Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

UNA PIRAMIDE NEL CIMITERO LE MEMORIE DELL’ING. FILIPPO GIORDANO

Posted by on Lug 28, 2020

UNA PIRAMIDE NEL CIMITERO LE MEMORIE DELL’ING. FILIPPO GIORDANO

Da piccolo m’incuriosiva una particolare tomba a forma di piramide nella parte più vecchia del Cimitero di Arpino. All’epoca non sapevo a chi fosse quel Filippo Giordano, nato in Arpino il 16 gennaio 1834 e morto a Napoli il 7 agosto 1897, come si leggeva a stento sulla lapide. Gli adulti ai quali rivolgevo qualche domanda ne sapevano più o meno quanto me. Qualche anno dopo ho scoperto che Filippo Giordano era l’ingegnere che progettò e diresse i lavori del viadotto di Corso Tulliano, che gli Arpinati chiamano ancora “strada nova”. Lo stesso Filippo Giordano lasciò, alla sua morte, la cospicua eredità costituita dalla sua villa al Vomero alla “Congregazione di Carità di Arpino”.

La villa, che fu venduta dalla congregazione nel 1922, è oggi suddivisa fra vari proprietari, anche se si chiama ancora “Villa Giordano” (per maggiori informazioni: Ersilia Di Palo in http://www.vomeromagazine.net/una-costruzione-del-500-nel-cuore-del-vomero-vecchio/ ).

Filippo Giordano fu, inoltre, uno dei “risorgimentali” di spicco del paese, insieme ad Angelo Incagnoli e Giuseppe Polsinelli, anche se non abbracciò la carriera politica come questi ultimi due.

L’inusuale forma piramidale della sua ultima dimora fa venire subito in mente una possibile affiliazione alla massoneria anche se, nelle sue memorie riportate di seguito, nega a più riprese di averne fatto parte.

Alcuni passaggi delle sue riflessioni politiche svelano, però, l’avvenuto contatto almeno con le idee della setta degli “Illuminati di Baviera”; stesso contatto ravvisabile in molti altri risorgimentali meridionali, anche odierni. Sono note a tutti le oscure leggende sataniche e sataniste che circondano quella setta, che alcuni considerano non più esistente, mentre per altri sarebbe ancora ben attiva, e costituita da potentissimi gruppi di potere internazionali che tenterebbero d’influenzare i destini del mondo. Non ho elementi per pronunciarmi in merito. Devo comunque dire che le idee di quella setta, portate nel 1785 nel Regno di Napoli dal teologo luterano Friederich Münter, qualcosa di diabolico dovevano averlo. Quelle idee, in breve tempo, riuscirono a irretire buona parte degli intellettuali dei Regni di Napoli e di Sicilia, che pure erano riusciti a creare scuole di pensiero autoctone con aspetti molto interessanti. Le stesse idee provocarono le atroci ecatombi del 1799 durante l’effimera “Repubblica Napoletana”, i cui vertici erano per la quasi totalità appartenenti a quella setta. Quelle idee furono anche alla base di tutti gli spargimenti di sangue successivi, fino al 1860 e oltre; e di tutte le conseguenze, e conseguenze delle conseguenze, fino all’odierna questione meridionale. “Riconoscerete l’albero dal frutto, perché un albero buono non può produrre frutti cattivi, e un albero cattivo non può produrre frutti buoni.”. Le parole di Gesù dovrebbero farci riflettere sulla qualità di quell’albero di idee, piantato nel Regno di Napoli nel lontano 1785.

Semi di quell’albero, a quanto pare, erano giunti anche in Arpino, forse tramite quell’Antonio Jerocades, prima Massone e poi “Illuminato” di spicco, che aveva insegnato dal 1765 al 1771 nel Collegio Tuziano della vicina Sora.

Occorre chiarire che l’Arpino di quell’epoca non era il piccolo paese in Provincia di Frosinone che è diventato oggi. Era, invece, un rinomato e popoloso centro industriale della Provincia di Terra di Lavoro, con più abitanti del capoluogo Caserta. La millenaria e tradizionale lavorazione della lana si era da tempo industrializzata, e aveva creato l’enorme ricchezza di diverse famiglie, anche grazie alle forniture militari in esclusiva, affidate dai tempi di Carlo di Borbone in poi.

La stravaganza della vicenda arpinate è che proprio esponenti di quelle famiglie, ricche e prospere grazie ai Borbone, divennero dei Borbone acerrimi nemici, al punto da rendersi protagonisti di eventi storici che avrebbero provocato, come effetto collaterale, la decadenza economica di Arpino e la definitiva scomparsa della tradizione laniera, che pure aveva sfidato indenne i millenni. I semi sparsi dal Münter potrebbero avere qualche responsabilità.

La vicenda terrena di Filippo Giordano s’inserisce in questo eccentrico processo storico. La sua “onesta e antica famiglia” aveva una radicata tradizione laniera, fonte di una prosperità forse residua che, comunque, gli permise di trasferirsi a Napoli e portare a termine costosi studi.

Quella famiglia aveva “tradizioni liberali innate” alle quali restò fedele anche il rampollo Filippo, che non tardò ad associarsi “con coloro che preparavano la rivoluzione”, fino a divenire “Commissario Politico del Comitato d’Ordine” e poi, con qualche incongruenza, collaborare con il “Comitato d’Azione” nei sanguinosi scontri nei pressi d’Isernia.

Il risultato? Uso le sue stesse parole:

“L’Italia meridionale fu il bersaglio di quel malaugurato sistema di governo. Presunti martiri furono veri martirizzatori, e non esitarono a darla in balìa ai nuovi governanti, denigrandola e tollerando o, meglio, cooperando affinché fosse trattata da conquistata e messa a soqquadro. Dovevamo e fummo spogliati, calunniati, derisi.”

Arpino, 27/07/2020

                                                                                                                     Raimondo Rotondi

P.S.

Ho  ricopiato le memorie di Filippo Giordano da un file .pdf scarsamente leggibile e non ho resistito alla tentazione di attualizzare un po’ la prosa, anche per aumentarne la leggibilità. Le memorie, redatte da un esecutore testamentario sulla base di appunti sparsi, non risultano particolarmente curate. È errata addirittura la data nella sua introduzione, invecchiata di un secolo (giugno 1808 al posto del probabile giugno 1908).

Adempio l’incarico che il carissimo amico mio Filippo Giordano, nominandomi suo esecutore testamentario, mi affidò con la seguente sua disposizione:

“L’esecutore testamentario dovrà riordinare e stampare le mie memorie, che, da me scritte si troveranno nel mio studio: non si dovrà alterare il senso letterale dei miei scritti e si completeranno con gli elementi esistenti nello stesso studio. Delle memorie in parola si stamperanno 200 copie che, unite alle altre mie pubblicazioni, si distribuiranno ai parenti ed amici a cura e volontà della mia consorte, dell’esecutore testamentario e dell’amministrazione dell’ospedale di Arpino.”.

Napoli Giugno 1808  (?)

Avv. Ulderico Mariani

Poche parole a coloro che leggeranno

Sono stato assai titubante e ho esitato a lungo prima di decidermi a scrivere queste pagine, poiché trovavo per lo meno singolare che, alla fine del XIX secolo, si potessero leggere e ricordare le fasi di una vita modesta, circoscritta nelle pareti domestiche e tutta dedita al lavoro. È pur vero che non ho omesso di occuparmi del bene pubblico, ma l’ho fatto nei limiti della vita privata e per un sentito dovere. In questo scritto si troverà solo quel tanto che servirà a chiarire le idee e i fatti, sui quali ben pochi osano fermarsi per studiarne le cause e gli effetti. Si scrive sempre molto degli ambiziosi e degli agitatori, mentre poco o nulla si sa dei modesti e dei laboriosi.

L’uomo, nella sua vita, è preoccupato soprattutto da tre ideali: il suo benessere, la politica e la religione. Da questi tanto più si allontana quanto più vi si avvicina. Questa antinomia è compresa da ben pochi. I più non la capiscono e, se a loro si presenta, non osano soffermarvisi sopra. Per quanto si predichi il contrario: la base del benessere è la ricchezza e lo scopo della politica è il potere. Si diventa, però, tanto più agitati quanto più si diventa ricchi. Se si raggiunge l’apice della scala sociale si perde completamente la libertà individuale, come succede ai sovrani, specie se sono alla testa di un governo parlamentare. La politica e la religione sono guidate all’origine dai sentimenti più puri dell’umanità, ma presto o tardi degenerano in strumenti di oppressione. Accade perché la libertà e Dio sono i due enti che gli oppressi sempre invocano. Entrambi simboleggiano il bene e la virtù, ma i più astuti riescono a volgerli al proprio utile. Restano così soltanto la più dura oppressione e il nulla. Non è quindi illogico che il sentimento dell’umanità, sorretto dall’irreligione bene intesa, sia il grado più perfetto della civiltà e della religione stessa: il polo verso il quale tendono le aspirazioni e le credenze, che all’inizio sono sempre esclusive e ristrette.

Si vedrà come nella mia vita sono passato per questi vari stadi, perché sono stato sempre libero di me stesso, e ho studiato in ogni occasione le ragioni di quanto osservavo. Non ho compreso mai la felicità dell’ignoto, molto meno quella a cui ripugna la ragione. I miei studi speciali e prediletti delle scienze esatte hanno influito molto.

Questi convincimenti si sono rafforzati sempre più con l’età, e non hanno subito scosse e oscillazioni anche nei momenti supremi, nei quali molti sogliono smarrirsi. Ora che ho già compiuto il sessantesimo anno, se dovessi divenire decrepito e le mie idee dovessero vacillare, avverrà perché sarò rimbambito e le facoltà intellettuali non mi assisteranno più. Questo possibile ultimo periodo della vita mi ha sempre preoccupato, e fin dalla giovinezza il futuro mi ha dato sempre da pensare. Ho fatto perciò tutto il possibile per crearmi un  ambiente sicuro, nel quale riposare senza avere nulla da temere.

Queste mie memorie le dedico alla mia ottima consorte, che ha condiviso con me una vita schietta e senza sottintesi, ed è stata un modello di virtù domestiche, dirette sempre all’unico scopo per cui le religioni hanno ragione di esistere. Ha risolto così l’arduo problema di farsi ammirare anche dai più intolleranti, che non perdonano mai coloro che sanno sollevarsi esercitando la virtù per la virtù. Leggerà perlopiù cose che già conosce, e serviranno a capire quelle che ancora ignora. Abbiamo vissuto con la stessa anima in due corpi, e non tarderemo a compenetrarci in quell’unità che è principio e fine.

In queste memorie dovrò menzionare parenti e amici con i quali fui in cordiali e intime relazioni. Non dirò nulla degli ingrati e dei falsi, soprattutto di coloro che ho creduto sinceri, e si sono rivelati gesuiti camuffati da gentiluomini. Il mio proposito di non ricordare i loro nomi non è dettato dall’odio, ma dal disprezzo. Se hanno amareggiato la mia vita ritenendo di avere diritto sulla mia delicatezza e rettitudine, non ho atteso che fosse colmo il calice e me ne sono allontanato presto. Si tratta di sciagurati che alle deferenze e ai favori hanno risposto con sordidezze e profitti, senza sentire il dovere di non fare languire nella miseria i vecchi che hanno speso la loro vita a servirli onestamente.

Scrivo confidando nella benevolenza dei pochi che leggeranno questi scritti, e spero che siano di ammaestramento a ben vivere.

La mia fanciullezza

Sono nato in Arpino, il 16 gennaio 1834, da onesta e antica famiglia. Due circostanze accompagnarono la mia nascita: l’ottuagenario mio nonno Leone morì di apoplessia, per la gioia di avere avuto un nipote; mi tenne a battesimo il celebre P. Gavazzi.

Mio padre Giuseppe era il vero tipo dell’onesto proprietario di Provincia, condannato a distruggersi per virtù e difetti incompatibili coi tempi. Era giusto e onesto, e tali riteneva tutti gli uomini. Non curava la sua proprietà, ma aspettava che le rendite gli fossero portate a casa. Benché liberale convinto, era anche un fervente cattolico. Fremeva spesso, vedendo gli abusi della religione, ma non seppe mai allontanarsi dalla sua fede. Nel 20 prese parte attiva quale Alfiere dei Militi: si trovò ad Antrodoco sotto gli ordini del generale De Conciliis.

Mia madre Domenica Macciocchi, ottima, modesta e laboriosa donna, era la vera madre di famiglia. Tutto il suo mondo era concentrato e circoscritto nelle pareti domestiche.

Ho avuto due fratelli e due sorelle, più una terza sorella nata da un precedente matrimonio di mio padre.

I primi anni della fanciullezza sono passati come per tutti i fanciulli vivi e d’indole allegra, ma ben presto sono iniziate le note tristi. All’età di otto anni ho perso la buona madre, vera guida della famiglia. Non ho mai dimenticato tutti i particolari di quei dolorosi giorni, e dei tristi anni che li hanno seguiti. Voglia questo breve ricordo della madre soddisfare almeno il desiderio di eternarne la buona e grata memoria.

A circa dieci anni di età andavo a scuola come alunno esterno del Collegio Tulliano, dove ho appreso i primi rudimenti. Ero giunto al corso detto allora “di umanità” quando si svolsero i fatti del 48, che per primi mi hanno elevato in quell’orizzonte. Le tradizioni liberali erano innate nella mia famiglia. Mio nonno e mio prozio Filippo erano stati fra i proscritti del 99. La casa era stata allora saccheggiata dalle orde di Mammone e Fra’ Diavolo. Benché giovanetto di 14 o 15 anni, i precedenti di famiglia mi facevano riscuotere la fiducia dei liberali, che m’informavano e tenevano a parte di quanto accadeva. Erano tutti dei veri liberali, sinceri ed onesti. Merita fra essi speciale menzione Giuseppe Polsinelli, coetaneo di mio padre e già intimo amico e confidente di mio nonno, del quale spesso mi narrava. Ho amato perciò da sempre questo venerando uomo: di quell’amore deferente e confidente ad un tempo, che non viene mai meno. Il Polsinelli nel 20 aveva avuto una parte assai attiva. Nel 48, eletto deputato, firmò la protesta e poi corse sulle barricate. Di tempra forte e risoluta, e non si è mai spostato dalle sue convinzioni. Non ho mai conosciuto un uomo politico uguale a lui per tenacità nei principi, disinteresse nell’azione e abnegazione personale nei pericoli. La sua fede repubblicana lo ha fatto spesso trovare a disagio con i coetanei. Ha amato perciò i giovani, che hanno formato la sua compagnia prediletta.

Fra i compagni di scuola molti, come me appartenenti a famiglie liberali, erano animati dallo stesso sentimento. Era nata con essi quell’amicizia dei primi anni, che mai viene meno. Ci confidavamo a vicenda, e fra noi non vi era segreto, ma era necessario guardarci dai perversi: cosa incomprensibile e fastidiosa per giovanetti imberbi. La maggior parte dei maestri era titubante e timorosa. Quello di umanità, però, non esitava e ci informava e istruiva sulle varie forme di governo, e sull’importanza dell’indipendenza e unità della nostra Italia. Procuravamo di leggere prose e poesie su quegli argomenti, scambiandocele o commentandole insieme. Erano davvero belli e attraenti quegli ideali, che si creavano spontanei nei nostri giovani animi. È dolce il ricordo di essi, benché tante disillusioni li abbiano oramai oscurati.

È purtroppo noto che nel 48 tutto andò subito in rovina, con gli ultimi generosi sforzi concentrati a Venezia e a Roma. In Arpino, così vicino a Roma, si partecipava a quei fatti. Due volte stringemmo  la mano ai garibaldini in Arce e a Castelluccio, ma non passò molto e la reazione invase tutto, anche il Collegio Tulliano, che fu affidato alla setta nera.

Di carattere aperto e indipendente non ho mai sopportato quella calamità, e mi sono sempre ribellato al perinde ac cadaver. Ho dovuto lottare per più anni contro i vampiri che quell’insano e scempio governo aveva lanciato contro la gioventù, per abbrutirne le menti. Vera follia che, inconsapevole dei tempi, ha portato a risultati opposti e ha preparato il sessanta.

La Compagnia di Gesù

Figlia son di un soldato, odio la pace,

nacqui fra l’armi, ho la pietà bandita

mi fu madre crudele una ferita

onde la morte e il sangue altrui mi piace.

Son barbara, son cruda, son rapace

e nell’armi avvezzai l’alma inferita

e se in mezzo alle stragi ebbi la vita

porto dovunque vado ferro e face.

Non conosco altro Dio che il proprio orgoglio

per me le monarchie ancor son dome

e nell’ipocrisia ho quel che voglio.

S’inganna il mondo ognor, né si sa come

Compagnia di Gesù chiamar mi soglio

se di Gesù non ho che il solo nome.

Ho voluto ricordare questi versi dopo oltre 40 anni che li ho appresi, non ricordo come e dove. Quei melliflui velenosi mi hanno ispirato un’invincibile ripugnanza fin dal primo giorno che li ho conosciuti e sono stato a loro presentato. Frequentando per forza la loro scuola ed obbligato alle pratiche che imponevano con rigore, non potevo persuadermi come un padre, che veramente ami i propri figli, possa affidarli a questa setta. I più intelligenti, se sfuggono dai loro artigli, sono resi inutili per loro stessi, per la famiglia e per la patria. È pur vero che il loro veleno per alcuni non è efficace, ma sperimentare se i propri figli siano o no dei Mitridate è una menzogna come quella di sentirsi padre dei disgraziati giovanetti sottoposti all’esperimento.

Dovevo rassegnarmi a frequentare la scuola dei Gesuiti, ma ero alquanto istruito sul loro conto avendo anche letto il Secreta Monita Gesuitorum. Mi confidavo con altri due compagni, simili a me per posizione di famiglia, sentimenti e istruzione. Odiavamo quei finti cristiani, e il nostro odio cresceva ogni giorno. A volte non riuscivamo a celarlo, tanto che rischiammo di essere espulsi. I Gesuiti non potevano tollerare che non ci prestassimo a riferire sui compagni, ma che, al contrario, facessimo il possibile per scovare e tenere alla larga i delatori. Era pure per loro insopportabile che fossimo poco o punto edificanti sulle pratiche religiose. In realtà non ne eravamo per niente attratti, e le loro esagerazioni finivano per farcele del tutto disprezzare. Ben presto fummo ribattezzati col nome d’irriducibili.

Va qui notato che un vecchio settario calzolaio, già maestro dei Carbonari, sentiva per me molta predilezione, e mi aveva istruito su vari segreti della setta, dalla quale mi guardavo fin d’allora.

Comprendevo, e in seguito me ne convinsi sempre più, che la forza della setta risiede nel fatto che gli affiliati, sentendosi sorretti, hanno un’energia che manca agli uomini onesti e dediti al lavoro. Questi ultimi vivono isolati e sono quindi sopraffatti dai primi. Il dominio segreto, ma vero, nel mondo e in ciascuno stato, è conteso da due grandi affiliazioni: i Gesuiti e i Massoni. Entrambi agiscono nell’oscurità, e con gli stessi metodi. Mostrano in apparenza fini diversi, che in sostanza sono identici. È impossibile guardarsi da questi due immensi polipi. Per essi ogni virtù è derisa, mentre il vizio trova appoggio e protezione. La famiglia e la patria sono sopraffatte dal concetto vago di umanità. Così sempre fu e sarà, perché le due diramazioni emanano perfezionate da simili antichissime associazioni, e si estendono a tutto il mondo civile e incivile. Risalgono dalle infime classi sociali alle più elevate. I sovrani stessi, temendo il loro tenebroso lavorio, procurano di amicarsele e ne sono complici.

Lasciamo per ora i Massoni.

I Gesuiti hanno ridotto il cattolicesimo a mera finzione. Tutto poggia su una grazia che, per di più, non si sa quando e come meritare. Poche parole chiariranno meglio il concetto. Le massime che quei padri predicavano a noi giovani allievi, in ogni occasione, si possono riassumere come segue: lo scandalo è peggiore della colpa. Uomini illibati si erano perduti in eterno per un semplice cattivo pensiero negli ultimi istanti della vita, mentre i primi malfattori si erano salvati con un atto di attrizione, manco di contrizione, negli stessi ultimi momenti. San Luigi Gonzaga, il modello della gioventù, era tanto modesto da non guardare la madre in viso. Per aver dato un bacio alla sorella fece tre mesi di penitenza. Abbandonando i genitori per darsi a Dio si raggiunge la massima perfezione, invertendo quasi le parti del sacrificio d’Isacco. Nel complesso questo Dio è un tale despota che non basta osservarne le leggi. Tutto dipende dalla grazia. In altri termini sono le sue simpatie o antipatie che salvano o perdono i mortali. Quando si tratta dei voleri dispotici di Dio, padre, madre e famiglia scompaiono. È un delitto sentirne gli affetti. È virtù sacrificarli. Immaginiamo se valeva la pena di mettere in campo la patria! Per finirla con questi innumerevoli assurdi, era essenziale tenere sempre gli occhi bassi, anche di fronte alla madre, imitando il suddetto modello etico. Poco importava che, seguendo quelle massime, si rischiava di finire come il modello stesso. Per agevolare un tale risultato, i giovanetti erano tenuti in camerini separati.

Non vanno dimenticati i santi spirituali esercizi. Per averne una certa idea bisogna immaginare un ambiente quasi oscuro, e tutto parato a nero. Poche candele accese mostrano un energumeno che, con voce studiata e monotona, grida di un Dio irascibile e vendicativo, che punisce il giusto per il peccatore: i figli, nipoti e pronipoti per padri, avi e bisavi che si sono lasciati stimolare dal peccato. L’inferno è sempre aperto. I demoni sono sempre vicini e pronti. È difficile, al contrario, l’accesso al paradiso. Pauci sunt electi. I santi avvocati vogliono lunghe preghiere, e feste con grida, urli e strepiti per l’intero giorno e per più giorni. Infine: confessione generale. Perinde ac cadaver.

Quei signori furono dapprima assai blandi con me, perché volevano tirarmi alla loro setta. Durò poco. Per apprezzare le cose al giusto termine, debbo far notare che ero sempre fra i primi per profitto negli studi, specialmente nelle scienze naturali. Ottenni anche la medaglia nelle matematiche e nella fisica. Giova pure rilevare, e parrà singolare, che meritai vari premi nel commentare l’alta dottrina del Bellarmini. Il mio carattere aperto mi portava, però, a cercare la ragione di tutto. A questo si deve la mia tendenza per lo studio delle scienze esatte. La filosofia teologica e gli atti di fede non li potevo ingoiare, ed erano per me assurdi.

Trascorsi così quattro lunghi anni di quell’età in cui tutto è poesia: i più adatti per gli studi letterari e filosofici. Molti illusi credono che quegli studi si facciano con profitto dai Gesuiti, e che la loro educazione si debba tenere in conto. Lo dicono forse in buona fede, perché non sanno come stanno le cose. I più fra essi deplorano poi le conseguenze di una tale apparente istruzione e deplorevole educazione, quando non vi si può più porre rimedio. Il primo periodo della mia vita ebbe molta influenza sugli altri che seguirono, perché le mie opinioni religiose non sono cambiate mai. Un fatto simile fu sempre da me rimarcato anche in tutti i miei compagni, pur divisi in due opposti estremi. Coloro i quali, per indole e sentimenti contrari, si sono sottomessi a una tale istruzione ed educazione sono valsi poi nulla, o ben poco, nella vita.

Dal 1854 al 1860

La mia tendenza per le scienze esatte mi fece scegliere l’ingegneria. Mio padre mi voleva avvocato o medico, ma poi aderì ai miei desideri. I Gesuiti avevano generato in me un’avversione per gli studi di filosofia e diritto, perché la base della loro filosofia era la rivelazione e, quindi, il diritto poggiava sulle credenze. Comunque fosse, mi liberai dai detti odiati precettori e mi recai in Napoli per divenire uomo. Questo aveva una grande importanza in quei tempi di oppressione, perché si dovevano superare serie difficoltà create dal governo, che temeva studiosi ed atti a sollevarsi. Si aggiunga che le finanze della mia famiglia erano molto scosse. Potevo soltanto studiare con profitto, e farmi una posizione, o aumentare il numero degli spostati. Mi sono sempre preoccupato, forse troppo, dei bisogni della vita e dell’avvenire. Viste le incertezze e l’anormalità dei tempi, temevo di non poter giungere a prendere una professione, o non mi fosse possibile poterla esercitare. Avevo perciò appreso anche l’arte di rilegatore di libri. In qualunque eventualità avrei così avuto da vivere.

In Napoli presi a frequentare lo studio dei Professori Tucci e Cua, nel quale in seguito insegnarono anche i Prof. Panunzio e Battaglini. Lo studio fu per me una vera rivelazione, perché, nonostante le medaglie ottenute nel collegio di Arpino, compresi subito che non sapevo cosa fosse la matematica. Mi rassegnai a rifare tutto da capo e non mi fu duro, perché i nuovi maestri invogliavano a studiare, svegliando e non abbrutendo la ragione. Questo fece nascere in me tale stima e amore per quelle venerande persone, che ho sempre fatto il possibile per coltivare e conservare le loro buone relazioni. Furono sempre fra i miei migliori amici, specialmente il Cua, col quale in seguito contrassi intimi rapporti di famiglia. Se i giovani comprendessero quale soddisfazione si prova nell’età adulta vedendosi stimati e amati dai vecchi maestri, tante deplorevoli scene sarebbero impossibili. D’altro canto i maestri dovrebbero anche invogliare i giovani a studiare, dando loro l’esempio con l’essere sempre assidui e solerti nell’adempiere al proprio dovere. La malintesa politica, purtroppo, invade e ammorba tutto.

In breve tempo mi posi al pari dei miei compagni, e non mi sentii più inferiore. Napoli allora non aveva una scuola di liberi Ingegneri. All’Università si dava un certo ibrido diploma nelle scienze matematiche, che ottenni ben presto. La sola vera scuola d’ingegneri era quella dei Ponti e Strade, alla quale si era ammessi per concorso ogni biennio. Feci questo concorso e fui ammesso, ottenendo l’undicesimo posto fra un centinaio di concorrenti. L’ammissione ai Ponti e Strade fu un fatto importante, perché mi assicurava una buona carriera. Mi dispensava anche dalla leva, togliendomi, inoltre, dalla condizione di studente, che all’epoca era insopportabile per le continue vessazioni della polizia. Il corso di quella scuola durava quattro anni. Vi rimasi perciò fino al 1860.

È necessario dire qualche particolarità di questo periodo, che fu il più scabroso della mia vita e quello dal quale dipese tutto l’avvenire.

Lo studente, che durante gli studi cammina difilato al suo scopo, non apprende soltanto la scienza o l’arte per la quale s’incammina, ma si prepara anche l’ambiente per esercitarla. Questo è vero soprattutto per coloro che lasciano le famiglie e si recano nei grandi centri. La lontananza dai familiari fa sentire il bisogno di nuovi legami, che si possono trovare soltanto in una sincera amicizia. Ben fortunato è chi, in questa condizione, incontra un vero amico. Io fui fortunato.

Angelo Incagnoli, nato in Arpino circa tre lustri prima di me, era un’anima eletta che i più non compresero. Da giovanetto si era stabilito in Napoli. Ci conoscevamo per intime relazioni di famiglia, ma non avevamo mai avuto modo d’intenderci. Ci comprendemmo presto e la nostra amicizia, che non subì mai oscillazioni per un terzo di secolo, fu interrotta soltanto dalla morte. Il 15 maggio 1884 cadde ed esalò l’ultimo respiro fra le mie braccia, nella mia villa al Vomero e nella mia casa.

Di animo nobile e altruista, perse molti anni ad arricchire esseri che non seppero mai apprezzarlo e, secondo il loro costume, gli furono ingrati, abbreviandogli così la vita. Virtuoso e capace voleva fare, ma non seppe affrontare le ire e non volle gettarsi nella corrente. Fu amareggiato e paralizzato dalla perdita immatura dell’ottima consorte e di ben cinque figli, già adulti ed assai bene educati.  Lasciò un’unica figlia e modesta fortuna.

La vita d’Incagnoli si può riassumere in un lavoro continuo, soprattutto a vantaggio degli altri.  Da Deputato e poi Presidente del Consiglio Provinciale di Terra di Lavoro, Amministratore dell’Istituto di San Lorenzo di Aversa, Assessore comunale di Napoli, Censore del Banco, Membro della Camera di Commercio, Deputato al Parlamento e componente di varie importanti commissioni – fu sempre ugualmente operoso, integerrimo ed amante del pubblico bene. Aveva la parola facile e una base di studi seri, a cui andava aggiunto il fare schietto e la figura simpatica. Ovunque e comunque fosse, raggiungeva sempre una posizione importante. Il suo difetto era che non andava al fondo delle questioni e non vedeva l’importanza di risolverle, ma si arrestava nel bel meglio. Oltre al suo carattere mite e accomodante, influiva anche la varietà delle sue occupazioni, ivi comprese le cure domestiche.

Poco più di un anno prima di morire aveva maritato l’unica figlia superstite a un giovane, anch’egli di Arpino, intelligente, attivo e bene istruito nell’ingegneria, che aveva anche collaborato nel mio studio. I caratteri, le tradizioni e gli ambienti delle due famiglie erano, però, troppo diversi. Ben presto si trovarono a disagio. La nuova coppia s’intendeva ed era sempre in buon accordo, ma quanto li circondava era incompatibile con i sentimenti liberali, l’indipendenza religiosa e il franco e leale operare d’Incagnoli. Avendo egli perso l’ultima consorte si era, fra l’altro, riammogliato con una sorella di questa, ex monaca professa. Il genero aveva ben quattro zii paterni preti, molto intransigenti. In cuor loro non gli perdonarono mai questo matrimonio, anche se lo lusingarono fino agli ultimi istanti della loro vita. La loro fortuna la lasciarono, però, al figlio di una loro sorella, per il quale non si erano mai mostrati teneri.

Ritornando alle mie personali relazioni con Incagnoli: il mio modo di vedere era diverso dal suo, ma ci trovavamo sempre concordi nel fine. Egli facilmente tollerava, spesso temporeggiava e sempre perdonava. Io, al contrario, volevo andare forse troppo in fondo. Bisticciavamo, ma in conclusione ci stimavamo ed amavamo. Per giunta io avevo per lui una filiale deferenza.

Strinsi questa intima amicizia durante gli anni della più insensata tirannia borbonica. Sono troppo note le sue gesta. Gli studenti erano presi di mira, ed erano soggetti a mille vessazioni. Per questo non tardai ad associarmi con coloro che preparavano la rivoluzione. Incagnoli lavorava a questo fine, come pure il Polsinelli. C’intendemmo presto, e quello che trovavamo necessario lo facevamo di comune accordo. Ricordo e rimpiango quel periodo di poesia e abnegazione. L’Italia una e libera era il nostro sogno. Sorrideva in un modo tanto bello ed attraente, che può essere compreso solo chi ricorda quei tempi senza rimorsi. Gl’interessi individuali ed i compensi non avevano ancora ammorbato l’ambiente.

Mentre ero così lieto che si realizzassero le aspirazioni dei miei primi anni, orgoglioso di prendere parte attiva al risorgimento politico del paese, si preparavano anche giorni per me assai tristi. Le finanze della mia famiglia andavano di male in peggio. Le rendite non bastavano più a pagare gli interessi sui debiti. La prima sorella consanguinea era morta. La seconda si era maritata. Uno dei fratelli si era tolto dai guai facendosi monaco. Restavano il padre di oltre settant’anni, una sua sorella di circa ottanta, il secondo mio fratello e l’ultima sorella. Per risolvere la deplorevole situazione, presi da Arpino i quattro componenti della famiglia e li condussi in Napoli. Curai in seguito che fosse venduta la maggior parte della proprietà, per pagare il dovuto e non dovuto. Non mancarono gli approfittatori. Restò poco, mentre i bisogni erano molti. Cinque persone dovevano vivere. Iniziai a fare il commesso in uno studio commerciale, cedendo poi il posto a mio fratello. Mattina e sera insegnavo matematica e, nelle ore intermedie, assistevo alla scuola dei Ponti e Strade. Il mio fare radicale e preciso, unito all’aver soddisfatto tutti i bisogni di mio padre, mi procacciarono la stima e la fiducia di quanti mi conoscevano. Questo mi avrebbe giovato molto nell’avvenire.

Era questa la mia situazione quando si giunse al 1859. Che fare? Dovevo per forza attendere di poter essere utile in Napoli. Mi confortava molto l’Incagnoli. La burrasca giunse presto nell’Italia Meridionale e Garibaldi sbarcò in Sicilia con mille eroi. Lo studio d’Incagnoli divenne un centro di preparazione alla lotta. Stampe, armi e munizioni erano depositate nei suoi magazzini e poi distribuite. Si organizzavano dimostrazioni e diserzioni nell’Esercito Borbonico, specialmente di sottufficiali. Era un lavoro pericoloso, specialmente dopo la proclamazione dello stato d’assedio. In quelle diserzioni ebbi una parte speciale, introducendomi nei quartieri dell’esercito. Non mancò il delatore. Riuscii a pormi in salvo, avvisato in tempo da un sergente del comando di piazza.

Il sessanta

Trovo necessarie alcune importanti precisazioni sulle mie idee politiche. Nel sessanta fu necessario transigere, ma quanto è avvenuto negli anni successivi ha confermato questi convincimenti.

Le mie aspirazioni erano repubblicane. Il 1820 si rifletteva nella mia mente assai triste, e il 1848-49 molto oscuro. Non ho mai compreso la politica dello scettico e credente ad un tempo, che non assume nessuna posizione decisa, e firma anche la sua scomunica, incurante del precipizio a cui si va incontro e del venir meno di ogni alto ideale. Questo può piacere agli ambiziosi e agli spostati, ma opprime gli onesti dediti al lavoro, preparando con lo sconforto la miseria e la rivoluzione.

I famosi principi del 1789 erano sfuggiti di mano alla Francia. L’Italia aveva trovato la sua ragione di essere raccogliendoli dalla polvere, con questa bandiera. La difesa di Roma ne era stata la grande epopea. Con quel memorabile assedio la Francia aveva commesso il più madornale errore, che poi aveva confermato a Mentana. Nella sua proverbiale leggerezza non ha mai compreso che il primo nemico del progresso è il Papato, sorretto dal gesuitismo, e che l’Italia era destinata a schiacciarlo con l’aiuto della Germania, dalla quale era partita la Riforma e vi si era solidamente basata. Con la pace di Villafranca del 1859 la guerra di principio si prostituì in una guerra di conquista. Il suolo italiano si valutò e scambiò a date ragioni. Nel 1870 la Francia avrebbe pagato assai caro questo sacrilegio. L’Italia, annuendo al mercato, aveva abdicato nel suo nascere a quanto la poneva, per la terza volta, alla testa della rigenerazione morale e materiale dei popoli.

Non sono stato mai entusiasta del Conte Cavour, che ha affrettato l’unità e l’indipendenza d’Italia senza attendere che si compisse per virtù propria, preferendo riprenderne una parte allo straniero e cederne un’altra all’alleato, a sua volta straniero e prepotente. Non ha compreso che la Germania e l’Inghilterra sono le nostre naturali alleate, specialmente volendo trasportare la capitale d’Italia a Roma, perché queste due nazioni sono emancipate dal Papato, mentre la Francia ne è e ne sarà servile, finché sussisterà. Si doveva capire con chiarezza che dovremo presto o tardi confrontarci con quest’ultima nazione. Non si doveva proprio per questo cederle le porte occidentali del paese, culla del popolare eroe e del futuro Re d’Italia.

Il movimento insurrezionale, intanto, si propagava all’Italia centrale e al mezzogiorno. I Francesi occupavano Roma e non vi era perciò da scegliere. Tutti accettammo il grido “Italia una e Vittorio Emanuele”.

Polsinelli nutriva le suddette idee, che in gran parte mi aveva ispirato. Incagnoli era più dei tempi e assai meno accentuato di noi. Ci trovammo tuttavia sempre d’accordo nell’agire, perché l’odio contro i Borboni era uguale e ci univa.

Il tempo di agire era giunto. Sistemai alla meglio le cose di famiglia, e accettai la qualità di Commissario Politico del Comitato d’Ordine. Partii da Napoli per promuovere e coadiuvare la rivoluzione in Terra di Lavoro e negli Abruzzi. Ero pieno di entusiasmo, anche se avevo il cuore lacero, perché due vecchi, padre e zia, e una giovane sorella dipendevano da me. La loro esistenza era subordinata alla mia. Feci un primo giro nel circondario di Sora. Mi recai poi in quello di Piedimonte, dove a Pietramelara m’intesi con De Blasio sul da farsi. Promossi anche un’adunanza a Cassino, nella quale si concluse ben poco. Si temeva molto il Sottointendente di Sora che, fino a quel momento, aveva perseguitato a morte i liberali. Decisi di tirarlo a noi. La sera stessa ero da lui a Sora, e ci intendemmo.

Se i sovrani potessero comprendere quale terreno si preparano, opprimendo o trascurando quanti non si sanno sottomettere, agirebbero in altro modo. L’ambiente in cui vivono, preparato e custodito con cura dai cortigiani, nasconde loro tutto. Sono persuaso che il maggiore e incessante studio dei cortigiani sia quello di tenere il sovrano lontano dal suo popolo. Per popolo intendo l’insieme che costituisce la parte vitale di uno Stato e ne sopporta i pesi. Quanto si è detto avviene in qualunque forma di governo: senza cortigiani i popoli sarebbero felici e non vi sarebbero spodestati.

In Napoli si erano costituiti due comitati rivoluzionari: d’Ordine e d’Azione. In realtà si faceva quello che si doveva, in nome dei due comitati, senza preoccuparsene troppo. Ero partito sotto gli auspici del Comitato d’Ordine, ma mi ero incontrato con Lorenzo Iacovelli, appartenente a quello d’Azione insieme ai fratelli Capocci. La diversa origine non impedì che trovassimo l’accordo per cooperare allo stesso fine. L’avvocato Iacovelli aveva preso parte attiva ai moti del 1848. Il 15 maggio era stato ferito, ed era stato poi a lungo in carcere. Uno dei due fratelli Capocci, nella stessa epoca, era stato in Lombardia. L’adunanza tenuta a Cassino mi aveva convinto che, per fare qualche cosa, occorrevano altri elementi. Mi posi perciò in buone relazioni con questi nuovi venuti, e decidemmo di rompere gli indugi e proclamare il governo provvisorio a Sora. Spiegai che mi ero inteso con il Sottointendente, che era con noi. Parrà incredibile: nella solenne funzione i gendarmi borbonici mantennero l’ordine, scortando e rendendo gli onori dovuti alla bandiera della rivoluzione, nel giro che con essa facemmo per la città!

Da Sora, con pochi amici, mi portai in Arpino. Alla porta ci venne incontro Polsinelli, con la bandiera spiegata. Si entrò in città, fra gli abbasso al vecchio e gli evviva al nuovo ordine.

Nella piazza, davanti al palazzo comunale, nel 1799 mio nonno aveva innalzato l’albero della repubblica, e nel 1820 mio padre vi aveva spiegato la bandiera della libertà. Fui perciò doppiamente fortunato a sciogliere un voto e non mancare alle tradizioni di famiglia.

Il vecchio calzolaio, maestro dei Carbonari, volle abbracciarmi. Era commosso e ripeteva: “Ricordo tuo nonno e tuo padre. Non sei diverso da loro.”.

Il governo provvisorio di Sora si attirò lo sdegno speciale del Borbone, perché gli minacciava le spalle mentre si preparava a difendersi fra Capua e Gaeta. Per questo molti stimarono imprudente quel moto, anche se le rivoluzioni si compiono con l’imprudenza. Fu subito spedito verso Sora un battaglione con gli ordini più severi, specialmente riguardo ai componenti del governo provvisorio. Nelle rivoluzioni succede che pochi audaci le compiano e i più siano rimorchiati. Quando a Sora si seppe del battaglione che marciava alla nostra volta, restammo in pochi decisi alla resistenza. Si deve aggiungere che colà i discendenti dalle orde del famigerato Mammone erano molti. Fra questi si trovava un tale Lonzi Lonzi Chiavone (sic n.d.r.). Questo tale organizzò presto una numerosa banda con le vecchie tradizioni. Il campo prediletto, detto la Selva, è assai adatto a questi fini. Ci trovammo quindi con i Borbonici di fronte e i Reazionari, poi Briganti, alle spalle. Eravamo una trentina. Dovemmo per forza cedere al numero esorbitante e abbandonare Sora.

Teodoro Pateras e Giuseppe Fanelli, nel frattempo, organizzavano alla meglio la Legione dei Cacciatori del Vesuvio, restando nei pressi d’Isernia. Ci venne l’idea di correre da loro, rafforzarli e indurli ad opporsi alla marcia dei Borbonici verso Sora, attaccandoli di fianco presso Cervaro. Essi, però, erano impegnati a reprimere le tremende reazioni che già si manifestavano in quelle contrade. Garibaldi, intanto, era entrato trionfalmente in Napoli. Il Borbone era fuggito e si era ritirato a Capua. Restava in piena balìa dell’esercito borbonico tutta la maggior parte di Terra di Lavoro posta sulla destra del Volturno, sulla quale fu scagliata la fuggitiva polizia siciliana, con tutti i galeotti che il Borbone riuscì a raccogliere. Sempre vili e perversi! Fugge dalla capitale, dove non sa difendersi e morire, e vuole recuperare il Regno con briganti e galeotti! Di questi in seguito ne ebbi due in mano, che scontavano la pena: uno per omicidio e l’altro per furto qualificato.

Non conoscevo personalmente né Pateras né Fanelli, ma simpatizzammo presto. Con quelli che mi seguivano, e altri che raccolsi, formai la quarta compagnia della legione e ne presi il comando. Mancavano, però, armi e munizioni. M’incaricai di procurarle e da solo mi recai in Napoli, sfuggendo ai Borbonici scaglionati lungo il percorso.

Incagnoli mi presentò a Garibaldi, che mi fornì quanto richiedevo, dandomi anche istruzioni e ordini per Pateras. Il problema era raggiungere Isernia con le armi e le munizioni ricevute. A Napoli avevo conosciuto il maggiore Ghirelli, che si unì a me con alcuni giovani volontari. Con questi affrontai la difficile opera.

Occorre premettere che Garibaldi aveva tentato invano di occupare Caiazzo. I suoi volontari occupavano la linea da Maddaloni a Montesantangelo. I Borbonici, perciò, dominavano sulla destra del Volturno, ma non si erano distesi a monte del fiume. Tutto sommato, percorrendo la Valle di Maddaloni fino al ponte sul Calore si era al sicuro. Più in là occorreva sapersi regolare in base agli eventi. Divisi il carico in due. Il primo assai leggero, e con mezzi celeri, partì con me e con i nuovi compagni. Il grosso del carriaggio veniva dopo, scortato da Guardie Nazionali comandate da mio fratello Leonardo. Passai il ponte sul Calore e proseguii oltre. Subito dopo il ponte fu occupato dai Borbonici, che si preparavano a dare battaglia il 1° ottobre. Mio fratello, avvisato in tempo, tornò indietro e salvò quelle munizioni, che servirono a Bixio per distruggere i Bavaresi sul ponte della Valle. L’ora fatale per i Borbonici era suonata.

Io raggiunsi Pateras e Fanelli a Isernia, con le armi e le munizioni. La legione dei Cacciatori del Vesuvio scarseggiava di armi, al punto che la terza compagnia si era dovuta armare con i bidenti. La compagnia armata in modo così singolare aveva portato lo spavento fra i reazionari di Gallo. Quelli, da noi attaccati, avevano opposto fiera resistenza contro le compagnie armate di fucili, ma furono presi da terrore alla vista di quegli improvvisati diavoli. Tali parevano e tali li credettero.

Gli ordini di Garibaldi erano di marciare contro le orde reazionarie che infestavano la Valle del Liri, comandate dall’avventuriero tedesco Lagrangia (sic n.d.r.). Completato alla meglio l’armamento della legione, lasciammo a Isernia il maggiore Ghirelli con pochi volontari e ci ponemmo in marcia per Casteldisangro e Solmona. Volevamo prendere i nemici alle spalle nella Valle di Roveto. Ero contrario a questa marcia girante, che ci allontanava dall’obiettivo. Sostenni che era necessario attaccare i Borbonici presso Cervaro, e possibilmente spingersi fino a Sora. I fatti successivi mi diedero ragione, perché Ghirelli non poté difendere Isernia contro forze preponderanti. Ebbe così luogo la barbara reazione d’Isernia.

Iniziata la marcia, facemmo una prima sosta a Casteldisangro e poi a Solmona. Qui avemmo una festosa e sincera accoglienza da tutti quei gentiluomini, specialmente i Ricciardi, che si unirono a noi e cooperarono in tutti i modi possibili. Incontrammo la legione del Gran Sasso, comandata da Antonio Tripoti, e le guardie nazionali mobili chietine, comandate dal barone Silvio Ciccarone. A Solmona trovammo i resti di un magazzino dell’esercito borbonico, e ci rifornimmo di armi, munizioni e vestiario. Fu una vera provvidenza.

Erano già in corso terribili reazioni. Quella di Isernia si segnalava per l’inaudita barbarie. Le minacce partivano da tre centri: Isernia, Valle di Roveto, Lama e Taranto. L’obiettivo era Solmona, per chiudere il varco alle truppe italiane che avanzavano dalle Marche. Prima che la fiumana si ingrossasse, e ci circondasse, bisognava attaccare quell’accozzaglia e sbaragliarla. Ci dividemmo in tre corpi. Pateras e Fanelli, alla testa del primo, si diressero alla Valle di Roveto. Tripoti col suo ad Isernia. Io, con Ciccarone e Tommaso Ricciardi, mi rivolsi contro Lama e Taranto. Prima di metterci in marcia, quando erano già partiti da Solmona i due primi corpi, venimmo a conoscenza di una vasta reazione di sbandati organizzata dal capo della gendarmeria borbonica, rimasto in città. Sventai il complotto con un colpo di mano, impossessandomi dell’organizzatore e capo.

A Lama e Taranto si era formato un vero esteso centro di reazione minacciante Polena, che resisteva. Non avevo forze sufficienti per attaccare quei reazionari. Dovevo anche scongiurare la strage dei molti gentiluomini liberali, tenuti in ostaggio nel carcere.

Decisi di sorprenderli girando la Maiella per Campodigiove, per piombare loro addosso lungo la Valle di Coccio. Tommaso Ricciardi era nativo dei luoghi, che conosceva bene. Con l’aiuto della nebbia l’impresa riuscì a meraviglia. Facemmo molti prigionieri, che mandammo al carcere di Pescara sotto scorta.

Tripoti aveva intanto soppresso la reazione di Casteldisangro, ma non poteva avanzare contro Isernia, occupata da Scotti Douglas con circa ottomila soldati e una numerosa orda di reazionari. Corsi con i miei volontari in suo aiuto, lasciando Ricciardi e Ciccarone a proseguire la bene iniziata impresa. Era, però, impensabile attaccare Isernia, anche con le forze di Tripoti unite alle mie. Il nemico si era inoltre imbaldanzito per il fatto d’armi di Castelpetroso, presso Isernia, avvenuto nel frattempo per l’audacia imprudente di Nullo. Ci ponemmo sulla difesa occupando Rionero.

Scotti volle tastare le nostre forze e mandò all’attacco i reazionari, che furono respinti con notevoli perdite. I superstiti rientrarono in Isernia moltiplicando il nostro numero ed esagerando la nostra importanza, perché avevamo due cannoncini che Tripoti aveva preso a Pescara.

Il fatto fu provvidenziale, giacché Scotti, ritardando l’attacco contro di noi a causa di queste notizie, diede il tempo al generale Griffini di giungere qualche ora prima di lui, quando si decise all’attacco.

Influì molto il fatto che, impedendo ogni comunicazione con Isernia, avevamo nascosto a Scotti di essere in pochi. Il nemico restò sorpreso quando, alla battaglia detta del Macerone, si trovò di fronte il IV corpo piemontese, comandato dal generale Cialdini, la cui avanguardia era sotto gli ordini di Paolo Griffini. Scotti cedette subito le armi, e confessò d’ignorare l’avanzata dell’esercito italiano. Aveva supposto di trovarsi di fronte i soli garibaldini, attaccando Rionero.

Lo stesso giorno fu occupata Isernia, che trovammo decorata con gli avanzi delle sue carneficine. Ho ancora presente quell’orrido panorama, che non so descrivere.

Pateras e Fanelli, presso Tagliacozzo, si trovarono di fronte Lagrangia e Tristany, che avevano forze assai preponderanti. Furono respinti e ripiegarono a Popoli. Io non avevo più niente da fare ad Isernia, e corsi perciò in loro aiuto. Pateras mi venne incontro fra Solmona e Popoli e mi aggiornò sullo stato delle cose. D’accordo con lui andai ad occupare quelle alture, nell’ipotesi che Lagrangia e Tristany continuassero l’avanzata. Restai vari giorni in quella posizione, sostenuto da Vincenzo Ricciardi, fratello del sopra notato Tommaso, che conduceva 50 o 60 guardie nazionali di Solmona e circa 30 di Scanno. Per più notti fummo destati da falsi allarmi e finti attacchi dei reazionari, ma alla fine Lagrangia e Tristany rientrarono nello Stato Pontificio. Non fu estranea alla ritirata l’arditezza di un mio volontario di Casalvieri assai pratico dei luoghi che, mandato con due compagni in ricognizione, trovò i nemici accampati presso Guriano Sicoli. Approfittò della notte oscura e si avvicinò al campo, sparando loro qualche colpo addosso. Bastò questo perché quelle bande aprissero un nutrito fuoco contro i supposti assalitori, consumando munizioni.

Non avevamo più nemici da combattere, per cui ripiegammo sopra Casteldisangro onde rientrare nel quartier generale dei volontari.

Mi sanguina, però, il cuore e cade la penna.

Preferisco riportare un brano del prof. G. Stroffolini, che così chiude il suo pregevole lavoro “Dopo 19 anni il 1° ottobre nella reggia di Caserta”:

“Ed i nostri volontari? Cialdini marcia su Venafro per osservare le mosse del nemico. Fanti marcia incalzando i borbonici sul Garigliano, dove avranno luogo gli ultimi scontri. I nostri volontari sono destinati a compiere un’opera non meno ardua: correre il paese, al di qua e al di là del Macerone, infestato da bande di partigiani che fanno nucleo ai borbonici sbandati e scorrazzano pei distretti d’Isernia e di Casteldisangro, perlopiù a modo di masnadieri, irrompendo nelle terre abbandonate, uccidendo e rapinando.

In condizioni più tristi vissero i volontari negli ultimi due mesi. Le reliquie della reazione, non affatto distrutte, non consentivano che ritornassero alle proprie case. Non potevano ritornarvi sforniti di mezzi e costretti a mendicare, frustro a frustro, con debiti contratti, la vita.

Non ci dà il cuore. Chiuderò questa scarna e pallida cronaca paesana con brani dei dispacci e corrispondenze dei comandi di quelle legioni col governo della luogotenenza di Napoli. L’impressione è troppo trista. Pare che l’intento dei moderati, che allora spadroneggiavano in Napoli, fosse uno solo: lo sbandamento dei volontari per le condizioni disperate che loro si creavano ad ogni passo.

Certi brani di uffici inviati dall’onesto patriota Giuseppe Fanelli al capitano Filippo Giordano, al quale vennero confidate le reliquie di quelle legioni tanto benemerite, stimiamo fosse amor di patria ricoprirli del mistero.”.

Finì in tal modo il mio volontariato e, non appena potei ritirarmi e far ritirare i miei compagni con onore, rinunciai a tutto, anche ai famigerati sei mesi di stipendio, che ci erano stati offerti a condizione che ci sciogliessimo.

Avevo operato secondo i miei sentimenti e ne ero orgoglioso e soddisfatto. Qualunque altro atto avrebbe menomato la stima di me stesso, e quel sentimento di amor proprio che ho sempre conservato per quei fatti.

Dopo vari mesi di assenza ritornai così nella mia famiglia, libero da impegni. Seppi allora che le orde borboniche avevano tentato di prendere in ostaggio mio padre e mia sorella. Mio padre era stato salvato dai contadini che, benché reazionari, lo amavano sinceramente. Mia sorella era stata rilasciata per l’indignazione generale suscitata dal suo vigliacco arresto.

Poco tempo dopo mi fu chiesto di affiliarmi alla massoneria, della quale mi dissero meraviglie. Ricordavo bene le istruzioni del vecchio carbonaro, e non mi lasciai lusingare. Per prima cosa chiesi se i massoni fossero tenuti all’obbedienza cieca. La risposta evasiva mi fece comprendere che era così. Prescindendo da altre considerazioni, l’ubbidienza cieca mi fece rifiutare l’invito. Mi spaventava l’idea di potere, un giorno, essere obbligato a fare ciò che ripugnava alla mia coscienza. Ritengo ancora una vera aberrazione il porsi in tale stato. Non sapevo, e non ho mai saputo, rinunciare alla mia libertà personale, perché sono convinto che l’indipendenza sia il primo bene.

Quattro anni nell’esercito nazionale

Nei capitoli precedenti ho accennato alle disillusioni, che già opprimevano il giovanile entusiasmo. Non esistevano più le idee pure e nobili come guida al compimento dell’unità e all’ordinamento del governo. Interessi personali e compensi politici deturpavano quell’epopea, forse unica nella storia.

L’Italia meridionale fu il bersaglio di quel malaugurato sistema di governo. Presunti martiri furono veri martirizzatori, e non esitarono a darla in balìa ai nuovi governanti, denigrandola e tollerando o, meglio, cooperando affinché fosse trattata da conquistata e messa a soqquadro. Dovevamo e fummo spogliati, calunniati, derisi.

Nonostante tutto, non si era ancora spento in me il desiderio di partecipare a quanto rimaneva da compiere per l’unità e l’indipendenza italiana. Quale ingegnere alunno dei Ponti e Strade mi proposero come ufficiale del Genio, nell’esercito nazionale, senza che ne avessi fatto istanza. Accettai l’ufficio per poter fare, in quella qualità, la guerra all’Austria per il riscatto del Veneto, che pareva imminente.

Fu duro tornare a fare lo studente nella scuola di applicazione di Casale di Monferrato, dove era necessario istruirsi nelle cose militari e speciali dell’arma. Il corso doveva durare un anno ma, passati sei mesi, noi provenienti dai Ponti e Strade fummo dichiarati idonei, perché non avevamo altro da apprendere.

Quel corso di applicazione del Genio e dell’Artiglieria fu unico, e tale rimarrà. Centinaia di giovani provenienti dalle varie scuole d’ingegneri d’Italia accorsero, attratti dai sogni di libertà, unità e indipendenza ai quali si debbono i miracoli di quell’epoca. Fu sublime trovarsi così riuniti: vecchi amici concordi nel passato e nel presente, fiduciosi nell’avvenire.

Il contrasto morale e scientifico con i vecchi elementi era, però, assai accentuato. Quegli ottimi soldati, gloriosi avanzi delle campagne contro l’Austria e di Crimea, vedevano tutto nel comando e nell’obbedienza, come prime basi di un esercito. Sono, però, necessarie anche la coscienza retta della causa che si difende, e l’istruzione e l’attitudine che guidano con sicurezza alla vittoria. Si aggiunga che il Piemonte non aveva un vero Corpo del Genio, ma Zappatori Minatori.

Terminato il corso di applicazione, nel quale mi ero classificato quarto, fui destinato al 1° reggimento del Genio – 2a compagnia, comandata dal cap. Contarini, distaccata in Pizzichettone ai lavori di fortificazione sull’Adda. Acquistai subito l’intimità del Contarini, che era un perfetto gentiluomo.

Circa sei mesi dopo la compagnia fu richiamata a Casale. Trasferito dalla 2a alla 1a compagnia, che era alla Spezia addetta ai lavori all’arsenale, con somma soddisfazione presi parte ai grandiosi lavori nelle fortificazioni e nell’impianto dei fabbricati. La Spezia iniziava a trasformarsi da villaggio in città. L’arsenale stava nascendo. Si studiava alacremente per determinarne il tracciato e stabilire quanto era necessario alla sua difesa.

In quel periodo avvennero i fatti di Aspromonte. Garibaldi, ferito e prigioniero, venne trasportato al Varignano. Non è il caso di ricordare i particolari di quell’avvenimento, che mi disgustò oltremodo. Avevo corso il pericolo di poter essere obbligato a combattere contro l’eroe popolare, vittima di misteriosi intrighi diplomatici. Compresi lo stato in cui mi ero posto.

Il desiderio di riacquistare la piena libertà si destò potente. Aspromonte non aveva risolto la questione di Roma, ma l’aveva rinviata a tempi più opportuni.

Il brigantaggio infieriva, specialmente in Puglia. La roccaforte era il Gargano, nel quale era difficile penetrare per mancanza di viabilità. Fu quindi disposto che vi si recassero due battaglioni del Genio, uno del 1° e l’altro del 2° reggimento. La compagnia in cui mi trovavo era stata richiamata dalla Spezia a Casale, e fu destinata a far parte della spedizione.

Rimasi circa un anno in quelle inospitali contrade, fra briganti e manutengoli. Soffrii disagi e privazioni di ogni genere, con viveri che arrivavano spesso guasti. Si aggiunga che era pesante il doppio servizio dei lavori stradali di giorno e, spesso, di notte contro i briganti. Le febbri palustri erano all’ordine del giorno. Fui colto due volte da perniciosa.

Nel Gargano, più che brigantaggio, si svolse una vera guerra sociale. Tutti i centri abitati erano infestati, meno Ischitella. Contribuivano persone di ogni ceto, forse per diversi fini, benché i proletari dominassero. I pochi liberali erano impotenti. Era anche difficile distinguerli dai finti e dai manutengoli. Basta ricordare che il nostro cap. Valentini fu ucciso nella casa in cui era alloggiato, da briganti nascosti nella casa stessa.

Le strade aperte dai nostri due battaglioni, e lo scaglionamento di una forza attiva e intelligente, frenarono lo scorrazzamento delle bande brigantesche dall’uno all’altro versante, agevolandone la repressione. La legge Pica fece il resto.

La direzione dei lavori stradali del Gargano era affidata al comandante del battaglione del 1° reggimento del Genio, che risiedeva in Sansevero, dove spesso mi recavo e rimanevo. Questa circostanza si deve ricordare, per quanto dirò in seguito. Le febbri palustri, intanto, mi obbligarono a prendere una licenza di quaranta giorni, che fu prolungata per altri tre mesi. È degno di nota, al riguardo, che in quei tre mesi mi fu sospeso lo stipendio!

Eppure già allora si davano vistose pensioni a presunti martiri oziosi, benché validissimi.

Trascorso quel periodo fui destinato alla sottodirezione del Genio in Fossano. Lì conobbi la distinta famiglia Michelini, con la quale strinsi una cordiale e intima amicizia. Fu la più gradita relazione della mia vita militare. Erano veri gentiluomini piemontesi, che univano alla lealtà del carattere il valore personale e l’orgoglio di razza. In seguito dovrò tornare sull’argomento.

Da quattro anni vivevo lontano dalla famiglia. Le conseguenze della mia assenza si facevano sentire. Mio fratello Leonardo si era ammogliato, e si era maritata anche l’ultima sorella. I due matrimoni, poco o nulla considerati, avevano posto il colmo alla bilancia. Da militare non potevo dare aiuto alla famiglia, poiché bastavo appena a me stesso. La guerra all’Austria sembrava assai lontana, e non ero soddisfatto dei lavori di nessuna importanza in cui ero occupato. Poi, a dirla tutta, non mi animava più l’entusiasmo del sessanta. Continuare una vita piena di restrizioni personali, sacrificando anche la famiglia, rendeva impossibile adempiere ai miei doveri verso di essa, non meno potenti di quelli verso la nazione. Mi sentivo capace di lavorare con profitto, per farmi una posizione indipendente e rispettata e soddisfare quanto dovevo e stimavo opportuno. Avvenne anche un fatto che deve rimanere, qual è, un segreto della mia vita.

Mi decisi quindi a presentare le dimissioni, che furono accettate.

Eccomi tornato alla vita privata.

Nei quattro anni di vita militare non avevo avuto nulla da rimproverarmi, né da sopportare dai miei superiori, con i quali ho conservato ottime relazioni. Non ero, però, nato per obbedire. La mia breve carriera era servita per farmi in seguito aborrire qualunque posizione che, anche lontanamente, mi obbligasse a dipendere da qualcuno.

Dal 1864 al 1869

Avevo così compiuto il trentesimo anno di età, il primo periodo della mia vita. Entravo nel secondo periodo mentre le risorse della famiglia erano quasi esaurite. Mio fratello poteva appena provvedere alle esigenze del suo nuovo stato. Il vecchio padre e l’ancora più vecchia zia rimanevano affidati a me. Dovevo quindi procurarmi quanto era necessario per noi tre. Avevo abbandonato la carriera dei Ponti e Strade e poi quella del Genio militare. Volevo, per di più, essere libero. Potevo fare soltanto l’ingegnere civile. Avevo l’istruzione necessaria e la ferma volontà di lavorare.

Mi posi all’opera, ma non era per niente facile, dopo aver troncato le più utili relazioni con un’assenza di anni. Nonostante gli ostacoli mi procurai alcuni affari che, dapprima magri, andarono migliorando man mano. Ricordo fra questi la direzione della cartiera di Picinisco, che tenni per due anni. Posi in questo modo le basi del secondo periodo della mia vita, che mi ha assicurato l’avvenire.

Ristabilita la mia dimora in Napoli, mi fu chiesto di nuovo di farmi massone. Non riuscirono a persuadermi. Tutte le belle e lusinghiere ragioni si scontravano con la mia decisa volontà di non essere strumento di nessuno. Ho in seguito riflettuto più volte su quel fatto, soprattutto quando mi sono trovato di fronte ostacoli per me insormontabili che altri, inferiori a me per cultura e precedenti, superavano agevolmente.

I massoni si aiutano davvero in modo sorprendente, e la loro rete si estende a tutta la società. Nonostante questa evidenza, non mi sono mai pentito del mio rifiuto di farne parte.

Quello che sono riuscito a fare lo ho fatto, da me e per me. Ho così tenuto sempre la testa in alto, e ho detto liberamente il mio pensiero.

Ritornando al secondo periodo della mia vita, è necessario premettere che il matrimonio contratto da mio fratello lo aveva obbligato a lasciare Napoli. Ero rimasto perciò con i vecchi padre e zia. Quest’ultima, dopo circa un anno, era andata con mio fratello. Era rimasto così con me soltanto il padre, fino al 1869. La situazione era insostenibile, perché ero spesso costretto ad allontanarmi da Napoli per lavoro, e la casa col padre restava affidata a una persona di servizio. Anche quando mi trovavo a Napoli potevo occuparmene poco, per non distrarmi troppo dagli affari. Mi occorreva un matrimonio, e che fosse serio. Con questo intento passai gli ultimi cinque anni, esplorando e tentando di raggiungere lo scopo.

Ho già detto che, durante il mio servizio al Gargano, mi recavo e restavo spesso a Sansevero. In quel modo strinsi, e serbai in seguito, buone relazioni con la famiglia Delvicario. Il destino aveva voluto che mi fossero poi affidati vari lavori nella Provincia di Foggia. Avevo avuto così diverse occasioni per ravvivare e coltivare quell’amicizia. La famiglia Delvicario era composta dalla vedova con quattro figli: due maschi e due femmine, che all’inizio erano ancora bambine e non avevano destato la mia attenzione. Col passare degli anni, però, la prima di quelle due bambine era diventata donna, e donna assennata. Quella famiglia, inoltre, veniva spesso a Napoli nella stagione dei bagni, per cui ci eravamo meglio e intimamente conosciuti. Per farla breve: si combinò quel matrimonio. Ci sposammo il 27 novembre 1869 con la massima modestia, ma sotto i migliori auspici. Io ero oramai esperto nelle vicende della vita, mentre la mia consorte era giovanissima e facile da guidare. Comprendeva bene l’importanza di formare un sistema non soggetto a scosse e disillusioni. Lavorai molto a questo fine, e la nostra vita prese una direzione sicura. Nella famiglia entrò il massimo ordine, e mai venne meno. La mia consorte aveva portato una discreta dote che, bene amministrata, era aumentata di valore. Io guadagnavo bene, e il nostro bilancio era sempre proporzionato ai mezzi. Avevamo così accumulato, in un decennio, un risparmio tale da assicurarci l’avvenire.

Fra i lavori che mi furono affidati, merita di essere menzionato il “Progetto d’ingrandimento del porto mercantile di Napoli, con la fondazione di docks e magazzini generali”, che la Camera di Commercio e Arti fece suo e pubblicò nel 1867. Il porto mercantile di Napoli fu oggetto di una delle prime questioni che si agitarono dopo il sessanta. Una delle solite commissioni, detta di Genova, preparò un progetto per la cui esecuzione sarebbero occorsi i tesori di Creso e l’eternità. Numerosi ingegneri fecero rilevare questo fatto. La Camera di Commercio, conscia delle difficoltà inerenti alla costruzione del nuovo porto, promosse la conversione del porto militare, approfittando del fatto che Lamarmora, allora Presidente dei Ministri, ne caldeggiava la cessione.

La Camera di Commercio, composta in quel tempo di elevate intelligenze, prevedeva che, in attesa del nuovo porto, il commercio si sarebbe deviato e sarebbe morto d’anemia. Nel porto militare erano già belli e pronti i magazzini generali e i docks della darsena.

Per quanto incredibile, le opposizioni si sollevarono e si opposero, sia dal Municipio, sia dalla Provincia. Non compresero il danno che arrecavano a Napoli, ostacolando l’importante provvedimento e sostenendo l’insostenibile. Una malintesa popolarità invadeva quegli animi offuscati, che non seppero porre la questione nei veri ed evidenti termini. Lamarmora rimase sdegnato da tanta aberrazione. Il progetto abortì, ma presto l’errore divenne evidente. Non era più tempo di regali, però. Occorrevano da 8 a 10 milioni, e s’imponevano altre condizioni.

Altro importante lavoro, da me progettato e diretto, fu la bonifica del lago Giardino e Lupara, nel tenimento di Cerignola, in Provincia di Foggia. Fu eseguita a spese dei proprietari, riuniti in consorzio con speciale convenzione. Quella prima opera servì di base a un più vasto consorzio, detto del Carapello, il cui progetto e direzione furono anche a me affidati. Dovrò tornare su questo argomento, che ebbe a mio riguardo un’importanza speciale e notevole.

Nel frattempo a Napoli si agitava la questione per l’apertura di nuove e larghe vie. Fra queste primeggiava l’apertura di un’arteria che riunisse la stazione delle ferrovie al centro della città. Vari e distinti ingegneri avevano presentato diversi progetti, che non erano bene studiati o, per fini particolari, mascheravano le vere ed effettive spese. Stando così le cose, nel 1868 pubblicai una memoria nella quale posi in rilievo la vera spesa occorrente per le opere. Proponevo e sostenevo anche l’allargamento della strada Forcella, che in rettifilo andava a sboccare di fronte alla stazione. Nel Consiglio Comunale, intanto, si tenevano vere accademie per giustificare un primo grandioso prestito, già diversamente assorbito. Il mio lavoro non fu del tutto inutile. Se non altro arrestò passi sconsiderati, avendo tolto ogni illusione sull’importanza della spesa da affrontare. I due lavori fatti per Napoli, porto e viabilità, mi fecero capire con quali elementi si doveva trattare e come procedessero le cose nelle amministrazioni. Quei metodi, tuttavia, non erano ancora perfezionati e non avevano ancora sollecitato le più basse ambizioni, come presto accadde. Erano i primi passi verso gli sperperi e i debiti, a cui si lasciarono trascinare anche persone rispettabilissime, rendendo la vita cara e insostenibile e obbligando a porre la città sotto tutela. Di chi la colpa? Più o meno di tutti compresi i tutori, che furono peggiori dei pupilli.

Il nuovo sistema demoralizzatore non era limitato a Napoli, perché partiva dall’alto. Le amministrazioni minori lo avevano appreso, perfezionandolo nei dettagli. Al periodo poetico eroico, dal 1848 al 1860, era subentrato un materialismo opprimente.

Con la misteriosa guerra del 1866 avevamo riscattato il Veneto, benché vinti in mare e in terra. La cessione non fu priva di umiliazioni e insulti, e le conseguenze non si fecero attendere a lungo.

La flotta era moralmente distrutta. L’esercito era demoralizzato. Le amministrazioni erano una vera baraonda. Si doveva rifare tutto, e tutto si volle rifare, ma in qual modo! Il paese fu sovraccaricato da imposte e debiti, riducendolo alla miseria e all’impotenza. Le Province e i Comuni imitarono lo Stato. In tesi generale e astratta si potrà supporre che le tante ed enormi spese fossero necessarie, se fatte con accorgimento e base ponderata. Furono invece veri sperperi a scopi politici ed elettorali. Tali sperperi demoralizzatori sconvolsero tutti gli ordini sociali, e introdussero peregrine massime di governo. La stregua dei meriti e demeriti non fu più l’intelligenza, il lavoro assiduo e onesto. La vita intemerata non ebbe più valore e fu derisa. Fra le apoteosi del nuovo sistema si possono ricordare: l’inchiesta sulle costruzioni delle ferrovie meridionali; quella sulla Regia dei Tabacchi e il processo della Banca Romana. Povera Italia! I tuoi eroi saranno coloro che più ti sapranno spogliare e umiliare. I tuoi figli migliori saranno gli spostati e i parassiti. Verranno gettati nell’oblio gl’imbecilli che logorano la loro vita per istruirsi, lavorando e sopportando i pesi del tuo bilancio! Sentirai e tramanderai ai posteri speciose teorie di diritti e di doveri. Sconvolgerai il tuo ordine morale di sana e bene intesa politica. Ti isolerai dalla buona e corretta amministrazione. Ti impoverirai di libertà civili e personali. Tormenterai la gente onesta per lasciar fare ai malvagi.

Queste parole non sono dettate dalle pretese di un uomo politico, perché non sono mai stato tale, e non ho mai pensato di discutere le leggi fondamentali dello Stato. Certe spontanee osservazioni, però, non possono essere evitate nelle rimarchevoli evenienze della vita, specialmente quando si va male e non si è intesi. Non ho mai potuto convincermi che sia lecito rinunciare tacitamente alle prerogative inerenti all’ufficio al quale si è stati elevati. Il pretesto di evitare possibili conflitti non giustifica nulla. Ritengo che un potere assorbente, e nel fatto irresponsabile, sia la peggiore tirannide. Non mi è mai parso che la pubblica opinione fosse quella rappresentata dalla stampa periodica dei partiti e degli agitatori di piazza. In quel tempo dominava la destra parlamentare. I suoi burgravi non compresero che ponendo il carro sulla china, questo corre poi da solo al precipizio con il suo conduttore e le sue deità esautorate. Proclamando l’onnipotenza parlamentare segnarono la loro fine e aprirono un vasto campo ai successori, che perfezionarono il sistema e prepararono così il completo dissesto economico e la rivoluzione. Quanto dirò in seguito dimostrerà che ho ragione. Qui basta avere accennato a quei fatti, sui quali ritornerò per quanto influirono sul resto della mia vita. Avrei avuto qualche desiderio di partecipare alla vita pubblica, ma era necessario ascriversi a qualche chiesuola e sopportarne le conseguenze. Ogni volta che ho tentato ho dovuto rinunciare. Per riuscire a qualche cosa era necessario chiudere gli occhi, e non sentire più i dettami della propria coscienza. Mi sono deciso così a starne lontano. Desiderando fare qualcosa di utile all’interesse comune, ho lavorato da me e per quanto ho potuto. Il compenso è stato l’isolamento.

Dal 1870 al 1879

Ho sempre amato il mio paese nativo e ho desiderato fare qualcosa che fosse utile e mi facesse ricordare, ma il destino mi ha obbligato a starne lontano. Avevo colto perciò l’occasione della costruzione della nuova strada, detta Corso Tulliano. Avevo compilato il progetto e accettato la direzione. L’opera trasformò il paese, dandogli l’aspetto di città. L’avevo condotta con vero intelletto di amore, eseguendola con una spesa pari a circa la metà di quella stimata dal Genio Civile. I miei amici Polsinelli e Incagnoli avevano cooperato molto, risolvendo tutte le difficoltà amministrative e finanziarie. Con il loro appoggio avevo potuto fare a modo mio e raggiungere così l’intento.

Avevo intanto ultimato il prosciugamento del lago Giardino Lupara, e avevo iniziato il prosciugamento più vasto del Carapelle. In tal modo si era generata in me una vera passione per quel tipo di lavori. Mi ero dato, perciò, a studiare il da farsi nella Capitanata. Nel 1872 pubblicai un primo opuscolo: “Sulle bonifiche in Capitanata”.  Divisi le bonifiche in quattro grandi zone, descrivendo il loro stato e accennando alle idee generali per l’esecuzione dei lavori.

Nel 1876 il ministro dei lavori pubblici Zanardelli, fra altre, visitò la Provincia di Foggia. In quella occasione fu nominata una commissione allo scopo di mostrargli i bisogni della contrada. Fui invitato a parteciparvi per la specialità delle bonifiche, e compilai una memoria che sottoposi al ministro e pubblicai nello stesso anno: “Sulle condizioni economiche della Provincia di Capitanata e sui mezzi necessari per migliorarla”. Lo scopo del lavoro fu dimostrare come l’immensa estensione palustre impedisse ogni miglioramento agricolo-economico, e quali immensi vantaggi, diretti e indiretti, si potevano ottenere con le bonifiche.

Nel frattempo era stato approvato il mio progetto di bonifica del Carapelle. Si era costituito il Consorzio e nel 1875 erano iniziati i lavori, sotto la mia direzione. I lavori, che proseguirono negli anni successivi, furono completati nel 1879. Comprendevano una zona di oltre 14 mila ettari di estensione e furono eseguiti con la modesta spesa di 400 mila lire. Il risultato fu un immenso miglioramento igienico della contrada. Oltre 5700 ettari di terreni furono liberati dalle inondazioni. In pochi anni si ebbero bei raccolti di frumento e si piantarono vigne dove io avevo dovuto eseguire i rilievi sopra zattere e altri mezzi.

La mia ambizione per le bonifiche non era limitata alla zona compresa nel Consorzio del Carapelle. Lavoravo per costituire un altro più vasto Consorzio, comprendente le Valli del Candelaro, Cervaro e loro affluenti. Si estendeva su 86480 ettari, con una spesa stimata di 4 milioni e un utile presuntivo di 14 milioni.

Ero arrivato alla convocazione dell’assemblea generale degli interessati a costituirsi in Consorzio. L’invidia, il mal volere e la dappocaggine mi tarparono le ali. Avevo già speso per quel progetto circa 20 mila lire, oltre al mio lavoro. L’ingegnere capo del Genio Civile di Foggia era allora un vero matto riconosciuto tale da tutti, anche dal Governo. Al matto si era alleato un milionario, contrario a qualsiasi miglioramento, che manovrava migliaia di marionette con lui indebitate. Il Governo nulla seppe fare per sostenere me e i propugnatori di un così benefico lavoro. Questi rappresentavano la maggioranza degli interessi, ma gli oppositori ricorrevano ai tumulti. In quel periodo governavano i progressisti. La Capitanata non può certo vantare la costanza fra i suoi pregi. I promotori della bonifica, poveri di mente e di cuore, mi lasciarono quasi da solo a lottare. Tentai una sottoscrizione per mandare avanti l’importante opera, ma raccolsi una cifra ridicola.

Nel 1878 il ministro dei lavori pubblici, Alfredo Baccarini, aveva presentato alla Camera un nuovo progetto di legge sulle bonifiche, improntato a concetti burocratico-fiscali. Ero ormai pratico della materia e previdi le conseguenze. Quella legge avrebbe distrutto l’iniziativa privata. Fui spinto a confutarla. Scrissi una memoria, alla quale premisi un sunto sulle più importanti bonifiche d’Italia e sulle leggi che avevano governato quelle opere. Confutando poi il progetto Baccarini proponevo il mio progetto di legge, in conformità ai principi prima esposti. Avevo inoltre redatto un progetto di massima sulla bonifica del Lago Salpi. Quel progetto poggiava sull’idea che l’opera si dovesse affidare ai privati. La spesa occorrente era di 3 milioni, con un utile diretto di 5 milioni. Su quel lago, però, si erano eretti castelli fantastici, nonostante le disillusioni e le rilevanti spese fatte inutilmente, o con scarsissimo profitto. Penso che lo Stato sia il peggiore imprenditore. Nelle bonifiche i fatti dimostravano che era anche impotente.

Il decennio fu quindi per me assai laborioso. Lo avevo trascorso in incessanti studi, fatiche e agitazioni. Ero moralmente soddisfatto, ma il mio amor proprio soffriva. Decisi di pubblicare quanto avevo fatto per le bonifiche, sperando ancora che la pubblica opinione si sarebbe imposta. L’opera fu infatti pubblicata in due volumi nel 1879 col titolo: “Sulle bonificazioni della Capitanata in ispecie – delle opere eseguite e progettate – premesso un breve cenno sulle più importanti bonificazioni d’Italia – delle leggi che le governano e dei nuovi progetti di legge.”.

La mia attività non era assorbita soltanto dalle bonifiche. Vari altri lavori mi erano affidati, più o meno importanti. Espletavo anche un buon numero di perizie, specialmente quelle che del Credito Fondiario del Banco di Napoli. Nel 1878 pubblicai un opuscolo: “Sulle costruzioni ed esercizio delle Ferrovie.”. Lo scopo fu dimostrare che in quel ramo si spendeva troppo, e molto si poteva economizzare. Il fine ultimo era quello di fermare il Governo, ingolfato in costruzioni di migliaia di chilometri per miliardi di spese. L’opera fu vana, perché le Ferrovie erano il più agevole strumento elettorale e parlamentare. Le conseguenze furono esiziali, tanto più che quelle opere di milioni furono approvate e concesse senza seri studi tecnici e legali, sostituiti da protezioni e favori. Si ottennero pessimi tracciati spendendo cifre favolose.

Nel febbraio 1871 morì mio padre. Restai solo con la consorte, della quale ero più che soddisfatto. Figli non ne abbiamo avuti. Da quanto detto sui lavori, si comprenderà che guadagnavo abbastanza. La dote di mia moglie dava una buona rendita. Non avevamo mai esagerato con le spese, cosicché avevamo accumulato un buon risparmio. Nel 78-79, soprattutto in Puglia, la mania di dissodare e piantare vigne era giunta al colmo. Io deploravo l’aberrazione, perché ero sicuro che avrebbe provocato una seria crisi. Colsi pertanto un’occasione propizia per vendere a buon prezzo i terreni dotali della mia consorte. La somma ottenuta dalla vendita la impiegai in acquisto di rendita italiana. Fu provvidenziale, perché la crisi prevista non tardò a manifestarsi. In seguito dirò delle mie condizioni di salute, che non mi avrebbero più permesso di frequentare quei luoghi. Se non avessi venduto la proprietà, ben poco o nulla avrebbe più reso. Nel 1879 diedi un assetto stabile alle mie finanze con l’acquisto della vasta villa al Vomero. L’affare, per me assai proficuo, lo debbo in gran parte all’ottimo amico Pasquale Croce. Era un’amicizia di recente data, ma aveva posto profonde radici. Ci confidavamo a vicenda e giovavamo dei reciproci consigli. La villa si trovava in uno stato deplorevole e per questo la comprai a un prezzo molto basso. A poco a poco riuscii a riattarla in modo da dare una rendita, che soddisfaceva i nostri bisogni.

Il troppo lavoro, le lunghe dimore in siti malsani, le ansie e le avversità avevano scosso il mio robusto fisico. Un morbo mi tormentava lo stomaco, e non mi permetteva più tante e così svariate occupazioni. Per guarirne tentai ogni mezzo e feci molte cure. Nel 1878 intrapresi a questo fine un lungo viaggio, percorrendo l’Italia, la Francia e spingendomi fino a Londra. Mi apportò gran giovamento e mi ritenevo guarito, ma fu soltanto una sosta del male.

Dal 1880 al 1890

Questo periodo fu fecondo di avvenimenti che affermarono la mia posizione sociale. L’acquisto della villa al Vomero mi aveva posto in evidenza. Io, per accreditarla e per procurarmi una distrazione dal male, vi tenevo belle serate danzanti e mattinate musicali, alle quali accorreva una numerosa ed eletta schiera di villeggianti. Passai in quel modo la vita fino al 1884. Alternavo le occupazioni della professione, che ancora esercitavo in modo minore, con le distrazioni di vario genere nella villa. Nel frattempo, però, le sofferenze allo stomaco ripresero vigore. Due circostanze influirono, forse o certamente, ad aggravare il male. Mi ripugna ricordare la prima di queste circostanze. Dirò soltanto che mi convinsi sempre più che i monaci sono il rifiuto dell’umanità, e che nulla può trasformare la loro indole perversa e il cuore corrotto da una vita egoista, laida e volgare. I nobili e delicati sentimenti di famiglia non sono compresi da quei rettili, camuffati nel manto di una religione menzognera, creata a loro vantaggio.

La seconda circostanza fu la morte di Angelo Incagnoli, il migliore dei miei amici. L’amicizia è per me un sentimento più importante della parentela. Forse esagero, ma ritengo che non esista conforto paragonabile a quello di scambiarsi idee e propositi con franchezza, ed essere incoraggiato o frenato nei fatti della vita, per affrontare sicuri un’impresa o mitigare il dispiacere di un’avversità. Questo si può ottenere soltanto quando tutto è spontaneo e indiscutibile, e la stima reciproca e l’affetto ricambiato trasportano l’uno verso l’altro. Fra parenti stretti esistono segreti. Fra veri amici non debbono esistere.

Nell’autunno del 1884 Napoli fu afflitta dal colera. Tutti si commossero e concorsero ad arrestare il male con lodevole gara. Governanti e amministratori si posero all’opera per migliorare le pessime condizioni igieniche della città. I provvedimenti furono, purtroppo, proposti e adottati con troppa fretta, e non furono guidati dal senso pratico. Si formò presto un ambiente di sogni poetici, che sviarono dal fine. I soliti affaristi e mestatori ne approfittarono. Fin dalle prime previdi dove si andava a parare, cosicché scrissi e pubblicai un opuscolo. “Sulle condizioni di Napoli  e dei mezzi più adatti a migliorarle”. Lo divisi in due parti: la prima politico-amministrativa e la seconda tecnico-economica. Speravo di far aprire gli occhi, ma le declamazioni di ben trovate parole ad effetto scenico vinsero sulla realtà dei fatti. Mio magro e amaro conforto fu che le mie previsioni ebbero piena ragione. Migliaia di proprietari finirono rovinati. I fondi insufficienti furono assorbiti dalla speculazione. Migliaia di liti oppressero l’amministrazione comunale. Un sovraccarico d’imposte rese il vivere assai difficile. Una delle solite società divenne, infine, arbitra delle sorti di Napoli. Eravamo allo sventramento di Napoli. In realtà il ventre non aveva più ragione di essere, perché mancavano i mezzi per riempirlo. Si sviluppò una vera mania costruttrice, nella quale s’involsero banche, società, speculatori, costruttori e pescatori nel torbido di ogni specie. Lo Stato incoraggiò il disordine morale e materiale, che finì soltanto con la spaventosa crisi economica e il fallimento di tutte le finanze pubbliche e private, nessuna esclusa.

La Banca Tiberina aveva assunto molte importanti costruzioni a Torino e Roma, con un sistema adatto ai primi anni, quando Roma era diventata capitale d’Italia. Non comprese che abusarne in condizioni diverse avrebbe portato al fallimento. In Napoli intraprese opere colossali e, fra queste, il nuovo Rione Vomero. L’ardita impresa poteva rendere un proporzionato utile, ma fu concepita male e iniziò peggio. Io avevo studiato la questione fin dal 1878, e possedevo le conoscenze che mancavano ai direttori della Tiberina. Persuaso del come e dove si sarebbe andati a finire, cedetti volentieri alla detta banca la masseria sottostante alla villa Belvedere, che era annessa alla mia villa. Fu un ottimo affare, perché mi rifeci della somma erogata per l’acquisto dell’intera proprietà, e non risentii così della crisi che sopravvenne, o almeno potei sopportarla.

Eccoci al 1887. Tutti sanno che all’inizio di quell’anno avvenne la battaglia di Dogali, ma nessuno sa, e forse non saprà, se fu o no gloriosa. L’unico ufficiale superstite, il capitano Michelini, fu ospite della mia villa, quando ritornò in Italia con le ferite ancora aperte. Lo avevano preceduto la madre e la sorella, venute appositamente dal Piemonte per incontrarlo al suo sbarco.  La stima reciproca non si era per niente alterata, anche se avevamo vissuto più di 10 anni distanti. I Michelini furono perciò ospiti molto graditi. Era lusinghiero avere in casa l’eroe festeggiato da tutti e in tutti i modi. Durante la sua permanenza la casa vide l’andirivieni di migliaia di deferenti e curiosi di ogni specie. Il capitano Michelini ritornò in seguito spesso, sempre ogni volta che riandò in Africa e poi tornò. Partiva sempre con grande entusiasmo, per poi tornare ancora più disilluso.

Nei capitoli precedenti ho parlato del carattere dei componenti la famiglia Michelini. Aggiungo che non erano dotati di un particolare acume di mente, tale da comprendere il presente e prevenire il futuro. Il glorioso capitano Carlo aveva ereditato i sentimenti liberali del gentiluomo, ma era un Piemontese e un militare esagerato e testardo. Per quelle sue caratteristiche personali non comprese la sua importanza, e in che modo potesse valere. Non riuscì a liberarsi dall’ambiente interessato a fargli serbare il segreto del mistero africano. Non previde neanche le difficoltà degli eroi viventi. Stimò stabile e duratura l’aureola creata intorno alla sua persona. Lo avvertii più volte, perché capivo bene la lotta che Dogali aveva generato nel suo animo. Non gli nascosi quanto si vociferava, e come l’entusiasmo si affievoliva. Vinse però il soldato. Si chiuse nel mutismo e s’illuse che le virtù passive avessero un valore. Cadde così nel dimenticatoio.

Il 17 ottobre 1888 fu un giorno memorabile per quanti dimoravano in Napoli. Il giovane imperatore di Germania, dopo aver visitato il Papa a Roma, venne a passare nel nostro golfo la storica rivista navale. Dal terrazzo della mia villa si godeva bene lo scenico e poetico spettacolo, potendolo seguire in tutte le evoluzioni. Ricordavo le fasi culminanti della storia patria, e volevo riannodare il passato al presente e al futuro. Da un lato vedevo un’Italia ricca e potente, mentre dall’altro lato mi accasciavano l’animo tristi riflessioni. Non dispiacerà che vi ritorni sopra e le ricordi.

L’imponente spettacolo trasportava la mente in poetiche aspirazioni, e riflessioni sui due fatti culminanti del viaggio di Guglielmo II. La visita al Papa in Roma dimostrava che il Medio Evo non aveva più ragione di essere. La rivista navale nel golfo di Napoli stabiliva il punto di partenza per possibili eventualità future. La geografia non muta per ragioni di tempo, civiltà e agglomeramenti diversi di popoli. Il Mediterraneo era stato il centro politico e commerciale del vecchio mondo. I Romani lo dominavano con le flotte, delle quali il golfo di Napoli era il vero emporio. Se l’Italia era l’elemosina della più grande potenza terrestre, e della prima potenza marittima, lo doveva alla sua speciosa posizione geografica. Napoli, quindi, aveva un grande avvenire nei destini d’Italia. Il popolo lo aveva compreso a meraviglia con il suo proverbiale intuito. Nel giorno precedente la rivista, quando l’Imperatore di Germania e il Re d’Italia erano arrivati in Napoli, popolo ed esercito si erano mostrati uniti, come effettivamente sono, e concordi a un gran fine. Non era stato necessario nessun apparato di sicurezza per mantenersi nei giusti limiti. Nessun sospetto e questa certezza avevano reso tutti sicuri. Ero orgoglioso di appartenere a quei circa 500 mila esseri viventi, e trovarmi sotto un cielo così ridente, potendo dire: “Abbiamo la coscienza di una grande nazione. Vogliamo la pace e siamo ben preparati alla guerra.”.

Quando poi passavo dai sogni alla realtà, e pensavo agli uomini chiamati ad agire, ero oppresso dallo sconforto. Il panslavismo e il pangermanesimo mi hanno sempre preoccupato. La razza latina decrepita, e divisa politicamente e religiosamente, non mi ha mai dato troppa fiducia.

L’antagonismo fra Germania e Russia è apparente. Esse, in realtà, si comprendono e s’intendono. La Russia ha la propria religione, della quale è arbitro il capo dello Stato. Le credenze si estendono ad altri popoli, soggetti e non soggetti al vasto Impero. La Germania si è emancipata con una religione che poggia sul libero esame di un codice, accettato dai popoli civili o quasi civili. I Latini sono servi di una pretesa universalità, ma sono scettici e indifferenti, scissi anche nelle loro famiglie. La voluta religione, poco o nulla dominante, è infestata dalla politica ed è un vero focolaio di discordie. In queste condizioni l’unione è impossibile, perché si potrebbe ottenere soltanto con la sottomissione al più forte, che non si sa quanta forza avrebbe e quanto durerebbe.

Temo che le due numerose, omogenee e forti razze germanica e slava si spartiranno l’Europa, quando si saranno intese e alleate. Risorgeranno così i due vasti imperi di occidente e di oriente: dominante il primo l’Africa e il secondo l’Asia. La stessa Inghilterra resterà paralizzata e compressa fra vecchio e nuovo mondo. 

Gli anni di cui sto parlando sono stati definiti del “trasformismo”, perché davvero in Italia tutto si trasformò in peggio. Le voci autorevoli e oneste si persero nel deserto. Io non potevo pretendere di essere ascoltato, ma avevo l’irresistibile impulso di fare il mio dovere senza badare al risultato. Scrissi a vari personaggi, ed entrai anche in relazioni valide, ma il risultato fu sempre negativo. Mi piace, però, ricordare gli sforzi della mia buona volontà. Si potrebbe credere che io fossi un illuso, ma, fra l’altro, le vendite dei beni di mia moglie e della masseria al Vomero dimostrano il contrario. Nelle questioni politiche ero, inoltre, considerato un pessimista.

Nel 1878 era sorta in Napoli l’Associazione Nazionale, con un programma non definito e non definibile, con l’intento di abbattere le camorre che spadroneggiavano. Mi iscrissi a quell’Associazione, che prometteva bene. Il primo scopo fu raggiunto nell’amministrazione comunale. Quando, però, l’associazione volle andare oltre, si comprese che il programma di esclusioni non era serio. La presidenza compilò un nuovo programma troppo prolisso ed elastico, con i soliti maliziosi difetti. Previdi che non avrebbe soddisfatto i buoni elementi e avrebbe provocato lo scioglimento dell’associazione, come puntualmente avvenne.

Nel 1887 le nuove costruzioni ferroviarie avevano scosso le finanze dello Stato. Diventavano evidenti tutti gli errori commessi. Silvio Spaventa era l’unico che potesse arrestare il cammino sulla pericolosa china. Gli scrissi in proposito e, benché fossi con lui in continua relazione, non mi rispose. Quando lo incontrai si dimostrò sfiduciato e sofferente, nel morale e nel fisico.

Nella tornata della Camera del 25 gennaio 1887 il Ministro dei lavori pubblici Alfredo Baccarini aveva stigmatizzato il modo con il quale si procedeva nelle costruzioni ferroviarie. Avevo con lui qualche relazione, sia su questo argomento, sia su questioni di bonifiche. Gli scrissi una lettera, alla quale rispose con un semplice biglietto di gradimento.

Non mi sorprese che uomini validi, pur apprezzando i miei rilievi, avessero paura a farli propri.

Nel luglio dello stesso anno conobbi a Montecatini il senatore fiorentino Francesco Finocchietti. In quegli ozi discutemmo a lungo sull’argomento. Il Finocchietti promise di agire d’accordo con me. La sua morte mi privò di quella preziosa relazione. Ritengo che il compianto Francesco Finocchietti fu affranto più dai dispiaceri che dagli anni.

Occupandomi di così alte questioni, non mi sfuggivano le più modeste che, nel complesso, si riannodavano alla situazione economico-sociale.

Nel 1888 il senatore Devincenzi tenne una conferenza sui vini e sul credito agricolo, seguito da un discorso del presidente dell’associazione di Proprietari e Agricoltori alla quale appartenevo.

Ascoltai ancora le solite teorie e le solite frasi a effetto.

Ho sempre avuto un’idea fissa e non l’ho mai abbandonata, benché fatti e ragioni dimostrassero che era assai difficile e quasi impossibile realizzarla. Ritenevo che una numerosa associazione di proprietari potesse porre un freno all’invasione del socialismo di Stato, che di fatto si praticava in Italia. Non ho mai tralasciato di tentare, in qualunque propizia occasione. Sarebbe troppo lungo ricordare tutti i miei sforzi, e non servirebbe. Giova, però, notare che trovai sempre nei proprietari un’inerzia e un’incoscienza tali da giustificare la rovina. Se le classi sovversive prenderanno il potere e ci spoglieranno del tutto, si potrà deplorare, ma non ci potremo lagnare del fato.

I fatti che accadevano in quei tempi sembreranno incredibili ai posteri. Uomini integerrimi erano corrotti da faccendieri e pescatori nel torbido, al punto da allearsi con loro e sostenerli. Per ottenere popolarità si accettavano e si propugnavano teorie sovversive, senza badare alle conseguenze. Si votavano spese ingenti, non curando che occorreva fare colossali debiti e porre imposte spogliatrici. Dall’80 al 90 gli interessi del debito pubblico aumentarono di 123 milioni. Si tolleravano e si coprivano sperperi e malversazioni, benché evidenti e denunciati. Un’ambizione sfrenata invadeva tutti, sia per porsi in rilievo, sia per farsi una posizione. Qualsiasi mezzo era considerato buono, pur di raggiungere l’intento. Il risultato giustificava tutto. Avvenne quello che era lecito aspettarsi, e che in parte si noterà nel periodo seguente. L’apogeo del governo parlamentare a base monarchica costituzionale fu: “E tutto in nome mio, che non so niente.”.

Dal 1891 al 1895

In questo periodo di tempo incominciai a sentire il peso dei 57 anni compiuti. Diciotto anni di sofferenze continue e indefinibili allo stomaco, estese ai visceri, non avevano abbattuto il mio organismo di bronzo, ma mi avevano oramai relegato nella villa al Vomero, dove mi sottoponevo a infruttuose cure. Fra queste cure va menzionata quella del lavaggio allo stomaco che sulle prime mi giovò molto, ma in seguito divenne una necessità senza nessun miglioramento del male. Ne avevo abusato, spingendo il lavaggio oltre misura. Nel marzo 1891 una forte emorragia mise tanto in pericolo la mia esistenza, che il 12 del mese dubitarono che io potessi giungere alla sera. Superai la crisi, grazie al mio organismo. Mi rimisi anche in forze, in relativo breve tempo.

Quanto avvenne in quel frangente non mi sorprese, ma mi convinse che il nostro stato d’isolamento era pericoloso. L’ottima mia consorte aveva fatto quanto solo l’amore sa e può dettare. Aveva vegliato sempre, prevenendo e provvedendo, senza mai mostrarsi preoccupata. Io comprendevo appieno il mio stato e ne discutevo pacatamente con i medici curanti.

Mi pesava che la mia modesta fortuna, fatta con l’onesto e assiduo lavoro, potesse cadere nelle mani di vampiri oziosi  e forse peggio. Mi rassegnai a rimanere come eravamo e rispettai i desideri della mia consorte disponendo, con testamento olografo, che al mio decesso lei conservasse la sua posizione, mentre i parenti avrebbero avuto un tanto, proporzionato alle  relazioni conservate con me. Non dimenticai i domestici. Volli, però, che la proprietà servisse a farmi ricordare da coloro che tramite di essa sarebbero stati confortati nella miseria e nei mali che affliggono l’umanità, e spesso impediscono all’uomo di guadagnarsi da vivere col lavoro.

Dopo la crisi non mi sentivo più in grado di continuare a esercitare la professione. Prima, però, di decidermi ad abbandonarla feci quanto l’arte e la scienza suggerivano. Frequentai tutte le stazioni idrologiche d’Italia, spingendomi fino a Recoaro sulle Alpi. Tutto mi giovava fino a un certo punto. Qualche cura, come quella di Recoaro, mi nocque. Dovetti alla fine persuadermi che le mie sofferenze si potevano mitigare e rendere sopportabili, ma la completa guarigione era impossibile. Restrinsi perciò tutte le mie occupazioni all’amministrazione e al miglioramento della proprietà, concentrandomi sulla villa al Vomero. Della professione feci ancora alcune cose, più per dire di essere ancora un ingegnere, quando potevo  e si trattava di un lavoro non incomodo e faticoso.

In passato avevo esercitato la professione, forse lavorando oltre il bisogno e il dovere. Avevo ricavato un guadagno discreto e proporzionato, che non era mai stato il mio primo e unico obiettivo. Avevo sempre cercato di essere cortese e deferente, e di salvaguardare gli interessi a me affidati, e gli altri che vi avevano relazione. In quel modo avevo evitato questioni e la mia clientela si era allargata sempre. Più che clienti pareva che avessi amici, che tentai di conservare anche quando fui obbligato a lasciare la professione. Le mie furono solo illusioni, perché la schiera si diradò e finì per disperdersi del tutto. Non potei più esigere molte spese e compensi. Riuscii a d esigerne diversi, ma con difficoltà e transazioni. Avevo un allievo buono e onesto, che meritava e godeva della mia piena confidenza e poteva sostituirmi e prendersi gradatamente la mia clientela, con reciproco vantaggio. Non mi comprese e non comprese la posizione. Finì avvilito, e senza sapere bene cosa fare. Fu, però, sempre da me ben visto e meglio accolto.

Fra i clienti, che ritenevo stimati amici, mi addolorò più di ogni altro un giovane, che il fato aveva favorito in tutti i modi. Avrebbe potuto crearsi una posizione rispettabile e rispettata, ma l’ambiente lo travolse. Eletto deputato diventò un comune corrotto, rovinandosi moralmente e materialmente. Arrivò ad accomunarsi con esseri che erano la vera peste dei tempi e sui quali gravavano disonorevoli accuse. Le nostre relazioni si dovevano per forza raffreddare. Si troncarono, infatti, senz’altra ragione che la mera incompatibilità.

Ho già detto quale concetto avessi dell’amicizia. Ho detto pure che nella mia villa tenevo belle serate danzanti e mattinate musicali. Aggiungo che ponevo la massima cura nel procurarci amici grati alla deferenza, usata senza distinzione e scansando qualunque molestia. Anche quelle furono illusioni, perché l’ambiente si diradò quando i divertimenti diventarono meno frequenti e interessanti. Troppo lungo sarebbe narrare quanti e quali disinganni dovetti sopportate. Ci trovammo, in breve tempo, in totale isolamento. La fatalità aveva anche allontanato da Napoli la sola famiglia a noi veramente affezionata. Eccomi ridotto a nuovo Diogene, sia pure con un fanale a luce elettrica: “amicum quero et non invenio”.

Per quanto ho detto le mie finanze si erano ridotte, mancando quanto prima ritraevo dalla professione. La Tiberina aveva poi lasciato incomplete le nuove costruzioni sul Vomero e questo, unito alla generale crisi edilizia, pose la proprietà urbana in condizioni anormali. Governo, Provincia e Comune non davano tregua, con i continui aumenti delle tasse e molestie insopportabili, rendendo carissima la vita. Il mio stato di salute richiedeva, inoltre, costose e continue cure. Dovevo quindi pensare seriamente a noi e non potevo preoccuparmi dei bisogni altrui. Il mio sogno dorato di riposarmi e godermi il frutto del mio assiduo e onesto lavoro svanì al punto che decisi di vendere la proprietà. Era mia intenzione ridurla nel portafoglio, e con essa cercare una dimora in cui fosse possibile vivere a mio modo. Feci tutto il possibile, invano, e dovetti rassegnarmi a tirare avanti alla meglio. Resta inteso che si trattava soltanto di una precauzione, perché avevo ancora quanto bastava alle nostre modeste esigenze.

Passarono in tal modo il 1891 e parte del 92. Le sofferenze allo stomaco si erano alquanto mitigate.

Non sapendomi rassegnare, e sopportare quanto deploravo, scrissi un opuscolo “Delle condizioni d’Italia sociali economiche”, che pubblicai nell’agosto 1892. Il lavoro, certamente difettoso, aveva almeno il pregio del coraggio civile. Divulgato in un ambiente corrotto mi procurò qualche plauso platonico, ma lasciò il tempo che trovò. Fu una mia soddisfazione personale, che mi procurò soltanto un maggiore isolamento. Quello che avvenne l’anno successivo, soprattutto a Napoli, diede, però, piena ragione a quanto avevo previsto e detto nel mio opuscolo. Se qualcuno prendesse la pena di leggerlo tenga presente che fu pubblicato nel 92, perché gli parrà che si parli degli avvenimenti del 1893 e degli anni successivi. È una cieca fatalità questa, che fa conoscere l’evidenza e trascina alla catastrofe.

Quell’insieme sconsigliato, creato dal Governo e imitato dalle Province e dai Comuni, aveva reso la vita assai agitata, incerta e difficile. Gli uomini erano invasi da malafede ed egoismo, al punto che tutto cadeva nelle mani di vaste e organizzate camorre. La società era, infatti, composta da una metà di proprietari, una quarta parte di faccendieri e loro adepti, una quarta e ultima parte che sopportava tutte le fatiche e i pesi di questo vivere civile e incivile. Teoretici e umanitari giustificavano e aizzavano le gesta degli spostati di ogni sorta. Un nuovo manto di carità patria le ricopriva. Si era elevato a codice un Aristarco noioso e inconcludente, che avrebbe dovuto invogliare i giovani a studiare per istruirsi, ma in realtà creava continui pretesti, a causa dei quali pochi svogliati disturbavano i più, ed erano ragione di continui disordini. Un tribuno, parlando sempre con leggerezza e spesso in modo intollerabile, aveva ridotto la discussione del più serio consesso a un incontro di pugilato dei più arditi e battaglieri. Era inetto all’opera di vero risanamento politico, ma era il sostegno della piazza.

Il socialismo era diventato un partito legale. L’anarchismo era tollerato. Un avvenimento clamoroso fece, però, cambiare parere. Resi insufficienti i compensi politici, furono sostituiti dai profitti politici. Si fecero eclatanti ed edificanti processi agli incauti, e a coloro che approfittavano di tali mezzi senza raggiungere i sommi gradi. Il 1894 fu l’anno classico. Nel frattempo Stato, Province e Comuni regalarono circa 200 milioni di nuove imposte, continuando a predicare di lavorare per ridurre le spese.

Ero sfiduciato e disilluso al sommo grado, ma amavo il paese ed ero ribelle alla soma. Mi spinsi a fare un supremo tentativo per ridestarlo. Concepii e scrissi alcune idee, alle quali diedi il titolo “Napoli, il suo golfo e le sue colline – progetto tecnico economico per il loro risollevamento in armonia degl’interessi generali d’Italia”. Pubblicai l’opuscolo nel giugno 1894. Trattai in generale degli interessi d’Italia, con particolare attenzione a quanto era necessario fare in Napoli. Proposi, fra l’altro, la costruzione di un grande stabilimento idrologico sul Vomero. Feci un disegno panoramico dell’edificio e delle dipendenze, esponendolo nella galleria San Ferdinando. Volevo richiamare l’attenzione di coloro che s’interessavano al risollevamento di questa oppressa grande città.

A Napoli la classe più seria e stimabile è stata sempre quella dei negozianti e degli industriali, come avevo avuto prova nella questione del porto. Nel corso dell’anno quella classe ebbe la felice idea delle feste estive, che miravano allo stesso fine della mia pubblicazione. Non fu quindi difficile intenderci. Nel frattempo, però, si ridestò la questione dell’arsenale militare, che si voleva togliere definitivamente dal nostro golfo. I politicanti scesero in campo con le solite assurde e grette idee. Passò così il 1894 ed io mi rassegnai ad attendere tempi più opportuni.

Il 27 novembre 94 festeggiai le mie nozze d’argento con pochi amici. Gli amici e i parenti che avevano all’epoca assistito al nostro matrimonio non c’erano più, per morte o per altre circostanze. I trascorsi 25 anni ci confortavano per il resto della vita, Questa massima soddisfazione, da noi sentita, ci spinse a solennizzare la ricorrenza.

Siamo a gennaio 1895, e l’orizzonte politico è buio pesto. Le Camere sono chiuse per gli scandali scoppiati in quella dei deputati. I giornali sono pieni di polemiche che non risparmiano nessuno. Molti stabilimenti industriali stanno chiudendo, non potendo sopportare le nuove pesanti tasse imposte dai decreti reali. Non si lavora, e il caro dei viveri aumenta. Aggiungiamo un trimestre di temporali, burrasche e freddi eccessivi senza precedenti.

Il 1895 fu da me iniziato con circa tre mesi di arresti in casa per le note sofferenze. Impiegai questo tempo compilando un opuscolo: “Delle leggi sulle bonificazioni, esame tecnico legale relativo al conseguimento del fine, progetto di legge”. Mi spinsero due ragioni: la prima fu la passione per queste opere, che mai venne meno; la seconda si deve all’associazione di proprietari e agricoltori di Napoli, che m’invogliò a fare questo lavoro.

Scrissi anche qualche articolo nel periodico Italia Marinara, sulla difesa di Napoli e sulla pesca e piscicoltura in queste province meridionali. L’articolo sulla difesa di Napoli pose fine a una deplorevole polemica col giornale Esercito Italiano.

Le sofferenze non mi davano tregua. Ai primi di giugno, senza motivi o ragione, il male ritornò con intensità tale da porre in serio pericolo la mia vita. Sopportai incredibili sofferenze per circa tre mesi, ma superai anche questa crisi.

Il 1895 fu fatale, perché i sette suoi ultimi mesi fui quasi sempre sofferente, senza poter mai capire la natura del mio male. Mi convinsi dell’impotenza della medicina, ad onta del proclamato progresso. Fra i tanti medici consultati, un giovane intelligente e ardito voleva andare alle radici del male con un’operazione chirurgica, già fatta su vari altri come me sofferenti. Il metodo era, però, ancora allo stato sperimentale, e in me non si notavano sintomi tali da obbligarmi a quell’estremo. Rifiutai, non volendo essere vittima della scienza.

Sopportavo bene le sofferenze, con meraviglia degli stessi medici, tanto che riuscii a scrivere due opuscoli di qualche importanza. Il primo, sulla difesa marittima d’Italia, e specialmente del golfo di Napoli, fu pubblicato nel giornale Italia Marinara. L’importanza del golfo era sconosciuta, per imperdonabile noncuranza o malvolere, mentre tutto concorreva a farlo prendere di mira dal nemico in una futura e probabile guerra. Con il mio lavoro volli destare dal sonno letale tutti gli Italiani, e molto più i Napoletani.

Il secondo lavoro riguardava le bonifiche. Le leggi vigenti non erano adatte per le bonifiche nell’Italia meridionale. Nessuna di queste importanti opere si era qui seriamente intrapresa, mentre nell’Italia settentrionale e in quella centrale si eseguivano vaste e varie bonifiche. L’associazione dei proprietari e agricoltori di Napoli era preoccupata di questo fatto, e nominò un’apposita commissione alla quale affidò lo studio della questione. Ero componente della commissione e fui nominato relatore. L’opuscolo, dopo aver riassunto la legislazione che governava le bonifiche, passò a trattare delle bonifiche eseguite, in corso e da eseguire, facendo rilevare le ragioni per cui era impossibile intraprenderle sotto il regime delle leggi in vigore. Ciò posto, proposi un nuovo progetto di legge.

Dal 1896 al 1900

L’alba del 1896 è stata salutata augurandoci che fosse meglio del precedente anno, ma giammai un augurio si è avverato tanto al rovescio e così presto come questo. Scrivo nel mese di aprile, nel letto in cui ho passato tutto l’inverno, alzandomi solo per qualche ora al giorno. Non ho potuto mai dormire durante le interminabili notti, e ho preso sonno soltanto al fare del giorno. L’ottima consorte mi ha assistito in modo incredibile e, infine, si è ammalata anch’essa. Ricordo ben pochi inverni come questo, mite oltre modo, durante il quale non vi è stato giorno senza sole sul bel golfo di Napoli. La città è tuttavia oppressa dalla miseria generale, e da tutte le malattie che affliggono l’umanità. È desolante non poter vedere, o domandare di un amico o di un parente, senza udire una narrazione affliggente. La mortalità ha raggiunto il doppio della media giornaliera. Il disastro di Abba Garima ha coronato l’opera. Napoli ha dovuto contemplarlo più di ogni altra città d’Italia.

I posteri non si potranno mai fare un’idea esatta dello spettacolo dato al mondo in questa dolorosa occasione. Sembra che tutti abbiano smarrito la ragione, e l’ordine sociale sia sconvolto. C’è infatti un pervertimento generale, e i chiamati a porvi rimedio sono i primi agitatori della baraonda. Pretesi patrioti sono giunti a rallegrarsi della sconfitta subita, perché sono antiafricanisti e cosiddetti umanitari. Telegrammi ufficiali, poi smentiti, hanno calunniato i valorosi soldati morti. La penna cade dalla mano a tanto strazio. Si raccoglie il frutto delle teorie predicate dagli apostoli di spostati, oziosi e vagabondi, che hanno rimorchiato tante mediocrità piene di ambizione e prive di meriti. Quantum mutatus ab illo. Lo può comprendere solo chi, avendo vissuto il glorioso periodo dal 48 al 60, assiste a questo sfacelo.

Il contegno e la longanimità del vero popolo sono intanto ammirevoli. Una generosa gara soccorre i feriti reduci dall’Africa, che chiedono di tornarvi per vendicare i compagni morti. Le madri e le vedove mostrano un contegno spartano. Tutti vogliono che il sangue versato e l’onore militare siano vendicati.

Come ho detto, io veglio le lunghe notti e rifletto su questo anormale stato, creato da un insieme di errori e aberrazioni. Ho concepito e scritto due opuscoli, denominati “La Stella d’Italia” e “Il progetto del capitano Nemi e dodici colonie modello nel ventesimo secolo”.

Li ho pubblicati riproducendo nel primo l’opuscolo già pubblicato nel giornale Italia Marinara. Non sembri strana la forma data al secondo opuscolo. Mi ha permesso di dire cose ardue e scottanti senza esitazioni o ripieghi. È anche un mezzo per allettare a leggerlo.

Ho inviato l’opuscolo Difesa d’Italia al Presidente dei Ministri, ai Ministri della Guerra e della Marina, ai rispettivi Capi di Stato Maggiore. Nessuno si è degnato di darmene almeno ricezione! Di cortesie non si abbonda, specialmente con i caratteri indipendenti!

La villa, che fu venduta dalla congregazione nel 1922, è oggi suddivisa fra vari proprietari, anche se si chiama ancora “Villa Giordano” (per maggiori informazioni: Ersilia Di Palo in http://www.vomeromagazine.net/una-costruzione-del-500-nel-cuore-del-vomero-vecchio/ ).

Filippo Giordano fu, inoltre, uno dei “risorgimentali” di spicco del paese, insieme ad Angelo Incagnoli e Giuseppe Polsinelli, anche se non abbracciò la carriera politica come questi ultimi due.

L’inusuale forma piramidale della sua ultima dimora fa venire subito in mente una possibile affiliazione alla massoneria anche se, nelle sue memorie riportate di seguito, nega a più riprese di averne fatto parte.

Alcuni passaggi delle sue riflessioni politiche svelano, però, l’avvenuto contatto almeno con le idee della setta degli “Illuminati di Baviera”; stesso contatto ravvisabile in molti altri risorgimentali meridionali, anche odierni. Sono note a tutti le oscure leggende sataniche e sataniste che circondano quella setta, che alcuni considerano non più esistente, mentre per altri sarebbe ancora ben attiva, e costituita da potentissimi gruppi di potere internazionali che tenterebbero d’influenzare i destini del mondo. Non ho elementi per pronunciarmi in merito. Devo comunque dire che le idee di quella setta, portate nel 1785 nel Regno di Napoli dal teologo luterano Friederich Münter, qualcosa di diabolico dovevano averlo. Quelle idee, in breve tempo, riuscirono a irretire buona parte degli intellettuali dei Regni di Napoli e di Sicilia, che pure erano riusciti a creare scuole di pensiero autoctone con aspetti molto interessanti. Le stesse idee provocarono le atroci ecatombi del 1799 durante l’effimera “Repubblica Napoletana”, i cui vertici erano per la quasi totalità appartenenti a quella setta. Quelle idee furono anche alla base di tutti gli spargimenti di sangue successivi, fino al 1860 e oltre; e di tutte le conseguenze, e conseguenze delle conseguenze, fino all’odierna questione meridionale. “Riconoscerete l’albero dal frutto, perché un albero buono non può produrre frutti cattivi, e un albero cattivo non può produrre frutti buoni.”. Le parole di Gesù dovrebbero farci riflettere sulla qualità di quell’albero di idee, piantato nel Regno di Napoli nel lontano 1785.

Semi di quell’albero, a quanto pare, erano giunti anche in Arpino, forse tramite quell’Antonio Jerocades, prima Massone e poi “Illuminato” di spicco, che aveva insegnato dal 1765 al 1771 nel Collegio Tuziano della vicina Sora.

Occorre chiarire che l’Arpino di quell’epoca non era il piccolo paese in Provincia di Frosinone che è diventato oggi. Era, invece, un rinomato e popoloso centro industriale della Provincia di Terra di Lavoro, con più abitanti del capoluogo Caserta. La millenaria e tradizionale lavorazione della lana si era da tempo industrializzata, e aveva creato l’enorme ricchezza di diverse famiglie, anche grazie alle forniture militari in esclusiva, affidate dai tempi di Carlo di Borbone in poi.

La stravaganza della vicenda arpinate è che proprio esponenti di quelle famiglie, ricche e prospere grazie ai Borbone, divennero dei Borbone acerrimi nemici, al punto da rendersi protagonisti di eventi storici che avrebbero provocato, come effetto collaterale, la decadenza economica di Arpino e la definitiva scomparsa della tradizione laniera, che pure aveva sfidato indenne i millenni. I semi sparsi dal Münter potrebbero avere qualche responsabilità.

La vicenda terrena di Filippo Giordano s’inserisce in questo eccentrico processo storico. La sua “onesta e antica famiglia” aveva una radicata tradizione laniera, fonte di una prosperità forse residua che, comunque, gli permise di trasferirsi a Napoli e portare a termine costosi studi.

Quella famiglia aveva “tradizioni liberali innate” alle quali restò fedele anche il rampollo Filippo, che non tardò ad associarsi “con coloro che preparavano la rivoluzione”, fino a divenire “Commissario Politico del Comitato d’Ordine” e poi, con qualche incongruenza, collaborare con il “Comitato d’Azione” nei sanguinosi scontri nei pressi d’Isernia.

Il risultato? Uso le sue stesse parole:

“L’Italia meridionale fu il bersaglio di quel malaugurato sistema di governo. Presunti martiri furono veri martirizzatori, e non esitarono a darla in balìa ai nuovi governanti, denigrandola e tollerando o, meglio, cooperando affinché fosse trattata da conquistata e messa a soqquadro. Dovevamo e fummo spogliati, calunniati, derisi.”

Arpino, 27/07/2020

                                                                                                                     Raimondo Rotondi

P.S.

Ho  ricopiato le memorie di Filippo Giordano da un file .pdf scarsamente leggibile e non ho resistito alla tentazione di attualizzare un po’ la prosa, anche per aumentarne la leggibilità. Le memorie, redatte da un esecutore testamentario sulla base di appunti sparsi, non risultano particolarmente curate. È errata addirittura la data nella sua introduzione, invecchiata di un secolo (giugno 1808 al posto del probabile giugno 1908).

Adempio l’incarico che il carissimo amico mio Filippo Giordano, nominandomi suo esecutore testamentario, mi affidò con la seguente sua disposizione:

“L’esecutore testamentario dovrà riordinare e stampare le mie memorie, che, da me scritte si troveranno nel mio studio: non si dovrà alterare il senso letterale dei miei scritti e si completeranno con gli elementi esistenti nello stesso studio. Delle memorie in parola si stamperanno 200 copie che, unite alle altre mie pubblicazioni, si distribuiranno ai parenti ed amici a cura e volontà della mia consorte, dell’esecutore testamentario e dell’amministrazione dell’ospedale di Arpino.”.

Napoli Giugno 1808  (?)

Avv. Ulderico Mariani

Poche parole a coloro che leggeranno

Sono stato assai titubante e ho esitato a lungo prima di decidermi a scrivere queste pagine, poiché trovavo per lo meno singolare che, alla fine del XIX secolo, si potessero leggere e ricordare le fasi di una vita modesta, circoscritta nelle pareti domestiche e tutta dedita al lavoro. È pur vero che non ho omesso di occuparmi del bene pubblico, ma l’ho fatto nei limiti della vita privata e per un sentito dovere. In questo scritto si troverà solo quel tanto che servirà a chiarire le idee e i fatti, sui quali ben pochi osano fermarsi per studiarne le cause e gli effetti. Si scrive sempre molto degli ambiziosi e degli agitatori, mentre poco o nulla si sa dei modesti e dei laboriosi.

L’uomo, nella sua vita, è preoccupato soprattutto da tre ideali: il suo benessere, la politica e la religione. Da questi tanto più si allontana quanto più vi si avvicina. Questa antinomia è compresa da ben pochi. I più non la capiscono e, se a loro si presenta, non osano soffermarvisi sopra. Per quanto si predichi il contrario: la base del benessere è la ricchezza e lo scopo della politica è il potere. Si diventa, però, tanto più agitati quanto più si diventa ricchi. Se si raggiunge l’apice della scala sociale si perde completamente la libertà individuale, come succede ai sovrani, specie se sono alla testa di un governo parlamentare. La politica e la religione sono guidate all’origine dai sentimenti più puri dell’umanità, ma presto o tardi degenerano in strumenti di oppressione. Accade perché la libertà e Dio sono i due enti che gli oppressi sempre invocano. Entrambi simboleggiano il bene e la virtù, ma i più astuti riescono a volgerli al proprio utile. Restano così soltanto la più dura oppressione e il nulla. Non è quindi illogico che il sentimento dell’umanità, sorretto dall’irreligione bene intesa, sia il grado più perfetto della civiltà e della religione stessa: il polo verso il quale tendono le aspirazioni e le credenze, che all’inizio sono sempre esclusive e ristrette.

Si vedrà come nella mia vita sono passato per questi vari stadi, perché sono stato sempre libero di me stesso, e ho studiato in ogni occasione le ragioni di quanto osservavo. Non ho compreso mai la felicità dell’ignoto, molto meno quella a cui ripugna la ragione. I miei studi speciali e prediletti delle scienze esatte hanno influito molto.

Questi convincimenti si sono rafforzati sempre più con l’età, e non hanno subito scosse e oscillazioni anche nei momenti supremi, nei quali molti sogliono smarrirsi. Ora che ho già compiuto il sessantesimo anno, se dovessi divenire decrepito e le mie idee dovessero vacillare, avverrà perché sarò rimbambito e le facoltà intellettuali non mi assisteranno più. Questo possibile ultimo periodo della vita mi ha sempre preoccupato, e fin dalla giovinezza il futuro mi ha dato sempre da pensare. Ho fatto perciò tutto il possibile per crearmi un  ambiente sicuro, nel quale riposare senza avere nulla da temere.

Queste mie memorie le dedico alla mia ottima consorte, che ha condiviso con me una vita schietta e senza sottintesi, ed è stata un modello di virtù domestiche, dirette sempre all’unico scopo per cui le religioni hanno ragione di esistere. Ha risolto così l’arduo problema di farsi ammirare anche dai più intolleranti, che non perdonano mai coloro che sanno sollevarsi esercitando la virtù per la virtù. Leggerà perlopiù cose che già conosce, e serviranno a capire quelle che ancora ignora. Abbiamo vissuto con la stessa anima in due corpi, e non tarderemo a compenetrarci in quell’unità che è principio e fine.

In queste memorie dovrò menzionare parenti e amici con i quali fui in cordiali e intime relazioni. Non dirò nulla degli ingrati e dei falsi, soprattutto di coloro che ho creduto sinceri, e si sono rivelati gesuiti camuffati da gentiluomini. Il mio proposito di non ricordare i loro nomi non è dettato dall’odio, ma dal disprezzo. Se hanno amareggiato la mia vita ritenendo di avere diritto sulla mia delicatezza e rettitudine, non ho atteso che fosse colmo il calice e me ne sono allontanato presto. Si tratta di sciagurati che alle deferenze e ai favori hanno risposto con sordidezze e profitti, senza sentire il dovere di non fare languire nella miseria i vecchi che hanno speso la loro vita a servirli onestamente.

Scrivo confidando nella benevolenza dei pochi che leggeranno questi scritti, e spero che siano di ammaestramento a ben vivere.

La mia fanciullezza

Sono nato in Arpino, il 16 gennaio 1834, da onesta e antica famiglia. Due circostanze accompagnarono la mia nascita: l’ottuagenario mio nonno Leone morì di apoplessia, per la gioia di avere avuto un nipote; mi tenne a battesimo il celebre P. Gavazzi.

Mio padre Giuseppe era il vero tipo dell’onesto proprietario di Provincia, condannato a distruggersi per virtù e difetti incompatibili coi tempi. Era giusto e onesto, e tali riteneva tutti gli uomini. Non curava la sua proprietà, ma aspettava che le rendite gli fossero portate a casa. Benché liberale convinto, era anche un fervente cattolico. Fremeva spesso, vedendo gli abusi della religione, ma non seppe mai allontanarsi dalla sua fede. Nel 20 prese parte attiva quale Alfiere dei Militi: si trovò ad Antrodoco sotto gli ordini del generale De Conciliis.

Mia madre Domenica Macciocchi, ottima, modesta e laboriosa donna, era la vera madre di famiglia. Tutto il suo mondo era concentrato e circoscritto nelle pareti domestiche.

Ho avuto due fratelli e due sorelle, più una terza sorella nata da un precedente matrimonio di mio padre.

I primi anni della fanciullezza sono passati come per tutti i fanciulli vivi e d’indole allegra, ma ben presto sono iniziate le note tristi. All’età di otto anni ho perso la buona madre, vera guida della famiglia. Non ho mai dimenticato tutti i particolari di quei dolorosi giorni, e dei tristi anni che li hanno seguiti. Voglia questo breve ricordo della madre soddisfare almeno il desiderio di eternarne la buona e grata memoria.

A circa dieci anni di età andavo a scuola come alunno esterno del Collegio Tulliano, dove ho appreso i primi rudimenti. Ero giunto al corso detto allora “di umanità” quando si svolsero i fatti del 48, che per primi mi hanno elevato in quell’orizzonte. Le tradizioni liberali erano innate nella mia famiglia. Mio nonno e mio prozio Filippo erano stati fra i proscritti del 99. La casa era stata allora saccheggiata dalle orde di Mammone e Fra’ Diavolo. Benché giovanetto di 14 o 15 anni, i precedenti di famiglia mi facevano riscuotere la fiducia dei liberali, che m’informavano e tenevano a parte di quanto accadeva. Erano tutti dei veri liberali, sinceri ed onesti. Merita fra essi speciale menzione Giuseppe Polsinelli, coetaneo di mio padre e già intimo amico e confidente di mio nonno, del quale spesso mi narrava. Ho amato perciò da sempre questo venerando uomo: di quell’amore deferente e confidente ad un tempo, che non viene mai meno. Il Polsinelli nel 20 aveva avuto una parte assai attiva. Nel 48, eletto deputato, firmò la protesta e poi corse sulle barricate. Di tempra forte e risoluta, e non si è mai spostato dalle sue convinzioni. Non ho mai conosciuto un uomo politico uguale a lui per tenacità nei principi, disinteresse nell’azione e abnegazione personale nei pericoli. La sua fede repubblicana lo ha fatto spesso trovare a disagio con i coetanei. Ha amato perciò i giovani, che hanno formato la sua compagnia prediletta.

Fra i compagni di scuola molti, come me appartenenti a famiglie liberali, erano animati dallo stesso sentimento. Era nata con essi quell’amicizia dei primi anni, che mai viene meno. Ci confidavamo a vicenda, e fra noi non vi era segreto, ma era necessario guardarci dai perversi: cosa incomprensibile e fastidiosa per giovanetti imberbi. La maggior parte dei maestri era titubante e timorosa. Quello di umanità, però, non esitava e ci informava e istruiva sulle varie forme di governo, e sull’importanza dell’indipendenza e unità della nostra Italia. Procuravamo di leggere prose e poesie su quegli argomenti, scambiandocele o commentandole insieme. Erano davvero belli e attraenti quegli ideali, che si creavano spontanei nei nostri giovani animi. È dolce il ricordo di essi, benché tante disillusioni li abbiano oramai oscurati.

È purtroppo noto che nel 48 tutto andò subito in rovina, con gli ultimi generosi sforzi concentrati a Venezia e a Roma. In Arpino, così vicino a Roma, si partecipava a quei fatti. Due volte stringemmo  la mano ai garibaldini in Arce e a Castelluccio, ma non passò molto e la reazione invase tutto, anche il Collegio Tulliano, che fu affidato alla setta nera.

Di carattere aperto e indipendente non ho mai sopportato quella calamità, e mi sono sempre ribellato al perinde ac cadaver. Ho dovuto lottare per più anni contro i vampiri che quell’insano e scempio governo aveva lanciato contro la gioventù, per abbrutirne le menti. Vera follia che, inconsapevole dei tempi, ha portato a risultati opposti e ha preparato il sessanta.

La Compagnia di Gesù

Figlia son di un soldato, odio la pace,

nacqui fra l’armi, ho la pietà bandita

mi fu madre crudele una ferita

onde la morte e il sangue altrui mi piace.

Son barbara, son cruda, son rapace

e nell’armi avvezzai l’alma inferita

e se in mezzo alle stragi ebbi la vita

porto dovunque vado ferro e face.

Non conosco altro Dio che il proprio orgoglio

per me le monarchie ancor son dome

e nell’ipocrisia ho quel che voglio.

S’inganna il mondo ognor, né si sa come

Compagnia di Gesù chiamar mi soglio

se di Gesù non ho che il solo nome.

Ho voluto ricordare questi versi dopo oltre 40 anni che li ho appresi, non ricordo come e dove. Quei melliflui velenosi mi hanno ispirato un’invincibile ripugnanza fin dal primo giorno che li ho conosciuti e sono stato a loro presentato. Frequentando per forza la loro scuola ed obbligato alle pratiche che imponevano con rigore, non potevo persuadermi come un padre, che veramente ami i propri figli, possa affidarli a questa setta. I più intelligenti, se sfuggono dai loro artigli, sono resi inutili per loro stessi, per la famiglia e per la patria. È pur vero che il loro veleno per alcuni non è efficace, ma sperimentare se i propri figli siano o no dei Mitridate è una menzogna come quella di sentirsi padre dei disgraziati giovanetti sottoposti all’esperimento.

Dovevo rassegnarmi a frequentare la scuola dei Gesuiti, ma ero alquanto istruito sul loro conto avendo anche letto il Secreta Monita Gesuitorum. Mi confidavo con altri due compagni, simili a me per posizione di famiglia, sentimenti e istruzione. Odiavamo quei finti cristiani, e il nostro odio cresceva ogni giorno. A volte non riuscivamo a celarlo, tanto che rischiammo di essere espulsi. I Gesuiti non potevano tollerare che non ci prestassimo a riferire sui compagni, ma che, al contrario, facessimo il possibile per scovare e tenere alla larga i delatori. Era pure per loro insopportabile che fossimo poco o punto edificanti sulle pratiche religiose. In realtà non ne eravamo per niente attratti, e le loro esagerazioni finivano per farcele del tutto disprezzare. Ben presto fummo ribattezzati col nome d’irriducibili.

Va qui notato che un vecchio settario calzolaio, già maestro dei Carbonari, sentiva per me molta predilezione, e mi aveva istruito su vari segreti della setta, dalla quale mi guardavo fin d’allora.

Comprendevo, e in seguito me ne convinsi sempre più, che la forza della setta risiede nel fatto che gli affiliati, sentendosi sorretti, hanno un’energia che manca agli uomini onesti e dediti al lavoro. Questi ultimi vivono isolati e sono quindi sopraffatti dai primi. Il dominio segreto, ma vero, nel mondo e in ciascuno stato, è conteso da due grandi affiliazioni: i Gesuiti e i Massoni. Entrambi agiscono nell’oscurità, e con gli stessi metodi. Mostrano in apparenza fini diversi, che in sostanza sono identici. È impossibile guardarsi da questi due immensi polipi. Per essi ogni virtù è derisa, mentre il vizio trova appoggio e protezione. La famiglia e la patria sono sopraffatte dal concetto vago di umanità. Così sempre fu e sarà, perché le due diramazioni emanano perfezionate da simili antichissime associazioni, e si estendono a tutto il mondo civile e incivile. Risalgono dalle infime classi sociali alle più elevate. I sovrani stessi, temendo il loro tenebroso lavorio, procurano di amicarsele e ne sono complici.

Lasciamo per ora i Massoni.

I Gesuiti hanno ridotto il cattolicesimo a mera finzione. Tutto poggia su una grazia che, per di più, non si sa quando e come meritare. Poche parole chiariranno meglio il concetto. Le massime che quei padri predicavano a noi giovani allievi, in ogni occasione, si possono riassumere come segue: lo scandalo è peggiore della colpa. Uomini illibati si erano perduti in eterno per un semplice cattivo pensiero negli ultimi istanti della vita, mentre i primi malfattori si erano salvati con un atto di attrizione, manco di contrizione, negli stessi ultimi momenti. San Luigi Gonzaga, il modello della gioventù, era tanto modesto da non guardare la madre in viso. Per aver dato un bacio alla sorella fece tre mesi di penitenza. Abbandonando i genitori per darsi a Dio si raggiunge la massima perfezione, invertendo quasi le parti del sacrificio d’Isacco. Nel complesso questo Dio è un tale despota che non basta osservarne le leggi. Tutto dipende dalla grazia. In altri termini sono le sue simpatie o antipatie che salvano o perdono i mortali. Quando si tratta dei voleri dispotici di Dio, padre, madre e famiglia scompaiono. È un delitto sentirne gli affetti. È virtù sacrificarli. Immaginiamo se valeva la pena di mettere in campo la patria! Per finirla con questi innumerevoli assurdi, era essenziale tenere sempre gli occhi bassi, anche di fronte alla madre, imitando il suddetto modello etico. Poco importava che, seguendo quelle massime, si rischiava di finire come il modello stesso. Per agevolare un tale risultato, i giovanetti erano tenuti in camerini separati.

Non vanno dimenticati i santi spirituali esercizi. Per averne una certa idea bisogna immaginare un ambiente quasi oscuro, e tutto parato a nero. Poche candele accese mostrano un energumeno che, con voce studiata e monotona, grida di un Dio irascibile e vendicativo, che punisce il giusto per il peccatore: i figli, nipoti e pronipoti per padri, avi e bisavi che si sono lasciati stimolare dal peccato. L’inferno è sempre aperto. I demoni sono sempre vicini e pronti. È difficile, al contrario, l’accesso al paradiso. Pauci sunt electi. I santi avvocati vogliono lunghe preghiere, e feste con grida, urli e strepiti per l’intero giorno e per più giorni. Infine: confessione generale. Perinde ac cadaver.

Quei signori furono dapprima assai blandi con me, perché volevano tirarmi alla loro setta. Durò poco. Per apprezzare le cose al giusto termine, debbo far notare che ero sempre fra i primi per profitto negli studi, specialmente nelle scienze naturali. Ottenni anche la medaglia nelle matematiche e nella fisica. Giova pure rilevare, e parrà singolare, che meritai vari premi nel commentare l’alta dottrina del Bellarmini. Il mio carattere aperto mi portava, però, a cercare la ragione di tutto. A questo si deve la mia tendenza per lo studio delle scienze esatte. La filosofia teologica e gli atti di fede non li potevo ingoiare, ed erano per me assurdi.

Trascorsi così quattro lunghi anni di quell’età in cui tutto è poesia: i più adatti per gli studi letterari e filosofici. Molti illusi credono che quegli studi si facciano con profitto dai Gesuiti, e che la loro educazione si debba tenere in conto. Lo dicono forse in buona fede, perché non sanno come stanno le cose. I più fra essi deplorano poi le conseguenze di una tale apparente istruzione e deplorevole educazione, quando non vi si può più porre rimedio. Il primo periodo della mia vita ebbe molta influenza sugli altri che seguirono, perché le mie opinioni religiose non sono cambiate mai. Un fatto simile fu sempre da me rimarcato anche in tutti i miei compagni, pur divisi in due opposti estremi. Coloro i quali, per indole e sentimenti contrari, si sono sottomessi a una tale istruzione ed educazione sono valsi poi nulla, o ben poco, nella vita.

Dal 1854 al 1860

La mia tendenza per le scienze esatte mi fece scegliere l’ingegneria. Mio padre mi voleva avvocato o medico, ma poi aderì ai miei desideri. I Gesuiti avevano generato in me un’avversione per gli studi di filosofia e diritto, perché la base della loro filosofia era la rivelazione e, quindi, il diritto poggiava sulle credenze. Comunque fosse, mi liberai dai detti odiati precettori e mi recai in Napoli per divenire uomo. Questo aveva una grande importanza in quei tempi di oppressione, perché si dovevano superare serie difficoltà create dal governo, che temeva studiosi ed atti a sollevarsi. Si aggiunga che le finanze della mia famiglia erano molto scosse. Potevo soltanto studiare con profitto, e farmi una posizione, o aumentare il numero degli spostati. Mi sono sempre preoccupato, forse troppo, dei bisogni della vita e dell’avvenire. Viste le incertezze e l’anormalità dei tempi, temevo di non poter giungere a prendere una professione, o non mi fosse possibile poterla esercitare. Avevo perciò appreso anche l’arte di rilegatore di libri. In qualunque eventualità avrei così avuto da vivere.

In Napoli presi a frequentare lo studio dei Professori Tucci e Cua, nel quale in seguito insegnarono anche i Prof. Panunzio e Battaglini. Lo studio fu per me una vera rivelazione, perché, nonostante le medaglie ottenute nel collegio di Arpino, compresi subito che non sapevo cosa fosse la matematica. Mi rassegnai a rifare tutto da capo e non mi fu duro, perché i nuovi maestri invogliavano a studiare, svegliando e non abbrutendo la ragione. Questo fece nascere in me tale stima e amore per quelle venerande persone, che ho sempre fatto il possibile per coltivare e conservare le loro buone relazioni. Furono sempre fra i miei migliori amici, specialmente il Cua, col quale in seguito contrassi intimi rapporti di famiglia. Se i giovani comprendessero quale soddisfazione si prova nell’età adulta vedendosi stimati e amati dai vecchi maestri, tante deplorevoli scene sarebbero impossibili. D’altro canto i maestri dovrebbero anche invogliare i giovani a studiare, dando loro l’esempio con l’essere sempre assidui e solerti nell’adempiere al proprio dovere. La malintesa politica, purtroppo, invade e ammorba tutto.

In breve tempo mi posi al pari dei miei compagni, e non mi sentii più inferiore. Napoli allora non aveva una scuola di liberi Ingegneri. All’Università si dava un certo ibrido diploma nelle scienze matematiche, che ottenni ben presto. La sola vera scuola d’ingegneri era quella dei Ponti e Strade, alla quale si era ammessi per concorso ogni biennio. Feci questo concorso e fui ammesso, ottenendo l’undicesimo posto fra un centinaio di concorrenti. L’ammissione ai Ponti e Strade fu un fatto importante, perché mi assicurava una buona carriera. Mi dispensava anche dalla leva, togliendomi, inoltre, dalla condizione di studente, che all’epoca era insopportabile per le continue vessazioni della polizia. Il corso di quella scuola durava quattro anni. Vi rimasi perciò fino al 1860.

È necessario dire qualche particolarità di questo periodo, che fu il più scabroso della mia vita e quello dal quale dipese tutto l’avvenire.

Lo studente, che durante gli studi cammina difilato al suo scopo, non apprende soltanto la scienza o l’arte per la quale s’incammina, ma si prepara anche l’ambiente per esercitarla. Questo è vero soprattutto per coloro che lasciano le famiglie e si recano nei grandi centri. La lontananza dai familiari fa sentire il bisogno di nuovi legami, che si possono trovare soltanto in una sincera amicizia. Ben fortunato è chi, in questa condizione, incontra un vero amico. Io fui fortunato.

Angelo Incagnoli, nato in Arpino circa tre lustri prima di me, era un’anima eletta che i più non compresero. Da giovanetto si era stabilito in Napoli. Ci conoscevamo per intime relazioni di famiglia, ma non avevamo mai avuto modo d’intenderci. Ci comprendemmo presto e la nostra amicizia, che non subì mai oscillazioni per un terzo di secolo, fu interrotta soltanto dalla morte. Il 15 maggio 1884 cadde ed esalò l’ultimo respiro fra le mie braccia, nella mia villa al Vomero e nella mia casa.

Di animo nobile e altruista, perse molti anni ad arricchire esseri che non seppero mai apprezzarlo e, secondo il loro costume, gli furono ingrati, abbreviandogli così la vita. Virtuoso e capace voleva fare, ma non seppe affrontare le ire e non volle gettarsi nella corrente. Fu amareggiato e paralizzato dalla perdita immatura dell’ottima consorte e di ben cinque figli, già adulti ed assai bene educati.  Lasciò un’unica figlia e modesta fortuna.

La vita d’Incagnoli si può riassumere in un lavoro continuo, soprattutto a vantaggio degli altri.  Da Deputato e poi Presidente del Consiglio Provinciale di Terra di Lavoro, Amministratore dell’Istituto di San Lorenzo di Aversa, Assessore comunale di Napoli, Censore del Banco, Membro della Camera di Commercio, Deputato al Parlamento e componente di varie importanti commissioni – fu sempre ugualmente operoso, integerrimo ed amante del pubblico bene. Aveva la parola facile e una base di studi seri, a cui andava aggiunto il fare schietto e la figura simpatica. Ovunque e comunque fosse, raggiungeva sempre una posizione importante. Il suo difetto era che non andava al fondo delle questioni e non vedeva l’importanza di risolverle, ma si arrestava nel bel meglio. Oltre al suo carattere mite e accomodante, influiva anche la varietà delle sue occupazioni, ivi comprese le cure domestiche.

Poco più di un anno prima di morire aveva maritato l’unica figlia superstite a un giovane, anch’egli di Arpino, intelligente, attivo e bene istruito nell’ingegneria, che aveva anche collaborato nel mio studio. I caratteri, le tradizioni e gli ambienti delle due famiglie erano, però, troppo diversi. Ben presto si trovarono a disagio. La nuova coppia s’intendeva ed era sempre in buon accordo, ma quanto li circondava era incompatibile con i sentimenti liberali, l’indipendenza religiosa e il franco e leale operare d’Incagnoli. Avendo egli perso l’ultima consorte si era, fra l’altro, riammogliato con una sorella di questa, ex monaca professa. Il genero aveva ben quattro zii paterni preti, molto intransigenti. In cuor loro non gli perdonarono mai questo matrimonio, anche se lo lusingarono fino agli ultimi istanti della loro vita. La loro fortuna la lasciarono, però, al figlio di una loro sorella, per il quale non si erano mai mostrati teneri.

Ritornando alle mie personali relazioni con Incagnoli: il mio modo di vedere era diverso dal suo, ma ci trovavamo sempre concordi nel fine. Egli facilmente tollerava, spesso temporeggiava e sempre perdonava. Io, al contrario, volevo andare forse troppo in fondo. Bisticciavamo, ma in conclusione ci stimavamo ed amavamo. Per giunta io avevo per lui una filiale deferenza.

Strinsi questa intima amicizia durante gli anni della più insensata tirannia borbonica. Sono troppo note le sue gesta. Gli studenti erano presi di mira, ed erano soggetti a mille vessazioni. Per questo non tardai ad associarmi con coloro che preparavano la rivoluzione. Incagnoli lavorava a questo fine, come pure il Polsinelli. C’intendemmo presto, e quello che trovavamo necessario lo facevamo di comune accordo. Ricordo e rimpiango quel periodo di poesia e abnegazione. L’Italia una e libera era il nostro sogno. Sorrideva in un modo tanto bello ed attraente, che può essere compreso solo chi ricorda quei tempi senza rimorsi. Gl’interessi individuali ed i compensi non avevano ancora ammorbato l’ambiente.

Mentre ero così lieto che si realizzassero le aspirazioni dei miei primi anni, orgoglioso di prendere parte attiva al risorgimento politico del paese, si preparavano anche giorni per me assai tristi. Le finanze della mia famiglia andavano di male in peggio. Le rendite non bastavano più a pagare gli interessi sui debiti. La prima sorella consanguinea era morta. La seconda si era maritata. Uno dei fratelli si era tolto dai guai facendosi monaco. Restavano il padre di oltre settant’anni, una sua sorella di circa ottanta, il secondo mio fratello e l’ultima sorella. Per risolvere la deplorevole situazione, presi da Arpino i quattro componenti della famiglia e li condussi in Napoli. Curai in seguito che fosse venduta la maggior parte della proprietà, per pagare il dovuto e non dovuto. Non mancarono gli approfittatori. Restò poco, mentre i bisogni erano molti. Cinque persone dovevano vivere. Iniziai a fare il commesso in uno studio commerciale, cedendo poi il posto a mio fratello. Mattina e sera insegnavo matematica e, nelle ore intermedie, assistevo alla scuola dei Ponti e Strade. Il mio fare radicale e preciso, unito all’aver soddisfatto tutti i bisogni di mio padre, mi procacciarono la stima e la fiducia di quanti mi conoscevano. Questo mi avrebbe giovato molto nell’avvenire.

Era questa la mia situazione quando si giunse al 1859. Che fare? Dovevo per forza attendere di poter essere utile in Napoli. Mi confortava molto l’Incagnoli. La burrasca giunse presto nell’Italia Meridionale e Garibaldi sbarcò in Sicilia con mille eroi. Lo studio d’Incagnoli divenne un centro di preparazione alla lotta. Stampe, armi e munizioni erano depositate nei suoi magazzini e poi distribuite. Si organizzavano dimostrazioni e diserzioni nell’Esercito Borbonico, specialmente di sottufficiali. Era un lavoro pericoloso, specialmente dopo la proclamazione dello stato d’assedio. In quelle diserzioni ebbi una parte speciale, introducendomi nei quartieri dell’esercito. Non mancò il delatore. Riuscii a pormi in salvo, avvisato in tempo da un sergente del comando di piazza.

Il sessanta

Trovo necessarie alcune importanti precisazioni sulle mie idee politiche. Nel sessanta fu necessario transigere, ma quanto è avvenuto negli anni successivi ha confermato questi convincimenti.

Le mie aspirazioni erano repubblicane. Il 1820 si rifletteva nella mia mente assai triste, e il 1848-49 molto oscuro. Non ho mai compreso la politica dello scettico e credente ad un tempo, che non assume nessuna posizione decisa, e firma anche la sua scomunica, incurante del precipizio a cui si va incontro e del venir meno di ogni alto ideale. Questo può piacere agli ambiziosi e agli spostati, ma opprime gli onesti dediti al lavoro, preparando con lo sconforto la miseria e la rivoluzione.

I famosi principi del 1789 erano sfuggiti di mano alla Francia. L’Italia aveva trovato la sua ragione di essere raccogliendoli dalla polvere, con questa bandiera. La difesa di Roma ne era stata la grande epopea. Con quel memorabile assedio la Francia aveva commesso il più madornale errore, che poi aveva confermato a Mentana. Nella sua proverbiale leggerezza non ha mai compreso che il primo nemico del progresso è il Papato, sorretto dal gesuitismo, e che l’Italia era destinata a schiacciarlo con l’aiuto della Germania, dalla quale era partita la Riforma e vi si era solidamente basata. Con la pace di Villafranca del 1859 la guerra di principio si prostituì in una guerra di conquista. Il suolo italiano si valutò e scambiò a date ragioni. Nel 1870 la Francia avrebbe pagato assai caro questo sacrilegio. L’Italia, annuendo al mercato, aveva abdicato nel suo nascere a quanto la poneva, per la terza volta, alla testa della rigenerazione morale e materiale dei popoli.

Non sono stato mai entusiasta del Conte Cavour, che ha affrettato l’unità e l’indipendenza d’Italia senza attendere che si compisse per virtù propria, preferendo riprenderne una parte allo straniero e cederne un’altra all’alleato, a sua volta straniero e prepotente. Non ha compreso che la Germania e l’Inghilterra sono le nostre naturali alleate, specialmente volendo trasportare la capitale d’Italia a Roma, perché queste due nazioni sono emancipate dal Papato, mentre la Francia ne è e ne sarà servile, finché sussisterà. Si doveva capire con chiarezza che dovremo presto o tardi confrontarci con quest’ultima nazione. Non si doveva proprio per questo cederle le porte occidentali del paese, culla del popolare eroe e del futuro Re d’Italia.

Il movimento insurrezionale, intanto, si propagava all’Italia centrale e al mezzogiorno. I Francesi occupavano Roma e non vi era perciò da scegliere. Tutti accettammo il grido “Italia una e Vittorio Emanuele”.

Polsinelli nutriva le suddette idee, che in gran parte mi aveva ispirato. Incagnoli era più dei tempi e assai meno accentuato di noi. Ci trovammo tuttavia sempre d’accordo nell’agire, perché l’odio contro i Borboni era uguale e ci univa.

Il tempo di agire era giunto. Sistemai alla meglio le cose di famiglia, e accettai la qualità di Commissario Politico del Comitato d’Ordine. Partii da Napoli per promuovere e coadiuvare la rivoluzione in Terra di Lavoro e negli Abruzzi. Ero pieno di entusiasmo, anche se avevo il cuore lacero, perché due vecchi, padre e zia, e una giovane sorella dipendevano da me. La loro esistenza era subordinata alla mia. Feci un primo giro nel circondario di Sora. Mi recai poi in quello di Piedimonte, dove a Pietramelara m’intesi con De Blasio sul da farsi. Promossi anche un’adunanza a Cassino, nella quale si concluse ben poco. Si temeva molto il Sottointendente di Sora che, fino a quel momento, aveva perseguitato a morte i liberali. Decisi di tirarlo a noi. La sera stessa ero da lui a Sora, e ci intendemmo.

Se i sovrani potessero comprendere quale terreno si preparano, opprimendo o trascurando quanti non si sanno sottomettere, agirebbero in altro modo. L’ambiente in cui vivono, preparato e custodito con cura dai cortigiani, nasconde loro tutto. Sono persuaso che il maggiore e incessante studio dei cortigiani sia quello di tenere il sovrano lontano dal suo popolo. Per popolo intendo l’insieme che costituisce la parte vitale di uno Stato e ne sopporta i pesi. Quanto si è detto avviene in qualunque forma di governo: senza cortigiani i popoli sarebbero felici e non vi sarebbero spodestati.

In Napoli si erano costituiti due comitati rivoluzionari: d’Ordine e d’Azione. In realtà si faceva quello che si doveva, in nome dei due comitati, senza preoccuparsene troppo. Ero partito sotto gli auspici del Comitato d’Ordine, ma mi ero incontrato con Lorenzo Iacovelli, appartenente a quello d’Azione insieme ai fratelli Capocci. La diversa origine non impedì che trovassimo l’accordo per cooperare allo stesso fine. L’avvocato Iacovelli aveva preso parte attiva ai moti del 1848. Il 15 maggio era stato ferito, ed era stato poi a lungo in carcere. Uno dei due fratelli Capocci, nella stessa epoca, era stato in Lombardia. L’adunanza tenuta a Cassino mi aveva convinto che, per fare qualche cosa, occorrevano altri elementi. Mi posi perciò in buone relazioni con questi nuovi venuti, e decidemmo di rompere gli indugi e proclamare il governo provvisorio a Sora. Spiegai che mi ero inteso con il Sottointendente, che era con noi. Parrà incredibile: nella solenne funzione i gendarmi borbonici mantennero l’ordine, scortando e rendendo gli onori dovuti alla bandiera della rivoluzione, nel giro che con essa facemmo per la città!

Da Sora, con pochi amici, mi portai in Arpino. Alla porta ci venne incontro Polsinelli, con la bandiera spiegata. Si entrò in città, fra gli abbasso al vecchio e gli evviva al nuovo ordine.

Nella piazza, davanti al palazzo comunale, nel 1799 mio nonno aveva innalzato l’albero della repubblica, e nel 1820 mio padre vi aveva spiegato la bandiera della libertà. Fui perciò doppiamente fortunato a sciogliere un voto e non mancare alle tradizioni di famiglia.

Il vecchio calzolaio, maestro dei Carbonari, volle abbracciarmi. Era commosso e ripeteva: “Ricordo tuo nonno e tuo padre. Non sei diverso da loro.”.

Il governo provvisorio di Sora si attirò lo sdegno speciale del Borbone, perché gli minacciava le spalle mentre si preparava a difendersi fra Capua e Gaeta. Per questo molti stimarono imprudente quel moto, anche se le rivoluzioni si compiono con l’imprudenza. Fu subito spedito verso Sora un battaglione con gli ordini più severi, specialmente riguardo ai componenti del governo provvisorio. Nelle rivoluzioni succede che pochi audaci le compiano e i più siano rimorchiati. Quando a Sora si seppe del battaglione che marciava alla nostra volta, restammo in pochi decisi alla resistenza. Si deve aggiungere che colà i discendenti dalle orde del famigerato Mammone erano molti. Fra questi si trovava un tale Lonzi Lonzi Chiavone (sic n.d.r.). Questo tale organizzò presto una numerosa banda con le vecchie tradizioni. Il campo prediletto, detto la Selva, è assai adatto a questi fini. Ci trovammo quindi con i Borbonici di fronte e i Reazionari, poi Briganti, alle spalle. Eravamo una trentina. Dovemmo per forza cedere al numero esorbitante e abbandonare Sora.

Teodoro Pateras e Giuseppe Fanelli, nel frattempo, organizzavano alla meglio la Legione dei Cacciatori del Vesuvio, restando nei pressi d’Isernia. Ci venne l’idea di correre da loro, rafforzarli e indurli ad opporsi alla marcia dei Borbonici verso Sora, attaccandoli di fianco presso Cervaro. Essi, però, erano impegnati a reprimere le tremende reazioni che già si manifestavano in quelle contrade. Garibaldi, intanto, era entrato trionfalmente in Napoli. Il Borbone era fuggito e si era ritirato a Capua. Restava in piena balìa dell’esercito borbonico tutta la maggior parte di Terra di Lavoro posta sulla destra del Volturno, sulla quale fu scagliata la fuggitiva polizia siciliana, con tutti i galeotti che il Borbone riuscì a raccogliere. Sempre vili e perversi! Fugge dalla capitale, dove non sa difendersi e morire, e vuole recuperare il Regno con briganti e galeotti! Di questi in seguito ne ebbi due in mano, che scontavano la pena: uno per omicidio e l’altro per furto qualificato.

Non conoscevo personalmente né Pateras né Fanelli, ma simpatizzammo presto. Con quelli che mi seguivano, e altri che raccolsi, formai la quarta compagnia della legione e ne presi il comando. Mancavano, però, armi e munizioni. M’incaricai di procurarle e da solo mi recai in Napoli, sfuggendo ai Borbonici scaglionati lungo il percorso.

Incagnoli mi presentò a Garibaldi, che mi fornì quanto richiedevo, dandomi anche istruzioni e ordini per Pateras. Il problema era raggiungere Isernia con le armi e le munizioni ricevute. A Napoli avevo conosciuto il maggiore Ghirelli, che si unì a me con alcuni giovani volontari. Con questi affrontai la difficile opera.

Occorre premettere che Garibaldi aveva tentato invano di occupare Caiazzo. I suoi volontari occupavano la linea da Maddaloni a Montesantangelo. I Borbonici, perciò, dominavano sulla destra del Volturno, ma non si erano distesi a monte del fiume. Tutto sommato, percorrendo la Valle di Maddaloni fino al ponte sul Calore si era al sicuro. Più in là occorreva sapersi regolare in base agli eventi. Divisi il carico in due. Il primo assai leggero, e con mezzi celeri, partì con me e con i nuovi compagni. Il grosso del carriaggio veniva dopo, scortato da Guardie Nazionali comandate da mio fratello Leonardo. Passai il ponte sul Calore e proseguii oltre. Subito dopo il ponte fu occupato dai Borbonici, che si preparavano a dare battaglia il 1° ottobre. Mio fratello, avvisato in tempo, tornò indietro e salvò quelle munizioni, che servirono a Bixio per distruggere i Bavaresi sul ponte della Valle. L’ora fatale per i Borbonici era suonata.

Io raggiunsi Pateras e Fanelli a Isernia, con le armi e le munizioni. La legione dei Cacciatori del Vesuvio scarseggiava di armi, al punto che la terza compagnia si era dovuta armare con i bidenti. La compagnia armata in modo così singolare aveva portato lo spavento fra i reazionari di Gallo. Quelli, da noi attaccati, avevano opposto fiera resistenza contro le compagnie armate di fucili, ma furono presi da terrore alla vista di quegli improvvisati diavoli. Tali parevano e tali li credettero.

Gli ordini di Garibaldi erano di marciare contro le orde reazionarie che infestavano la Valle del Liri, comandate dall’avventuriero tedesco Lagrangia (sic n.d.r.). Completato alla meglio l’armamento della legione, lasciammo a Isernia il maggiore Ghirelli con pochi volontari e ci ponemmo in marcia per Casteldisangro e Solmona. Volevamo prendere i nemici alle spalle nella Valle di Roveto. Ero contrario a questa marcia girante, che ci allontanava dall’obiettivo. Sostenni che era necessario attaccare i Borbonici presso Cervaro, e possibilmente spingersi fino a Sora. I fatti successivi mi diedero ragione, perché Ghirelli non poté difendere Isernia contro forze preponderanti. Ebbe così luogo la barbara reazione d’Isernia.

Iniziata la marcia, facemmo una prima sosta a Casteldisangro e poi a Solmona. Qui avemmo una festosa e sincera accoglienza da tutti quei gentiluomini, specialmente i Ricciardi, che si unirono a noi e cooperarono in tutti i modi possibili. Incontrammo la legione del Gran Sasso, comandata da Antonio Tripoti, e le guardie nazionali mobili chietine, comandate dal barone Silvio Ciccarone. A Solmona trovammo i resti di un magazzino dell’esercito borbonico, e ci rifornimmo di armi, munizioni e vestiario. Fu una vera provvidenza.

Erano già in corso terribili reazioni. Quella di Isernia si segnalava per l’inaudita barbarie. Le minacce partivano da tre centri: Isernia, Valle di Roveto, Lama e Taranto. L’obiettivo era Solmona, per chiudere il varco alle truppe italiane che avanzavano dalle Marche. Prima che la fiumana si ingrossasse, e ci circondasse, bisognava attaccare quell’accozzaglia e sbaragliarla. Ci dividemmo in tre corpi. Pateras e Fanelli, alla testa del primo, si diressero alla Valle di Roveto. Tripoti col suo ad Isernia. Io, con Ciccarone e Tommaso Ricciardi, mi rivolsi contro Lama e Taranto. Prima di metterci in marcia, quando erano già partiti da Solmona i due primi corpi, venimmo a conoscenza di una vasta reazione di sbandati organizzata dal capo della gendarmeria borbonica, rimasto in città. Sventai il complotto con un colpo di mano, impossessandomi dell’organizzatore e capo.

A Lama e Taranto si era formato un vero esteso centro di reazione minacciante Polena, che resisteva. Non avevo forze sufficienti per attaccare quei reazionari. Dovevo anche scongiurare la strage dei molti gentiluomini liberali, tenuti in ostaggio nel carcere.

Decisi di sorprenderli girando la Maiella per Campodigiove, per piombare loro addosso lungo la Valle di Coccio. Tommaso Ricciardi era nativo dei luoghi, che conosceva bene. Con l’aiuto della nebbia l’impresa riuscì a meraviglia. Facemmo molti prigionieri, che mandammo al carcere di Pescara sotto scorta.

Tripoti aveva intanto soppresso la reazione di Casteldisangro, ma non poteva avanzare contro Isernia, occupata da Scotti Douglas con circa ottomila soldati e una numerosa orda di reazionari. Corsi con i miei volontari in suo aiuto, lasciando Ricciardi e Ciccarone a proseguire la bene iniziata impresa. Era, però, impensabile attaccare Isernia, anche con le forze di Tripoti unite alle mie. Il nemico si era inoltre imbaldanzito per il fatto d’armi di Castelpetroso, presso Isernia, avvenuto nel frattempo per l’audacia imprudente di Nullo. Ci ponemmo sulla difesa occupando Rionero.

Scotti volle tastare le nostre forze e mandò all’attacco i reazionari, che furono respinti con notevoli perdite. I superstiti rientrarono in Isernia moltiplicando il nostro numero ed esagerando la nostra importanza, perché avevamo due cannoncini che Tripoti aveva preso a Pescara.

Il fatto fu provvidenziale, giacché Scotti, ritardando l’attacco contro di noi a causa di queste notizie, diede il tempo al generale Griffini di giungere qualche ora prima di lui, quando si decise all’attacco.

Influì molto il fatto che, impedendo ogni comunicazione con Isernia, avevamo nascosto a Scotti di essere in pochi. Il nemico restò sorpreso quando, alla battaglia detta del Macerone, si trovò di fronte il IV corpo piemontese, comandato dal generale Cialdini, la cui avanguardia era sotto gli ordini di Paolo Griffini. Scotti cedette subito le armi, e confessò d’ignorare l’avanzata dell’esercito italiano. Aveva supposto di trovarsi di fronte i soli garibaldini, attaccando Rionero.

Lo stesso giorno fu occupata Isernia, che trovammo decorata con gli avanzi delle sue carneficine. Ho ancora presente quell’orrido panorama, che non so descrivere.

Pateras e Fanelli, presso Tagliacozzo, si trovarono di fronte Lagrangia e Tristany, che avevano forze assai preponderanti. Furono respinti e ripiegarono a Popoli. Io non avevo più niente da fare ad Isernia, e corsi perciò in loro aiuto. Pateras mi venne incontro fra Solmona e Popoli e mi aggiornò sullo stato delle cose. D’accordo con lui andai ad occupare quelle alture, nell’ipotesi che Lagrangia e Tristany continuassero l’avanzata. Restai vari giorni in quella posizione, sostenuto da Vincenzo Ricciardi, fratello del sopra notato Tommaso, che conduceva 50 o 60 guardie nazionali di Solmona e circa 30 di Scanno. Per più notti fummo destati da falsi allarmi e finti attacchi dei reazionari, ma alla fine Lagrangia e Tristany rientrarono nello Stato Pontificio. Non fu estranea alla ritirata l’arditezza di un mio volontario di Casalvieri assai pratico dei luoghi che, mandato con due compagni in ricognizione, trovò i nemici accampati presso Guriano Sicoli. Approfittò della notte oscura e si avvicinò al campo, sparando loro qualche colpo addosso. Bastò questo perché quelle bande aprissero un nutrito fuoco contro i supposti assalitori, consumando munizioni.

Non avevamo più nemici da combattere, per cui ripiegammo sopra Casteldisangro onde rientrare nel quartier generale dei volontari.

Mi sanguina, però, il cuore e cade la penna.

Preferisco riportare un brano del prof. G. Stroffolini, che così chiude il suo pregevole lavoro “Dopo 19 anni il 1° ottobre nella reggia di Caserta”:

“Ed i nostri volontari? Cialdini marcia su Venafro per osservare le mosse del nemico. Fanti marcia incalzando i borbonici sul Garigliano, dove avranno luogo gli ultimi scontri. I nostri volontari sono destinati a compiere un’opera non meno ardua: correre il paese, al di qua e al di là del Macerone, infestato da bande di partigiani che fanno nucleo ai borbonici sbandati e scorrazzano pei distretti d’Isernia e di Casteldisangro, perlopiù a modo di masnadieri, irrompendo nelle terre abbandonate, uccidendo e rapinando.

In condizioni più tristi vissero i volontari negli ultimi due mesi. Le reliquie della reazione, non affatto distrutte, non consentivano che ritornassero alle proprie case. Non potevano ritornarvi sforniti di mezzi e costretti a mendicare, frustro a frustro, con debiti contratti, la vita.

Non ci dà il cuore. Chiuderò questa scarna e pallida cronaca paesana con brani dei dispacci e corrispondenze dei comandi di quelle legioni col governo della luogotenenza di Napoli. L’impressione è troppo trista. Pare che l’intento dei moderati, che allora spadroneggiavano in Napoli, fosse uno solo: lo sbandamento dei volontari per le condizioni disperate che loro si creavano ad ogni passo.

Certi brani di uffici inviati dall’onesto patriota Giuseppe Fanelli al capitano Filippo Giordano, al quale vennero confidate le reliquie di quelle legioni tanto benemerite, stimiamo fosse amor di patria ricoprirli del mistero.”.

Finì in tal modo il mio volontariato e, non appena potei ritirarmi e far ritirare i miei compagni con onore, rinunciai a tutto, anche ai famigerati sei mesi di stipendio, che ci erano stati offerti a condizione che ci sciogliessimo.

Avevo operato secondo i miei sentimenti e ne ero orgoglioso e soddisfatto. Qualunque altro atto avrebbe menomato la stima di me stesso, e quel sentimento di amor proprio che ho sempre conservato per quei fatti.

Dopo vari mesi di assenza ritornai così nella mia famiglia, libero da impegni. Seppi allora che le orde borboniche avevano tentato di prendere in ostaggio mio padre e mia sorella. Mio padre era stato salvato dai contadini che, benché reazionari, lo amavano sinceramente. Mia sorella era stata rilasciata per l’indignazione generale suscitata dal suo vigliacco arresto.

Poco tempo dopo mi fu chiesto di affiliarmi alla massoneria, della quale mi dissero meraviglie. Ricordavo bene le istruzioni del vecchio carbonaro, e non mi lasciai lusingare. Per prima cosa chiesi se i massoni fossero tenuti all’obbedienza cieca. La risposta evasiva mi fece comprendere che era così. Prescindendo da altre considerazioni, l’ubbidienza cieca mi fece rifiutare l’invito. Mi spaventava l’idea di potere, un giorno, essere obbligato a fare ciò che ripugnava alla mia coscienza. Ritengo ancora una vera aberrazione il porsi in tale stato. Non sapevo, e non ho mai saputo, rinunciare alla mia libertà personale, perché sono convinto che l’indipendenza sia il primo bene.

Quattro anni nell’esercito nazionale

Nei capitoli precedenti ho accennato alle disillusioni, che già opprimevano il giovanile entusiasmo. Non esistevano più le idee pure e nobili come guida al compimento dell’unità e all’ordinamento del governo. Interessi personali e compensi politici deturpavano quell’epopea, forse unica nella storia.

L’Italia meridionale fu il bersaglio di quel malaugurato sistema di governo. Presunti martiri furono veri martirizzatori, e non esitarono a darla in balìa ai nuovi governanti, denigrandola e tollerando o, meglio, cooperando affinché fosse trattata da conquistata e messa a soqquadro. Dovevamo e fummo spogliati, calunniati, derisi.

Nonostante tutto, non si era ancora spento in me il desiderio di partecipare a quanto rimaneva da compiere per l’unità e l’indipendenza italiana. Quale ingegnere alunno dei Ponti e Strade mi proposero come ufficiale del Genio, nell’esercito nazionale, senza che ne avessi fatto istanza. Accettai l’ufficio per poter fare, in quella qualità, la guerra all’Austria per il riscatto del Veneto, che pareva imminente.

Fu duro tornare a fare lo studente nella scuola di applicazione di Casale di Monferrato, dove era necessario istruirsi nelle cose militari e speciali dell’arma. Il corso doveva durare un anno ma, passati sei mesi, noi provenienti dai Ponti e Strade fummo dichiarati idonei, perché non avevamo altro da apprendere.

Quel corso di applicazione del Genio e dell’Artiglieria fu unico, e tale rimarrà. Centinaia di giovani provenienti dalle varie scuole d’ingegneri d’Italia accorsero, attratti dai sogni di libertà, unità e indipendenza ai quali si debbono i miracoli di quell’epoca. Fu sublime trovarsi così riuniti: vecchi amici concordi nel passato e nel presente, fiduciosi nell’avvenire.

Il contrasto morale e scientifico con i vecchi elementi era, però, assai accentuato. Quegli ottimi soldati, gloriosi avanzi delle campagne contro l’Austria e di Crimea, vedevano tutto nel comando e nell’obbedienza, come prime basi di un esercito. Sono, però, necessarie anche la coscienza retta della causa che si difende, e l’istruzione e l’attitudine che guidano con sicurezza alla vittoria. Si aggiunga che il Piemonte non aveva un vero Corpo del Genio, ma Zappatori Minatori.

Terminato il corso di applicazione, nel quale mi ero classificato quarto, fui destinato al 1° reggimento del Genio – 2a compagnia, comandata dal cap. Contarini, distaccata in Pizzichettone ai lavori di fortificazione sull’Adda. Acquistai subito l’intimità del Contarini, che era un perfetto gentiluomo.

Circa sei mesi dopo la compagnia fu richiamata a Casale. Trasferito dalla 2a alla 1a compagnia, che era alla Spezia addetta ai lavori all’arsenale, con somma soddisfazione presi parte ai grandiosi lavori nelle fortificazioni e nell’impianto dei fabbricati. La Spezia iniziava a trasformarsi da villaggio in città. L’arsenale stava nascendo. Si studiava alacremente per determinarne il tracciato e stabilire quanto era necessario alla sua difesa.

In quel periodo avvennero i fatti di Aspromonte. Garibaldi, ferito e prigioniero, venne trasportato al Varignano. Non è il caso di ricordare i particolari di quell’avvenimento, che mi disgustò oltremodo. Avevo corso il pericolo di poter essere obbligato a combattere contro l’eroe popolare, vittima di misteriosi intrighi diplomatici. Compresi lo stato in cui mi ero posto.

Il desiderio di riacquistare la piena libertà si destò potente. Aspromonte non aveva risolto la questione di Roma, ma l’aveva rinviata a tempi più opportuni.

Il brigantaggio infieriva, specialmente in Puglia. La roccaforte era il Gargano, nel quale era difficile penetrare per mancanza di viabilità. Fu quindi disposto che vi si recassero due battaglioni del Genio, uno del 1° e l’altro del 2° reggimento. La compagnia in cui mi trovavo era stata richiamata dalla Spezia a Casale, e fu destinata a far parte della spedizione.

Rimasi circa un anno in quelle inospitali contrade, fra briganti e manutengoli. Soffrii disagi e privazioni di ogni genere, con viveri che arrivavano spesso guasti. Si aggiunga che era pesante il doppio servizio dei lavori stradali di giorno e, spesso, di notte contro i briganti. Le febbri palustri erano all’ordine del giorno. Fui colto due volte da perniciosa.

Nel Gargano, più che brigantaggio, si svolse una vera guerra sociale. Tutti i centri abitati erano infestati, meno Ischitella. Contribuivano persone di ogni ceto, forse per diversi fini, benché i proletari dominassero. I pochi liberali erano impotenti. Era anche difficile distinguerli dai finti e dai manutengoli. Basta ricordare che il nostro cap. Valentini fu ucciso nella casa in cui era alloggiato, da briganti nascosti nella casa stessa.

Le strade aperte dai nostri due battaglioni, e lo scaglionamento di una forza attiva e intelligente, frenarono lo scorrazzamento delle bande brigantesche dall’uno all’altro versante, agevolandone la repressione. La legge Pica fece il resto.

La direzione dei lavori stradali del Gargano era affidata al comandante del battaglione del 1° reggimento del Genio, che risiedeva in Sansevero, dove spesso mi recavo e rimanevo. Questa circostanza si deve ricordare, per quanto dirò in seguito. Le febbri palustri, intanto, mi obbligarono a prendere una licenza di quaranta giorni, che fu prolungata per altri tre mesi. È degno di nota, al riguardo, che in quei tre mesi mi fu sospeso lo stipendio!

Eppure già allora si davano vistose pensioni a presunti martiri oziosi, benché validissimi.

Trascorso quel periodo fui destinato alla sottodirezione del Genio in Fossano. Lì conobbi la distinta famiglia Michelini, con la quale strinsi una cordiale e intima amicizia. Fu la più gradita relazione della mia vita militare. Erano veri gentiluomini piemontesi, che univano alla lealtà del carattere il valore personale e l’orgoglio di razza. In seguito dovrò tornare sull’argomento.

Da quattro anni vivevo lontano dalla famiglia. Le conseguenze della mia assenza si facevano sentire. Mio fratello Leonardo si era ammogliato, e si era maritata anche l’ultima sorella. I due matrimoni, poco o nulla considerati, avevano posto il colmo alla bilancia. Da militare non potevo dare aiuto alla famiglia, poiché bastavo appena a me stesso. La guerra all’Austria sembrava assai lontana, e non ero soddisfatto dei lavori di nessuna importanza in cui ero occupato. Poi, a dirla tutta, non mi animava più l’entusiasmo del sessanta. Continuare una vita piena di restrizioni personali, sacrificando anche la famiglia, rendeva impossibile adempiere ai miei doveri verso di essa, non meno potenti di quelli verso la nazione. Mi sentivo capace di lavorare con profitto, per farmi una posizione indipendente e rispettata e soddisfare quanto dovevo e stimavo opportuno. Avvenne anche un fatto che deve rimanere, qual è, un segreto della mia vita.

Mi decisi quindi a presentare le dimissioni, che furono accettate.

Eccomi tornato alla vita privata.

Nei quattro anni di vita militare non avevo avuto nulla da rimproverarmi, né da sopportare dai miei superiori, con i quali ho conservato ottime relazioni. Non ero, però, nato per obbedire. La mia breve carriera era servita per farmi in seguito aborrire qualunque posizione che, anche lontanamente, mi obbligasse a dipendere da qualcuno.

Dal 1864 al 1869

Avevo così compiuto il trentesimo anno di età, il primo periodo della mia vita. Entravo nel secondo periodo mentre le risorse della famiglia erano quasi esaurite. Mio fratello poteva appena provvedere alle esigenze del suo nuovo stato. Il vecchio padre e l’ancora più vecchia zia rimanevano affidati a me. Dovevo quindi procurarmi quanto era necessario per noi tre. Avevo abbandonato la carriera dei Ponti e Strade e poi quella del Genio militare. Volevo, per di più, essere libero. Potevo fare soltanto l’ingegnere civile. Avevo l’istruzione necessaria e la ferma volontà di lavorare.

Mi posi all’opera, ma non era per niente facile, dopo aver troncato le più utili relazioni con un’assenza di anni. Nonostante gli ostacoli mi procurai alcuni affari che, dapprima magri, andarono migliorando man mano. Ricordo fra questi la direzione della cartiera di Picinisco, che tenni per due anni. Posi in questo modo le basi del secondo periodo della mia vita, che mi ha assicurato l’avvenire.

Ristabilita la mia dimora in Napoli, mi fu chiesto di nuovo di farmi massone. Non riuscirono a persuadermi. Tutte le belle e lusinghiere ragioni si scontravano con la mia decisa volontà di non essere strumento di nessuno. Ho in seguito riflettuto più volte su quel fatto, soprattutto quando mi sono trovato di fronte ostacoli per me insormontabili che altri, inferiori a me per cultura e precedenti, superavano agevolmente.

I massoni si aiutano davvero in modo sorprendente, e la loro rete si estende a tutta la società. Nonostante questa evidenza, non mi sono mai pentito del mio rifiuto di farne parte.

Quello che sono riuscito a fare lo ho fatto, da me e per me. Ho così tenuto sempre la testa in alto, e ho detto liberamente il mio pensiero.

Ritornando al secondo periodo della mia vita, è necessario premettere che il matrimonio contratto da mio fratello lo aveva obbligato a lasciare Napoli. Ero rimasto perciò con i vecchi padre e zia. Quest’ultima, dopo circa un anno, era andata con mio fratello. Era rimasto così con me soltanto il padre, fino al 1869. La situazione era insostenibile, perché ero spesso costretto ad allontanarmi da Napoli per lavoro, e la casa col padre restava affidata a una persona di servizio. Anche quando mi trovavo a Napoli potevo occuparmene poco, per non distrarmi troppo dagli affari. Mi occorreva un matrimonio, e che fosse serio. Con questo intento passai gli ultimi cinque anni, esplorando e tentando di raggiungere lo scopo.

Ho già detto che, durante il mio servizio al Gargano, mi recavo e restavo spesso a Sansevero. In quel modo strinsi, e serbai in seguito, buone relazioni con la famiglia Delvicario. Il destino aveva voluto che mi fossero poi affidati vari lavori nella Provincia di Foggia. Avevo avuto così diverse occasioni per ravvivare e coltivare quell’amicizia. La famiglia Delvicario era composta dalla vedova con quattro figli: due maschi e due femmine, che all’inizio erano ancora bambine e non avevano destato la mia attenzione. Col passare degli anni, però, la prima di quelle due bambine era diventata donna, e donna assennata. Quella famiglia, inoltre, veniva spesso a Napoli nella stagione dei bagni, per cui ci eravamo meglio e intimamente conosciuti. Per farla breve: si combinò quel matrimonio. Ci sposammo il 27 novembre 1869 con la massima modestia, ma sotto i migliori auspici. Io ero oramai esperto nelle vicende della vita, mentre la mia consorte era giovanissima e facile da guidare. Comprendeva bene l’importanza di formare un sistema non soggetto a scosse e disillusioni. Lavorai molto a questo fine, e la nostra vita prese una direzione sicura. Nella famiglia entrò il massimo ordine, e mai venne meno. La mia consorte aveva portato una discreta dote che, bene amministrata, era aumentata di valore. Io guadagnavo bene, e il nostro bilancio era sempre proporzionato ai mezzi. Avevamo così accumulato, in un decennio, un risparmio tale da assicurarci l’avvenire.

Fra i lavori che mi furono affidati, merita di essere menzionato il “Progetto d’ingrandimento del porto mercantile di Napoli, con la fondazione di docks e magazzini generali”, che la Camera di Commercio e Arti fece suo e pubblicò nel 1867. Il porto mercantile di Napoli fu oggetto di una delle prime questioni che si agitarono dopo il sessanta. Una delle solite commissioni, detta di Genova, preparò un progetto per la cui esecuzione sarebbero occorsi i tesori di Creso e l’eternità. Numerosi ingegneri fecero rilevare questo fatto. La Camera di Commercio, conscia delle difficoltà inerenti alla costruzione del nuovo porto, promosse la conversione del porto militare, approfittando del fatto che Lamarmora, allora Presidente dei Ministri, ne caldeggiava la cessione.

La Camera di Commercio, composta in quel tempo di elevate intelligenze, prevedeva che, in attesa del nuovo porto, il commercio si sarebbe deviato e sarebbe morto d’anemia. Nel porto militare erano già belli e pronti i magazzini generali e i docks della darsena.

Per quanto incredibile, le opposizioni si sollevarono e si opposero, sia dal Municipio, sia dalla Provincia. Non compresero il danno che arrecavano a Napoli, ostacolando l’importante provvedimento e sostenendo l’insostenibile. Una malintesa popolarità invadeva quegli animi offuscati, che non seppero porre la questione nei veri ed evidenti termini. Lamarmora rimase sdegnato da tanta aberrazione. Il progetto abortì, ma presto l’errore divenne evidente. Non era più tempo di regali, però. Occorrevano da 8 a 10 milioni, e s’imponevano altre condizioni.

Altro importante lavoro, da me progettato e diretto, fu la bonifica del lago Giardino e Lupara, nel tenimento di Cerignola, in Provincia di Foggia. Fu eseguita a spese dei proprietari, riuniti in consorzio con speciale convenzione. Quella prima opera servì di base a un più vasto consorzio, detto del Carapello, il cui progetto e direzione furono anche a me affidati. Dovrò tornare su questo argomento, che ebbe a mio riguardo un’importanza speciale e notevole.

Nel frattempo a Napoli si agitava la questione per l’apertura di nuove e larghe vie. Fra queste primeggiava l’apertura di un’arteria che riunisse la stazione delle ferrovie al centro della città. Vari e distinti ingegneri avevano presentato diversi progetti, che non erano bene studiati o, per fini particolari, mascheravano le vere ed effettive spese. Stando così le cose, nel 1868 pubblicai una memoria nella quale posi in rilievo la vera spesa occorrente per le opere. Proponevo e sostenevo anche l’allargamento della strada Forcella, che in rettifilo andava a sboccare di fronte alla stazione. Nel Consiglio Comunale, intanto, si tenevano vere accademie per giustificare un primo grandioso prestito, già diversamente assorbito. Il mio lavoro non fu del tutto inutile. Se non altro arrestò passi sconsiderati, avendo tolto ogni illusione sull’importanza della spesa da affrontare. I due lavori fatti per Napoli, porto e viabilità, mi fecero capire con quali elementi si doveva trattare e come procedessero le cose nelle amministrazioni. Quei metodi, tuttavia, non erano ancora perfezionati e non avevano ancora sollecitato le più basse ambizioni, come presto accadde. Erano i primi passi verso gli sperperi e i debiti, a cui si lasciarono trascinare anche persone rispettabilissime, rendendo la vita cara e insostenibile e obbligando a porre la città sotto tutela. Di chi la colpa? Più o meno di tutti compresi i tutori, che furono peggiori dei pupilli.

Il nuovo sistema demoralizzatore non era limitato a Napoli, perché partiva dall’alto. Le amministrazioni minori lo avevano appreso, perfezionandolo nei dettagli. Al periodo poetico eroico, dal 1848 al 1860, era subentrato un materialismo opprimente.

Con la misteriosa guerra del 1866 avevamo riscattato il Veneto, benché vinti in mare e in terra. La cessione non fu priva di umiliazioni e insulti, e le conseguenze non si fecero attendere a lungo.

La flotta era moralmente distrutta. L’esercito era demoralizzato. Le amministrazioni erano una vera baraonda. Si doveva rifare tutto, e tutto si volle rifare, ma in qual modo! Il paese fu sovraccaricato da imposte e debiti, riducendolo alla miseria e all’impotenza. Le Province e i Comuni imitarono lo Stato. In tesi generale e astratta si potrà supporre che le tante ed enormi spese fossero necessarie, se fatte con accorgimento e base ponderata. Furono invece veri sperperi a scopi politici ed elettorali. Tali sperperi demoralizzatori sconvolsero tutti gli ordini sociali, e introdussero peregrine massime di governo. La stregua dei meriti e demeriti non fu più l’intelligenza, il lavoro assiduo e onesto. La vita intemerata non ebbe più valore e fu derisa. Fra le apoteosi del nuovo sistema si possono ricordare: l’inchiesta sulle costruzioni delle ferrovie meridionali; quella sulla Regia dei Tabacchi e il processo della Banca Romana. Povera Italia! I tuoi eroi saranno coloro che più ti sapranno spogliare e umiliare. I tuoi figli migliori saranno gli spostati e i parassiti. Verranno gettati nell’oblio gl’imbecilli che logorano la loro vita per istruirsi, lavorando e sopportando i pesi del tuo bilancio! Sentirai e tramanderai ai posteri speciose teorie di diritti e di doveri. Sconvolgerai il tuo ordine morale di sana e bene intesa politica. Ti isolerai dalla buona e corretta amministrazione. Ti impoverirai di libertà civili e personali. Tormenterai la gente onesta per lasciar fare ai malvagi.

Queste parole non sono dettate dalle pretese di un uomo politico, perché non sono mai stato tale, e non ho mai pensato di discutere le leggi fondamentali dello Stato. Certe spontanee osservazioni, però, non possono essere evitate nelle rimarchevoli evenienze della vita, specialmente quando si va male e non si è intesi. Non ho mai potuto convincermi che sia lecito rinunciare tacitamente alle prerogative inerenti all’ufficio al quale si è stati elevati. Il pretesto di evitare possibili conflitti non giustifica nulla. Ritengo che un potere assorbente, e nel fatto irresponsabile, sia la peggiore tirannide. Non mi è mai parso che la pubblica opinione fosse quella rappresentata dalla stampa periodica dei partiti e degli agitatori di piazza. In quel tempo dominava la destra parlamentare. I suoi burgravi non compresero che ponendo il carro sulla china, questo corre poi da solo al precipizio con il suo conduttore e le sue deità esautorate. Proclamando l’onnipotenza parlamentare segnarono la loro fine e aprirono un vasto campo ai successori, che perfezionarono il sistema e prepararono così il completo dissesto economico e la rivoluzione. Quanto dirò in seguito dimostrerà che ho ragione. Qui basta avere accennato a quei fatti, sui quali ritornerò per quanto influirono sul resto della mia vita. Avrei avuto qualche desiderio di partecipare alla vita pubblica, ma era necessario ascriversi a qualche chiesuola e sopportarne le conseguenze. Ogni volta che ho tentato ho dovuto rinunciare. Per riuscire a qualche cosa era necessario chiudere gli occhi, e non sentire più i dettami della propria coscienza. Mi sono deciso così a starne lontano. Desiderando fare qualcosa di utile all’interesse comune, ho lavorato da me e per quanto ho potuto. Il compenso è stato l’isolamento.

Dal 1870 al 1879

Ho sempre amato il mio paese nativo e ho desiderato fare qualcosa che fosse utile e mi facesse ricordare, ma il destino mi ha obbligato a starne lontano. Avevo colto perciò l’occasione della costruzione della nuova strada, detta Corso Tulliano. Avevo compilato il progetto e accettato la direzione. L’opera trasformò il paese, dandogli l’aspetto di città. L’avevo condotta con vero intelletto di amore, eseguendola con una spesa pari a circa la metà di quella stimata dal Genio Civile. I miei amici Polsinelli e Incagnoli avevano cooperato molto, risolvendo tutte le difficoltà amministrative e finanziarie. Con il loro appoggio avevo potuto fare a modo mio e raggiungere così l’intento.

Avevo intanto ultimato il prosciugamento del lago Giardino Lupara, e avevo iniziato il prosciugamento più vasto del Carapelle. In tal modo si era generata in me una vera passione per quel tipo di lavori. Mi ero dato, perciò, a studiare il da farsi nella Capitanata. Nel 1872 pubblicai un primo opuscolo: “Sulle bonifiche in Capitanata”.  Divisi le bonifiche in quattro grandi zone, descrivendo il loro stato e accennando alle idee generali per l’esecuzione dei lavori.

Nel 1876 il ministro dei lavori pubblici Zanardelli, fra altre, visitò la Provincia di Foggia. In quella occasione fu nominata una commissione allo scopo di mostrargli i bisogni della contrada. Fui invitato a parteciparvi per la specialità delle bonifiche, e compilai una memoria che sottoposi al ministro e pubblicai nello stesso anno: “Sulle condizioni economiche della Provincia di Capitanata e sui mezzi necessari per migliorarla”. Lo scopo del lavoro fu dimostrare come l’immensa estensione palustre impedisse ogni miglioramento agricolo-economico, e quali immensi vantaggi, diretti e indiretti, si potevano ottenere con le bonifiche.

Nel frattempo era stato approvato il mio progetto di bonifica del Carapelle. Si era costituito il Consorzio e nel 1875 erano iniziati i lavori, sotto la mia direzione. I lavori, che proseguirono negli anni successivi, furono completati nel 1879. Comprendevano una zona di oltre 14 mila ettari di estensione e furono eseguiti con la modesta spesa di 400 mila lire. Il risultato fu un immenso miglioramento igienico della contrada. Oltre 5700 ettari di terreni furono liberati dalle inondazioni. In pochi anni si ebbero bei raccolti di frumento e si piantarono vigne dove io avevo dovuto eseguire i rilievi sopra zattere e altri mezzi.

La mia ambizione per le bonifiche non era limitata alla zona compresa nel Consorzio del Carapelle. Lavoravo per costituire un altro più vasto Consorzio, comprendente le Valli del Candelaro, Cervaro e loro affluenti. Si estendeva su 86480 ettari, con una spesa stimata di 4 milioni e un utile presuntivo di 14 milioni.

Ero arrivato alla convocazione dell’assemblea generale degli interessati a costituirsi in Consorzio. L’invidia, il mal volere e la dappocaggine mi tarparono le ali. Avevo già speso per quel progetto circa 20 mila lire, oltre al mio lavoro. L’ingegnere capo del Genio Civile di Foggia era allora un vero matto riconosciuto tale da tutti, anche dal Governo. Al matto si era alleato un milionario, contrario a qualsiasi miglioramento, che manovrava migliaia di marionette con lui indebitate. Il Governo nulla seppe fare per sostenere me e i propugnatori di un così benefico lavoro. Questi rappresentavano la maggioranza degli interessi, ma gli oppositori ricorrevano ai tumulti. In quel periodo governavano i progressisti. La Capitanata non può certo vantare la costanza fra i suoi pregi. I promotori della bonifica, poveri di mente e di cuore, mi lasciarono quasi da solo a lottare. Tentai una sottoscrizione per mandare avanti l’importante opera, ma raccolsi una cifra ridicola.

Nel 1878 il ministro dei lavori pubblici, Alfredo Baccarini, aveva presentato alla Camera un nuovo progetto di legge sulle bonifiche, improntato a concetti burocratico-fiscali. Ero ormai pratico della materia e previdi le conseguenze. Quella legge avrebbe distrutto l’iniziativa privata. Fui spinto a confutarla. Scrissi una memoria, alla quale premisi un sunto sulle più importanti bonifiche d’Italia e sulle leggi che avevano governato quelle opere. Confutando poi il progetto Baccarini proponevo il mio progetto di legge, in conformità ai principi prima esposti. Avevo inoltre redatto un progetto di massima sulla bonifica del Lago Salpi. Quel progetto poggiava sull’idea che l’opera si dovesse affidare ai privati. La spesa occorrente era di 3 milioni, con un utile diretto di 5 milioni. Su quel lago, però, si erano eretti castelli fantastici, nonostante le disillusioni e le rilevanti spese fatte inutilmente, o con scarsissimo profitto. Penso che lo Stato sia il peggiore imprenditore. Nelle bonifiche i fatti dimostravano che era anche impotente.

Il decennio fu quindi per me assai laborioso. Lo avevo trascorso in incessanti studi, fatiche e agitazioni. Ero moralmente soddisfatto, ma il mio amor proprio soffriva. Decisi di pubblicare quanto avevo fatto per le bonifiche, sperando ancora che la pubblica opinione si sarebbe imposta. L’opera fu infatti pubblicata in due volumi nel 1879 col titolo: “Sulle bonificazioni della Capitanata in ispecie – delle opere eseguite e progettate – premesso un breve cenno sulle più importanti bonificazioni d’Italia – delle leggi che le governano e dei nuovi progetti di legge.”.

La mia attività non era assorbita soltanto dalle bonifiche. Vari altri lavori mi erano affidati, più o meno importanti. Espletavo anche un buon numero di perizie, specialmente quelle che del Credito Fondiario del Banco di Napoli. Nel 1878 pubblicai un opuscolo: “Sulle costruzioni ed esercizio delle Ferrovie.”. Lo scopo fu dimostrare che in quel ramo si spendeva troppo, e molto si poteva economizzare. Il fine ultimo era quello di fermare il Governo, ingolfato in costruzioni di migliaia di chilometri per miliardi di spese. L’opera fu vana, perché le Ferrovie erano il più agevole strumento elettorale e parlamentare. Le conseguenze furono esiziali, tanto più che quelle opere di milioni furono approvate e concesse senza seri studi tecnici e legali, sostituiti da protezioni e favori. Si ottennero pessimi tracciati spendendo cifre favolose.

Nel febbraio 1871 morì mio padre. Restai solo con la consorte, della quale ero più che soddisfatto. Figli non ne abbiamo avuti. Da quanto detto sui lavori, si comprenderà che guadagnavo abbastanza. La dote di mia moglie dava una buona rendita. Non avevamo mai esagerato con le spese, cosicché avevamo accumulato un buon risparmio. Nel 78-79, soprattutto in Puglia, la mania di dissodare e piantare vigne era giunta al colmo. Io deploravo l’aberrazione, perché ero sicuro che avrebbe provocato una seria crisi. Colsi pertanto un’occasione propizia per vendere a buon prezzo i terreni dotali della mia consorte. La somma ottenuta dalla vendita la impiegai in acquisto di rendita italiana. Fu provvidenziale, perché la crisi prevista non tardò a manifestarsi. In seguito dirò delle mie condizioni di salute, che non mi avrebbero più permesso di frequentare quei luoghi. Se non avessi venduto la proprietà, ben poco o nulla avrebbe più reso. Nel 1879 diedi un assetto stabile alle mie finanze con l’acquisto della vasta villa al Vomero. L’affare, per me assai proficuo, lo debbo in gran parte all’ottimo amico Pasquale Croce. Era un’amicizia di recente data, ma aveva posto profonde radici. Ci confidavamo a vicenda e giovavamo dei reciproci consigli. La villa si trovava in uno stato deplorevole e per questo la comprai a un prezzo molto basso. A poco a poco riuscii a riattarla in modo da dare una rendita, che soddisfaceva i nostri bisogni.

Il troppo lavoro, le lunghe dimore in siti malsani, le ansie e le avversità avevano scosso il mio robusto fisico. Un morbo mi tormentava lo stomaco, e non mi permetteva più tante e così svariate occupazioni. Per guarirne tentai ogni mezzo e feci molte cure. Nel 1878 intrapresi a questo fine un lungo viaggio, percorrendo l’Italia, la Francia e spingendomi fino a Londra. Mi apportò gran giovamento e mi ritenevo guarito, ma fu soltanto una sosta del male.

Dal 1880 al 1890

Questo periodo fu fecondo di avvenimenti che affermarono la mia posizione sociale. L’acquisto della villa al Vomero mi aveva posto in evidenza. Io, per accreditarla e per procurarmi una distrazione dal male, vi tenevo belle serate danzanti e mattinate musicali, alle quali accorreva una numerosa ed eletta schiera di villeggianti. Passai in quel modo la vita fino al 1884. Alternavo le occupazioni della professione, che ancora esercitavo in modo minore, con le distrazioni di vario genere nella villa. Nel frattempo, però, le sofferenze allo stomaco ripresero vigore. Due circostanze influirono, forse o certamente, ad aggravare il male. Mi ripugna ricordare la prima di queste circostanze. Dirò soltanto che mi convinsi sempre più che i monaci sono il rifiuto dell’umanità, e che nulla può trasformare la loro indole perversa e il cuore corrotto da una vita egoista, laida e volgare. I nobili e delicati sentimenti di famiglia non sono compresi da quei rettili, camuffati nel manto di una religione menzognera, creata a loro vantaggio.

La seconda circostanza fu la morte di Angelo Incagnoli, il migliore dei miei amici. L’amicizia è per me un sentimento più importante della parentela. Forse esagero, ma ritengo che non esista conforto paragonabile a quello di scambiarsi idee e propositi con franchezza, ed essere incoraggiato o frenato nei fatti della vita, per affrontare sicuri un’impresa o mitigare il dispiacere di un’avversità. Questo si può ottenere soltanto quando tutto è spontaneo e indiscutibile, e la stima reciproca e l’affetto ricambiato trasportano l’uno verso l’altro. Fra parenti stretti esistono segreti. Fra veri amici non debbono esistere.

Nell’autunno del 1884 Napoli fu afflitta dal colera. Tutti si commossero e concorsero ad arrestare il male con lodevole gara. Governanti e amministratori si posero all’opera per migliorare le pessime condizioni igieniche della città. I provvedimenti furono, purtroppo, proposti e adottati con troppa fretta, e non furono guidati dal senso pratico. Si formò presto un ambiente di sogni poetici, che sviarono dal fine. I soliti affaristi e mestatori ne approfittarono. Fin dalle prime previdi dove si andava a parare, cosicché scrissi e pubblicai un opuscolo. “Sulle condizioni di Napoli  e dei mezzi più adatti a migliorarle”. Lo divisi in due parti: la prima politico-amministrativa e la seconda tecnico-economica. Speravo di far aprire gli occhi, ma le declamazioni di ben trovate parole ad effetto scenico vinsero sulla realtà dei fatti. Mio magro e amaro conforto fu che le mie previsioni ebbero piena ragione. Migliaia di proprietari finirono rovinati. I fondi insufficienti furono assorbiti dalla speculazione. Migliaia di liti oppressero l’amministrazione comunale. Un sovraccarico d’imposte rese il vivere assai difficile. Una delle solite società divenne, infine, arbitra delle sorti di Napoli. Eravamo allo sventramento di Napoli. In realtà il ventre non aveva più ragione di essere, perché mancavano i mezzi per riempirlo. Si sviluppò una vera mania costruttrice, nella quale s’involsero banche, società, speculatori, costruttori e pescatori nel torbido di ogni specie. Lo Stato incoraggiò il disordine morale e materiale, che finì soltanto con la spaventosa crisi economica e il fallimento di tutte le finanze pubbliche e private, nessuna esclusa.

La Banca Tiberina aveva assunto molte importanti costruzioni a Torino e Roma, con un sistema adatto ai primi anni, quando Roma era diventata capitale d’Italia. Non comprese che abusarne in condizioni diverse avrebbe portato al fallimento. In Napoli intraprese opere colossali e, fra queste, il nuovo Rione Vomero. L’ardita impresa poteva rendere un proporzionato utile, ma fu concepita male e iniziò peggio. Io avevo studiato la questione fin dal 1878, e possedevo le conoscenze che mancavano ai direttori della Tiberina. Persuaso del come e dove si sarebbe andati a finire, cedetti volentieri alla detta banca la masseria sottostante alla villa Belvedere, che era annessa alla mia villa. Fu un ottimo affare, perché mi rifeci della somma erogata per l’acquisto dell’intera proprietà, e non risentii così della crisi che sopravvenne, o almeno potei sopportarla.

Eccoci al 1887. Tutti sanno che all’inizio di quell’anno avvenne la battaglia di Dogali, ma nessuno sa, e forse non saprà, se fu o no gloriosa. L’unico ufficiale superstite, il capitano Michelini, fu ospite della mia villa, quando ritornò in Italia con le ferite ancora aperte. Lo avevano preceduto la madre e la sorella, venute appositamente dal Piemonte per incontrarlo al suo sbarco.  La stima reciproca non si era per niente alterata, anche se avevamo vissuto più di 10 anni distanti. I Michelini furono perciò ospiti molto graditi. Era lusinghiero avere in casa l’eroe festeggiato da tutti e in tutti i modi. Durante la sua permanenza la casa vide l’andirivieni di migliaia di deferenti e curiosi di ogni specie. Il capitano Michelini ritornò in seguito spesso, sempre ogni volta che riandò in Africa e poi tornò. Partiva sempre con grande entusiasmo, per poi tornare ancora più disilluso.

Nei capitoli precedenti ho parlato del carattere dei componenti la famiglia Michelini. Aggiungo che non erano dotati di un particolare acume di mente, tale da comprendere il presente e prevenire il futuro. Il glorioso capitano Carlo aveva ereditato i sentimenti liberali del gentiluomo, ma era un Piemontese e un militare esagerato e testardo. Per quelle sue caratteristiche personali non comprese la sua importanza, e in che modo potesse valere. Non riuscì a liberarsi dall’ambiente interessato a fargli serbare il segreto del mistero africano. Non previde neanche le difficoltà degli eroi viventi. Stimò stabile e duratura l’aureola creata intorno alla sua persona. Lo avvertii più volte, perché capivo bene la lotta che Dogali aveva generato nel suo animo. Non gli nascosi quanto si vociferava, e come l’entusiasmo si affievoliva. Vinse però il soldato. Si chiuse nel mutismo e s’illuse che le virtù passive avessero un valore. Cadde così nel dimenticatoio.

Il 17 ottobre 1888 fu un giorno memorabile per quanti dimoravano in Napoli. Il giovane imperatore di Germania, dopo aver visitato il Papa a Roma, venne a passare nel nostro golfo la storica rivista navale. Dal terrazzo della mia villa si godeva bene lo scenico e poetico spettacolo, potendolo seguire in tutte le evoluzioni. Ricordavo le fasi culminanti della storia patria, e volevo riannodare il passato al presente e al futuro. Da un lato vedevo un’Italia ricca e potente, mentre dall’altro lato mi accasciavano l’animo tristi riflessioni. Non dispiacerà che vi ritorni sopra e le ricordi.

L’imponente spettacolo trasportava la mente in poetiche aspirazioni, e riflessioni sui due fatti culminanti del viaggio di Guglielmo II. La visita al Papa in Roma dimostrava che il Medio Evo non aveva più ragione di essere. La rivista navale nel golfo di Napoli stabiliva il punto di partenza per possibili eventualità future. La geografia non muta per ragioni di tempo, civiltà e agglomeramenti diversi di popoli. Il Mediterraneo era stato il centro politico e commerciale del vecchio mondo. I Romani lo dominavano con le flotte, delle quali il golfo di Napoli era il vero emporio. Se l’Italia era l’elemosina della più grande potenza terrestre, e della prima potenza marittima, lo doveva alla sua speciosa posizione geografica. Napoli, quindi, aveva un grande avvenire nei destini d’Italia. Il popolo lo aveva compreso a meraviglia con il suo proverbiale intuito. Nel giorno precedente la rivista, quando l’Imperatore di Germania e il Re d’Italia erano arrivati in Napoli, popolo ed esercito si erano mostrati uniti, come effettivamente sono, e concordi a un gran fine. Non era stato necessario nessun apparato di sicurezza per mantenersi nei giusti limiti. Nessun sospetto e questa certezza avevano reso tutti sicuri. Ero orgoglioso di appartenere a quei circa 500 mila esseri viventi, e trovarmi sotto un cielo così ridente, potendo dire: “Abbiamo la coscienza di una grande nazione. Vogliamo la pace e siamo ben preparati alla guerra.”.

Quando poi passavo dai sogni alla realtà, e pensavo agli uomini chiamati ad agire, ero oppresso dallo sconforto. Il panslavismo e il pangermanesimo mi hanno sempre preoccupato. La razza latina decrepita, e divisa politicamente e religiosamente, non mi ha mai dato troppa fiducia.

L’antagonismo fra Germania e Russia è apparente. Esse, in realtà, si comprendono e s’intendono. La Russia ha la propria religione, della quale è arbitro il capo dello Stato. Le credenze si estendono ad altri popoli, soggetti e non soggetti al vasto Impero. La Germania si è emancipata con una religione che poggia sul libero esame di un codice, accettato dai popoli civili o quasi civili. I Latini sono servi di una pretesa universalità, ma sono scettici e indifferenti, scissi anche nelle loro famiglie. La voluta religione, poco o nulla dominante, è infestata dalla politica ed è un vero focolaio di discordie. In queste condizioni l’unione è impossibile, perché si potrebbe ottenere soltanto con la sottomissione al più forte, che non si sa quanta forza avrebbe e quanto durerebbe.

Temo che le due numerose, omogenee e forti razze germanica e slava si spartiranno l’Europa, quando si saranno intese e alleate. Risorgeranno così i due vasti imperi di occidente e di oriente: dominante il primo l’Africa e il secondo l’Asia. La stessa Inghilterra resterà paralizzata e compressa fra vecchio e nuovo mondo. 

Gli anni di cui sto parlando sono stati definiti del “trasformismo”, perché davvero in Italia tutto si trasformò in peggio. Le voci autorevoli e oneste si persero nel deserto. Io non potevo pretendere di essere ascoltato, ma avevo l’irresistibile impulso di fare il mio dovere senza badare al risultato. Scrissi a vari personaggi, ed entrai anche in relazioni valide, ma il risultato fu sempre negativo. Mi piace, però, ricordare gli sforzi della mia buona volontà. Si potrebbe credere che io fossi un illuso, ma, fra l’altro, le vendite dei beni di mia moglie e della masseria al Vomero dimostrano il contrario. Nelle questioni politiche ero, inoltre, considerato un pessimista.

Nel 1878 era sorta in Napoli l’Associazione Nazionale, con un programma non definito e non definibile, con l’intento di abbattere le camorre che spadroneggiavano. Mi iscrissi a quell’Associazione, che prometteva bene. Il primo scopo fu raggiunto nell’amministrazione comunale. Quando, però, l’associazione volle andare oltre, si comprese che il programma di esclusioni non era serio. La presidenza compilò un nuovo programma troppo prolisso ed elastico, con i soliti maliziosi difetti. Previdi che non avrebbe soddisfatto i buoni elementi e avrebbe provocato lo scioglimento dell’associazione, come puntualmente avvenne.

Nel 1887 le nuove costruzioni ferroviarie avevano scosso le finanze dello Stato. Diventavano evidenti tutti gli errori commessi. Silvio Spaventa era l’unico che potesse arrestare il cammino sulla pericolosa china. Gli scrissi in proposito e, benché fossi con lui in continua relazione, non mi rispose. Quando lo incontrai si dimostrò sfiduciato e sofferente, nel morale e nel fisico.

Nella tornata della Camera del 25 gennaio 1887 il Ministro dei lavori pubblici Alfredo Baccarini aveva stigmatizzato il modo con il quale si procedeva nelle costruzioni ferroviarie. Avevo con lui qualche relazione, sia su questo argomento, sia su questioni di bonifiche. Gli scrissi una lettera, alla quale rispose con un semplice biglietto di gradimento.

Non mi sorprese che uomini validi, pur apprezzando i miei rilievi, avessero paura a farli propri.

Nel luglio dello stesso anno conobbi a Montecatini il senatore fiorentino Francesco Finocchietti. In quegli ozi discutemmo a lungo sull’argomento. Il Finocchietti promise di agire d’accordo con me. La sua morte mi privò di quella preziosa relazione. Ritengo che il compianto Francesco Finocchietti fu affranto più dai dispiaceri che dagli anni.

Occupandomi di così alte questioni, non mi sfuggivano le più modeste che, nel complesso, si riannodavano alla situazione economico-sociale.

Nel 1888 il senatore Devincenzi tenne una conferenza sui vini e sul credito agricolo, seguito da un discorso del presidente dell’associazione di Proprietari e Agricoltori alla quale appartenevo.

Ascoltai ancora le solite teorie e le solite frasi a effetto.

Ho sempre avuto un’idea fissa e non l’ho mai abbandonata, benché fatti e ragioni dimostrassero che era assai difficile e quasi impossibile realizzarla. Ritenevo che una numerosa associazione di proprietari potesse porre un freno all’invasione del socialismo di Stato, che di fatto si praticava in Italia. Non ho mai tralasciato di tentare, in qualunque propizia occasione. Sarebbe troppo lungo ricordare tutti i miei sforzi, e non servirebbe. Giova, però, notare che trovai sempre nei proprietari un’inerzia e un’incoscienza tali da giustificare la rovina. Se le classi sovversive prenderanno il potere e ci spoglieranno del tutto, si potrà deplorare, ma non ci potremo lagnare del fato.

I fatti che accadevano in quei tempi sembreranno incredibili ai posteri. Uomini integerrimi erano corrotti da faccendieri e pescatori nel torbido, al punto da allearsi con loro e sostenerli. Per ottenere popolarità si accettavano e si propugnavano teorie sovversive, senza badare alle conseguenze. Si votavano spese ingenti, non curando che occorreva fare colossali debiti e porre imposte spogliatrici. Dall’80 al 90 gli interessi del debito pubblico aumentarono di 123 milioni. Si tolleravano e si coprivano sperperi e malversazioni, benché evidenti e denunciati. Un’ambizione sfrenata invadeva tutti, sia per porsi in rilievo, sia per farsi una posizione. Qualsiasi mezzo era considerato buono, pur di raggiungere l’intento. Il risultato giustificava tutto. Avvenne quello che era lecito aspettarsi, e che in parte si noterà nel periodo seguente. L’apogeo del governo parlamentare a base monarchica costituzionale fu: “E tutto in nome mio, che non so niente.”.

Dal 1891 al 1895

In questo periodo di tempo incominciai a sentire il peso dei 57 anni compiuti. Diciotto anni di sofferenze continue e indefinibili allo stomaco, estese ai visceri, non avevano abbattuto il mio organismo di bronzo, ma mi avevano oramai relegato nella villa al Vomero, dove mi sottoponevo a infruttuose cure. Fra queste cure va menzionata quella del lavaggio allo stomaco che sulle prime mi giovò molto, ma in seguito divenne una necessità senza nessun miglioramento del male. Ne avevo abusato, spingendo il lavaggio oltre misura. Nel marzo 1891 una forte emorragia mise tanto in pericolo la mia esistenza, che il 12 del mese dubitarono che io potessi giungere alla sera. Superai la crisi, grazie al mio organismo. Mi rimisi anche in forze, in relativo breve tempo.

Quanto avvenne in quel frangente non mi sorprese, ma mi convinse che il nostro stato d’isolamento era pericoloso. L’ottima mia consorte aveva fatto quanto solo l’amore sa e può dettare. Aveva vegliato sempre, prevenendo e provvedendo, senza mai mostrarsi preoccupata. Io comprendevo appieno il mio stato e ne discutevo pacatamente con i medici curanti.

Mi pesava che la mia modesta fortuna, fatta con l’onesto e assiduo lavoro, potesse cadere nelle mani di vampiri oziosi  e forse peggio. Mi rassegnai a rimanere come eravamo e rispettai i desideri della mia consorte disponendo, con testamento olografo, che al mio decesso lei conservasse la sua posizione, mentre i parenti avrebbero avuto un tanto, proporzionato alle  relazioni conservate con me. Non dimenticai i domestici. Volli, però, che la proprietà servisse a farmi ricordare da coloro che tramite di essa sarebbero stati confortati nella miseria e nei mali che affliggono l’umanità, e spesso impediscono all’uomo di guadagnarsi da vivere col lavoro.

Dopo la crisi non mi sentivo più in grado di continuare a esercitare la professione. Prima, però, di decidermi ad abbandonarla feci quanto l’arte e la scienza suggerivano. Frequentai tutte le stazioni idrologiche d’Italia, spingendomi fino a Recoaro sulle Alpi. Tutto mi giovava fino a un certo punto. Qualche cura, come quella di Recoaro, mi nocque. Dovetti alla fine persuadermi che le mie sofferenze si potevano mitigare e rendere sopportabili, ma la completa guarigione era impossibile. Restrinsi perciò tutte le mie occupazioni all’amministrazione e al miglioramento della proprietà, concentrandomi sulla villa al Vomero. Della professione feci ancora alcune cose, più per dire di essere ancora un ingegnere, quando potevo  e si trattava di un lavoro non incomodo e faticoso.

In passato avevo esercitato la professione, forse lavorando oltre il bisogno e il dovere. Avevo ricavato un guadagno discreto e proporzionato, che non era mai stato il mio primo e unico obiettivo. Avevo sempre cercato di essere cortese e deferente, e di salvaguardare gli interessi a me affidati, e gli altri che vi avevano relazione. In quel modo avevo evitato questioni e la mia clientela si era allargata sempre. Più che clienti pareva che avessi amici, che tentai di conservare anche quando fui obbligato a lasciare la professione. Le mie furono solo illusioni, perché la schiera si diradò e finì per disperdersi del tutto. Non potei più esigere molte spese e compensi. Riuscii a d esigerne diversi, ma con difficoltà e transazioni. Avevo un allievo buono e onesto, che meritava e godeva della mia piena confidenza e poteva sostituirmi e prendersi gradatamente la mia clientela, con reciproco vantaggio. Non mi comprese e non comprese la posizione. Finì avvilito, e senza sapere bene cosa fare. Fu, però, sempre da me ben visto e meglio accolto.

Fra i clienti, che ritenevo stimati amici, mi addolorò più di ogni altro un giovane, che il fato aveva favorito in tutti i modi. Avrebbe potuto crearsi una posizione rispettabile e rispettata, ma l’ambiente lo travolse. Eletto deputato diventò un comune corrotto, rovinandosi moralmente e materialmente. Arrivò ad accomunarsi con esseri che erano la vera peste dei tempi e sui quali gravavano disonorevoli accuse. Le nostre relazioni si dovevano per forza raffreddare. Si troncarono, infatti, senz’altra ragione che la mera incompatibilità.

Ho già detto quale concetto avessi dell’amicizia. Ho detto pure che nella mia villa tenevo belle serate danzanti e mattinate musicali. Aggiungo che ponevo la massima cura nel procurarci amici grati alla deferenza, usata senza distinzione e scansando qualunque molestia. Anche quelle furono illusioni, perché l’ambiente si diradò quando i divertimenti diventarono meno frequenti e interessanti. Troppo lungo sarebbe narrare quanti e quali disinganni dovetti sopportate. Ci trovammo, in breve tempo, in totale isolamento. La fatalità aveva anche allontanato da Napoli la sola famiglia a noi veramente affezionata. Eccomi ridotto a nuovo Diogene, sia pure con un fanale a luce elettrica: “amicum quero et non invenio”.

Per quanto ho detto le mie finanze si erano ridotte, mancando quanto prima ritraevo dalla professione. La Tiberina aveva poi lasciato incomplete le nuove costruzioni sul Vomero e questo, unito alla generale crisi edilizia, pose la proprietà urbana in condizioni anormali. Governo, Provincia e Comune non davano tregua, con i continui aumenti delle tasse e molestie insopportabili, rendendo carissima la vita. Il mio stato di salute richiedeva, inoltre, costose e continue cure. Dovevo quindi pensare seriamente a noi e non potevo preoccuparmi dei bisogni altrui. Il mio sogno dorato di riposarmi e godermi il frutto del mio assiduo e onesto lavoro svanì al punto che decisi di vendere la proprietà. Era mia intenzione ridurla nel portafoglio, e con essa cercare una dimora in cui fosse possibile vivere a mio modo. Feci tutto il possibile, invano, e dovetti rassegnarmi a tirare avanti alla meglio. Resta inteso che si trattava soltanto di una precauzione, perché avevo ancora quanto bastava alle nostre modeste esigenze.

Passarono in tal modo il 1891 e parte del 92. Le sofferenze allo stomaco si erano alquanto mitigate.

Non sapendomi rassegnare, e sopportare quanto deploravo, scrissi un opuscolo “Delle condizioni d’Italia sociali economiche”, che pubblicai nell’agosto 1892. Il lavoro, certamente difettoso, aveva almeno il pregio del coraggio civile. Divulgato in un ambiente corrotto mi procurò qualche plauso platonico, ma lasciò il tempo che trovò. Fu una mia soddisfazione personale, che mi procurò soltanto un maggiore isolamento. Quello che avvenne l’anno successivo, soprattutto a Napoli, diede, però, piena ragione a quanto avevo previsto e detto nel mio opuscolo. Se qualcuno prendesse la pena di leggerlo tenga presente che fu pubblicato nel 92, perché gli parrà che si parli degli avvenimenti del 1893 e degli anni successivi. È una cieca fatalità questa, che fa conoscere l’evidenza e trascina alla catastrofe.

Quell’insieme sconsigliato, creato dal Governo e imitato dalle Province e dai Comuni, aveva reso la vita assai agitata, incerta e difficile. Gli uomini erano invasi da malafede ed egoismo, al punto che tutto cadeva nelle mani di vaste e organizzate camorre. La società era, infatti, composta da una metà di proprietari, una quarta parte di faccendieri e loro adepti, una quarta e ultima parte che sopportava tutte le fatiche e i pesi di questo vivere civile e incivile. Teoretici e umanitari giustificavano e aizzavano le gesta degli spostati di ogni sorta. Un nuovo manto di carità patria le ricopriva. Si era elevato a codice un Aristarco noioso e inconcludente, che avrebbe dovuto invogliare i giovani a studiare per istruirsi, ma in realtà creava continui pretesti, a causa dei quali pochi svogliati disturbavano i più, ed erano ragione di continui disordini. Un tribuno, parlando sempre con leggerezza e spesso in modo intollerabile, aveva ridotto la discussione del più serio consesso a un incontro di pugilato dei più arditi e battaglieri. Era inetto all’opera di vero risanamento politico, ma era il sostegno della piazza.

Il socialismo era diventato un partito legale. L’anarchismo era tollerato. Un avvenimento clamoroso fece, però, cambiare parere. Resi insufficienti i compensi politici, furono sostituiti dai profitti politici. Si fecero eclatanti ed edificanti processi agli incauti, e a coloro che approfittavano di tali mezzi senza raggiungere i sommi gradi. Il 1894 fu l’anno classico. Nel frattempo Stato, Province e Comuni regalarono circa 200 milioni di nuove imposte, continuando a predicare di lavorare per ridurre le spese.

Ero sfiduciato e disilluso al sommo grado, ma amavo il paese ed ero ribelle alla soma. Mi spinsi a fare un supremo tentativo per ridestarlo. Concepii e scrissi alcune idee, alle quali diedi il titolo “Napoli, il suo golfo e le sue colline – progetto tecnico economico per il loro risollevamento in armonia degl’interessi generali d’Italia”. Pubblicai l’opuscolo nel giugno 1894. Trattai in generale degli interessi d’Italia, con particolare attenzione a quanto era necessario fare in Napoli. Proposi, fra l’altro, la costruzione di un grande stabilimento idrologico sul Vomero. Feci un disegno panoramico dell’edificio e delle dipendenze, esponendolo nella galleria San Ferdinando. Volevo richiamare l’attenzione di coloro che s’interessavano al risollevamento di questa oppressa grande città.

A Napoli la classe più seria e stimabile è stata sempre quella dei negozianti e degli industriali, come avevo avuto prova nella questione del porto. Nel corso dell’anno quella classe ebbe la felice idea delle feste estive, che miravano allo stesso fine della mia pubblicazione. Non fu quindi difficile intenderci. Nel frattempo, però, si ridestò la questione dell’arsenale militare, che si voleva togliere definitivamente dal nostro golfo. I politicanti scesero in campo con le solite assurde e grette idee. Passò così il 1894 ed io mi rassegnai ad attendere tempi più opportuni.

Il 27 novembre 94 festeggiai le mie nozze d’argento con pochi amici. Gli amici e i parenti che avevano all’epoca assistito al nostro matrimonio non c’erano più, per morte o per altre circostanze. I trascorsi 25 anni ci confortavano per il resto della vita, Questa massima soddisfazione, da noi sentita, ci spinse a solennizzare la ricorrenza.

Siamo a gennaio 1895, e l’orizzonte politico è buio pesto. Le Camere sono chiuse per gli scandali scoppiati in quella dei deputati. I giornali sono pieni di polemiche che non risparmiano nessuno. Molti stabilimenti industriali stanno chiudendo, non potendo sopportare le nuove pesanti tasse imposte dai decreti reali. Non si lavora, e il caro dei viveri aumenta. Aggiungiamo un trimestre di temporali, burrasche e freddi eccessivi senza precedenti.

Il 1895 fu da me iniziato con circa tre mesi di arresti in casa per le note sofferenze. Impiegai questo tempo compilando un opuscolo: “Delle leggi sulle bonificazioni, esame tecnico legale relativo al conseguimento del fine, progetto di legge”. Mi spinsero due ragioni: la prima fu la passione per queste opere, che mai venne meno; la seconda si deve all’associazione di proprietari e agricoltori di Napoli, che m’invogliò a fare questo lavoro.

Scrissi anche qualche articolo nel periodico Italia Marinara, sulla difesa di Napoli e sulla pesca e piscicoltura in queste province meridionali. L’articolo sulla difesa di Napoli pose fine a una deplorevole polemica col giornale Esercito Italiano.

Le sofferenze non mi davano tregua. Ai primi di giugno, senza motivi o ragione, il male ritornò con intensità tale da porre in serio pericolo la mia vita. Sopportai incredibili sofferenze per circa tre mesi, ma superai anche questa crisi.

Il 1895 fu fatale, perché i sette suoi ultimi mesi fui quasi sempre sofferente, senza poter mai capire la natura del mio male. Mi convinsi dell’impotenza della medicina, ad onta del proclamato progresso. Fra i tanti medici consultati, un giovane intelligente e ardito voleva andare alle radici del male con un’operazione chirurgica, già fatta su vari altri come me sofferenti. Il metodo era, però, ancora allo stato sperimentale, e in me non si notavano sintomi tali da obbligarmi a quell’estremo. Rifiutai, non volendo essere vittima della scienza.

Sopportavo bene le sofferenze, con meraviglia degli stessi medici, tanto che riuscii a scrivere due opuscoli di qualche importanza. Il primo, sulla difesa marittima d’Italia, e specialmente del golfo di Napoli, fu pubblicato nel giornale Italia Marinara. L’importanza del golfo era sconosciuta, per imperdonabile noncuranza o malvolere, mentre tutto concorreva a farlo prendere di mira dal nemico in una futura e probabile guerra. Con il mio lavoro volli destare dal sonno letale tutti gli Italiani, e molto più i Napoletani.

Il secondo lavoro riguardava le bonifiche. Le leggi vigenti non erano adatte per le bonifiche nell’Italia meridionale. Nessuna di queste importanti opere si era qui seriamente intrapresa, mentre nell’Italia settentrionale e in quella centrale si eseguivano vaste e varie bonifiche. L’associazione dei proprietari e agricoltori di Napoli era preoccupata di questo fatto, e nominò un’apposita commissione alla quale affidò lo studio della questione. Ero componente della commissione e fui nominato relatore. L’opuscolo, dopo aver riassunto la legislazione che governava le bonifiche, passò a trattare delle bonifiche eseguite, in corso e da eseguire, facendo rilevare le ragioni per cui era impossibile intraprenderle sotto il regime delle leggi in vigore. Ciò posto, proposi un nuovo progetto di legge.

Dal 1896 al 1900

L’alba del 1896 è stata salutata augurandoci che fosse meglio del precedente anno, ma giammai un augurio si è avverato tanto al rovescio e così presto come questo. Scrivo nel mese di aprile, nel letto in cui ho passato tutto l’inverno, alzandomi solo per qualche ora al giorno. Non ho potuto mai dormire durante le interminabili notti, e ho preso sonno soltanto al fare del giorno. L’ottima consorte mi ha assistito in modo incredibile e, infine, si è ammalata anch’essa. Ricordo ben pochi inverni come questo, mite oltre modo, durante il quale non vi è stato giorno senza sole sul bel golfo di Napoli. La città è tuttavia oppressa dalla miseria generale, e da tutte le malattie che affliggono l’umanità. È desolante non poter vedere, o domandare di un amico o di un parente, senza udire una narrazione affliggente. La mortalità ha raggiunto il doppio della media giornaliera. Il disastro di Abba Garima ha coronato l’opera. Napoli ha dovuto contemplarlo più di ogni altra città d’Italia.

I posteri non si potranno mai fare un’idea esatta dello spettacolo dato al mondo in questa dolorosa occasione. Sembra che tutti abbiano smarrito la ragione, e l’ordine sociale sia sconvolto. C’è infatti un pervertimento generale, e i chiamati a porvi rimedio sono i primi agitatori della baraonda. Pretesi patrioti sono giunti a rallegrarsi della sconfitta subita, perché sono antiafricanisti e cosiddetti umanitari. Telegrammi ufficiali, poi smentiti, hanno calunniato i valorosi soldati morti. La penna cade dalla mano a tanto strazio. Si raccoglie il frutto delle teorie predicate dagli apostoli di spostati, oziosi e vagabondi, che hanno rimorchiato tante mediocrità piene di ambizione e prive di meriti. Quantum mutatus ab illo. Lo può comprendere solo chi, avendo vissuto il glorioso periodo dal 48 al 60, assiste a questo sfacelo.

Il contegno e la longanimità del vero popolo sono intanto ammirevoli. Una generosa gara soccorre i feriti reduci dall’Africa, che chiedono di tornarvi per vendicare i compagni morti. Le madri e le vedove mostrano un contegno spartano. Tutti vogliono che il sangue versato e l’onore militare siano vendicati.

Come ho detto, io veglio le lunghe notti e rifletto su questo anormale stato, creato da un insieme di errori e aberrazioni. Ho concepito e scritto due opuscoli, denominati “La Stella d’Italia” e “Il progetto del capitano Nemi e dodici colonie modello nel ventesimo secolo”.

Li ho pubblicati riproducendo nel primo l’opuscolo già pubblicato nel giornale Italia Marinara. Non sembri strana la forma data al secondo opuscolo. Mi ha permesso di dire cose ardue e scottanti senza esitazioni o ripieghi. È anche un mezzo per allettare a leggerlo.

Ho inviato l’opuscolo Difesa d’Italia al Presidente dei Ministri, ai Ministri della Guerra e della Marina, ai rispettivi Capi di Stato Maggiore. Nessuno si è degnato di darmene almeno ricezione! Di cortesie non si abbonda, specialmente con i caratteri indipendenti!

Dopo qualche mese, però, è stata annunciata l’intenzione del Governo di fortificare il porto di Napoli. Su questa inaspettata decisione avrà influito il mio modesto lavoro? ……….………………

Dopo qualche mese, però, è stata annunciata l’intenzione del Governo di fortificare il porto di Napoli. Su questa inaspettata decisione avrà influito il mio modesto lavoro? ……….………………

Rimondo Rotondi

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