Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Una luce dall’Est: quei vescovi contro gender e porte aperte

Posted by on Ago 20, 2019

Una luce dall’Est: quei vescovi contro gender e porte aperte

Un vescovo polacco bersaglio delle “milizie” Lgbt, ma stavolta viene difeso da tutti i suoi confratelli: succede nell’ex blocco sovietico dove, dopo gli attacchi ricevuti dall’arcivescovo di Cracovia Jędraszewski, è arrivato il sostegno prima dei vescovi polacchi e poi di quelli di Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. La compattezza tra i vertici delle Chiese dell’Europa orientale, figli della dittatura comunista, è dettata dalla sensibilità rispetto ai pericoli di tendenze totalitarie nella società. Una lucidità, quella nel denunciare la dittatura gender e Lgbt, che si vede anche nella difesa della sovranità nazionale.

Le gerarchie cattoliche tornano a tuonare contro l’ideologia gender. Sono i vescovi dell’Europa orientale ad alzare la voce per ribadire la posizione tradizionale della Chiesa: il rifiuto di “ogni marchio di ingiusta discriminazione” non va confuso con un avallo al tentativo di stravolgere la morale sociale e delle relazioni. Questo è il ‘succo’ delle dichiarazioni rese nei giorni scorsi da alcuni tra i più autorevoli prelati dell’ex blocco sovietico schieratisi a supporto dell’arcivescovo di Cracovia.

Monsignor Marek Jędraszewski era finito al centro delle polemiche nelle scorse settimane, bersagliato sui social da attivisti e simpatizzanti della causa arcobaleno per aver sostenuto che la cultura Lgbt sarebbe “una minaccia per i valori e per la solidità sociale e familiare della nazione”. Una tempesta mediatica in cui però non è stato lasciato solo: il presidente della Conferenza episcopale polacca, infatti, ha lanciato un appello in suo supporto per difendere il diritto a criticare l’ideologia gender nel dibattito pubblico. Una ‘chiamata’ a cui hanno risposto i suoi omologhi di Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. I capi dei vescovi di questi Paesi non si sono tirati indietro ed hanno preso una posizione pubblica in difesa di monsignor Jedraszewki esprimendogli solidarietà per gli attacchi subiti in questi giorni.

Quest’ultimo caso dimostra ancora una volta la compattezza esistente tra i vertici delle Chiese dell’Europa orientale, dettata probabilmente dalla particolare sensibilità in merito ai pericoli che potrebbero derivare dall’affermazione di tendenze totalitarie nella società. Si tratta, infatti, per lo più di pastori temprati dagli anni comuni del comunismo. Un altro trait d’union si può individuare anche nell’atteggiamento meno entusiastico mostrato nei confronti dell’Unione Europea rispetto ad alcuni omologhi occidentali –  si pensi, ad esempio, a mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente del Comece, che prima delle ultime elezioni aveva pubblicato sul “La Civiltà Cattolica” una sorta di manifesto programmatico ‘europeista’ – con tanto di dichiarazioni che esprimevano inquietudine per quelle “decisioni sovranazionali che impongono, a volte in modo indiretto, soluzioni in contrasto alle costituzioni e culture dei singoli Paesi”.

La difesa della sovranità nazionale, dunque, per la maggior parte dei vescovi dei Paesi dell’Europa orientale non è un crimine, ma un diritto: lo ha dimostrato, ad esempio, mons. Andras Veres, vescovo di Győr e presidente della Conferenza episcopale ungherese, con una dichiarazione pubblica contro la condanna inflitta da Strasburgo al governo Orban, sanzionato – secondo quanto detto dal presule – per aver difeso gli interessi della sua nazione. Nel comunicato, il capo dei vescovi magiari aveva anche criticato la gestione dei flussi migratori voluta dalla governance di Bruxelles e invisa all’esecutivo di Budapest.

Una linea condivisa dal cardinale Dominik Duka, primate della Chiesa ceca, per il quale la causa della crisi migratoria conosciuta negli ultimi anni dal Vecchio Continente sarebbe da addebitare alla politica delle porte aperte voluta dalla Merkel e dall’Ue. Come il suo omologo ungherese, anche il porporato ceco non ha mancato di difendere la sua nazione dall’accusa di non essere abbastanza accogliente con i rifugiati, ricordando al tempo stesso che la soluzione migliore per il problema consisterebbe nell’aiutare questi popoli nella loro patria.

Nemmeno i vescovi polacchi sono mai stati sostenitori della causa delle “porte aperte” in termini di politiche migratorie: monsignor Tadeusz Pieronek, ex segretario della Conferenza episcopale nazionale, in rotta di collisione con l’indirizzo attuale dell’organismo, ha accusato la Chiesa polacca di appoggiare il governo conservatore “contrario all’accoglienza dei profughi e degli immigrati”. Un parere espresso due anni fa all’indomani di “Un Rosario al confine“, la riuscitissima iniziativa appoggiata anche dalla Conferenza episcopale polacca e organizzata per “implorare l’intercessione della Madre di Dio per salvare la Polonia e il mondo” dalla secolarizzazione, che fu presentata polemicamente dalla stampa mondiale come “manifestazione anti-migranti”.

Anche monsignor Stanislav Zvolensky, arcivescovo di Bratislava, non ha mai nascosto di nutrire perplessità sulla politica di accoglienza indiscriminata a cui Bruxelles vorrebbe condurre anche i Paesi del “Gruppo di Visegrad”. Per il capo dei vescovi slovacchi, esisterebbe il rischio che gli attuali flussi migratori verso l’Europa, considerando la consistente componente islamica, possano cambiare “radicalmente la nostra civiltà”. Per impedirlo, il presule ha detto di ritenere “legittimo chiedere informazioni sulla religione che professano queste persone e su quanto sia benefico per la nostra società” il loro arrivo.

Tutte posizioni, queste, che dimostrano l’esistenza di un ‘fronte comune’ tra i presuli di Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia e che, come visto in questi giorni davanti agli attacchi piovuti addosso all’arcivescovo di Cracovia, non riguarda solo le politiche migratorie ma tocca anche altri temi importanti, tra cui quello del contrasto dell’ideologia gender è ai primi posti, insieme alla difesa delle radici cristiane del Vecchio Continente e al sostegno alla vita e alla famiglia.

fonte http://lanuovabq.it/it/una-luce-dallest-quei-vescovi-contro-gender-e-porte-aperte

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Aborto fino alla nascita, la follia legale in 9 Stati Usa

Posted by on Ago 9, 2019

Aborto fino alla nascita, la follia legale in 9 Stati Usa

L’Illinois è divenuto il 9° Stato a stelle e strisce a consentire l’aborto per qualsiasi ragione in ogni momento della gravidanza, dichiarandolo un «diritto fondamentale». Del triste club fanno parte anche Alaska, Colorado, New Hampshire, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon e Vermont. Segno che se si mette in dubbio la sacralità della vita ogni tenebra diventa possibile. Ma i pro life non stanno a guardare.

L’ultimo in ordine di tempo è l’Illinois. Qui, il 12 giugno, il governatore Jay Robert Pritzker (nella foto), un democratico, ha firmato una legge che consente l’aborto per qualsiasi ragione in ogni momento della gravidanza e impone che tutti i piani assicurativi privati prevedano la copertura delle spese per ottenere un aborto. Il giorno prima era toccato al Vermont entrare nel club degli Stati federati americani che permettono, fino al momento della nascita, di uccidere i bambini nel grembo materno. Con la particolarità che in quest’altro caso a firmare la legge è stato un governatore repubblicano, Phil Scott, tra i pochi nel Grand Old Party a dichiararsi pro choice (“per la scelta”), il modo elegante inventato dagli abortisti a stelle e strisce per presentarsi al pubblico.

Il Vermont e l’Illinois fanno salire a nove il numero degli Stati appartenenti al club di cui sopra, che comprende pure Alaska, Colorado, New Hampshire, New Jersey, New Mexico, New York e Oregon, nonché Washington D.C., la capitale, che coincide amministrativamente con il Distretto di Columbia. L’eclatante legge sull’aborto fino alla nascita promulgata il 22 gennaio di quest’anno nello Stato di New York, con tanto di sorrisi del governatore Cuomo e compagni all’atto della firma finale, era in pratica la settima di questo tipo in ordine cronologico, come aveva allora ricostruito il Christian Post, basandosi peraltro su un quadro riepilogativo del Guttmacher Institute, un’organizzazione creata nel 1968 per espandere l’accesso all’aborto e alla contraccezione, quindi non certo tacciabile – pensiamo ai media liberal che si fidano solo di fonti liberal – di ‘partigianeria’ pro vita.

L’assenza di limiti legali in questi nove Stati mostra insomma che l’aborto fino alla nascita (ottenibile anche in altri Stati, “grazie” alle solite eccezioni) è, purtroppo, una realtà ben più estesa di quanto si potesse immaginare appena pochi mesi fa. Realtà che del resto mostra un fatto ben preciso, svelatore di tanta ipocrisia: una volta che si ammettono eccezioni e si fissano soglie per dire in sostanza quando la vita è ancora sacra e quando non lo è più – per esempio ammettendone la soppressione fino a 90 giorni di gravidanza e vietandola a 91 – lo scivolamento verso il disprezzo totale della vita stessa, prima e dopo la nascita (vedi la crescente tendenza tra i dem americani a sostenere l’infanticidio), diviene una logica conseguenza. Sul piano culturale, di mentalità comune, e politico.

Tornando alla nuova legge dell’Illinois, che dichiara l’aborto un «diritto fondamentale» (come già nello Stato di New York), essa è una delle più radicali se non la più radicale di tutti gli Stati Uniti, nonostante alcune parti stralciate prima del voto finale.

I suoi contenuti malvagi hanno causato la decisa reazione del vescovo di Springfield, Thomas Paprocki, il quale ha ordinato ai sacerdoti e diaconi della sua diocesi di non ammettere alla Santa Comunione il presidente del Senato dell’Illinois, John Cullerton, e lo speaker della Camera, Michael Madigan, che «hanno ostinatamente persistito nel promuovere l’abominevole delitto e grave peccato di aborto come dimostrato dall’influenza esercitata nei loro ruoli di leadership».

I due leader democratici, ha aggiunto Paprocki, «possono essere riammessi alla Santa Comunione solo dopo che si saranno veramente pentiti di questi gravi peccati e avranno fatto inoltre un’adeguata riparazione per i danni e lo scandalo, o almeno avranno promesso seriamente di farlo, come stabilito nel mio giudizio o nel giudizio del loro vescovo diocesano in consultazione con me o il mio successore». Riguardo a tutti gli altri parlamentari cattolici che hanno contribuito a far passare questa legge e quindi «cooperato al male», Paprocki – pur non emettendo un esplicito divieto di amministrare il sacramento – ha chiesto loro di non presentarsi per ricevere l’Eucaristia «senza prima essersi riconciliati con Cristo e la Chiesa». In tutta questa triste vicenda c’è almeno la nota lieta di un vescovo che ricorda, con un vero atto di carità, che la Comunione con Nostro Signore può esserci solo se si è in stato di grazia.

C’è il rischio che all’Illinois e ai suoi otto “fratelli” si aggiungano il Massachusetts e il Rhode Island, i cui parlamentari stanno valutando in questi giorni progetti di legge che eliminerebbero appunto qualsiasi limite sostanziale alla possibilità di abortire lungo tutto l’arco della gravidanza. In Rhode Island, dove il Partito democratico ha una maggioranza schiacciante in entrambe le camere, si tratta di un ritorno alla carica del fronte abortista, dopo che un tentativo di far passare l’aborto fino alla nascita era stato stoppato in una commissione qualche settimana fa.

A queste spinte fanno da contraltare i tentativi di restringere le maglie dell’aborto, che nel mese di maggio hanno interessato soprattutto l’Alabama (vedi qui), la Louisiana (con una norma volta a escludere esplicitamente qualsiasi interpretazione in senso abortista della Costituzione dello Stato) e il Missouri, senza dimenticare la Georgia, dove il governatore Brian Kemp, non cedendo alle minacce di boicottaggio da parte di molte star di Hollywood, ha firmato uno dei cosiddetti «heartbeat bill», cioè quelle leggi che vietano l’aborto (o, meglio, lo limitano, perché ci sono diverse eccezioni ammesse) una volta che è rilevabile il battito cardiaco del bambino in grembo. Minacce di boicottaggio che sono proseguite anche dopo la firma definitiva, con lo schieramento esplicito di Disney, Netflix e Warner Media contro la vita dei nascituri. Perché l’aborto, al di là delle retoriche dichiarazioni ufficiali di chi lo sostiene, è questo.

Difficile dire se queste leggi a limitazione dell’aborto rimarranno in piedi, pendendo sempre la spada di Damocle della Roe contro Wade e delle cause legali intentate da Planned Parenthood e soci (Aclu, Naral, ecc.), ma certo sono il segno che il movimento pro life americano continua la battaglia, testimoniata anche dal bellissimo esempio – senza compromessi di sorta – della piccola cittadina del Texas che attraverso i suoi consiglieri si è dichiarata «santuario per il nascituro». Avercene.

fonte http://lanuovabq.it/it/aborto-fino-alla-nascita-la-follia-legale-in-9-stati-usa

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Sud: Metrò Napoli, 19 anni per una stazione nel silenzio generale

Posted by on Ago 2, 2019

Sud: Metrò Napoli, 19 anni per una stazione nel silenzio generale

(Lettera Napoletana) “Data inizio lavori 14 novembre 2001. Data ultimazione lavori 18 dicembre 2020”. È scritto sul cartello del cantiere della Stazione Duomo della Metropolitana collinare di Napoli (linea 1), in piazza Nicola Amore. Per completare solo una delle 18 stazioni del Metrò di Napoli occorreranno – se il termine di dicembre 2020 sarà rispettato – 19 anni. I lavori per la Metropolitana collinare di Napoli, poi diventata linea 1, cominciarono nel dicembre 1976. In 43 anni sono stati realizzati 18 km di percorso, al ritmo di 418 metri all’anno. L’ultima stazione, Municipio, è stata aperta a maggio 2015. A Milano i lavori per il Metrò cominciarono nel 1964. In 55 anni sono stati realizzati 96,8 km di percorso, al ritmo di 1,76 km all’anno. Le stazioni sono 113, su quattro linee. Una quinta linea è in costruzione. Il costo per km delle linee ferroviarie in Italia è tra i più alti del mondo: 61 mln di euro, contro 10,2 in Francia, 9,3 in Spagna, 9,8 in Giappone (dati relativi all’Alta Velocità, Rapporto sulla corruzione della Commissione UE. Cfr. EU News, 3.2.2014 ) ma a Napoli si è fatto molto peggio. La Corte dei Conti, in una relazione sulla linea 1 del Metrò di Napoli (28.12. 2017) ha scritto: «Dal 1976 ad oggi, per la linea 1 della metropolitana di Napoli si [è] passati da un costo iniziale, rivalutato in euro, di quasi 2 miliardi (1.944.267.156) a un costo totale, ad oggi, di 3 miliardi 622 milioni 956 mila 837 di euro» (Adnkronos, 1.2.2018). Le cifre della Corte dei Conti indicano un costo di oltre 201 milioni 275mila euro al km per i 18 km del percorso realizzato finora della Linea 1 Metrò di Napoli. «L’assoluta indeterminatezza dell’affidamento di lavori, nemmeno abbozzati – afferma la magistratura contabile – sulla base di una convenzione-quadro estensibile senza limite finanziario e temporale e priva di progetto, schemi grafici e capitolati prestazionali idonei a identificarne l’esatto oggetto e l’onere effettivo, è stata una delle cause della dilatazione dei tempi e dei costi della realizzazione» (Relazione della sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei Conti). Il costo è spropositato anche a confronto con i costi elevatissimi dell’Italia. La Metropolitana di Roma è costata in media il 21% in meno, la metropolitana di Milano il 14% in meno (Adnkronos, 1.2.2018). In occasione dell’apertura al traffico dell’ultima stazione del Metrò di Napoli, Municipio, il 23 maggio 2015, ai giornalisti fu consegnato solo un dépliant sulle “Stazioni dell’Arte”, ma nessun dato su costi e tempi di realizzazione dell’opera, che sono da record mondiale negativo. Il presidente della Società Metropolitana di Napoli s.p.a, Gian Egidio Silva, alla domanda di un giornalista, rispose di “non disporre, al momento, di dati” (ANSA, 23.5.2015). La società Metropolitana di Napoli s.p.a., controllata della società Metropolitana Milanese s.p.a., era la concessionaria del Comune di Napoli per la realizzazione del Metrò. Nel 2009 è divenuta “Napoli Metro Engineering srl” e nel 2017 si è fusa per incorporazione con la MM (Metropolitana Milanese) S.p.a. Nei 43 anni trascorsi dall’inizio dei lavori per la costruzione del Metrò di Napoli, si è realizzato un gigantesco scambio politico-affaristico, uno dei più grandi della Storia recente del Sud, tra la classe politica meridionale, anzitutto quella di governo locale e nazionale, e le grandi imprese del Nord che lavorano al Metrò. Ma magistratura, intellettuali e mass-media hanno grandi responsabilità in questa operazione, avvenuta in un silenzio carico di complicità. Sull’andamento dei lavori per il Metrò di Napoli non ci sono state inchieste della magistratura penale. Eppure la Corte dei Conti ha definito la Metropolitana di Napoli una infrastruttura “senza alcun serio studio di fattibilità finanziaria e temporale, con conseguente stima approssimativa”. “Scarsa – aggiunge la Corte dei Conti – è risultata l’attenzione degli organi di controllo, dal momento che nessun organismo di valutazione si è occupato dell’opera”(Adnkronos, 1.2.2018). Nessuna voce, nessun allarme si è mai levato dai difensori della “legalità” a tempo pieno, dai paladini dell’“antimafia”, dalle associazioni per i “diritti dei consumatori”, dalle “reti” permanentemente mobilitate. Il Comune di Napoli, che è titolare della “alta vigilanza sui lavori” del Metrò, non è mai intervenuto. «Abbiamo dato un’accelerazione e recuperato l’inerzia di chi ci ha preceduto”, dichiarò il sindaco De Magistris ai giornalisti in occasione dell’inaugurazione della Stazione Municipio (ANSA, 23.5.2015). Ma non è vero. Con un proprio decreto (22.2.2017), De Magistris ha costituito un “Comitato di inchiesta per il contrasto e la prevenzione del fenomeni di illegalità nella città di Napoli”. Nome ed idea – un Comune che fa le inchieste – ricordano sinistramente l’Unione Sovietica, cara ai cosiddetti Centri sociali alleati di De Magistris. Il tutto però si trasforma in farsa se si pensa che il “Comitato d’inchiesta” è presieduto dal giornalista Sandro Ruotolo, zio dell’assessore Alessandra Clemente, titolare della delega alla Polizia Municipale. La Clemente è stata assessore “alla Legalità”. Inutile dire che il Comitato d’inchiesta di De Magistris non si è mai occupato del Metrò di Napoli. La conclusione dei lavori del Metrò di Napoli sarebbe prevista per il 2025, cioè 49 anni dopo l’inizio. L’ultimo tratto progettato, Aeroporto Capodichino-Piscinola, chiuderebbe l’anello intorno alla città, su un percorso complessivo di 25 km, con 26 stazioni. Impossibile fare confronti con le Metropolitane di città come Londra o Parigi, o anche con Milano e Roma. Madrid ha un metrò esteso su 294 km, con 302 stazioni. Lisbona, città che ha la metà degli abitanti di Napoli e capitale di uno Stato che ha un pil di meno della metà dell’Italia, ha un metrò esteso su 44,2 km, con 56 stazioni. “The most beatiful metro in the world” è scritto su un cartello collocato per le Universiadi davanti al cantiere della stazione di piazza Municipio. Con lo stesso titolo la “Metropolitana di Napoli” ha realizzato un video, di oltre 4’, che mostra le cosiddette “stazioni d’arte”, sulla cui realizzazione è passata una grossa parte dello scambio affaristico con la classe politica. Alcune delle cosiddette stazioni d’arte sono in realtà di pessimo gusto, come quella di Salvator Rosa, affidata dall’ex sindaco di Napoli Antonio Bassolino all’architetto del kitsch Alessandro Mendini, lo stesso che massacrò la Villa Comunale, ex Real Passeggio di Chiaja, trasformandola in un Luna Park di provincia; o quella di Monte Sant’Angelo, del Metrò regionale, affidata sempre da Bassolino all’indiano Anish Kapoor, che riproduce la forma dell’organo genitale femminile. Altre, come quella di Toledo, sono di migliore fattura. Ma su di esse hanno lucrato di più politici, artisti, pseudo-artisti ed il sottobosco affaristico che prospera intorno a loro. In cambio, i treni circolanti del Metrò di Napoli sono appena 9, risalgono all’inizio degli anni’90, e si bloccano di continuo. I tempi di attesa per i passeggeri non sono da Metrò e superano anche i 20’. È improbabile che il Metrò di Napoli sia il più bello del mondo. Quello che è certo, invece, è che è il più caro del mondo, e quello dove lo scambio politica-affari che coinvolge politici meridionali, imprese del Nord e partiti nazionali si è perfezionato al meglio. Nel silenzio di mass-media, magistratura ed associazionismo. La Metropolitana di Napoli, una sintesi della storia meridionale recente che vale più di un libro. (LN137/19)

fonte http://www.editorialeilgiglio.it/sud-metro-napoli-19-anni-per-una-stazione-nel-silenzio-generale/

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Bibbiano, un mese dopo: i fatti che molti vogliono insabbiare

Posted by on Ago 1, 2019

Bibbiano, un mese dopo: i fatti che molti vogliono insabbiare

Un mese e un giorno dopo quel 27 giugno in cui è emerso, grazie al lavoro della procura di Reggio Emilia, lo scandalo affidi della Val d’Enza, è bene fare il punto sulla vicenda che da più parti si cerca di minimizzare. All’origine dei bambini sottratti ingiustamente ai genitori non ci sono solo interessi economici ma anche un’ideologia anti-famiglia alimentata da attivisti Lgbt, vicini a esponenti del Pd. Dal «deus ex machina» dei servizi sociali, Federica Anghinolfi, a Claudio Foti del centro Hansel e Gretel, ecco i numeri e i fatti principali emersi finora dall’inchiesta, che conta ad oggi 29 indagati tra assistenti sociali, medici, psicologi e politici.

È passato un mese e un giorno da quando, il 27 giugno, è venuto alla luce lo scandalo di Bibbiano, emerso grazie all’inchiesta “Angeli e Demoni” coordinata dal pubblico ministero Valentina Salvi (sostituto alla procura di Reggio Emilia) e avviata nella seconda metà del 2018 per l’anomala quantità di presunti maltrattamenti su minorenni, di cui i servizi sociali dell’Unione Val d’Enza avevano accusato i genitori.

A distanza di un mese – per evitare i soliti tentativi, del resto in atto fin da subito, di minimizzare o insabbiare fatti e responsabilità – può essere utile fare il punto sulla vicenda, che unisce indebiti giri di denaro pubblico, coperture politiche e un’ideologia ostile alla famiglia che vede in prima linea esponenti del movimento Lgbt.

Sei i fascicoli relativi ad affidi (per sette bambini in totale) passati al vaglio degli inquirenti e oggetto dell’ordinanza di 277 pagine firmata dal giudice per le indagini preliminari, Luca Ramponi. Ma nei giorni scorsi, come ha riferito il Corriere, il Tribunale dei minori di Bologna ha disposto di estendere i controlli a oltre 70 casi, relativi agli ultimi due anni.

Tra gli indagati ci sono assistenti sociali, medici, politici, psicologi e psicoterapeuti, accusati a vario titolo di maltrattamenti su minori, abuso d’ufficio, depistaggio, falso in atto pubblico, frode processuale, peculato d’uso, tentata estorsione, violenza privata. Alcuni dei minori strappati alle loro famiglie manifestano oggi segni di profondo disagio quali tossicodipendenza e autolesionismo, ragion per cui tra le accuse vi è quella di lesioni gravissime in relazione ai traumi procurati.

Negli ultimi giorni le cronache hanno raccontato che alcuni dei bambini ingiustamente sottratti ai genitori sono potuti tornare in famiglia.

LA POSIZIONE DI CARLETTI

Uno dei 27 indagati della prima ora è il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, del Pd, delegato per le politiche sociali dell’Unione Val d’Enza e accusato di abuso d’ufficio e falso. Secondo l’ordinanza, Carletti e altri, in concorso di reato, avrebbero omesso di fare «una procedura ad evidenza pubblica per l’affidamento del servizio di psicoterapia avente un importo superiore a 40.000€» e così «intenzionalmente procuravano un ingiusto vantaggio patrimoniale al centro studi Hansel e Gretel, i cui membri Foti Claudio, Bolognini Nadia e Testa Sarah esercitavano sistematicamente, a nessun titolo, l’attività di psicoterapia a titolo oneroso con minori asseritamente vittime di abusi sessuali e/o maltrattamenti». Agli stessi Foti, Bolognini e Testa era concesso «l’utilizzo gratuito dei locali della pubblica struttura “La Cura” di Bibbiano, messi a loro disposizione dall’Unione Comuni Val d’Enza (che pagava il canone annuale di locazione)».

In particolare Carletti agiva «in costante raccordo con la Anghinolfi [Federica]» ed essendo «pienamente consapevole della totale illiceità del sistema». Sempre il sindaco del Pd, intanto autosospesosi dal partito, che gli ha espresso solidarietà, «si era personalmente occupato» dell’istituzione del centro La Cura e ne aveva «assunto la paternità in diverse occasioni pubbliche», anche promuovendo convegni in cui lui stesso faceva da relatore e ai quali «venivano invitati a partecipare (retribuiti) Foti e la Bolognini», con il fine di sostenere e ampliare le attività del centro piemontese Hansel e Gretel. Rispetto al quale, scrive il gip, «forniva copertura politica».

ALTRI 2 INDAGATI: EX SINDACI DEL PD

Ai 27 indagati iniziali se ne sono aggiunti presto altri 2, anch’essi, come Carletti, provenienti dal Pd: si tratta di Paolo Colli e Paolo Burani, ex sindaci rispettivamente di Montecchio Emilia e di Cavriago, entrambi comuni della Val d’Enza. L’accusa per loro è di abuso d’ufficio.

IL RUOLO DI FEDERICA ANGHINOLFI

Persona chiave dell’inchiesta è la già citata Federica Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali della Val d’Enza nonché nota attivista Lgbt, ritenuta dal giudice «il deus ex machina della gestione dei presunti abusi». La Anghinolfi ha per anni partecipato a manifestazioni e convegni vari per promuovere la causa degli affidi e delle adozioni per persone gay, insistendo sulla necessità di combattere l’«omofobia» e la «transfobia» di chi difende la famiglia naturale, verso cui manifesta avversione. Nella stessa ordinanza si legge che «sono state la sua stessa condizione personale e le sue profonde convinzioni ad averla portata a sostenere con erinnica perseveranza la “causa” dell’abuso da dimostrarsi ad ogni costo». Evidentemente anche quando questi presunti abusi, in famiglia, non esistevano.

È in ragione di questa ideologia, emergente dalle stesse carte dell’inchiesta, che la Anghinolfi, in concorso con altri, ha prodotto «una sistematica pluralità di falsi in atto pubblico» al fine di allontanare i minori dalle loro famiglie. Sempre a questo scopo, diversi degli indagati operavano per indurre falsi ricordi nei bambini e spingerli a confessare abusi o maltrattamenti mai subiti. Così, oltre a falsificare le relazioni, la Anghinolfi operava «in collaborazione con gli psicologi […] nel costruire una avversione psicologica dei minori per la famiglia d’origine».

La Anghinolfi aveva fatto promesse di affidi senza scadenza (stravolgendo così il senso stesso dell’affido) e, riferisce Il Resto del Carlino, si sarebbe servita di una lavoratrice precaria per documentare affidi fantasma, facendo transitare denaro pubblico verso il centro Hansel e Gretel.

NO ELETTROSHOCK

Gli psicologi non si sarebbero comunque serviti dell’elettroshock, come hanno riportato le prime cronache dei giornali. La tecnica usata è quella dell’EMDR, una tecnica lecita come ha spiegato Silvana de Mari su questo quotidiano, se usata in modo rigoroso e con domande neutre.

BAMBINI A COPPIE LESBICHE

Uno dei casi oggetto dell’indagine riguarda una bambina con crisi epilettiche, data in affidamento a una coppia lesbica, quella formata da Daniela Bedogni e Fadja Bassmaji, quest’ultima in passato compagna della stessa Anghinolfi. Sia la Bedogni che la Bassmaji sono a loro volta indagate per maltrattamenti nei confronti della bambina loro affidata. Altri due bambini erano stati affidati a una coppia lesbica, formata dalla madre dei due e dalla compagna per la quale la prima aveva lasciato il marito, che solo in questi giorni ha potuto rivedere i suoi figli, dai quali era stato allontanato con falsi pretesti, tra cui un’accusa di «omofobia» (clicca qui).

CLAUDIO FOTI E IL CENTRO HANSEL E GRETEL

Altra persona chiave è Claudio Foti, direttore del centro Hansel e Gretel, a cui sono stati nel frattempo revocati gli arresti domiciliari (sostituiti con un obbligo di dimora a Pinerolo) perché il tribunale del Riesame, in merito a uno dei capi d’accusa, cioè la presunta manipolazione della mente di una ragazza, non avrebbe trovato, come riferisce il suo avvocato, «gravi indizi di colpevolezza» a suo carico. Rimane l’accusa di abuso d’ufficio in concorso. Inoltre, poco dopo la revoca dei domiciliari, è emerso che Foti è indagato ora anche per maltrattamenti nei confronti della seconda moglie, Nadia Bolognini (indagata a sua volta), e dei figli, sulla base di intercettazioni in cui si sente tra l’altro la Bolognini dire all’uomo:  «E poi andiamo a fare convegni sulla tutela dei minori…».

Foti, con il suo centro Hansel e Gretel, è la stessa persona coinvolta in altre drammatiche vicende recenti, come quella avvenuta nella Bassa Modenese sul finire degli anni Novanta (oggetto dell’inchiesta giornalistica “Veleno”, pubblicata su Repubblica), quando la sua onlus prestò alcune delle consulenze che condussero all’allontanamento di 16 bambini dalle loro famiglie, con i genitori che vennero accusati falsamente – come emerse negli anni successivi – di aver compiuto riti satanici sui piccoli.

I NUMERI

Secondo i dati di un documento contabile dell’Unione Val d’Enza, riferiti da Reggio Sera, i minori «dati in affidamento sono stati 0 nel 2015, 104 nel 2016, 110 nel 2017 e 92 nei primi sei mesi del 2018». Questo aumento improvviso dei casi di affido era stato denunciato l’anno scorso da Natascia Cersosimo – esponente del Movimento 5 Stelle – dopo che aveva ottenuto di accedere ai documenti dell’Unione Val d’Enza, perché intanto era stata avanzata la richiesta di varare un aumento di spesa di 200.000 euro per i servizi sociali. Dalle carte, si scoprì pure che i minori in strutture d’accoglienza erano 18 nel 2015, 33 nel 2016, 40 nel 2017, 34 nei primi sei mesi del 2018. Sempre Reggio Sera riferisce che quel documento indicava una spesa per gli affidi di 245.000 euro nel 2015, 305.000 nel 2016, 327.000 nel 2017 e, in proiezione, 342.000 per il 2018. Altra progressione era stata quella delle spese per le psicoterapie: 6.000 euro nel 2015, 31.000 nel 2017, 27.000 nei primi sei mesi del 2018. Un’impennata anche per le prese in carico per violenza: 136 nel 2015, 183 nel 2016, 235 nel 2017, 178 nel primo semestre del 2018.

C’è poi la seduta della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, nell’occasione presieduta dalla piddina Sandra Zampa (grande sostenitrice delle “unioni civili”), vicepresidente senza deleghe: è il 14 luglio 2016 e la Anghinolfi viene invitata, insieme al sindaco Carletti, a parlare del modello Val d’Enza*. La Anghinolfi dava questi dati: «Per quanto riguarda la Val d’Enza, è un’Unione che ha 62.000 abitanti, 12.000 dei quali minorenni; in carico come area della tutela ne abbiamo circa 900, di questi circa 90 sono vittime di abusi sessuali, gravi maltrattamenti, violenza assistita e violenza psicologica […]. Nella casistica dei 90 prima citati, 31 sono di violenza sessuale, 26 di violenza assistita, 19 di maltrattamento fisico». Pochi giorni dopo un articolo della Stampa esaltava il modello Val d’Enza, con dichiarazioni di Carletti e Anghinolfi, la quale lamentava la mancanza di soldi pubblici e se la prendeva con «l’idea della famiglia patriarcale padrona dei figli».

* RETTIFICA (10:45, 30 luglio 2019): nell’articolo originario avevamo scritto che l’onorevole Sandra Zampa era presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza: in realtà era vicepresidente senza deleghe, e nell’occasione presiedeva l’audizione. Accennando alla presentazione del modello Val d’Enza presso la stessa Commissione avevamo anche scritto che esso era stato “incensato in apertura di seduta dalla stessa Zampa”: uno scambio di nome dovuto a una svista, in realtà, perché ci riferivamo alle parole della deputata reggiana del Pd, Vanna Iori, comunque estranea all’inchiesta. Ci scusiamo con la dottoressa Zampa – che non conosce personalmente gli indagati ed è estranea ai fatti dell’inchiesta – e con i lettori per l’errore, che è stato corretto.

LA COMMISSIONE REGIONALE D’INCHIESTA

Ieri il parlamento dell’Emilia Romagna ha votato per istituire una commissione d’inchiesta sul sistema di tutela dei minori. Il voto è arrivato solo dopo l’approvazione, da parte della stessa assemblea regionale, della legge «contro le discriminazioni» delle persone Lgbt, con Roberta Mori del Pd – estranea all’inchiesta “Angeli e Demoni” ma sostenitrice degli stessi eventi su adozioni e affidi per gay cui partecipavano tre delle indagate (Anghinolfi, Bassmaji, Bedogni) – come relatrice di maggioranza e i 5 Stelle a votare con il centrosinistra. Una legge che nel suo articolato, al di là dei fini ‘ufficiali’, riflette la stessa cultura anti-famiglia emersa nello scandalo affidi e rappresenta una minaccia alla libertà d’espressione (clicca qui). Il che è come dare la risposta contraria a quella necessaria.

fonte http://lanuovabq.it/it/bibbiano-un-mese-dopo-i-fatti-che-molti-vogliono-insabbiare

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Napoli è la città del momento: Lonely Planet esalta le nostre bellezze

Posted by on Lug 28, 2019

Napoli è la città del momento: Lonely Planet esalta le nostre bellezze

A Napoli non è raro, durante i periodi festivi, imbattersi in grossi gruppi di turisti che forse per la prima volta scoprono una città troppo spesso accusata di essere il fulcro della criminalità organizzata. Una città come questa, però, va conosciuta ed esplorata, scoprendo che sotto la superficie ribolle l’amore per il folklore, per l’arte e la cultura in tutte le sue espressioni. Con un articolo interamente dedicato a Napoli, il sito web di Lonely Planet (la più nota casa editrice di guide di viaggio) ha reso onore a quegli aspetti della città che talvolta diamo per scontati, e che forse soprattutto lo sguardo di uno sconosciuto è in grado di cogliere e apprezzare. Se nel XX secolo icone culturali del calibro di Hemingway, Pablo Neruda e Andy Warhol furono conquistati da Napoli, anche al giorno d’oggi giovani artisti e scrittori contemporanei sono attirati dalla città, sedotti dalle coraggiose e significative rappresentazioni di Napoli in opere come “L’amica geniale” di Elena Ferrante e “Gomorra” di Roberto Saviano. Bar affollati e serate improvvisate Ciò che rende eccitante la vita mondana di Napoli non è una sfilza di bar hipster arredati con mobili di compensato e lampadine, ma il fatto che questo tipo di locale non ci sia affatto. Di sera i napoletani si riversano nelle strade e si raggruppano nei pressi dei caffè e dei bar ristorante di piazza Bellini: a sinistra della piazza gli studenti si riuniscono al Caffè dell’Epoca per i famosi Aperol Spritz a due euro, poi si dirigono verso l’affollato nightclub di musica Afro-beat Teranga. Chi è alla ricerca di cocktail e musica dal vivo può trovarli nei sofisticati bar sul lato destro della piazza, come il Nea – che di giorno è una galleria d’arte – e l’Intra Moenia, locale verandato e decorato da piante che è anche una casa editrice. Nei bassi dei Quartieri Spagnoli si sviluppano invece serate estemporanee, e set improvvisati da DJ attraggono la folla allo Spazio Intolab, lanificio abbandonato nei pressi della stazione. Per chi frequenta queste serate, si sa, ogni sera della settimana si può passare il tempo in strada o fuori da bar diversi. Il giovedì Francesco Sepe lascia aperta la sua Antica Cantina Sepe fino a tardi per i suoi famigerati “Aperisepe”, dove viene servito vino a 1.50 euro e parmigiana di melanzane preparata da sua madre; il venerdì, fuori dallo Spiedo D’oro, l’amato proprietario Enzo organizza piccoli eventi di musica dal vivo. I napoletani abbienti escono la sera per un aperitivo nell’elegante quartiere Chiaia, vicino al lungomare. Gli stretti vicoli, conosciuti come “baretti”, sono puntellati da cocktail bar come l’Antiquario e lo Chandelier, dove i Negroni sono accompagnati da un buffet di salumi e insalate fredde. LEGGI ANCHE – “I napoletani lo fanno meglio: se hai una vagina e vuoi usarla, vai a Napoli” Street art sovversiva e gallerie d’avanguardia Annidata in mezzo agli scarabocchi degli innamorati, alle firme dei graffitari e ai manifesti di protesta, la street art di artisti locali e internazionali adorna i muri sgangherati della città. Il sindaco di Napoli ha persino espresso il suo supporto, scrivendo sulla sua pagina Facebook che la street art ben si confà alla rivoluzionaria spinta sociale e politica della città. Un graffito di Bansky – l’unico in Italia – è visibile in piazza dei Girolamini, nel centro storico: una Madonna dipinta sui toni del blu e del grigio, con una pistola sospesa sulla testa a mo’ di aureola. La coppia napoletana Cyop&Kalf ha realizzato più di 220 murales sulle facciate dei negozi, sulle saracinesche e sugli angoli delle strade dei Quartieri Spagnoli. Dipinti con blocchi di colore uniforme, i murales mostrano personaggi surreali, onirici e spesso disturbanti che si rifanno al folklore locale e minano l’oppressione della mafia del luogo. Al di fuori della città, Jorit Agoch ha realizzato un enorme dipinto del calciatore Maradona –per i napoletani una sorta di divinità – sulla facciata sud di un palazzo di dieci piani. Dal lato opposto del palazzo c’è invece la più grande rappresentazione esistente di Che Guevara. Il prestigio culturale della città e l’abbondanza di spazio da utilizzare sta riportando gli artisti napoletani nella città natale che avevano abbandonato. L’artista e curatrice Raffaela Naldi Rossano gestisce il “Sibilla Cabinet”, un movimento ecofemminista (che combina quindi tematiche femministe ed ecologiche) nonché una libreria dedicata principalmente allo studio dell’arte contemporanea. Naldi Rossano invita artisti ed autori in città per partecipare al Residency 80121, un programma di divulgazione culturale, e per discutere di cosa significhi abitare a Napoli, perché, come spiega, “nulla è mai certo qui”. Artisti locali come il collettivo Fake Gallery e l’&nd Project organizzano eventi e mostre in diverse sedi. Di recente lo status della città di “astro nascente” dell’arte è stato confermato dall’approdo della prestigiosa Thomas Dane Gallery di Londra; come Naldi Rossano, Dane invita artisti internazionali a recarsi a Napoli e partecipare alle mostre nella sua galleria, conferendo un valore aggiunto alla crescente e vivace vita artistica della città.

L’idea stessa di abiti vintage è nata a Napoli durante la Seconda Guerra Mondiale, quando intraprendenti napoletani raccoglievano uniformi dell’esercito degli alleati per riciclarle e venderle sul mercato nero. Per Voi Giovani è un piccolo negozio di ispirazione modernista situato dietro la stazione e che vende abiti vintage ad artisti e musicisti sin dal 1960. File di maglie ordinate per colore, salopette e pantaloni riempiono gli scaffali di bronzo. Altri negozi vintage sono allineati a Via Mezzocannone, la stretta strada universitaria che unisce due delle università napoletane – la Federico II e l’Orientale -. A metà strada, sulla destra, c’è Retrophilia, una boutique luminosa e spaziosa che vende un’accurata collezione di abiti da donna. Il regista Pier Paolo Pasolini ammirò l’abilità di Napoli di evitare di soccombere al consumismo di massa, e infatti qui una gran quantità di piccole boutique indipendenti continua ad avere grande successo. Un cortile dall’aspetto modesto nasconde sia lo stravagante Ospedale delle Bambole che l’elegante boutique Materia Mediterranea, che vende articoli d’arte, ceramiche e gioielli prodotti a mano da artigiani locali. Gioielli d’oro e corallo a prezzi convenienti si possono trovare nel Leonardo Gaita, storico negozio con la facciata di pannelli di legno, e nella fila di antichi negozietti in Via San Biagio dei Librai. Negozi di sartoria per uomini come Mariano Rubinacci e Camiceria Piccolo, e il produttore di ombrelli artigianali Talarico hanno contribuito per oltre un secolo a vestire dandy alla moda provenienti da tutta Europa.

A Napoli c’è una gran quantità di posti entusiasmanti dove pernottare, e nei migliori l’accoglienza che si riceve è importante tanto quanto la location, il design e il comfort. The Church è un appartamento di Palazzo Marigliano, uno dei palazzi aristocratici più famosi del centro storico. Le stanze, ampie e piene di luce, sono ammobiliate con pezzi d’arredamento restaurati e riutilizzati da parte dei proprietari, un gruppo di amici che traggono piacere nel realizzare un ambiente accogliente e nell’offrire una deliziosa colazione in terrazza, dalla quale si possono scorgere i tetti di terracotta dei palazzi del centro storico. Casa del Monacone, in precedenza un convento, è stato trasformato in B&B dal designer e artigiano del metallo Riccardo Dalisi, assieme ad un gruppo di giovani napoletani: il B&B è arredato con gusto originale, con mobilio antico e piastrelle di maiolica realizzate da artigiani locali. Adiacente alla Basilica di Santa Maria della Sanità, il B&B fa parte del progetto sociale di Padre Antonio, “La Paranza”, che mira ad assumere giovani provenienti dalla Sanità – area che un tempo era vessata dalla violenza ma che ora sta attraversando un periodo di rinascita -. La vicina Casa D’Anna porta il concetto di interni sontuosi ad un nuovo livello: il lussuoso B&B è pieno di dipinti, libri e tesori napoletani, e al mattino gli ospiti sono svegliati dal profumo del pane appena fatto, pronto per la colazione.

fonte  https://www.vocedinapoli.it/2019/07/19/napoli-e-la-citta-del-momento-lonely-planet-esalta-le-nostre-bellezze/?fbclid=IwAR3peCcPp3CDhsN2DHzTX9uD1mlCk9Kiz8L0pa4KuMJUVUH9kgsb7cCElOE

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Battaglia tra laici e Curia per la chiesa dei Borbone di Napoli

Posted by on Lug 3, 2019

Battaglia tra laici e Curia per la chiesa dei Borbone di Napoli

(Lettera Napoletana) Un’antica istituzione di carità napoletana, con oltre cinque secoli di storia, proprietaria della Chiesa di San Ferdinando di Palazzo, vede in pericolo la sua esistenza dopo la decisione della Curia Arcivescovile di commissariare la Reale Arciconfraternita di Nostra Signora dei Sette Dolori in San Ferdinando di Palazzo. Fondata alla metà del ‘500 da nobili spagnoli e napoletani, la Confraternita ebbe nel 1743 l’adesione del Re Carlo di Borbone, che ne divenne Superiore Perpetuo e fratello maggiore, seguito da tutta la famiglia reale e dai successori. Nel 1828, Francesco I di Borbone dette in uso “pleno jure” alla Confraternita la chiesa di San Ferdinando di Palazzo, che – come ricordano gli stemmi con i Gigli d’oro dei Borbone affrescati sulla volta – era la chiesa dei Re di Napoli e delle Due Sicilie. Ancora oggi il titolo onorifico di Superiore dell’Arciconfraternita spetta di diritto ai discendenti dei Re delle Due Sicilie. Lo Statuto della Reale Arciconfraternita fu modificato per l’ultima volta nel 1841, con l’approvazione del Re Ferdinando II, e da allora non è più cambiato. Solo l’assemblea dei circa 200 confratelli potrebbe farlo. Nel 2018, il Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, ha varato una riforma delle Confraternite che prevede il nulla osta della Curia per la nomina degli organi direttivi, la presenza di un suo delegato alle assemblee, il controllo dei bilanci ed il versamento alla Curia di una percentuale delle entrate delle Confraternite, che si finanziano con le quote versate dai confratelli ed i lasciti ricevuti in eredità. L’Arciconfraternita di Nostra Signora dei Sette Dolori assicura il culto nella storica chiesa di San Ferdinando di Palazzo, paga lo stipendio al suo rettore ed al sacrestano, sostiene le spese di manutenzione della chiesa e delle Cappelle nel cimitero monumentale di Poggioreale. Il 7 aprile 2019, l’assemblea dell’Arciconfraternita ha eletto, a norma del proprio Statuto, il nuovo vicesuperiore, l’ex generale dei Carabinieri Maurizio Scoppa, affiancato da tre assistenti. La nomina è stata comunicata alla Prefettura di Napoli, che ne ha preso atto. La Curia ha invece dichiarato sospeso il governo dell’istituzione caritatevole ed ha nominato tre commissari. «Siamo nella pienezza dei poteri – ha detto il generale Scoppa – perché la nostra assemblea non ha mai recepito la riforma del Cardinale Sepe. Abbiamo il dovere di tutelare gli interessi degli attuali confratelli e la memoria di chi ci ha preceduto. Dobbiamo lasciare intatto il patrimonio culturale e materiale della Confraternita a chi verrà dopo di noi»(Ansa, 26.6.2019). L’accesso alla chiesa di San Ferdinando dei commissari nominati dalla Curia è stato impedito. L’Arciconfraternita di Nostra Signora dei Sette Dolori ha affidato la propria difesa all’avvocato Riccardo Imperiali di Francavilla, che nel 2016 difese con successo i componenti della Deputazione di San Gennaro in un’altra controversia con la Curia che voleva modificare le modalità di elezione dei componenti della Deputazione, antichissima istituzione laica che custodisce il Tesoro del Santo patrono di Napoli. Il primo ricorso, presentato – come previsto dal diritto canonico – allo stesso Arcivescovo di Napoli, è stato respinto. Ora, sul futuro dell’Arciconfraternita e della chiesa di San Ferdinando di Palazzo, dovrà pronunciarsi il Tribunale Ecclesiastico di Roma. Ma la battaglia legale potrebbe poi trasferirsi davanti al Tribunale civile. (LN136/19). 68 Battaglia delle Idee 32 Libri del Giglio Boutique del Giglio S. M. il Re Ferdinando II Bandiera delle Due Sicilie – “da stadio” Duetto da caffè Fermasoldi Cartolina Cartina delle Due Sicilie

fonte http://www.editorialeilgiglio.it/battaglia-tra-laici-e-curia-per-la-chiesa-dei-borbone-di-napoli/

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