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UNA LETTERA DEL VESCOVO NATALE CONDANNATO DEL 1799

Posted by on Lug 30, 2018

UNA LETTERA DEL VESCOVO NATALE CONDANNATO DEL 1799

Per una più obbiettiva, e perciò più storica valutazione delle persone e dei fatti, non si dovrà evitare di affrontare miti inveterati. Accanto al compito dell’indagine nuova c’è per il cultore di storia anche quello della verifica. E quest’ultimo non sempre è bene accetto, specie da chi, in storia come in filosofia, s’è abituato a guardare attraverso una certa ideologia, a riposare su certe notizie, a ragionare con mente pigra, seccata di ogni scossa che tenti far uscire dal sopore.

 

Veniamo al fatto. Una lettera autografa di Michele Natale Vescovo di Vico Equense, condannato politico del 1799, mi spinge a questa revisione. E mi sembra di esser giunto proprio nel momento hegeliano di sintesi fra due opposte posizioni: quella assolutistica, per cui i condannati del ’99 furono soltanto degli arrivisti e traditori a servizio dello straniero, e quella liberale secondo cui i martiri del ’99 furono soltanto degli idealisti, che si servirono momentaneamente dello straniero, ma solo per scacciare la tirannide.

 

Ecco anzitutto il testo della lettera. È una richiesta di prestito che il vescovo eletto rivolge a Re Ferdinando IV. Non ha data ma, dati i fatti, deve andare dalla fine di Dicembre ’97 a parte del Gennaio ’98.

“S. R. M.

Signore

Michele Natale, eletto Vescovo di Vico Equense / umilmente / espone a V. M., che, bisognandogli di fare non poche opere, così / per corredarsi de’ necessari abiti Vescovili, che per il viaggio in / Roma, per Bolle, che ivi sono tassate a scudi seicento venti sei, e / per il suo mantenimento in quella Capitale, non ha potuto / trovare danaro a mutuo, perché non possiede fondi, e beni da / ipotecare, supplica perciò la M. V. a degnarsi di permettergli, che / possa il supplicante prendere a mutuo, e a censo, la somma di / Ducati mille, e duecento, con assegnarsi da V. M. per ipoteca i fon- / di della Mensa Vescovile di Vico, e colla condizione di togliere il / mutuo, o censo tra quel tempo, che determinerà V. M., a quella / ragione, che vi potrà convenire, ad interesse scalare; E l’avrà / a grazia singolarissima / Michele Natale supplica come sopra”.

Nulla da dubitare sulla sua autenticità. La scrittura e quella riportata nei documenti di Gabriele Iannelli, ma più curata trattandosi di una lettera da presentare al Re. Si trova al museo civico di Piedimonte dal 10 Luglio 1913, quale dono del prof. R. A. Ricciardi.

L’indagine su quest’uomo non avrà nel mio scritto gli accenti panegiristici del d’Ayala e di altri. Non sarà tanto un’indagine storica quanto piuttosto psicologica. E cioè, fino al Gennaio ’99 Natale segue decisamente determinate idee e programmi politici. Dal Febbraio ’99 alla morte, professa improvvisamente programmi e ideologie opposte… Quando e perché è avvenuta la frattura?…[1]

Ecco il primo uomo. Nacque a Casapulla il 23 Agosto 1751, a venti anni entrò nel seminario di Capua e il 23 Dicembre 1775 fu ordinato sacerdote. Per raccomandazione del Re, ottenne la cappellania curata di S. Maria in Abate in Capua. A Napoli fu cappellano di famiglie patrizie, e poi Segretario di mons. A. Gervasio già arcivescovo di Capua, e ora Cappellano Maggiore di Corte. Conosciuto e ben visto a Casa Reale, vi fu chiamato quale precettore straordinario dei piccoli principi reali, quando si recavano a Caserta. È quanto dire! Pure su proposta di Re Ferdinando IV (R. Viglietto di partecipazione del 10 Settembre ’97), il 18 Dicembre ’97 fu nominato vescovo di Vico Equense da Papa Pio VI, e la nomina ebbe immediata esecuzione col Regio Exequatur del 29 Dicembre[2].

Sempre da Re Ferdinando, da cui era “estremamente amato”[3], fu nominato Segretario della Giunta dei Vescovi. D’intelligenza pronta e, ferrato nella cultura ecclesiastica, fu sempre più valorizzato. Così Filippo Sanseverino arcivescovo di Nicea in partibus (già di Alife), lo scelse quale segretario ed assessore, e se ne servì nelle controversie fra la Corona e la Curia romana (inutile dire che egli era col Re, contro le “pretese” del Papato). Eccolo chiedere al Re un permesso di prestito, e questo documento di Piedimonte non è stato conosciuto dal diligente Iannelli, che pure ne ha raccolti cinquantatre, confutando da par suo D’Ayala, Migliaccio, ecc.[4].

Ma dove passa ogni limite, pur essendo gentile e manieroso, è il 2 Febbraio 1798, a Roma, durante la consacrazione episcopale, mentre giura fedeltà alla S. Sede. Ebbene, fu il solo fra tredici vescovi del regno, a protestare pubblicamente l’eccezione del diritto di regalia dovuto al suo sovrano. Giurava alla S. Sede, salva fidelitate quam repromisi domino Regi! Lo stato ecclesiastico e il momento solenne non lo avevano fermato! E dire che s’era mantenuto al suo posto di rispettoso riguardo verso il Papa perfino Pietro De Felice vescovo di Sessa, anch’egli lì, incrollabile nella sua fedeltà congiunta al Trono e all’Altare. Era quello che, nell’ottobre ’99 darà alle stampe il “Catechismo Reale”, in cui, pigliando ispirazione dalla Bibbia, mostra l’origine del potere regio nell’ordine sociale voluto da Dio.

Mesi dopo, col vescovo di Gragnano e col vicario del duomo di Napoli, partecipa alla sconsacrazine del prete Giovanni Di Napoli[5] che aveva aizzato la plebe contro i due fratelli Filomarino, rimasti uccisi e arsi.

Nell’episcopio, a Vico, teneva esposti i ritratti dei sovrani e del papa, insieme a modesta ma scelta biblioteca. E in quel duomo, il 31 Gennaio ’99, celebra messa pontificale in onore dei santi patroni Ciro e Giovanni martiri alessandrini. Il 23 sono arrivati i Francesi, e i “patrioti” fanno più festa… Chi è meridionale sa bene come si “festeggia” il giorno del sanguinoso e mortale martirio dei santi nelle nostre cittadine: il santo è solo un’etichetta che deve giustificare pranzi, spassi, spari e concerti…

Ed ecco, inaspettato, il secondo uomo.

A metà Febbraio lo incontra a Napoli mons. Pozzuoli vescovo di Sant’Agata dei Goti. Natale ha deposto la veste talare. È in abiti civili.

Pozzuoli, rattristato, lo scongiura a non impigliarsi nella politica. Natale risponde: “Il dado è tratto: non è possibile recedere dal passo dato”[6].

Sicché aveva aderito ai Francesi fin dai primi giorni. La sua qualifica di vescovo diceva molto per il partito rivoluzionario. Ed eccolo diventato il “cittadino” Natale, Presidente della Municipalità di Vico[7].

Povera Vico! Anche lì scoppia la guerra civile! Quelli che hanno portato la libertà saccheggiano e incendiano.

Monarchici locali e sanfedisti restituiscono questa gentilezza agli avversari.

Il vescovo-presidente ha lasciato la città, spinto a ciò dai suoi nuovi amici. L’11 Fiorile 1799 (30 Aprile) pubblica da Napoli una lettera “pastorale” ai suoi diocesani: “…Sono repubblicano…, gl’Inglesi nemici nostri e del genere umano, della Religione…”. E del popolo sovrano che concetto ha? “…Figli di una rivoluzione passiva, non essendo suscettibili di teorie, di massime e di raziocinii atti a risvegliare in voi la libertà dei vostri diritti, dovevate sentire per ora solamente il vantaggio fisico della Rivoluzione…”. Per questo, grandi provviste ed elargizioni. Ma i monarchici stavano armati: “Restituite subito nelle mani dei giudici di pace quelle armi (e le cose rubate nel saccheggio di risposta) … Giurate che voi sarete fedeli alla Repubblica nostra madre, che per Divina disposizione è stata fondata…”. E se il disarmo degli antifrancesi non avveniva?… “Io vi scomunicherò in nome dell’Eterno Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo; io rimetterò le vostre anime sotto la potestà dei demoni infernali”.

Pure il 30 Aprile pubblicò, anonimo, in 13 pagine, il “Catechismo Repubblicano per l’Istruzione del Popolo e la rovina dei Tiranni”, in cui, ponendo da parte la Bibbia, trovava nel popolo l’origine del potere.

Il 26 Maggio è la festa del patrono di Casapulla, S. Elpidio, Natale è lì, al suo paese. E pronunzia in piazza un discorso “che causa disgusto e sdegno”, tanto che deve uscire dal paese, subito, e non tornarvi più[8]. Dopo pochi giorni la sua casa sarà assalita e saccheggiata, come era avvenuto per l’episcopio a Vico.

Intanto la Repubblica partenopea, dopo cinque mesi di vita è finita. L’esercito di Ruffo per terra, gl’Inglesi per mare stanno per stringere Napoli.

Natale, a fine Giugno fugge anche da Napoli. Travestito da contadino, va a Caturano, poi a Curti. Lì si nasconde in casa della sorella maritata, Maria Giovanna. Il pericolo è gravissimo, e sorella e cognato lo spingono dentro Capua, di nascosto. La fortezza è ancora in mano francese.

Il 28 Luglio Capua si arrende.

Nei patti della resa c’era l’onore delle armi ai Francesi, da scortare a Napoli, e imbarcare, e c’era anche: “Art. 6. Quando i Granatieri inglesi prenderanno possesso della piazza, tutti i sudditi di S. M. Siciliana saranno consegnati agli Alleati”.

Colla guarnigione, travestito stavolta da ufficiale francese (Cisalpino) è Natale, con altri “partenopei”. Arriva a Napoli, riesce finanche a salire sulla nave inglese carica di truppa francese da rimpatriare, ma si affaccia… Fra i tanti accorsi a vedere il rimpatrio degli invasori battuti, c’è gente della penisola sorrentina, di Vico!…

Ecco ‘o vescovo ‘e Vico! ‘o giacubino! Si grida dai marinai.

Immediatamente sale a bordo un commissario di polizia. Natale non è francese. È preso “pel cravattino”, e dopo un violento rabbuffo da parte di ufficiali francesi che lo respingono, è fatto scendere a terra ammanettato, e chiuso nelle carceri della Vicaria vecchia (Castel Capuano) in attesa del giudizio riservato alla Suprema Giunta di Stato per i colpevoli di alto tradimento. È il 1° Agosto.

Ora non ha più nessuno. I Francesi che aveva serviti lo hanno scacciato! Ha sperato nel conte Giuseppe Zurlo, altissimo funzionario, ma questi non può compromettersi ora per un traditore… L’arcivescovo Gervasio, che lo propose vescovo, ha rotto da tempo ogni rapporto… La Corte?… e può ancora sperare dopo un sì clamoroso voltafaccia?… Gli Inglesi?… e li ha proclamati nemici del genere umano (!!!). E saranno essi ad insistere per la sua condanna.

Non vi sono che venti giorni di vita per un “terzo uomo”, dal 1° al 20 Agosto. Ora non gli resta che Dio. E all’Eterno si converte, come forse non lo era mia stato. In carcere si confessava spesso, e pare abbia detto: “Fuggite la società, tenetevi lontani dalle conversazioni, perché in esse s’incontra la ruina”.

Il 18 o il 19 fu trasferito dalla Vicaria al castello del Carmine. Il 19, nella cappella, fu sconsacrato. Sconsacratori furono Giovan Vincenzo Monforte vescovo di Nola, Domenico di Jorio vescovo di Samaria i. p. e Domenico Ventapane vescovo di Tiene i. p. canonici del duomo di Napoli. Gli poggiarono addosso le insegne vescovili, e gliele tolsero[9]. Dai sacerdoti si iniziò il “conforto”, perché facesse una santa morte; ed erano quelli della Compagnia dei Bianchi della giustizia, i più scelti del clero di Napoli, intorno alla cui croce, quando comparivano, si faceva il silenzio.

Natale innanzi al patibolo arrivò bendato e “quasi morto”. Lo confortava un prete di casa Puoti, e forse era proprio don Carlo, poi arcivescovo di Rossano, poi trasferito ad Alife-Telese. Era Martedì 20 Agosto.

Il boia Paradiso, a morte avvenuta, esclamò: “Lassatemillu manià; nu vescuvu mpisu nun è ccosa ‘e tutt’e juorne”. Il clero protestò per questo, presso le autorità. Dopo l’impiccagione ebbe sepoltura ed esequie nella chiesa del Carmine.

Ed ecco le riflessioni scaturite dopo che il documento di Piedimonte mi ha invogliato a interessarmi di quest’uomo.

Lenta persuasione sotterranea?… ma allora l’irriducibile borbonico Natale era un ipocrita?… Ambizione?… L’uomo che aveva aspirato a salire nella gerarchia, che aveva calcolato sempre tutte le possibilità dell’ascesa, ha abboccato appena gli hanno offerta una “presidenza”, pedana di lancio verso posti più alti?… Leggerezza, impulsività di carattere?… un vescovo che non si frena neanche durante la consacrazione, e proclama, così su due piedi, la sua riserva politica nella promessa religiosa, è pure un uomo capace di dichiarazioni improvvise, compromettenti, da cui resterà impastoiato, e poi sarà travolto… Una di queste possibilità, o tutte tre insieme?…

 

 

 

[1] Sulle due opposte visuali cfr. pure Marrocco D.: Il saccheggio di Piedimonte nel 1799 (Napoli 1965), introduzione.

[2] Iannelli Gabriele: Cenni storico-biografici di mons. Michele Natale vescovo di Vico Equense. Note critiche e documenti (Caserta 1891).

[3] Iannelli G.: op. cit., pag. 13.

[4] D’Ayala Mariano: Vite degli Italiani benemeriti della libertà e della patria (Firenze 1883); Fortunato Giustino: I Napoletani nel 1799 (Firenze 1886); De Rosa N.: Per mons. Natale martire illustre; Migliaccio F.: Cenno biografico di mons. M. di Natale (su L’Araldo, Caserta 1891); Conforti L.:  Napoli nel 1799 (Napoli 1889).

[5] Riduzione allo stato laicale (cfr. Cod. Jur.. Can. (Romae MCMXIX) can. 211-216.

[6] Iannelli G.: op. cit. pag. 121

[7] Parascandola G.: Monografia di Vico Equense (Napoli 1858) pp. 154-155.

[8] Iannelli G.: op. cit. pag. 121

[9] Papa Pio VII, siccome era stata violata l’immunità ecclesiastica, scomunicò temporaneamente i vescovi e la Giunta di Stato.

Dante B. Marrocco

fonte

https://digilander.libero.it/mgiugliano/Museo/Vescovo_Natale_lettera_bis.htm

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