Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

I Proverbi dell’antica Terra di Lavoro, gli Animali (II)

Posted by on Ago 30, 2018

I Proverbi dell’antica Terra di Lavoro, gli Animali (II)

Il gallo e la gallina
Altro animale importante per l’alimentazione era il gallo; nei secoli passati i polli dovevano essere molto comuni sia nei poderi dei ricchi, sia nelle aie dei contadini, anche dei più poveri.

Con questo va considerata anche la gallina soprattutto per le uova che regala alla padrona di casa; e poi c’erano i pulcini che formavano la nidiata della “vòccola”, cioè la chioccia.
Cominciamo col riferire un detto sul gallo:
1. Addò stanno ciénte vagli a cantà, nun se fa maje juórno (Varianti formali: Quanno stanno tanta vagli a cantà, nun schiara maje juorno), cioè: Dove (o quando) ci sono molti galli a cantare, non si fa (non schiara) mai giorno.
A discutere in troppi non si giunge mai ad una conclusione. In un pollaio è preferibile che ci sia un solo gallo, che faccia da padrone assoluto, anche nei confronti delle tante galline a disposizione, altrimenti ci sono continui battibecchi e scontri trai maschi per stabilire a chi tocchi il comando supremo!
2. Quello che segue può riferirsi sia al gallo sia alla gallina: Tené’ ‘u pizzo buóno e a scélla rótta (Tenere il becco buono e l’ala rotta): avere il becco buono per mangiare e l’ascella (la scélla) rotta così da non poter volare (in generale muoversi). Il detto si riferisce a chi è malandato nel corpo, ma ha ancora buon appetito.
3. In quello che segue son messi di contro gallo e gallina: A vaglina fa gl’uóvo e a `u vaglio ‘i ‘ngégna ‘u culo (La gallina fa l’uovo e al gallo gli brucia il culo); incerto l’etimo di `ngignà per bruciare. Se uno fa del bene, perché sei invidioso?
4. A vaglina che nun fa gl’uóvo è sempe pullastra (La gallina che non fa l’uovo è sempre pollastra). La persona anziana che non ha avuto figli è sempre giovane e ancora piacente!
5. Tiémpo ‘e vinaccia: chi vo’ ll’ova, che se le faccia! (Tempo di vinacce: chi vuole le uova, che se le faccia). La vinaccia è ciò che rimane dell’uva pigiata; la vinificazione si fa nei mesi di settembre – ottobre, periodo in cui le galline non fanno le uova. Da notare la rima vinaccia/faccia. L’uso del congiuntivo (faccia) fa pensare che il detto non sia antico.
6. ‘U pucino vó mette’ a béve’ a’ vòccula (Il pulcino vuol mettere da bere alla chioccia).Per l’etimo di vòccula si potrebbe pensare alla forma latina vocca connessa col verbo vocare = chiamare per l’abitudine che ha la chioccia di correre in giro continuamente chiamando a sé i pulcini (D’Ascoli, Diz. Etico. Nap., Napoli, 1979, pag. 719). Il detto vuol riferirsi a persone di rango inferiore che vorrebbero dar lezione a quelle di grado superiore.
7. “Fatico, fatico, sempe scàusa vaco” ricètte ‘a vaglina (“Fatico, fatico, ma sempre scalza vado” disse la gallina). Scàusa = scalza con passaggio da –1 seguita da consonante ad –u , come in gàuto da alto. Detto di persona che, nonostante tutto l’impegno messo nel lavorare sodo, non riesce a migliorare la sua posizione sociale.
8. Pinnuli ‘e gallina e sceruppo ‘e cantina (Pillole di gallina e sciroppo di cantina). Le pillole (in dialetto sono conosciute al maschile) sono le uova, la cantina è l’osteria il cui sciroppo è naturalmente il vino; pertanto chi vuol stare in buona salute deve cibarsi di uova e bere vino.
Come si vede, l’uovo compare in almeno quattro detti: la sua frequenza sta a dimostrare la sua importanza nell’alimentazione; c’è da dire però anche che la gallina fa fessa ‘a femmena, la inganna perché questa non si rende conto di quanto le costi un uovo.

La volpe
Parlando di galline e pulcini, il nostro pensiero corre al loro nemico dichiarato che è la volpe e a proposito del rapporto tra questi due animali va ricordato il famoso detto:
1. “Cunziglio ‘e vórpe: rammaggio ‘e vagline” (Consiglio di volpi: danno di galline). Rammaggio dal francese dammage, cioè danno.
Alla volpe si riferiscono poi due locuzioni da noi raccolte in zona:
2. “Pare ‘u fuóco r’a vórpe” per indicare un fuoco scarso, che sta quasi per spegnersi; e
3. “Tené’ gl’ uócchi a fessélla ‘e vórpe”, tenere cioè gli occhi quasi chiusi, come quando si è trascorsa una notte in bianco o si è ubriachi.

Il maiale o il porco
Altro animale importante nella società di antico regime era certamente il maiale sul piano dell’alimentazione, mentre l’asino e il cavallo, soprattutto il primo, lo erano sul piano dei trasporti nell’aiuto che essi pote­vano offrire all’uomo nel lavoro, mentre il cane era l’amico fedele.
Per gli Ebrei il maiale era il più immondo di tutti gli animali… La base di un così totale disprezzo sta nei noti precetti alimentari ve­terotestamentari che distinguono fra animali puri e pertanto commestibili, e animali im­puri. Invece i Greci e i Romani riservarono molta cura all’allevamento suino… Lo stesso nome maialis deriva da Maia, la dea in ono­re della quale era sacrificato. Certo i vantag­gi che se ne potevano ricavare – sia dal por­co adulto (sus), sia dal porcellino da latte (porcus, porcellus), e ancor più dalla scrofa – erano davvero molti e in certo qual modo irrinunciabili… Resta il fatto che il contrasto tra la concezione negativa del maiale e il suo valore economico è davvero stridente. Il porco in ogni sua parte ha qualcosa di utile da mettere a disposizione; dall’altro esso è il simbolo del peccato.
L’economia delle popolazioni germani­che qualche secolo prima di Carlo Magno si basava sull’allevamento dei suini e il maiale divenne l’animale per antonomasia in gran parte dell’Europa mediterranea. Massimo Montanari, specialista in storia dell’ali­mentazione, scrive: non vi è dubbio che nell’Europa continentale l’allevamento sui­no costituiva uno degli aspetti maggior­mente qualificante dell’attività produttrice di cibo. Allora come oggi il suo maggior pre­gio sta nel fato che del maiale in pratica non si getta via nulla. Si aggiunga che le sue carni possono essere con vari sistemi pro­tette dal deterioramento e conservate per un periodo sufficientemente lungo dopo la ma­cellazione… L’uccisione del maiale aveva generalmente luogo nel tardo autunno o al principio dell’inverno. Ancora: il maiale, opportunamente trattato o messo a pendere in appositi locali, costituirà per tutto l’anno la fonte principale di approvvigionamento carneo.
Ma passiamo ora ad elencare i vari detti che hanno come protagonista il maiale.
1. Vi’ che paése spuórco! Sanghe de puórco! Pe’ carità! (Vedi che paese sporco! Sangue di porco! Per carità!).
Così si esprimeva un mendicante che ri­fiutava il sangue fritto di maiale.
2. A cunti fatti, chi s’accire `nu puórco sta buono ‘n’anno; chi se sposa manco `nu juórno (A conti fatti, chi si uccide un maiale sta bene un anno; chi si sposa nem­meno un giorno).
Si mettono a confronto due situazioni: il maiale ammazzato e il matrimonio; assai preferibile la prima perché il matrimonio dà l’illusione di una felicità che dura pochissi­mo; invece nella concezione materialistica e utilitaristica prevaleva la cura e l’alleva­mento del maiale che offriva sostentamento alla famiglia per un intero anno.
3. Pozza esse’ acciso `nu puórco pe’ ca­sa (Possa essere ucciso un porco per casa).
Frase di buon augurio: un maiale am­mazzato è benessere e sostegno materiale per ogni gruppo familiare.
4. A córa è la pèggio a scurtecà (La coda [del maiale] è la peggiore da scortica­re).
Per completare una operazione comples­sa, proprio l’ultima parte è quella che pre­senta maggiori difficoltà.
S. Fa carne ‘e puórco (Fa carne di por­co).
La carne di maiale è tritata per farne sal­sicce; quindi l’espressione vuol significare “maltrattare” una persona; ma, con riferi­mento all’abbondanza di carne a disposizio­ne in occasione dell’uccisione del maiale, la locuzione significa anche “trarre il massimo dei profitti, lucrare oltre il consentito, ecce­dere in tutto e per tutto” (S. Bonavita, Fessa­ne ‘e cafè, Milano, 2005, p. 102).
6. U puórco è ‘u mio e `u scanno p’o culo (Il porco è mio e lo scanno per il culo).
Il maiale, si sa, si scanna per la gola (per la “canna” appunto!), ma quando una cosa è di mia proprietà, ne posso fare quello che voglio!
7. Il detto che segue non ha per protago­nista il maiale, comunque si riferisce alle operazioni che si compiono per ammazzarlo. Nun vó tené né scurtecà (Non vuol tenere, né scorticare).
Durante le operazioni per ammazzare il maiale, c’è chi lo tiene fermo legandogli le zampe, chi poi collabora a scorticarlo, dopo che gli è stata gettata addosso acqua bollen­te. Insomma c’è bisogno della collaborazio­ne di parecchie persone. Ci sono invece per­sone che, per paura o timidezza, non voglio­no far nulla.
Come si vede, questi detti sul maiale ci offrono un quadro unitario: tutti si riferisco­no al momento in cui il maiale è ammazzato, a partire dalle operazioni preliminari (legar­gli le zampe e tenerlo ben saldo su un tavo­laccio) allo scannaggio; il sangue che scorre è raccolto per essere mangiato fritto o per formare, con vari ingredienti, i “sangui­nacci”; poi si passa a scorticarlo, cioè a ri­pulirlo della pelle e dei peli; l’augurio che ogni famiglia avesse la possibilità di alle­varne uno per ammazzarlo e far provvista di carne per un anno; la festa che si faceva per l’abbondanza di carne nei giorni dell’ ucci­sione.

Antonio Martone
(da Il Sidicino – Anno XI 2014 – n. 8 Agosto)

fonte

http://www.erchempertoteano.it/Teano/Tradizioni/Detti_pop/Detti_pop007.htm

 

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