Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

A proposito di radici e di memoria

Posted by on Gen 13, 2017

A proposito di radici e di memoria

 

Caserta, subito dopo se non addirittura insieme a Napoli, dovrebbe essere una delle città più “borboniche” del meridione d’Italia, vantando quel capolavoro della Reggia Vanvitelliana, la meravigliosa realtà di quello stato ideale che fu la comunità di San Leucio, la non meno famosa Reggia di Carditello, il maestoso complesso dei Ponti della Valle dell’Acquedotto Carolino. Eppure, stranamente, il Vialone Carlo III, insieme ad un vicolo dedicato a Maria Amalia di Sassonia sono le uniche tracce rimaste nella toponomastica cittadina per ricordare una dinastia che aveva fatto assurgere quella altrimenti sconosciuta città di provincia al rango di sede reale, portandola addirittura a competere con la francese Versailles!

Ingratitudine umana!

E’ capitato un po’ come nella vicina cittadina di Santa Maria Capua Vetere, ove c’è una vera inflazione di strade, piazze e monumenti dedicati ad episodi del Risorgimento, come la piazza antistante l’Anfiteatro, dedicata alla battaglia del 1° ottobre 1860, e ai vari Vittorio Emanuele, Garibaldi, Mazzini, Milbitz, Sirtori, Avezzana, Umberto I(a cui era stato intitolato un più nobile tratto della Via Appia), e dove perfino il corso cittadino, la strada più importante, fatta costruire da Francesco II ed inaugurata il 4 ottobre 1859 (giorno del suo compleanno) è stato ingratamente intitolato a Giuseppe Garibaldi!

Ebbene, passeggiando nella “borbonica” città di Caserta, si può spaziare dal giacobinismo e dalla loro creatura:la Repubblica Napoletana (via P. Battistessa, via E. Ruggiero, via M. Natale, via Repubblica Napoletana, via Luigi Settembrini) fino all’Unità, passando per una piazza intitolata al Conte di Cavour, un’ altra intitolata a Giuseppe Garibaldi, una via a Mazzini e, dulcis in fundo,una via all’Unità Italiana, per concludere l’epopea risorgimentale.

Ora io mi domando:<<Dopo tutto quello che sta emergendo a proposito di come è stata raccontata, nel vero senso della parola, tutta la storia del Risorgimento e quella dell’effimera ma sconvolgente avventura della Repubblica Napoletana, che l’ha immediatamente preceduto, quando perfino alle generazioni più prossime a quei momenti storici è stata tolta la possibilità di avere memoria del proprio passato, le nuove generazioni come potranno riappropriarsi di un passato o di una storia di cui non hanno la benché minima conoscenza e che quindi non sentono come loro, se oltre a non venire informate a scuola non lo vengono nemmeno camminando per le strade della propria città?>>.

E’ ovvio che, camminando per una città ove ad ogni pie’ sospinto si incontra un Cavour, un Garibaldi, un Vittorio Emanuele, un Mazzini, un Settembrini, uno Spaventa, un Poerio, una via Repubblica Napoletana, una via Unità d’Italia, se si viene assaliti dalla curiosità e si vuole decidere di informarsi, l’idea che ci si può fare è che la storia della nostra nazione sia racchiusa nell’esigua parabola temporale di una sessantina di anni, e di questi anni, consultando i testi disponibili, veniamo a sapere che i giacobini, che tradirono la monarchia grazie alla quale avevano raggiunto posizioni di tutto rispetto e che li teneva in buona considerazione, i giacobini che fecero invadere la loro patria da un esercito straniero (che poi si abbandonò a rapine, stupri, rappresaglie e razzie di ogni genere), i giacobini che, appena al potere, misero in atto una repressione spietata e sanguinaria contro gli oppositori del regime e delle loro idee, i giacobini che dal Castel Sant’Elmo sparavano alle spalle dei lazzari, loro concittadini che cercavano di sbarrare il passo alle truppe francesi, sono eroi e patrioti, e diventano martiri quando Ferdinando IV (che, però non ha intitolata alcuna strada o piazza, e, quindi, nome che non sollecita approfondimenti) e la moglie Maria Carolina (anch’essa priva di strade o piazze a lei intestate e, tra l’altro, sorella di Maria Antonietta, che i giacobini francesi avevano ghigliottinato)adottano le stesse misure adottate dai giacobini napoletani appena saliti al potere. E qui la storia di regime si mostra nella sua vera essenza, usando due pesi e due misure per giudicare uno stesso avvenimento. Infatti la repressione messa in atto dai giacobini contro i loro oppositori è presentata come una reazione naturale, anche dal punto di vista della scienza fisica secondo cui <<ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria>>. Ebbene, questo principio accettato per giustificare la repressione giacobina non è stato adottato per la stessa reazione messa in atto dal Borbone, una volta riappropriatosi del trono!     E a questo strano modo di giudicare dà una buona mano anche Benedetto Croce, secondo cui la repressione di Ferdinando destò grande impressione non solo in Francia ma anche in Inghilterra! (Vi immaginate quali nazioni avrebbero provato la maggior ripugnanza per la reazione borbonica?). Non so il grande filosofo come si sarebbe comportato trovandosi al posto di Ferdinando e con una moglie a cui i fratelli giacobini avevano fatto saltare la testa! Comunque, la cosa che colpisce di più, specialmente quando ad esprimere un giudizio è una mente come quella del Croce, è che certi elementi del problema non si vogliono prendere in considerazione e perciò la storia continua a procedere come al solito.

Quando i giacobini napoletani divennero padroni della situazione, subito cominciarono ad eliminare dalla scena tutti coloro che non condividevano i loro ideali e di cui, quindi, bisognava liberarsi. Calandoci nella loro mentalità potremmo anche convenire sul fatto che ritenessero di essere nel giusto. Ma poiché l’indagine storica è il campo specifico della speculazione del grande filosofo di Pescasseroli, ci meraviglia grandemente che egli non abbia dato importanza ad un elemento essenziale del problema, al fatto, cioè, che la Repubblica Napoletana non aveva avuto alcun riconoscimento ufficiale per cui quelli che avevano tramato contro l’ordine costituito non potevano essere considerati prigionieri di guerra con le garanzie previste da tale status, ma erano a tutti gli effetti dei traditori, soggetti al giudizio di un tribunale penale, che, per il tradimento, prevedeva la pena di morte. Altro che martiri ed eroi!

L’amore per la nostra memoria cancellata, abrasa, distrutta e quello per la nostra terra mi stavano facendo allontanare dall’oggetto del tema. Se a scuola si continua a “raccontare” la solita storia. Se camminando per le strade delle nostre città nessun nome della toponomastica ci richiama alla mente un avvenimento o un personaggio della nostra storia, come potremo sperare che le nuove generazioni, sollecitate da ben altre preoccupazioni (come quella della cronica mancanza di lavoro e, quindi, di nessuna speranza per il futuro) e avvezze meno di noi a ricerche documentali e d’archivio possano avere coscienza della nobiltà e della antichità della propria storia, della propria cultura e della propria identità?

Castrese Lucio Schiano

 

monumento ai repubblicani giustiziati nell'isola di procida

 

 

Monumento ai repubblicani giustiziati nell’isola di Procida (da Wikipedia)

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