Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

BAIA-BACOLI di Alfredo Saccoccio

Posted by on Mar 17, 2018

BAIA-BACOLI di Alfredo Saccoccio

 

Molte testimonianze su Baia riguardano la corruzione della cittadina, quasi l’emblema della vita licenziosa e dissoluta. Secondo il poeta elegiaco latino Sesto Properzio, essa era una lussuriosa città di perdizione, che, più di ogni città, conduceva ai cupi regni degli Inferi. Egli vede assai male l’amata Cinzia in un simile luogo: “Affrettati a lasciare la corrotta Baia, una spiaggia che a molti procurerà discordie, un lido nemico delle fanciulle caste. Possano perire le acque di Baia, crimine dell’amore!”.

Pare che il destino abbia ascoltato questa invettiva sommergendo, poco a poco, Baia nelle profondità marine e appestando l’aria, sia a causa degli acquitrini, sia a causa dei laghi dove si macera il lino. Nelle spedizioni per la conquista di Napoli, Carlo VIII e Luigi XII vi persero tantissimi uomini, colpiti dalle pestifere esalazioni delle paludi.

Per la vita dissoluta che vi si svolgeva, in epoca romana, Baia dovette subire anche le invettive di Seneca, che in un’epistola dice: “Ho lasciato Baia il giorno dopo esservi giunto, essendo un luogo da evitare, ancorchè dotato di alcuni pregi naturali, in quanto la lussuria ne ha fatta la propria fonte di celebrazione”.

Varrone in una satira scrive: “Non solo le fanciulle divengono donne pubbliche, ma i vecchi si comportano come giovani e i ragazzi come ragazze”. Marco Tullio Cicerone, nell’orazione per Celio e nel suo epistolario, include Baia tra gli esempi di dissolutezza, di adulterii, di orge.

Qui l’arpinate scrisse “De Republica”; qui Pompeo venne con i suoi due figli; qui Cesare, dopo l’impresa vittoriosa delle Gallie, venne a riposare in una sua villa; qui Francesco Petrarca scrisse una delle pagine più vive del suo itinerario campano sostenendo, in una sua epistola, che nessuna contrada del mondo è più amena e più frequentata di Baia. Qui Federico II frequentò le terme; qui Lucio Domizio Enobarbo (tale era il nome originale di Nerone) fece uccidere, per mano dei sicari, crudelmente la madre Agrippina, che si opponeva al suo divorzio da Ottavia, per sposare l’affascinante Poppea Sabina, la più bella di Roma (400 asine le fornivano i tre bagni di latte che ogni giorno prendeva, ritenuto ottimo per la pelle), già consorte di un suo funzionario, Rufo Crispino, e di Ottone, poi uccisa dall’imperatore nel 65, con un calcio nel ventre, perché aveva osato contrariarlo; qui, dove dimorò negli ultimi anni di vita, il 10 luglio del 138, morì l’imperatore Publio Elio Traiano Adriano, nella villa dei Cesari, dettando i famosi versi, “animula vagula blandula”.

Cessò di vivere a Baia, nell’autunno del 23 a. C., a soli 19 anni, nella casa di Cesare, forse avvelenato da Livia, Marco Claudio Marcello, vincitore dei Galli Insubri, nipote prediletto di Augusto, oltreché genero dello stesso, avendo sposato la quattordicenne Giulia, il quale lo aveva adottato per le sue alte virtù e per le grandi speranze che faceva presagire di sè. L’imperatore ne recitò l’elogio funebre e gli diede sepoltura nel Campo Marzio erigendo, in suo onore, un teatro (Teatro di Marcello), inaugurato nell’11 a. C.. L’anno seguente ci fu da parte di Virgilio la prima stesura dell’ “Eneide”. Il poeta di Andes, vicino a Mantova, nella Gallia Cisalpina, lesse ad Augusto tre libri dell’opera suddetta, probabilmente il secondo e il quarto, il sesto certamente, poiché la sorella di Augusto, Ottavia, presente alla lettura, svenne dalla commozione, quando, con accento patetico, Virgilio lesse il brano del sesto libro in compianto del giovane Marcello, presunto erede dell’impero, speranza di Augusto, rapito nel fiore degli anni, per una malattia di petto, consigliato dai medici a provare le acque e il clima di Baia.

Tutta la contrada è stata universalmente celebrata e immortalata da ricordi letterari. Tra i grandi nomi che hanno illustrato questa collina, citiamo Orazio, che lodava Baia dicendo che nessuna insenatura al mondo risplendeva più di quella dell’amena Baia: “Nullus in orbe sinus Baiia praelucet amoenis”. Il poeta venosino rimase incantato dagli imponenti complessi termali, i migliori di quell’epoca, forse spinto dai consigli terapeutici di Aulo Cornelio Celso, erudito romano, autore delle “Artes” (Le Arti). “ La villa di Baia del nostro amico Faustino – lo scrive Marziale – non si stende su vasti e sterili campi, ricoperti da mirteti infecondi, platani spogli e siepi ben rasate di bosso, tutto bello in ordine; no, la villa è rallegrata da autentica, rustica campagna”. Lo stesso poeta ci racconta che “La casta Laevina, lasciandosi accarezzare dalle acque di Baia, ha finito per prendere fuoco: ha lasciato il suo sposo per seguire un giovane amico”. Egli diceva che le donne vi arrivavano “caste come Penelope” e ne ripartivano “lascive come Elena”.

L’amenissimo lido baiano, l’eliso di Virgilio Marone e gli inferi di Tacito, dopo le guerre civili, diventò il luogo prediletto di villeggiatura degli imperatori romani, dei consoli e dei potenti della tarda repubblica, soggiogati dall’armonia del golfo, dalla dolcezza del clima, dalla rara bellezza dei paesaggi e dall’abbondanza delle sorgenti termali, che vi costruirono splendide ville, decorate dalle più ricche pitture, dai viali alberati e dalle terrazzine pensili, che si protendevano fin sopra il mare, da cui si godeva un maestoso panorama. Ebbero lussuose residenze a Baia, diventata stazione balneare di moda, che si poteva considerare la più elegante e rinomata stazione climatica del mondo, Giulio Cesare, Gneo Pompeo Magno, Lucio Licinio Lucullo, Gaio Mario, Lucio Licinio Crasso, Marco Tullio Cicerone, Lucio Anneo Seneca, Quinto Ortensio Ortalo, Marco Terenzio Varrone Reatino, Giulia Agrippina Minore, Marco Valerio Marziale, Gaio Calpurnio Pisone, gli Antonii, della famiglia storica romana, interrompendo le loro abituali occupazioni della vita politica, della vita letteraria e degli affari pubblici.

L’oratore Licinio Crasso e Caio Mario furono i primi a stabilirvisi, tanto che il terreno salì a prezzi salatissimi, quasi decuplicandosi di valore. Cesare, Pompeo, Varrone e Cicerone daranno per esse un occhio dell’anima. L’impero, poi, portò Baia all’apice della fortuna. Sorsero grandiose piscine ed edifici termali, ville e dimore molto sfarzose, vivai di pesci e coltivazioni di ostriche, grazie al furbo industriale Sergio Orata,    primo inventore di impianto razionale di ostricultura, molto redditizio per il proprietario, poi divenuto ricchissimo ingegnere termale.

Queste immense dimore, che attestano la raffinata civiltà imperiale, sono di proprietà di patrizi e di personaggi illustri che vi conducono una vita mondana, dove il lusso e i divertimenti si mischiano alle congiure di palazzo e agli intrighi politici. Ai tempi di Virgilio, si eseguivano in questo tratto della costa grandi lavori per la costruzione del porto “Giulio” e di ville, che richiedevano macchine per sollevare i massi da gettare in mare, su cui poi costruire.

La manìa di grandezza raggiunge il suo colmo proprio a Baia, località del Comune di Bacoli, pittoresco borgo di pescatori, a 7 km. da Napoli,   posto a 28 metri sul livello del mare, sul golfo di Pozzuoli, presso il Capo Miseno.Vi si accede da Pozzuoli, girando il golfo di Baia, gustando un panorama ancora suggestivo, nonostante le brutte costruzioni degli ultimi anni, inserite tra la collina e il mare. Baia è, come scrive il prof. Adriano Augusto Michieli, “in uno dei più mirabili paesaggi della costa flegrea”. Su questo sito reputato per le acque termali (già nel 178 a. C.- lo testimonia Tito Livio – il console Gneo Cornelio vi si recò per cura, perchè affetto da artrite, e sempre negli stessi anni il console Lucio Paolo Emilio, il trionfatore di Perseo a Pidna, consentendo ai Romani la sottomissione di tutta la Macedonia, curerà i suoi malanni presso le sorgenti termali di Baia), gli imperatori e i membri dell’aristocrazia prendono quartiere, in estate, in veri palazzi, circondati da alberghi e da complessi balneari mirabolanti, il punto di incontro della gente altolocata dell’epoca. Soprannominata “la Roma del Sud”, questa villeggiatura alla moda fa trascorrere giorni felici, cantati da Marco Tullio Cicerone: “Chi dice Baia dice piaceri, amori, adulterii, dolce vita, banchetti, festini, canti, musica, passeggiate in barca”. Tutte cose da non annoiarsi in uno dei più deliziosi posti del mondo. La ricchezza e la proverbiale prosperità favoriva la mollezza dei costumi degli abitanti, ben lontani dai forti e tenaci agricoltori campani.

Si sa che gli imperatori la ebbero assai cara: Caligola, per rendere più agevole il collegamento con Pozzuoli, vi fece addirittura costruire un ponte di barche; Nerone ed Alessandro Severo vi fecero edificare, in onore della genitrice Mammea, rispettivamente un’immensa piscina ed una villa, di età ellenistica, celebrata per la sua maestosità e per la sua magnificenza, ricca di capitelli, di pilastri e di architravi, che mostrano un’eccellente fattura e un’evidente analogia con le sculture architettoniche del Palatino; Claudio vi fece costruire un ninfeo a Punta Epitaffio.

Risparmiata dal Vesuvio, la città proseguirà la sua vita spensierata fino alla fine dell’Impero romano. La cittadina è stata, dunque, per secoli, sotto i riflettori, soprattutto nell’epoca della sua massima potenza, con Marco Licinio Crasso Frugi, console nel 64 a. C., ma le sue acque, dalle virtù salutari, sono state utilizzate fino all’età moderna, sanando le piaghe e giovando ai nervi, ai piedi, alle cosce, alle membra, alle orecchie, alla dolente testa.

L’armoniosa rada, fatta costruire da Augusto (il 6 ottobre 1982 fu rinvenuto nel Ninfeo a Punta dell’Epitaffio, a Baia, un frammento di statua con mantello attorno ai fianchi e alle ginocchia, in cui è ritratto probabilmente l’imperatore, verso il 45 d. C.), fu celebrata da scrittori e da poeti dell’epoca imperiale, medioevale e rinascimentale. Il Boccaccio fa, nel Trecento, una descrizione di Baia nella “Fiammetta” sostenendo che nessuna contrada al mondo è tanto bella; il Petrarca, il primo, grande poeta dell’umanesimo, il 23 novembre 1343, a cavallo, accompagnato dal poeta Barbato da Sulmona e dal funzionario regio Giovanni Barrili, capuano, si porta a Baia trovandola “a mezzo inverno dolcissima” e ammirando le pareti e le volte delle sale termali dandone conto al cardinale Giovanni Colonna in una lettera facente parte delle “Familiari”, V, 4, in cui dice che “Nessuna contrada tuttavia è più amena e più frequentata di quella di Baia, la qual cosa è testificata e dalla fede degli scrittori di quell’epoca e dalle ingenti reliquie delle mura antiche”; il Pontano, nel Quattrocento, esalta Baia in eleganti endecasillabi latini; il Bouchard, nella prima metà del Seicento, osserva che “il più bello e il più ornato luogo del mondo” è stato guastato da acquitrini e da fenomeni di bradisismo. Circa tre secoli prima, precisamente nel 1339, spentosi l’idillio con la bella Fiammetta, Giovanni Boccaccio, il cuore pieno di amarezza, si augura che il nome di Baia possa perire, rinnovando la maledizione scagliata contro le acque perfide della viziosa Baia dal poeta elegiaco Sesto Properzio, a causa del suo amore tempestoso per Cinzia, una “culta” e “ docta puella”, ricca di tutte le doti care a Febo, Venere e Minerva, amata di un amore esclusivo, finito, dopo 5 anni, con un “discidium”.

Da ammirare i 15 antichi edifici termali (sorgenti sulfuree calde, del I-IV secolo d. C., sgorganti dai colli circostanti e dalla spiaggia, che consentono ai ricchi romani, tra cui il console Gneo Cornelio Scipione, efficaci cure per i reumatismi), sormontati da cupola, costruiti a terrazzo, sul pendìo della collina, a ridosso di Baia. Essi, per un fronte di 500 metri, sono disposti l’uno dopo l’altro, in un gioco scenografico. Da vedere anche i resti dei templi dedicati a Venus Lucrina, di forma ottogonale esternamente e circolare all’interno, il cui diametro è di circa m. 27,45, dagli 8 finestroni arcuati e dalle 4, grosse nicchie nella parte inferiore, e a Diana (un ambiente termale a pianta circolare all’interno e ottagonale all’esterno, un soggetto di studio intenso fin dal Rinascimento, da parte di architetti e di antiquarii, come Giuliano da Sangallo, Pirro Ligorio, il Bramantino fino, nel Settecento, a Piranesi, alcuni dei quali riferirono l’aula termale alla dea della caccia per la presenza di rilievi con figure di animali), del III secolo d. C., e il poderoso castello, edificato ad opera di Alfonso II d’Aragona sul finire del Quattrocento, sorto sulle vestigia di una villa romana, appartenuta forse a Giulio Cesare, a difesa delle coste dalle scorribande dei saraceni.

Alcuni quartieri litoranei della piccola località sono stati vittime delle erosioni e del bradisismo, con la perdita di fastosi monumenti, di magnifiche costruzioni, testimoni della grandezza di Roma antica. Negli ultimi decenni, sotto il pelo delle onde, a 3 o a 4 metri sotto il livello del mare, sono stati rinvenuti pavimenti mosaicati ed alcune statue, tra cui quella di Antonia Minore, simbolo della Venere feconda; di Ottavia bambina con una farfalla tra le mani; di Ermes; di Dioniso adolescente,la divinità greca del mistero, il nume delle libagioni e dell’ebbrezza; quelle diUlisse nell’atto di versare da bere a Polifemo, per farlo ubriacare, e del suo compagno, il nocchiero che ha un otre sulle gambe, che qui fu sepolto e che dette il nome alla località. Queste sculture, che facevano parte del ninfeo dell’imperatore Claudio, sono conservate nel Castello Aragonese di

Baia. Altre sculture sono conservate nel Museo Archeologico Nazionale di

Napoli, come l’ “Afrodite Sosandra”, di marmo bianco, che raffigura una giovanetta avvolta in un mantello, la testa dell’ “Apollo dell’Omphalòs” e il “Dioscuro”, statua del II secolo d. C., ritrovata nelle adiacenze del tempio di Venere.

Recentemente, durante i lavori di sistemazione del parco, nella Villa Ferretti, a Bacoli, è stata rinvenuta, in una nicchia, una maschera di epoca romana, in marmo bianco, decorata con stucco bianco e rosso.

Di grande rilevanza, nella ridente Bacoli, la Bàuli di classica memoria, frequentata stazione balneare già in epoca romana, il grandioso impianto di serbatoi d’acqua, denominato “Cento Camerelle”, che consta di due serie di ambienti sovrapposti. Si giunge al monumento piuttosto faticosamente inerpicandosi per stradine erte e strette. E’ un impianto insigne e al tempo stesso unico nel suo genere. La cisterna, di notevole capacità, denominata “centum cellae”, è ubicata sull’estremo fronte orientale del promontorio, tra Marina di Bacoli e Marina del Poggio.

Le “Centum Cellae” (Cento Camerelle), che sfidano i millenni, sono una dimostrazione tangibile del genio romano, che aveva ideato questo splendido impianto di serbatoi d’acqua in due piani, con cunicoli paralleli intercomunicanti e che sboccavano sul mare, che dovevano servire per rifornire di acqua potabile la potente flotta imperiale che stazionava nel grande porto di Miseno. Dobbiamo dire che, a distanza di secoli, sono ancora perfette, o quasi, la tenuta e la struttura dei muri in “opus reticulatum”. Si sa che i romani costruivano per l’eternità.

Pare che la cisterna, del I secolo a. C., scavata nel tufo, della capienza di dodicimila metri cubici d’acqua, appartenesse ad una sontuosa villa imperiale, di età augustea, alimentata da acqua piovana e non dall’acqua del Serino, la quale occupava interamente quel promontorio e si articolava fino alla Marina del Poggio.

Non lontano dalla così singolare ed importante opera, la cosiddetta “tomba di Agrippina”, madre di Nerone, sepolta a Bacoli, che, in realtà, è un “odeon” o teatrino di una splendida villa marittima romana. Nelle adiacenze, vi è la “ Piscina Mirabilis”, che non è affatto piscina, ma la più grande cisterna romana dell’antichità, che si trova sul vertice del Poggio, scavata nel tufo, suddivisa in cinque navate orizzontali e in tredici verticali da ben quarantotto robusti pilastri che sostengono la volta ancora oggi esistente. L’immenso serbatoio d’acqua potabile, un capolavoro ingegneristico, definito anche “La Cattedrale”, rettangolare, alto m. 15, lungo m. 70, largo m. 25,50, della capacità di 12.600 metri cubi d’acqua, era adibito al rifornimento idrico della flotta navale romana in età augustea (fra il 63 a. C. ed il 14 a. C.), stanziata a Miseno, la cosiddetta “Classis Praetoria Misenensis Pia Vindex”. L’acqua giungeva all’interno della cisterna tramite l’acquedotto del Serino, le cui sorgenti, di origine carsica, furono imbrigliate per mezzo di un lungo canale, che le convoglia nel suddetto serbatoio, dopo un tragitto di ben 96 chilometri in discesa, dalle sorgenti del Serino fin dentro la “Piscina Mirabilis”.

Notevole anche un mausoleo, rinvenuto in località “Scalandrone”, databile alla prima metà del I secolo d. C., che presenta la camera sepolcrale a pianta quadrata e volta a botte. Nelle pareti sono ricavate quattro nicchiette per le deposizioni cinerarie, mentre ai lati del vano di accesso si notano due banchine funerarie. L’interno della camera funeraria ha le pareti completamente rivestite di pitture parietali perfettamente conservate, tra cui alcuni delicati motivi vegetali con raffigurazioni di piante e di frutta.

Bacoli vive di orticoltura, di pesca e di turismo. Moltissimi i turisti che vi si recano, oltre che per i notevoli ruderi archeologici, per le bellezze e per i fenomeni naturali dei suoi dintorni.

Un prodotto culinario di Bacoli, davvero eccellente, è la cicerchia, piccolo legume tondeggiante, dall’elevato contenuto di proteine e di amido, conosciuto ed apprezzato già dagli antichi romani, con il nome di “Cicercula”, molto consumato dalle famiglie contadine dei Campi Flegrei sino agli anni Sessanta.

Il cittadino più illustre di Bacoli è stato Giulio Travaglio, compianto ed indimenticato campione di nuoto di gran fondo, vincitore per ben 5 volte della Capri-Napoli, maratona di trentasei chilometri di nuoto in mare aperto.

Testimonianze

 

“ Baia, spiaggia divina della beata Venere, Baia, dono incantevole della natura che ne è fiera! Da supporre, Flacco, che io consacri mille versi alle lodi di Baia, mai tuttavia le mie lodi saranno abbastanza degne di Baia!” (Sono parole di Marziale,”Epigrammi”, Libro XI, 80, n. d. a.).

Che tu meriti ben questo inno alla tua gloria, lido placido ed incantevole! Esso evoca quella Baia un tempo tanto ammirata, meraviglia della natura come dell’arte! E’ tra le vestigia grandiose e pittoresche di templi, di tombe, di anfiteatri, tra le rovine di parecchie città antiche, che ci si avvicina a Pozzuoli, una misera borgata – l’0rgogliosa “Puteoli” dell’antichità – dove si delinea questa bella baia magnifica i cui bordi offrivano una volta ai Romani le fonti di inesauribili delizie. Attraversammo in una barca leggera il golfo,dalle acque placide. Che meraviglioso spettacolo! Questo golfo non ha la grandezza sublime che caratterizza quello di Napoli, ma esso costituisce una parte di quel quadro grandioso a cui ci si avvicina di più per trovare più attrattive alle sue diverse bellezze e meglio goderne. La baia ha la forma di un semicerchio. La nave passa dinanzi all’antico porto romano di Puteoli, che innalza al di sopra delle acque i resti delle sue fortificazioni, poi si scopre a sinistra la distesa senza limite del mare; dal suo seno si innalzano le coste dell’isola di Nisida e, di fronte ad essa, le rocce superbe di due altre isole, Ischia e Procida. …

A destra si trova il lido di Baia – questo territorio il cui splendore era un tempo senza eguali! Si vede oggi sull’altura una roccaforte e, molto più basso, un lungo seguito di rovine, vestigia di palazzi di marmo, di bagni e di templi; le colline dei dintorni sono piantate a vigne verdeggianti e nel fondo del golfo si drizza il cono del “Monte Nuovo”, che la violenza dei fuochi sotterranei, alcuni secoli fa, fece sorgere dal seno della terra. Facemmo levare i remi per godere per lungo tempo questo spettacolo mirabile, unico al mondo. La barca navigò lentamente fino alla riva opposta e sbarcammo vicino a Bauli, luogo ove sbarcò Ercole per scaricare i tori rubati a Gerione. Una strada che discende tra incantevoli poggi ricoperti di vigne conduce alle cisterne le cui immense volte poggiano su colonnati; esse furono un tempo costruite per l’approvvigionamento delle flotte romane di Miseno, o forse per l’uso dei ricchi che vivevano su queste rive una volta così famose. Le volte della cisterna chiamata “Piscina Mirabilis”, edificio simile ad una catacomba, hanno conservato ai nostri giorni tutta la loro grandezza e la loro solidità.

 

(Friedrich Johann Lorenz Meyer, “Darstellungen aus Italien”, Amburgo, 1792, traduzione dell’autore).

Alfredo Saccoccio

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