Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Antonio Jerocades di Parghelia, processato a Sora come eretico nel 1771

Posted by on Nov 30, 2019

Antonio Jerocades di Parghelia, processato a Sora come eretico nel 1771

A Sora, durante l’Episcopato di G. Sisto y Britto (1768-96), vi fu un processo penale intentato dal Vescovo contro il sacerdote calabrese prof. Antonio Jerocades, reo di aver fatto trionfare, in una brillante commedia rappresentata dai suoi discepoli nel Collegio Tuziano di Sora, il giuramento dei Quàcqueri, per cui una Miss attirò alla sua setta il cattolico Pulcinella.

 
Il racconto di detto processo, che condannò lo scrittore calabrese per molti mesi, a oscuro e orrido carcere (esistito fino a un decennio fa nel pianterreno del nostro Episcopio e trasformato in bella sala per conferenze), oggi meraviglia e fa sorridere; ma nel Settecento quando dominavano le monarchie assolute come quella dei Borboni e i Vescovi avevano la facoltà di far imprigionare i dongiovanni e i corruttori dei costumi morali e religiosi per calmarne le euforie sensuali, il processo parve, a quasi tutti i dotti della mia regione, legittimo, e salutare la grave pena della sospensione a divinis, del freddo dell’umida cella e dell’insufficiente cibo quotidiano, stabiliti per l’imprudente apologeta del quacquerismo.
Chi era questo strano e genialoide sacerdote di Parghelia (Catanzaro)?
Antonio Jerocades (1738-1805), sacerdote originale e professore valente di lettere nel Seminario di Tropea e poi nel collegio Tuziano laicale di Sora (Frosinone), era un libero pensatore, anticuriale, ribelle alle autorità costituite, filomassonico. Durante le sue lezioni e nei suoi libri propagò le idee repubblicane prima che scoppiasse la Rivoluzione francese (1789), con un’audacia che allora faceva tremare i fedeli e proni sudditi del Regno delle Due Sicilie. Divenuto il propagandista e il poeta ufficiale della Massoneria, per cui scrisse inni enfatici, fondò in parecchie città della sua Calabria le logge dei <<liberi muratori>>, legando il suo nome al movimento massonico del Settecento nell’Italia del Meridione verso la fine del secolo XVIII.
Fu emissario, dopo il processo subito a Sora che lo ridusse alla miseria, della Massoneria francese ed ebbe contatti spirituali ed economici con la grande Loggia di Marsiglia (circa il 1771). Raggiunse un grado eminente nell’istituzione dei Franchi Muratori di Napoli, dove fu chiamato alla Reggia da Maria Carolina che affettava un diletto per i riti massonici, ma col vero fine di scoprire gli elementi più pericolosi della setta che mirava alla caduta dei troni e degli altari.
La scaltra Regina di Napoli, consigliata dalla diabolica lady Emma Lyon-Hamilton (1761-1815), fece spargere la voce calunniosa che il prete Jerocades era divenuto la spia di Corte a danno dei patrioti napoletani, per disseminare la diffidenza nella setta e far odiare il poeta (divenuto il Metastasio della Massoneria) dagli stessi affiliati partenopei e calabresi, i più violenti antidinastici del tempo.
Gettato nelle tristi Carceri dei Graniti e poi del Castello dell’Uovo (1792-95), dove gemevano insigni pensatori e gentiluomini (quali Luigi Settembrini, Vincenzo Russo, Ferdinando e Mario Pignatelli, figli del Principe di Strongoli, il Principe di Pietracupa, il Marchese di Guardialfieri e altri, egli si vergognava e doleva di aver denunziato, in un momento di debolezza, alla Giunta d’Inquisizione alcuni nomi di còrrei che volevano temperate riforme o trapiantare nella capitale del regno la Repubblica giacobina, insofferenti di una monarchia retriva che il Gladston dichiarò poi <<negazione di Dio>>.
Soffriva la stessa pena il giovanetto Guglielmo Pepe (1783-1855), il quale, commiserando il vecchio e canuto Jerocades deciso a spezzarsi il cranio alle spranghe della prigione, lo dissuadeva dal suicidio, dicendogli con affetto filiale: <<Non essere più afflitto e mesto, perchè noi giovani non ti reputiamo reo di cosa alcuna, ma ti stimiamo qual padre di patrioti. Tu non fosti mai reo, o virtuoso Jerocades; la natura non fece la tua bell’anima per la colpa, ed ingiusti più che mai sono stati coloro che non seppero coprire con un velo quel momento di tua debolezza!>>.
In realtà il massone Jerocades, sicuro di salvare se stesso giusta la promessa di un abile inquisitore, rivelò, come fecero pure altri settari, i nomi di giovani inesperti che poi vennero afforcati, morendo da eroi e lasciando il loro buon ricordo nel Martirologio della Libertà italiana. Il poeta di Parghelia era così convinto e compunto di aver compiuta una delazione, che spesso ripeteva al compagno di cercere G. Pepe: <<Tu giovane e innocente, io vecchio e reo!>>. Per questa sua confessione, per la sua liberazione dalla prigione, per il non essere stato afforcato come reo di Stato, non si può, come vorrebbe qualche studioso, chiamarlo <<martire della libertà italiana>>. Nella vita di Jerocades vi è il fervido aspirante alla libertà politica, ma non il sacrificio di sè all’idea, il supremo olocausto alla grande Patria, Non fu eroe e martire chi, sacrificando giovani vite alla sua salvezza, morì tranquillamente in una casa di Tropea (1805), avendo anche il tempo di riconciliarsi con Dio!
Jerocades, che alcuni storici chiamano abate, è noto come liberale, perchè si distinse non solo per l’attiva propaganda politica, ma fu tra i repubblicani che si recarono nel 1792 al Porto di Napoli per festeggiare la flotta dell’ammiraglio francese Latuche, messaggero della nuova Repubblica. Per questo fatto così patente venne imprigionato e giudicato dalla Giunta di Stato, ma, per indulto, riebbe la libertà nel 1795; però fu costretto a recarsi in esilio a Marsiglia, dove congiurò ancora contro gli odiati Borboni, i quali, a dir vero, non furono molto feroci contro di lui, se gli lasciarono insegnare nella R. Università di Napoli la teologia cattolica (1791), l’economia e il commercio (1793), seguendo le dottrine filosofiche ed economiche di Antonio Genovesi (1712-1769) che già aveva insegnato dalla cattedra partenopea fin dal 1754.
Ingegno poliedrico, mente doviziosa di cultura classica, tradusse dalle opere di Pindaro e di Orazio; scrisse drammi, fra i quali Il ritorno di Ulisse; un Intermezzo indiavolato; poemi, di cui è noto Paolo o dell’umanità liberata, e liriche di intonazione profana e massonica, come il volumetto La lira focense; libri di propaganda, fra cui un Saggio dell’umano sapere, e opuscoli filosofici ed economici. Però, mentre con le sue idee novatrici fece molti proseliti, non trovò lodatori del suo stile letterario che, secondo i pareri di G. Capasso, M. D’Ajala, F. De Simone, A. Simioni e altri biografi, fu giudicato mediocre. Possiedo anche alcune poesie religiose di lui, scritte forse durante la sua conversione, ma non hanno nulla di originale. Pure in esse inneggia alla libertà, che la vera religione non nega a chi ne sa fare buon uso.
Ma quale fu l’eresia del sacerdote Jerocades, per cui venne imprigionato a Sora, dove iniziò il calvario della sua vita tempestosa? Noi credenti in Cristo sappiamo che il matrimonio cattolico è l’unione indissolubile fra un uomo e una donna battezzati, a base di amore e a scopo di figliolanza, con doveri e diritti reciproci; unione che, dopo l’antico rito della Chiesa, diviene sacramento, cioè cosa sacra, santificante.
Ora Jerocades, nella sua brillante commedia Pulcinella da Quacquero, si permise il lusso di far comparire sulla scena del Collegio Tuziano della mia città, allora borbonica al 99% e più clericale che cattolica, tre protestanti (un Mylord, una Mylady e una Miss) e un povero cristiano (N.d.R.: cattolico), Pulcinella, che per povertà diventa quacquero, come avviene anche oggi coi ricchi protestanti che vanno in cerca di poveri italiani, li corrompono con le sterline e li attirano alle loro sette.
Sono tre scene esilaranti, nelle quali i tre quacqueri rivelano i segreti della loro pseudoreligione dinanzi alla faccia meravigliata di Pulcinella: nessuna necessità di credere con un credo ecclesiastico, nè sacerdozio, nè sacramenti, nè liturgia, nè contratti scritti i firmati, dovendo dare assoluto valore alla parola data.
La Miss, benchè bella e ricca, si innamora di Pulcinella, brutto di faccia ma bello di anima e per giunta ricco di trovate comiche e di umorismo. Pulcinella, povero e senza un vero mestiere, impazzisce per la bellezza fisica della signorina inglese e per le sue ricchezze che gli assicurano un avvenire agiato. Appena i due amanti si sono ben compresi e stracotti, i due genitori domandano loro se sono disposti a unirsi in matrimonio. La Miss consente con poche dignitose parole, mentre Pulcinella, già in brodo di giuggiole, fa espansive e calde dichiarazioni di amore.
Riunitisi i quattro attori nella Società degli Amici (detti <<spirituali<< o <<ispirati>>), con la massima semplicità, senza la presenza di un sacerdote o di un ufficiale civile, i due giovani dichiarano la loro unione in presenza di Dio e dei loro amici, senza scambiarsi l’anello, simbolo di fede e di fedeltà, senza che la donna prometta obbedienza al marito, Quindi Pulcinella, in tono declamatorio, voltosi agli amici della nuova fede, tenendo stretta la mano della Miss, pronunzia la rituale formola del giuramento quacquero: <<Amici, io prendo in moglie la Miss… promettendo, con l’assistenza divina, di essere per lei uno sposo amante e fedele fino a che piaccia al Signore di separarci con la morte>>. Lo stesso ripete la donna, cambiando poche parole per adattarle al suo sesso. Infine seguì un vivace ballo e un pranzo, in cui il filosofo di Acerra si fece molto onore.
Ma, alle risate spassose degli spettatori seguirono, il giorno dopo, i timori del sacerdote eretico, il quale fu accusato di aver fatto corrompere il cattolico Pulcinella dalle teorie pazzesche e dall’oro di tre Quacqueri, di aver permesso un matrimonio fra un battezzato e una non battezzata, senza i  sacramenti che accompagnano l’unione sacra, un’unione che può sciogliersi a capriccio di uno dei coniugi che la Chiesa definisce <<concubini>> mentre lo Stato nega tanti diritti civili ai figli illegittimi quali sono i figli dei quacqueri.
Per questa recita ereticale si accesero polemiche vivaci nelle sedi civili ed ecclesiastiche e nelle case dei professionisti della vasta diocesi di Sora. Tutti chiesero la condanna del disgraziato calabrese che forse aveva più inteso di far ridere che di irridere la dottrina cristiana (N.d.D.: cattolica). Ma il Vescovo che <<detestava quelle enormi, sacrileghe, empie massime che va spargendo questo iniquissimo secolo>>, chiede ad Antonio Jerocades, focoso commediografo, una pena dantesca per raffreddarne i soverchi ardori: una gelida carcere e poco pane.

Achille Lauri

fonte http://www.tropeamagazine.it/antoniojerocades/achillelauri/index.html

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.