und Estland von I. G. Kohl. 2. Th. 1841.78

Der Wiener Congress. Geschichtlich dargesteilt von G. Flassan sus dem Franzòsischen von A. L. Iierrmann. 2. und 3. Bach. Seite. 99—156.79

Vi hanno degli interessanti schiarimenti sulla questione dell’AIsazia e della Bassa—Lorena nell’opera del barone di Gagern: Critick des Vòlkerrechts mit practischer Anwendung auf unsere Zeit. (Leipzig 1840. II. Th. Kap. IV. p. 223.) Tanto è vero che nella questione di togliere le dette due provincie alla Francia non vi entrava per nulla la questione di nazionalità, che nelle conferenze per la pace di Parigi dei 20 novembre 1815 si parte di fare dell’Alsazia un canton svizzero.80

C. Cantù c. s. Lib. XVIII. 192. p. 819.81

Mazzini, l’Italia nelle sue relazioni con la civiltà moderna. — Tutta l’opera è scritta in questo senso.82

Ep. Pauli ad Romanos. c. XIII v. 1—4. Id. ad Colosaenses c. MI. v. 11—13.83

II Lettore troverà qui quel tanto del primo capitolo delle Speranze d”Italia, che si è da me, credendolo soverchio, ommesso nel testo. Voglia egli leggere dopo le parole: E dove non sien questi, non è egli il fatto, l’abito, la prepotenza inevitabile nelle discussioni tra più e men forti? — «Ma, non che contraddirmi, io credo che questi uomini di governo sorrideranno, e fors’anche si sdegneranno, che facciasi questione di ciò che è difficoltà: scusa loro quotidiana e grande; che non si tanga conto di lor condizione, la quale implica scusa di ciò che non fanno, lode di ciò che riescono a fare, ingiustizia in chiunque li giudica senza tener tal conto. In tutti i paesi, in tutte le età del mondo, noi governati parlammo, giudicammo de’ governanti; or tanto più che se ne parla e giudica pubblicamente in molti paesi; e molto più male ne’ paesi dove non se ne parla così. Se fosse nna pubblica tribuna in Italia, il primo che vi salisse, vi salirebbe probabilmente ad accusare i nostri governi; ma il secondo a scusarli colla dipendenza, in mezzo a cui essi vivono. Ed ho fede nel senno italiano, che ammessa in generale tale scusa, non si disputerebbe d’altro se non del sapere se sia sufficiente in ogni caso particolare. Finché non è discussione pubblica, è naturale che si passi da molti il segno della critica; è naturale, dico, nel volgo; ma non ne’ mediocremente informati e che vogliono esser retti. Questi non banno scusa, di non ammettere, di non cercare essi stessi le scuse altrui».

«Né voglio entrare… un esempio. Il Papa è papa, e sarà papa non solamente durante la preponderanza austriaca presente, ma quand’anche questa s’accrescesse e diventasse usurpazione universale, come furono quelle di Napoleone e di alcuni imperatori del medio evo. Ma finché dura quella preponderanza, finché il papa principe italiano è sotto la dipendenza dell’Austria più che di Francia, Spagna, Portogallo o Baviera, grandi potenze cattoliche, e più che d’Inghilterra, di Prussia, e d’altre potenze non cattoliche, non è dubbio che il papa non può fare il papa cosi bene, come farebbe se avesse nome ed effettività di principe del tutto indipendente; non è dubbio che non può fare il capo spirituale effettivo della Cattolicità, il capo in isperanza dell’intiera Cristianità, cosi felicemente come farebbe se ogni governo cattolico o non cattolico, fosse persuaso della compiuta indipendenza, della probabile imparzialità di tal capo. Certo in ogni caso, quali che sieno i decreti della Provvidenza, ogni buon cattolico tiene il papa per papa: non può essere questione di ciò. Mm può essere: quanti buoni cattolici saranno in tale o tal caso? E posta la questione, se sien probabili più numerosi cattolici nel caso de! papa tenuto per indipendente, o del papa tenuto per indipendente, non parmi che lo scioglimento sia dubbio; ognuno risponderà: certo più nel caso che il papa sia indipendente».

«Ma io mi vergogno di trattenermi in siffatte generalità; d’aver fatto un capitolo quantunque breve sur una proposizione cosi ovvia e in che convengono tutti. Ed io dico che in essa convengono non solamente i governanti che criticano, bene o male, e i governanti ingiustamente o giustamente criticati dei principati italiani, e tanto più i sudditi degli stranieri; ma dico che vi convengono pure gli stessi stranieri signoreggianti, quanti sono fra essi di qualche buona fede, di qualche buon giudizio, e più i più a|ti anche qui. Questi stranieri di alto affare, questi uomini di stato dell’impero austriaco sono nella medesima condizione che quegli uomini di stato Francesi ed Inglesi, i quali continuamente e dalle loro pubbliche tribune professano di attendere agli interessi loro nazionali sopra tutti gli altri, ma che pur mostrano d’intendere molto bene anche quelli dell’altre nazioni, e scusano ed anzi approvano ciascuna di promuovere i proprii. Gli uomini di stato austriaci professano il medesimo, benché non da una pubblica tribuna che non hanno; il professano come possono privatamente; veggono quanto ogni altro, più forse che ogni altro il non buono ordinamento della penisola italiana; ma ministri dello Stato austriaco, tengono primi i loro doveri austriaci, e provvedono al mantenimento della grandezza, della potenza austriaca. B siamo giusti se vogliam essere utili; essi hanno ragione; può esser questione al modo di adempiere tal dovere, non che sia dover loro. Ma insomma anch’essi, a modo loro, convengono pella proposizione troppo ribattuta ormai: che l’ordinamento politico dell’Italia non è buono per l’Italia».

Ciò che qui si dice degli inciampi che ne verrebbero al Papa nel sublime suo uffìzio di Capo della Chiesa Cattolica dalla presenza dell’Austria nel regno Lombardo—Veneto è, per non dir altro, poco rispettoso per la Santa Sede, e pei Sommi Pontefici; i quali da Pio VII sino a Gregorio XVI, che nel tempo che le Speranze d’Italia scrivevansi, regnava, furono notoriamente caratteri fermissimi, e che avrebbero respinto con indignazione ogni ingerenza che non fosse in regola e di diritto, qualunque fosse la potenza che se la facesse lecita. Ciò poi che il conte Balbo ci racconta: che anche degli uomini di Stato austriaco convengono, «che l’ordinamento politico del l’Italia non è buono per l’italia», ha tanto dell’improbabile, che o conveniva, se anche vero, tacerne, o darne i particolari, e metterlo con gli appropriâti mezzi fuori di dubbio.

84

Veg. in questi Studj nel capitolo IL p. 61 il giudizio portato sull’organizzazione governativa austriaca del regno Lombardo—Veneto dal conte Dal Pozzo; e la nota 15 del detto capitolo, nel quale si da conto di questo egregio giureconsulto e uomo di Stato piemontese. Vi ha nel di lui libro: Sulla Felicità,… tutto un capitolo il XXII. p. 131, che tratta delle: Pregiudicate opinioni dei liberali italiani contro l’Austria, nel quale l’autore dimostra falsa la taccia che si dava alla detta potenza, di arrogarsi sui principati italiani una influenza che non le competeva; e in prova avverte al di lei contegno nell’intervenzione delle cinque potenze presso Giorgio XVI. per indurlo a delle concessioni verso il liberalismo, alle quali il Santo Padre credeva in coscienza di doversi rifiutare; e adduce in estratto la nota del principe di Metternich a Sir Frédéric Lamb, allora ambasciatore inglese a Vienna dei 18 luglio 1832, nella quale è detto: che il Sommo Pontefice aveva dimostrato la miglior volontà possibile: che già più coso aveva ordinale affine di meglio sistemare il suo governo, benché queste non fossero di piena soddisfazione dei suddetti malcontenti; ma che la reluttanza di questi doveasi per la massima parte imputare allo spirite rivoluzionario che li dominava; che nel resto potevasi bensì dai Sovrani d’Europa dare dei consigli amichevoli alla Santa Sede, ma nello stesso tempo «rispettare si dovea la sua indipendenza, e lasciare il Papa giudice libera o supremo di quanto convenisse di fare ne’ suoi dominii. Tanto il conte Dal Pozzo. Che se rimanesse al Lettore ancora qualche dubbio sulla circospezione e delicatezza con la quale l’Austria usava con la Santa Sede, legga nei Rivolgimenti italiani del Gualterio il documento XC1. (vol I. p. 350 dell’ed. di Firenze) ed esso certamente cesserà. Il conte Dal Pozzo non dice nulle in riguardo alle relazioni politiche fra l’Austria e il regno Sardo—Piemontese, ma non mancano documenti irrefragabili, che esse erano pell’ultimo del tutto tranquillizzanti e soddisfacenti. È noto, che uno dei pretesti dell’insurrezione militare Piemontese del 1821 era la soggezione nella quale, cosi dicevasi, l’Austria teneva il re Sardo Vittorio Emanuele. Quanto ciò fosse lontanissimo dal vero lo dimostra il proclama che dal re in quell’incontro si pubblicò. D Gualterio non può non aver avuto notizia di questo importantissimo documento; non di meno ha esso creduto a proposito di non ammetterlo fra’ documenti dei suoi «Ultimi rivolgimenti italiani». A me sembra di dover riparare a questa ommissione e qui lo si da, come lo si legge nella «Storia della rivoluzione piemontese del 1821» del conte di 8antarosa: documento B. p. 251.

«Le inquietudini che si sono sparse hanno fatto prendere le armi ad alcuni corpi delle nostre trappe. Noi crediamo che basti far conoscere il vero, acciò tutti rientrino nell’ordine. La tranquillità non è punto turbata nella nostra capitale, dove noi siamo colla nostra famiglia e col nostro dilettissimo cugino, il principe di Savoja—Cari guano, che ci ha dato non dubbie prove del costante suo zelo».

«Falso è che l’Austria ci abbia domandato veruna fortezza, ed il licenziamento di una parte delle nostre truppe. Noi siamo anzi assicurati da tutte le principati potenze dell’indipendenza nostra, e della integrità del nostro territorio. Ogni movimento non ordinato da noi sarebbe la sola cagione, che, malgrado del nostro inviolabile volere, potrebbe condurre furie straniere entro i nostri Stati, e produrvi infiniti mali».

«Assicuriamo tutti coloro i quali hanno preso parte nei movimenti finora seguiti, e torneranno tosto alle loro stazioni sotto la nostra obbedienza, che conserveranno i loro impieghi ed onori, e la nostra grazia reale».

Dato in Torino li 10 marzo 1821.

Vittorio Emanuele.

E quali erano le relazioni politiche dell’Austria col regno Sardo—Piemontese sotto Vittorio Emanuele, tali erano desse sotto Carlo Felice suo fratello e tali sotto Carlo Alberto; in riguardo alle quali ultime il conte Solaro della Margherita suo ministro dai primi mesi del 1835 sino in ottobre de] 1847 nel suo interessante memorandum replicatamente insiste a dire, che il suo Re era pienamente il padrone nel suo regno quanto nei loro imperj lo Czar e il Sovrano dell’Austria, dichiarazioni che si rammentano anche dai signor Cantù a proposito di certe minaccie che secondo Lord Palmerston sarebbero state fatte a Carlo Alberto dall’Austria (nota 10 al c. 189 della Storia degli Italiani). E come l’Austria non si arrogava nessuna particolar influenza sulla corte di Roma né su quella di Torino, cosi non se ne arrogava su quella di Napoli e neppur su quella di Firenze, leggendosi nell’or accennata Storia degli Italiani a proposito della prima: « Ferdinando II senza finezze diplomatiche, si tenne indipendente dall’Austria sino a non volere con essa trattato di commercio, né di proprietà libraria»; e a proposito della seconda cioè della corte di Firenze: «L’Austria polea pretendere a una spezie di supremazia parentale ma nel governo nonne aveva alcuna.» (Storia c. s. c. 189). Al che aggiungo, sapendolo io di certo, che essa non ne aveva alcuna neppur sulle corti di Modena e di Parma.

Il Lettore farà probabilmente le maraviglie, che io mi sia fermato si a lungo su questa imputazione di sopruso d’influenza per parta dell’Austria sui Principati italiani. Fatto è, che io metto la massima importanza a dimostrare, che quattro quinti dell’Italia sono niente meno indipendenti dall’Austria, che lo è da essa la Prussia e la Baviera e il rimanente della Germania; e che il quinto, il quale fa parte della monarchia austriaca, vale a dire d’uno Stato indipendente, è indipendente anch’esso; e inoltre, che la presenza dell’Austria in quel quinto non solo non è di alcun danno agli altri quattro quinti, ma anzi è loro, come veicolo di ogni sociale, civile, morale, intellettuale, e materiale progresso germanico, utilissimo, come è nell’istessa qualità ii veicolo di ogni progresso italico, alla Germania. — Si ricordi il cortese Lettore che il mio lavoro i un programma e una raccolta di materiali e che le mie note sono saggi, che potrebbero divenir utili a uno scrittore di professione, ciò che io non sono, il quale s’incarnasse di darci pur una volta una tale soluzione della questione italiana, da non ammettere repliche.

85 Il conte Cesare Balbo ha fatto col suo libro del gran male all’Italia; e perciò sarò scusato, se lo qualifico un nero cherubino; ma un nero cherubino che non era loico. Su questo essere o non essere loico, veg. l’Alighieri Inf. c. XXVII v. 106—123. Il male si fece non tanto dal libro, che dal suo titolo. Gli stessi rivoluzionarj chiamarono quelle speranze, le Speranze di un disperato. (Montanelli. Memorie c. s. Vol 1. c. 13.) Il Mazzini vi vedeva ciò che i Francesi dicono «une mistification» della sua Italia. (L’italia c. s. Vol. I. sez. II. Cap. 3.)
86 Rinnovamento. c. s. Tomo II. c. 1. p. 91.
87Rinnovamento. c. a. Tomo I. c. VL p. lit.
88 Rinnovamento. c. s. Tomo II. c. I. p. 27

89 La Storia romana è una continua oppugnazione della tesi giobertiana: non avervi altri Stati secondo natura se non quelli a una sola nazionalità. Lo Stato Roma comprendeva gli ai tempi della seconda guerra puniche una grande diversità di popoli, eppure non si sfasciò e sortì da quella terribile e lunga lotta gloriosa e trionfante. Vennero poi le guerre civili, le quali più di una volta si trovarono accoppiate a delle grandi guerre esterne, come quella fra Mario e Silla contemporanee a quella col potentissimo e tremendo Mitridate. Le Gallie erano appena soggiogate che incominciò la guerra tra Cesare e Pompeo. Eppure esse rimasero tranquille. Vi ebbe durante le guerre tra Ottone e Vitellio, e tra questo e i generali di Vespasiano una forte insurrezione batava sul Basso—Reno, che tentò di penetrare nelle Gallie. Ma queste, come si leggo in Tacito (Hist. Lib. IV. c. 13—38 sul riflesso del poco che vi aveva a guadagnare, e dei grandi pericoli che correvansi di peggiorare la loro sorte, non si mossero. — Né si creda che i Romani impiegassero intiere arma te a presidio delle loro provincie. Il re Agrippa volendo dissuadere il popolo dei Giudei dall’insorgere contro i Romani diceva ad esso: «— Che giova qui mentovare e gli Eniochi, e i Colchi, e la nazione de’ Tauri, e quelle del Bosforo, e le genti d’intorno al Ponto, e alla Meotide, gente, che prima neppur conoscevano proprio signore? Stan pur esse soggette presentemente a tremila soldati, e quaranta lunghe navi conservano in pace un mare impraticabile per addietro e salvatico? Quante cose potrebbono dire per la lor libertà la Bitinia, la Cappadocia, i popoli della Panfilia, quei della Licia e della Cilicia? Eppure senza armi pagan tributo. Che potrebbono i Traci, i quali s signori di una provincia, che in largo cinque, e sette giornate si stende in luogo, più montagnosa e più forte ami della vostra, e col suo ghiaccio durissimo ritardante gl’impeti ostili vivono sottomessi a non più di duemila soldati, che stannovi in guarnigione.

Quelli poi, che lor tengono dietro, cioè gl’Illirici abitanti in quell’Istro e per li paesi, che trovansi fino alla Dalmazia non ubbidiscono a essi a due sole legioni romane, e con queste respingono gli urti dei Daci? E i Dalmati stessi, che tanto fecero per la loro libertà, e percià sol sempre vinti 5 perché raccolte novelle forze tornassero a ribellare, oggi non traggono essi i lor giorni in pace s otto una sola legione di Romani? – Ma dura cota è il servire dirà taluno? Quanto più dura ella seppe a’ Greci i quali tuttoché credansi d’avanzare quante genti vivonci sotto il sole, pure ubbidiscono a sei fasci romani; e ad altrettante ancora i Macedoni, che più ragionevolmente di voi dovrebbono desiderare la libertà?» (Veg. La Storia della guerra giudaica di Giuseppe Flavio traduzione dell’Angiolini Lib. U. c. 16).

90 La questione dei limiti degli Stati trovasi discussa t e distesamente trattata nei due opuscoli intitolati, l’uno: «Les limites de la France par Al. Le Masson,, che si pubblicò a Parigi negli ultimi mesi del 1852; e l’altro, anonimo: Les limites de la Belgique; réponse eux limites de la France», con l’epigrafe: «Celui qui se sert de l’épée périra par l’épée», che si stampò nei primi mesi del 1853 a Brusselles. Nel primo si volle dare una smentita a quelle solennissime parole di Napoleooe III: «l’empire c’est la paix», che gli spianarono la via al trono imperiale, e guadagnarono l’opinione pubblica in tutto il mondo civilizzato; e sostituirvi quelle: «l’empire c’est la guerre», le quali non mancarono di spargere l’allarme non solo nei paesi limitrofi della Francia ma in tutta l’Europa. Nel secondo accadde ciò che per lo più suole accadere con ogni eccesso, che nell’oppugnarlo si da nell’eccesso contrario, e si fa vero: «l’abyssus abyssum invocat». Mentre il signor Le Masson avrebbe volute indurre Napoleone III a prescindere dalle paci stipulate, e dare al mondo scandalo di non curarsi degli esistenti trattati, e ad allargare la Francia sino alle Alpi e al Reno, che l’autore considera come i di lei limiti istorici, l’anonimo si da ogni pena di dimostrare all’Europa, che per forzare la Francia a lasciar il mondo In pace, conveniva, non solo toglierle la prima linea delle fortezze che ne difendono la frontiere contro la Germania e il Belgio, come divisavasi di fare nel 1815 dopo la battaglia di Waterloo, ma che faceva d’uopo staccarne oltre l’Alsazia e la Lorena tutti i dipartimenti settentrionali, e ridurla a ciò che essa era innanzi ai tempi di Luigi XI — E qui devo menzionare anche l’opera, ma di una data meno recente quella del Barone di Gagera:, «Critik des Vòlkerrechts mit practischer Anwendung auf unsere Zeit 1840», che sono già stato nel caso di citare in questo stesso capitolo. L’autore che ebbe al congresso di Vienna nel 1814, e alle conferenza di Parigi per la pace dei 20 novembre 1815, come rappresentante della casa d’Oranges, accesso e voce, fu uno dei più fervidi propugnatori dell’idea di restringere la Francia ai limiti che essa aveva ai tempi di Enrico IV. E non vi ha dubbio che questo restringimento era in allora un fatto in qualche modo gà compito; imperciocché le fortezze che volevansi, con l’eccezione di Strasburgo e di due o tre—altre piazze, trovavansi già in potere degli Alleati, e che non vi mancava altro che di farce uno degli articoli detta pace che stavasi trattando. Il Barone di Gagern suppone ia generale alla nazione francese e ai di lei uomini di Stato in particolare nna grande irrequietezza e smania conquistatrice e in prova cita dal VII volume della Storia di Francia sotto Napoleone del signor Bignon pag. 198 il seguente passo:

«— Ce que nous blâmons ici, dans cette idée de Napoléon, ce n’est pas de vouloir abattre la barrière des Pyrénées. En 1808, on n’est plus la question des frontières naturelles. Dés longtems les coalitions Européennes ont obligé la France à les dépasser et à prendre pied chez ses ennemis. Da coté de l’Italie elle a gardé le Piémont. Sur le Rhin, elle est maîtresse à de Kehl, de Cassel et de Wessel. Puisqu’elle a dû, pour sa sûreté, tenir dans ses mains les clefs de l’Italie et de l’Allemagne, pour quoi ne prendrait—elle pas la même précaution ù l’égard du gouvernement espagnol, surtout après que ce gouvernement, qui a voulu se tourner contre elle, n’en a été empêché que par des événements inouïs, sur le renouvellement des quels on ne peut a pas toujours compter».

— Ma l’Europa non perde il giudizio, e non te perderanno neppure gli uomini di Stato francesi. L’Europa del congresso di Vienna ha tutti gli elementi per contenere la Francia nei suoi limiti. Dall’altro canto, la Francia detta pace di Parigi del 1815 ha ritenuto frontiere eccellentemente sistemate a difesa, e guarnite più che a sufficienza di piazze fortissime, per non aver a temere qualunque siasi coalizione, se pure non la si lascia strascinare nella situazione nella quale la si trovò dopo le campagne di Russie, di Germania e di Spagna del 1812 e 1813, e dopo lo battaglia di Waterloo nel 1815. Essa non ha minimamente bisogno «pour sa sûretè» delle chiavi né dell’Italia, né dell’Allemagna, né della Spagna. La Francia nell’attuale suo stato è anch’essa pell’Europa un bisogno. Ma ogni di lei ingrandimento la indurrebbe in tentazioni di abusarne, e forzerebbe le potenze Europee a coalizzarsi contro di esse. Una attenta lettura dei tre scritti qui da me citati convince ogni lettore imparziale della somma importanza pell’Europa di attenersi salda ai trattati del 1814 o del 1815, se pure vuol evitare un totale sconvoglimento.91

Mémoires pour servir à l’histoire de France dictés par Napoléon. Vol. L chap. IV. 5. 6.92

C. Balbo. Delle Speranze d’Italia C. IL 4.93

La via Flaminia, che parte da Rimini ed entra presso Fano per la valle del Metauro negli Appennini romani, incontra e traversa la prima e la più orientale delle catene montane delle quali parlo nel testo, a poca distanza al di là di Fossombrone, al Furlo; la seconda che è la più alla e che perciò si considera come la catena centrale fra Cagli e Cantiano; la terza al di là di Nocera; la quarta dire Spoleto. La prima si annoda alla Sibilla, al Castel—Menardo, nna delle di lei cime o sommità orientata e si legava cogli Appennini toscani per mezzo della diramazione di essi sulla quale è posto Urbino. La detta catena trovasi solcata dalla cima al fondo sotte a Fiastra dal Fiastrone che vi ha disgiunto il monte Ragnolo dal monte Fiegni, poi dal Chiente che vi ha disgiunto il monte Favo dal monte Letegge; e più verso il Nord dal Potenza, dal Esino, dal Cesano, dal Candigliano e dal Metauro. Il burrone del Furlo è opera del Candigliano. I monti di questa catena allontanandosi dalla Sibilla che conta più di 1000 tese di elevazione, si abbassano, rapidamente. Il Letegge non ha che 511 tese, e la Torre di Besegna a poca distanza di esso soltanto 398; uni si rialzano fra il Potenza e l’Esino, contandone il monte San—Vicino 761. La seconda delle dette catene si annoda alla Sibilla ai Monte—Rotondo (107t. di el. s. m.) e alla giogaja toscane all’origine del Metauro fra il Monte—Maggioro (686 t.) e il Monte Sant’Antonio (602 t.) Essa è rimasta intiera sino alla Scheggia, ove la si vede solcata dallo Scatino, che vi ha disgiunto il Melette dal Catria (873 t), e poi dal Burano, che vi ha disgiunto il Tenetra dal Petrano, e più oltre verso il Nord dal Certano che vi ha disgiunto il Petrano dal Nerone (683), e finalmente dal Candigliano che ha disgiunto il Nerone dal Mondego. Questa catena si trova rotta in una distanza di soie 14 miglia italiane di 60 al grado quattro volte, e ciò da torrenti che ebbero a farsi strada prima di arrivare ad essa attraverso di una diramazione secondaria della terza catena. Vi aveano ivi nel cantone, ove la seconda catena si aggira attorno all’origine del Candigliano e si volge dal Nord al Sud, per lo meno dieci valli o conche chiuse. La terza catena è una diramazione della seconda, si annoda alla giogaja toscana al monte Fumo al Sud—Est del monte Sant’Antonio, ed è anch’essa più volte solcata dalla cima al fondo, e segnatamente dal Topino con un burrone lungo oltre a 8 miglia italiane, e dal Chiasso con uno di 4 più di tali miglia. La quarta arrestava il Tevere, la Chiana, e l’Arno, è anch’essa una diramazione della seconda, raggiunge la Falterona con un lunghissimo giro, per mezzo del Pratomagno, ed è quella che si dirama fra la Chiana e il mare, e fra l’Amo e la regione vulcanica, la quale si estende dal Trasimeno sino ai confini degli Stati Pontificj col regno di Napoli.

A questo schiarimento topografico credo di dover aggiungere relativamente agli ostacoli insuperabili che si oppongono all’unione delle tre Italie in uno Stato anche il seguente schiarimento storico tolto dagli Annali d’Italia del Muratori da lui desunto dalla cronaca di Ottone Frisingense e posto all’anno 1144, che dimostra sino a qual segno gl’Italiani, in un’epoca nella quale andavano riunendosi da per tutto i frammenti dell’Impero d’Occidente, vicendevolmente si laceravano, e come, se vi avea fra di essi pace, la era l’opera d’invertenti stranieri.

«Abbiamo, dice il prefatto annalista, da Ottone Frisingense (v. Chron. lib. 7. o. 29). giacché convien mendicare dagli scrittori stranieri le cose nostre, che in questi tempi la pazza discordia sguazzava per le città d’Italia. Aspirava cadauna di esse alla superiorità, e pareva a ciascuna troppo ristretto il suo do minio, ne resta va maniera di allargarlo, se non con pelare e soggiogare i vicini. Dura va tuttavia la gara fra i Veneziani e Raven n nati, che vicendevolmente si danneggiavano per terra e per mare. I Veronesi uniti coi Vicentini facevano guerra ai Padovani collegati coi Trevisani; e probabilmente quest’anno fu quello in cui misera a ferra e fuoco le castella e le campagne di Trevigi. Maggiore era l’incendio in Toscana per la guerra che da gran tempo andava ripullulando fra i Pisani e Lucchesi, la quale involse in quell’incendio anche le città circonvicine. Non v’era città libera, che in si fatte turbolenze non facesse delle leghe con altre città per ottenerne ajuto, e queste facilmente v’entravano per non veder crescere di troppo una città confinante colla depressione dell’altro».

«Erano in lega i Lucchesi coi Senesi, i Fiorentini coi Pisani. L’oste dei Fiorentini insieme con Ulrico ossia Ulderico marchese di Toscana, corse sino alle porte di Siena, e ne bruciò i borghi , Trovandosi in tali strettezze i Senesi, ricorsero per ajuto ai Lucchesi, i quali si per sovvenire a quella città collegata, come ancora per sostenere il conte Guido Guerra, che era malmenato dagli stessi Fiorentini, si dichiararono contro a Firenze. All’incontro i Pisani a richiesta dei Fiorentini uscirono in campagna. Un fiero guasto fu dato da essi e dai Fiorentini alle castella e ville del suddetto conte Guido. I Senesi che erano venuti per saccheggiare il contado di Firenze, colti in un’ imboscata quasi tutti vi rimasero prigioni. Più rabbiosa riusci la guerra fra i Pisani e Lucchesi. Moltissimi dall’una e dall’altra parte vi lasciaro no la vita; ma innumerabili furono riserbati alle miserie di una lunghissima prigionia. Lo storico suddetto, cioè Ottone vescovo di Frisinga, attesta di averti veduti da li a qualche anno cosi squallidi e macilenti nelle pubbliche carceri, che cavavano le lagrime da chiunque passava per di là: segno che non vi doveva essere cartello di cambio fra loro, e che ebbero la peggio i Lucchesi, né resto ad essi maniera di redimere i suoi. Dagli annali pisani abbiamo che la guerra fra questi due popoli fu per cagione delle due castella di Aginolfo e di Vurno, e d’altre terre che l’una città all’altra aveano occupato. Misero i Pisani a fuoco quasi tutto il territorio di Lucca, presero il cas te Mo dell’isola di Pa tude con trecento cittadini lucchesi, e seguitò poi la guerra anche degli anni parecchi. Per testimonianza ancora del Dandolo crebbe in questi tempi la nemicizia fra i Veneziani e Pisani, e dovunque e’ incontravano per mare, l’una nazione all’altra fece quanti danni ed oltraggi potè. Ma si interpose papa Lucio, e pare che li pacificasse insieme. Erano anche in rotta i Modenesi co’ Bolognesi, perché nell’anno addietro il castello di Savignano per tradimento si era dato agli ultimi. Se noi avessimo le storie di molte altre città d’Italia, forse ne troveremmo la maggior parte in volle in altre guerre per questi tempi. Il re Corrado per conto dell’Italia, era come non vi fosse; e però senza verun freno ogni» città possente insolentiva contro delle altre.» —

Questo stato di cose incominciò dacché gli Italiani dopo la morte di Carlo il Grosso tentarono di darsi governi indigenti. Vi ebbe una tregua ai tempi degli Ottoni, dopo i quali non vi ha dolore né strazio al quale l’Italia non si trovasse abbandonata sino a’ tempi di Carlo V. Né qui dice il Giannone nella sua storia civile del regno di Napoli lib. VII c. 3. dopo aver parlato dei tempi dei Berengaij, «sarebbero finiti i travagli della misera ed afflitta Italia, se per ultimo gl’Italiani, spinti dalla tirannia di Berengario, e da miglior consiglio avvertiti, non fossero ricorsi, guidando ogni cosa, il papa, ad un principe potente e glorioso, che, scacciati questi piuttosto tiranni che re, desse tregua a tanti mali. Questo fu il grande Ottone, re di Germania, i cui fatti gloriosi daranno occasione di spesso ricordarlo nel seguente libro di questa istoria. Ecco in che lagrimevole stato giacque l’Italia per più di sessanta anni, da ché, mancato l’imperio nella stirpe maschile di Carlo M., da Francesi fu trasportato negl’Italiani i quali nell’istesso tempo che abborrivano la dominazione degli stranieri, non sapevano pero essi meglio governarsi. Né vi era chi potesse darvi qualche ristoro, se dagli Italiani non si fosse trasportata negli Alemanni in persona del grande Ottone».94

Bartolotti. Viaggio della Liguria marittima. Idrografia. Vol I. pag. 18.95

Leggansi le Mémoires du Maréchal de Berwick écrits par lui même. Paris 1778. Tome II. pag. 62 e seg: e si comprenderà quanto la difesa delle Alpi occidentali sia, contro il Piemonte facile, e invece contro la Francia difficile. Il detto Maresciallo potè con forze assai inferiori arrivare sempre a tempo per chiudere ai suoi avversarj il passo e fermarli innanzi a qualche posizione da non potersi né assalire di fronte né aggirare pei fianchi senza loro grande pericolo. Egli difese non solo il Delfinato, ma anche la Savoja quattro anni di seguito dal 170al 1712 col più grande successo e si trovò nel senso di rimandare al suo re il quinto delle sue truppe come soverchio, e ciò ancorché l’armata nemica austro—piemontese valesse in ogni riguardo quanto la sua, e fosse comandata dal Duca di Savoja Vittorio Amadeo principe di grande capacità militare, valorosissimo ed attivissimo, e dal conte Daun il difensore di Torino e uno dei migliori generali sortiti dalla scuola del Principe—Eugenio S’ ingannerebbe chi credesse che il Maresciallo di Berwick creasse la sua linea di difesa; egli la trovò già poco men che bell’e fatta e non ebbe altro da fare che di aprir qualche strada, munir con delle costruzioni fortificatorie qualche posizione, e convertire Briançon in una piazza di guerra, ciò che essa prima non era, e dare con essa al suo sistema di difesa un centro e un nodo.

Vi hanno sulle Alpi occidentali nell’opera già più volte da me citata del generale francese de Bourcet diverse memorie col mezza delle quali, e delle eccellenti carte topografiche che si hanno della Francia e del Piemonte, si possono studiare le Alpi occidentali meglio che mai si potrebbe fare istudiandole sul terreno. Nella detta opera si parla a lungo di Briançon, (pag. 18—26). I Sardo—Piemontesi avrebbero facilmente potuto impadronirsene nel 1815, e probabilmente che sarebbe loro riuscito di tenersela nella pace di Parigi (20 nov. 1815) e di avanzare col confine sino al Pelyoux e al Olan, con che avrebbero rimediato agli svantaggi di quella frontiera e si avrebbero assicurato la difesa della Savoja.

Quanto alla storia delle guerre che hanno avuto luogo durante il secolo passato nelle Alpi occidentali, essa si trova scritta con una tara imparzialilà nel periodico militare austriaco (Ôsterreichische militarische Zeitschrift): e quella delle campagne 1793 —94—95 e 96 anche nel Jomini. Questo generale parla di Saorgio come di un forte che non ammetteva difesa dai lato dei monti. Ma ciò non saprebbesi accordare, stantecché l’Uffiziale che l’abbandonò, ebbe in seguito a sentenza di una corte marziale ad essere fucilato.96

Dei diversi passaggi delle Alpi tra il San—Bernardo e gli Appennini (liguri Considerazioni del conte A. Morelli di Popolo Tenente Colonnello di Cavalleria (piemontese). Torino 1840. Stamperia reale. Secondo Fautore il primo passaggio delle Alpi tentato ma respinto avrebbe avuto luogo soltanto nel 589 dell’era volgare. Fin a quell’epoca vi ebbero, dice il detto conte, 16 passaggi dei quali 8 non avevano incontrata nessuna e 8 una qualche, ma troppo debole opposizione e resistenza. «Nel detto anno 589, avendo l’imperatore bizantino Maurizio di nuovo impegnato Childeberto a far guerra ai Longobardi, questo principe avviò verso Italia un poderoso esercito di Francesi. Autari marciò coraggiosamente al loro incontro, e ne fece, se crediamo a Gregorio di Tours, un’orribile carnificina»(Hardion. Storia Univ.) — Di questo gran fatto darmi si parla da Paolo Diacono nel libro III c. 30 della sua Storia dei Longobardi e anche dal Muratori, che io mette nell’anno 588, dei suoi annali. Ma tanto l’uno che l’altro ci lasciano all’oscuro del luogo ove la detta battaglia si è data. Or trattandosi di una battaglia datasi da due poderosi eserciti, egli è in sommo grado improbabile che la avesse luogo nei monti, cioè nelle Alpi, ove un poderoso esercito non trova lo spazio necessario per svilupparsi. Essa deve essersi data come tutte le grandi battaglie che hanno deciso la sorte dell’Italia nel piano del Piemonte o in Lombardia. Questa battaglia adunque non entra nella categoria delle difese delle Alpi, essa entra nella categorie delle guerre forastiere alle quali Fitalia forniva il campo di battaglia. E cosi diremo che dal primo passaggio delle Alpi effettuatosi circa sei secoli innanzi l’ora volgare sino all’anno 688 di quest’era le Alpi occidentali non furono mai difese.

Il nostro conte Morelli mette il secondo tentativo di passare le Alpi nel 1518. Sarebbero cosi in ogni caso passati altri secoli, durante i quali avrebbero avuto luogo altri 18 passaggi tutti riusciti. Sennonché basta leggere ciò che ne dice lo stesso autore per convincersi che in quell’anno non vi ebbe nelle Alpi guerra; che la si voleva fare, ma che Francesco I ne fu distolto dagli Svizzeri. Il terzo dei passaggi tentati ma respinti e non riusciti è scritto dall’autore al 1522. Ma anche questo è un passaggio abbandonato spontaneamente dai Francesi. Il Muratori che vi si cita, dice che i Francesi avevano in quell’anno passato le Alpi ma che ebbero ordine dal loro re di ripassarle. Nel Denina poi anch’esso dall’autore citato non vi ha neppur cenno di questo passaggio. Il quarto dei passaggi tentato ma respinto è ascritto al 1628, ma esso fu una irruzione e non una guerra. Il quinto è anch’esso tutt’altro che un passaggio. Esso è una guerra di montagne fatta nel 1694 per ordine di Luigi XIV ai Valdesi, i quali opposero una guerra da disperati. Le guerre nelle Alpi occidentali del secolo passato vanno tutte messe nel numero di quelle che vi si condussero col mezzo dello Straniero. Ho già dello e qui lo dico di nuovo che il Col dell’Assiette è stato difeso da 10 battaglioni di fanti fra quali 7 austriaci e svizzeri e soltanto 3 sardo—piemontesi con certamente un buon numero di soldati forniti dalla Savoja, e quindi di Francesi. — Conchiudiamo che le Alpi occidentali si sono qualche rara volta difese nel secolo passato, però sempre coll’aiuto dello Straniero, e mai prima.97

Mémoires du Maréchal Duc de Raguse. Vol. III. Liv. XIV. p. 470.98

Il passo di Toblach all’origine detta Drava nel Tirolo meridionale ha 653, il detto fiume al ponte di Villacco 250 tese di elevazione sul mare. La distanza dei due punti importa tese 70 mila. Il rapporta dell’ascesa è di poco maggiore in vicinanza di Toblach che in vicinanza di Villacco. Il termine medio vi è di 1 su 175. E anche nella valle del Bail l’ascesa è facilissima.

La Valle della Piave presenta da Capo—di—Ponte, ove il fiume cambia direzione e si volge verso Belluno sino all’origine di esso, contro una truppa che vi rimonta per entrare per essa nel Tirolo delle posizioni fortissimo, mentre non ve ne ha nessuna contro di una truppa, che venendo dal Tirolo vi discende per entrare in Italia. Nel 180non più di 200 Austriaci postatisi a Perarolo al Sud di Piave di Cadore, all’unione del Boite con la Piave, riuscirono non solo a fermare, ma anche a respingere con grave di lei perdita tutta una brigata francese, che fini per indietreggiare in gran disordine e gettare i suoi cannoni nel fiume. Il Cadorino servi nel 1848 di rifugio a circa due mila facinorosi, contrabbandieri e simil gente che vi si ridussero dal Friuli, dal Belkmese e dal vicino Tirolo italiano. Essi vi si resero verso l’Italia inaccessibili. Per snidarneli convenne penetrare con due battaglioni nella parte più alla della valle e assalirli dal lato del Tirolo. Tutta quella guerra fu finita in Ire giorni, e ciò con una insignifioantissima perdita. — Nel 1813 il Vice—re aveva nella Val di Piave un distaccamento il quale, qualora avesse avuto a difenderla verso l’Italia, avrebbe bastato a fermarvi qualunque grosso corpo di armata, mentre non bastò a trattennero la brigata austriaca che vi discese pel Kreutzberg neppur un giorno. Questa brigata si componeva di cinque battaglioni d’infanteria e due squadroni di Ussari; e contava meno di 4000 uomini. Arrivata a Capo—di—Ponte si trovava alle spalle della Livenza, posizione facilissima a difendersi, ma che dal Vice—re dovette in gran fretta abbandonarsi, per passare al più presto che gli fosse possibile la Piave. Frattanto la brigata austriaca giunse a Feltre per Belluno, minacciò di sboccare pel Canal di Piave e par Cornuda nel piano trevigiano, e forzò il Vice—re a passare la Brenta. Ma la detta brigata si gettò per Primolano nel Canal di Brenta, e occupò Bassano e il poule che vi ha sa questo fiume. Essa ivi riuscì a farsi credere la vanguardia dell’armata austriaca che da Villacco si era portata nel Tirolo, e diede che Tare pel corso di quattro giorni a tutta l’ala sinistre del Vice—re. Questo per sloggiarnela ebbe a impiegare oltre la guardia, due intiere divisioni d’infanteria e una brigala di cavalleria. (Ôster. milit. Zeitschrift. Jahrgang 1818. 1. Heft p. 23).99

Der Krieg der Ôsterreicher in Italien gegen che Franzosen in den Jahren 1813 et 1814. l’Abschnitt vom k. k. Feldzeugmeister Freiherrn von Welden p. 68.100

Correspondance de Napolon I publi par ordre de Napolon III. Tome 11. Quartierral Loben 30 germinal an V. (1avril 1797) p. 501 et 502).101

ster. miiitZeitschrift Jahrgang 1837 8. Heft p. 162165. Farei male qualora tralasciasse di avvertire che i redattori del detto periodico, si fecero un supremo dovere nellesposizione dei fatti istorici di attersi alla pi stretta imparzialit. Egli stato dimostrato e riconosciuto che vi si cadde nelleccesso opposto, e che per vanto d’imparzialit accaduto assai spesso che la redazione non ha reso giustizia alla propria armata.102

Dione Cassio. Le istorie romane tradotte da Giovanni Viviani. Tomo 11. Libr. XUX. c. 4. Milano 1823 p. 544. Nell’edizione greco—latina del Reimaro Vol. L Libr. XLIX. c. 36 p. 595. Il prefatto scrittore suppone, che Ottaviano intraprendesse la conquista della Pannonia: «a solo fine di tenere in esercizio i soldati, e di mantenerli colle sostanze altrui, mentre pensa va, che giusto fosse quanto da chi è più potente nelle anni si venisse a decretare contro il più debole». Ma egli è più che probabile, anzi certo, che quell’impresa faceva parte di un gran piano d’ingrandimento dello Stato romano, che trovavasi dettato negli scritti lasciati da Giulio Cesare, da esso in parte colla conquista della Gallia fino al Reno già attuato. Cicerone, in quel suo discorso col quale indusse il Senato romano a prolungare per ulteriori cinque anni a Giulio—Cesare il comando della Gallia cisalpine e con esso anche quello della Gallia transalpine, (De Provinciis consularibus. c. XIV.) suppose, che in seguito alla detta conquista Roma e l’italia non avesse più nulla a temere dai popoli transalpini: La natura, diceva egli a quell’illustre consesso, ci ha dato fin’ora nelle Alpi un riparo contro l’immanità e la moltitudine di quelle genti; ma ora che le Gallie sono a noi, non c’è più nulla a temere; le Alpi hanno cessato di aver per noi un valore, e potrebbero subissare senza alcun nostro danno. Nulla vi ha più oltre alla sommità di quei monti sino all’Oceano, che possa incutere timore all’Italia. «Alpibus Italiam munierat ante satura non sine aliquo divino numine; nam si ille aditus Gallorum immanitati multitudinique patuisset, nunquam haec urbs summo imperio domicilium ac sedem praebuisset. Quae jam licet couse dent. Nihil est enim ultra illam altitudinem montium usque ad Oceanum , quod sit Italiae partinescendum» Ma Cesare , che non per fermarvisi, ma soltanto per tastare quei popoli e per istudiame il paese, aveva due volte passato il Reno, doveva necessariamente esser rimasto persuaso, che il pericolo sussisteva ancora e in fatte la sua grandezza; e che per toglierlo conveniva isolare le Alpi, impadronirsene assalendole da ogni lato, e avvanzare col confine dello Stato fino al Danubio che scorre al Nord di esse. Del detto piano o progetto parlano Plutarco nella vita di Giulio Cesare e Appiano Alessandrino, nelle guerre civili dei Romani. Il primo dice: «Determinava egli pertanto, e già preparavasi di andar coll’esercito contro dei Parti; e come debellati avesse questi, e traversata avesse l’Ircania, girando intorno al mar Caspio ed al Caucaso, invader poscia la Scizia; e dopo aver trascorsi i luoghi confinanti alla Germania, e la Germania stessa, ritornarsi in Italia a traverso dei Celti, e compir cosi questo circolo del dominio, terminato dall’Oceano da ogni banda». (Versione Pompei. Tomo IV. Milano 1824. p. 456.) Vi ha in questo più che gigantesco progetto dell’esagerazione, e del fantastico in sommo grado che non si accorda io verun modo con la mente eminentemente pratica di quel sommo. Ma ridotto alle dimensioni convenevoli esso è in ogni riguardo astrazion fatte dal diritto e dal giusto, al che pur troppo si pensa poco anche ai nostri giorni e in allora meno ancora—esso non è se non quello che si è eseguito da Auguste per avvanzare al Nord, e al Nord—Est dell’Italia col «limes imperii» sino al Danubio. Appiano dice: «che Cesare ideò una spedizione contro dei Geti, e contro dei Parti. Su Geli prevenendoli, per a ché aspra gente, bellicosa e vicina; e su Parti a pigliar la vendetta della perfidie in su Crasso. E già trasmetteva di là dell’Adriatico sedici legioni, e dieci mila cavalli». (Le guerre civili dei Romani. Lib. II. c. CX. Milano. 1830, versione Mastrofin p. 201). — Ma il nome Geli era un nome generale, che comprendeva tutti i popoli postati oltre le Alpi al Nord—Est, e all’Est dell’Italia, e perciò anche i Pannonj, e in questo caso tanto più, che vi è detto «gente vicina». Conchiudiamo che l’invasione della Pannonia condotta da Ottaviano in persona mentre era ancora Triumviro subite dopo finita la guerra di Sicilia col figlio di Pompeo, fa un’impresa maturata, e da ascriversi a dei motivi o incentivi di fatto un altro genere, che non sono quelli ai quali si ascrive da Dio—Cassio. Egli è più che probabile, che già la guerra contro i Japidj s’intraprendesse nel senso delle idee di Giulio Cesare, Teodoro Mommsen, che nella sua Storia romana ha gettato gran lume sui popoli occidentali, settentrionali e orientali dell’ultimo secolo della repubblica romana e in ispezialità dai tempi di Giulio Cesare, pensa, non avervi nessun autorevole fondamento di ammettere i favolosi progetti, che Plutarco suppose a Giulio Cesare, ma ammette che questa potentissima mente volesse dare a Roma anche al Nord—Est una frontiera conio gliel’aveva data al Nord—Ovest. (Ròmische Geschichte V. Buih 11 cap. p. 481 del 3. zo Volume 2. da edizione).103

Dioue Cassio u. s. traduzione Viviani lib. LIV. c. 3. p. 193 nell’ed. del Reimaro lib. LIV. c. 22. p. 752.104

Dione Cassio u. s. lib. LI. c. 1. p. 14. ove si legge: «Ed oltre a ciò richiamandosi alla memoria, ammaestrati dalla esperienza dei mali passali, il furore e la cupidigia di quelli, che invadono le città, ed altri sentendo da questi) quali e qualità crudeltà Mario e Silla avevano commesse, non speravano per parte di Cesare moderazione veruna: ma temevano cose molto maggiori ed assai più atroci, perché i di lui soldati per la più parte e rano Barbari». — (Nell’ed. del Reimaro lib. LIV. c. 8. p. 269.105

Della Geografia di Strabone lib. V. c. I. versione Ambrosoli vol. III. p. 5. Nell’ed. gr. Iat. del Siebenkees lib. V. c. 5. §. 1.106

«Perocché Cesare Augusto, dopo aver liberati quei luoghi, (le Alpi) dei ladroni che gl’infestavano, aggiunse a questo bene la cura di aprirvi delle strade, quali almeno le comportava la na tura di quei sili: mentre non sarebbe stato possibile faro da per tutto violenza alla naturale disposizione degli scogli e delle rupi scoscese che in parte sovrastano alla strada, in parte le stanno al disotto, sicché poi chiunque n’esce alcun poco si trova di subito nel pericolo di rovinare in profondi precipizj». Strabone u. s. vol. U. p. 438. dell’ed. Siebenkees lib. IV. c. 6. §. 6.

I versi di Orazio accennati nel testo sono: Vindelici didicere nuper,

Qui Marte posses, Milite nam luo

Drusus Genaunos, inplacidum genus,

Breunosque veloces, et arces

Alpibus impositas tremendis,

Dejecit acer plus vice simplici.

Carm. IV. 14. 9.107

Germanien unter den Ròmern. Graphisch bearbeitet von Ch. Gottl. Reichard II. Abh. Grànzen p. 7.108

Si vuole che nelle guerre che Teodosio il grande ebbe a sostenere l’anno 388 contro del tiranno Massimo, e nel 394 contro del tiranno Eugenio, e quello e queste fortificassero i passi nelle Alpi—Giulie pei quali Teodosio doveva passare per discendere in Italie. Che Massimo si mettesse in istato di fermare Teodosio sulla Drava e sulla Sava, e che Emona vi fosse convertita in una piazza di guerra, e di deposito per le vettovaglie, si legge sotto l’anuo388 sulla testimonianza di Orosio (Hist. adversus Paganos lib. VII. c. 35) e su quella di Latino Pacato (Pan. ad Theod.) nel Muratori. Ma il vero è che Emona apri le porte, e non fece veruna resistenza; o che i forti nelle Alpi furono abbandonati; cosicché Massimo, alla vista di un si cattivo esito delle misure da lui prese, impazzì. Il Muratori cita, in prova che anche Eugenio si era fatto forte nelle Alpi con delle costruzioni fortificatorie, Sant’Agostino: De Civitate Dei lib. V. c. 26. Ma questa volta l’esimio annalista si è ingannato. In quell’opera non vi ha nulla che sia riferibile a tali costruzioni. Né parla, ma ambiguamente Orosio, e ne parla anche Claudiano. Comunque ciò sia tanto è certo che anche in queste due guerre i destini dell’Italia e dell’Impero d’Occidente furono decisi col mezzo di battaglie che si diedero non nelle Alpi ma a’ piedi di esse.109

Guerre gotiche di Procopio di Cesarea. Versione italiana. Milano 1838 Tomo III. p. 260.110

Schiarimenti altimetrici e topografici sulle Alpi.

Gli Appennini finiscono e le Alpi incominciano al N. Alto all’Ovest nel parallelo di Vado. L’ intiero arco della catena centrale alpina, detta centrale, perché ne costituisce il parti—acqua, e che vi sono comprese le sommità delle Alpi, misura dal detto monte sino al Quarnero 195 m. g. di 15 al grado ossia m. ital. 780. La base del versante degli Appennini liguri ha fra Savona e Genova al M. Meise, e al M. Reisa 3 m. ital. di larghezza, e anche al M. Alto e al M. Calvo non più di 5 m. Ma va poi sempre più allargandosi di modo che al M. Saccarello, ove la catena centrale cangia direzione e si rivolge dal Sud al Nord, ne conta oltre a 16. Il versante settentrionale è ovunque molto più spazioso che il meridionale. La distanza orizzontale dalla Bocchetta a Novi è di 15, e da Loano a Mondovi di 20 m. it. Le sommità vanno verso l’Ovest sempre più innalzandosi; l’Ermetta all’origine dell’Erro ha tese 668 di elevazione, ma il San Giorgio al Nord—Est di Savona soltanto 380, il Settepani però ne conta già 711, il Galle nel paralello di Ormea all’Est 822; il Fronta nel meridiano di San—Remo 1058; il colle di Montenotte all’Est del San—Giorgio tese 359; il colle di Altare pel quale passa la strada che da Savona conduce per la valle della Bormida orientale per Carcare, Cairo, Dego, Spigno, in Piemonte 351; il Colle di Melogno all’Ovest del Settepani pel quale da Finale si arriva a Calizzano sulla Bormida occidentale 478; il Colle di San Bernardo 516, e il Colle di Nava 498 pei quali si discende venendo rispettivamente da Albenga o da Oneglia nella valle del Tanaro a Garesio, o al Ponte di Nava; e finalmente il Colle Tanarello all’origine del Tanaro 1058. Egli è in questi monti che nel 1794, 1795, 1796 e 1800 sono stati decisi i destini dell’Italia, e con essi quelli di una gran parte del Continente Europeo.

Proseguendo nella nostra perlustrazione abbiamo il Col di Tenda con 963 tese di elevazione, la Rocca dell’Abisso con 1437, il M. Clapier con 1524, il Colle della Maddalena o dell’Argentière uno dei principali passi pei quali dall’alta Provenza, e dal Delfinato si entra in Italia, con 1036; il Rioburent con 1728, il M. Viso con 1968; il Col des Traversettes all’origine del Pò con 1456; la sorgente di questo re dei fiumi italiani con 1001; e più oltre il passo dei Mont—Géuèvro con una strada carreggiabile frequentatissima che vuolsi opera di Pompeo, al Nord—Est di Briançon con 1043; il Chaberton con 1558; e il M. Tabor con 1567 tese. Qui la catena centrale diviene esclusivamente tutta Sardo—piemontese e cangia di carattere, ossia di conformazione in quanto, che cessa di essere una montagna a cresta, e diviene un’aggregato di Alti—piani sempre coperti di neve e di ghiaccio. Dal Tabor parte una diramazione che nel meridiano di Saint—Michel della Maurienne entra nel Delfinato col Pelvoux di 2205, e coll’Ollan di 2051 tese.

La catena centrale continuando con varj giri verso il Nord comprende all’Ovest del Mont—Cénis il M. d’Ambin con 1730; il M. Cénia all’Ospizio con 998, al punto culminante con 1077, poi il Rochemelon con 1813, l’Iseran con 2076, il passo del piccolo San Bernardo con 1125, il Mont—Blanc con 2468, il grande San—Bernardo con 1278, il M. Rosa con 2370, il passo del Simplon al punto culminante con 1057, e finalmente il passo dal Gries alforigine della valle di Formazza con 1223 tese di elevazione.

Ma nei monti l’elevazione assoluta ossia sopra il livello del mare esercita bensì una considerevole azione sulla temperatura, sui venti, o sulla vegetazione; ma h loro accessibilità dipende in gran parte non tanto dall’elevazione assoluta quanto dall’elevazione relativa. Nella difesa delle Alpi ligure, e delle Alpi marittime gli Austro—Piemontesi non avevano dal ponte di Nava al Col di Nava se non che 71 tesa di elevazione da superare, mentre che i Francesi i quali partivano da Albenga ne avevano 498. l’ascesa vi era per questi non solo più lunga di assai, ma anche più erta e più faticosa. Le elevazioni relative nelle Alpi occidentali cominciando dal passo dell’Argentière sino al gran San—Bernardo sono di molto maggiori dal canto della Francia e della Savoja. Le valli piemontesi si sprofondano rapidamente. Non cosi le valli Francesi, né quelle della Savoja. Il villaggio di Saint—Veran nel paralello del passo delle Traversettes a 4 m. it. du esso è sul mare tese 1051, mentre il villaggio Crussolo nella valle del Pò alla stessa distanza non ne conta invece che 677. Vi ha qui una differenza di 374 tese. Lanstebourg a piedi del Mont—Cénis è sul mare tese 711, e Susa a’ piedi dello stesso monte sul versante orientale soltanto tese 257. Da Lanstebourg al punto culminante del M. Cénis non vi hanno se non tese 3G6, e da Susa invece tese 820. E più o meno è questo il caso con tutti i passi nelle Alpi occidentali e nelle Alpi svizzere. Martigni sul Rodano ha 287, Aosta 303, il grande San—Bernardo, come già si è detto 1278 tese di elevazione sul mare. Le elevazioni relative sono quindi quasi le stesse, nel primo caso 991 e nel secondo 975. Ma la distanza orizzontale di Martigni dal punto culminante del detto passo importa 17, e quella di Aosta solo 8 miglia italiane. Egli è quindi dimostrato dover il versante meridionale essere due volle più erto e più rapido del versante settentrionale, e per chi vi sale da Martigne due volte più accessibile che a chi vi sale da Aosta. – Vi ha dal ponte sulla Saltina sino al punto culminante del Simplon, montandovi dal Rodano, una distanza orizzontale di metri 21600, e invece montandovi dall’Italia dalla galleria d’Isella una simile distanza di metri 23470; ma questa galleria è più bassa del punto culminante metri 1404, mentre il suddetto ponte è più basso di metri 702. Ciò fa che dal Rodano dall’Ovest l’ascesa è nel rapporto di la 16; e invece dall’Italia come 1 a 8. Il San—Gottardo, il monte al quale si annodano tutte le Alpi, e ove hanno la loro origine i! Rodano, la Reuss, il Reno occidentale e il Ticino, ha 1108, Spital dal lato svizzero nella valle di Ursern 761, e Airolo dal lato italiano 64tese di elevazione; ma la distanza orizzontale di Spital dall’Ospizio è di 5, e quella di Airolo di 4 miglia italiane, col dippiù che la discesa dall’Ospizio a Spital è ripartita uniformemente su tutta la lunghezza mentre quella verso Airolo è nelle prime due miglia facile e comoda, e nelle altre due ripidissima. Il San—Bernardino, a! quale si monta venendo da Bellinzona per la valle del Missocco, e dal quale si discende nella valle del Reno occidentale, ha 1097, lo Spluga al quale si monta venendo da Chiavenna per la valle di San Giacomo ha 1085, il Maloggia pel quale si entra venendo dal suddetto paese e rimontando la valle della Mera nella valle dell’Inn, ossia nell’Engadein, 969; il Bernina al quale si monta da Tirano nella Valtellina per Poschiavo e si raggiunge Inn a Samaden, 1043 tese. Per farsi una idea di quanto l’ascesa ai detti passi sia dall’Italia più difficile che dalla Svizzera cioè dal paese dei Grigioni basterà sapere, che il Reno a Chur dopo 37 miglia italiane di corso ha ancora 300, l’Inn a Zernetz a 24 miglia da Maloggia ancora 710; e invece il Ticino presso Bellinzona a 23 miglia dal San—Gottardo sole 123; Chiavenna a 14 miglia dal Maloggia sole 165; l’Inn a Finstermünz a più di 70 miglia dalla sua origine ancora 465, e PA (lige a Meran dopo 40 miglia di corso sole 14tese di elevazione.

La catena centrale delle Alpi, che dal San—Gottardo in poi è, ora tutta Svizzera, ora tutta Lombarda, ora segna il confine dei due paesi, cioè della Svizzera e della Lombardia spinge, all’origine dell’Adda al M. Braglio, una diramazione all’Est, che comprende il passo dello Stelvio, il M. Zébra il più alto dei monti lombardo—veneti, e l’Ortler il più alto dei monti tirolesi; mentre essa volgendosi verso il Nord entra nel paese dei Grigioni e vi rimane sino al N. Ursula, ove raggiunge il Tirolo e gli serve sino al M. Pitzlat di confine con la Svizzera. Al detto monte la si rivolge all’Est, entra nel Tirolo, si abbassa rapidamente e di assai, e come dal Col di Tenda in poi non si è abbassata a verun passo; non tarda però a rialzarsi, e a convertirai in un vasto alto—piano frastagliato in ogni direzione da profonde popolatissime valli, il quale sorge per lo più oltre il limite delle nevi perpetue, e si allunga sino al confine salisburghese e carinziano. Vi hanno dal Glocklburn che è una delle sue estremità occidentali sino al Waitzfeld—Ferner, col quale entra nel salisburghese, 70 miglia ital. su di una larghezza media di 40. Il parti—acqua si ripiega dal con—fine salisburghese da prima sino all’origine della Drava al Sud—Ovest, ma poi sino all’origine della Biens al Sud, da dove sino al passo di Seiltritz avvanza dall’Ovest all’Est.

Le sommità fra lo Splüga e il Braglio sono il Galeggione con 1606, il U. della Disgrazia con 1885, il Braglio con 152tese. Il passo dello Stelvio che, come si è detto, appartiene al ramo secondario conta 1435, il Zebru 1986, l’Ortler 2003, il Tresero più al Sud 1856, il Pilzlat 1427, il Glockthuru 1715, il Similan 1853, il Hoheffirst 1744, il Muttenjoch 1272, il Padavnerkogl 1058, e finalmente all’estremità orientale il Waitzfeld—Ferner 1697 tese. Questi monti a cominciare dal Glockthurn sono tutti nella linea del parti—acqua dell’alto—piano o in prossimità di esso. Bormio nella Valtellina a piedi dello Stelvio all’Adda ha 431; il punto culminante fra l’Adige e FInn a Reschen, all’origine del primo dei detti fiumi a piedi del Pitzlat 715, Pinstermünz, ove si raggiunge venendo da Reschen per Nanders l’Inn, 468 tese di elevazione sul mare. Avendovi da Reschen a Finstermünz 5360; e da Reschen a Glarns 9240 tese di distanza orizzontale, ne nasce, che l’ascesa è qui più difficile e più erta dal Nord che dal Sud. Il passo del Brenner alla posta è sul mare tese 727, ed è anch’esso più accessibile dall’Adige che dall’Inn. I! passo di Toblach che conduce dalla valle detta Riens in quella detta Brava è egualmente accessibile tanto da un lato che dall’altro. Ma questi tre passi cioè il passo di Reschen, quello del Brenner e quello di Toblach sono sotto la salvaguardia dei Tirolesi del Wintschgau e del Pusterftal che valgono più di qualunque fortezza; e l’accesso ai due ultimi è per soprappiù chiuso quasi dhrei ermetrcmente dalla Franzensfeste. Il Tirolo di mezzo aggirato e circoscritto al Nord dallTun, e al Sud dall’Adige, e dall’Avisio, è un paese unico nel suo genere, tanto per la sua struttura topografica, che per la tempra detta sua popolazione. Un esercito poderoso né vi si può sviluppare né nutrire; un semplice corpo d’armata che vi entri come nemico non vi basta per lottare con quelle marziale popolazione. Anche la valle dell’Adige come quella della Piave è difficilissima a chi in una guerra vi rimonta, e invece facilissima a chi vi discende.

Ho già avuto l’occasione di avvertire che la catena delle Alpi dal punto ove la raggiunge, sortendo dal Tirolo, l’italia si abbassa dal lato di questa nella forma di una parete, mentre il suo versante settentrionale, che si scarica nel Gail, ha relativamente pochissima pendenza. 41 passo di Monte—Croce pel quale da Hanthen nel Gailthri si discende nel Canal di San—Pietro e per esso e per Tolmezzo si raggiunge il Tagliamento è sul mare 697, la valle sottoposta 370, il Gail a Mauten 369, la distanza orizzontale da questo al detto passo Misora 9000; e la base del monte appena 500 tese; e perciò neutre l’ascesa dalla valle italiana è di 1 su 1 la discesa verso Mauten non è che di 1 su 27. — Il termine medio delle sommità di queste Alpi, che sono le Alpi carniche come quelle del Tirolo le Rettiche degli antichi, è di circa 1000 tese poco più. Le cime più alte appartengono non alla catena centrale ma alle diramazioni che se ne staccano: cosi l’Antelao di 166tese all’Ovest di Cadore, il Marmarola al Sud-Ovest di Auronzo di 1395, il Nojaruola al Nord di Auronzo di 1259, il Paralba al Nord di Sappada di 1380 tese. — Quanto ai passi pei quali si arriva nella valle della Drava o in quella del Gail dall’Italia, i principali sono; sulla strada di Allemagna rimontando la Piave sino a Cortina d’Ampezzo alla sorgente della Rienz di tese 812, poi pel Kreutzberg all’origine del Padolo altro influente della Piave, di tese 853; pel Monte—Croce suddetto che conduce a Mauten di tese 697, più oltre il passo di Seifnitz ossia di Tarvis, al quale si giunge rimontando il Tagliamento, poi la Fella, e passando per la Pontebba, di sole tese 416. L’accesso dall’Italia al passo di Seifnitz è attualmente difeso dal forte Nalborghetto, che chiude la valle detta Fella. L’ultimo passo oltre al quale incominciano le Alpi—Giulie è il passo di Recolana, ma transitabile appena con bestie da somma. Esso conta circa 480 tese di elevazione, vi si arriva dalla valle della Fella e si giunge per esso al lago di Ruibl.

Il primo monte delle Alpi—Giulie è il M. Canino, di circa 1350 Use di elevazione. Esso è un alto—piano con una superficie di oltre a 8 miglia quadrate italiane, quasi tutto l’anno coperto di neve, e di un difficilissimo accesso. Esso si annoda alle Alpi—Giulie per mezzo del passo Predilpel quale si passa dalla valle dell’Isonzo per Tarvis nella valle della Drava a Villacco che al fiume e 602 tese s. m. Il Predil è chiuso da un forte. Da questo passo in poi la catena centrale è un monte a cresta, intransitabile sino alla sorgenti della Bazha, uno degli influenti dell’Iderza e con essa dell’Isonzo su di un solo sentiero. all’Est del Predil sorge il Hangart di 1372, poi il Terglou il più alto monte dell’Illirio e dello Alpi—Giulie di 1414, il Kim di 1151, il Vochu di 984, il Czernagora ossia Schwarzenberg di 945 tese di elevazione. Vi hanno dal Predil al Terglou 11, da questo al Kim 8, dal Kim al Czernagora miglia italiane. Il Kim è un alto—piano di 5 miglia quadrate ital. di superficie, converti) ile con pochissima spesa in una fortezza inaccessibile a cavaliere della valle dell’Isonzo e di quella della Sava. Per passare da quella in questa non vi ha che il Col di Trenta, all’origine dell’Isonzo, di 811 tese di elevazione; l’accesso al detto colle è di ambi i lati difficilissimo.

Le Alpi—Giulie sono sino al Czernagora monti acuminati e come io chiamo tali monti, monti a cresta. Ma ivi, a poche miglia di distanza, dirigendosi verso l’Est e poi al Sud, si allargano, arrondiscono e abbassano, e assumono l’aspetto piuttosto di colli che di monti. I passi che in questo tratto delle Alpi conducono dalla valle dell’Isonzo per la valle dell’Iderza alla Sava, cominciando dai più settentrionale sono: il Petroberda di tese 414; vi si arriva per la valle della Bazha e vi si discende nella valle di Eisern. Il Dausche Hrib di 516 tese; è posto al Nord di Circhina (Kirchheim), e conduce egualmente nella valle di Eisern. H Col di Mraule di 382 e il Col di Planina di 402 tese. Vi si ascende da Circhina (157 t.) e si discende per Hotaule (207 t.) nella valle di Scherauze (Zeirach). Il Col di Neu —Ostitz di 256 tese; vi si ascende da Zhellin all’unione della Circhina (132 t.). Il Col di Rospote di 365 tese. Vi si grange sa di una strada comoda carreggiabile da Idria (156 t.) Anche questi due passi conducono nella valle di Scherauze. Finalmente il punto culminante fra Idria e Lubiana detto Viharsche, di 41tese, pel quale passa la strada carreggiabile che conduce dalla prima delle dette città alla seconda (160 t.) Queste Alpi sono dai Dausche Hrib sino e inclusivamente al Col di Neu—Ostilz egualmente accessibili da ambi i lati. L’ascesa al Col di Rospote dalla Scherauze e cosi quella al Col di Viharsche da Lubiana è facile: non cosi le salite da Idria, che richiedettero strade che coi molti giri che vi hanno, si prolungano considerevolmente. Questo tratto delle Alpi admette dei tunnel di 1000 e anche di sole 800 tese di lunghezza. I venti che predominano nelle Alpi—Giulie fra Adelsberg e il mare vi sono sconosciuti, le nevi comparativamente poche e rare. Vi hanno dai Col di Mraule al passo di Viharshe circa 13 miglia italiane. L’Iderza e l’Isonzo avevano in vicinanza dell’attuale loro unione evidentemente un corso sotterraneo, e le loro valli erano un dl valli chiuse. Niente sarebbe più facile che di chiudere la valle dell’Iderza con qualche fortificazione di pochissima s pesa. Il caso invece sarebbe tutt’altro qualora si trattasse d’impedire l’accesso a coteste Alpi per la valle della Scherauze.

A Viharsche le Alpi—Giulie cangiano da nuovo intieramente di carattere. Esse qui si trasformano in un aggregato di alti—piani, di valli chiuse, di conche senza altro scolo per le acque che vi si raccolgono, che sotterraneo, e d’informi sprofondamenti di terreno. Il paese che ne risulta manca affatto di un determinato sistema idrografico, ed è ben più ancora che il Tirolo un paese sui generis Esso si estende sino all’Adriatico, e si prolunga attraverso della Croazia sino alle bocche di Cattaro, misurando soltanto nell’Illirio oltre a 2500 miglia quadrate italiane. Per farsene un’idea giusta e adeguata convien percorrerlo, dai Sud, al Nord, e dall’Ovest all’Est con l’eccellente carta topografica pubblicata dallo Stato—Maggiore austriaco e col barometro da viaggio, alla mano. Nessuna descrizione vi saprebbe bastare. Il mio divisamento con quanto sono ora per dirne non è, che di dimostrare la necessità di istudiare le Alpi—Giulie in riguardo alle pretensioni italiane un po( 5) meglio che non le si sono istudiate finora.

Le parti componenti questo vasto paese—alto—piano, in quanto che esso spetta alle Alpi—Giulie, sono: 1.° l’alto—piano che sorge a! Nord di Gorizia largo alle due estremità dieci, e frammezzo tre in quattro miglia italiane, e lungo da Canale sull’Isonzo sino ad Adelsberg sul Poig trenta; il quale, in riguardo alla sua inaccessibilità ed ai boschi che in gran parte lo ricoprono, è una spezie di Montenegro. Tre sono le strade che lo traversano. L’una vi sale da Salcano, villaggio allo sbocco delll’Isonzo nel piano, per Gargaro e per la valle di Chiapovano, la quale è piuttosto un sprofondamento che una valle, e ne discende nella valle della Tribussa, influente dell’Iderza. La seconda parte da Heidenschaft, ed è, sino a Podwelb (Zoll), l’antica strada romana che dall’Isonzo conduceva e conduce tuttora per Loitsch a Nauporto (Oberlavbach) e ad Emona (Lavbach). Quivi se ne stacca, e discende per Schwarzenberg a Idria, piccola ma memorabile città per le sue miniere d’argento vivo. La terza è il prolungamento di cotesta via militare romana. Il punto culminante nella prima conta tese 333, nella seconda 428, e nella terza 439. I rispettivi punti di partenza cioè Salcano 50, Heidenschaft 53; e i punti di arrivo, che sono: l’Iderza alla sua unione con ia Tribussa 107, Idria 156; e Oberlaibach 155; Gorizia sulla piazza Traunick 42, Vippacco all’origine del Hume dello stesso nome 46; Losizza a’ piedi detta salita al passo di Prewald 120; il passo di Prewald 323; il punto culminante della strada postale da Gorisia a Lubiana all’Est di Adelsberg 317, quindi 48 tese meno che il passo di Neu—Ostitz nella catena centrale all’Est di Zhellin, ove la Circhina si unisce con l’Iderza, Planina alla Parocchia 238, Loitch alla posta 250, e il paludo di Lubiana 153. I monti dell’altopiano cominciando dall’estremità occidentale al M. Trustais 376; al M. Santo al Nord di Gorizia 350; al M. Sverinz al Sud di Tarnova 406; al Zaven al Sud—Est del detto villaggio 632; al Nanos al Nord di Prewald 665, —nel bosco di Tarnova, al Mersavets 720, e al Mali Gollak 765. La valle del Vippacco e la salita di Prewald sono talvolta rese intransitabili dalla bora che v’ infuria.

2.° L’alto—piano detto il Carso si estende alla sinistra del Vippacco, sino all’Adriatico e sino ai confini dell’Austria. Esso è un paese sassoso, nudo di alberi e di terra fuorché negli sprofondamenti, mancante di arqua, tormentato durante l’inverno sovente pel corso d’intere settimane dalla bora, che vi ostruisce tutte le strade, per poco che esse siansi intagliate in quelle roccie, con la neve che vi solleva e poi depone nei luoghi da essa riparati. La strada ferrata che lo traversa arrivandovi da Trieste conta al viadotto di Nabresina 73, alla stazione prossima a questo manufatto 85, a quella di Sessana 173, a quella di Divazza 222 tese. I suoi punti più alti sono all’orlo verso Vippacco; cosi il Pouchte al Nord di Castagnavixza 220; Terst al Nord—Est di Lippa 328 tese. Nel centro la sommità più alta è il M. Wounig nel meridiano di Trieste al Sud di Pliscavizza, di tese 287. Anche il Carso ha uno sprofondamento che comincia a quattro miglia italiane al Nord—Est di Puino a Jamiano, ai volge verso il Nord e sbocca al Vippacco. Il punto culminante fra Jamiano e il Vippacco ai eleva a 42 tese sopra il livello del mare.

3.° L’or descritto alto—piano si prolunga al Nord—Est, forma in una larghezza di miglia italiane l’istmo del Listria (il Tscitchen—Boden), e si annoda al IL Maggiore, che sorge maestoso a poca distanza del Quarnero, e spinge una sua diramazione fra il lago Ceppich e il detto mare. Sortendo dal detto alto—piano, paese sassoso, arido e senza acque, e internandosi nella penisola, si discende pelle valli, nella quali si fermano il Risano, il Quieto, la Foiba, l’Arsia e le acque del Ceppich; paese con poggi e colli ridenti, coperti di vigne e oliveti, e si entra poi oltre a Montone, Pisino, Lindaro e Pedeaa in un alto—piano che si abbassa a misura che si avvicina al mare, il quale è di poco men sassoso è men arido dell’istmo. La strada ohe da Trieste conduce a Fiume e segna al Nord e al Nord—Est il limite dell’istmo istriano conta tese di elevazione: a Basovizza al Nord di Trieste 197, a Materia alla posta 251, alla chiesetta di San—Primo 286, a quella di San—Paolo 352, a Sappiane alla chiesa 214, a Lippa alla posta 268, alla chiesa di Scanizza 288, alla barriera di San Mattio a quattro miglia di distanza da Fiume 173. I monti più alti dell’istmo nella direzione Sud—Est sono: il Slaunig di 624, ii Schabnig di 509, il Sia di 636, il Velli—Planik di 650, e poi il M. Maggiore di 715, il Sissol al Sud—Est del lago di Ceppich di 426, e il Berdo Verch all’estremità della lingua di terra fra l’Arsia o il Quarnero di 246 tese; nell’Istria di mezzo dal Nord—Ovest al Sud—Est vi ha il M. Maglio di 140, il Serai di 243, il Dragutsch di 256, il Strassevitza di 234; poi nell’Istria occidentale il M, Brusanov al Sud di Pisino di 242, il M. San—Giorgio al Nord di Gimino di 220; e finalmente in vicinanze del mare il M. Carso al Sud della rada di Pirano di 66 e il M. Sant—Angelo al Sud—Est di Parenzo e il M. San—Daniele all’Est di Pola ambidue di 54 tese.

4.° Oltre la strada triestina—fiumana al Nord—Est sino alla Recca s’incontra on paese di colli e di vallicelle più sminuzzate ancora che quelle dell’Istria di mezzo; e oltre la Recca l’alto—piano delle Schneeberg, che si annoda da un lato per Prewald, e dall’altro per Adelsberg all’alto—piano sovrastante. L’alto—piano dello Schneeberg ha per confine al Nord—Est le valli—chiuse di Planina, di Cirknitz e di Laas; oltre alle quali sino alla Sava e alla Kulpa vi ha tutta una vasta rete di alto piani e di valli tuttora chiuse e di altre ohe lo erano on giorno. La è questa una regione per la maggior parte coperta di selve selvaggie aspre e forti. Essa è la cittadella delle Alpi—Giulie come il TscitcheubÂen è la cittadella dell’Istria. Egli torno allo Schneeberg e al M. Maggiore chela campagne del 1813 è stata decisa a favore dell’Austria.

Le cime più alte fra la strada triestina—fiumane e la Recca sono dal N. W. al S. B. il M. Ert di 413, il Karloviz di 393, il Lisais di 480; oltre la Recca: il Jauernig all’Ovest del lago di Cirknitz di 650, il Schneeberg di 865; il Zatrep al Sud del suddieto di 744; e, oltre le valli—chiuse di Planina, di Cirknitz e di Laas, il Krim al Sud del paludo di Lubiana di 568, il Matschke al Sud di Gurk alla punta settentrionale dell’alto—piano fra Langenfeld e Gottschee di 363; il Scheschel fra Alien mark e Tschernembl di 414. Gli alto—piani al Nord—Est del Schneeberg come anche le valli frapposte si allungano per la maggior parte nella direzione dal Nord—Ovest al Sud—Est, serbando un certo paralellogismo; e ciò è il caso anche della Recca e dei monti dell’istmo istriano: La strada—ferrata da Nabresina a Lubiana conta dopo aver traversato il Carso, a Divazza 222, a San Pietro ove entra nella valle del Poig 294, a Adelsberg 300, al punto culminante 309, a Loitsch inferiore 247, al Trauerberg ove raggiunge il paludo di Lubiana 149; a Lubiana 154 tese di elevazione. Il punto culminante sulla strada da Fiume a Carlstadt (la Louisen—strasse) 448; la Kulpa a Brod 104, a Karlstadt 45.

Le ciffre altimetriche qui da me addotte sono dessunte per le Alpi ligure dalla Statistica del dip.° del Montenotte del conte Chabrol, e dal Viaggio marittimo del Bertolotti, per le Alpi marittime dal 1.° volume dell’opera: Le Alpi che cingono l’Italia; per le Alpi Cornue, Graje, Pennine o Leponsie dalle: operations géodetiques et astronomiques pour la mésure d’un arc du parallèle moyen. Milan 1825; dalla Monographie des M. Rosa, del generale barone Welden; dalla Strassenkarte der westlichen Alpen pubblicata dall’Istituto geografico militare austriaco; e dalla caria topografica delle strada del Simplon; e per le Alpi austriache, cioè le rettiche, carniche e giulie, dalle tabelle altimetriche aggiunte alla caria topografica del regno Lombardo—Veneto e a quella dell’lllirio, dello Stato—Maggiore austriaco, e dalle livellazioni effettuatesi all’uopo di determinare la linea per condurre la Strada—ferrata attraverso le Alpi—Giulie. Osserverò finalmente che 1000 tese di Francia fanno 1027,6 klafler viennesi o 194metri, e che il miglio italiano ha klafter 978,58, ovvero 952,26 tese di Francia.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/stampa-1820/1859-catinelli-studi-sopra-la-questione-italiana-2020.html#CAPITOLO_V

https://www.eleaml.org/ne/stampa-1820/1859-catinelli-studi-sopra-la-questione-italiana-2020.html#CAPITOLO_VI

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.