Alta Terra di Lavoro

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CAPOVOLTO IL DOGMA DEL POTERE IN ITALIA: SI VINCE O SI PERDE A SUD E SUL SUD. IL SUD LO SA. E ADESSO ANCHE LORO

Posted by on Mar 19, 2019

CAPOVOLTO IL DOGMA DEL POTERE IN ITALIA: SI VINCE O SI PERDE A SUD E SUL SUD. IL SUD LO SA. E ADESSO ANCHE LORO

Ma è stato colto davvero il valore di quello che è accaduto con l’Autonomia differenziata? Non è solo una clamorosa vittoria dei senza-potere del Sud contro i detentori di tutti i poteri; è anche e soprattutto il punto di svolta nella politica degli ultimi quarant’anni e, addirittura, con ragionevole approssimazione (lo sapremo nei prossimi mesi) potrebbe rivelarsi il punto di svolta nella storia del Paese. Non esagero. Riassuno così: siamo passati dall’inesistenza, inconsistenza e insofferenza della Questione meridionale, alla Questione meridionale che detta l’agenda di governo, della maggioranza parlamentare e della programmazione politica ed economica nazionale. Parlare di Sud era “dire del già detto e già scartato” in tutti i governi da oltre mezzo secolo, di centrosinistra, di centrodestra, tecnico o di centrosinistra-berlusconian-alfanian-verdiniano (le porcherie renzian-gentiloniane). Se si nominava il Sud, era per insultare i meridionali e accusarli di affossare il Paese, mentre orde di saccheggiatori padani di ogni partito svuotavano (e svuotano) le casse nazionali per arricchire il Nord a furia di tangenti, con la scusa di grandi opere inutili (vedi Mose), fiere fallimentari spacciate per successi, centri di ricerca fatti a proprio vantaggio, ma con i soldi degli altri, eccetera.
Il Sud non era nemmeno menzionato nell’accordo fra il M5S e il partito razzista antimeridionale (la Lega ora camuffata da razzista anti-migranti, con il servile apporto delle truppe cammellate di momentaneamente ex-colerosi-che-puzzano-più-dei-cani); solo dopo valanghe di proteste apparvero otto righi di niente e il ministro last-minute per il Sud. Ora, quella maggioranza e quel governo possono reggersi o cadere sulla Questione meridionale. E, addirittura, il Sud ha fatto miseramente fallire la Secessione con scasso delle Regioni più ricche: missione principale e forse unica della Lega Nord appoggiata dalla Lega di serie B cui fanno tesserare gli ascari delle colonie (quelli che aprono al nemico le porte della propria città perché la saccheggi). E che sia questa la missione principale, “l’indipendenza della Padania”, lo dice lo statuto della Lega Nord (sì hanno tolto la parolina… e io vi garantisco che domani mi crescono i capelli). Padania che stava sorgendo con l’Autonomia differenziata e che almeno per ora è andata a sbattere contro un muro di terroni. Era già tutto pronto, feste, trionfi, piedidiporco e passamontagna. Al povero Luca Zaia, presidente del Veneto cui non frega niente se al Sud schiattano in mille per garantire il caviale a due dei suoi conterranei (la politica intesa come rapina: concezione primordiale e barbarica, ma più di tanto il campione locale non è in grado di capire) han tolto la bottiglia di prosecco dalle mani e consigliato la camomilla.
Temo che persino ad alcuni addetti ai lavori non si siano resi conto del reale valore di quanto è successo. Sapete perché il M5S non nominava il Sud nel suo programma di governo e nel “contratto”? (Pure lì, non si fa che peggiorare: una volta, c’era chi li faceva con il diavolo; adesso addirittura con la Lega!). Perché, per essere accettati, i terroni devono far dimenticare di esserlo, evitando di irritare non soltanto la Lega, ma quel Nord (non tutto il Nord) cresciuto a ignoranza e pregiudizi (e gli studi non sempre bastano: guardate certi editorialisti dei giornaloni).
Il dato politico dominante, in Italia, è la geografia: il Nord è inteso vincente a prescindere, il Sud perdente a prescindere; il politico del Nord parte con l’idea che il Sud sia già fuori dalla gara per il primo posto e, al massimo, possa concorrere per il campionato minore, quello per decidere chi è il primo degli ultimi. E il politico del Sud parte sapendo che meno sembra tale (a parte proclami terronici e pre-elettorali), più ha possibilità di avanzare. Vi ricordate come il Pd votò il presidente dell’Associazione dei Comuni italiani qualche anno fa? Candidato unico e in pratica già nominato (anche dalla segreteria del partito) era Michele Emiliano. Ma Graziano Delrio (spalleggiato da Renzi) si propose come uomo del Nord, pronto a ricevere anche i voti della Lega. E vinse il Nord contro il Sud, non Delrio contro Emiliano.
Il politico del Nord, più si dichiara tale (e non vale solo per la Lega), più vince, voce della geografia forte. Quello del Sud, più si rende riconoscibile come tale, più perde, perché espressione della geografia e della storia perdenti.
I leader meridionali, se vogliono essere “nazionali”, devono trascurare la loro origine e persino il proprio elettorato; quelli del Nord, se si fanno scoprire “nazionali” (ovvero disponibili a una distribuzione più equa di risorse, opere pubbliche, infrastrutture, diritti) diventano perdenti, perché visti estranei al proprio territorio. Paradossalmente, vedi il caso Lega e le felpe di Salvini, più ti dici a favore del solo Nord, più sei “nazionale”.
Guardate Nichi Vendola: con lui guida di un partito nazionale e presidente della sua Regione, la Puglia fu l’unica del Sud a non protestare per l’esclusione dai programmi di Letteratura di liceo del Novecento, degli autori e poeti meridionali, pur se premiati con il Nobel; e mentre il presidente dell’Emilia Romagna e della Conferenza delle Regioni affianca i secessionisti con scasso lombardo-veneti (ma noi siamo diversi…, dice. Pozz’essere cecato chi nun ce crede) e i consiglieri regionali Pd di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna non si vergognano di fare un documento congiunto per chiedere al partito di aiutare Salvini a fottere il Sud, con l’Auronomia differenziata (più soldi e diritti ai ricchi, ‘sta ceppa ai poveri. Ma ceppa solidale e di sinistra!), al Sud, dirigenti Pd e presidenti di Regione tacciono, cincischiano, si accodano da parenti poveri su uno strapuntino (tu prendi 23 “competenze”? Io un paio…) e sempre “in risposta”, non sgarbata, si capisce, metti che se la piglino a male… E così per i rappresentanti meridionali degli altri partiti. Mai che l’azione parta da Sud! Solo quando la Regione Calabria vara una mozione duramente contro l’Autonomia si odono sparsi ruggiti di conigli.
Questo lo schema della politica in Italia.
Beh, lo schema è saltato: questo è successo. Un Sud fuori dagli apparati, ma consapevole e combattivo, denuncia il tentativo delle Regioni ricche di collegare le risorse per i “diritti uguali per tutti” al gettito fiscale dei territori, e creare cittadini di serie A e di serie B: proteste in piazza Montecitorio; gazebo e volantinaggi, specie della attivissima pattuglia di Agenda Sud Calabria, degli infaticabili “formiconi” lucani; centinaia di pagine dei meridionalisti rilanciano i documenti tenuti segreti; articoli di Gianfranco Viesti, Marco Esposito, Raffaele Vescera, miei; i parlamentari (quasi tutti cinquestelle, ma non solo; quasi tutti del Sud, ma non solo) che vengono a conoscenza delle trappole nei documenti non divulgati si informano, studiano, chiedono spiegazioni e chi ha coerenza e coraggio, e ce ne sono, per fortuna, decide di conseguenza; tante conferenze con loro e ovunque, e dei dirigenti della Svimez; distribuzione di dossier, tabelle, dati; le partecipazioni, rare ma efficaci, a trasmissioni tv e radio… Alla fine, la cosa è passata, ci si è resi conto che si stava facendo un golpe sottotraccia, spudoratamente dicendo che “non cambia niente” e che soltanto “si evitano gli sprechi e si premia l’efficienza”; e invece si svuota la cassa, portando via i 9/10 delle tasse e lasciando ai fessi il debito.
Il primo risultato fu che il consiglio dei ministri del 22 ottobre 2018 che doveva dare l’ok saltò; sotto Natale provarono a vedere se passava fra una renna e un panettone, ma non ci riuscirono e si dettero appuntamento al 15 gennaio, per trovare l’accordo e far partire la rapina il 15 febbraio. Ma, ormai, l’inganno era sotto gli occhi di tutti. L’appello con Gianfranco Viesti primo firmatario è ormai oltre le 50mila firme; aderiscono interi sindacati, ordini professionali. Se il governo portasse al Senato l’accordo con le Regioni secessioniste, non avrebbe la maggioranza. Non tutti antepongono un interesse politico immediato a un principio universale. E dovremo ricordare i loro nomi.
Questo mette in crisi i rapporti fra le correnti nella Lega ed è scontro fra Zaia e Salvini; accade lo stesso nel Pd fra quelli del Nord e del Sud; mette gli alleati gialloverdi in una situazione difficile da reggere e non si sa come possa andare a finire; induce a rinviare tutto a dopo le elezioni europee; consiglia ai vertici cinquestelle di prestare maggior attenzione a richieste e sentimenti della loro base elettorale, che è al Sud.
La Questione nazionale, oggi, è meridionale. E su questo si gioca tutto: dal governo al futuro del Paese, a come sarà e persino se ancora sarà. Un risultato inimmaginabile se avessimo pensato alla sproporzione di poteri e mezzi di influenza; se non avessimo obbedito al comandamento che deve guidare ogni azione umana: fa’ quel che devi, accada quel che può. La partita non è certo chiusa, e questo è già un successo incredibile, né il risultato è scontato. Ma chi pensava di aver già vinto, in forza delle sue armi potenti si accorge con stupore che il Sud c’è, sa di avere buone ragioni, sa farle valere. Ed è maledettamente bravo con la fionda…

Pino Aprile

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Va bene la Via della Seta. Ma non come la vuole Pechino

Posted by on Mar 16, 2019

Va bene la Via della Seta. Ma non come la vuole Pechino

La Via della Seta sta tornando e suscita polemiche molto aspre. Il premier Giuseppe Conte ha annunciato l’adesione dell’Italia alla Belt and Road Initiative, la base per l’ampliamento della nuova Via della Seta. La scelta ha provocato molte critiche. Ne parliamo con Robi Ronza, che già nel 1984 scriveva La nuova via della seta.

La Via della Seta sta tornando e suscita polemiche politiche molto aspre. In modo ancora informale, il premier Giuseppe Conte ha annunciato l’adesione dell’Italia alla Belt and Road Initiative (BRI), la base per l’ampliamento della nuova Via della Seta, che dovrebbe aumentare i collegamenti commerciali, per terra e per mare, fra la Cina e l’Europa.

L’Italia sarebbe il primo paese del G7 ad aderire. E questo solleva molte perplessità negli alleati statunitensi, che temono che l’Italia diventi la porta attraverso cui la Cina possa entrare in Europa da potenza rivale. E nei partner europei, che in questo periodo stanno alzando la guardia nei confronti di Pechino. Per Robi Ronza, giornalista, scrittore ed esperto di affari internazionali che auspicava una nuova Via della Seta in tempi non sospetti (è autore de La nuova via della seta, Jaca Book, 1984), la sua riapertura è, in sé, un bene. Ma «non come ce la sta proponendo la Cina». La Nuova Bussola Quotidiana lo ha contattato telefonicamente, per un approfondimento.

Qual è l’importanza della nuova Via della Seta?
La riapertura della Via della Seta è senza dubbio una svolta di importanza epocale: chiude un’epoca iniziata nel XV Secolo, quando Spagna e Portogallo, anche sul traino della scoperta dell’America, riuscirono con successo a spostare i grandi itinerari commerciali a lunga distanza dalla terra ferma agli oceani.

Eppure l’adesione dell’Italia (per ora solo annunciata) alla BRI, sta sollevando molte polemiche in Europa…
Quel che stanno proponendo a noi, è un asse complementare della nuova Via della Seta. L’asse principale, terrestre, ferroviario, collega Chongqing (Cina) a Duisburg (Germania). Anche la storica via della seta non era una strada unica, ma un fascio di itinerari. Negli itinerari di quella dei giorni nostri, uno degli itinerari è quello trans-Mediterraneo che approda in Italia. Ma quello principale è quello che va in Germania. Dal 2014 treni merci transcontinentali percorrono regolarmente in circa 13 giorni gli 11.179 chilometri che separano Chongqing da Duisburg passando attraverso le province cinesi dello Yunnan e del Xinjiang, quindi la Russia, la Bielorussia, la Polonia e infine la Germania. D’altro canto tra i Paesi fondatori dell’Asian Infrastructures Investment Bank, promossa dalla Cina per finanziare la gigantesca operazione, ci sono tre Stati membri del G7: non solo l’Italia ma anche la Germania e la Francia. A questa banca il nostro Paese aderì nel luglio 2016 per decisione del governo Renzi. La Germania ha tutelato i suoi interessi nazionali, senza alcun clamore, accaparrandosi il terminale dell’itinerario principale. Ora che la Cina tratta anche con altri paesi, la Germania contesta chi subentra nel mercato. I motivi mi sembrano intuibili facilmente.

Cosa contesta, però, al progetto attuale?
Se avessimo proposto noi, noi europei, una nuova Via della Seta negli anni ’90, avremmo tenuto conto maggiormente dei nostri interessi strategici. Invece abbiamo lasciato che fosse la Cina a prendere l’iniziativa. La Cina, rispetto ai nostri interessi, ha impostato la nuova rotta commerciale troppo a Nord rispetto all’Europa mediterranea e soprattutto saltando l’India. Occorre anche tener conto della visione del mondo che ha Pechino: la Cina è al centro e tutti gli altri ruotano attorno. La pace e lo sviluppo si fa con tutti, anche con la Cina, ma bisogna tener conto che Pechino ha questo altissimo concetto di sé nei rapporti internazionali. Quindi la nostra, nei suoi confronti deve essere un’interlocuzione forte, non remissiva. E invece, allo stato attuale delle cose, mi sembra che ci stiamo accostando ai cinesi in modo remissivo, soprattutto per scarsa preparazione delle nostre classi politiche.

C’è il rischio di diventare prede della Cina?
Non dobbiamo aver paura della Cina, basti pensare che, pur con tutta la sua crescita, il Pil pro capite cinese non si avvicina neppure ai livelli dei paesi europei. Non dobbiamo temere la Cina, dunque, non dobbiamo neppure odiarla: dobbiamo cogliere questa occasione per sviluppare dei rapporti equilibrati. La Cina non vuole rapporti equilibrati, siamo noi che dobbiamo insistere e ottenerli. Resto fiducioso: anche se si dovesse riprodurre, con tutte le differenze del caso, l’equivalente contemporaneo del confronto fra le piccole polis greche e l’Impero Persiano, io continuo a pensare che le polis greche se la caveranno.

Anche gli Usa contestano la scelta italiana. In un tweet, il National Security Council scrive che l’Italia è «un’importante economia globale e una grande destinazione per gli investimenti. Sostenere la BRI legittima l’approccio predatorio della Cina e non porterà alcun beneficio agli italiani». Cosa ne pensa?
Sta a noi dimostrare che non è così. Certamente noi scontiamo il fatto di non avere una politica estera, perché una decisione di questo genere andava negoziata e concordata con gli alleati. Non si può adottarla così, dalla sera alla mattina. L’idea che l’adesione eventuale dell’Italia possa compromettere i segreti della Nato, comunque, sembra un po’ esagerata. Prima di tutto perché i segreti della Nato non circolano. I principali segreti militari sono conservati negli Usa, non sono condivisi fra tutti gli alleati. Il prodotto più avanzato non viene mai condiviso.

Parliamo dell’India, perché è importante che venga reinserita nelle nuove rotte con l’Oriente?
Ho sempre sostenuto che l’India debba diventare il nostro principale interlocutore in Asia. Per due ragioni, economiche e culturali. Noi avremmo tutto l’interesse a sviluppare rapporti con l’India, perché mostra prospettive molto più interessanti rispetto alla Cina. Non è in crisi demografica, contrariamente all’altro gigante asiatico, e ha puntato tutto sullo sviluppo di un mercato interno. Questi due fattori rendono l’India un sistema economico più solido e con un futuro molto più promettente rispetto a quello della Cina. Da un punto di vista culturale, l’India ha un sistema giuridico molto più simile al nostro, anche per i due secoli passati sotto la dominazione britannica. Si possono stipulare contratti molto più facilmente che con aziende cinesi. L’India è una democrazia, la più grande democrazia del mondo. La Cina, al contrario, è il regime autoritario più grande del mondo. Credo che si debba sempre preferire una democrazia a un regime autoritario. Queste sono le ragioni per cui è importante sviluppare rapporti con l’India, come Italia e a nome di tutta l’Europa.

A proposito di aziende cinesi: nessuna di esse è realmente indipendente dallo Stato. Quando si parla di libero scambio con la Cina, quanto è realmente mercato e quanto, invece, è un rapporto politico?
In Cina, tutto è politico. È un sistema in cui non esiste l’autonomia contrattuale, in cui la stessa personalità giuridica delle imprese è imperfetta. Quando tratti con un’azienda cinese, in realtà, stai trattando con lo Stato cinese. Se anche l’impresa è genuinamente privata, se lo Stato ne ha bisogno la può incamerare in ogni momento. E lo Stato può annullare ogni contratto fra privati. Non a caso, tante imprese si stanno trasferendo dalla Cina al Vietnam. Non sto dicendo, con questo, che dobbiamo chiudere le porte alla Cina. Dico solo che, se dobbiamo scegliere un grande partner asiatico, dovremmo scegliere l’India. Cosa che non si sta facendo.

fonte http://lanuovabq.it/it/va-bene-la-via-della-seta-ma-non-come-la-vuole-pechino 

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Il fantasma di Totò avvistato a Napoli. Le apparizioni e quella profezia… su Napoli Capitale

Posted by on Mar 10, 2019

Il fantasma di Totò avvistato a Napoli. Le apparizioni e quella profezia… su Napoli Capitale

Il fantasma di Totò avvistato a Napoli da alcuni turisti. Io spettro del principe De Curtis, in una occasione, ha anche parlato lasciandosi andare ad una profezia.

Il fantasma di Totò si aggira per Napoli, precisamente a palazzo San Giacomo. Io «Sono il principe de’ Curtis. Questo è palazzo San Giacomo?». È il 12 settembre 2018 sono quasi le 22 e tre persone in piazza Municipio si trovano di fronte una figura vestita di grigio. Un giovane alto ed elegantissimo. «Lei è una controfigura di Totò?» replica sorridendo un turista, pensando di trovarsi davanti un figurante. Ma non ottiene alcuna risposta. Poi la figura, prima di allontanarsi e passare attraverso il muro all’interno del palazzo del Comune, si lascia andare ad una profezia: «La città sarà sempre più grande, la prima in Italia. Diventerà la capitale di un regno». Senza specificare se ci sarà un ritorno al borbonico Regno delle Due Sicilie o ai Savoia. E lasciando così dietro di sé una serie di inspiegabili dubbi.

Sono quattordici le persone, scrive il corriere del mezzogiorno, che negli ultimi cinque anni si sono trovate di fronte Totò. Una sola volta il principe ha parlato, lo scorso 12 settembre, da allora più nessuna parola

IL FANTASMA AL FUNERALE DI TOTÒ

«Totò è qui, in mezzo a noi». Ai funerali del principe de’ Curtis ci fu più di una persona che immaginò che il fantasma del morto se ne stesse bellamente al centro del corteo. Ci fu finanche chi si impressionò al punto da svenire. Ma il fantasma era un vivo. Si trattava di dell’attore Dino Valdi , «sosia» e controfigura di Totò in diversi film. A lui Franca Faldini donò, dopo le esequie, il vestito, le camicie, il gilet, le scarpe e una delle celebri bombette nere del principe.

LA SUPERSTIZIONE NEI FILM DI TOTÒ

Nei 97 film in cui ha recitato Totò sono tantissimi gli elementi che rimandano a superstizioni, jettature, fantasmi, aldilà, leggende, continenti scomparsi, extraterrestri e dischi volanti.

fonte https://napolipiu.com/il-fantasma-di-toto-avvistato-a-napoli-le-apparizioni-e-quella-profezia

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Lettera aperta di un tifoso del Napoli a Cristiano Ronaldo: “Hai perso una grande occasione, sei mediocre”

Posted by on Mar 7, 2019

Lettera aperta di un tifoso del Napoli a Cristiano Ronaldo: “Hai perso una grande occasione, sei mediocre”

Durissima accusa: “Non ce l’hai fatta, ti sei buttato, senza essere stato neanche sfiorato, tutti l’hanno visto e rivisto alla moviola (tranne l’arbitro)”.

Gira in queste ore sui vari social e su WhatsApp, una lettera aperta di un tifoso del Napoli a Cristiano Ronaldo, asso portoghese della Juventus: “Caro Cristiano, sono un tifoso del Napoli ma nonostante l’esito dell’ultima partita, decisamente determinato dal tuo plateale tuffo e da tutto quello che ne é conseguito, non ti scrivo per insultarti nè tanto meno per dichiararti il mio odio. Certo non mi sei mai stato molto simpatico, ti ho sempre trovato troppo vanitoso, tronfio, presuntuoso al punto di sembrare arrogante e questo, nonostante i tuoi meriti ed i tanti trofei vinti, non si concilia molto con la mia idea di Campione e per niente con i valori con cui sono stato cresciuto e che intendo trasmettere a mia figlia. Ovviamente, inutile negarlo, adesso che giochi con “quelli li” mi sei ancora meno simpatico ma ripeto, non é questo il motivo per cui ti scrivo”.

Poi il tifoso ha aggiunto: “Il fatto é che adesso, dopo la partita dell’altro giorno, oltre la poca simpatia, io provo addirittura una sorta di compassione nei tuoi riguardi. Si ho detto proprio compassione, non so come si dica in portoghese ma spero che tu lo capisca. Non é assolutamente un insulto, é quel sentimento, quasi di tenerezza, che si ha nei confronti di persone che si ritrovano in uno stato umanamente penoso a causa dei propri comportamenti. Ma come? Un comune mortale come me, prova compassione per il grande, immenso Cristiano Ronaldo? Bello, bravo, ricco, famoso, vincitore di tutti i trofei possibili ed immaginabili. Come si può avere pena di un uomo cosí? Si può nel momento in cui ci si rende conto che anche uno come te, che ha avuto tutto, che ha vinto tutto, che é stato considerato più volte uno dei piú grandi giocatori del mondo é, in realtá, solo un piccolo omuncolo, proprio come tanti altri, specchio ed ostaggio di una societá in cui conta piú l’immagine dell’anima, piú l’avere che l’essere, piú vincere che dare il massimo. Si puó avere compassione di uno come te quando ti rendi conto che avevi l’opportunitá (e chi più di te) di dimostrare di essere davvero un campione, non solo nello sport ma anche nella vita, quando ti rendi conto che avevi la possibilitá (e chi più di te) di elevarti al di sopra delle becere rivalitá da tifoseria, al di sopra delle miserie degli omuncoli qualunque che devo ricorre ad espedienti, sotterfugi ed inganni per raggiungere i loro 15 minuti di gloria, perché tu non ne hai bisogno. Allora perché ti sei abbassato a questo livello? Perché non ti sei alzato da quel prato correndo verso l’arbitro con le braccia allargate dicendo: “Tutto ok, non mi ha toccato”. Non è una cosa così assurda, io l’ho fatto tante volte e l’ho visto fare centinaia di volte, sui campetti delle scuole, dove nn ci sono gli arbi tri ed a decidere se é fallo o meno é solo la propria coscienza ma l’ho visto fare anche nei centri sportivi, nei tornei minori e qualche volta anche in serie a. É un gesto normale, a qualcuno viene quasi spontaneo, senza nessuna conseguenza ed implicazione….ma fatto da uno come te, amplificato dalla tua fama, avrebbe avuto un valore immenso, un esempio di correttezza e fair play per tutti quei bambini e ragazzi che ti seguono, che ti apprezzano, che ti ammirano e che ti vedono come un modello di vita da seguire da emulare. E tu, caro Cristiano, saresti stato più di un campione sportivo, avresti avuto qualcosa che nn potrai mai avere soltanto facendo gol e vincendo trofei, avresti avuto l’onore del rispetto, non quello mercenario dei tuoi tifosi ma quello sincero degli avversari e del mondo intero. Caro Cristiano, hai perso una grande occasione….il tuo immenso ego sarebbe potuto essere finalmente soddisfatto incondizionatamente, saresti potuto essere un vero eroe, proprio come quelli della Marvel, quelli buoni, che combattono contro il male, avresti avuto le prime pagine, non dei giornaletti sportivi o di gossip ma dei quotidiani nazionali ed internazionali. Non sto esagerando, un po’ di comunicazione me ne intendo, mi occupo di media da oltre 20 anni. Giá immagino i titoli “Ronaldo campione del mondo di fair play” oppure ” Con Ronaldo in campo nn c’é bisogno del Var”…E sono sicuro che sarebbe andata proprio cosí, perché l’umanitá e piena di persone meschine e senza morale che inseguono ed ottengono il successo con ogni mezzo, nn fanno neanche più notizia, c’é invece davvero bisogno di esempi positivi, c’é immenso bisogno di credere che ci sia ancora una speranza anche per chi, nonostante tutto, crede ancora che il bene ed il buon senso, alla fine, abbiano il sopravvento sul male e l’ipocrisia.  Ed invece no, non ce l’hai fatta, ti sei buttato, senza essere stato neanche sfiorato, tutti l’hanno visto e rivisto alla moviola (tranne l’ar itro) ti abbiamo guardato, tutti ti hanno guardato, sconcertati ed increduli, mentre ti contorcevi e piagnucolavi steso sul prato del San Paolo, come un qualsiasi altro mediocre giocatore dimostrando cosí, al mondo, di essere anche tu un comune, misero, essere umano, di quelli che hanno bisogno di ricorrere ai mezzucci ai sotterfugi, un qualsiasi omuncolo con pochi valori e senza dignità”.

fonte read:https://www.areanapoli.it/campionato/lettera-aperta-di-un-tifoso-del-napoli-a-cristiano-ronaldo-hai-perso-una-grande-occasione-sei-mediocre_316024.html

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Due Sicilie: chi difende il busto di Cialdini

Posted by on Mar 5, 2019

Due Sicilie: chi difende il busto di Cialdini

Con una intera pagina messa a disposizione dall’edizione di Napoli del quotidiano “la Repubblica” (23.2.2019), il presidente della Società Napoletana di Storia Patria, Renata De Lorenzo e diverse associazioni di docenti universitari di Storia attaccano la Camera di Commercio di Napoli per la decisione di spostare il busto del generale piemontese Enrico Cialdini (1811-1892), responsabile del bombardamento di Gaeta durante l’assedio del 1860-61, dei massacri di Pontelandolfo e Casalduni (14 Agosto 1861) e di migliaia di fucilazioni, saccheggi e distruzioni di paesi del Sud durante la repressione dell’insurrezione definita brigantaggio successiva all’unificazione.

Il salone di rappresentanza dell’Ente, nel Palazzo della Borsa, ospita un grande busto in marmo di Cialdini, che la Giunta della Camera di Commercio, su proposta del vicepresidente vicario Fabrizio Luongo, ha deciso all’unanimità di spostare in altro luogo. “A noi piacerebbe  – ha detto Fabrizio Luongosostituirlo col volto di Angelina Romano, bimba di 9 anni che Cialdini fece fucilare” (“la Repubblica-Napoli”, 23.2.2019).

Diverse città del Sud tra le quali Palermo, Catania, Barletta e Lametia Terme, hanno cambiato negli anni scorsi la denominazione di strade e piazze intitolate all’autore delle stragi di civili meridionali. Anche Mestre ha deciso di cambiare il nome del piazzale che porta il nome del generale piemontese, mentre Vicenza ha cambiato la denominazione della piazza intitolata al colonnello vicentino Pier Eleonoro Negri, luogotenente di Cialdini che guidò i bersaglieri nella strage di Pontelandolfo, e l’ha ridenominata Piazza Pontelandolfo.

A Napoli, invece il tentativo di spostare un simbolo della violenza con la quale l’unificazione fu imposta all’ex Regno delle Due Sicilie provoca la mobilitazione della stampa radical-chic, delle vestali del Risorgimento, di giornalisti e docenti dietro i quali si muovono i poteri forti che presidiano la narrazione mitica dell’unificazione.

Secondo la De Lorenzoi comportamenti dei Gruppi dirigenti locali” sono da “contestualizzare in base ad una valutazione del clima complessivo che dettò scelte a suo tempo condivise”.

Gli atti di Cialdini e dei suoi uomini, quindi, non andrebbero valutati per il loro contenuto oggettivo (il massacro di inermi, donne, bambini) ma giustificati dall’ideologia dominante (il liberalismo risorgimentale) e dal consenso politico che esso raccoglieva tra i “gruppi dirigenti”.

Per la De Lorenzo, peraltro, i massacri di Pontelandolfo e Casalduni sono solo “presunti eccidi”, anche se perfino il socialista Giuliano Amato, presidente del Comitato per le celebrazioni per i 150 anni dell’unificazione, chiese ufficialmente scusa, a nome dello Stato italiano, ai discendenti delle vittime dei massacri.

Il presidente della Società Napoletana di Storia Patria, il cui metodo di ricerca storica è lo stesso degli autori delle fiction televisive, aggiunge che “la repressione del brigantaggio ebbe manifestazioni crudeli da entrambe le parti in lotta (…) con episodi di cannibalismo [sic!] e altre aberrazioni” da parte di questi ultimi, e mette sullo stesso piano “la distruzione del villaggio di Bosco”, ordinata dopo i moti liberali del 1828 dal Governo Borbonico, che avvenne – come scrive il liberale Luigi Settembrini – quando il villaggio era “già vuoto di abitanti”, e le stragi di civili inermi compiute dai piemontesi, per concludere che è su questa base che “la Società Napoletana di Storia Patria si è espressa contro una visione del passato che stravolge gli spazi e il loro portato simbolico, disancorandoli dalle motivazioni che le hanno plasmate.

Torna il concetto che “la motivazione” può giustificare un atto, indipendentemente dal suo contenuto. Con la stessa logica (la tesi dell’“accerchiamento delle potenze capitalistiche”) sono stati giustificate dai comunisti le epurazioni di massa di Stalin, lo sterminio dei kulaki, i Gulag sovietici… Quanto al “portato simbolico”, bisogna effettivamente chiedersi, se i contadini arsi vivi insieme alle loro donne ed ai bambini, nel Beneventano, non siano il simbolo migliore dell’unificazione italiana.

Contro lo spostamento del busto di Cialdini, la De Lorenzo ha promosso anche un appello di docenti universitari di Storia, ospitato senza alcuna replica da “la Repubblica-Napoli” (23.2.2019).

Negli ultimi anni – scrivono i docenti universitari – si sono moltiplicati i segnali di una certa conflittualità nella produzione di memorie collettive “ e citano “l’istituzione di una giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia. Quanto alla decisione della Camera di Commercio di spostare il busto di Cialdini, si tratterebbe di un episodio di “bonifica storica.

Le “memorie collettive” si producono, secondo questi docenti di Storia, e “negli ultimi anni” la loro “produzione“ sarebbe diventata “conflittuale. Forse vogliono dire che una nuova generazione di studiosi, in gran parte non accademici, ha cominciato, sulla base di fatti e documenti storici e non di costruzioni ideologiche, a mettere in discussione il “rito antico ed accettato” del Risorgimento del quale sono i guardiani.

Renata De Lorenzo è un’allieva del prof. Alfonso Scirocco (1924-2009), titolare della cattedra di Storia del Risorgimento all’Università Federico II, poi collaboratrice di Giuseppe Galasso. Il suo libro su Murat, personaggio del quale il presidente di Storia Patria è un’ammiratrice, è stato presentato in anteprima a Roma, l’8 luglio 2011, nella sede del Grande Oriente d’Italia, nel corso di una serata conclusa dal “Gran MaestroGustavo Raffi.

Le cattedre di “Storia del Risorgimento” furono create nelle Università italiane per costruire la memoria storica di un evento che vide come protagonisti gruppi ristrettissimi in ciascuno degli Stati pre-unitari dell’Italia. Un bilancio della loro attività può essere fatto guardando alla produzione. In occasione dei 150 anni dell’unificazione (2011), dalla parte risorgimentalista non è stato prodotto nessun contributo scientifico di rilievo, mentre la divulgazione ha sfornato biografie di personaggi risorgimentali firmate da giornalisti e compilatori, saccheggiando la bibliografia già esistente, mentre gli studiosi critici del Risorgimento hanno prodotto contributi originali corredati da documenti. Basti citare gli studi di Antonella Grippo, Angela Pellicciari, Gennaro De Crescenzo.

Ma perché i cultori della leggenda risorgimentale non producono nulla di serio? Perché se ci si mettesse a studiare davvero che cosa fu quello che è stato definito Risorgimento, emergerebbero non solo le stragi, di meridionali di cui Pontelandolofo e Casalduni sono solo un esempio, ma anche la totale mancanza di legittimazione dei suoi “gruppi dirigenti. Come si svolsero i plebisciti, non solo nel Regno delle Due Sicilie, ma nel Granducato di Toscana, nelle Legazioni Pontificie, in Veneto? Da dove provenivano i “patrioti” e quali legami avevano con le sette, con potenze straniere come l’Inghilterra? Che ruolo ebbero la camorra e la mafia nella gestione dell’ordine pubblico a Napoli e nell’avanzata di Garibaldi in Sicilia?

A queste ed altre domande è pericoloso rispondere. Si incrinerebbe definitivamente la ricostruzione affabulatoria dell’unificazione italiana. Meglio continuare a difendere i busti di Cialdini e di altri “eroi” del Risorgimento come lui, per impedire che vengano trasferiti in appositi Musei storici con targhette che rechino scritto: “criminale di guerra. (LN132/19)

Lettera Napoletana

fonte http://www.editorialeilgiglio.it/due-sicilie-chi-difende-il-busto-di-cialdini/

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Trapani-Siracusa in 11 ore (e tre cambi): la folle situazione delle ferrovie al Sud

Posted by on Feb 28, 2019

Trapani-Siracusa in 11 ore (e tre cambi): la folle situazione delle ferrovie al Sud

È uscito il dossier che ogni anno fotografa la situazione dei treni in Italia e il quadro siciliano è semplicemente penoso ma c’è di peggio: all’orizzonte nessun cambiamento È un’Italia spaccata a metà, con nove Regioni e le due Province autonome in cui i passeggeri sono aumentati e 10 in cui sono diminuiti o rimasti invariati.

Drammatica resta la situazione del numero di coloro che viaggiano sui treni in Sicilia, dove si è passati da 50.300 a 37.600 (dal 2009 ad oggi), in una Regione con 5 milioni di abitanti e grandi spostamenti pendolari.

La situazione è stata fotografata, come ogni anno, dal rapporto “Pendolaria 2018(qui il dossier completo).

Al sud storicamente circolano meno treni, ma in questi anni sono diminuiti ancora per i tagli ai regionali e agli intercity.

Per fare un esempio, ogni giorno le corse dei treni regionali in tutta la Sicilia sono 428 contro le 2.396 della Lombardia.

Al Sud i treni sono più lenti, sia per problemi infrastrutturali sia perché circolano treni vecchi e non più adatti alla domanda di mobilità.
Muoversi da una città all’altra, su percorsi sia brevi che lunghi, obbliga a viaggi di ore e a dover scontare numerosi cambi obbligati anche solo per poche decine di chilometri di tragitto, mentre le coincidenze e i collegamenti intermodali rimangono un sogno.

Alcuni esempi? Ragusa e Palermo dove ormai solo tre collegamenti al giorno effettuano il percorso tutti con un cambio impiegando quasi 4 ore e mezza per arrivare a destinazione, in peggioramento rispetto alle 4 ore di due anni fa ed una situazione che rimane emblematica della condizione del trasporto ferroviario in questa regione.

Un caso estremo è quello per cui chi si sposta tra i due estremi dell’Isola ha solo tre possibilità per spostarsi da Siracusa a Trapani.

Il collegamento più “veloce” ci mette 11 ore e 10 minuti e con tre cambi.

Sono invece oltre 2,7 milioni coloro che ogni giorno prendono le metropolitane, presenti in sette città italiane (Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova, Brescia e Catania), una crescita di 44mila passeggeri al giorno rispetto all’anno precedente.

Questo aumento è dovuto alla costante e consistente crescita di utenti sulle linee di metro di Milano, ed in parte agli aumenti verificatisi a Catania dove, grazie ai prolungamenti la metropolitana raggiunge finalmente il centro cittadino.

«Ancora una volta il rapporto Pendolaria – dichiara il presidente di Legambiente Sicilia, Gianfranco Zanna –

fotografa una situazione drammatica».

«Solo due i dati positivi, l’arrivo di nuovi treni e la metro di Catania. Ancora poco – spiega – Mentre il resto dell’Italia viaggia su rotaia, in Sicilia continuiamo a mortificare pendolari, passeggeri e turisti. Se vogliamo davvero cambiare il nostro stile di vita occorre investire sulle ferrovie. Sempre più persone, infatti, preferirebbero il treno all’auto o al pullman, ma in Sicilia la strada è ancora tutta in salita».

fonte https://www.balarm.it/news/trapani-siracusa-in-11-ore-e-tre-cambi-la-folle-situazione-delle-ferrovie-al-sud-94190

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