Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Cartesio, Vita di un filosofo

Posted by on Mar 19, 2019

Cartesio, Vita di un filosofo

    René Desxcartes nacque a La Haye, in Turenna, il 31 marzo 1596.  Il padre Joachim era un ricco gentiluomo , consigliere al Parlamento di Rennes. La madre, Jeanne Brochard, morì  di una malattia di petto, l’anno successivo alla sua nascita. Egli trascorse un’infanzia  priva di tenerezza  e malaticcia, ma tranquilla e libera negli agi. Ad otto anni entrava nel collegio gesuitico di La Flèche, fondato da Enrico IV, ove i Gesuiti vegliavano con amore alla formazione di quello spirito  da cui, sia pure indirettamente, tanto male  doveva venire al loro ordine. Vi restò fino al 1614. Due anni dopo, prese i suoi gradi in diritto all’Università di Poitiers.

   Disgustato del diritto, mal soddisfatto dell’educazione impartitagli al collegio, pensò alla carriera militare: istinto belligero  che non era,come scrisse più tardi,  che “l’effetto di un calore di fegato che si spense in seguito”. E si recò in Olanda , alleata della Francia, e nella primavera del 1618 si arruolò nelle armate del principe di Nassau.

   Si era allora in una lunga pausa delle guerre con la Spagna e gli uffici di stato maggiore erano centri di studi di matematica e d’ingegneria, carissimi a Descartes.

   Un giorno, il 10 novembre 1618, in una via di Breda, quartiere generale del principe di Nassau,, il giovane ufficiale vide un gruppo di gente che leggeva un cartello affisso al muro. Ignorando il fiammingo, Descartes prega un vicino di tradurglielo. Era un problema di matematica che il proponente sfidava a risolvere.  Descartes si vanta di risolverlo all’istante. Il vicino interprete si stupisce della sua audacia : era il fisico e medico Isaac Beeckman. I due si legano di amicizia . Presentendo il genio del giovane, Beeckman lo eccita a darsi, tutto, alla ricerca fisico-matematica proponendogli problemi, uno dietro l’altro. A lui sono dovuti i primi scritti di Descartes, che glieli dedicò. Fu lui che trasse le prime scintille da quel cervello incomparabile, ma un po’ incline alla pigrizia.

   Alla fine di aprile 1619 Descartes, stanco della pace che durava in Olanda, lascia quel Paese e va in Germania per offrire la sua spada all’imperatore Ferdinando o all’elettore di Baviera, Massimiliano. Sorpreso dall’inverno neii dintorni di Ul, si chiuse, per vari mesi, in una “padella”, cioè camera riscaldata, per riordinarvi i suoi pensieri. Quella “padella” fu l’incubatrice della filisofia moderna… Egli ne scoprì il principio nella notte del 10 novembre 1619: “ X novembris 1619 cum plenus forem Enthusiasmo et mirabilis scientiae fundamenta reperirem”. Nella notte seguente René ebbe tre sogni, che egli interpretò come mandatigli dall’alto e che lo incoraggiarono a proseguire per la via intrapresa. In segno di riconoscenza, fece il voto di andare in pellegrinaggio a Loreto,. Il Razionalismo moderno nasceva così in un’atmosfera di tensione entusiastica, tra sogni e visioni.

   L’inverno non era  ancora finito che Descartes riprese a viaggiare. Cominciava la Guerra dei Trent’anni ed  egkli, forse, prese parte alla battaglia della Montagna Bianca. l’11 novembre 1620 concepiva un’invenzione meravigliosa. Così, per tre volte, alla stessa data, 10 novembre 1618 (incontro con Beeckman), 10 novembre 1619 (scoperta dei fondamenti di una scienza ammirabile)))), 11 novembre 1620 (concezione di un’invenzione meravigliosa), un avvenimento importante si produceva  

nella vita spirituale del giovane Descartes… Ciò ha fatto pensare più di uno alla triplice iniziazione dell’Ordine segreto dei Rosa-Croce, che Descartes confessa di aver ricercato  e con cui certamente ebbe rapporti in Olanda e in Germania.

   In seguto abbandonò il mestiere delle armi. E’ l’epoca dei viaggi nel nord dell’Europa e in Italia. Egli assiste al matrimonio del Doge con l’Adriatico, a Venezia. E’ a Roma per il giubileo del 1625. Compie il promesso pellegrinaggio di Loreto. Gira per il mondo studiando, più che i libri, la natura e gli uomini. Rientra in Francia… Vi rimane otto anni, frequentando i salotti letterari ed esponendovi  le sue idee, finché,, a seguito di calde insistenze del cardinale de Berulle,, il fondatore dell’Oratorio, che, ammirandolo,, lo esorta a darsi alla filosofia, prende la risoluzione di stabilirsi in Olanda, ove regna la tolleranza e dove potrà vivere, incognito, nel trambusto della folla. Ci visse vent’anni, in varie località. Nell’inverno dal 1634 al 1635 si unì liberamente con una certa Elena da cui ebbe una bambina, Francina, che morì tra le braccia del padre, il 7 settembre 1640, con suo immemnso dolore.

   La sua vita in Olanda è quella di un signore che vive del suo, libero, senza ambizioni, tutto dedito alla vita dello spirito, leggendo poco, ma pensando e sperimentando molto, già celebre caposcuola prima di aver ancora nulla pubblicato. E’ di là che lancia al mondo i suoi capolavori: il “Discorso del Metodo” (1637), le “Meditazioni”(1642), i “Princìpi di filosofia” (1644). Per quanto concerne il primo lavoro, per commemorare il suo terzo centenario, le poste della Repubblica Francese  emisero un francobollo che recava il titolo sbagliato dell’opera capitale del filosofo René manteneva, per mezzo del reverendo Mersenne, dimorante a Parigi, un carteggio immenso con i dotti del tempo, che continuamente  gli proponevano dei problemi filosofici, matematici e scientifici da risolvere. Volentieri carteggiava anche con le donne, a cui attribuiva uno spirito più libero e più plastico che agli uomini. Di queste la più famosa è l’intelligentissima principessa palatina Elisabetta, per compiacere alla quale compose i suoi scritti di morale, di cui principale il trattato “Le passioni dell’anima” (1649).

   Solitario per elezione , altero e disdegnoso per temperamento, era in società  il più affabile  degli uomini. Evitava, per prudenza  e per orrore,  delle polemiche, di occupardi di teologia. Ma quando lo chiamavano a cimento,  sapeva essere duro e sarcastico polemista,  come mostrano le sue  “Risposte “ alle “Obezion”, alla sua “Meditazioni”  e le sue risposte al fanatico teologo protestanteVoetius, suo persecutore. REné professava riverenza  alla fede dei padri, ma doveva avere  più di un pensiero di dietro la testa, ché, in realtà,  Dio nella sua filosofia  non ci sta che  come sinonimo  dell’ordine naturale  e per dare il primo  impulso alla materia.  La sua filosofia  era affatto fuori  dell’orbita del Cristianesimo e Descartes  non poteva non averne coscienza, benché  si professasse  seguace della religione del suo re  e della sua nutrice. Il suo motto era “larvatus prodeo” (mi avanzo  con una maschera sulla faccia).  Descartes saèeva  quel ch’era  costato a Giordano Bruno,,,,,,,,,,,,,,,, a Vanini, a Galileo, di aver voluto  fare a meno della maschera.. A chi gli rimproverava la sua prudenza, bisogna ricordare che era quello il tempo in cui roghi e prigioni  attendevano i novatori  e i protestanti gareggiavano in ferocia persecutoria con i cattolici.     

   Senza cercarla, la fama gli era venuta, immensa. Il mondo  riconosceva in lui il grande rinnovatore della filosofia. Tra polemiche e apologie, questa aveva fatto la sua strada, lui anco vivente. Se gli ortodossi olandesi, capitanati dal rettore dell’Università di Utrechht, Voetius, avevano tentato di farlo  condannare per ateismo,  non gli erano mancate grandi protezioni regali. Una di queste gli fu fatale. La regina Cristina  di Svezia lo invità a venire in Svezia a farle lezione di filosofia. Descartes non poté esimersi di accettare e si recò “nel paese degli orsi, del ghiaccio e delle rocce”, a Stoccolma.  Tutte le mattine, alle cinque, si recava a corte a far lezione alla sovrana. Ma il filosofo che aveva avuto, per tutta  la vita, l’abitudine  di alzarsi tardissimo e di lavorare a letto, non poté resistere al mutamento di abiudini  e al freddo. Quattro mesi dopo il suo arrivo, cadde malato e dopo pochi giorni morì, l’11 febbraio 1650. Aveva cinquantaquattro anni. Uno degli scopi della sua filosofia era di prolungare fino a cent’anni la vita degli uomini.

   L’ultima opera uscita dalla sua penna fu un libretto in versi per una festa da ballo alla corte della sovrana Cristina.

                                                   Ragioni di Cartesio

     Hegel paragonava la filosofia all’uccello di Minerva che spicca il volo al crepuscolo, quando il lavoro della giornata volge alla fine. Ciò è vero, ma di certa filosofia soltanto, di quella che raccoglie, sistema, classifica e porta a chiara coscienza i risultati  di un lungo processo di pensiero, e con la consapevolezza che gli dà, per ciò stesso  lo chiude e conchiude. Di tal fatta era per l’appunto la filosofia di Hegel.

    Ma vi sono pensatori di cui la filosofia può meglio essere paragonata all’uccello di Giove, che, dall’alto dei monti,saluta con il suo grido il primo sbiancare de cielo : sono i pensatori che aprono e inaugurano un nuovo ciclo di pensiero e di civiltà. Grandi i primi; più grandi i secondi. Di questi, forse il più grande di tutti, è Descartes, che – lo dicono i manuali di storia  della filosofia -è il padre della filosofia moderna. Giustissimo, ma bisogna dare alla frase tutto il valore di cui è pregna : padre non della sola filosofia moderna, in quanto distinta e separata dalla vita moderna,,, ma della filosofia moderna in quanto essa è la matrice da cui nasce la vita moderna.. Padre della filosofia moderna e per essa del mondo moderno.. Più precisamente ancora : padre di ciò che fa la modernità del mondo moderno, perché, in questo, vi sono forze che non risalgono a lui come a padre e che pure a lui debbono in certo senso la vita, se sorsero in reazione e in opposizione a ciò che il mondo moderno ha di specificamente moderno. Sì che questo mondo nasce con Descartes, direttamente per quano ha di “moderno”, indirettamente per quanto  ha di “antimoderno” e che, in certo senso, è moderno anch’esso  poiché resiste e contrasta alla modernità del mondo moderno. Sotto questo punto di vista, Descartes non è soltanto un filosofo, sia pur sommo : è una forza storica ancora in pieno sviluppo.   “ Considerate non importa quale fra le più capitali produzioni dei tempi moderni, sia nella scienza sia nelle filosofia, voi troverete che il fondo dell’idea, se non la forma stessa, fu presente al suo spirito”. Queste parole di Thomas Huxley su Descartes enunciano l’esatta verità.

   La filosofia. E’ Descartes il primo a porre alla base stessa della filosofia il problema di trovare qualcosa di cui non si possa assolutamente dubitare. Prima di lui, altri avevano formulato quel problema, ma come un problema fra altri problemi,come un problems fra i tanti : è Descartes il primo che in esso vede il problema assolutamente èrimo della filosofia. Egli lo risolve con il “cogito”: di tutto l’uomo può dubitare, meno che del suo dubbio stesso. Nel suo dubbio, nel suo pensiero,nel suo stato doi coscienza egli tocca un essere che fa tutt’uno con il sapere che l’uomo hs; un essere che non è al di là e oltre la coscienza che l’uiomo hs, ma è questa coscienza stessa. Era nato l’iealismo. Visto nella natura sua profonda, come affermazione che di “certo” non vi è che l’”immediato” e che d’immediato non c’è che lo stato d’animo, l’atto di coscienza. L’’idealismo è figlio di Descartes e non ha assolutamente altro padre che lui. Su questo punto Descarte scava tra il pensiero umano dei tempi anteriori a lui e quello dei tempi a lui posteriori un abisso di cui non si può immaginare il più profondo. Certo, Descartes si sforzerà, dall’interno del io,. di arrivare a Dio e al mondo.Partendo dall’immediato, si sforzerà di giungere al mediato.   La sua soluzione sarà respinta come insufficiente dal pensiero successivo. Ma oggi ancora , a quasi quattro secoli dalla pubblicazione del “Discours de la méthode”, il problema che egli ha imposto al pensiero si formula negli stessi termini in cui egli lo formulò. Se rinascesse dalla sua tomba e prendesse  tra le mani i nostri libri e le nostre riviste di filosofia e assistesse alle nostre dispute, pochi minuti gli basterebbero per orizzontarsi.. Egli si sentirebbe a casa sua.

   Né meno a casa sua si sentirebbe se frequentasse i nostri laboratorii di fisica  e di chimica,, se assistesse ai congressi di scienziati, se sfogliasse le riviste e gli atti delle società scientifiche. Delle sue teorie fisiche particolari poche sono sopravvissute. Ma il quadro, la cornice, in cui le teorie scientifiche moderne nascono e si svolgono, è, ancora oggi,  quello stesso che egli sovranamente dettò ed impose. Che spiegazione scientifica sia solo quella che riduce le cose e i fenomeni a movimento nello spazio; che spiegare scientificamente un fenomeno  sia ridurlo a moto nello spazio, causalmente connesso con altri movimenti; che a ciò si riduca, in fondo, ogni teori scientifica ; che la scienza non abbia da impicciarsi  con qualità, quiddità, essenze, cause finali e simili entità oscure, ciò Descartes vide e affermò con assoluta nettezza e precisione e con chiarissima coscienza delle conseguenze a cui  questa posizione portava : eliminazione di ogni scienza che non possa ridursi a scienza della quantità:  negazione di ogni finalismo nella natura ; riduzione della biologia ad un capitolo della fisica e della chimica ; riduzione  delòl’organismo a macchina, ecc..  Non vi è sapere che matematico, quantitativo, e non v’è altra realtà “in rerum natura” che quella corrispondente a tal sapere : cioè moto di particelle nello spazio e combinazioni infinite di esse,ogni altra entità non essendo che erroire dei sensi e fantasma dell’immaginazione. La scienza moderna non ha potuto svilupparsi che dentro questo circolo.

   Ma non solo della filosofia e della scienza moderna è padre Descartes. Egli è il padre dell’attitudine moderna verso il momdo e la vita. Sole vere, per lui,  sono le idee “chiare e distinte”, poiché solo ad esseinerisce l’ “evidenza”, che è garanzia del vero e solo le idee “matematiche” sono chiare e distinte, cioè evidenti. Un solo sapere è degno di questo nome: quello matematico. Ogni altro deve cedere ad esso. La Ragione, intesa nel senso della facoltà delle idee chiare e distinte,la Ragione matematica è la sola potenza che fornisca all’uomo il sapere, che lo fa re del mondo. Il Razionalismo moderno, la pretesa di riordinare e ricostruire il mondo, il mondo delle cose e quellodelle idee, il mondo della natura e quello dell’uomo, secondo la Ragione matematica, nasce di lì.

   Perch – e questo è capitale – Descartes è il primo ad affermare che l’uomo è stato creato da Dio perché goda  la vita e instauri per mezzo delòla scienza fisico-matematica il dominio dell’uomo sul mondo. Svalutato ogni altro sapere che non sia quellofisico-matematico, quantitativo; ridotta la natura a geometria in azione; affermata la bontà della vita, Descartes non lascerà all’uomo, finch’è quaggiù in terra, altro fine che la riduzione della materia in suo potere, il padroneggiamento della materia del mondo a servizio della vita umana.  L’esaltazione della Tecnica, prolungamento della scienza, è figlia diretta, e consciamente voluta, di Descartes, che vede già in fantasia il trionfo del  Macchinismo e l’instaurazionr del Regno dell’Uomo sulla Natura soggiogata.

   Quando egli morì, ancora giovane (aveva appena cinquantaquattro anni), già il mondo tremava sotto la spinta formidabile che egli gli aveva dato. Tutte le forze del mondo moderno, esaltate fino al parossismo dalla coscienza lucidissima e dalla sistematicità inaudita che egli aveva loro conferite, si erano lanciate a rivoluzionare la Terra.Comesempre quando un genio sovrano sorge all’orizzonte e illumina nuove vie, costellazioni di genii sorgevano nel cielo del pensiero continuandone o contrastandone (e perciò stesso continuandone) l’opera. La Filosofia, la Scienza, la Tecnica vivevano tre secoli di inaudito splendore, di cui non avevano conosciuto il simile che nella Grecia antica. Ma sfidate, provocate, ridestate a nuova vita e coscienza dalla negazione stessa che ne aveva fatta il gigantesco rivoluzionario dello spirito, tutte le forze che egli aveva negate scendevano in combattimento a  cui egli le aveva obbligate. Descartes aveva innalzato sugli altari la Ragione matematica che spiega e rifà il mondo algebricamente e geometricamente. Insorgevano alla difesa  e al contrattacco le forze opposte e rivali del Sentimento, della Passione, della Fede, dell’Istinto, della Vita. Che cos’è il Romanticismo da due secoli in qua se non Naturismo, cioè rivolta  e rivendicazione furiosa delle potenze psichiche schiacciate dall’implacabile sovranità della Ragione matematica ? La storia dello spirito europeo, da trec secoli in qua, è tutta un duello fra la Ragione e ciò che della Vita non si lascia ridurre alla Ragione. E più la Ragione (per mezzo delle sue figlia, la Scienza, la Tecnica, l’Economia moderna) estende e fa pesare il suo dominio sul mondo, più larivolta della Vita discende in profondità, più profonde,, incoscienti, telluriche, sono le potenze vitali chiamate a scuotere quel giogo di ferro.  Oggi tutto il mondo trema  sotto la violenza dell’urto titanico. E non importa se ben pochi sanno che la prima scossa sismica ebbe il suo centro, quasi quattro secoli  fa nella camera riscaldata a stufa, nella “padella”, dove, nel cuore di un gelido inverno germanico (1619-20), si era chiuso, per mesi interi, un giovane ufficiale ad elaborare i pensieri che dovevano metter fuoco alla terra.

Alfredo Saccoccio                                   a

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Il maestro sia come un padre per gli alunni

Posted by on Mar 19, 2019

Il maestro sia come un padre per gli alunni

“Nei confronti dei suoi discepoli, il docente, anzitutto, assuma i sentimenti di un padre, e sia convinto di prendere il posto di quanti gli affidano i figli”, scrive Quintiliano nell’Institutio oratoria, soffermandosi sul rapporto tra il maestro e l’alunno. Parole che sono di grande attualità anche oggi e utili a ogni insegnante, che deve saper coniugare professionalità e umanità.

Nativo della Spagna Tarragonese, Quintiliano (35 circa d. C. – 96 d. C.) mantenne per alcuni anni la prima cattedra pubblica di eloquenza, istituita dall’imperatore Vespasiano nel 78 d. C. Può essere considerata la prima scuola statale di Roma, nata con l’obiettivo di formare il cittadino romano, ma soprattutto i funzionari dell’impero, devoti all’imperatore e allo Stato. Se i Greci avevano investito molto sull’educazione dei giovani, lo stesso non fecero i Romani che avevano lasciato alla famiglia l’importante compito di trasmettere le tradizioni e il mos maiorum.

Quintiliano ricevette lo stipendio annuo di centomila sesterzi e conseguì una fama che gli valse il conseguimento delle insegne onorarie del console. Terminata la carriera d’insegnante pubblico, Quintiliano fu addetto all’educazione dei nipoti dell’imperatore Domiziano e si dedicò alla composizione dell’Institutio oratoria (la formazione del retore), opera monumentale in dodici libri, trattato a un tempo di pedagogia, di retorica e di critica letteraria.

Per Quintiliano la base della formazione dell’uomo e del cittadino, dell’oratore e del politico romano è rappresentata dagli studia humanitatis (la letteratura) e dalla morale. Il retore è, quindi, un vir bonus dicendi peritus, un esperto della parola, dotato di valori e di rettitudine.

Le parole che duemila anni fa Quintiliano riservava al rapporto tra il maestro e l’alunno presentano una grande attualità ancora oggi. In questo modo il retore descrive i doveri del maestro nei confronti degli alunni:


Nei confronti dei suoi discepoli, il docente, anzitutto, assuma i sentimenti di un padre, e sia convinto di prendere il posto di quanti gli affidano i figli. Egli non abbia vizi e non li ammetta negli altri. La sua serietà non diventi cupa e la sua affabilità non sia sguaiata, affinché, a causa della prima, non gli venga antipatia e, a causa della seconda, scarso rispetto. Parli spesso di ciò che è onesto e di ciò che è bene: infatti, quanto più spesso ammonirà, tanto più raramente punirà. Si adiri il meno possibile, ma non finga di non vedere i difetti da correggere, sia semplice nelle spiegazioni, resistente alla fatica, assiduo ma non eccessivo. Risponda volentieri a chi gli fa domande, di sua iniziativa interroghi chi non gliene pone. Nel lodare le esercitazioni degli allievi non sia né troppo stretto né troppo largo, poiché il primo atteggiamento rende noioso lo studio, il secondo genera eccessiva sicurezza. Quando corregge gli errori non si mostri aspro e offenda il meno possibile, perché il fatto che alcuni biasimino i ragazzi quasi come se provassero astio verso di loro ne allontana molti dal proposito di studiare (Institutio oratoria II, 2).


Nel mondo della scuola tutti gli insegnanti dovrebbero riflettere e meditare sulle considerazioni che Quintiliano solleva a partire dalla quotidiana esperienza di insegnante. Quante volte, oggi come un tempo, una materia non viene comunicata agli alunni perché manca una posizione corretta da parte dell’adulto di porsi di fronte al ragazzo!

Il maestro deve essere come un padre. Quando s’instaura un rapporto affettivo, più facilmente vengono trasmesse le discipline. L’affettività permette la trasmissione del sapere, l’impeto all’imitazione e il desiderio di non deludere.

Ogni docente si deve porre di fronte alla classe con la sua personalità, le sue qualità, tutto il suo essere. Deve essere salvaguardata la libertà dell’insegnamento, ma ciò non significa lasciare totale arbitrarietà all’insegnante nel porsi di fronte ai ragazzi. Vanno coniugate professionalità e umanità. Entrambi i fattori si devono compendiare, l’uno non ha efficacia piena senza l’altro. L’insegnante deve essere in grado di mantenere la disciplina, che non è il fine dell’educazione, ma requisito fondamentale e imprescindibile, punto di partenza perché possa instaurarsi un rapporto educativo.

La mancanza di disciplina è uno dei problemi fondamentali nelle scuole di oggi. La disciplina non è una formalità, ma è una forma sostanziale, è il riconoscimento che vi è di fronte ai ragazzi una presenza autorevole che può comunicare qualcosa d’importante. Il silenzio è, quindi, il riconoscimento che si è in una posizione di ricezione e di ascolto, non passivo.

Al contempo, la capacità del maestro di non adirarsi e di mantenersi moderato e un metodo corretto nella valutazione degli studenti accrescono la stima dei ragazzi nei confronti dell’insegnante. Il docente deve chiarire a tutti i criteri con cui il voto viene assegnato, quali siano i criteri di valutazioni e le richieste. Il ragazzo, così, si sentirà più protagonista, non subirà la valutazione, ma comprenderà il metodo, il percorso che deve sostenere.

La chiarificazione dei criteri di valutazione deve avvenire all’inizio dell’anno. L’insegnante dovrà esplicitare in maniera concreta e precisa (non fumosa, ricorrendo a categorie non ben comprensibili dai ragazzi) gli obiettivi che si devono raggiungere. Sarà opportuno nel primo mese di scuola commentare le interrogazioni degli studenti al momento della valutazione, non mortificando le prove, valorizzando gli aspetti positivi e, al contempo, sottolineando il percorso che si deve compiere per conseguire i miglioramenti richiesti. La valutazione dovrà essere in primo luogo chiara all’insegnante, non soggetta ad arbitrarietà. L’insegnante potrà ricorrere, ad esempio, al metodo della scrittura delle domande poste e della valutazione di ciascuna risposta.

Bisogna permettere al ragazzo di comprendere con chiarezza il percorso che il docente si aspetta da lui. Una delle ragioni della sfiducia che s’ingenera negli studenti non è tanto dovuta alla fatica nello studio, come si crede, ma al fatto che il ragazzo si trova spesso a faticare senza comprenderne il senso o senza vedere premiati i propri sforzi.

Per questo è altresì importante che l’insegnante sappia valorizzare al massimo il percorso del ragazzo, il suo impegno sottolineando i miglioramenti con parole di stima e di fiducia, mostrandosi come un alleato o, se vogliamo, un allenatore contento del conseguimento di buoni risultati. Il fallimento dello studente è, infatti, un fallimento anche per l’insegnante che non potrà non mettersi in discussione sempre.

Non significa certo che le colpe siano da ascriversi sempre all’insegnante o che il ragazzo debba essere sempre giustificato secondo un buonismo che spesso impera in alcune scuole oggi. Significa, però, che l’atteggiamento sovente assunto dal corpo docenti di colpevolizzare i giovani di fronte a risultati non soddisfacenti dovrebbe sempre interrogare l’adulto insegnante che dovrebbe chiedersi: «Riesco davvero a trasmettere il mio amore per la disciplina? Com’è possibile che io presenti questi argomenti in maniera più affascinante? Come posso recuperare un atteggiamento passivo dei ragazzi di fronte alle lezioni?».

Oggi, sempre più l’insegnante è definito come un facilitatore di conoscenze, come un certificatore di competenze. Ma come si può affrontare la questione dell’insegnamento se non si affronta quella dell’educazione? E come si può discutere di educazione se non si discute di cosa sia l’uomo? In realtà da questo confronto su cosa sia l’uomo si rifugge, certa com’è la maggior parte delle persone che non vi siano una visione unica e una verità e che, quindi, ognuno debba tenersi la sua opinione. In questo clima di relativismo si pretendono, però, la collegialità e le scelte condivise. È un paradosso, perché vera democrazia e relativismo non possono convivere. Non può esistere, infatti, una condivisione d’intenti senza la convinzione che vada cercata la verità.

fonte http://lanuovabq.it/it/il-maestro-sia-come-un-padre-per-gli-alunni

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FRA DIAVOLO, SCHERZO A CARNEVALE di RINO RELLI (12)

Posted by on Mar 18, 2019

FRA DIAVOLO, SCHERZO A CARNEVALE di RINO RELLI  (12)

1

Le maschere escono (13) ballando. (Sull’aria della Carmen)

Coro:                      Viva, viva Carnevale, cantiam tutti con amor

Viva il nume del liquore che ci fa sempre cantar.

Onori rendiamo a te Carnevale

Con blande canzoni le danze tue intrecciamo.

Con tazze e bicchieri, con te noi brindiam.

Gran nume del piacere te solo adoriam.

Lui con l’orgia e con il riso ci trasporta in paradiso.

Bis°.

Oh Carneval giocondo quando passi tu

Ride il cielo, ride il mare, gaio di gioventù

Piedimonte e una canzone che noi qui canterem

È una malia è una follia

Per noi bella è l’allegria e ci infischiam del mondo intero.

È Carnevale. Questo si fa.

Signora:                             Si sente bussare alla porta, ma non diamogli retta, cantiamo.

[Coro]                                Tutti i dolori per noi niente son. Inneggiamo cantiamo

                                           L’ eterne tue canzon

                                           Per noi bella è l’allegria e vogliamo sempre cantar

                                           È Carnevale, vogliam cantar.

Sig.ra:                                 Di nuovo si sente bussare alla porta, vediamo

                                            chi è questo volgare insultatore che insiste di

                                            entrare  qui a rompere la nostra compagnia.,

                                            lo facciamo entrare? 

Tutti:                                   Si, si, facciamolo entrare.

2-

Uno:                                  Avanti, entrate.                                                                                                                                                               

Spagnolo:                          C’è permesso?

Tutti:                                  Avanti.

Spagnolo:                          Sono entrato qui attratto da questo rumoroso baccano

                                           E vedo che proprio voi ne siete gli autori

                                           Mi permettete che vi esprima il mio giudizio ?

Tutti:                                  Avanti, spiegatevi.

Spagnolo:                          Voi inneggiate ad un dio falso e bugiardo il quale è questo

                                           Carnevale, mito a me sconosciuto. Inneggiate piuttosto ad un

                                           Uomo che fra poco lo vedremo giungere in mezzo a noi

                                           Per chiedervi un po’ di ospitalità.

Uno:                                   E chi è costui ?

Spagnolo:                           È Fra Diavolo, amici, evviva Fra Diavolo.

                                           O bella, nessuno mi risponde? Ebbene, fra poco lo vedrete

                                           E imparerete ad amarlo.

(rullano i tamburi)

Fra Diavolo:                     Tremate, tremate. Spalancate gli abissi. Sono io che sorgo

                                           Dal regno delle pene. Tremate, tremate.

(Si balla)                             ………………………………………………

Capo sala:                         Oggi mi sembra giornata delle meraviglie, ora col C’è permesso ?”

                                           Ora col “Tremate”. Signore, a nome di tutti vi dico: Chi siete e che

                                           Cosa Volete ?”

Fra Diavolo:                      Appunto. In poche parole vi spiego tutto. Il nome mio è noto a tutti

                                           Ed eccomi pure in mezzo a voi per un istante a festeggiare  questo

                                           Carnevale che non è stato festeggiato [mai] con tanto splendore come

                                            [in] questo anno. Da elegantissime maschere mi vedo circondato

                                            E vorrei per sempre restare in mezzo a voi, ma, ahi sorte crudele

                                            Che mi perseguita, è che io nel più bello della mia vita debbo

                                            Abbandonarvi per procedere per altre regioni, ma prima che io

                                            Vi abbandoni ascoltate con attenzione la mia parola. Io voglio 

                                            Cantarvi il mio carme, il mio preferito madrigale.

3-

(Canta Fra Diavolo)

                                           Quell’uom dal fiero aspetto guardate sul cammino               Re m.

                                           Lo stocco ed il moschetto ho sempre a me vicin,

                                           Guardate il fiocco rosso che io porto sul cappello

                                           E di velluto indosso ricchissimo mantel.

                                           Tremate, fin dal sentir del tuono                                             La.

                                           Che dell’eco viene il suono. Diavolo, Diavolo, Diavolo…

Si balla.                              ………………………………………………..

Fra Diavolo:                       Se do minaccia spesso a chi guerra mi fa

                                            Di me verso il bel sesso un più gentil non v’è…

                                            Più di una che io sorpresi la Nina lo può dire

                                            Tornata al suo paese col cuor pien di sospir.

Nina:                                   Tremate, dinanzi a lui sapete

                                            Quel che ognun di noi ripete Diavolo, Diavolo, Diavolo…

Un Cavaliere:                      Amici, ora che abbiamo conosciuto il caro Fra Diavolo,

                                             Cantiamoci inni, e brindiamo alla sua dipartita.

Tutti:                                     Si, si facciamoci brinnisi…

                                              Si,  facciamoci brinnisi.

Una donna:                          Attenzione ai bicchieri !

Tutti in coro: (sul motivo di piccolo vagabondo )

                                           Viva viva Fra Diavolo, Uomo pieno di conforto

 Prima che lo abbandoniamo  vogliamo a lui brindare

 Con l’orge e l’allegria cantiam le sue canzoni

 Viva viva Fra Diavolo ed il suo buon umore

 Viva il bandito Fra Diavolo, uomo sempre spensierato

 Cosa importa che sei bandito? Tu sollevi i nostri affanni

 Siamo nati per morire, con te vivere beato

 E felice per mille anni, per mille anni

 Tu ci trasformi(14) con ebbrezza, la tua eterna contentezza,

 Tu ci trasformi con ebbrezza, la tua eterna contentezza.

Balletto                                            ………………………………………………..

Tutti in coro:                      Tu ridoni ai nostri cuori,tu ridoni ai nostri cuori

 La dolcezza e l’esultanza, la dolcezza e l’esultanza,

 Ravvivi i nostri amori, con la fe’, con la speranza

 Tu col dolce tuo sorriso, ci trasporti in paradiso …           Bis

4-

(Quartetto della Lucia di Lammermoor)

(Canta Fra Diavolo)    

                                           Grazie, grazie a voi pure, miei seguaci spensierati,

                                           Degli elogi che voi fate, a me nume, a me nume del piacere.

                                           Viva le maschere,

                                           Amici evviva, evviva l’armonia, amici evviva, evviva il buon umore

                                           Viva il buon umore.

Tutti:                                  Viva il liquor, Viva viva l’amor

                                           Noi non siamo le maschere Tal proprio segnate,

                                           Siamo esse ammirate sul suolo e sul mare…

(Brinneso)

Fra Diavolo:                       Viva, viva il liquor,  viva l’amor…

Tutti in coro:                       Per questo bel signore nostro compagnone maschere allegre

                                            Siamo, Beviam, beviam, beviam,

                                            I calici ricolmi di questo bel liquore                                    Fa mg.

                                            Tutto d’un fiato vogliam tracannar

                                            Evviva Fra Diavolo.

Solo fra Diavolo:                Evviva voi tutti, lo sapete, perché no?

                                            Perché col bel liquore previen l’orgia e cantare

                                            Maschere allegre siamo beviam, beviam, beviam.

Tutti:                                   Perché col bel liquore previen l’orgia e cantare

                                            Maschere allegre siamo beviam, beviam, beviam.                                                                                                                                                              5-

                                             Con i liquori belli, belli e scintillanti

                                             Che nelle coppe limpide, limpide e brillanti

                                             Evviva, evviva l’armonia, l’allegria, il buonumor

                                             Evviva, evviva l’allegria, l’armonia, il buonumor.                (Bis)

                                             Or che noi siamo in buon umore, in buon umore

                                             Ti salutiamo Fra Diavolo con cuore

                                             Evviva, evviva , evviva il Fra Diavolo, il Fra Diavolo, il Fra Diavolo.

                                             Or che siamo in buonumore, evviva il liquore

                                             E di casa il buon padrone.

                                             E a questo eccelso nume facciamogli onor.

Quadriglie                           ……………………………………

                                                                                                                    Firma indecifrabile.

————–

1- Cfr. O. Casale –a cura di– Canti carnascialeschi napoletani, Roma, Bulzoni, 1977. 2- Da G. Miranda, Breve storia del Carnevale a Napoli, Napoli, 1893, in AA. VV., Monumenti e miti della Campania, Felix. Le feste, Napoli, Pierro, 1996, pp. 63-76)   3- Cfr. P. Toschi, Le origini del teatro italiano, Torino, Boringhieri, 1976. A. Rossi, R. De Simone, carnevale si chiamava vicienzo, Roma, De Luca, 1977. 4- D. Marrocco, Piedimonte. Storia – Attualità, Napoli, Treves, 1961, pp. 404 e 406-7. 5- Cfr. documenti in F. Barra, Cronache del brigantaggio meridionale. 1806-1815, Napoli, SEM, 1981, pp. 297-301 e in P. Pecchia, Il Colonnello Michele Pezza,( fra Diavolo), Fondi, Kolbe, 2005, pp. 21-91. 6- R. Di Lello, Briganti in Irpinia al tempo dei Borbone, in “Otto pagine”, Avellino, L’Approdo Ed., XIII (2007) 222, p. 19;  228, p. 7;  235, p. 7; 242, p. 9. 7- Cfr. documenti in P. Pecchia, pp. 226,228 e 231. Cfr. altresì B. Amante, Fra Diavolo e il suo tempo, Firenze 1904 – Napoli, ABE, 1974, pp. 370-372. 8 Cfr. P. Pecchia, pp. 181-191. Id., Cimeli di frà Diavolo. Memorie del bicentenario della morte di Michele Pezza (1806-2006) Fondi, Kolbe, 2009, p.70. 9  Cfr. G. Dauli, Fra Diavolo, Milano, Aurora, 1934,  p. 174) 10- Cfr. AA.VV., Brigantaggio Lealismo Repressione, s.l., Macchiaroli, 1984, pp. 302-303, n. 622;  307, n. 631; 308-309, nn. 633-635; 310, n. 640. 11- Fornitomi in fotocopia con le musiche, per la pubblicazione, dalla professoressa Netta Antonucci da Piedimonte, la quale l’ebbe, quando prese parte a una recita, nel 1967. 12- Pseudonimo di Gennarino Caprarelli. 13- Modo di dire che allude all’uscita sulla scena. 14- Forse da leggere: trasfondi, anche nel verso seguente.

fonte http://www.visitaitri.it/rosario_di_lello.htm

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Il Concilio di Sinuessa

Posted by on Mar 14, 2019

Il Concilio di Sinuessa

L’antica città di Sinuessa è venuta a trovarsi più volte  nel pieno di una discussione storica che ancora non è stata definitivamente chiarita: è effettivamente esistito  un episcopato  sinuessano o si è trattato  solo di una montatura storica?  Molti sono stati gli studiosi che hanno accolto la tesi dell’esistenza di una diocesi a Sinuessa, altri studiosi l’hanno caldamente respinta. Ma andiamo per gradi.

Furono forse gli onnipresenti Pelasgi a fondare l’ antica Sinope, più tardi divenuta colonia romana col nome di Sinuessa. Secondo lo storico greco Strabone, la città fu  fondata da coloni provenienti dalla Tessaglia, gli Aminei, che la chiamarono Sinope per la molle sinuosità della costa su cui sorse e che per primi iniziarono la coltivazione della vite e che più tardi rese celebre il vino Falerno.  Nel 296 a.C. arrivarono i romani e ne fecero una colonia marittima, gemella della vicina Minturnae,  e ne cambiarono il nome in Sinuessa, dal nome della nutrice di Nettuno, Sinoessa.  

La funzione principale della colonia era quella di controllo del territorio e di  difesa dagli attacchi dei Sanniti, ma l’ ubicazione sulla via Appia, il porto e le salutari acque sulfuree fecero sì che essa diventasse ben presto città di supremazia commerciale dell’ area e luogo di villeggiatura del patriziato romano.

A Sinuessa affluivano tutte produzioni della Campania settentrionale per essere ridistribuite altrove. Vi affluiva soprattutto  la produzione vinicola del Falerno per essere esportata verso la capitale. Light

Secondo Nugnes, qui morì l’imperatore Claudio, e non a Roma come comunemente si crede, avvelenato dalla  consorte Agrippina che volle così assicurare l’impero a Nerone, suo figlio di primo letto. Nel 69 d.C. vi morì anche il feroce Tigellino, ministro di Nerone. 

L’abbandono di Sinuessa non fu un fenomeno rapido, ma un fenomeno che richiese del tempo e a cui contribuirono diverse concause. Una di queste fu senz’altro un aggiramento della via Appia a favore di Suessa Aurunca che fece perdere a Sinuessa  la sua posizione di supremazia  commerciale e ne favorì l’abbandono. A questa causa economica vanno aggiunti  i notevoli  fenomeni di bradisismo che interessavano la zona e che dimezzarono di molto l’attività commerciale, ma anche i continui assalti delle feroci bande barbariche che ormai scorrazzavano lungo la penisola. La città fu probabilmente abbandonata definitivamente verso la fine del V sec. a causa delle strutture portuali rese inutilizzabili dall’insabbiamento (Eliodoro Savino). 

  Tra i ruderi della città, nei secoli passati fu scoperta una lapide marmorea con un epigramma in greco attribuito al poeta Pompeo Teofane Giuniore e tradotto in latino dall’ Abate Ottaviani:

Litoribus finitimam Sinuessanis Venerem

Hospes, rursus pelago cerne egredientem.

Templa mihi collucent per Eonem, quan olim sinu

Drusi, et uxoris enutrivit delicium domus.

Morum vero suadela, et desiderium abstraxit illius

Totus locus hilari aptus laetitiae,

Bacchi enim sedibus me contubernalem coronavit,

Ad me calicum tumorem attrahens.

Fontes vero circa pedem scatent lavacrorum,

Quos meus filius urit cum igne natans.

Ne me frustra, hostites, praetereatis vicinam

Mari, et Nymphis Venerem, et Baccho.

Eone,  ancella o liberta di Druso ed Antonia, eresse un tempio a Venere per mettere sotto la sua protezione i commerci che in questa città aveva, tra cui terme ed alberghi, e invita gli ospiti ad onorare, con Ciprigna e Bacco, le Ninfe della salute di queste acque sinuessane. La statua della Venere posta nel tempio rappresentava la dea che emergeva dalle acque e perciò fu detta Anadiomene, o marina.
Come ben sappiamo, la Venere di cui parla l’epigramma, fu rinvenuta nel 1911 duranti dei lavori di sterro. Dopo una breve sosta  al Museo Civico Archeologico “Biagio Greco” di Mondragone, ora è conservata al Museo Archeologico di Napoli.

Non si sa molto dell’evoluzione che la colonia subì dopo il periodo romano. Molti studiosi ci raccontano alcuni avvenimenti legati ad una supposta diocesi di Sinuessa, basandosi su documenti che probabilmente sono dei falsi medioevali, come disserta il nostro  Ugo Zannini in un suo studio molto interessante.

Lo studioso del XVII secolo Cesare Baronio, nei suoi Annali Ecclesiastici, è molto minuzioso nell’esporre le vicende legate a Marcellino papa, avvenute durante la feroce persecuzione di Diocleziano contro i cristiani.

Il Baronio ci dice che all’anno 303 di Diocleziano sono datati gli atti di un concilio fatto a Sinuessa contro papa Marcellino I, accusato da due presbiteri e un diacono di aver incensato agli dei pagani così come imposto da un editto dell’imperatore. Il concilio si svolse nella Grotta di Cleopatra, nei pressi di Sinuessa, perchè tutte le chiese cristiane erano state distrutte e bruciate per ordine imperiale. Nella grotta si radunarono 300 vescovi, cinquanta per volta al giorno, secondo la capienza del luogo. In un primo tempo Marcellino negò la sua colpa, ma poi fu costretto ad ammetterla e chiese ai vescovi di giudicarlo.  La risposta definitiva dei vescovi riportata negli atti fu: prima sedes non iudicabitur a quoquam, la prima sede non può essere giudicata da alcuno.

Gli atti terminano dicendo che Diocleziano, saputo di questo Concilio in cui si erano radunati 300 vescovi, trenta preti e tre diaconi della chiesa romana, ne fece martirizzare molti di loro.

Se si accoglie la tesi che questi documenti siano dei falsi storici, allora sorge una domanda molto spontanea. Qual’era lo scopo di queste falsificazioni documentarie? Cosa volevano provare?

Due sono le posizioni che circolavano tra gli studiosi. La prima asseriva che furono i donatisti, zelanti scismatici, il cui ideale era una chiesa che soffre e il totale distacco  del clero dalla politica, a confezionare la storia del Concilio di Sinuessa al fine di sostenere il loro pensiero. La seconda tesi riguardava l’affermazione dell’ infallibilità papale che non può e non deve essere giudicata da alcuno di inferiore posizione.

Anche le notizie riguardanti i martiri della supposta chiesa sinuessana e quella sessana, S. Casto e Secondino, potrebbero non essere veritiere, ma studi specifici al riguardo ci chiariranno meglio le idee.

fonte http://carinolastoria.blogspot.com/2011/

Alcuni testi consultati

Joannes Bollandus – Acta Sanctorum Maii – vol. 18 –  Roma. 1866

Acta Sanctorum Martii – vol. 6  – ? -1668

Acta Sanctorum Julii  –  vol. I,  Parigi, 1719

Arthur Paul – Romans in Northern Campania – Rome, 1991

Baronio Cesare – Annali ecclesiastici – vol. I,  Roma, 1656

Citti Francesco – Orazio, invito a Torquato – Bari, 1994
Corcia Nicola – Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789, vol 2 – Napoli, 1845

De Luca Giuseppe – L’Italia meridionale o l’antico Reame delle Due Sicilie – Napoli, 1860

Giannone Pietro – Istoria civile del Regno di Napoli – Italia, 1821

Odescalchi Carlo – Difesa della causa di S. Marcellino I – Roma 1819

Romanelli Domenico – Antica topografia istorica del Regno di Napoli – Napoli, 1818

Salzano Maestro – Corso di storia ecclesiastica – Milano, 1856        

Savino Eliodoro – La Campania tardoantica – Bari, 2005

Vacca Salvatore – Prima sedes a nemine iudicatur –  Roma, 1993

Zaccaria Francesco A. –  Raccolta di dissertazioni di storia ecclesiastica –  Vol II – Roma, 1840

Zannini Ugo – La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato – in Rivista Storica del Sannio 23 – Napoli, 2005

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Cena di Trimalchione, madre del grottesco e del kitsch

Posted by on Mar 14, 2019

Cena di Trimalchione, madre del grottesco e del kitsch

La gradazione prevalente nella cena è quella grottesca che consiste nell’esagerazione di una caratteristica del personaggio. Il grottesco svilisce e degrada la complessità dell’umano. Una particolare forma di grottesco è quello caricaturale, tipico della descrizione letteraria come pure della pittura. 

L’episodio centrale del Satyricon, quello che è rimasto nella sua forma integrale e che occupa gran parte del romanzo che ci è pervenuto, è la cena di Trimalchione, schiavo asiatico che fu tesoriere del suo padrone e fu liberato alla morte di questi divenendo anche erede di buona parte delle sue sostanze. 

L’arricchimento non permette, però, a Trimalchione di ereditare anche raffinatezza, buon gusto e cultura. Trimalchione rimane comunque un parvenu, un arricchito che rivela il suo aspetto ignorante e rozzo fin da quando entra in scena e ogniqualvolta parli. Encolpio e Ascilto sono stati invitati al banchetto di Trimalchione grazie all’intercessione del retore Agamennone.

Petronio riserva alla narrazione e alla descrizione della cena il registro comico. È noto che il comico presenta diverse manifestazioni e gradazioni, una vasta varietà di forme, come il comico puro, l’umorismo, il grottesco, il caricaturale, l’ironia, il parossismo, il sarcasmo, la satira, la parodia.

La gradazione prevalente nella cena è quella grottesca che consiste nell’esagerazione di una caratteristica del personaggio tanto che la complessità della persona è ridotta ad un solo aspetto che viene presentato come la cifra che contraddistingue e definisce il personaggio stesso. Il grottesco svilisce e degrada la complessità dell’umano. Una particolare forma di grottesco è quello caricaturale, tipico della descrizione letteraria come pure della pittura. 

Agli stipiti del triclinio sono affissi fasci con scuri. Ben visibile è un rostro navale in bronzo con l’iscrizione: “A C. Pompeo Trimalchione, seviro augustale, Cinnamo tesoriere” (capitolo 30). Gli oggetti e le iscrizioni hanno la finalità di esaltare la figura del padrone di casa additato come una persona predisposta al culto personale dell’imperatore (seviro augustale). A tavola gli invitati sono serviti da valletti di Alessandria dalla voce stridula, che sottopongono i banchettanti alla pedicure proprio al momento della cena. 

Si tratta di comicità pura, che consiste nell’«avvertimento del contrario» (l’espressione è di Pirandello), cioè nella constatazione che una situazione è opposta a quanto noi ci aspetteremmo, constatazione che desta in noi una risata a crepapelle, irrefrenabile e indubbiamente irrispettosa. La scena appare comica e teatrale, più simile a “un coro di pantomima”, piuttosto che a un “triclinio di un padre di famiglia” (capitolo 31).

Vengono serviti finalmente gli antipasti con grande classe. Sono tutti in tavola, tranne il padrone di casa. Sul vassoio campeggia un “asinello in corinzio con bisaccia” con “olive bianche in una tasca, nere nell’altra”. L’asinello è ricoperto da due piatti con l’incisione del nome di Trimalchione e del peso dell’argento. Il padrone di casa vuole ostentare la ricchezza in tutti i modi. Vengono servite prelibatezze, come ghiri cosparsi di miele e papavero, susine di Siria con chicci di melagrana.

A questo punto in modo grottesco e comico entra in scena Trimalchione:
Si era alle prese con tali delizie, quando lui, Trimalchione, giunse lì trasportato a suon di musica, e come lo ebbero deposto tra guanciali minuscoli, chi fu colto alla sprovvista non si tenne dal ridere. Da un mantello scarlatto lasciava infatti sbucare la testa rapata e, intorno al collo, rinfagottato dall’abito, si era messo un tovagliolo con liste di porpora e frange spenzolanti qua e là. Aveva poi nel dito mignolo della mano sinistra un grosso anello placcato d’oro e nell’ultima falange del dito seguente un anello più piccolo, d’oro massiccio […]. E per non far mostra di quei preziosi soltanto mise a nudo il braccio destro, che era adorno di un’armilla d’oro e di un cerchio d’avorio con una lamina luccicante all’intorno (capitolo 32).

Il cattivo gusto di Trimalchione emerge non solo dagli atteggiamenti (si pulisce i denti con “uno stecchino d’argento”), ma anche dalle parole:
Amici […] ancora non mi era a grado venire nel triclinio, ma, per non farvi in mia assenza aspettare troppo, sacrificai tutto quanto mi piace. Permettete comunque che si finisca la partita.

La scacchiera è di terebinto con dadi di cristallo. Al posto delle pedine si utilizzano monete d’oro e d’argento. Tra una mossa e l’altra Trimalchione dà fondo “al vocabolario dei carrettieri” (capitolo 33). Il padrone di casa scherza con gli invitati fingendo di aver servito loro uova di pavone con il pulcino all’interno, mentre, invece, è un piatto prelibato.

La confusione cresce. Un valletto che ha il torto di aver fatto cadere un piatto viene frustrato. Trimalchione apostrofa gli schiavi con l’aggettivo “puzzoni”. Poi fa servire un vino “Falerno Opimiano di cent’anni”. Di prassi sul vino non è mai riportata l’età, ma l’annata. Una volta ancora dalla bocca del padrone di casa fuoriescono parole di cattivo gusto:
Ahi […] dunque il vino vive più a lungo dell’ometto! Ma allora facciamo le spugna. È vita il vino. E questo è Opimiano garantito. Ieri non ne ho servito di così buono, e sì che le persone a cena erano di molto più riguardo.

Trimalchione mostra uno scheletro e lo getta sulla tavola commentando:
Ahi, che miseri siamo, che nulla a pesarlo è l’ometto! Così saremo tutti quel giorno che l’Orco ci involi. Perciò viva la vita, finché si può star bene.

La scena è una parodia del memento mori e degli epicedi, ma anche di quei componimenti in versi che invitano ad amare e a godere la vita. Pensiamo al carme V del Liber catulliano. 

I dialoghi che s’intrecciano alla mensa, le scene e i personaggi che appaiono descrivono il mondo volgare dei liberti arricchiti, infarcito di parole volgari e triviali, di discorsi che denotano il vero volto di quel mondo. Petronio non giudica quei personaggi, ma li ritrae. Sono i personaggi stessi che si fanno giudicare con i loro discorsi e i loro atteggiamenti. Si può parlare anche di tono satirico, perché l’autore presenta un aspetto del mondo romano, quello dei liberti arricchiti e che ricoprono talvolta posti di potere, tipico dell’età dell’impero di Claudio, spesso vilipeso per il peso che aveva concesso a questa classe sociale. La satira nasce dallo sdegno per la realtà, per un particolare aspetto della vita, della società, per vizi diffusi in un ambiente o in un personaggio.

La cena si conclude con un baccano assordante che richiama l’attenzione di pompieri in servizio presso il quartiere. Questi, pensando che fosse scoppiato un incendio, “sfondano subito la porta e si mettono a fare il loro solito caos a base di colpi di accetta e secchiate d’acqua”.

Nella cena di Trimalchione manca l’umorismo ovvero il «sentimento del contrario». Quando si vede una situazione che è l’antitesi di quanto ci aspetteremmo e subentra la riflessione che ci porta a capire le ragioni della stranezza di quanto vediamo, allora il nostro riso si tramuta in un sorriso che abbraccia e comprende le ragioni profonde dell’altro. L’umorismo ha il dono di liberare dalla forma o meglio di abbracciarla mostrando come essa non sia cifra definitiva dell’io, non lo imprigioni in maniera irreparabile. 

Non sempre, però, l’uomo è capace di guardare gli altri con il rispetto tipico dell’umorismo. Ben più spesso l’io è definito e incastonato da chi osserva in una forma e in un modo di essere come accade, ad esempio, nella cena di Trimalchione con la descrizione caricaturale grottesca.

fonte http://lanuovabq.it/it/cena-di-trimalchione-madre-del-grottesco-e-del-kitsch

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Il nome della rosa, ci risiamo con la leggenda nera

Posted by on Mar 13, 2019

Il nome della rosa, ci risiamo con la leggenda nera

Già dalla prima scena si è capito che la nuova versione-kolossal de Il nome della rosa, finanziata da RaiCinema, cioè dal contribuente, era anche peggio della precedente, il film di Jean-Jacques Annaud del 1986, tratto dal «palinsesto» di Umberto Eco. La storia della lotta per le investiture ci dice l’esatto opposto della nuova fiction. 

Già dalla prima scena si è capito che la nuova versione-kolossal de Il nome della rosa (finanziata da RaiCinema, cioè dal contribuente) era anche peggio della precedente, il film di Jean-Jacques Annaud del 1986, tratto dal «palinsesto» di Umberto Eco. Il quale, pretendendo questa aggiunta nei titoli, chiarì che il film non poteva rappresentare tutta la complessità del romanzo bestseller omonimo. La prima scena di cui dicevamo è una scritta che avverte lo spettatore che nel 1327, anno in cui si svolge la vicenda, l’imperatore Ludovico stava cercando di «separare la politica dalla religione». Messa così, è chiaro che la simpatia dello spettatore si orienterà verso l’imperatore, che la Chiesa vorrebbe sottomettere imponendo ai posteri uno stato teocratico di tipo, per intenderci, khomeinista.

La storia, vera, dice però il contrario: tutta la lunga Lotta per le Investiture, dal secolo XI al Concordato di Worms del 1122, fu combattuta perché era l’imperatore a voler mettere il cappello sulla Chiesa decidendo lui la nomina dei vescovi. L’imperatore che regnava nel 1327, Ludovico IV il Bavaro, aveva deciso allora di tagliare del tutto i legami con la Chiesa. Infatti, fu il primo imperatore a farsi incoronare non dal papa, ma da un laico, quello Sciarra Colonna che aveva preso a schiaffi il papa Bonifacio VIII ad Anagni. Gesto che simbolicamente chiuse il Medioevo cristianissimo. Gesto la cui portata Bonifacio VIII comprese benissimo, tant’è che ne morì di crepacuore.

La Chiesa, come previsto, finì alla mercé del potere politico: nel 1327 il pontificato non era più a Roma ma ad Avignone, deportato in Francia da Filippo il Bello, il distruttore dei templari. Il potere politico, privo della guida, e del freno, di un’autorità morale, da allora divenne sempre più assoluto, culminando nei totalitarismi del secolo XX.

Il kolossal televisivo già dalla prima puntata ci ha presentato un inquisitore veramente esistito, Bernardo Gui, come la quintessenza del fanatismo più ottuso e ideologico, quasi che l’Inquisizione fosse stata l’antesignana della Gestapo, delle SS e del Kgb. Ora, poiché nessuno storico da decenni si sente di sostenere una fesseria del genere, ecco che una fiction ricavata da un romanzo (fiction a sua volta) ripropone in tutto il suo squallore «gotico» la leggenda nera sull’Inquisizione e i «secoli bui», propalandola per il pianeta alle nuove generazioni (la fiction, infatti, è stata acquistata da molti Paesi).

Trent’anni fa medievisti come Franco Cardini e Marco Tangheroni si spesero per ricordare che a) i monasteri medievali erano fari di cultura, non di ignoranza; b) essi sfamavano i dintorni, tant’è che è rimasto il detto «cosa passa il convento oggi?; c) le biblioteche monastiche non avevano affatto passaggi segreti o libri inaccessibili; d) il divieto di ridere lo immaginava Eco, laddove i monaci copiarono e tramandarono anche opere pagane licenziose come quelle di Ovidio; e) Bernardo Gui fu un mite inquisitore e un fine intellettuale, stimato come il maggiore storico del suo tempo; f) non si potevano accendere roghi su due piedi, la procedura era complessa e garantista; g) i dolciniani, per realizzare il loro comunismo utopico, saccheggiavano e uccidevano. Ancora: il papa Giovanni XXII mai si sognò di abolire i francescani, ma disputava con gli eretici «fraticelli» francescani che intendevano instaurare la povertà assoluta; e i termini della questione sfociavano nell’eresia dell’abolizione, di principio, della proprietà privata. Eccetera.

Ma la potenza delle immagini, in prima serata e a puntate, è praticamente invincibile. La generazione dei Tangheroni, ma anche dei Messori e, ma sì, dei Cammilleri, ha già dato. Tocca adesso alle nuove leve, se ci sono, ricominciare, con pazienza, di nuovo tutto da capo. 

Rino Camilleri

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