Alta Terra di Lavoro

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La prima volta della “pizzica pizzica” e Ferdinando IV

Posted by on Lug 19, 2019

La prima volta della “pizzica pizzica” e Ferdinando IV

A proposito di pizzica pizzica: la “Lettera sul tarantismo” dell’ing. Andrea Pigonati

di Salvatore Epifani, 30 novembre 2012

Antonio Ianne in un suo articolo intitolato Il sapore della pizzica, pubblicato su Lu Furgularudel 17 gennaio 2011, afferma:

“(…) la prima fonte scritta che fa riferimento alla nostra danza risale al 1797 e cita una serata di ballo che la classe nobile della popolazione tarantina offrì al re Ferdinando IV Borbone venuto in visita diplomatica nella cittadina salentina”(1).

Poiché l’estensore dell’articolo non cita la fonte, mi permetto di segnalare che già da qualche anno sul web si può leggere in formato PDF un contributo di Mauro Gioielli dal titolo Una danza chiamata pizzica (1779-1818), pubblicato sul n. 46 di aprile/giugno 2008 della rivista “Utriculus”. In detto lavoro il Gioielli ci informa che

“Durante la primavera del 1797, re Ferdinando IV, trovatosi a Taranto ospite dell’arcivescovo Capecelatro, assiste ad una pizzica rimanendone colpito, tanto da ricordare l’episodio nel suo Diario Segreto”(2).

La circostanza è il viaggio che il re di Napoli compie tra il 14 aprile e il 27 giugno 1797 per recarsi prima a Manfredonia onde accogliere Maria Clementina d’Austria e poi a Foggia per il matrimonio del figlio Francesco(3). Il lavoro di Mauro Gioielli è importante, perché, seppure con molta prudenza(4), c’informa che per la prima volta il ballo della pizzica pizzica compare nella Lettera sul Tarantismo di Andrea Pigonati che è del 28 settembre 1779.

Il nome di Andrea Pigonati (1734-1790), tenente colonnello del Genio Militare dell’esercito borbonico, è legato soprattutto(5) ai lavori di bonifica del porto di Brindisi che da parecchi anni s’era trasformato in un enorme pantano inagibile alle grandi navi. L’aria malsana determinava una elevata mortalità non solo per malaria ma anche per colera e dissenteria tanto che per alcuni decenni il numero dei morti in città superò decisamente quello dei nuovi nati. Su incarico di Ferdinando IV il Pigonati tra il 1776 e il 1778 si adoperò per riaprire il canale di collegamento tra il bacino interno ed il porto esterno consentendo il ricambio delle acque stagnanti.

La Lettera sul Tarantismo, diretta all’abate Angelo Vecchi, fu, dapprima, pubblicata nel 1779 negli Opuscoli scelti sulle Scienze e sulle Arti, a cura di Carlo Amoretti e Francesco Soave(6), poi, nel 1781, fu inserita in appendice alla Memoria(7) che il Pigonati redasse sul suo lavoro per riaprire il porto di Brindisi. Il testo dell’ing. Pigonati sul Tarantismo, non citato da Ernesto De Martino ne La terra del rimorso, è praticamente assente nella copiosa letteratura postdemartinia. Giorgio Di Lecce nella Rassegna bibliografica allegata al suo Il rito della taranta oggi, nell’ambito della letteratura sul tarantismo relativa al secolo XVIII, inserisce all’anno 1701 (quando A. Pigonati non era ancora nato) un fantomatico titolo “Lettera sopra il tarantismo, o sia il morso della tarantola, che si guarisce nella Puglia con la musica, Napoli”(8). Gino L. Di Mitri appena un cenno dedica ad Andrea Pigonati nella sua pur ottima Storia biomedica del tarantismo nel XVIII secolo(9), allorché tratta della fortuna in Europa dell’opera di Francesco SeraoDella tarantola o sia falangio di Puglia. Ne tratta indirettamente attraverso una citazione dell’astronomo francese J. J. Lalande(10), il quale in Voyage en Italie descrive il viaggio da lui effettuato negli anni 1765 e 1766.

Di Mitri sottolinea lo scetticismo del francese nei confronti della credenza popolare sul tarantismo. Scetticismo avvalorato dalla lettura del Serao e da una informazione che trova in Andrea Pigonati, secondo il quale le giovani tarantate non trovavano marito a causa della loro malattia. Sicché questa circostanza induce il Lalande a pensare che il morbo del tarantismo debba avere altre cause che il morso d’un ragno(11).

Nel commentare questa “intuizione”(12) del Lalande, Di Mitri, dopo aver accennato alla tematica dell’amore precluso di demartiniana memoria, parla di “(…) altri usi del tarantismo illustrati nelle più recenti ricerche di antropologia medica”(13). E nella nota 79 di p. 150, in maniera molto generica, afferma:

“Corre l’obbligo di menzionare i risultati di una comunicazione presentata da F. Signore al convegno di studi L’eredità di Diego Carpitella da cui si è appreso, attraverso diverse interviste raccolte fra donne, che, nel caso di gravidanze non volute, esse inventavano di essere state morse dal ragno per essere sottoposte alla terapia musicale e così sperare in un aborto indotto dalla danza frenetica”(14).

Il contributo di Franco Signore, dal titolo Memorie del tarantismo: una indagine a Novoli, fu inserito nella pubblicazione degli atti del convegno(15), dalla quale si evince chiaramente che alla base della ricerca effettuata a Novoli informatori del Signore siano stati “un anziano barbiere” e “tre anziani contadini”(15); nessuna donna fu intervistata.

La lettura del breve saggio di F. Signore destò all’epoca della sua uscita molta meraviglia e scalpore nella cittadinanza novolese tanto che l’anziano prof. Oronzo Mazzotta si vide costretto a pubblicare un articolo, dal titolo Tarantata… giù la maschera!, in cui, dopo aver stigmatizzato l’attendibilità dei quattro informatori, affermava che in vita loro

“(…) non hanno mai visto una tarantata. Il ballo della taranta non era uno spettacolo a orario fisso, bisognava perdere una giornata di lavoro e nessuno dei quattro all’epoca se lo poteva permettere”(17).

Il sospetto in Lalande, prima, e in Di Mitri, poi, forse, non ci sarebbe stato se entrambi avessero letto attentamente e compiutamente la Lettera sul Tarantismo di Andrea Pigonati, il cui pensiero è stato un po’ travisato. Entrambi non citano mai direttamente Pigonati. G. L. Di Mitri, forse, non ha visto il testo della Lettera pubblicato in appendice alla Memoria del riaprimento del porto di Brindisi, perché, se l’avesse visto, non avrebbe usato il condizionale allorché afferma:

“(…) la Lettera di Pigonati sarebbe stata pubblicata successivamente in appendice alla Memoria del riaprimento del porto di Brindisi(…)”(18).

Di Mitri, inoltre, non riferisce correttamente il pensiero dell’ingegner Pigonati sul tarantismo perché gli attribuisce una posizione un po’ scettica. Afferma, infatti, Di Mitri:

“Andrea Pigonati (…) cerca di dimostrare che il male è curabile con la musica e con la danza, ma confessa pure di non poter affermare con certezza se esso sia cagionato proprio dal ragno”(19).

E dice, nella succitata nota n. 19 di p. 271, di vedere la p. 306 degli “Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti” (nei quali la Lettera nel 1779 fu pubblicata prima che vedesse la luce nel 1781 in appendice alla Memoria del riaprimento del porto di Brindisi) per trovare espressa questa incertezza del Pigonati. Invece, se si guarda bene la p. 306 degli “Opuscoli”, si comprende come Pigonati, partito da una posizione scettica molto simile a quella di F. Serao, sia giunto a dar credito al tarantismo da lui osservato direttamente negli anni di permanenza a Brindisi. Afferma, infatti, rivolgendosi all’abate Angelo Vecchi, destinatario della Lettera:

“Volete, che v’informi di quello che io credo del Tarantismo? Eccomi a soddisfare le vostre premure. Ancorché fu di questo assunto, pel lungo soggiorno da me fatto in Puglia, abbia raccolti moltissimi bei fatti, ed osservazioni, che esigerebbero tempo per distenderli, io per compiacervi devo restringere il tutto in una lettera. Il Sig. D. Francesco Sarao (sic) luminare della medicina, e letteratura napoletana scrisse del morso della Tarantola secondo i rapporti di quelli, ch’erano stati in Puglia; ma persone eran queste, che non avevan certamente osservati gradatamente, e con critica gli effetti del morso della Tarantola; che se il sopraddetto insigne letterato si fosse portato in Puglia, e si fosse fermato in Brindisi, in Taranto, e ne’ luoghi vicini, non solo sarebbe stato più cauto nel negare i fatti, ma avrebbe forse trovata la musica adattabile ad altri mali affini ai sintomi del Tarantismo. Io sulla opinione del Sig. Sarao (sic) credeva impostura, fantasia accesa, ubriachezza, e prostituzione de’ Pugliesi quanto mi si dicea di questo male; ma il lungo mio soggiorno in Brindisi, e l’essermi in quel tempo portato ne’ vicini luoghi, mi ha convinto, che il Tarantismo è un male reale, che mirabilmente si guarisce col suono; ed ho trovato verissime le esperienze, e le osservazioni del Baglivi, di Epifanio Ferdinandi (sic), e di Caputi, i quali sono stati autori Pugliesi, ed han fatte l’esperienze sul luogo stesso”(20).

Il brano citato è importante per un duplice ordine di considerazioni. In primo luogo perché ci riferisce della ferma convinzione di Pigonati che il Tarantismo è un “male reale”. Secondariamente perché il nostro prende posizione a favore dei pugliesi nella querelle, molto bene del resto tratteggiata da G. L. Di Mitri nel suo libro(21), tra chi tra gli scienziati locali e gli studiosi forestieri fosse da considerare miglior conoscitore del fenomeno del tarantismo. Querelle che tocca i toni più aspri nel De tarantulae anatome et morsu, il cui autore Nicola Caputi così si esprime nei confronti di coloro che, standosene comodamente in casa propria, senza mai aver visto nulla con i propri occhi, osano discettare sul fenomeno del tarantismo:

“Sunt equidem nonnulli non sapientes, sed Scioli, qui ut se super aliis sapere videantur, primos rerum Magistros existimari praesumunt. Hi equidem contrà jus faciunt: nam aliena funditùs quùm eruere conantur, non rationibus, non argumentis, sed sola haesitatione: sic sibi gloriolam parare contendunt: et pretereà à cunctis insulsorum dubiorum admiratoribus caecum praetendunt consensum (…) De hoc morbo nemini hominum fidei fides committenda, nisi solis Conterraneis, Apuliaeque Incolis Authoribus: nostro scilicet Epiphanio Ferdinando Messapiensi: Georgio Baglivo, qui ratione Domicilii veluti noster habetur Sympatrida: Ludovico Vallettae Luceriano, Antonio Ferrari, Galataeo à Patria dicto (…) Endemoniorum morbo rum Sympatridae Authores legendi sunt: non exteri, qui vel relata referunt, vel ex animi libidine scribunt”(22).

La Lettera sul tarantismo nell’edizione del 1779 fu tenuta sen’altro presente da Antoine-Laurent Castellan (Montpellier 1772-Parigi 1838), il quale, nella Lettera IX delle sue Lettres sur l’Italie, la cita due volte. La prima volta, espressamente, nella nota 1 di p. 78 dove afferma:

“(…) L’ingénieur Pigonati, dans sa Lettera al abb. (sic) Angelo Vecchi, 1779, donne la forme exacte des quatre araignées malfaisantes de la Puglia, et certifie la verité des observations faites à ce sujet par Baglivi, Epif. Ferdinandi (sic), Caputi et autres savans de la Puglia”(23).

La seconda volta, quando riporta il caso di un tarantato di San Vito dei Normanni affetto da priapismo:

“Parmi les faits authentiques recueillis par les médecins de la province de Lecce, on cite celui d’un homme de Saint-Vito, ommé Giov. Di Tommaso, sur lequel le tarantisme produisit, autre les autres symptomes ordinaires, le priapisme le plus violent: Onde per impedirgli che non facesse movimenti troppo sconci lo fecero ballare colle mani legate“(24).

L’ultimo periodo in italiano è ripreso da A. Pigonati, che, però, non viene citato espressamente(25).

Infine, il pensiero dell’ingegner A. Pigonati è presente nel Castellan quando questi pedissequamente afferma:

“Certes, on ne peut feindre un tel état, et on ne doit pas suspecter le malade d’imposture, à moins qu’il n’y trouve un certain avantage: or, cette maladie fait beaucoup de tort, surtout aux filles, pour leur établissement; de plus, le remede de la musique est assez couteux, puisqu’on paie au moins un ducat par jour aux musiciens, sans compter le médecin, et que le malade danse pendant quatre et jusqu’à sept jours de suite. Au reste, cet exercice, au lieu de rendre les filles et les femmes plus agréables, les défigure ; quelques unes, très-belles avant, devenoient dans cette occasion très-déplaisantes ; enfin, on a l’opinion que le mal est périodique, et qu’il revient tous les ans jusqu’à un age avancé : aussi a-t-on bien soin, dans les familles d’une classe relevée, de dérober au public la connoissance d’un tel accident ; et si une jeune fille est piquée dela tarantule, on la fait danser dans un lieu écarté et loin de tous les regards. Ce n’est donc ni par intérêt ni par plaisir qu’on a recours à un remède dispendieux, et qui discrédite tellement ceux qui en font usage, qu’à Tarente et dans les autres villes de la Puglia, lorsqu’on sait qu’une femme a été affectée du tarantisme, et qu’elle a dansé pour s’en guérir, on croit lui faire injure en venant jouer sous ses fenetres les airs consacrés à la guérison de sa maladie” (26).

Invero, era stato A. Pigonati che, dopo aver descritto il quadro classico del tarantismo (morso del ragno, sintomi, intervento dell’orchestrina, danza, guarigione), si era soffermato non sulle possibili cause della malattia, ma sul “fine, per cui possa fingersi il Tarantismo”(27). Ed aveva elencato una serie di motivi per i quali la vittima del tarantismo ha tutto da perdere che da guadagnare con l’esibirsi nella danza: giornate di lavoro perse; pagamento dei suonatori; corpo sfigurato; peso economico per il futuro marito; perdita di possibilità di matrimonio; essere oggetto di derisione da parte dei compaesani, onde la necessità di ballare di nascosto in casa di parenti o amici(28).

A questo punto l’ingegnere siciliano, dandoci una notizia importantissima per la storia della danza salentina denominata pizzica pizzica, affermava:

“Stando io in Brindisi un Canonico mio amico maritò una nipote, e diede una festa da ballo. Egli aveva una sorella, che anni prima aveva sofferto il Tarantismo, ma ciò non era pubblico. Un nemico del Canonico, e della sorella disse di voler ballare, ed ordinò a suonatori di suonare la contraddanza della Pizzicapizzica, ch’era quella appunto colla quale era guarita la sorella del Canonico: e venendo ciò eseguito dai suonatori essa si alzò, e cominciò ad urlare, e a ballare; onde si cambiò la festa in lutto”(29).

Faccio notare che il brano surriportato non compare nel testo della Lettera pubblicata in appendice alla Memoria di Pigonati del 1781, che per tutto il resto è identica a quella pubblicata negli “Opuscoli” milanesi del 1779.

Come il lettore può agevolmente vedere, il brano in cui si fa riferimento alla “pizzicapizzica” nella Lettera del 1779 era inserito immediatamente dopo il termine “tale” e prima del capoverso iniziante con “Tra i fatti”.

Perché questa piccola modifica? Certamente è da escludere che debba trattarsi di una svista tipografica. Personalmente, propendo per una sorta di autocensura effettuata dall’ingegner Pigonati per non mettere in difficoltà l’amico canonico di Brindisi fratello della tarantata della quale si parla nella Lettera. Il Pigonati nella sua Memoria del riaprimento del porto di Brindisi fa menzione di due canonici: il primo, Don Francesco Oliva, il quale, durante la messa di ringraziamento di fine lavori per la riapertura del porto, tenne una

“(…) eruditissima Orazione, colla quale dimostrò a tutti lo stato in cui era la Città, ed il rinomatissimo Porto di Brindisi, e quale al presente era divenuto mercè i benefici ricevuti dal Clementissimo Sovrano”(29).

Il secondo era l’allora arciprete e canonico Don Annibale De Leo che con una lettera informava il Nostro delle migliorate condizioni sanitarie della popolazione, il cui saldo naturale tra il 26 novembre 1778 (data di ultimazione dei lavori) e il 10 agosto 1781 (data della lettera) era stato finalmente positivo per 52 unità (nati 875, morti 823)(30). Molto probabilmente il Pigonati si autocensurò per evitare che nel lettore potesse sorgere il sospetto che il canonico fratello della tarantata potesse individuarsi tra lo sconosciuto Don Francesco Oliva o il notissimo Don Annibale De Leo, futuro arcivescovo di Brindisi, ecclesiastici che l’ingegnere siciliano menziona nelle ultimissime pagine della sua Memoria, in luoghi, quindi, molto ravvicinati rispetto al passo della Lettera sopra riportato. Passo che nell’edizione del 1779 negli “Opuscoli scelti sulle Scienze e sulle Arti” di Milano poteva benissimo comparire perché l’anonimato del canonico era perfettamente rispettato.

Note

1. A. Ianne, Il sapore della pizzica, in Lu Fugularu, numero unico di cultura, satira e varia umanità, anno VIII, 17 gennaio 2011, p. 54.

2. M. Gioielli, Una danza chiamata pizzica (1779-1818), in “Utriculus”, n. 46, apr./giu. 2008, p. 21. Per il Diario Segreto di Ferdinando IV cfr. U. Caldora, Ferdinando IV di Borbone, Diario Segreto(1796-1797), Napoli, 1965.

3. Per i dettagli del viaggio cfr. M. PEZZI, Il viaggio di Ferdinando IV in Puglia nella primavera del 1797, in “Archivio Storico Pugliese”, anno XXIX, 1976, pp. 281-294.

4. Scrive il Gioielli: “Per quanto è possibile rilevare dalla documentazione conservata nel mio archivio personale, la prima volta che s’incontra la citazione d’un ballo denominato pizzica pizzica è del 1779, all’interno della Lettera sul Tarantismo di Andrea Pigonati” (M. GIOIELLI, op.cit., p. 21).

5. Tra gli altri incarichi ricoperti dall’ingegnere di Siracusa bisogna almeno ricordare quelli appresso indicati. Nel 1759 da Carlo III fu inviato assieme all’ing. militare Giuseppe Valenzuola ad Ustica per progettare le fortificazioni in vista del progetto di popolamento di quell’isola. Frutto di questi lavori il testo Topografia dell’isola di Ustica ed antica abitazione di essa, in “Opuscoli di autori siciliani”, tomo 7, Palermo, Pietro Bentivegna, 1772, pp. 251-280. Da Ferdinando IV ebbe l’incarico di direttore per la costruzione della strada degli Abruzzi da Castel di Sangro a Sulmona, realizzata dal 1784 al 1790, incarico che fece precedere da due opuscoli descrittivi: La parte di strada degli Abruzzi da Castel di Sangro a Sulmona, Michele Morelli, Napoli, 1783; Le strade antiche e moderne del regno di Napoli e riflessioni sopra li metodi di esecuzione e meccaniche, Michele Morelli, Napoli, 1784.

Su Pigonati e il porto di Brindisi cfr.: A. L. CASTELLAN, Lettres sur L’Italie, faissant suite aux lettres sur la Morée, l’Hellespont et Constantinople, tome premier, lettres IV-XIII, Nepveu, Paris, 1819 ; G. DE FAZIO, Osservazioni architettoniche sul porto Giulio e cenno de’ porti antichi di recente scoverti nel lido di Pozzuoli, Stabilimento Tipografico dell’Aquila, Napoli, 1834; C. DE GIORGI, La genesi naturale del porto di Brindisi, in IDEM, Natura e civiltà di terra d’Otranto, antologia degli scritti a cura di Michele Paone con un profilo di Carmelo Colamonico, Editrice Salentina, Galatina, 1982, I, pp. 379-427; C. TRASSELLI, Il popolamento dell’isola di Ustica nel secolo XVIII, Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1966; F. A. CAFIERO, La città di Brindisi all’apertura del canale Pigonati, in Brundisii res, 1 (1969), pp. 51-57, Amici della A. De Leo, Brindisi, 1971; F. BRIAMO-G. CAVALIERE, Brindisi: il canale Pigonati. Storia scritta da secoli di miseria e di morte, Editrice Salentina, Galatina, 1972; G. SIMONCINI (a cura di),

Sopra i porti di mare, 2: il Regno di Napoli, Olschki, Firenze, 1993; Il disegno luogo della memoria, atti del Convegno di Firenze, 21-22-23 settembre 1995, Firenze, 1995; F. M. LO FARO, Ingegneri e lavori pubblici in Sicilia tra Sette e Ottocento, in Storia dell’Ingegneria, atti del primo Convegno Nazionale (Napoli, 8-9 marzo 2006), a cura di Alfredo Buccaro, Giulio Fabricatore, Lia Maria Papa, tomo I, Napoli, 2006, pp. 921-932.

6. A. PIGONATI, Lettera del Signor Cav.e Andrea Pigonati colonnello di S. M. il RE delle Due Sicilie nel corpo del genio al Sig. Abate Angelo Vecchi sul Tarantismo, in Opuscoli scelti sulle Scienze e sulle Arti tratti dagli Atti delle Accademie e dalle altre Collezioni Filosofiche, e Letterarie, dalle Opere più recenti Inglesi, Tedesche, Francesi, Latine, e Italiane, e da Manoscritti originali, e inediti, tomo II, parte V, in Milano presso Giuseppe Marelli con licenza de’ Superiori, 1979, pp. 306-310.

7. A. PIGONATI, Memoria del riaprimento del porto di Brindisi sotto il regno di Ferdinando IV del Cavaliere Andrea Pigonati, Michele Morelli, Napoli, 1781.

8. G. DI LECCE, Il rito della taranta oggi, in Musica, rito e aspetti terapeutici nella cultura mediterranea, a cura di Davide Ferrari De Nigris, Genova, 1997, p. 87. Il medesimo errore G. Di Lecce ha ripetuto a p. 89 del suo Delle tarantole. Dalle cronache medievali alla bibliografia del settecento, in Sulle tracce della taranta. Documenti inediti del Settecento, a cura di Luigi Manni, Galatina, 2000.

9. G. L. DI MITRI, Storia biomedica del tarantismo nel XVIII secolo, Firenze, 2006, pp. 147-149 e 271.

10. J. J. LALANDE, Voyage en Italie contenant l’histoire et les anecdotes les plus singulières de l’Italie et sa description; les usages, les gouvernement, le commerce, la littérature, les arts, l’histoire naturelle et les antiquités ; avec des jugemens sur les ouvrages de peinture, sculpture et architecture, tome sixième, troisième édition, revue, corrigée et augmentée, Genève, 1790, pp. 7-9. Tutto il brano, oltre che nel testo succitato di G. L. Di Mitri (pp. 166-168), può essere letto in books google.it.

11. J. J. LALANDE, op. cit., p. 9: “Ce détail de M. Pigonati nous donne lieu de croire que la maladie dont il parle pourroit bien avoir toute autre cause que la morsure d’une araignée ».

12. G. L. DI MITRI, op. cit., p. 149.

13. IDEM, p. 150.

14. IBIDEM, nota 79.

15. F. SIGNORE, Memorie del tarantismo: una indagine a Novoli, in L’eredità di Diego Carpitella. Etnomusicologia, antropologia e ricerca storica nel Salento e nell’area mediterranea, a cura di Maurizio Agamennone e Gino L. Di Mitri, Atti del convegno, Galatina 21, 22, 23 giugno 2002, Nardò (Lecce), 2003, pp. 125-135.

16. IDEM, p. 127 ss.

17. O. MAZZOTTA, Tarantata… giù la maschera!, in La cernia, anno III, n. u. Novoli, 17 gennaio 2004, p. 3.

18. G. L. DI MITRI, op. cit., p. 271, nota 19.

19. IDEM, p.271.

20. A. PIGONATI, Lettera…, cit.,pp. 306-307.

21. G. L. DI MITRI, cit., passim, soprattutto pp. 69-70, pp. 129-132, pp. 206-218.

22. “Vi sono però alcuni ignoranti con l’aria di saputelli che per apparire più dotti degli altri pretendono ingiustamente di essere considerati dei maestri insigni perché tentano di distruggere le opinioni altrui alla base, senza la forza delle argomentazioni, ma attraverso il dubbio e così si procurano un’effimera fama e inoltre accampano come pretesto il cieco consenso di tutti gli ammiratori di insipidi dubbi […] E riguardo a questo morbo non si può prestar fede se non ai soli autori del luogo, pugliesi come il nostro Epifanio Ferdinando di Mesagne, Giorgio Baglivi, per luogo di residenza quasi un nostro compaesano, Ludovico Valletta di Lucera, Antonio Ferrari, detto il Galateo […] Lo ribadisco, a proposito delle malattie locali bisogna affidarsi ai dotti del luogo perché gli stranieri o riferiscono opinioni altrui o ne scrivono in maniera arbitraria”. (N. CAPUTI, De tarantulae anatome et morsu, con saggi di Gabriele Mina e Alessandro Laporta, traduzione del testo latino e note di Mario Monaco, Edizioni dell’Iride, Tricase (LE), 2001, pp. 98-103).

23. A. L. CASTELLAN, Lettres sur L’Italie, faissant suite aux lettres sur la Morée, l’Hellespont et Constantinople, tome premier, Nepveu, Paris, 1819, p. 78 (nota 1).

24. IDEM, pp. 80-81 (nota 1).

25. A. Pigonati così riporta il fatto: “Tra i fatti, che conservo con autentici attestati de’ primi medici della provincia di Lecce, ve n’è uno accaduto ad un uomo della Terra di S. Vito per nome Gio: di Tommaso, al quale assisté il Dot. Fisico D. Giacinto Niccola [sic] Greco. Il fatto è de’ più strani, mentre il male produsse all’infermo il priapismo, accompagnato con tutti gli altri sintomi; onde per impedirgli che non facesse movimenti troppo sconci lo fecero ballare colle mani legate: e dopo più giorni di ballo guarì” (A. PIGONATI, Lettera…, cit., p. 309).

26. A. L. CASTELLAN, Lettres sur L’Italie, cit., pp. 81-82.

27. A. PIGONATI, Lettera …, cit., p. 307

28. IDEM, pp. 307-308.

29. IDEM, pp. 308-309.

30. A. PIGONATI, Memoria…, cit., p. 72.

31. IDEM, p. 75.

fonte http://lnx.vincenzosantoro.it/2012/12/01/la-prima-volta-della-pizzica-pizzica/

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Le nemiche di Bette Davis di Alfredo Saccoccio

Posted by on Lug 17, 2019

Le nemiche di Bette Davis di Alfredo Saccoccio

Ruth Elizabeth Davis è nata nel 1908, a Lowell nel Massachusetts. Giunse a Hollywood ch’era già un’attrice famosa sulle scene di New York. I giornalisti e i fotografi del dipartimento pubblicitario, accorsi a riceverla alla stazione, tornarono in ufficio senza averla nemmeno notata. Credettero di essersi sbagliati sull’orario del treno, quando squillò il telefono. “Sono arrivata”, disse una voce timida e dolce. Piccola, esile, senza rossetto, Bette non aveva l’aspetto di una celebre attrice. Quando i produttori la videro, con quella sua aria di ragazzina fuggita di casa, pensarono ad uno sbaglio del loro agente di New York, che aveva avuto l’incarico di scritturarla. Per mesi e mesi, Bette fu lasciata in attesa di una parte, poi venne messa in libertà: le dissero che non aveva “sex appeal”. La famosa Davis, allieva della scuola drammatica di John Murray Anderson, compagna d’arte del grande attore Richard Bennett, padre di Constance, trascorse così due anni difficili ed oscuri lavorando in piccole parti generiche e senza rilievo. Il suo successo nel cinema è dovuto ad un “prestito”. Bette fu “prestata” dalla Warner Bros alla R. K. O. per il film “Of Human Bondage”. Fu il film che la rivelò come una grande attrice drammatica. A proposito di questa pellicola, vi fu a Hollywood una rumorosa campagna giornalistica. La stampa cinematografica rimproverava aspramente all’ “Accademy of Motion Pictures Arts and Sciences” di aver dimenticato Bette Davis nell’assegnazione dei premi annuali. Il risultato dello scandalo fu che l’Accademia decise di assegnare un “premio speciale” all’attrice. Ma Bette non ne sapeva niente, né vi fece gran caso quando lo seppe. In quel tempo trascorreva le sue vacanze a cinquecento miglia da Hollywood, attendata con suo marito Harmon O. Nelson in uno dei tanti campeggi per automobilisti. Harmon O. Nelson dirigeva un’orchestra nelle vicinanze del campeggio e Bette si divertiva a far mangiare e ad occuparsi delle faccende domestiche. La sua passione, in fatto di cucina, erano le uova fritte e il pane tostato. Bette indossava sempre i pantaloni e una camicetta a mezze maniche. Durante il giorno, leggeva, dormiva e giocava con il suo Scottie: ella sembrava così uno di quei ragazzi biondi e fragili che si vedono nei parchi delle famiglie aristocratiche di Washington. Alla sera si aggrappava al braccio del marito e insieme facevano una passeggiata a piedi, sotto la luna. Bette aveva il gusto delle passeggiate notturne e si abbandonava volentieri a chiacchierare a lungo, come una bambina. Bette Davis amava molto suo marito: lo chiamava Ham, che, evidentemente, è una contrazione del mome Harmon e significa prosciutto, ma sta anche in senso di persona molto buona e docile. Bette non aveva simpatia per la vita di società e se ne stava appartata il più possibile. Ciò dipendeva dalla cattiva opinione ch’ella si era fatta delle donne e delle donne di Hollywood in particolare. Solo gli uomini le ispiravano fiducia. “Io penso che le donne sono terribili”, dichiarò un giorno Bette Davis. “Se vi prende la voglia di confidarvi con qualcuno, fatelo con un uomo. In tutta la mia vita non ho avuto che due donne amiche: una era mia madre. Fin da bambina ho sempre avuto l’idea che le donne fossero terribili, e Hollywood non me l’ha cambiata. Per esempio i “clubs” di donne, di donne organizzate, sono per me una cosa tremenda. Io non saprei cosa fare ad un “club” di donne. I sessi sono stati creati perché si mescolino a scopo di divertimento. Le donne riunite senza la presenza dei maschi non ascoltano mai quello che si dicono fra loro. Le donne mi hanno sempre sospettata perché ho troppi uomini come amici. Gli uomini che io conosco mi fanno le loro confidenze, mi parlano dei loro dispiaceri di cuore, delle loro ambizioni, del grande romanzo che scriveranno, della musica che comporranno. Dicono che io so ascoltare. Ma se vi accade di essere il genere di donna che piace agli uomini, siete dannata per sempre. Specialmente nell’ambiente cinematografico. Non ci sono abbastanza uomini a Hollywood e c’è molta richiesta. Ham, mio marito, è il solo uomo che io abbia amato e desiderato. Ma le donne mi sospettano lo stesso. A Hollywood le donne mi spaventano a morte. Passano la loro vita domandandosi se sono riuscite ad apparire “abbastanza” sessuali senza essere “troppo” sessuali. Non riescono ad avere un’opinione di nessuna cosa, eccetto questa: che un uomo con denaro è meglio di un uomo senza denaro, ma un uomo qualunque è sempre meglio di niente. Credono di essere molto importanti, ma non ne sono mai convinte; mescolano allora dei nomi famosi alla loro conversazione, e ciò aiuta a rassucurarle che sono realmente importanti. A sentirle parlare, sembra che le cose più preoccupanti delle loro vita siano “ i vostri domestici e dove comprate i vostri abiti”. Se non fosse per le donne, io credo che Hollywood sarebbe un posto abbastanza simpatico e decente. Esse danno un valore artificiale a ogni cosa. Non hanno alcun senso della lealtà. Ne ebbi la prova più evidente quando io e mio marito, tempo fa, andammo nell’Est. Eravamo invitati ad un ballo di inaugurazione. Con mia gran gioia mi fu presentato Franklin D. Roosevelt. Mentre ci stendevamo la mano, si ruppero le spalline del mio vestito. Le donne furono orribilmente scortesi; come se le avessi offese, nessuna venne in mio aiuti con uno spillo. Non sono mai stata così imbarazzata in vita mia. Gli uomini salvarono la situazione mettendosi tutti a ridere. Sono sicura che le donne presenti a quella sera sono ancor oggi convinte che io lo abbia fatto apposta. L’amicizia è rara come l’amore. Ciò è ancor più vero a Hollywood che altrove. Le famose stelle, le donne fatali, hanno così poca fiducia nel proprio “charme” che si scelgono per gelosia amiche grassocce e insignificanti: tuttavia le amiche debbono essere sempre della stessa condizione sociale, se non della medesima classe finanziaria. Io penso che la prima cosa che disgusta gli uomini sia il poco senso di adattabilità delle loro mogli. Lamentarsi delle cose che non possono essere evitate è il difetto fondamentale della donna. A volte io desidero di essere una piccola ragazza in un villaggio di campagna, con un fidanzato che abbia solo cinquanta centesimi la settimana da spendere per portarmi al cinematografo. La vita ideale per una donna è maritarsi a diciassette anni, avere molti bambini e non cominciare mai ad analizzare gli uomini. Le attrici dalle grandi carriere incontrano la loro Waterloo quando non riescono più a tornare a casa e ridiventare delle sempluici “piccole donne”. La maggioranza delle donne è ipocondriaca per natura. Esse vogliono essere compatite. Anch’io, a voltre, lo faccio; allora Ham piglia su e se ne va. E’ il miglior sistema di cura per una donna irragionevole. Una cosa triste e divertente è l’osservare come si comportano le ragazze di Hollywood quando perdono il loro contratto. Cercano subito, disperatamente, marito. Mentre hanno lavoro, disprezzano gli stessi uomini ai quali corrono dietro nella disgrazia. Io credo che le donne siano molto simili, in tutto il mondo; e penso che sono veramente terribili”.

Alfredo Saccoccio

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Quando gli zar cercavano la musica di Napoli

Posted by on Lug 17, 2019

Quando gli zar cercavano la musica di Napoli

Partivano dalla Campania viaggiando mesi, in carrozza, attraverso le Alpi e i Paesi dell’Europa dell’Est. Fino ad arrivare a San Pietrobuorgo, dove nel Settecento erano tra i compositori più richiesti. Da Cimarosa ad Araja, ecco chi erano i musicisti più richiesti dalle famiglie imperiali russe Un filo diretto, in note. Che annoda Napoli e San Pietroburgo. Nel Settecento alla corte delle imperatrici Anna, poi Elisabetta e infine Caterina II c’era la musica napoletana. Artisti alla corte delle zarine, punto più alto di un mecenatismo che richiamava il Rinascimento, tra artisti, scenografi, architetti. Dall’Italia ma soprattutto dalla capitale del Regno di Napoli. In viaggio per sei, anche sette mesi verso la Russia, in carrozza, c’era da attraversare le Alpi, poi i pezzi dell’Europa dell’Est prima di arrivare nelle corti ricche, affamate di bellezza e arte. I russi cercavano Napoli. Offrivano una ricca vita di corte, compensi impensabili in altre parti del Vecchio Continente. E ci fu così un flusso di partenopei a corte. “Addirittura la tarantella veniva riscritta anche da ognuno dei musicisti del Gruppo dei Cinque. Miliij Balakirev, Cesar Cui, Aleksandr Borodin, Modest Musorgskij, Nikolaj Rimskij-Korsakov, la musica popolare russa lontana dai suoni dell’Occidente ma innamorata di quella napoletana”, spiega il Maestro Enzo Amato, musicista, chitarrista, famoso studioso della musica settecentesca e presidente dell’Associazione Domenico Scarlatti di Napoli.

Il Maestro ripercorre con noi il cammino musicale dei napoletani in Russia. Nei prossimi giorni – l’11 novembre 2015 – è in programma una sua conferenza sul tema al Centro Russo (Russkij Mir) all’Università L’Orientale di Napoli e qualche giorno dopo prenderà la parola anche all’Università La Sapienza di Roma. Perché per i russi, tanto nella capitale quanto a San Pietroburgo, la musica lirica nel Settecento parlava, anzi suonava italiano. Soprattutto napoletano. “Basti pensare che la prima opera scritta per Anna I e poi tradotta in lingua russa era di Francesco Araja, a San Pietroburgo per circa 15 anni. C’era la voglia, anche l’esigenza di europeizzarsi – continua il Maestro -. C’era anche da abbattere l’immagine di un Paese arretrato, medievale, poco incline alla bellezza dell’arte occidentale. Per questo motivo le Imperatrici non badavano a spese”. Ma Napoli non era solo il simbolo della lirica ma anche dell’architettura. “Ed è stato proprio un architetto napoletano, Carlo Rossi, figlio di una ballerina russa con papà nativo di Sessa Aurunca (provincia di Caserta) che ha progettato il Palazzo che è ora sede del Museo russo di San Pietroburgo, così come lo stesso architetto ha ideato l’assetto del Palazzo d’Inverno, la residenza degli Zar, e del Teatro Aleksandriskij” aggiunge il Maestro Amato. Araja componeva 12 opere in Russia, compresa Cefalo e Procri, interamente in lingua russa, ispirata alle Metamorfosi, il capolavoro del poeta latino Ovidio. E nelle rappresentazioni non c’erano cantanti con grande estensione vocale, quindi veniva utilizzato il coro, che caratterizzerà la produzione, lo stile delle opere russe. Dopo Araja, Tommaso Traetta. Sette anni di soggiorno alla corte di Caterina II, prima di lasciare la Russia per il clima gelido, verso Londra. E tre opere, soprattutto l’Antigona. Scriveva in italiano ma la parte recitata era omessa per consentire la comprensione al pubblico che seguiva le arie con la traduzione dei libretti in lingua russa. E dopo Traetta, Giovanni Paisiello, 11 opere in Russia e che scriverà il Barbiere di Siviglia nel 1782, precedendo Gioacchino Rossini. E poi Gaetano Andreozzi, uno dei tre musicisti di Aversa, a pochi chilometri da Napoli, assieme a Domenico Cimarosa, Niccolò Iannelli. Per la corte di San Pietroburgo, la Didone Abbandonata nel 1784 e l’anno successivo Giasone e Medea. Infine, Domenico Cimarosa, chiamato da Caterina II, 11 opere e il requiem per la moglie dell’ambasciatore italiano a San Pietroburgo, eseguita alla cappella della corte dell’Imperatrice.

fonte https://it.rbth.com/rubriche/Mosaico/2015/10/23/quando-gli-zar-cercavano-la-musica-di-napoli_533095

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Miguel de Cervantes e Napoli

Posted by on Lug 16, 2019

Miguel de Cervantes e Napoli

TI PORTERÒ NELLA CITTÀ PIÙ RICCA, PIÙ DILETTEVOLE DELL’UNIVERSO, NAPOLI” dice, nel Don Chisciotte,Vincente de la Roca, alla sua amata Leandra.
E Tomàs Rodaja, protagonista della novella El licenciado Vidriera: NAPOLI È LA CITTÀ MIGLIORE D’EUROPA, ANZI DEL MONDO”
Così Miguel de Cervantes sfata il preconcetto della Napoli miserabile durante la dominazione spagnola.. Dai suoi scritti si evince che era in realtà la città più importante dell’impero, e non una colonia (come lo è diventata con i piemontesi).
Lo scrittore spagnolo soggiornò più volte a Napoli e partecipò anche alla battaglia di Lepanto.

segnalato da Maria Franchini

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LA SPIGOLATRICE DI SAPRI riscritta da un Duosiciliano, Morando Morandi

Posted by on Lug 16, 2019

LA SPIGOLATRICE DI SAPRI riscritta da un Duosiciliano, Morando Morandi

E se la letteratura e la storia del nefasto periodo risorgimentale l’avessero scritta gli amanti delle Due Sicilie cosa avremmo letto e ascoltato? Non solo la narrazione degli accadimenti storici sarebbe stata differente, ma anche l’immaginario delle opere “di penna” avrebbe denunciato la verità negata in tante produzioni letterarie degli scrittori asserviti al nuovo potere savoiardo.
Questo è l’input che ha motivato il prof. Morando Morandi, noto otorino laringoiatra , Dir. Resp. dell’U.O. di Chirurgia dell’Orecchio presso la Divisione Otorinolaringoiatra dell’Ospedale Cardarelli di Napoli, a scrivere e regalarci questo suo elaborato.

Eran trecento, erano orridi e forti

e sono morti!

Me ne andavo un mattino a spigolare

quando ho visto una barca in mezzo al mare,

era una barca che andava a vapore

e issava una bandiera tricolore.

Non era proprio egual a quella odiata

ma solo in una tinta era cambiata!

All’isola di Ponza si è rifornita,

imbarcato i detenuti ed è ripartita!

È ripartita ed è venuta a terra

sceser con l’armi pronti alla guerra!

Eran trecento, erano orridi e forti

e sono morti!

E liberi ormai baciaron il suolo

pronti a commetter ogni duolo!

Ad uno ad uno li guardai in faccia

senza scorger alcuna umana traccia.

Dai ghigni brutali sul loro volto

capii che ci avrebber offeso molto:

Eran ladri e assassini usciti dalle tane

pronti a rubar finanche il pane.

Li sentii levar un solo grido:

“ Finalmente liberi su questo lido!”

Eran trecento, erano orridi e forti

e sono morti!

Con gli occhi scuri e i capelli neri

il capo loro li facea guerrieri

Mi resi ardita e avvicinandomi piano

gli chiesi: “Cosa volete oh capitano?”

Guardommi e mi rispose: ”Madamigella,

questa Patria per me è una cella!

La mia sarà una vendetta furibonda

per lavar l’ indigerita onta!”

Io mi sentii tremar tutto il core

e tra me e me pensai: “Ci aiuti il Signore!”

Eran trecento, erano orridi e forti

e sono morti!

Quel giorno non potei più spigolare

e dietro di loro mi misi a camminare.

Feroci aggrediron li gendarmi

riuscendo a rubar tutte le armi!

Canaglie vocianti per la strada

volevano incendiar ogni contrada!

Ma non bastaron a metterci paura

perché tutta la gente capì la congiura

e tra forconi, spari e scintille

piombammo su di loro in quasi mille!

Eran trecento erano orridi e forti

e sono morti!

Allora i trecento provaron a fuggire

ma l’ira del popolo li portò a morire.

Periron si col ferro in mano

e avanti a loro correa sangue il piano

Erano belve uscite dalla gabbia

ora agonizzanti sulla sabbia

Finché pugnar vid’io, per noi pregai

ma, ad un tratto, poi, mi rallegrai:

io non vedeva più, in mezzo ai masnadieri,

quegli occhi scuri e quei capelli neri!

Eran trecento erano orridi e forti

e sono morti!

fonte http://www.comitatiduesicilie.it/?p=13328

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PAOLO ALLEGRO HA RAGGIUNTO LA CASA DEL PADRE

Posted by on Lug 14, 2019

PAOLO ALLEGRO HA RAGGIUNTO LA CASA DEL PADRE

In questi giorni il mondo della Musica Napolitana ha perso uno dei suoi protagonisti più importanti che per molto tempo è stato un punto fermo del gruppo musicale “I Vico”, Paolo Allegro. L’ Ass. Id. Alta Terra di Lavoro è vicina alla famiglia e a tutti i suoi compagni di viaggio che con lui hanno condiviso le sue prestazioni artistiche e a cui era molto legato.

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