Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

BANCA DEL MEZZOGIORNO INDENNIZZO BANCO DI NAPOLI

Posted by on Gen 10, 2019

BANCA DEL MEZZOGIORNO INDENNIZZO BANCO DI NAPOLI

“Nel Mezzogiorno manca oggi una Banca che promuova lo sviluppo del territorio e, come se non bastasse, i crediti oggi recuperati dal vecchio Banc…o di Napoli non vengono reinvestiti al Sud, ma sono impiegati per salvare le banche del Centro-Nord.

L’intervento sul Banco di Napoli e la Fondazione, Salvataggio e indennizzo
L’accesso al credito bancario è un fondamentale fattore per lo sviluppo di un territorio, tanto più se lo stesso sconta per ragioni storiche, economiche e sociali sedimentate nel tempo, un ritardo nel proprio sviluppo (v. lo studio di Daniele e Malanima 2011).

A Napoli e nel Mezzogiorno vi era, come noto, un antichissimo Istituto bancario (sulla cui storia v. De Marco 2001), che operava di fatto come quella tanto anelata “Banca del Mezzogiorno” (su cui v. Marotta 2009), raccogliendo con una rete capillare di sportelli, presenti in tutt’Italia, ma soprattutto in Campania e nel Sud, risparmi che erano alla base di erogazioni di crediti alle famiglie e imprese operanti nel territorio. Un risparmio raccolto e investito al Sud in una Banca profondamente radicata in un territorio, che ne esprimeva i vertici e ne raccoglieva i principali interventi.

Non è questa la sede per ripercorrere, in modo analitico, le ragioni che segnarono il destino del Banco di Napoli, anche se invero, da subito, vi fu chi vide i pericoli di una logica sostanzialmente espropriativa della principale banca del Sud.

Gustavo Minervini, da Presidente della Fondazione Banco di Napoli, detentrice del pacchetto di controllo del Banco stesso, si batté affinché fosse tutelata la Fondazione e gli altri azionisti e determinato il valore di avviamento. Come noto, invece, nel 1996, si procedette ad azzerare il capitale sociale, e a ricapitalizzare il Banco, senza riconoscere alcun corrispettivo relativo al diritto di opzione dei vecchi soci tra cui la Fondazione Banco di Napoli.

Un azzeramento del capitale sociale e una ricapitalizzazione senza diritto di opzione per i vecchi soci possono essere letti come una sostanziale “spoliazione” anche dell’eventuale valore economico residuale delle vecchie azioni, valore del tutto annullato per effetto dell’operazione, senza alcun riconoscimento neanche del valore dell’avviamento. Il Tesoro, in teoria, avrebbe dovuto quantificare – operazione certo di complicata realizzazione – il valore dei diritti di opzione versandone l’ammontare ai soci che ne venivano privati per legge. E che un qualche valore di tale diritto vi fosse già all’epoca è un dato di fatto, se si considera che i soci avrebbero potuto monetizzare immediatamente tale valore, proprio vendendo il loro diritto di opzione.

A ciò si aggiunga che il Banco di Napoli fu ceduto alla Banca Nazionale del Lavoro per un prezzo irrisorio che ha successivamente generato un esorbitante plusvalore nella successiva vendita del Banco di Napoli a San Paolo IMI. In definitiva, la Fondazione è stata obbligata ex lege a cedere “un capitale di sua proprietà per 61 miliardi di lire che… si è moltiplicato prodigiosamente per sessanta volte dopo essere divenuto di proprietà di BNL” (Capelli, 31 s.). Si può dunque sostenere che, in definitiva, il salvataggio e la successiva privatizzazione della banca Nazionale del Lavoro avvennero con il valore reale del Banco di Napoli realizzandosi, di fatto, una “forma occulta di aiuto di Stato alla BNL” (Rispoli Farina, 7)

Il “credito difficile” del Banco e la Società per la gestione di attività (SGA)
Di fronte al “credito difficile” del Banco (Giannola 2002), considerato lo stesso incerto nella sua consistenza ed eventuale ammontare, fu previsto nel decreto legge n. 497/1996, recante “disposizioni urgenti per il risanamento, la ristrutturazione e la privatizzazione del Banco di Napoli”, convertito con modificazioni dalla Legge 19 novembre 1996, n. 588, che il calcolo di tale “corrispettivo”, comunque previsto, fosse però rinviato all’esito finale dell’operazione di “salvataggio”.

In tal senso, proprio a “ristoro” del potenziale pregiudizio patito dai vecchi soci, l’articolo 2, co. 1 del decreto legge, prevede che sia “riconosciuta una somma” quale sostanziale ed eventuale corrispettivo, e quindi sorta di “indennizzo”, per il caso in cui le azioni, il patrimonio sociale del Banco avessero avuto un valore economico all’epoca in cui si era proceduto all’azzeramento del capitale sociale da parte del legislatore.

Non vi è dubbio che le operazioni necessarie per la determinazione di tale somma siano quanto mai complesse anche solo sul piano dell’interpretazione da dare ai parametri e criteri di determinazione dell’indennizzo a favore degli ex azionisti del Banco di Napoli previsto dai commi 1 e 2 dell’articolo 2 del D.L. n. 497/1996.

La questione è resa ulteriormente complessa dal fatto che i crediti “deteriorati” del Banco furono acquisiti a valore di bilancio e pro soluto dalla costituita Società per la gestione di attività (SGA), quale bad bank, con prezzo finanziato dallo stesso Banco. E, in caso di eventuali minusvalenze, il Banco si impegnava a ripianare le perdite della SGA.

Si è trattato allora in definitiva di un finanziamento a fondo perduto, ma con un meccanismo di compensazione, in quanto le perdite del Banco erano coperte dal Tesoro con proventi delle dismissioni delle azioni del Banco stesso nonché dalla Banca d’Italia mediante anticipazioni agevolate (art. 3, co. 6 e art. 6, co. 2). A bene vedere, in tal modo è stato predisposto un ulteriore strumento di garanzia a favore dei futuri acquirenti del Banco di Napoli che sarebbero stati sollevati dalle ulteriori eventuali perdite generate dall’attività della SGA.

Peraltro, nei rapporti tra Tesoro e Fondazione, i proventi della cessione delle azioni sono vincolati alla copertura delle perdite future del Banco di Napoli conseguenti all’attività di liquidazione della SGA nonché proprio all’indennizzo dei vecchi soci, tra cui in primis la Fondazione, ai sensi del citato art. 2.

L’attività della SGA è stata dunque fondamentale ai fini della concreta quantificazione di perdite o utili risultanti dal completamento delle operazioni di recupero dei crediti del Banco. L’attività della SGA si è sostanziata nel trattamento di crediti spesso deteriorati, che richiedono, per definizione, una serie di attività anche relative a più che probabili attività giudiziarie. Rispetto a una tale attività è quasi inevitabile che le spese più alte si concentrino nella prima fase in cui si devono predisporre strutture e impostare le relative azioni; mentre soltanto all’esito di tali azioni si potranno produrre, nei tempi necessari, eventuali utili d’impresa.

La formula dell’indennizzo
La funzione dell’indennizzo previsto dal legislatore è, come detto, quella di riconoscere una forma di “ristoro” per gli originari azionisti proprio per il caso in cui, all’esito delle attività della SGA, emerga il valore economico del capitale sociale allora azzerato per procedere al cosiddetto “salvataggio”, nella forma normativa di un “risanamento, ristrutturazione e privatizzazione” del Banco di Napoli.

Sull’indennizzo, l’articolo 2 co. 1 del richiamato decreto legge, reca più precisamente una disposizione dal seguente complesso tenore:

“…il corrispettivo che il Tesoro pagherà per l’acquisto delle azioni e dei diritti di cui al comma 4 dell’articolo 1 sarà determinato, secondo criteri stabiliti con decreto del Ministro del Tesoro, sulla base del prezzo realizzato a seguito della dismissione di cui all’articolo 5, aumentato degli eventuali utili di bilancio complessivamente realizzati dalle società cessionarie di cui all’articolo 3, comma 6, che sono attribuiti al Tesoro, e ridotto degli eventuali oneri per la copertura delle perdite del Banco nei cinque esercizi successivi a quello in cui avviene l’aumento di capitale conseguenti agli interventi a favore delle società cessionarie di cui all’articolo 3, comma 6 e dell’ammontare del capitale conferito dal Tesoro ai sensi del presente decreto, aumentato degli interessi calcolati al prime rate ABI”.

Dunque, la formula che individua parametri e criteri per un tale indennizzo è necessariamente articolata e tiene conto schematicamente:

del prezzo di dismissione (quel che ha ottenuto il Tesoro dalle due tranche della vendita alla BNL prima e a Intesa-SanPaolo poi),
maggiorato degli utili della SGA attribuiti al Tesoro (ciò che la SGA ha recuperato delle vecchie attività del Banco Napoli),
sottratto l’aumento del capitale del Tesoro rivalutato (la ricapitalizzazione), tolti gli “eventuali oneri per la copertura delle perdite del Banco nei cinque esercizi successivi”, che siano stati effettivamente versati dal Tesoro.
Come evidente, la concreta determinazione dell’ultimo essenziale sottraendo (“ridotto degli eventuali oneri per la copertura delle perdite del Banco nei cinque esercizi successivi a quello in cui avviene l’aumento di capitale conseguenti agli interventi a favore delle società cessionarie di cui all’articolo 3, comma 6 e dell’ammontare del capitale conferito dal Tesoro ai sensi del presente decreto, aumentato degli interessi”) indica l’esigenza di considerare e quantificare tutti gli effettivi oneri sopportati, per la copertura delle perdite del Banco.

Considerazioni conclusive: l’indennizzo come cartina al tornasole del “salvataggio” del Banco di Napoli
L’indennizzo della Fondazione, per la ratio della norma e lo stesso tenore letterale della disposizione su riportata, va in definitiva equiparato al saldo attivo, quale sostanziale plusvalenza ricavata dal Tesoro tramite la vendita delle azioni e l’effettiva realizzazione, al netto di tutti i costi, dei crediti scaturenti dalle vecchie attività del Banco effettivamente monetizzate attraverso la SGA.

In conclusione, non vi è dubbio che, nella determinazione del saldo finale, occorra tener conto del valore di tutti gli interventi sopportati dal Tesoro. Così come non vi può essere neppure ragionevole dubbio della necessità di non limitare la valutazione degli utili ai soli cinque anni di esercizio, in cui non vi era, in sostanza, alcuna concreta possibilità di realizzazione dei crediti in sofferenza.

Ragionare diversamente, e in particolare limitare la valutazione degli utili ai soli cinque anni di esercizio, in cui non vi era alcuna concreta possibilità di realizzazione dei crediti in sofferenza, priva in sostanza di ogni funzione e significato il riconoscimento quale “corrispettivo”, di cui alla citata disposizione, e offre, peraltro, anche sul piano politico, argomenti importanti per letture “altre” dell’intervento all’epoca svolto in favore e non contro il Banco di Napoli.

Perché delle due l’una: o i crediti erano davvero così fortemente deteriorati da rendere giustificato l’intervento del Governo e, quindi, tali utili non potevano che maturare anche dopo il termine indicato. Oppure tali crediti non erano così deteriorati ed altre strade potevano essere percorse per “salvare” davvero il Banco di Napoli.

Peraltro, sostenere un sostanziale azzeramento di ogni forma di ristoro, pur a fronte di utili effettivamente conseguiti oltre il quinquennio, si tradurrebbe invero in un ingiustificato arricchimento (Capelli) da parte degli acquirenti e in un corrispondente svantaggio patrimoniale a carico della Fondazione del pari sfornito di qualsivoglia giustificazione causale.

Ristorare i soci, a partire dalla Fondazione Banco di Napoli, una volta accertato il saldo attivo della SGA si pone come un fatto politicamente doveroso, oltre che giuridicamente fondato.

Appare, dunque, necessario addivenire a un’esatta e trasparente quantificazione dell’indennizzo spettante ai vecchi azionisti e, in primis, alla Fondazione Banco di Napoli. La complessità delle operazioni da porre in essere per un tale “conteggio” e alcuni dubbi interpretativi, specie sull’ultimo sottraendo, costituiscono un ennesimo banco di prova della volontà del Governo nei confronti del Mezzogiorno.

Si tratta di una decisione che consente, pur nello scenario mutato, di poter leggere ex post la complessa operazione svolta nel 1996 come un’operazione di effettivo “salvataggio” di un Istituto di credito in difficoltà, mediante azzeramento del capitale e privatizzazione per una sua ristrutturazione nel rispetto dei limiti del diritto europeo all’epoca vigente.

Altrimenti troveranno nuova linfa le letture di una presunta volontà “espropriativa” della principale banca del Sud, che ha consentito con il suo sacrificio, di “salvare” una banca italiana come la Banca Nazionale del Lavoro.

Tali letture risultano peraltro ancor più motivate ove si consideri che gli utili maturati in seno alla Società per la Gestione di Attività (SGA) sono stati acquisiti dal Tesoro e destinati al fondo Atlante II.

In uno scenario in cui le ragioni del ritardo del Sud trovano ragione anche nelle maggiori difficoltà di accesso al credito, la vicenda che ha segnato le sorti del Banco di Napoli, e che ora riguarda la questione dell’indennizzo dei vecchi soci, a partire dalla Fondazione Banco di Napoli, che era detentrice del pacchetto di controllo del Banco, rappresentano una cartina di tornasole della scarsa considerazione politica del Mezzogiorno nel quadro delle politiche nazionali.

Dopo le modalità in cui il Banco di Napoli fu inizialmente acquisito dalla Banca Nazionale del Lavoro e poi rivenduto a San Paolo IMI, realizzando un enorme plusvalore che consentì il salvataggio di BNL, ci troviamo oggi nella situazione in cui gli utili della SGA, frutto dell’opera di recupero dei crediti del Banco di Napoli, vengono utilizzati dal Tesoro per intervenire nelle crisi di alcuni istituti bancari, MPS, banche venete, che nulla hanno a che vedere con il territorio in cui operò il Banco di Napoli, raccolse credito e operò a sostegno delle imprese e delle famiglie.

L’indennizzo alla Fondazione Banco Napoli che, ai sensi dello statuto, “persegue fini di interesse sociale e di promozione dello sviluppo economico e culturale nelle regioni meridionali”, è un’occasione non solo per ristorare i vecchi soci ma anche per restituire al Sud una parte della ricchezza che fu ad esso sottratta quando fu privato di quella grande banca del territorio, di cui ancora oggi si sente la necessità.

Se non si procederà nel senso indicato, risulterà confermata ancora una volta, pur nello storicamente mutato scenario, la caustica considerazione non di un meridionalista, ma del principale ideologo dell’allora Lega Nord, Gianfranco Miglio (L’asino di Buridano, 69) che ebbe a scrivere che «tutte le volte che iniziative economiche e finanziarie contrapponevano gli interessi del Mezzogiorno agricolo al Settentrione industriale, era sempre questo secondo ad essere privilegiato».

Bibliografia essenziale

Capelli, La “Fondazione del Banco di Napoli” può far valere il proprio diritto d’indennizzo nei confronti dello Stato, in M. Rispoli Farina (a cura di), Il caso Banco di Napoli. Riflessioni a vent’anni dal “salvataggio”, Atti del convegno, http://www.giurisprudenza.unina.it/…/Innovazione_Il_caso_Ba…

Daniele, P. Malanima, Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011, Rubbettino, 2011.

De Marco, Contributo alla storia del Banco di Napoli, Esi, 2001

Esposito, A. Falconio, Il declino del sistema bancario meridionale, Edizioni scientifiche italiane, 2007.

Giannola, Il credito difficile, ed. L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2002 (spec. cap. VI Il caso banco di Napoli).

Giannola, Giannola: «Il vecchio Banco Napoli, la Sga e quei diritti sul fondo Atlante», sul CorSera Economia, 11 agosto 2016

Giannola, SGA, MEF, vecchi azionisti L’ombra di Banco, “Venti anni dopo”, in Rapporto SVIMEZ 2017, il Mulino, Bologna.

Marchesano, Miracolo bad bank. La vera storia della Sga a 20 anni dal crack del Banco di Napoli, goWare, Firenze, 2016.

Marotta, Il Sud e “l’asino di Buridano” ovvero l’irrisolto dualismo economico italiano dalla “questione meridionale” alla “coesione territoriale”, in Quaderni di antropologia e scienze umane, 2015.

Marotta, La Banca del Mezzogiorno non risarcisce il Sud, in Economa e Politica, 2009 https://www.economiaepolitica.it/pri…/banca-del-mezzogiorno/

Miglio, L’asino di Buridano. Gli italiani alle prese con l’ultima occasione di cambiare il loro destino, Neri Pozza, Vicenza, 1999.

Rispoli Farina (a cura di), Il caso Banco di Napoli. Riflessioni a vent’anni dal “salvataggio”, Atti del convegno, http://www.giurisprudenza.unina.it/…/Innovazione_Il_caso_Ba…

Andrea Patroni Griffi

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Gilet gialli: una lettura alla Piketty

Andrea Patroni Griffi
https://www.economiaepolitica.it/?p=9584 

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Gli affari del Grande Vaccinatore: è ora di vederci chiaro

Posted by on Gen 7, 2019

Gli affari del Grande Vaccinatore: è ora di vederci chiaro

In una intervista il dimissionario presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Gualtiero Ricciardi, accusa il ministro Salvini di posizioni antiscientifiche solo per aver sostenuto la libertà vaccinale, ma evita di raccontare i suoi legami con le case farmaceutiche produttrici di vaccini e con il Pd, che gettano un’ombra inquietante su certe politiche vaccinali e sugli affari che si muovono in questo mondo.

Negli scorsi giorni ha dovuto rispolverare la sua consumata esperienza di attore per spiegare le sue repentine dimissioni da presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Parliamo di Gualtiero Walter Ricciardi, medico, docente universitario, collaboratore di varie organizzazioni a carattere scientifico, e in gioventù attore. Prese parte infatti in ruoli minori a diversi film di ambientazione partenopea, dove il mattatore era il celebre Mario Merola, il re della sceneggiata napoletana. I titoli dei film dove recitò Ricciardi sono tutto un programma: Io sono mia, L’ultimo guappo, Il mammasantissima.

Ricciardi ha da tanti anni lasciato le scene e i set, ma se dovesse mettersi nuovamente davanti ad una macchina da presa il suo film dovrebbe intitolarsi Vaccinator. Ricciardi infatti negli anni scorsi è stato una sorta di braccio armato delle politiche sanitarie dei governi Renzi e Gentiloni. Fu chiamato ai vertici della Sanità italiana dal Ministro Lorenzin nel 2014, come Commissario Straordinario dell’Iss, per poi diventarne l’anno seguente presidente, sempre su indicazione della Lorenzin. Una scelta evidentemente di carattere non solo meritocratico, ma anche politico.

La politica Ricciardi l’aveva corteggiata a lungo: socio fondatore di Italia Futura di Montezemolo, si candida poi con Scelta Civica di Monti, ma resta fuori dal Parlamento. Viene recuperato dal PD, che come detto gli affida un ruolo cruciale, un ruolo di cui egli stesso ebbe a vantarsi nel settembre 2017 alla festa del Pd di Firenze, rivendicando la sua parte da protagonista nella legge che ha imposto dieci vaccini obbligatori. Per lui, per altro, ci volevano tredici vaccini obbligatori: avrebbe aggiunto anche lo pneumococco, oltre all’anti-meningococco B e C, contenuti nel decreto iniziale. E Ricciardi, in qualità di presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, ha partecipato anche al Piano nazionale sui vaccini, apripista della legge. Nonostante queste significative collaborazioni politiche, Ricciardi nell’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: «Guai se la politica interferisce con la scienza».

Già, perché ora lo scenario politico è cambiato, e a Ricciardi il Governo attuale proprio non va giù, ma con dei distinguo: «Malgrado il buon rapporto personale con la ministra della Salute Giulia Grillo, la collaborazione tra l’Istituto e l’attuale governo non è mai decollata. Al contrario, su molti argomenti alcuni suoi esponenti hanno sostenuto posizioni ascientifiche o francamente antiscientifiche». Quale sia il bersaglio del professore diventa sempre più esplicito nel proseguo dell’intervista: «È chiaro che quando un vicepresidente del Consiglio (MatteoSalvini, ndr) dice che per lui, da padre, i vaccini sono troppi, inutili e dannosi, questo non è solo un approccio ascientifico». Inoltre, prosegue l’ex attore, «Dire in continuazione che i migranti portano malattie è senza fondamento e mette in difficoltà le istanze tecniche, costrette a una specie di autocensura per non contraddire il livello politico».

Insomma, il motivo per cui Ricciardi si sarebbe dimesso è Salvini che vorrebbe la libertà vaccinale (come nella maggior parte dei Paesi Europei) e che dice che i migranti portano malattie. Lo scienziato, anziché dimostrare con fatti e prove che il Vice Premier ha torto, si stizzisce e se ne va sbattendo la porta. Dopo anni di collaborazione con esponenti politici, improvvisamente Ricciardi vuole che i politici stiano lontani dalla Sanità. Una affermazione quantomeno contraddittoria. D’altra parte, oltre a quelli politici ci sono in gioco ben altri interessi quando si parla di salute, e in particolare in quello che è stato il principale campo d’azione di Ricciardi, cioè i vaccini.

Sull’ex presidente dell’Iss sono da tempo in corso indagini per la valutazione dei suoi conflitti di interesse. E’ ormai da tempo accertato che ha fatto da consulente per le case farmaceutiche sui loro vaccini. Per un incarico assunto in Europa, Ricciardi dovette stilare la sua dichiarazione di interessi presso la Commissione europea in data 28 marzo 2013. Il documento rivela che l’ex presidente dell’Istituto Superiore di Sanità ebbe a stilare gli HTA (Health Technology Assessment), cioè la valutazione dell’impatto sulla salute, di una serie di vaccini per le case farmaceutiche. Quello che balza agli occhi è che l’ultimo vaccino per cui fece da consulente fu quello contro il Meningococco B, che è stato poi inserito nel Piano nazionale sui vaccini, nonostante il parere contrario di molti ricercatori dello stesso Istituto Superiore di Sanità. Fece da consulente, inoltre, per i vaccini contro il papilloma virus, che nell’ultimo piano vaccinale è stato inserito anche per i maschi. Come anche è stato inserito nel piano nazionale sui vaccini cui ha partecipato l’antipneumococcico, per cui lui è stato consulente per diverse aziende.

Ad inizio dicembre, i membri del gruppo di lavoro “Vaccino Veritas” hanno inviato al ministro della Salute Giulia Grillo unarichiesta di attivazione di una Commissione d’Inchiesta Ministeriale per «valutazione conflitti d’Interesse e omissione di peculiari informazioni a garanzia della tutela della Salute Pubblica, nonché dell’integrità, indipendenza e trasparenza della Pubblica Amministrazione» a carico di Ricciardi.

Il Codacons ha presentato una diffida urgente e pubblicato tutti i rapporti intercorsi tra Ricciardi e le aziende farmaceutiche produttrici di vaccini. L’eco di queste richieste di chiarimenti è arrivata fino in Inghilterra: il prestigioso British Medical Journal lo scorso  17 dicembre ha pubblicato un articolo dal titolo “Un alto dirigente della sanità pubblica italiana affronta le accuse di non aver reso pubblici i suoi rapporti con le case farmaceutiche”.

In realtà il professor Ricciardi queste accuse non le ha neppure menzionate nell’intervista al Corriere della Sera, e l’intervistatore si è ben guardato dal citarle. E’ molto più facile accusare il cattivissimo Salvini, reo di tutti i mali, compreso magari il volerci vedere chiaro nel grande affare delle vaccinazioni.

fonte http://lanuovabq.it/it/gli-affari-del-grande-vaccinatore-e-ora-di-vederci-chiaro

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Ziliani: “L’arbitro Gavillucci lo sa: la Serie A è razzista. L’incredibile caso di Sampdoria-Napoli”

Posted by on Gen 2, 2019

Ziliani: “L’arbitro Gavillucci lo sa: la Serie A è razzista. L’incredibile caso di Sampdoria-Napoli”

Il fenomeno del razzismo negli stadi italiani desta sempre più preoccupazione. Paolo Ziliani ne ha parlato in un interessante articolo.

Interessante articolo di Paolo Ziliani sul Fatto Quotidiano in merito a quanto sta succedendo nel calcio italiano: “Ventisei dicembre 2018, sei giorni fa: a San Siro si gioca Inter-Napoli, per tutta la partita i tifosi dell’Inter ululano all’indirizzo di Koulibaly e lo insultano, i giocatori del Napoli chiedono più volte all’arbitro di sospendere la partita come da regolamento ma Mazzoleni non li ascolta. Nel finale, Koulibaly applaude ironicamente l’arbitro che lo ammonisce per un fallo di gioco: Mazzoleni lo espelle, il giudice sportivo squalifica poi Koulibaly per 2 giornate. Quando si dice amministrare la giustizia come peggio e più diseducativamente non si potrebbe”.

Ziliani prosegue: “Già, l’educazione. Del caso Koulibaly si sentirà parlare ancora, vista l’importanza della ribalta; ma chi penserà al ragazzino quindicenne di origini senegalesi del Bibbiena che il mese scorso, durante Bibbiena-Arezzo Football Academy valida per il campionato allievi toscano, dopo essere stato fatto oggetto per tutta la partita di entrate cattive e insulti razzisti ha perso la testa, ha provato a farsi giustizia da solo, è stato espulso e poi squalificato per 5 giornate, il che significa 40 giorni senza giocare? Per chi non lo sapesse: in caso di cori o insulti razzisti o discriminatori, l’arbitro è tenuto a sospendere momentaneamente la partita; che verrà poi sospesa definitivamente in caso di reiterazione delle offese alla ripresa del match. Non lo fa nessuno. O meglio, qualcuno ci sarebbe anche. Come l’arbitro Claudio Gavillucci che il 13 maggio scorso, durante Sampdoria-Napoli, sentendo la Gradinata Sud della Sampdoria urlare a squarciagola “Oh Vesuvio, lavali col fuoco!” fece quel che ogni bravo arbitro deve fare: sospese la partita, chiese all’altoparlante un annuncio di diffida, costrinse il presidente della Samp, Ferrero, a catapultarsi in campo per cercare di tacitare i tifosi e poi fece riprendere il match; che il Napoli, per la cronaca, vinse 2-0. Ebbene, a distanza di sei mesi sapete che fine ha fatto Gavillucci? È stato dismesso dai quadri della Serie A (unico bocciato e “per motivate ragioni tecniche”, recita il provvedimento) a dispetto della sua ancor giovane età (39 anni) e delle 50 partite già arbitrate in Serie A; e il 3 dicembre scorso è stato designato per arbitrare una partita del campionato Giovanissimi della zona di Latina, Vis Sezze-Samagor. Gavillucci, che in realtà è stato punito per aver fatto una cosa che non doveva fare (sospendendo Samp-Napoli ha creato un precedente pericoloso: ogni settimana in Serie A ci sono partite che devono essere sospese per continui e odiosi episodi di razzismo) è in piena guerra di ricorsi e contro-ricorsi: vedremo come andrà a finire. Ma così è. In Inghilterra c’è Roman Abramovich, proprietario del Chelsea, che per un episodio a sfondo antisemita che ha visto per protagonista un tifoso dei Blues non ha esitato a ritirare la tessera al supporter impedendogli di rimettere piede, a vita, allo Stamford Bridge. Noi invece nuotiamo nella melma. Perchè se quando Balotelli gioca in nazionale (vedi Arabia Saudita-Italia del maggio scorso) sugli spalti leggiamo striscioni come “Il mio capitano è di sangue italiano”, dovremmo forse meravigliarci se nel campionato esordienti del Veneto, partita Pegolotte-Cartura (10 novembre 2018), il match viene sospeso per gli insulti razzisti dei genitori ospiti a un ragazzino di colore del Cartura? Genitori, abbiamo detto”.

fonte https://www.areanapoli.it/rassegna-stampa/ziliani-l-arbitro-gavillucci-lo-sa-la-serie-a-e-razzista-l-incredibile-caso-di-sampdoria-napoli_307545.html

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Razzismo, Agnelli twitta: “Juve esempio positivo secondo l’Unesco”. Ma Napoli non dimentica

Posted by on Dic 30, 2018

Razzismo, Agnelli twitta: “Juve esempio positivo secondo l’Unesco”. Ma Napoli non dimentica

Forgione scrisse all’Unesco per ricordare che il club bianconero presentò ricorso contro la chiusura della Curva per i cori contro i napoletani.

Sul suo account Twitter, il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, scrive, in inglese: “Boxing Day 2018 – Interesting read for everyone. Published in 2015 by the United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, and thereafter widely ignored by many!”. Tradotto, in riferimento alla giornata di Serie A del 26 dicembre (Boxing day): “Una lettura interessante per tutti. Pubblicato nel 2015 dall’Unesco e ampiamente ignorato da tanti”. 

Nel rapporto la Juventus, unica fra i grandi club italiani, viene citata 12 volte come esempio positivo nella lotta contro il razzismo e la discriminazione nel calcio, e viene ringraziata dall’Unesco per il suo supporto. 

MA NAPOLI NON DIMENTICA – Angelo Forgione, scrittore e giornalista, all’annuncio dell’Unesco di utilizzare la Juventus come simbolo dell’antirazzismo, prese ad ottobre scorso carta e penna e scrisse ai responsabili Unesco sottolineando che se la Juventus non intendeva arrestare i cori contro Napoli (il club bianconero fece ricorso dopo la chiusura della Curva dello Stadium per cori razzisti contro i napoletani), che almeno non si faccia paladino della battaglia contro i razzismi chi non lo è. 

Ecco la lettera che inviò Forgione:

Gentile Comitato UNESCO,

Gentile Direttrice Generale Audrey Azoulay,

Vi scrivo in merito alla Vostra partnership con lo Juventus Football Club in tema di lotta al razzismo negli stadi.

Recentemente, lo Juventus FC ha subito un turno di squalifica del settore dello stadio occupato dai gruppi di tifosi organizzati per cori di discriminazione territoriale nei confronti di Napoli durante la partita Juventus-Napoli del 29/09/18. Si tratta di cori che si ripetono continuamente un po’ in tutta l’Italia ma più ampiamente nell’impianto sportivo del club torinese, durante ogni partita, non solo quando è in campo il Napoli. I cori invocano tragiche eruzioni del Vesuvio e l’uso del sapone da parte del popolo napoletano, definito “coleroso”, mentre invece ha insegnato l’igiene personale all’Italia e anche oltre, come ci testimonia Miguel de Cervantes con la citazione del “pregiato sapone di Napoli” nel suo Don Chisciotte.

Al termine della partita Juventus-Napoli, l’allenatore bianconero, Massimiliano Allegri, ha risposto ai giornalisti di non aver sentito certi cori, invece ascoltati in modo nitido da tutti i telespettatori a casa. La dirigenza del club ha poi incaricato il suo avvocato, Luigi Chiappero, di presentare ricorso presso la Corte Sportiva Nazionale. Il legale ha definito il comportamento dei tifosi bianconeri “indifendibile”, ma ha contestato la sentenza perché certi cori sono tipici di tante tifoserie e non solo dei tifosi juventini, e infatti altre squalifiche sono state inflitte a diversi club in passato.

La Corte Sportiva Nazionale ha respinto il ricorso della Juventus e ha anche aggravato la sanzione: le gare da disputare con il settore interdetto sono passate a due.

Questo è il club che l’UNESCO ha abbracciato come partner nella lotta al razzismo nei stadi qualche anno fa, e che proprio ieri, sempre in tandem, ha lanciato il video “Football’s power to overcome discrimination” in occasione della campagna promossa da Fare (“Football Against Racism in Europe”), partner UEFA.

Dal sito della Juve, beffa delle beffe nella giornata della figuraccia, si legge che “la Juventus crede nel potere del calcio come strumento di lotta a ogni tipo di discriminazione, legata a sesso, razza, religione, disabilità, età, etnia, origine o status economico (…)”.

http://www.juventus.com/…/il-calcio-contro-la-discriminazio…

È questo lo stesso club che nell’autunno 2012 non ha preso le distanze dai alcuni suoi tifosi e da un giornalista della Rai che, all’esterno dello stadio torinese, prima di Juventus-Napoli, registravano un servizio televisivo in cui si diceva che i napoletani si riconoscono dalla puzza, come i cinesi (La Rai, poi, chiese scusa a tutti gli italiani).

www.youtube.com/watch?v=eagfgenZhtc

È lo stesso club che nell’autunno del 2015 ha presentato presso la Vostra sede di Parigi la ricerca “Colour? What Colour?” (https://www.youtube.com/watch?v=ZbR_4r7A2NY) in cui si legge che “la decisione più saggia sulla discriminazione territoriale consiste forse nel tollerare, temporaneamente, queste forme tradizionali di insulto catartico”.

Definire “catartico” un coro discriminatorio verso altri italiani è vergognoso, così come è vergognoso invitare a tollerarlo perché “tradizionale”.

pag. 73: http://www.juventus.com/…/native/csr/Report%20UNESCO_ita.pdf

Concludendo, Vi chiedo se l’UNESCO si sia reso conto che un club che è suo partner nella lotta al razzismo non contrasta il razzismo dei suoi tifosi verso altri italiani e piuttosto prova a nasconderlo. Questo club, Vostro partner nella lotta al razzismo, ha presentato ricorso contro una sanzione per razzismo e l’ha perso malamente. Questo club è ipocrita e non può essere esempio in tema di discriminazione, soprattutto perché in Italia i cori negli stadi contro i napoletani si ascoltano più di quelli contro i neri.

Vi chiedo infine se vi siete resi conto che una partnership con lo Juventus Football Club è imbarazzante per un’organizzazione mondiale che tutela l’educazione e la cultura.

Un club che finge di lottare contro il razzismo, che non ne prende le distanze, che finge di non sentire i cori contro Napoli, che ricorre contro le punizioni per discriminazione territoriale, che si nasconde dietro a una indegna abitudine diffusa, che è condannato per connessioni con tifosi legati alla ‘ndrangheta nell’ambito dell’inchiesta “Alto Piemonte”, non può essere partner dell’UNESCO.

Indignato, attendo una Vostra risposta quanto prima.

Cordiali saluti,

Angelo Forgione

Napoli

fonte https://www.areanapoli.it/interviste/razzismo-agnelli-twitta-juve-esempio-positivo-secondo-l-unesco-ma-napoli-non-dimentica_307279.html

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A proposito di “gilet gialli”

Posted by on Dic 16, 2018

A proposito di “gilet gialli”

Sono espressione della “pancia”, cosa necessaria ma non sufficiente. Una vera Insorgenza necessita infatti di ragioni ideali, nobili, che qui (ancora?) non si vedono.

Un caro amico ipotizza che i “gilet gialli” che stanno dilagando in Francia possano essere definiti una “insorgenza rivoluzionaria di massa”. Che cosa significa?L’Insorgenza è una categoria politica pensata dal fondatore di Alleanza Cattolica, Giovanni Cantoni, come chiave interpretativa di un fenomeno preciso: la maggioranza di un popolo che rifiuta una minoranza ideologica al potere (e pertanto ideocratica, oltre che ideologica).Il riferimento storico è alle reazioni popolari che si sono manifestate in Italia durante e quindi contro la dominazione napoleonica, a partire dal 1796 e fino alla sconfitta definitiva di quella prospettiva ideologico-ideocratica nel 1815. Quando le truppe rivoluzionarie francesi invasero e occuparono l’Italia (escluse le isole), si scontrarono con la fiera opposizione non del clero e dei nobili, che ancora rappresentavano per certi versi la classe dirigente, ma del popolo, che allora era certamente poco consapevole (nel senso di meno politicizzato), ma più fedele alle radici, cattoliche, della propria identità.L’Insorgenza ha investito tutta l’Europa. Famosa, in Francia, quella verificatasi nella “regione” nordoccidentale che gli specialisti chiamano «Vandea Militare», forse la madre di tutte le insorgenze, e famosa è anche, nata sempre in Francia, quella molto più recente e legata alle proteste popolari denominate “Manif pour tous” contro il “matrimonio per tutti”, ovvero il cosiddetto “matrimonio” LGBT. Queste insorgenze, come quelle legate alle elezioni del 18 aprile 1948 o alla “maggioranza silenziosa” del 1970 in Italia, avevano princìpi ispiratori molto identitari, benché siano avvenute all’interno di società già segnate dal pluralismo ideologico.La rivolta dei “gilet gialli” è invece un’altra cosa: per questo l’amico succitato la descrive come “insorgenza rivoluzionaria di massa”, cioè come una rivolta di una parte consistente del popolo che reagisce contro le scelte della élite al potere, non per difendere degli ideali, ma ascoltando la “propria pancia”, cioè i propri interessi materiali minacciati da una politica che non ne tiene conto.C’è qualcosa di buono in questa rivolta? Certamente sì. Ascoltare la “propria pancia” è un segnale di buon senso, nella misura in cui esprime il desiderio di difendere una condizione esistenziale, uno status minacciato da chi detiene il potere. Tuttavia, va approcciata per quello che è, non per quello che ci piacerebbe fosse. Si tratta appunto di un’“insorgenza rivoluzionaria”, cioè espressione di un’epoca come la nostra, egemonizzata dal relativismo e segnata dalla diffusione del rancore sociale e dal timore del “declassamento sociale”, se quanto scritto dal Censis per l’Italia vale anche, come credo, per la Francia.Anche per questo motivo in questa nuova rivolta francese si trova tutto e il contrario di tutto: striscioni con le tre date 1789, 1968, 2018, e accanto militanti di movimenti conservatori.Sarebbe quindi vano cercare in questa rivolta, come in altre simili che si potrebbero verificare anche in Italia, e che in parte sono alla base del sostegno dato dal popolo italiano allo “strano” governo giallo-verde che governa il nostro Paese, delle ragioni ideali simili a quelle che hanno spinto in piazza i sostenitori della “Manif pour tous” o delle Sentinelle in Piedi o dei Family Day.Le rivolte dei “gilet gialli”, e altre simili che appunto potrebbero scoppiare, vanno capite e affrontate realisticamente, cercando di convincere chi in qualche modo le rappresenta della necessità di allontanare i violenti (che normalmente sono anche i manifestanti più politicizzati) e cercando lentamente di fare capire, per quanto sia possibile, che in ogni uomo esiste qualcosa che va oltre la “pancia”, peraltro sempre importante.

Marco Invernizzi

fonte 

https://alleanzacattolica.org/a-proposito-di-gilet-gialli/

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