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Alla scoperta del Museo di Antropologia di Napoli

Posted by on Mag 17, 2018

Alla scoperta del Museo di Antropologia di Napoli

Era il 1780 a.C., quando un boato assordante scosse d’improvviso l’intera area campana. Pochi secondi furono sufficienti per comprendere cosa stesse accadendo. In migliaia tentarono una fuga disperata quanto inutile, flagellati da una violentissima tempesta di lapilli e rocce incandescenti, terrorizzati da una fitta oscurità generata da folte nubi di cenere che, in poco tempo, presero possesso del cielo.

Cento mila tonnellate di roccia incandescente al secondo e colonne di fumo alte quasi 35 mila metri con temperature che si aggiravano intorno ai 500 gradi centigradi.

Quel giorno, le “Pomici di Avellino”, una delle eruzioni pliniane più importanti che la Storia ricordi, non risparmiò niente e nessuno, inghiottendo per sempre sotto metri di detriti tutto ciò che incontrasse lungo il suo cammino.

Lunghi attimi di terrore e inaudita ferocia testimoniati tutt’oggi, dopo circa 3800 anni, dal ritrovamento del corpo di una giovane donna.

Non conosciamo il suo nome, né quello dei suoi bambini, numerosi visto il bacino particolarmente largo; ma un particolare balza subito all’occhio di chi guarda quel corpo immobile all’interno di una teca: la sua mano protesa verso il volto, a protezione di bocca e naso, segno di un ultimo, quanto disperato, tentativo di scampare ad una morte certa.

Esso rappresenta il primo rinvenimento noto al mondo di vittima di eruzione preistorica. Una scoperta del tutto casuale, avvenuta nel 1995, durante un sopralluogo per la costrizione di un gasdotto, presso San Paolo Bel Sito.

Questa è solo una delle innumerevoli storie racchiuse nella piccola sala del Museo di Antropologia.

A pochi passi di distanza, infatti, è possibile compiere un viaggio ricco di emozioni nell’America meridionale, alla scoperta di abitudini, tecniche di combattimento, espressioni artistiche delle antiche tribù autoctone, grazie ad un’importantissima collezione originale di teschi provenienti dall’area del Tiwanaku, sulle Ande boliviane.

Popolazioni contraddistinte da una caratteristica in particolare: la testa a “uovo”.

Ai bambini infatti, fin dalla tenera età, veniva fasciata la testa con bende o altri strumenti simili, andando così a deformare il regolare sviluppo del cranio. Un segno distintivo, il quale, non solo aveva un elevato valore simbolico e rituale connesso alle diverse tradizioni religiose, ma in alcuni casi esso era simbolo di appartenenza ad un’elevata classe sociale.

Una pratica nel tempo diffusasi in vari luoghi del mondo, sopravvissuta fino ad oggi in alcuni Paesi. Le prime testimonianze di questa pratica risalgono all’Età del ferro, successivamente raggiunse le coste dell’Antico Egitto e delle regioni ad est del Mar Nero. Gli esempi più recenti sono stati documentati da esploratori europei agli inizi del Novecento nell’America andina e Africa centrale.

Il museo di antropologia, nonostante il suo ambiente piccolo, circa 150 metri quadrati, possiede la straordinaria capacità nel ripercorrere l’intera evoluzione dell’Uomo, partendo dalle sue origini, passando per l’Età del ferro per poi arrivare a quella del bronzo e del rame.

Il “Gabinetto di Antropologia” con annesso Museo, fa parte del complesso museale dell’Università degli studi di Napoli Federico II, insieme al museo di Fisica, Mineralogia, Paleontologia e Zoologia.

Nella Storia di questa bellissima struttura, sorta nel 1881, un ruolo da protagonista è stato sicuramente rivestito dalla figura di Giustiniano Nicolucci, grande studioso di medicina, fisiologia e antropologia.

Grazie ai suoi studi approfonditi e alle innumerevoli amicizie nella società napoletana, specialmente con Francesco De Sanctis, allora ministro dell’Istruzione Pubblica, nel 1884 l’Università di Napoli lo convocò, conferendogli la cattedra.

Nicolucci donò al Museo intere collezioni craniologiche private di inestimabile valore; un totale di 2000 pezzi, tra cui spicca una piccola macina a mano che l’archeologo Schliemann, scopritore della città di Troia, donò personalmente allo stesso Nicolucci nel 1879.

Altra collezione fondamentale fu il risultato di lunga analisi da lui condotta durante un viaggio nel continente africano nel 1930; l’obiettivo di Nicolucci era la catalogazione degli esseri umani in base alle caratteristiche somatiche.

Lo studioso italiano andava ad appore sul viso di volontari un impasto di acqua e gesso e successivamente dipingeva il calco per testimoniare la diversità di etnie africane. Negli anni ’30 questo studio fu strumentalizzato dalla politica nazi-fascisti a sostegno della teoria della superiorità della razza.

In seguito alla scomparsa di Nicolucci, il Museo ebbe vita tutt’altro che facile. La cattedra di antropologia fu abolita, la struttura, chiusa al pubblico, divenne un centro accademico, quasi lasciata all’abbandono, con le collezioni relegate nei depositi.

Solo nel 1963 fu riconosciuta formalmente l’esistenza del Museo, nel 1981 fu ripristinata la cattedra  e ,infine, nel ’94 riaprì le porte al pubblico.

Andrea Andolfi

fonte

http://www.storienapoli.it/2018/04/20/alla-scoperta-del-museo-di-antropologia/

 

 

 

 

 

 

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