Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Al Pan boom di visitatori per l’esposizione delle opere di Escher. Quell’olandese che espresse con ironia la sua visione del mondo

Posted by on Gen 21, 2019

Al Pan boom di visitatori per l’esposizione delle opere di Escher. Quell’olandese che espresse con ironia la sua visione del mondo

Una mostra molto attraente questa che fa tappa a Napoli fino al 22 aprile dopo aver girato il mondo da New York a Singapore e l’Italia da Milano a Catania. Ovunque il numero dei visitatori è da Guiness (questa al Pan di via dei Mille 60 si avvia verso i 50mila). La mostra si intitola “Escher”. Punto e basta. Un nome famoso. Oggi quello che è famoso è garanzia di successo. La pubblicità è stata capillare.
A Napoli manifesti anche in funicolare. Una ragazzina ne sta fissando uno. “Hai visto la mostra?” le domando “Sì” “Che te ne pare?” “E’ divertente” “Solo? Non è anche un po’ angosciante?” “Si, è vero”. Forse l’ha capita. Maurits Cornelius Escher (1898/1972), questo grafico e incisore olandese con il bernoccolo della matematica,  esprime, nelle duecento opere in mostra, la propria visione del mondo. Da vero artista. Una visione “geometrizzata”. Con ironia.
Si dice, a proposito delle sue costruzioni geometriche, che sono assurde e paradossali. Ma, con le sue opere, Escher vuol dirci che è, invece, assurdo il mondo, ovvero il modo come noi lo pensiamo, la nostra visione delle cose, la nostra prospettiva. Escher, infatti, in questo senso, si apparenta ai tanti artisti, impressionisti, espressionisti, futuristi ecc…, che, dopo il revival neoclassico della prospettiva per antonomasia, quella toscana, la hanno in vari modi ripudiata.
A  Napoli non è mai piaciuta troppo. E tante volte i dotti hanno definito carenti i pittori napoletani perché facevano “errori di prospettiva”. Ne avevano una diversa. E forse pure perciò Escher ha amato Napoli e i suoi dintorni, la costiera Amalfitana e soprattutto Atrani, la piccola cittadina amalfitana con la torre saracena e quell’intrigo di stradine l’una sull’altra, che appaiono anche nella sue  opere.
Invece Escher non sopportava la Svizzera, dove, con la famiglia, durante la guerra, si era rifugiato. La Svizzera è il luogo dell’ordine, il luogo  delle banche e degli orologi. Anche del cioccolato, che però non entra nel nostro discorso. Mentre gli è funzionale il rapporto tra le banche, gli orologi e la prospettiva. Quella della Firenze quattrocentesca dei Medici usurai, conservatori del Tesoro di San Pietro, e quella della Parigi ottocentesca dei banchieri. Perché c’è un rapporto stretto tra la prospettiva del classicismo e del neoclassicismo e il denaro….  Ma è un discorso che ci porterebbe troppo lontano.
Qui ci basta osservare che questa prospettiva privilegia la dimensione della profondità, una profondità che va verso un irraggiungibile infinito. E di considerare che questo modo prospettico di vedere il mondo, e di agirvi di conseguenza, è diventato, soprattutto oggi, un modo di pensare comune: una mentalità ristretta, materialistica, in cui è privilegiata l’idea del progresso verso un fine irraggiungibile e dell’accumulo senza fine del denaro.  Il fatto è che, mentre gli altri artisti a lui coevi, contestando la prospettiva classica, generalmente l’hanno superata negandola o servendosi del colore, Escher, invece, la contesta servendosi proprio di essa ed evidenziandone  le assurdità che si realizzano nelle sue applicazioni estreme.
Chi volesse sintetizzare approssimativamente il lavoro di questo artista potrebbe distinguerlo in due filoni. L’uno è rappresentato dal notissimo disegno delle anatre in volo: ci sono quelle che vanno verso destra e sono bianche e quelle che vanno verso sinistra e sono nere. Il fatto è che sono disegnate le une con le altre. Cosicché noi dubitiamo della nostra vista, ovvero del nostro modo di vedere: che non sia quello giusto?
Aderente a questo filone è quello delle metamorfosi, cioè della trasformazione continua di un disegno nell’altro, simbolo della trasformazione continua della vita.  L’altro filone può essere definito come un insieme di diversi disegni prospettici, accostati tra loro. Tutti obbediscono rigorosamente alla razionale prospettiva classica ma ognuno sta per conto suo. Sono visioni diverse e contrastanti, nient’affatto ariose e divertenti.
È un  oppressivo labirinto che ci ricorda, piuttosto, la serie delle Carceri del Piranesi (1720/1778). Un esempio ne è il famoso disegno di Escher, in cui delle scale sono percorse da persone che sembrano manichini. Ciascun manichino cammina per conto suo andando sempre in avanti, verso il muro contro il quale andrà a sbattere. Oppure verso il limite del quadro. Cioè verso il nulla. Perché l’oltre non c’è.
La mostra napoletana delle opere di Escher è al Pan, il Palazzo delle Arti. Un tempo dei Carafa di Roccella, ora il palazzo è di proprietà comunale. Quindi è il Comune che ha affidato il primo piano dell’edificio alla società romana Arthemisia, la quale, in collaborazione con la Escher Foundation, ha incaricato della curatela Mark Veldhusen e Federico Giudiceandrea. L’investimento ha dato ampiamente i suoi frutti. Napoli- hanno osservato- è una buona piazza. Tanto che Arthemisia si impegnerà anche nella mostra di Marc Chagal (1887/1985), che partirà ancora a Napoli, a febbraio, alla Pietrasanta.
L’allestimento al Pan, molto curato, ha accentuato l’aspetto provocatorio e ludico del lavoro di Escher cercando di stimolare la partecipazione dei visitatori. Gli vengono mostrati tasselli da posizionare su un piano con disegni geometrici e specchi concavi e convessi, come quelli usati da Escher per le sue deformazioni.
Li si invita a entrare in una sala in cui il soffitto si confonde con il pavimento e in un’altra dove, se ci si mette in un angolo, si appare altissimi, se in un altro, piccolissimi. Nell’ultima sala della mostra c’è la risposta al perché a volte le opere di Escher ci sembrano far parte del déjà vu. In questa sala vi sono vestiti e altri oggetti ornati con la stampa dei suoi disegni, il cui sfruttamento industriale ha riguardato anche film, cartoni animati, copertine di album musicali…
Tutte le sale della mostra sono in una suggestiva penombra, che dà il senso di un’atmosfera onirica. Nel buio una coppietta si scambia un bacio. Non è forse un sogno anche l’amore?

Adriana Dragoni


In alto, uno scorcio della mostra napoletana
Per saperne di più
www.mostraescher.com
T+39 081 1865991

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GOETHE e STENDHAL su Napoli e…..Giustino Fortunato

Posted by on Gen 18, 2019

GOETHE e STENDHAL su Napoli e…..Giustino Fortunato

STENDHAL

“……..Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell’universo…..”

Johann Wolfgang Goethe

“………..Anche a me qui sembra di essere un altro. Dunque le cose sono due: o ero pazzo prima di giungere qui, oppure lo sono adesso”;
ma anche
“Da …quanto si dica, si narri, o si dipinga, Napoli supera tutto: la riva, la baia, il golfo, il Vesuvio, la città, le vicine campagne, i castelli, le passeggiate… Io scuso tutti coloro ai quali la vista di Napoli fa perdere i sensi!….”

Johann Wolfgang Goethe
…………………………………………..Napoli, 27 febbraio 1787

Ho passato ieri in riposo tutta la giornata per liberarmi d’un…a lieve indisposizione; oggi mi son dato a godere, e ho scorso il tempo contemplando le più belle cose di questo mondo.
Si dica pure, si narri, si dipinga:

Napoli è più di tutto ciò. La spiaggia, il golfo, i seni del mare, il Vesuvio, la città, i sobborghi, i castelli, i pubblici castelli.
Siamo andati verso sera nella grotta di Posillipo, quando appunto il sole cadente vi penetrava dall’opposto lato.

Io perdonai a tutti coloro che son rimasti ammaliati alla vista di Napoli, e mi sovvenni, con emozione, di mio padre, che ricevette un’indelebile impressione di quello appunto ch’io vedevo oggi per la prima volta.

E come si dice che non ritorna più ad essere lieto colui al quale apparve uno spettro, così al contrario si poteva dire che egli non sarebbe mai stato del tutto infelice, poichè sempre riandava col pensiero a Napoli.

In quanto a me, io son ora, secondo il mio solito, addirittura calmo: e quando c’è davvero da stupire, io resto soltanto con gli occhi spalancati

Giustino Fortunato……Napoli, 25 gennaio 1874

“…….se immaginate che l’autore del Faust (Goethe) sia qui venuto per salire in cattedra e spacciare anche lu…i le sue brave sentenze su la nostra città, tanto falsata e tanto travisata, io vi consiglio a non cominciare la lettura di questa versione (Lettere da Napoli), perchè vi aspetta un disinganno quale non potete figurarvi ce

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La vuota retorica sul dialogo con l’islam e l’esempio (sbagliato) di san Francesco

Posted by on Gen 17, 2019

La vuota retorica sul dialogo con l’islam e l’esempio (sbagliato) di san Francesco

Appunti per quei compassionevoli che predicano il confronto con l’altro tirando in ballo a sproposito l’incontro tra il santo e il sultano al Kamil

Al direttore – A fronte di fatti, numeri e cifre – magistralmente documentati da Matteo Matzuzzi sabato scorso su queste colonne – che dicono di una realtà di crescente persecuzione dei cristiani nel mondo, il fatto che il martirio di migliaia di persone ogni anno avvenga prevalentemente in paesi islamici sembra essere un dato del tutto ininfluente nel dibattito politico e culturale occidentale. Allo stesso modo in cui quando le nostre vite vengono sconvolte dall’ennesimo attacco terroristico, per pura pavidità e salvo rarissime eccezioni ci si guarda bene dal chiamare le cose col loro nome (se è vero che non tutti gli islamici sono terroristi è altrettanto vero che la stragrande maggioranza dei terroristi è islamica, vorrà mica dire qualcosa?), quando la cronaca racconta di episodi di violenza e persecuzione contro i cristiani scatta implacabile lo stesso meccanismo delle denunce a mezza bocca, delle dichiarazioni fumose con il solito sgradevole retrogusto di una compassione pelosa, quando non si tratti di un assordante silenzio.

Ad aggravare la situazione, la riproposizione come un disco rotto di una retorica del dialogo e del rispetto dell’altro fatta non solo di luoghi comuni triti e ritriti ma anche di una narrativa che attinge a storie che con il dialogo, quello vero, non hanno nulla a che vedere. Un esempio su tutti, il famoso episodio dell’incontro tra san Francesco e il sultano d’Egitto Malik Al Kamil, avvenuto a Damietta nel 1219, spesso e volentieri citato (anche di recente) a mo’ di icona del giusto atteggiamento da adottare nel “dialogo” tra l’occidente e l’islam. Episodio di cui però si dimentica (o si fa finta di dimenticare) un paio di particolari che risultano invece decisivi per evitare strumentalizzazioni e fraintendimenti. Primo, san Francesco non parlò col sultano così, tanto per farci due chiacchiere e confrontarsi sulle reciproche fedi, ma per annunciargli il Vangelo nella speranza di convertirlo a Cristo (lui e tutti i saraceni che incontrò sul suo cammino), come testimoniano le fonti e gli studiosi più autorevoli, fedelmente a quella che è la missione di ogni cristiano; a riprova, ecco cosa scrisse di quell’incontro san Bonaventura nella sua “Leggenda maggiore”: “Quel principe (il sultano, ndr) incominciò a indagare da chi, e a quale scopo e a quale titolo erano stati inviati e in che modo erano giunti fin là. Francesco, il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio Altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e annunciare il Vangelo della verità. E predicò al Soldano il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanto coraggio, con tanta forza e tanto fervore di spirito, da far vedere luminosamente che si stava realizzando con piena verità la promessa del Vangelo: ‘Io vi darò un linguaggio e una sapienza a cui nessuno dei vostri avversari potrà resistere o contraddire’ (Lc 21,15)”.

Il racconto prosegue dicendo che il Sultano ascoltava volentieri san Francesco pregandolo di restare con lui, al che il santo rispose lanciando la famosa sfida: “Se, tu col tuo popolo, vuoi convertirti a Cristo, io resterò molto volentieri con voi. Se, invece, esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, dà ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa”. Sfida che il Sultano si guardò bene dall’accogliere per timore, dice san Bonaventura, “di una sedizione popolare”. Secondo punto, san Francesco si recò dal sultano Al Kamil a seguito dei crociati (leggi bene: cro-cia-ti), ai quali si era unito insieme a tantissimi altri pellegrini dell’epoca, desiderosi unicamente di liberare i luoghi santi del cristianesimo, in primis il Santo Sepolcro, occupati manu militari dai musulmani. Come si vede un atteggiamento, quello del santo di Assisi, lontano anni luce tanto da certa iconografia pacifista quanto da una miope cultura del dialogo che, anche in ambito cattolico, continua a guardare al dito per non vedere la luna. Chiudo con una domanda volutamente provocatoria: da zero a dieci, quante probabilità ci sono di assistere di nuovo a un “dialogo” simile a quello tra san Francesco e il sultano?

Luca Del Pozzo

fonte https://www.ilfoglio.it/chiesa/2019/01/08/news/la-vuota-retorica-sul-dialogo-con-l-islam-e-l-esempio-sbagliato-di-san-francesco-231899/

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Il testamento di Augusto di Alfredo Saccoccio

Posted by on Gen 15, 2019

Il testamento di Augusto di Alfredo Saccoccio

   Nel 13 d. C. Augusto e Livia toccavano il cinquantennio del loro matrimonio . Tale ininterrotta vita coniugale  di Augusto  è un simbolo della continuità della sua carriera  e della costanza con la quale perseguì  le finalità  che si era proposto. Mentre l’esaltazione della sua felice unione con Livia decretava l’erezione di un  tempio della Concordia sull’Esquilino, a ricordo del suo ingresso  settantesimosesto anno di vita, pensò di redigere, secondo la frase di Svetonio,  un sommario, “index rerum a se gestarum”, che servisse al giudizio  dei contemporanei, come a quello dei posteri.

   Tale “index” autobiografico era destinato  ad essere inciso su tavole di bronzo da erigersi davanti a quel suo Mausoleo, che, fin dal 28 a. C.,  spente le guerre civili, debellati i nemici esterni  e chiuso il tempio di Giano,  Augusto, allora Ottaviano,  aveva provvisto a far costruire , per sè e per i suoi,  nella zona settentrionale del Campo Marzio, fra il Tevere  e la Flaminia. Alla sua morte, Tiberio, ottemperando  alla volontà dell’estinto, fece incidere l’ “index”  su due pilastri di bronzo e li fece collocare davanti al Mausoleo. Per quanti secoli i Romani poterono leggerlo sul posto? Non lo sappiamo.

   Ancira, oggi Ankara, la capitale della Galazia, nel pronao del suo “Sebasteion”, il sontuoso tempio  dedicato ad Augusto e a Roma, fece incidere il testo latino dell’ “index”, con accanto la traduzione greca. E là il documento fu letto e, oer la prima volta, copiato nell 1555 dagli ambasciatori inviati da Ferdinando I, imperatore di Germania, al sultano Solimano.

                                               Conquiste, spese e opere

    In una lingua sobria, semplice, chiara e pur solenne, piena di regale dignità, l’ “Augustus” dà la nuda, oggettiva enumerazione di cose e di fatti che hanno avuto ripercussioni così vaste nella storia del mondo. Nessun ornamento di forma. L’imperatore non si abbandona mai ad apprezzamenti o a commenti.

   Augusto rpartisce il novero delle sue “Res gestae” in tre parti. Al primo posto uno sguardo complessivo alle guerre da lui intraprese,, nelle quali si manifestò la sua “clementia”. Nella seconda parte elenca le spese da lui sostenute per lo Stato romano. La terza parte, infine, contiene l’enumerazione delle “Res gestae” vere e proprie.

   “All’età di diciannove anni, di mia propria iniziativa e a spese mie raccolsi un esercito, col quale liberai lo stato dal dominio di una fazione che l’opprimeva.. Per questa ragione, sotto il consolato di Gaio Pansa e Aulo Irzio,  il senato con decreti onorifici mi aggregò all’ordine suo, insieme concedendomi il grado consolare col diritto di voto, e mi conferì  il comando militare.  Ordinò che io, quale propretore, con i consoli provvedessi, affinché la repubblica  non avesse a soffrir danno.  Lo stesso anno il popolo mi nominò console, essendo ambedue i consoli caduti in guerra, e triumviro con il compito di riordinare lo stato.

   “Mandai in esilio coloro che uccisero il padre mio, con procedimenti legali punendo il loro delitto, e poi, movendo essi guerra alla repubblica, due volte li sconfissi in battaglia”.

   Così, con pacata freddezza di cronistorico, Augusto accenna al suo drammatico ingresso nella vita pubblica. Egli era ad Apollonia, in Epiro, per attendere agli studi e alla preparazione  militare, quando, pochi giorni dopo, gli idi di marzo del 44, gli giunse la notizia che Cesare era caduto sotto il pugnale dei congiurati. Senza esitare né ascoltare consigli di prudenza, accorse a Roma  e, rivendicando i suoi dititti di erede, che il console Antonio gli contestava, arruolò, a spese sue, un esercito fra i veterani di Cesare stanziati nella Campania e guadagnò  alla propria causa due delle quattro legioni di Antonio.  La partita era già vinta. Il primo gennaio del 43 a. C. il Senato, su proposta di Cicerone, si aggregava Ottaviano Ottaviano, conferendogli, in pari tempo, la dignità di propretore e il diritto di sentenza e di voto fra i consolari. Sei giorni dopo, rivestito del comando militare (“Imperium”), Ottaviano assumeva , per la prima volta, i fasci, insegna del potere, che non doveva più deporre.

   Nell’ “index” Augusto  allude fugacemente alla nomina a console  e a triumviro. La guerra di Modena era costata la vita ai due consoli, ma Antonio, sconfitto, era fuggito. Ottaviano, rimasto solo a capo dell’esercito, aveva superato, con una rapida marcia militare su Roma, l’opposizione del Senato e dal popolo riunito nei comizi era stato eletto console non ancora ventenne. Dopo di che, andato incontro ad Antonio e a Lepido, aveva costituito con essi il “triumviratus reipublicae constituendae”, che, sanzionato dalla “lex Titia”, il 27 novembre del medesimo 43,  aveva ai tre conferito poteri straordinari  per cinque anni. Dei due colleghi, nessuna menzione nell’ “index”. E si comprende. Essi erano stati, più tardi, dichiarati nemici della patria. La vittoria di Filippi, con la sua duplice azione, terminata la prima con il suicidio di Cassio, la secona con quello di Bruto, aveva chiuso quel drammatico prologo dell’azione politica di Augusto.

   “Guerre per terra e per mare civili ed esterne in tutto il mondo spesso io combattei e, vincitore, risparmiai tutti i cittadini che chiesero grazia. Preferii conservare anziché distruggere  quelle genti straniere, alle quali si poté senza pericolo perdonare. Circa cinquecentomila cittadini romani militarono sotto le mie insegne : di essi, più di trecentomila inviai in colonie o rimandai ai loro municipi, poi ch’ebbero compiuto il loro servizio, e ad essi tutti assegnai campi o donai danaro come premio  del servizio prestato. Catturai seicento navi, non comprendendo in questo numero quelle minori delle triremi”.

                                                                  500.000 uomini

   A settantacinque anni, Augusto accenna, di sfuggita, alle campagne seguite alla vittoria di Filippi per far risaltare la “clementia” con la quale le condusse  e le conchiuse. Ma egli ci tiene a calcolare gli uomini passati complessivamente sotto il suo comando, dal triumvirato  al momento della stesura  del “Testamentum”. Sono cinquecentomila . Numero strabocchevole per l’antichità. E si compiace di ricordare le trecento navi catturate a Sesto Pompeo e le altrettante  catturate ad Antonio e a Cleopatra, ad Azio.

   “Console per la quinta volta, per comando del popolo e del senato accrebbi il numero dei patrizi. Tre volte  procedetti alla revisione delle liste dei senatori. E nel mio sesto consolato feci il censimento  del popolo, avendo collega Marco Agrippa, e celebrai la cerimonia lustrale alla distanza di quarantadue anni dall’ultima celebrazione.  Risultarono allora censiti 4.063.000 cittadini romani. E poi di nuovo ripetei la stessa cerimonia  da solo  con potere consolare, durante il consolato di Gaio Censorino e Gaio Asinio. E furono in questo lustro  censiti 4.233.000 cittadini romani. Per la terza volta, rivestito del potere consolare feci il censimento avendo collega il mio figliuolo Tiberio Cesare, quand’erano consoli Sesto Pompeo e Sesto Apuleio : e risultarono allora cittadini romani 4.937.000.  Con la promulgazione di nuove leggi, richiamai in vigore molte antiche consuetudini, che cadevano ormai in disuso : e io stesso offrii ai posteri esempi di molte cose da imitare”.

    Augusto può sorvolare sulla serie vittoriosa delle sue azioni militari. Ma non può  e non vuole sorvolare su quelle che sono le sue più insigni azioni di pace. Fra queste, eccellono il risanamento interno della casta patruzia e la politica demografica. Già negli ultimi tempi della repubblica le file del patriziato erano diminuite in modo impressionante. Di 136 genti patrizie esistenti al principio di essa, solo quattordici, con circa trenta famiglie, ne sopravvivevano nell’età di Cesare. Occorreva, dunque, costituire una classe  dirigente che fosse idonea ai compiti richiesti dal nuovo ordine di cose. Già Cesare, con la “Lex Cassia”, aveva innalzato al patriziato famiglie plebee. Ora Augusto, nel suo quinto consolato, nel 29 a. C., si era fatto attribuire, in virtù della “Lex Saenia”, la facoltà di aumentare il numero dei patrizi. Ma lo zelo con il quale Augusto aveva tenuto d’occhio l’andamento demografico della cittadinanza romana è mostrayto dalla scrupolosa esattezza con la quale egli registra nell’ “index”, fino all’ultimo migliaio, le cifre progressive dei tre censimenti, quello del 28 a. C., quello dell’ 8 a. C. (particolarmente importante nella storia del Cristianesimo) e quello del 14 d. C..

   “Per onorare il mio ritorno, il senato consacrò  l’altare della Fortuna Reduce davanti al tempio dell’Onore e della Virtù, presso la porta Capena, e comandò che ivi i pontefici e le vergini Vestalii celebrassero un sacrificio ogni anno, ricorrendo il giorno  nel quale, sotto il consolato di Quinto Lucrezio e Marco Vinicio, io ero tornato in città dalla Siria, e chiamò quel giorno “Augustalia” dal nome mio.

   “Quando tornai a Roma dalla Spagna e dalla Gallia, dopo i successi riportati in quelle provincie, durante il consolato di Tiberio Nerone e Publio Quintilio, il senato decretò  doversi consacrare  per il mio ritorno l’altare della Pace Augusta nel Campo Marzio, e comandò che ivi magistrati e sacerdoti e vergini Vestali celebrassero un sacrificio annuale.

   “Il tempio di Giano Quirino, che i nostri maggiori vollero che fosse chiuso quando per tutto l’impero del popolo romano si fosse conseguita con le vittorie la pace per terra e per mare, tre volte, essendo io principe, il senato ordinò che venisse chiuso :  la qual cosa, prima ch’io nascessi, dalla fondazione di Roma, si ricorda essere accaduta due sole volte”.

   Quando Augusto tornò a Roma nel 19 a. C. dal lungo e fortunato viaggio in Oriente, che gli aveva fruttato la restituzione delle insegne  tolte dai Parti a Crasso e ad Antonio, con il conseguente ristabilimento del prestigio romano in quelle regioni, il Senato consacrò l’altare della Fortuna Reduce, di fronte al tempio dell’Onore e della Virtù dedicato da Marco Claudio Marcello nel 208 a. C., ai piedi del Celio, presso la porta Capena. Attraverso questa porta, venendo dalla Campania, per la via Appia, Augusto era entrato in città.

   Quando, sei anni più tardi, Augusto tornò a Roma, dopo il triennio consacrato all’ordinamento  e alla pacificazione della Spagna e della Gallia, il Senato decretò che nel Campo Marzio, presso la via Flaminia, per la quale egli aveva fatto il suo ingresso in città, sorgesse un altare dedicato alla Pace, a quella pace che pareva ora finalmente assicurata al mondo romano.

Bottino di guerra

   Naturalmente il ricordo dell’ “Ara Pacis” suscita, per spontaneo collegamento, quello della chiusura del tempio di Giano. Due volte solamente, secondo la tradizione, il tempio era stato chiuso, prma di Augusto. Una prima volta, al tempo del mitico regno di Numa. Una seconda volta dopo la prima guerra punica, nel 235 a. C.. Aveva ben ragione Augusto di addurre, a titolo di gloria, l’aver chiuso, per tre volte, il tempio fatale, durante il suo lungo impero. Una prima volta nel 29 a. C., dopo la vittoria di Azio e la conseguentre conquista dell’Egitto¸ una secondas nel 25 a. C., al termine delòla guerra cantabrica; una terza,  infine, in epoca non meglio determinabile, fra l’8 e l’1 a. C..

   L’ “index” indugia con particolare e trasparente compiacimento sulle elargizioni al popolo, che hanno contrassegnato, anno per anno, il governo  augusteo.

“Alla plebe romana distribui trecento sesterzi a testa in esecuzione del testamento di mio padre e quattrocento sesterzi a nome  mio dal bottino di guerra, quando fui console per la quinta volta. Più tardi ancora, nel mio decimo consolato, donai quattrocento sesterzi per ciascuno dal mio patrimonio; e quando fui console per l’undicesima volta, feci dodici distribuzioni di grano da me privatamente acquistato. Infine, nel dodicesima anno del mio potere tribunizio, per la terza volta distribuii quattrocento nummi a testa. Questi miei donativi toccarono a non meno di duecentocinquantamila uomini ogni volta. Nel diciottesimo anno del mio potere tribunizio e dodicesimo consolato diedi a trecentoventimila  persone della plebe urbana sessanta danari.  a testa. E alle colonie  dei miei soldati, console per la quinta volta, distribui dal bottino di guerra mille nummi per uno : ricevettero questo donativo trionfale nelle colonie circa centoventimila uomini. Console per la tredicesima volta, donai sessanta danari a testa alla plebe, che allora riceveva il frumento pubblico : godettero di questa elargizione poco più di duecentomila uomini”.

Acque e pietre

      Ma Augusto non ha solamente aperto le sue casse private per farne rifluire oro sul popolo. Con i suoi mezzi privati e mercé sapienti destinazioni del denaro pubblico ha arricchito Roma e l’Impero di mirabili opere pubbliche. Non per nulla aveva voluto per sè la carica di “Curator viarum”.

      “Restaurai il Campidoglio e il teatro di Pompeo, con spesa ingente e senza farvi iscrivere il suo nome. Riparai gli adcquedotti in molti luoghi rovinati dal tempo, e raddoppiai la portata dell’acqua Marcia, immettendo nel suo corso una nuova fonte. Completai il foro Giulio e la basilica fra il tempio di Castore  e il tempio di Saturno, opere iniziate e condotte quasi a termine dal padre mio ; e quando la medesima basilica fu distrutta da un incendio, cominciai a riedificarla su più ampio suolo, sotto il nome  dei figli miei, e comandai che, se non l’avessi finita durante la mia vita, fosse compiuta dai miei eredi. Ottantadue templi degli dei, console per la sesta volta, io restaurai nella città per volontà del senato, non trascurandone  alcuno, che in quel tempo abbisognasse di riparazione. Console per la settima volta, restaurai la via Flaminia dalla città fino a Rimini  e tutti i

ponti tranne il Milvio e il Minucio.

   “Su terreno di mia privata proprietà, costruii il tempio di Marte Ultore e il foro Augusto col bottino di guerra. Edificai presso il tempio di Apollo, su terreno per gran parte comprato da privati, un teatro, che volli portasse il nome del genero mio Marco Marcello. Col bottino di guerra consacrai doni nel Campidoglio, nel tempio del divo Giulio, nel tempio di Apollo, nel tempio di Vesta e nel tempio di Marte Ultore : doni che mi costarono circa un milione di sesterzi. Console per la quinta volta, rimandai ai municipi e alle colonie d’Italia trentacinquemila  libbre d’oro coronario  offerto per i miei trionfi : e poi, ogni qualvolta  fui proclamato “imperator”, non accettai l’oro  coronario, benché  i municipi e le colonie me lo decretassero con la stessa benevolenza di prima”.

   Il grande incendio  dell’83 a. C. aveva distrutto il venerando tempio dedicato sul Campidoglio a Giove Ottimo Massimo, Giunone e Minerva, che la tradizione attribuiva alla fondazione di Tarquinio Prisco. Silla e Lutazio Catulo ne avevano curato la ricostruzione.  Avendolo un fulmine nel 9 a. C. nuovamente danneggiato, Augusto lo restaurò con particolare magnificenza. Il teatro che Pompeo aveva costruito  nel 55 a. C. , che era stato il primo teatro stabile in pietra a Roma, fu ugualmente ricostruito e abbellito da Augusto. Gli acquedotti, inoltre, furono sommamente curati da Augusto. Di quella Acqua Marcia (“optima rerum aqua, optima aquarum Marcia”), che il pretore Q. Marcio Re aveva convogliato verso Roma nel 146 a. C. dalla vallata dell’Aniene , Augusto raddoppò  la portata, immettendovi l’ “aqua Augusta”, raccolta nella vallata fra “Tusculum” e il monte Albano. Il Foro di Cesare e la basilica Giulia, che Cesare aveva dedicato, nel 46 a. C., furono da lui completati. Infine, fra tutte le vie suburbane, la Flaminia riscosse le speciali attenzioni di Augusto.  Era stata aperta nel 220 a. C. dal censore C. Flaminio. Ancora oggi il ponte sulla Marecchia, a Rimini, è testimone glorioso e sorprendente della solida magnificenza con cui Augusto provvide alla vigilanza delle strade.

La pace

   Augusto ha riservato , alla fine del suo “index” autobiografico, l’evocazione delle grandi conquiste   e degli strepitosi successi  diplomatici. L’andatura del testo, pur nella sua sobria compostezza, assume un ritmo intenso.

   “Allargai i confini di tutte le provincie del popolo romano, alle quali erano confinanti popolazioni che non ubbidivano al nostro dominio. Sottomisi le provincie delle Gallie e delle Spagne e similmente la Germania, seguendo il confine dell’Oceano, da Cadice alla foce dell’Elba. Assoggettai le Alpi, dalla regione prossima al mare Adriatico fino al Tirreno, a nessuna gente recando guerra ingiustamente. La mia flotta navigò per l’Oceano dalla foce del Reno verso Oriente fino al territorio dei Cimbri, dove né per terra né per mare alcun Romano prima d’allora era giunto : e i Cimbri e i Caridi e i Semnoni ed altre popolazioni germaniche della medesima regione per mezzo di ambasciatori chiesero l’amicizia mia e del popolo romano.  Per mio comando e sotto i miei auspicii due eserciti furono guidati, quasi contemporaneamente, nell’Etiopia e nell’Arabia detta Felice, e numerosissime schiere dell’una e dell’altra gente nemica furono uccise in campo e moltissime città furono conquistate. Nell’Etiopia si giunse fino alla città di Nabata, ch’è vicinissima a Meroe : e nell’Arabia l’esercito avanzò nel territorio dei Sabei fino alla città di Mariba.

   “Aggiunsi l’Egitto  al dominio del popolo romano. Potendo fare dell’Armenia maggiore una provincia , dopo che ne fu ucciso il re Artasse, preferiii, seguendo l’esempio dei nostri avi,  affidare quel regno  a Tigrane, figlio del re Artavasde e nipote  del re Tigrane, per mezzo di Tiberio Nerone, ch’era allora mio figliastro.  La medesima gente, poi, infedele e ribelle, soggiogata per mezzo di mio figlio Gaio,  diedi da governare  al re Ariobarzane, figlio del re  dei Medi Artabazo  e, dopo la sua morte, al figlio di lui Atavasde. E quando questi  fu ucciso, mandai in quel regno Tigrane, ch’era oriundo della regale schiatta degli Armeni. Riconquistai, con Cirene, tutte le provincie, che al di là del mare Adriatico son rivolte ad oriente, possedute per gran parte da re, e prima ancora la Sicilia e la Sardegna, ch’erano state  occupate durante la guerra servile.

      “Le popolazioni dei Pannoni, tra le quali, prima ch’io fossi principe, nessun esercito mai del popolo romano penetrò, sconfitte per mezzo  di Tiberio Nerone, ch’era allora mio figliastro e luogotenente, io sottomisi al dominio del popolo romano ed estesi i confini dell’Illirico fino alla riva del Danubio. Un esercito di Daci, che osò varcare questo fiume, sotto i miei auspici fu vinto e sbaraglato : e poi l’esercito mio, guidato al di là di esso,  costrinse le popolazioni dei Daci a sottostare al dominio del popolo romano.

   “A me furono mandate spesso dall’India ambascerie di re, non mai viste prima presso alcun duce romano. Chiesero la nostra amicizia per mezzo di ambasciatori i Bastarni, gli Sciti, i re dei Sarmati, che abitano al di qua e al di là del Tanai, e i re degli Albani, degli Iberi, dei Medi.

   “Le genti dei Parti e dei Medi,, inviandomi in qualità di ambasciatori i connazionali più nobili, chiesero ed ebbero re da me : i Parti Vonone, figlio del re Fraate, nipote del re Orode, i Medi Ariobarzane, figlio del re Artavasde, nipote del re Ariobarzane.  

   “Durante il sesto e il settimo mio consolato, poi ch’ebbi fatto cessare le guerre civili, avendo assunto il supremo potere per consenso universale, trasferii il governo della cosa pubblica dalla mia persona  nelle mani del senato e del popolo romano. In ricompensa di ciò, per decreto del senato mi fu conferito il titolo di Augusto e la mia porta fu ornata d’alloro a nome dello stato e una corona civica fu appesa ad essa e fu posto nella curia Giulia uno scudo d’oro con una iscrizione  attestante ch’esso mi veniva offerto dal senato e dal popolo romano per il mio valore, la mia clemenza, la mia giustizia e la pietà mia. Da allora io fui superiore a tutti per autorità, ma non ebbi maggior potere di quelli che mi furono colleghi in ciascuna magistratura”.

La corona civica

   Prossimo alla morte, Augusto può con legittima fierezza guardare alle sue sconfinate conquiste. Ha dovunque ampliato e dilatato i confini romani. In Germania,, fino all’Elba.. Nell’Illirico  e nella Macedonia, ove sono state istituite le due nuove province della Pannonia e della Mezia. Nell’Asia Minore, dove si è formata la nuova provincia della Galazia. Nella Siria che si è arricchita con il territorio della Giudea. Nella provincia d’Africa, che si è accresciuta della Numidia tolta al re Giuba, compensato, d’altra parte, con la Mauritania. Augusto ha pacificato le province della Gallia e della Spagna a due riprese, fra il 27 e il 25 a. C. e poi fra il 16 e il 13. La sconfitta di Varo ha lasciato indeterminato il confine della Germania. E’ l’unico punto oscuro e dolente nelle reminiscenze e nelle rievocazionii augustee.

   E’ dal 30 a. C., dopo la morte di Antonio e di Cleopatra, che l’Egitto è stato posto sotto la diretta dipendenza di Augusto, che lo ha ininterrottamente governato per mezzo di un prefetto. E l’Egitto era stato un eccellente punto di partenza per esplorazioni più lontane. Di là  due eserciti romani avevano preso le mosse per avanzare vittoriosi, l’uno fin nel cuore dell’Arabia Felice, l’altro fin nell’Etiopia. Recuperando le province  che, assegnate ad Antonio dal trattato di Brindisi, del 40 a. C., erano state da lui donate a Cleopatra e ai suoi figli, o a sovrani a sè personalmente devoti, Augusto aveva ristabilito in Oriente la dilacerata integrità dello Stato romano. Infine l’ “index” poteva vantare la sottomissione  delle popolazioni danubiane, Pannoni, Daci e Geti e l’arrivo di ambascerie devote dai più lontani reami.

   Quasi a coronamento finale della evocazione delle “res gestae “, l’ “index” registra il gesto magnanimo con il quale, in un momento saliente della sua prodigiosa carriera. l’ “imperatore” ha restituito al Senato  e al popolo i suoi poteri eccezionali, assumendo una superiore “auctoritas”, che non aveva  altro fulcro  e altro fondamento al di fuori delle qualità personali.

   E’ durante il suo sesto consolato, nel 28 a. C., che Augusto abroga, poco a poco, tutti i provvedimenti eccezionali del periodo triumvirale. Il 16 gennaio del 27 a. C., in una solenne seduta senatoriale, dichiarava di trasmettere di nuovo nelle mani del Senato e del popolo il potere straordinario di cui era stato investito. In seguito a ciò, il Senato gli conferì il titolo sacro di “Augustus”, che vale “il degno di onore e il venerando”. Evocando così le sue gloriose “res gestae”, Augusto poteva serenamente avvicinarsi alla morte. Il “novus ordo” vaticinato da Virgilio Marone era effettivamente nato con lui.

Alfredo Saccoccio

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Seneca e l’arte del chiedersi se siamo davvero felici

Posted by on Gen 14, 2019

Seneca e l’arte del chiedersi se siamo davvero felici

Nel De Vita beata la riflessione di Seneca è particolarmente attuale in un mondo come quello contemporaneo in cui è associata la dimensione della felicità al possesso o all’edonismo. 

Fin dall’antichità molte opere furono dedicate alla domanda di felicità a riprova del fatto che essa caratterizza l’animo umano di ogni tempo e luogo. Pensiamo alla Lettera sulla felicità di Epicuro indirizzata a Meneceo o alle tante pagine di Platone e di Aristotele sul tema.

Seneca, l’unico importante letterato latino che possa essere considerato davvero filosofo, scrisse il trattato De vita beata (Sulla felicità), dedicandolo al fratello Novato, qui chiamato Gallione (nome assunto per adozione dopo il 52 d. C.). 

Una parte dell’opera appare una sorta di apologia, soprattutto nel finale in cui Seneca sembra difendersi dalle accuse mossegli da P. Smilio di predicare una morale che poi non rispetta, in quanto vive in mezzo alle ricchezze e agli agi della corte. Il filosofo afferma qui che la felicità risiede nella virtù, unico bene che possa rendere gli uomini felici. Gli altri beni possono, invece, essere pericolosi se adescano l’animo inducendolo alla ricerca della voluptas (il piacere) che può portare alla rovina. Indubbiamente, forte è la polemica di Seneca, che aderisce alla filosofia stoica, contro l’epicureismo. Esistono, però, anche dei bona indifferentia, ovvero che in sé non hanno valore, non portano l’uomo ad essere felice, ma sono, comunque, preferibili agli incommoda ovvero agli svantaggi. Le ricchezze non sono certo pericolose per il saggio, che non ne diventa schiavo, ma che sa avvalersene come mezzo.

Non intendiamo, ora, addentrarci oltre nella discussione filosofica e nella contrapposizione dialettica tra stoicismo ed epicureismo.

Meritano, invece, una particolare menzione le riflessioni metodologiche di Seneca riguardo alla ricerca della felicità. Le sottoponiamo qui all’attenzione di tutti, perché appaiono attuali e significative sia per il mondo dei giovani che per quello degli adulti.

Al riguardo colpisce particolarmente l’esordio del De vita beata:
Tutti, o fratello Gallione, vogliono vivere felici, ma quando poi si tratta di riconoscere cos’è che rende felice la vita, ecco che ti vanno a tentoni; a tal punto è così facile nella vita raggiungere la felicità che uno quanto più affannosamente la cerca, tanto più se ne allontana, per poco che esca di strada; che se poi si va in senso opposto, allora più si corre veloci e più aumenta la distanza. Perciò dobbiamo prima chiederci che cosa desideriamo; poi considerare per quale strada possiamo pervenirvi nel tempo più breve, e renderci conto, durante il cammino, sempre che sia quello giusto, di quanto ogni giorno ne abbiamo compiuto e di quanto ci stiamo sempre più avvicinando a ciò verso cui il nostro naturale istinto ci spinge.

Non son parole scontate. Seneca sottolinea la tendenza innata alla felicità propria di ogni uomo. Eppure, non tutti si chiedono che cosa desiderino davvero e non sempre questa tendenza innata si traduce nella conseguente ricerca quotidiana della felicità. Il punto di partenza dell’indagine è desiderarla e chiedersi quale sia la strada migliore per raggiungerla. Ciascuno di noi deve, poi, sottoporre a verifica la strada che sta percorrendo nell’esperienza quotidiana per valutare se si sta avvicinando o allontanando dalla meta.

Fondamentale è scegliere una guida, un maestro, non «seguire solo lo strepito e il clamore discorde di chi ci chiama da tutte le parti», perché in questo caso il tempo sarà consumato in un «continuo andirivieni».  

Dobbiamo stabilire dove vogliamo andare e per quale strada. Ma stiamo attenti: «Le strade più frequentate e più conosciute sono quelle che traggono maggiormente in inganno».

Da nulla, quindi, bisogna guardarsi meglio che dal seguire, come fanno le pecore, il gregge che ci cammina davanti, dirigendoci non dove si deve andare, ma dove tutti vanno. E niente ci tira addosso i mali peggiori come l’andar dietro alle chiacchiere della gente, convinti che le cose accettate per generale consenso siano le migliori e che, dal momento che gli esempi che abbiamo sono molti, sia meglio vivere non secondo ragione, ma per imitazione.

Lungi dal seguire l’approvazione del volgo, l’uomo deve cercare ciò che può condurre «al possesso dell’eterna felicità». Di solito la folla loda l’eloquenza, insegue la ricchezza, esalta il potere e chi ha credito. L’uomo cerca beni appariscenti, che rifulgano fuori, ma che non sono solidi e duraturi.

Cosa deve seguire l’uomo per compiersi? I propri progetti, i propri pensieri? Può costruirsi valori personali, anche in contrasto con l’evidenza della realtà? Si può, in altre parole, giustificare il relativismo etico? Al riguardo Seneca è chiaro:
lntanto, d’accordo con tutti gli stoici, io seguo la natura; è saggezza, infatti, non allontanarsi da essa e conformarsi alla sua legge e al suo esempio. È dunque felice una vita che segue la propria natura, che tuttavia non può realizzarsi se prima di tutto l’animo non è sano, anzi nell’ininterrotto possesso della sua salute, e poi forte ed energico, infine assolutamente paziente, adattabile alle circostanze, sollecito ma senza angoscia del suo corpo e di ciò che gli concerne, attento a tutte quelle cose che ornano la vita, senza però ammirarne alcuna, disposto a usare i doni della natura, ma senza esserne schiavo. 

La riflessione di Seneca è particolarmente attuale in un mondo come quello contemporaneo in cui è associata la dimensione della felicità al possesso o all’edonismo. 

Nel cinema, nella pubblicità la felicità è quasi sempre abbinata ad uomini ricchi e fascinosi in compagnia di belle donne, come prerogativa esclusiva di pochi e dono inaccessibile ai più. L’equazione più diffusa e conosciuta nel mondo occidentale è, quindi, «carriera più soldi più belle donne uguale felicità».  

Oppure i volti felici sono associati alla dimensione dello sballo, della spensieratezza, di un carpe diem becero e dimentico di tutto.

La frenetica vita di oggi sembra la paradigmatica rappresentazione di una risposta che la società contemporanea ha dato alla questione della felicità, risposta pilotata dal potere che induce falsi bisogni e li pone come esigenze fondamentali dell’io. Siamo bombardati da messaggi che ci inducono a pensare in positivo per la moltitudine dei beni di consumo che l’uomo può ottenere, siamo immersi nella civiltà che ci gestisce il tempo libero ora per ora, come nei villaggi turistici dove il nostro divertimento è sentirci dire cosa fare e come occupare le nostre giornate. Riempire il vuoto, mettere a tacere l’horror vacui, che provoca un senso di vertigine, è la parola d’ordine attuale. I più, nella propria dimenticanza, non si avvedono neppure di non essere liberi in questo modo di agire, presuppongono di stare bene, semplicemente perché non sentono più la domanda. Paradossalmente una montagna di piaceri sommerge il vero desiderio.

L’espressione divertissement nel suo significato etimologico (dal latino divertere cioè «volgere qua e là, lontano dalla strada principale, dal solco tracciato») ben designa il tentativo, coscientemente o incoscientemente perpetrato, di strapparci dal nostro cuore originario, sede delle domande più autentiche sul significato e sul senso delle cose, attraverso distrazioni, palliativi, piaceri surrogati della felicità che hanno come conseguenza quella di alienarci, di allontanarci da noi stessi, di renderci estranei a noi stessi, di essere sempre fuori da noi così che «la nostra casa risulta disabitata» (B. Pascal).

Ne I pensieri BlaisePascal scrive: «Nulla è tanto insopportabile per l’uomo quanto lo stare in riposo completo, senza passioni, senza preoccupazioni, senza svaghi, senza applicazione. Allora sente il suo nulla, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Immediatamente dal fondo della sua anima verranno fuori la noia, la tetraggine, la tristezza, l’affanno, il dispetto, la disperazione». L’uomo passa, così, da un piacere all’altro senza sosta, rimanendo deluso in continuazione, ma sopperendo a questo disinganno con l’immensa varietà dei piaceri. Spesso, non ha tempo di stancarsi dei piaceri, poiché vi si sofferma troppo poco e non ha lo spazio per riflettere sull’incapacità di essi a felicitarci.

In una lettera indirizzata a Lucilio Seneca ammonisce, invece, noi tutti: «Vindica te tibi»ovvero «Rivendica te stesso per te». Guardati, quindi, in fondo al cuore e chiediti che cosa davvero tu desideri. Chiediti se tu sia davvero felice.

Giovanni Fighera

fonte http://lanuovabq.it/it/seneca-e-larte-del-chiedersi-se-siamo-davvero-felici

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