Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Massimo Fini: “Magistratura corrotta, nazione infetta”

Posted by on Giu 12, 2019

Massimo Fini: “Magistratura corrotta, nazione infetta”

Delle sorde, sordide, lotte intestine che si sono scatenate fra le varie correnti del Csm e i magistrati a esse legati per accaparrarsi il posto di Procuratore capo di Roma lasciato libero un mese fa da Giuseppe Pignatone, che hanno a loro volta scoperchiato, come in una matrioska, altri fondi e sottofondi dello stesso genere per assicurarsi posizioni apicali nell’ordine giudiziario, col corollario di altissimi magistrati sospettati di essere disposti a vendersi per un anello da regalare alla moglie, per sbafare una vacanza in qualche località prestigiosa, e di frequentazioni equivoche, in questo caso non più sospettate ma documentate, con uomini politici, faccendieri, imprenditori indagati per gravi reati, insomma di questo guazzabuglio sinistro e quasi inestricabile abbiamo capito una sola cosa, quella scritta (Fatto, 31.5) da Gian Carlo Caselli, ex Procuratore della Repubblica di Torino fra i tanti incarichi che ha avuto, cioè che “l’impatto vero e tremendo” di questa storia grava “sull’indipendenza della Magistratura”. Noi, che non siamo magistrati né ex magistrati, e siamo quindi liberi da ogni riguardo di colleganza, diremo qualcosa di più: dalle notizie emerse in questi giorni, anche se fossero confermate solo in parte, si ricava che la Magistratura italiana, come ogni altro corpo del nostro Stato, è corrotta, con tutta probabilità anche penalmente, di sicuro moralmente. ‘Pecore nere’ ci possono essere ovunque, questo è ovvio, ma qui il dissesto morale, e forse anche penale, appare di sistema. E se anche si trattasse solo di sospetti bastano per incrinare la fiducia dei cittadini nella credibilità della Magistratura. E con una Magistratura ritenuta, a torto o a ragione, più a ragione, temiamo, che a torto, poco credibile, si minano alle radici le fondamenta stesse dello Stato e della democrazia.  In uno Stato di diritto la Magistratura è il massimo organo di garanzia di una corretta convivenza fra i cittadini, non lo è, benché sia capo del Csm, il Presidente della Repubblica che in quest’ambito ha di fatto solo un potere di ‘moral suasion’ che in un Paese come il nostro dove l’immoralità e la corruzione, nelle Istituzioni e non, sono dilaganti, lascia il tempo che trova. Se settori della Magistratura e singoli magistrati non agiscono per la difesa di quella legalità di cui dovrebbero essere gli integerrimi custodi, ma per fini propri diversi da quelli di giustizia, allora casca l’asino. Si rompe cioè il contratto sociale che dovrebbe tenerci insieme. Diventa anche patetico il disperato grido dei Cinque Stelle “legalità, legalità” se a violarla sono proprio quelli che dovrebbero assicurarla. E si rischia di dar ragione al mantra di Silvio Berlusconi che, coadiuvato dalla potenza di fuoco dei suoi media, ha sempre sostenuto, e tuttora sostiene, di essere stato e di essere vittima di una “magistratura politicizzata”. E allora avremo davvero toccato il fondo.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 4 giugno 2019

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MA QUALE 2 GIUGNO? DI PATRIZIA STABILE

Posted by on Giu 3, 2019

MA QUALE 2 GIUGNO? DI PATRIZIA STABILE

Oggi, domenica 2 giugno, si celebra la Festa della Repubblica in ricordo del controverso Referendum del 1946 dove per la prima volta poterono votare anche le donne e col quale, formalmente ed ufficialmente, per due milioni di voti in più rispetto alla Monarchia sabauda, vinse la Repubblica. La Repubblica Italiana, un progetto pre-risorgimentale di Giuseppe Mazzini che nel 1831 concorse a legittimare arbitrariamente il disegno di un’Italia unita che si perfezionò con Cavour (che però la consegnò nelle sanguinarie mani della monarchia sabauda). I Savoia per 85 anni regnarono tra poche luci e profonde zone buie e disonorevoli quale fu l’armistizio che Badoglio e il re Vittorio Emanuele III firmarono con gli americani lasciando, in balia delle cruente ritorsioni dei tedeschi, due milioni di soldati e consentendo che la violenta strategia degli americani di bombardare l’Italia e di compiere razzie e stupri, avvenisse senza ostacoli alcuni. Anzi, gli italiani finirono pure per ringraziarli per il piano Marshall di aiuti (per ricostruire ciò che gli stessi americani avevano distrutto e obbligandoci a comprare le materie prime negli Usa pagando in più cospicui interessi sugli aiuti elargiti che, ricordiamo, al Sud arrivarono nella misura del 10% rispetto al Nord). Da quel preciso momento, formalmente, lo Stivale divenne una vera e propria colonia americana o un suo stato satellite.
L’Italia che nel periodo risorgimentale era personificata in una statua raffigurante una giovane donna sul cui capo poggiava una corona a forma di muro con torri , vide i Savoia affrettarsi a sostituirla con il culto della loro dinastia prezzolando letterati e storici e sostituendo la toponomastica e intitolandosi (così come in maniera ancora più violenta ed irrispettosa è avvenuto a Napoli) vie, piazze, gallerie. Operazioni subdole ed ingannatrici finalizzate ad obliare la memoria del meridionale che consentirono, complici involontari la forte emigrazione post unità, la chiusura di scuole al Sud per quindici anni e dei giornali per un lustro , insieme a qualche ruffiana pratica dei reali Savoia di ingraziarsi il popolo napoletano, di essere la città con la più alta percentuale ( circa l’80%) di monarchici e che insieme a tutto il Sud, paradossalmente, votò al Referendum del 2 e 3 giugno di 73 anni fa, la Monarchia. Un Referendum stabilito già un anno prima della fine della seconda guerra mondiale con un ambiguo accordo tra la Monarchia Savoia e le forze italiane di liberazione CLN (i partigiani) e che (tra certezze di brogli elettorali , schede elettorali già compilate con la “ics” su “Repubblica”, 40 milioni di schede stampate per 25 milioni di votanti, 1 milione e mezzo di persone che si videro negato il voto, uno spoglio che avvenne in presenza della Corte di Cassazione e giornalisti ma anche inspiegabilmente in presenza di ufficiali anglo-americani ed azioni di disturbo) vide inizialmente vincere la Monarchia. Anzi no. Dopo due giorni concitati la Corte di Cassazione, senza molta convinzione, ritrasse e dichiarò la vittoria della Repubblica. Scontri e proteste si susseguirono nell’immediato (a Napoli ricordiamo 9 monarchici uccisi dalla polizia per aver protestato davanti al circolo del Pci di via Medina del futuro amico degli americani, Giorgio Napolitano). Tutto questo porta alla memoria quello del 21 ottobre 1860 dove, dopo l’invasione e l’usurpazione del Regno delle due Sicilie, il neonato Regno d’Italia, sotto i Savoia, chiese in un quesito posto in una scheda referendaria, ad uno sparuto gruppo di abitanti di Napoli, se “gradissero” re Vittorio Emanuele II di Savoia come sovrano. Referendum farlocco che vide come elettrice speciale la “Sangiovannara” prima ed unica donna in assoluto a votare in Italia e premiata dai savoiardi in quanto traditrice dei sovrani Borbone e cugina di Tore De Crescenzo, camorrista assurto al ruolo di “luogotenente” dal Ministro degli interni Liborio Romano, affinché non succedessero disordini all’arrivo di Garibaldi a Napoli. Ma questa è, ahinoi, un’altra Storia.
Intanto arriviamo ai giorni nostri e l’avvio, dopo un tortuoso percorso di questa 18esima legislatura ci restituisce un’immagine italiana sempre più debole e corrotta e dove l’unica certezza sono le parole incaute di un Presidente della Repubblica, Mattarella, che dichiara ripetutamente agli Italiani che il voto e le leggi devono tener conto dei mercati finanziari e dei diktat della Bce. E così è stato anche con gli esiti di queste elezioni europee di domenica 26 maggio, apparentemente a favore dei partiti sovranisti (vergognosamente al Sud assistiamo ancora una volta al successo della Lega dovuto anche e soprattutto oltre ad una mentalità passiva e colonizzata dei suoi elettori , ai suoi detrattori che nell’osteggiarla con veemenza, spesso ridicola e folcloristica, non hanno saputo offrire invece una soluzione alle problematiche che la Lega cavalca) sono in realtà una garanzia di continuità coi precedenti risultati considerato che la Lega è ben lungi dall’essere lontana dall’ingerenza dell’Unione Europea in barba all’articolo 1 della vituperata Costituzione che recita: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. E questo sarebbe amor patrio? E questa sarebbe sovranità? Le bandiere del tricolore abbinate alle “stelletelle” di quelle dell’Unione Europea o blandi e propagandistici tentativi per “riformarla”? Le sventolassero pure ipocritamente. Noi no.

Patrizia Stabile

per il Roma 

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Via Ipazia, riscrittura femminista della storia

Posted by on Mag 31, 2019

Via Ipazia, riscrittura femminista della storia

Napoli dedica una via a Ipazia, vittima del “Cristianesimo”. L’insostenibile ideologia di riscrivere la storia in chiave femminista. Le solite falsità storiche, nelle quali De Magistris cade per ignoranza. Ad ucciderla furono degli eretici e il vescovo di Alessandria condannò gli assassini. Il prefetto cristiano si serviva dei suoi consigli.

«Stiamo scrivendo la storia di Napoli anche attraverso la toponomastica e in particolare la toponomastica femminile». Così ha dichiarato il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris dopo aver inaugurato una targa stradale dedicata a Ipazia d’Alessandria, filosofa del V secolo.

Che cosa c’entri la storia di Napoli con quella lì non è chiaro. Sulla targa c’è scritto solo «Via Ipazia d’Alessandria, 370-415 d. C., filosofa-matematica-astronoma. Già Traversa Cesare d’Engenio, Quartiere Montecalvario». In effetti, visto che il femminismo è di gran moda, l’unica donna dell’antichità menzionata nei documenti (un paio, non di più) meritava quel che, di questi tempi, non si nega a nessuno: una strada. Ne hanno, in Italia, anche Lutero (ma non, si badi, Almirante), oltre a Gramsci, Togliatti, Marx, Lenin, perfino Tito.

Apprendiamo che a Napoli esiste anche un Ass. (assessorato? associazione?) alla Toponomastica Femminile (cfr. vesuviolive.it del 21.3.19); forse si occupa delle nuove strade di una città in espansione? Non pare, visto che Ipazia ha usurpato la già Traversa Cesare d’Engenio. Hanno intenzione di rinominare vie e piazze in senso femminista? Boh. Certo, inizialmente otterranno solo di far ammattire i postini. E poi i giovani, i quali si chiederanno: Ipazia? E che è? Forse quella che ha inventato gli scherzi e i giochi?

Infatti, in napoletano i giocattoli si dicono «pazzielli» e scherzare è «pazziamme». Ora, qui la cosa ci interessa solo perché, come titola vesuvio.it, Ipazia fu «trucidata dai cristiani». Tranquilli, non ci lanceremo in una storia di Ipazia: abbiamo dedicato a suo tempo un’intera puntata de «Il Kattolico» sul mensile «Il Timone», al quale rimandiamo. Dovete sapere che per secoli e secoli nessuno seppe niente di Ipazia fino a quando gli Illuministi la riesumarono per usarla come clava contro la Chiesa.

Come, un secolo dopo, fu fatto per Giordano Bruno. Questo ha un monumento in Roma, quella deve accontentarsi di un ex traversa a Napoli. Infatti, l’unica cosa che ha interessato (indovinate chi) di questi personaggi è la fine tragica per mano di cristiani. Si contano sulle dita di una mano quelli che possono dire qualcosa dell’opera di Giordano Bruno. Su nessuna mano l’opera di Ipazia, che non lasciò niente di scritto. Passata la temperie dell’Illuminismo bisognò attendere il Femminismo perché Ipazia venisse riesumata una seconda volta. Fu dieci anni fa, col film Agorà del regista Alejandro Amenabar, che diede il ruolo di Ipazia all’attrice Rachel Weisz.

Bella donna, ma ingannevole: Ipazia aveva una sessantina d’anni quando fu uccisa, e nel V secolo un donna di tale età probabilmente non aveva più neanche i denti. Quelli che la uccisero erano, sì, cristiani, ma della setta dei Parabolani, che facevano politica tramite un cristianesimo solo ideologico. E in ciò erano in buona compagnia, in quanto ad Alessandria, in quel tempo, era costume darsele di santa ragione tra ebrei, cristiani e pagani.

E parliamo di massacri e pure di sacrifici umani. Ipazia aveva anche discepoli cristiani, uno dei quali, Sinesio, divenne addirittura vescovo, ed è a lui che dobbiamo l’informazione che nel V secolo esistette una filosofa femmina. Il cristiano Oreste, prefetto di Alessandria, ricorreva spesso ai suoi consigli. E i fanatici Parabolani (in odore di eresia, tra l’altro), non potendo prendersela (per motivi politici) col consigliato, diedero addosso alla consigliera, ritenuta suggeritrice delle posizioni politiche di Oreste.

Non erano lontani dal vero, dal momento che Ipazia, da buona filosofa antica, come Pitagora e Platone riteneva che i filosofi dovessero davvero essere i consiglieri dei governanti. Ma il linciaggio non era certamente nelle corde del cristianesimo, tant’è che il vescovo di Alessandria, san Cirillo, condannò gli assassini. Il clima, tuttavia, era talmente arroventato che Oreste lasciò la città e non tornò più. «In un periodo in cui dominavano fanatismo, ripudio della cultura e della scienza in nome della crescente religione cristiana», scrive vesuviolive.it. Oggi, invece, viviamo in un periodo in cui dominano fanatismo, ripudio della cultura e della scienza in nome dei crescenti politicamente corretto ed ecologismo. 

Rino Camilleri

fonte http://lanuovabq.it/it/via-ipazia-riscrittura-femminista-della-storia

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LETTERE ALLA REDAZIONE: LA RIVOLUZIONE FRANCESE PEGGIO DELL’INCENDIO DI NOTRE DAME

Posted by on Mag 3, 2019

LETTERE ALLA REDAZIONE: LA RIVOLUZIONE FRANCESE PEGGIO DELL’INCENDIO DI NOTRE DAME

Eppure Macron e compagni, che usano il termine ”medioevale” con disprezzo, poi per fatti come questi fingono di piangere (lacrime di
coccodrillo?)

Gentile redazione di BastaBugie,
sono un vostro affezionato lettore da molti anni ed apprezzo tutto ciò che fate e dite.
Vorrei commentare l’episodio della cattedrale di Notre Dame andata in fumo in questi giorni. Europa, e in Francia in particolare, è presente una forte corrente culturale, filosofica e politica (compresa l’area che attualmente sostiene il presidente Macron) che usa il termine “medioevale” con disprezzo, salvo piangere lacrime amare – io le chiamo di coccodrillo – quando avvengono fatti come questi.
Se costoro sapessero riflettere e pensare, prima di parlare, si potrebbero ricordare che le cattedrali come Notre Dame furono concepite e costruite durante il tanto – da loro – vituperato e incivile “medioevo”, mentre furono prima saccheggiate e poi dissacrate con l’assurdo culto alla dea ragione, inaugurato facendo ballare sull’altar maggiore una prostituta, dai protagonisti di quel civilissimo (!) momento storico che fu la rivoluzione francese dei Robespierre, dei Saint Just e dei Danton che ammazzava con stragi uomini, donne e bambini in Vandea.
D’altronde gli uomini della rivoluzione erano talmente “ragionevoli” da condannare con leggerezza alla ghigliottina scienziati come Lavoisier, uno dei padri della chimica moderna. Questi uomini così “ragionevoli” da idolatrare la ragione sconsacrando Notre Dame, ebbero l’impudenza di rispondere alla supplica di non uccidere Lavoisier inoltrata da persone già allora di levatura come il matematico torinese Lagrange che allora si trovava a Parigi, che con coraggio affermò come una testa come quella di Lavoisier nasce solo una volta ogni cent’anni, mentre sarebbero bastati solo pochi secondi per farla cadere, ebbene questi “razionali”, questi “ragionevoli” risposero, per bocca del vice presidente del tribunale rivoluzionario che condannò Lavoisier alla ghigliottina, che “la Repubblica non ha bisogno di dotti” (frase attribuita a Pierre-André Coffinhal-Dubail, detto Jean-Baptiste Coffinhal (1762 – 1794), giurista e rivoluzionario francese, peraltro anch’egli condannato alla ghigliottina qualche tempo dopo, come del resto Robespierre e Saint Just).
La stessa riconsacrazione, avvenuta in epoca napoleonica evidentemente più per celebrare l’auto-incoronazione di Bonaparte – avvenuta sotto gli occhi di un papa rapito per l’occasione! – che per amore verso Cristo e Sua Madre, lasciò la cattedrale in stato così pietoso tanto da dover predisporre la sua demolizione fino a quando, nei primi anni quaranta del diciannovesimo secolo sull’onda del romanzo ad essa dedicato da Victor Hugo, guarda caso cristiano, fu deciso di restaurarla (in realtà di ricostruirla in molte sue parti, a volte con risultati criticabili a detta degli esperti) a cura dell’architetto Viollet-le-Duc.
A tutti gli entusiasti della rivoluzione francese, di cui gli attuali discendenti dal punto di vista ideologico sono Macron e i suoi sostenitori, di cui purtroppo una parte italiani, dedico il giudizio espresso su di essa dallo storico francese Pierre Chaunu durante il bicentenario del 1989 a chi, stupito, gli chiedeva perché non avesse aderito ad alcun festeggiamento o celebrazione di un fatto storico così importante.
Chaunu, peraltro non “accusabile” di particolari simpatie dell’ancien régime essendo non cattolico bensì protestante, rispose testualmente: “al pari della rivoluzione del 1789 anche la peste nera che nel 1348 uccise quasi la metà della popolazione europea costituisce un rilevante fatto storico ma nessuno lo celebra né – tantomeno – lo festeggia”.
Chissà perché!
Con stima e amicizia sincera.
Luigi

Caro Luigi,
non posso che essere d’accordo con tutto ciò che dici.
Semmai mi sento in dovere di aggiungere un video che trovi qui in fondo, così commentato da Luca Costa su Cultura Cattolica: “improvvisamente viene inquadrata una giovane coppia, un ragazzo e una ragazza abbracciati, quando quest’ultima intona un canto, dolce, sublime, delicato commovente, un’Ave Maria… Je vous salue Marie, pleine de grâce, le Seigneur est avec vous… poi le voci diventano tre, quattro, dieci, venti, cento persone iniziano a cantare con lei, gli occhi fissi sulle fiamme che divorano la foresta di pietra. E il canto non si ferma! tanto che a un certo punto arriva l’arcivescovo di Parigi che non può fare altro che benedirli, come un padre che ritrova i propri figli dopo tanto tempo”.

di Giano Colli

fonte http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5617

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La casta degli storici che non insegna nulla

Posted by on Apr 29, 2019

La casta degli storici che non insegna nulla


Gli accademici snobbano tutti i libri contro la versione “ufficiale” da loro accreditata.
E così i revisionisti impazzano: il caso dell’anti-risorgimento
di Marcello Veneziani

Egregi storici di professione che liquidate con disprezzo i testi e le persone che a nord e a sud criticano il Risorgimento e ne descrivono massacri e malefatte, dovreste tentare un’autocritica onesta e serena. So che è difficile chiedere a molti di voi l’umiltà di rimettere in discussione le vostre pompose certezze e il vostro sussiego da baroni universitari, ma tentate uno sforzo. Se oggi escono libri e libercoli a volte assai spericolati, poco documentati e rozzi nelle accuse, nostalgici del passato preunitario, lo dobbiamo anche a voi. Se nei libri di testo e di ricerca, se nei corsi di scuola e d’università, se nei convegni e negli interventi su riviste e giornali, voi aveste scritto, studiato e documentato i punti oscuri del Risorgimento, oggi non ci troveremmo a questo punto. E invece quasi nessuno storico di professione e d’accademia, nessun istituto storico di vaglia ha mai sentito il dovere e la curiosità di indagare su quelle «dicerie» che ora sbrigate con sufficienza.
Ho letto e ascoltato con quanto fastidio – e cito gli esempi migliori – Giuseppe Galasso, Galli della Loggia, Lucio Villari parlano della fiorente pubblicistica sul brigantaggio, i borboni, i massacri piemontesi e i lager dei Savoia. Ne parlano con sufficienza e scherno, quasi fossero accessi di follia o di rozza propaganda. Poi non si spiegano perché tanta gente affolla e plaude i convegni sull’antirisorgimento, a nord o a sud, e disprezza il Risorgimento, se un libro come Terroni di Pino Aprile sale in cima alle classifiche, se nessuno sa dare una spiegazione e una risposta adeguate alle accuse rivolte ai padri della patria. Curioso è il caso di Galasso che prima accusa i suddetti antirisorgimentali di scrivere sciocchezze e poi dice che erano cose risapute; ma allora sono vere o no, perché non affrontarle per ricostruirle correttamente o per confutarle? Ed è un po’ ridicolo criticare le imprecisioni altrui, ridurle ad amenità, e poi non batter ciglio se il suo articolo, professor Galasso, viene titolato sul Corriere della Sera «Nel sud preunitario», mentre il brigantaggio di cui qui si tratta si riferisce all’Italia postunitaria. Par condicio delle amenità.
Ma il problema riguarda tutto un ceto di storici boriosi, che detengono il monopolio accademico e scolastico della memoria. Perché avete rimosso, non vi siete mai cimentati col tema, non volete sottoporvi alla fatica di rimettere in discussione quel che avete acquisito e sostenuto una volta per sempre? Detestate i confronti e perfino la ricerca che dovrebbe essere il vostro pane e il vostro sale. Il risultato è che per molta gente questi temi sono scoperte inedite.
Per la stessa ragione, non è possibile trovare sui libri di storia, nei testi scolastici e universitari o nei vostri interventi sui giornali, le pagine infami che seguono alla rivoluzione napoletana del 1799 con intere città messe a ferro e fuoco, migliaia di morti ad opera dei giacobini rivoluzionari. Celebrate i collaborazionisti delle truppe francesi ma omettete i loro massacri, le città rase al suolo. Non è ideologica anche la vostra omertà? O ancor peggio, poi non vi spiegate, voi storici titolati del Novecento, perché libri come quelli di Giampaolo Pansa esplodano in libreria con centinaia di migliaia di lettori: ma perché voi, temendo l’interdizione dalla casta, non avete avuto il coraggio di riaprire le pagine sanguinose della guerra partigiana, il triangolo rosso e gli eccidi comunisti. Così fu pure per le foibe. Poi con disprezzo accademico sbrigate questi libri come pamphlet giornalistici, roba volgare e imprecisa. Ma quei morti ci sono stati sì o no, e chi li uccise, e perché? Quelle ferite pesano ancora nella memoria della gente sì o no? Che coesione nazionale avremo, caro Galli della Loggia, nascondendo vagoni di scheletri negli armadi?
Sul Risorgimento non avete il coraggio di rispondere a quelle domande e così contribuite in modo determinante a rendere le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia come uno stanco rituale, estraneo agli italiani, dominato dai tromboni e dalle stucchevoli oleografie. Salvo poi scrivere stupefatti e indignati che il Paese non partecipa, è assente, è refrattario. Ma non vi accorgete che lo diventa se continuate con il vostro manierismo e le vostre omissioni?
Come forse sapete, sono tutt’altro che un detrattore del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, anzi sono un fautore di lunga data dell’identità italiana, quando eravamo davvero in pochi a difenderla. Sono convinto che il processo unitario fosse necessario, che molti patrioti fossero ardenti e meritevoli d’onore, e che l’idea stessa di unire l’Italia fosse il sacrosanto coronamento di un’identità, di una storia, vorrei dire di una geografia, di una cultura e di una lingua antiche. Ma per rendere autentica quell’unità non possiamo negare le sue pagine oscure e pure infami, non possiamo negare le sofferenze che ne seguirono e lo sprofondare del sud nei baratri della miseria, della malavita e dell’emigrazione. Quella malavita organizzata che dette una mano ai garibaldini come poi agli sbarchi americani. Sono convinto che l’Unità d’Italia non portò solo guai ma modernizzò il Paese, lo alfabetizzò e lo fece sviluppare; e considero meritevoli di rispetto i cent’anni e passa che seguirono all’Unità d’Italia, la nascita dello Stato italiano e di una dignitosa borghesia di Stato, la graduale integrazione dei meridionali nello Stato, il loro grande contributo alla scuola e all’università, alle prefetture e alle forze dell’ordine, alla magistratura e all’alta dirigenza dello Stato, all’impiego pubblico e militare. Non possiamo buttare a mare più di un secolo di storia per qualche decennio finale di parassitismo.
Ma bisogna avere il crudo realismo di narrare anche l’altra faccia della storia; per amor di verità, per rispetto di quei morti e per riportare dentro l’Italia gli eredi di coloro che subirono l’Unità. Perché resta ancora da costruire un’Italia condivisa e non da dividere un’Italia già costruita.
Sul Risorgimento non avete il coraggio di rispondere a quelle domande e così contribuite in modo determinante a rendere le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia come uno stanco rituale, estraneo agli italiani, dominato dai tromboni e dalle stucchevoli oleografie. Salvo poi scrivere stupefatti e indignati che il Paese non partecipa, è assente, è refrattario. Ma non vi accorgete che lo diventa se continuate con il vostro manierismo e le vostre omissioni?
Come forse sapete, sono tutt’altro che un detrattore del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, anzi sono un fautore di lunga data dell’identità italiana, quando eravamo davvero in pochi a difenderla. Sono convinto che il processo unitario fosse necessario, che molti patrioti fossero ardenti e meritevoli d’onore, e che l’idea stessa di unire l’Italia fosse il sacrosanto coronamento di un’identità, di una storia, vorrei dire di una geografia, di una cultura e di una lingua antiche. Ma per rendere autentica quell’unità non possiamo negare le sue pagine oscure e pure infami, non possiamo negare le sofferenze che ne seguirono e lo sprofondare del sud nei baratri della miseria, della malavita e dell’emigrazione. Quella malavita organizzata che dette una mano ai garibaldini come poi agli sbarchi americani. Sono convinto che l’Unità d’Italia non portò solo guai ma modernizzò il Paese, lo alfabetizzò e lo fece sviluppare; e considero meritevoli di rispetto i cent’anni e passa che seguirono all’Unità d’Italia, la nascita dello Stato italiano e di una dignitosa borghesia di Stato, la graduale integrazione dei meridionali nello Stato, il loro grande contributo alla scuola e all’università, alle prefetture e alle forze dell’ordine, alla magistratura e all’alta dirigenza dello Stato, all’impiego pubblico e militare. Non possiamo buttare a mare più di un secolo di storia per qualche decennio finale di parassitismo.
Ma bisogna avere il crudo realismo di narrare anche l’altra faccia della storia; per amor di verità, per rispetto di quei morti e per riportare dentro l’Italia gli eredi di coloro che subirono l’Unità. Perché resta ancora da costruire un’Italia condivisa e non da dividere un’Italia già costruita.

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Automobili, a Milano ci sono 338mila auto senza assicurazione A Milano 338mila auto senza assicurazione, altre 314mila senza revisione

Posted by on Apr 22, 2019

Automobili, a Milano ci sono 338mila auto senza assicurazione A Milano 338mila auto senza assicurazione, altre 314mila senza revisione

I dati sono stati pubblicati da Palazzo Marino sul portale OpenData I milanesi preferiscono le auto a benzina: sono il 58%, del totale, mentre il 33% ha un motore diesel. Decisamente meno quelle a Benzina-Gpl, il 3,9%. Poche quelle ibride: tutte le altre categorie, infatti, si attestano tra l’1 e lo 0%. I numeri emergono dal portale OpenData del comune di Milano che nella giornata di venerdì 22 marzo si è arricchito con due nuovi dataset relativi alla mobilità in città e riguardanti le patenti di guida. I dati Automobili a Milano: i numeri

Le auto dei Milanesi sono 1.036.480. Di queste il 67,3% è in regola con l’assicurazione (oltre 697mila veicoli), il 32,7% invece no (circa 338mila veicoli), mentre il 69,6% ha effettuato la revisione (721mila veicoli), contro il 30,4% (oltre 314mila) che risulta non in regola.

Il dato, precisa Palazzo Marino, è stato estratto dall’archivio nazionale dei veicoli gestito dalla Motorizzazione e aggiornato al 31 ottobre 2017.

Patenti a Milano: le statistiche

Su un totale di 744.526 patenti, per l’88,9% si tratta di patenti italiane, mentre per il restante 11,1% di patenti straniere. I patentati di sesso maschile — si legge nei dati di Palazzo Marino — sono il 56,5%, contro il 43,4% di patentati di sesso femminile. I patentati con 30 punti sono 374.505, il 50,3% del totale.

I dati — chiarisce il comune — sono aggiornati al 26 maggio 2017 e provengono dall’archivio nazionale abilitati alla guida su strada, gestito dalla Motorizzazione.

fonte https://www.milanotoday.it/green/mobilita/auto-senza-assicurazione.html?fbclid=IwAR2iUNOlrfau2G62ltdY05Uox5ZSqMHVxfwiKi4TeGNLyf3eMCweVRiPO-g

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