Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Paola Latrofa espone a Frosinone dal 13-22 settembre

Posted by on Set 17, 2019

Paola Latrofa espone a Frosinone dal 13-22 settembre

Paola Latrofa: volto tondo, statura minuta ma solida, sorriso e sguardo dolce, voce pacata. La incontro alla presentazione della sua mostra personale di quadri presso il centro culturale dell’ex mattatoio a Frosinone curata da Alfio Borghese. In questo spazio espositivo, tra parenti, amici, artisti, ospiti in cerca di appagamento dello spirito, presenta ed illustra una quindicina di pezzi della sua recente produzione.

È padrona della tecnica e la pittura, mai istintiva, appare meditata, ponderata e pulita, costruita con estrema attenzione. Le opere si articolano, in parte, su una ricerca di motivi puramente astratti attraverso le quali l’artista ritrova personali equilibri tra forme maturate alla luce dell’esperienza informale dei grandi maestri del ‘900.

I colori sono sovente di purissimo tono pastello la cui discrezione non stride con i lineamenti delle tenui figurazioni. Quasi fantasie psichedeliche riportate su tessuti e disgiunte da più ovvi colori fluo. Soluzioni interessanti costruite con scie, veli trasparenti per ambientazioni a tratti oniriche, visioni siderali di pianeti e nebulose evanescenti, mediante le quali si attivano processi creativi per ipotetiche elaborazioni scenografiche che fanno idealmente da contrappunto all’altra ricerca, quella dei gruppi di figure astanti.

Questi si articolano su intrecci di affollati figurini i cui insiemi evocano i fregi posti su timpani di antichi templi classici; aggregazioni umane come figuranti teatrali sul proscenio i cui elementi, elaborati con esperta sintesi, si intrecciano sinuosi in un complesso di aggregazioni poste in pose teatrali tra Art Noveau e Chinoiserie. Figure senza tempo dalle movenze coreografiche orchestrate con estrema eleganza che disegnano armoniosi spartiti. Elementi antropomorfi che si prestano alle diverse soluzioni interpretative ove l’elemento comune sono gli intrecci di infiniti panneggi che si combinano tra loro con forti contrasti cromatici per restituire emozioni di apprezzabile spessore.

di Errico ROSA

(architetto e docente di Storia dell’arte)

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Antonio Labriola

Posted by on Set 17, 2019

Antonio Labriola

“E come gli uomini, non per elezione ma perché non potrebbero altrimenti, soddisfano prima certi bisogni elementari, e poi da questi ne sviluppano degli altri, raffinandosi; e, a soddisfare i bisogni quali che siano, trovano ed usano certi mezzi ed istrumenti, e si consociano in certi determinati modi, il materialismo della interpretazione storica non è se non il tentativo di rifare nella mente, con metodo, la genesi e la complicazione del vivere umano sviluppatosi attraverso i secoli”.

“Le idee non cadono dal cielo”

Antonio Labriola nasce il 2 luglio 1843 a San Germano oggi Cassino, che all’epoca faceva parte della Provincia di Terra di Lavoro, Regno delle Due Sicilie. Il padre, professore di lettere, aveva ricevuto una cattedra liceale a Napoli, e vi aveva trasferito la famiglia. Nel 1861, si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Napoli, dove all’epoca prevaleva l’indirizzo idealista hegeliano. Nel 1865 consegue l’abilitazione, ed insegna al Liceo Umberto. L’anno successivo si sposa con la siciliana Rosalia Carolina von Sprenger [1], mentre un suo saggio su Spinoza viene premiato dall’Università di Napoli. Nel 1869 riceve un ulteriore riconoscimento dall’Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli per il saggio su Socrate. Intanto aderisce all’Unione liberale e collabora con giornali napoletani ed esteri. Spenderà la sua vita nella ricerca filosofica e sociale, diventando uno dei più grandi interpreti delle idee marxiste di libertà e riscatto dei popoli. Un uomo che il Sud seppe esprimere, ma che, pare, non sa ricordare. “Sono avversario esplicito delle dottrine cattoliche” Nel 1874, trasferitosi a Roma, insegna Filosofia morale all’Università. Tra il 1875-76 inizia ad evolvere il suo pensiero ed a scostarsi dalla destra, avvicinandosi al socialismo. Nel 1877 diviene direttore del Museo di Istruzione e di Educazione, impegnandosi nella lotta all’analfabetismo e per la diffusione della Scuola Pubblica, indispensabile per la nascita di una coscienza democratica del Paese. Si schiera a favore del suffragio universale e per una politica sociale basata sull’intervento statale nell’economia. Tra il 1887-8, allorché sembra imminente la stipula di un concordato con il Vaticano, il Labriola tiene una serie di conferenze universitarie, denunciando energicamente il pericolo di ingerenza del Papato nella vita pubblica italiana. Chiede l’abolizione dell’insegnamento religioso a scuola, perché lo Stato non può contribuire alla diffusione della superstizione. L’impegno politico “sul campo” inizia il 16 dicembre 1888, con il discorso agli operai di Terni, in cui rivendica la lottare per un «governo del popolo mediante il popolo stesso». Nel 1890 entra in corrispondenza con Engels ed ne studia le teorie elaborate con Marx. Lavora per la nascita del Partito dei Lavoratori [2]. Il materialismo storico Il 2 maggio 1890 scrive che «I parlamenti, come forma transitoria della vita democratica d’origine borghese, spariranno col trionfo del proletario». Nell’ottobre dello stesso anno, in occasione del congresso ad Halle dei socialisti tedeschi, scrive: «Il proletariato militante procederà sicuro sulla via che mena diritto alla socializzazione dei mezzi di produzione ed l’abolizione del presente sistema di salariato, fidando solo nei suoi propri mezzi e nelle sue proprie forze». Labriola si impegna nella divulgazione del marxismo, divenendone uno dei maggiori studiosi in Italia. La sua lotta è imperniata a salvaguardare il significato storicistico e antimetafisico del marxismo, contrastando sia i “revisionisti”, sia quelle che definisce “volgarizzazioni deterministiche”, sostanzialmente strumentali alla reazione borghese. Il capitalismo stava infatti reagendo, non solo con la repressione violenta delle manifestazioni operaie, ma anche più subdolamente, attraverso la sovvenzione e la propaganda di iniziative volontaristiche volte a dimostrare il “superamento” del marxismo. Per il Labriola, il materialismo storico non è semplice “canone per la interpretazione della storia”, ma una nuova ed integrale concezione del mondo e delle relazioni sociali. Il marxismo e la lotta di classe non costituiscono quindi un sistema per propugnare verità immutabili, bensì ideali aperti alla dialettica ed alla esperienza, in grado di affrontare la complessità dei processi sociali e la varietà di forze operanti nella storia. La sua descrizione del marxismo come filosofia della prassi verrà ripresa anche da Gramsci nei “Quaderni dal carcere”. Il rapporto con Turati Antonio Labriola può considerarsi per le sue idee un dissente dal Partito socialista di Filippo Turati, nato con il Congresso di Genova del 14 agosto 1892, che pure aveva contribuito a formare. Labriola non ne condivide infatti la superficialità ideologica, che porterà il partito a dividersi e confondersi su temi cruciali, né l’arrendevolezza nei confronti degli avversari politici. Labriola avrebbe voluto un partito di operai, più che di intellettuali. Vede nei Fasci siciliani un concreto esempio di socialismo popolare e rivoluzionario. Per la prima volta in Italia, si delinea una chiara lotta di classe tra il blocco industriale-agrario e il ceto operaio-contadino. Come noto, nel 1893 il potere borghese contrastò i Fasci con forza e ferocia: i Fasci siciliani furono tragicamente repressi dai mafiosi locali e dal governo nazionale. Si contarono più di cento morti, diverse centinaia i feriti e oltre tremila cinquecento rinchiusi nelle patrie galere [cfr. “I Fasci Siciliani” di Fara Misuraca in questo stesso sito]. Il Partito Socialista, dopo un iniziale appoggio ai Fasci siciliani, si legherà sempre più al mondo operaio settentrionale, perdendo di vista il Sud ed i problemi dei contadini. Per tale motivo perderà, tra l’altro, l’appoggio di un altro grande democratico del sud, Gaetano Salvemini. Labriola preferisce quindi dedicarsi agli studi, senza partecipare attivamente alla politica. Negli ultimi anni fu impegnato in accesi dibattito sul marxismo, in posizione assai critica nei confronti sia di Gentile che di Croce. Il grande merito di Labriola resta quello di aver considerato il marxismo non come sistema rigido dagli schemi prefissati, ma come metodo di intendere la storia e mezzo di libertà dall’oppressione borghese. Da uomo del sud non dimentico degli insegnamenti di G.B. Vico, il Labriola vede nell’essere umano l’attore-autore della storia e del suo divenire. Antonio Labriola muore a Roma il 12 febbraio 1904.

Scrive di lui Trotsky [3]: “Fu nella mia cella che lessi con delizia due noti saggi di un vecchio italiano marxista-hegeliano, Antonio Labriola, che giunsero in galera in edizione francese. Diversamente da molti scrittori latini, Labriola padroneggiava la dialettica materialista, se non in politica – nella quale era confuso – almeno nella filosofia della storia. Il brillante dilettantismo della sua esposizione in realtà nascondeva una perspicacia veramente profonda. […] Malgrado siano passati trent’anni da quando ho letto i suoi saggi, il senso generale dei suoi argomenti è ancora fermamente trincerato nella mia memoria, insieme col suo continuo refrain «le idee non cadono dal cielo».”

Note [1] Rosalia Carolina von Sprenger era nata a Palermo da famiglia evangelica di origini tedesche. Quando conobbe il Labriola, insegnava alla “Garibaldi” di Napoli. La coppia ebbe tre figli: Michelangelo (morto di difterite nel 1873), Francesco e Teresa Carolina. [2] Quando il partito effettivamente nascerà nel 1892, il Labriola ne resterà fuori per i dissensi con Filippo Turati. [3] Trotsky, La mia vita. Bibliografia Labriola A., In memoria del manifesto dei comunisti, 1895 Labriola A., Dilucidazioni preliminari sul materialismo storico, 1896 Labriola A., La questione universitaria, 1896 Labriola A., Saggi sulla concezione materialistica della storia, 1896 Labriola A., Discorrendo di socialismo e filosofia, 1897 Labriola A., Del materialismo storico, 1899 http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Labriola

fonte http://www.ilportaledelsud.org/labriola_antonio.htm

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Scoperto papiro cristiano più antica del mondo: è una lettera del 230 d.C.

Posted by on Set 16, 2019

Scoperto papiro cristiano più antica del mondo: è una lettera del 230 d.C.

È la testimonianza cristiana più antica del mondo. È stata scoperta da una professoressa dell’Università di Basilea

È il manoscritto cristiano più antico del mondo, datato all’anno 230 d.C..

L’Università di Basilea ne ha annunciato la scoperta in un comunicato, affermando che “si tratta della più antica di tutte le prove documentali cristiane dell’Egitto romano e dell’intero mondo cristiano del III secolo”.

Si tratta di un papiro egizio (classificato come “P.Bas. 2.43”), una lettera familiare, che fornisce alcune informazioni sulla vita dei primi cristiani durante l’impero romano, che non erano mai state rese note da nessun’altra fonte, prima di questa scoperta. Il “P.Bas. 2.43” contiene chiari riferimenti alla luoghi fuori dalle città egiziane, dove vivevano i cristiani e detenevano importanti posizioni politiche. La lettera è stata scritta da un certo Arriano, che l’ha indirizzata al fratello Paulus: dopo aver informato il fratello sugli affari della famiglia e chiesto la miglior salsa di pesce come ricordo, l’autore scrive il saluto finale, auguranto che il parente abbia una vita prosperosa e affidandolo al Signore. Nell’ultima riga, infatti, si legge: “Ti chiedo di fare bene nel Signore”.

L’uso di questa formula “non lascia dubbi sulle credenze cristiane dell’autore della lettera”, dato che quel saluto era esclusivamente cristiano. Inoltre, un altro indizio circa la religione praticata dalla famiglia viene dal nome del fratello: “Paulus era un nome estremamente raro in quel periodo e possiamo dedurre che i genitori menzionati nella lettera fossero cristiani e che chiamarono il loro figlio con lo stesso nome dell’apostolo”, hanno osservato gli studiosi dell’Istituto di Basilea.

Il papiro “P.Bas. 2.43” era in possesso dell’Università di Basilea da oltre 100 anni, ma la professoressa Sabine Huebner lo ha identificato e datato al 230 d.C. Questo lo rende la testimonianza più antica sul cristianesimo, dato che precede di almeno 40 o 50 anni tutti gli altri documenti.

fonte http://www.ilgiornale.it/news/mondo/scoperto-papiro-cristiano-pi-antica-mondo-lettera-230-dc-1725476.html?fbclid=IwAR2iLvUfKHQlNUZUdiJcaRwNg_mtritAwI9dAhaJ10yYR9EBhGSgpazQQS4

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Capitolo X – Dopo l’unità d’Italia (ultima puntata)

Posted by on Set 15, 2019

Capitolo X – Dopo l’unità d’Italia (ultima puntata)

1. Il catasto dei fabbricati del 1870 – 2. Una nuova strada mai realizzata – 3. L’esodo ovvero fuga dall’italia unita – 4. Visita pastorale del vescovo Bonaventura Quintarelli – 5. Popolazione nel 1901 – 6. Sant’Anatolia nella prima guida turistica moderna – 7. Seconda visita pastorale del vescovo Quintarelli – 8. Il terremoto del 1904 – 9. Terza visita pastorale del Vescovo Quintarelli – 10. Il terremoto del 1915 – 11. La testimonianza di Pippo Falcioni – 12. Le vittime del terremoto a Sant’Anatolia – 13. La prima guerra mondiale – 14. L’omaggio della Marsica alle salme di due eroici ufficiali – 15. Alfredo Tupone

1. Il catasto dei fabbricati del 1870

Il «Catasto generale dei fabbricati», in seguito denominato «Nuovo catasto edilizio urbano», conservato nell’Archivio di Stato di Rieti, fu realizzato, sulla base della legge 26 gennaio 1865, n. 2136 (1). La legge sulla tassa dei fabbricati, pubblicata in allegato alla legge 11 agosto 1870, n. 5784, stabilì che «la revisione generale dei redditi dei fabbricati» sarebbe stata eseguita nel corso dello stesso anno 1870. «Preordinato a fini essenzialmente tributari», «l’esecuzione e la formazione di esso furono affidati agli Uffici delle imposte».

La differenza fondamentale tra il vecchio catasto e il nuovo fu la diversificazione tra possedimenti di terre e possedimenti di fabbricati. Il nuovo catasto andò a descrivere dettagliatamente la consistenza dei fabbricati e il valore della rendita imponibile al fine di stabilire l’imposta a carico di ogni proprietario.

I tre volumi riguardanti il Comune di Borgocollefegato, redatti nel 1876, furono divisi in partite numerate consecutivamente a partire dalla n. 01, del primo registro, fino alla n. 899 del terzo registro. I registri del comune di Borgocollefegato sono il n.105 (vol.1, partita 1-297), il n.106 (vol.2, partita 299-600) e il n.107 (vol.3, partita 601-899). Ad ogni numero di partita, numerata in alto a sinistra corrispondono due facciate con il numero del foglio in alto a destra.

Ogni partita riporta nell’intestazione il cognome e nome del proprietario, il nome del padre e la frazione del comune di appartenenza. L’elenco e quindi le partite seguono l’ordine alfabetico per cognome. Oltre ai dati di intestazione il foglio riporta l’elenco dei fabbricati posseduti seguendo un tabulato prestampato.

Le partite relative alla frazione di Sant’Anatolia sono le seguenti:

  • Vol. 105 partite n. 9, 10, 11, 12, 13, 151, 152, 178, 189, 219, 233, 234, 237, 239.
  • Vol. 106 partite n. 322, 323, 339, 341, 342, 347, 387, 388, 406, 416, 417, 418, 427, 428, 456, 458, 485, 506, 512, 526, 536, 537, 538, 539, 553, 554, 555, 556, 557, 558, 559, 560, 561, 562, 563, 564, 565, 566, 567, 568, 569, 570, 571, 572, 573, 574, 575, 576, 577.
  • Vol. 107 partite n. 606, 670, 677, 678, 679, 680, 681, 683, 684, 685, 686, 687, 688, 689, 690, 691, 692, 694, 704, 704/2, 709, 711, 712, 752, 760, 763, 766, 777, 778, 779, 780, 803, 804, 805, 806, 807, 808, 809, 810, 811, 812, 821, 822, 823, 824, 825, 841, 842, 843, 844, 845, 847, 873, 895, 896, 898.

In archivio, oltre ai suddetti tre volumi, ve ne sono altri relativi agli anni successivi e ai vari passaggi di proprietà avvenuti nel tempo.

Data l’ampiezza del registro e delle informazioni, si rimanda ad un lavoro a parte (2) ma per avere solamente un’idea dei dati ricavabili si riporta qui di seguito l’elenco dei proprietari delle case si Sant’Anatolia con l’importo della rendita catastale ed a seguire l’elenco delle strade.

continua articolo su fonte originale

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Fabrizio De André: “Napoli è la mia patria morale. L’unico posto dove potrei vivere”

Posted by on Set 4, 2019

Fabrizio De André: “Napoli è la mia patria morale. L’unico posto dove potrei vivere”

Fabrizio De André è stato uno dei più grandi compositori, scrittori e cantautori italiani. Nato a Genova il 18 febbraio del 1940 era noto col soprannome di “Faber” e in quasi quarant’anni di carriera artistica ha inciso tredici album più alcuni singoli.

Le sue canzoni raccontano storie di emarginati sociali, ribelli, prostitute e sono da sempre considerate vere e proprie poesie, tanto da essere state inserite in varie antologie scolastiche di letteratura. Legato profondamente alla sua Genova, amava molto Napoli, tanto da spingerlo spesso a cantare in lingua napoletana e a scrivere la canzone “Don Raffaè“, una chiara denuncia della critica situazione delle carceri italiane negli anni ottanta e della sottomissione dello Stato al potere delle organizzazioni malavitose.

“Non sapevo nemmeno io come e perché – raccontava De Andrè – ma impazzivo per Bovio e Di Giacomo. Poi scoprii che la mamma del mio amatissimo Brassens era figlia di napoletani, e che nelle ballate di quello che rimane il mio primo maestro indiscusso, alcuni studiosi avevano ritrovato echi della melodia campana”. E inoltre: “È la mia patria morale. Dopo Genova e la Sardegna è forse l’unico posto dove potrei vivere. Per la sua cultura, la sua canzone, la sua asimmetria… Per Murolo, Eduardo, Croce e De Sica” In un’intervista a Pietro Cesare, leader di una delle numerosissime tribute band di De André, nel raccontare il dolore della perdita subita con la sua morte, avvenuta l’11 gennaio 1999, fa un paragone con il film di Troisi, “Il Postino”, quando Mario (Trosi) scrive una lettera all’amico lontano Neruda (Noiret): “Carissimo don Pablo, è Mario, siete partito io pensavo che vi eravate portato tutte le cose belle con voi. Invece adesso lo so, ho capito che mi avete lasciato qualcosa“. Infatti è così, De Andrè ci ha lasciati un’eredità artistica imponente attraverso la quale vivrà per sempre. Poi continua spiegando il legame del cantautore a Napoli: “De André era un grande estimatore della canzone napoletana classica; la conosceva e l’amava profondamente. Se ne ritrovava innamorato e ammirato in particolar modo per Libero Bovio e Salvatore Di Giacomo“. Entrato fin da piccolo in contatto con la lingua napoletana tanto da assorbirne suoni, accenti, vocaboli e costruzioni linguistiche e preferirla a qualsiasi altra lingua mediterranea. I dischi del padre di musica napoletana, la sua formazione dedita al teatro di Eduardo e a Benedetto Croce, le similitudini di Napoli e di Genova sono alla base di quest’amore per la nostra terra.

Anche il figlio Cristiano, in un’intervista di qualche anno fa rilasciata alla Repubblica.it, raccontava del legame di suo padre con la città partenopea: “Io ci vengo raramente, ma mi piace tantissimo, si respira quel sentimento di anarchia che piaceva tanto anche a mio padre: è una città che si muove, quando vengo mi sento a casa, come se fossi a Genova…“.

“De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano“, Nicola Piovani.

fonte https://www.vesuviolive.it/vesuvio-e-dintorni/notizie-di-napoli/72640-fabrizio-de-andre-napoli-e-la-mia-patria-morale-lunico-posto-dove-potrei-vivere/?fbclid=IwAR1gX974hBi5KbgP8yQ8LWGjEkhkgFLYdvoGUpwI3Tilt-GEbckW3caszJw

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