Alta Terra di Lavoro

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TERZA PARTE VECCHI MESTIERI : GLI ULTIMI AMBULANTI DI LUCIO CASTRESE SCHIANO

Posted by on Ago 23, 2020

TERZA PARTE  VECCHI MESTIERI :  GLI ULTIMI AMBULANTI DI LUCIO CASTRESE SCHIANO

Ultimi non significa che siano terminate le categorie degli ambulanti, ma solo quelle di cui posso fornire testimonianza; così come, per quelle delle attività esercitate in maniera fissa, anch’esse, per lo stesso motivo,  in numero limitato.

       Tra l’altro, sia per le une che per le altre, sicuramente la mia testimonianza può presentare diverse lacune. Ciò è conseguenza dell’opera del tempo trascorso – circa 70 anni –   dal momento dell’osservazione a quello della stesura. Altro fattore è costituito dal fatto che, quando osservavo queste figure e queste attività,  ciò avveniva con quella superficialità che si dà a cose ed avvenimenti della vita quotidiana a cui, per la loro stessa continuità, non si dedica molta attenzione e che non vengono osservate con spirito indagatore e con finalità scientifiche, convinti che, volendo, di esse ci si potrà occupare con intento diverso in qualunque momento.

     Cantastorie

      In un’epoca in cui la televisione non aveva ancora fatta la propria comparsa dalle nostre parti, non era raro vedere srotolarsi, in un luogo non interessato da molto traffico, un telone dal colore indefinito, che veniva sospeso ad un gancio (‘o cruocc) fissato su un traballante cavalletto o appeso ad un chiodo sporgente da un muro. Sul lenzuolo erano disegnate scene come nelle strisce dei fumetti, in cui si dipanavano, a volte, delle favole, a volte dei raccapriccianti fatti di sangue scelti dalle pagine della cronaca nera, e altre volte inventati di sana pianta dal cantastorie. Questi, con una canna o un bastone di legno spiegava le varie scene su cui di volta in volta si fermava col bastone, indugiando e cambiando tono di voce sulle scene più importanti o più cruente. Il pubblico, che nel frattempo si era radunato attorno al dicitore, ascoltava con grande attenzione, quasi rapito, lo svolgersi della vicenda, e non sempre ne premiava le fatiche con un modesto obolo, quando questi, al termine del racconto, tendeva un cappello o un piattino verso quelle persone che fino a poco prima pendevano dalle sue labbra e che adesso, con poca gratitudine, si defilavano.

     Rammariell(o) – (Venditore di biancheria)

     Ho ancora impressa nella mente la figura di questo venditore. La prima caratteristica che balzava agli occhi era la sua curvatura dovuta al fatto di dover controbilanciare il peso    di un enorme e pesantissimo involucro costituito da un lenzuolo nel quale era contenuto di tutto. E’ incredibile la quantità di mercanzia contenuta in quello che più di un fagotto era una vera e propria balla: lenzuola, copricuscini, maglieria intima, calzini, maglie felpate, mutandoni, tovagliame, ecc. Andava girando come gli altri venditori, con una differenza, però: che, rispetto agli altri, lui veniva fatto entrare in casa, sia per la diversità degli articoli che trattava, sia perché, aperta la traboccante balla, doveva sciorinare biancheria e simili, affinché i clienti potessero scegliere. A differenza ancora degli altri, il rammariello, una volta conquistato un cliente, andava direttamente in casa, sia per esigere i vari acconti  sia per mostrare altri prodotti e persuaderlo a fare nuovi acquisti. In un caso o nell’altro, estraeva di tasca un quadernetto con una copertina nera martellata e annotava o l’acconto successivo o,insieme a questo, l’importo dei nuovi acquisti. Rammariell non è il diminutivo di rammar. Con questo termine si indicava un artigiano che, in officina propria, lavorava il rame producendo  tutta una serie di articoli vari e suppellettili per uso domestico.

     P(e)erzianar 

     Attività che veniva esercitata nella stagione estiva e consisteva nella vendita di stuoie avvolgibili fabbricate con giunchi o stecche di canna [perzian(e)] che il venditore, al grido di:” S’è  ‘nfucat ‘o sol. ‘Na bbona perzian!”, cercava di far acquistare.

     Pazzariell

     Costui non vendeva alcunché; si limitava  ad informare le persone delle strade, delle piazze, dei quartieri attraversati che ad un certo indirizzo8via, vicolo o piazza) si era aperta una rivendita di vini, un esercizio di generi alimentari, una pizzeria, ecc. Di tutti, era, forse, il personaggio più folcloristico. Indossava un’uniforme di diversi colori ed era accompagnato da un rumoroso complesso di piatti, tamburo e ocarina (o altro strumento). Il suo grido era: “Battaglio’, cuppulo’. E’ asciut pazz ‘o patro’… e annunziava l’apertura del nuovo esercizio. Il moltiplicatore dei suoi annunci era rappresentato dalla folla di bambini che lo seguivano e che, una volta sciolto il corteo, avrebbero diffuso quel messaggio nei punti più disparati del quartiere.

     Lattar o Vaccar (Lattaio)

     Poco da dire su questa figura. Solitamente era il proprietario di due – tre mucche che teneva ricoverate nella stalla. Il latte che riusciva a ricavare veniva raccolto prima un secchio di latta e successivamente in una specie di grande bottiglia, sempre dello stesso materiale, munita di manico e coperchio, ‘o zirr(o), con cui andava in giro a vendere il suo prodotto.

           Sunator ‘e pianin (Suonatore di  pianino).

      Girava incessantemente per le strade con il suo classico carrettino su cui era collocata una specie di cassa somigliante alla parte alta di un pianoforte verticale. Ad un lato di questa cassa era fissata una manovella che serviva al suonatore a ricaricare la molla e far sì che il pianino continuasse a suonare. Era difficile che il suonatore e il suo carrettino si fermassero a lungo allo stesso posto, perché la musica che da esso usciva era abbastanza stridula e piuttosto metallica, e finiva per dare fastidio, invece di dilettare gli ascoltatori.  Il solito piattino teso in direzione del pubblico, e poi continuava il suo procedere. Ad un lato del pianino, ad una o più corde, erano appesi dei multicolori foglietti di carta crespa: le copielle, ossia i testi delle canzoni di cui lo stesso pianino diffondeva il motivo.

            Cucchier(e) – Cocchiere

     Era un po’ come il taxi, ma meno costoso e, comunque, non alla portata di tutti. Una carrozzella sempre ben tenuta a cui era aggiogato un cavallo. A cassetta, il cocchiere col berretto di prammatica per salutare con enfasi i clienti. In mano o in un apposito contenitore, lo scudiscio (‘o scurriat) con cui, quando il caso lo richiedeva, sollecitava il cavallo ad aumentare l’andatura. Molto spesso, però, la scudisciata, anziché essere destinata al cavallo, raggiungeva il monello di turno che immancabilmente, rannicchiato sull’assale posteriore, approfittava del mezzo per viaggiare a sbafo, ma più per fare un dispetto al cocchiere che per reale necessità. Un mantice impermeabile veniva aperto sia per proteggere dai cocenti raggi del sole le persone trasportate nella bella stagione sia per proteggerle dal vento o dalla pioggia in quella brutta. Alcuni cocchieri, per l’estate, al posto del mantice, che col caldo diventava opprimente, montavano delle leggere tende o dei grossi ombrelli parasole.

     Giurnalaj(o)- Giurnalar (Strillone)

     Anche questa attività, che poteva essere esercitata in locali fissi ubicati al piano terra dei palazzi o nei diversi chioschi sparsi per la città, faceva ricorso alla figura dell’ambulante. Di buon mattino, il grido “ ‘O Matin! ‘O Rom!” annunziava l’arrivo del giurnalar col suo buon numero di quotidiani (appunto Il Mattino o il Roma) sull’avambraccio e alcune riviste femminili, come il Grand Hotel, Grazia, Confidenze, ecc.

     Tarallar (Venditore di taralli)

     Con un grosso cesto di vimini, come quello del massese o del venditore di semi di zucca, andava in giro reclamizzando la sua mercanzia al grido di “ ‘Nzogn e pep! ‘O tarallar!”.Non mi soffermo sulla loro descrizione, dato che il prodotto non ha subito mutamenti, se non nel confezionamento e nel modo di essere presentati al pubblico. Aggiungo solo qualche informazione sulla particolarità del suo cesto. Lungo il bordo erano inserite delle lunghe stecche di legno in cui il tarallaro infilava lunghe pile di taralli: in una, quelli con sugna e pepe; in un’altra, quelli con i semi di anice (‘e f-nucchiell); in un’altra ancora, i taralli dolci di Castellammare.

     V(e)rdummar – Verdumaio

     Venditore di verdura e ortaggi in genere. ”’E patan! ‘E c(e)poll”era il grido che annunciava il suo arrivo o spingendo un carretto, se non proveniva da lontano, o seduto con le gambe penzoloni su una delle stanghe della carretta, tirata da un cavallo pieno di sonagli per colui che provenisse da zone più lontane, come quelli che venivano da Afragola e paesi limitrofi.

     Franf(e)lliccar

     Venditore di dolciumi (‘e franf(e)llicch) costituiti da un impasto di zucchero e miele che veniva lavorato a mano, con buona pace per l’igiene, a formare un lungo e sottile salsicciotto con delle strie colorate per tutta la lunghezza, che poi veniva posto su un marmo e tagliato in piccoli pezzi dalla forma romboidale.

     Con quest’ultima figura termina il numero delle attività esercitate in maniera ambulante. Come ho precisato più innanzi, ciò non significa che non vi siano più figure rientranti in questa categoria, ma che esse sono quelle di cui conservo un discreto ricordo  e quelle in cui mi è capitato di imbattermi andando o tornando da scuola o dal disbrigo di qualche altra faccenda.

C. Lucio Schiano

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