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LA VITTORIA DI PIRRO. ANZI, DI RENZI

Posted by on Apr 26, 2016

LA VITTORIA DI PIRRO. ANZI, DI RENZI

chiudo con oggi i commenti sul referendum pubblicando un articolo preso dalla pagina fb Terroni di Pino Aprile a firma di Gianluca Coviello ma prima di invitarvi a leggerlo in due parole voglio dirvi che personalmente il referendum è stato un successo, 15 milioni di italiani che sono andati in una calda domenica di aprile a votare per una elezione, snobbata, ingiuriata da parte delle istituzioni, solitaria, presentata da 9 regioni con quelle del nord assenti, è stato un risultato inaspettato. Fino a dieci giorni prima non si arrivava al 18% mentre poi grazie al tam tam di noi insorgenti sanfedisti siamo arrivati a 15 mil. di votanti, vi sembra poco? Renzi non è contento e forse un motivo c’è se poi molti di voi vogliono vincere con il cappotto allora credo che rimarranno scontenti per un pò mentre vincere a piccoli passi vuol dire che stai preparando bene la vittoria finale.

LA VITTORIA DI PIRRO. ANZI, DI RENZI

Il risultato del referendum brucia sulla pelle di molti italiani che avevano creduto di poter fare uno sgambetto (piccolo piccolo, quasi chiedendo il permesso) alle multinazionali del petrolio. Quelle che negli anni hanno trovato la via spianata nelle amministrazioni locali e regionali; quelle che hanno unito le forze quando si è trattato di arginare i tentativi di difesa dei territori.

Di ostacoli, in realtà, non è che ne abbiano trovati molti negli ultimi cinquant’anni in una Italia davvero poco desta. Un esempio su tutti è il progetto Tempa Rossa in Basilicata, approvato e attuato senza che si sollevasse una sommossa o qualcosa di simile; senza l’indignazione popolare di oggi che “se ne parla in tv”. Andava bene così mentre con i soldi delle royalty la Regione Basilicata e i Comuni “fortunati” ristrutturavano, imbiancavano, finanziavano convegni (anche quelli di qualche sostenitore del “sì” referendario). Intanto i petrolieri puntavano già ai nuovi obiettivi. Nel silenzio, se si escludono pochi coraggiosi, presi più per pazzi che per profeti. E allora c’è davvero da non meravigliarsi per il risultato del referendum. E c’è da complimentarsi con Matteo Renzi. Sì, proprio con lui. Ha scelto di vincere facile scommettendo sul partito più numeroso d’Italia: quello degli ignavi. Prima di lui c’erano riusciti già altri e chi sbraita, annunciando denunce contro l’invito al non-voto, prova solo a buttarla in “caciara”, non aiutando chi spera di capirci qualcosa. Perché la giurisprudenza si è già espressa più volte sul tema non interpretando come un abuso di potere l’invito di un pubblico ufficiale all’astensione. Forse è meglio pensare a cosa può imparare chi si è mobilitato, dedicandosi anima e corpo alla causa, per far vincere il sì:

1- 23 milioni di italiani (minori compresi) usa i social network (dati elaborati nal report Digital, Social e Mobile 2015), a fronte di una popolazione di quasi 60 milioni con 47 milioni votanti. Nessuno in Europa come nel Belpaese predilige sessioni brevissime di connessione. Col cellulare siamo a numeri da record con una media di 2,2 ore al giorno, contro il dato mondiale di 2,7. Cosa vuol dire? Che gli italiani non approfondiscono neanche sui social. Per quanto restino importanti strumenti di costruzione sociale, Facebook, Twitter, Google+ e tutto il resto non sono ancora in grado di essere determinanti ai fini della costruzione di pensieri politici collettivi. L’ultima ma più importante conferma viene da un dato: il più usato ogni mese dagli italiani rispetto al totale della popolazione è WhatsApp, un servizio di messaggistica, non di contenuti (il cui utilizzo è in crescita molto più della media mondiale). I social non sono il mondo, dunque, ma rischiano di diventare la gabbia di tanti attivisti. Uscire fuori di casa e incontrare le persone che si vuole convincere è nettamente l’arma più potente. Quasi l’unica.

2- Non è un caso che i risultati migliori si siano registrati nelle regioni dove il fronte civico è più maturo a causa di altre sfide ambientali che ne hanno “temprato” l’attività (Puglia e Basilicata su tutti). Nello stesso tempo, però, andrebbe aperto un serio dibattito sullo stato dell’arte in Campania, Sicilia e Calabria, per rimanere al Sud, dove il risultato è stato alquanto imbarazzante. Qualcosa si sbaglia se in terre che pagano così tanto le conseguenze dell’inquinamento i cittadini hanno scelto di non votare. E’ il momento di chiedersi cosa e trovare la risposta (io non ce l’ho).

3- Nessuno può più permettersi il lusso di combattere la propria battaglia locale senza far proprie anche quelle collettive. Non basta scrivere su Fb “io voto sì” o mandare un comunicato stampa per esaurire la propria responsabilità individuale o associativa rispetto a una causa, quella referendaria, che necessita di un impegno elettorale. Voto più voto, croce dopo croce.

4- Non ha senso criminalizzare chi fa una scelta diversa, che sia di astenersi o votare diversamente. Non una persona in più cambierà idea perché è stata offesa, derisa o è stata sminuita la sua decisione, quando questa è stata presa coscientemente e non solo perché di domenica è più divertente andare a passeggio (in molti casi è stato così visto che l’affluenza è stata nettamente inferiore a quella di altri appuntamenti elettorali, anche referendari).

5- Lo strumento del referendum, così com’è previsto oggi dalla Costituzione, non è funzionale a cambiare una decisione politica. E’ più utile a scatenare fervori reazionari che rivoluzionari, permettendo a chi detiene il potere di compattare l’elettorato con lo strumento della paura (non vuoi il petrolio? Attento, da domani niente auto). L’Italia non è un Paese coraggioso.

Matteo Renzi ha tenuto conto di tutti questi fattori. Così come sa bene che se porterà a casa anche il risultato del referendum costituzionale di ottobre avrà dagli italiani carta bianca per governare a lungo, diventando anche colui che con la riforma raddrizza (in parte) evidenti storture giunte a noi da altre stagioni politiche: il quorum nei referendum (che democrazia è quella in cui decide chi non vota?) e la mancata scelta diretta del Presidente del Consiglio. Diversamente, avrà sbagliato a trasformare un confronto maturo sul futuro della carta costituzionale in una battaglia politica sulla propria persona, in classico stile berlusconiano.

Già, Silvio Berlusconi. A lui questa strategia basata sul personalismo riuscì perfettamente, garantendosi una sopravvivenza politica che dura ancora oggi. Resta da vedere se la sinistra e i movimenti, di partito e di piazza, commetteranno gli stessi errori. Ma soprattutto è dal Movimento Cinque Stelle che ci si aspetta la mossa giusta. Renzi voleva un referendum su se stesso, più di quanto lo sia già stato quello sulle trivelle. Le opposizioni, con Crimi&Co. in prima fila, proprio oggi hanno presentato le firme per darglielo. Mossa e contromossa. Ma questa volta non ci sarà il quorum.

 

Gianluca Coviello

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