Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Presentazione “La pittura murale del Medioevo a Itri e dintorni. Studi preliminari” di Zaira Daniele

Posted by on Dic 9, 2019

Presentazione “La pittura murale del Medioevo a Itri e dintorni. Studi preliminari” di Zaira Daniele

Per i tipi della casa editrice Herald di Roma è stata data alle stampe l’ultima fatica letteraria della dott/ ssa Zaira Daniele, dal titolo “La pittura murale del Medioevo a Itri e dintorni. Studi preliminari”, un’opera frutto di anni di ricerche nelle chiese del basso Lazio, condotte con acribia, su basi scientifiche.

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Venezia, un ponte di passaggio per la gente

Posted by on Nov 23, 2019

Venezia, un ponte di passaggio per la gente

   Staccata dal mondo e dal tempo, immobile, imperitura, Venezia, con l’approssimarsi dell’autunno,  va prendendo la cosiddetta doratura di stagione.  E quando  il sole cala dietro la città,  si sciolgono  più vivi ed ariosi, nella luce dolce  e febbrile,  i mosaici  delle sue fabbriche  e si fa più pronunciato ed ardente il tono bizantino  dei suoi mille luoghi illustri.

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Itri : la Madonna della Civita in un antico rito religioso

Posted by on Nov 13, 2019

Itri : la Madonna della Civita in un antico rito religioso

    A 13 km. da Itri, è posto il santuario della Madonna della Civita, sulla cima del monte Fusco (673 metri d’altitudine), circondato tutt’intorno dai silenzi montani. Ci si arriva tramite un tronco di strada voluto dal re di Napoli, Ferdinando II, nonché grazie ad una bella mulattiera, di soli sette chilometri.

   Il Sacro Luogo, che si erge solenne ed imponente, è uno dei più antichi e celebri santuari d’Italia, sia per il valore spirituale che artistico, su cui si puntano gli sguardi di migliaia e migliaia di visitatori e di pellegrini, che, come anime assetate, accorrono tra le braccia di Maria, su cui convengono altresì centinaia di coppie di sposi per concludere il loro sogno d’amore e decine e decine di pullmans di infermi, con il loro carico di dolore e d’infelicità umana.

   Le voci “Civita” e “Fusco” sono di chiara derivazione latina, ricordanti l’influenza profonda che esercitava sulla zona il popolo romano.

La Santa Casa, sorta su un luogo dedicato, in epoca romana, al dio Mercurio, è allietata da una chiostra di digradanti colline, verdeggianti di grandiosi olivi dal dorato balenìo, di carrubi, di lecci e di lauri, nella più varia promiscuità, che arricchiscono la bellezza di questo raro lembo di terra laziale, cui fa da maestoso scenario la catena dei monti Aurunci, che chiudono, come in un baluardo di protezione, il fratello minore, il Fusco, benedetto nella gloria della Vergine, che vi pose il suo tabernacolo di tenerezza materna.

   Tutt’intorno ubertose campagne, solatìe ed irrigue, con muretti a secco, con qualche cipressetto di toscana memoria, che sottolineava l’amenità d  tutta la contrada, e con prati in fiore, richiamanti alla mente i verdi paesaggi alla Corot. Nel bosco vi  sono tutte le sfumature di colore proprie dei Paesi mediterranei. Dappertutto una lussureggiante vegetazione in selvaggio rigoglio, dai colori prorompenti e dagli straordinari effetti cromatici, che l’occhio non si stanca di scrutare e di ammirare. E’ tutta  una festa di fiori; è un’orgia di bellezze incomparabili, che la natura ha voluto largire con tanta generosità. Sui belvederi si accendono i colori smaglanti delle frutta. Tra le molteplici varietà di piante, prospera il fiodindia. A primavera, poi, non ci lascia mai l’aroma del rosmarino, della salvia, del mirto e della mentuccia, usata per aromatizzare le vivande. Vi fiorisce anche una sorta di mentastro, chiamato, con antica voce greca, “kallimeria”, con il quale, un tempo, le donne incinte facevano una bevanda propoziatrice dei parti. Tutti questi odori si gffondono per l’aria, non ancora contaminata dai danni del mondo moderno.  

   Questo meraviglioso angolo di natura (pittoresco e suggestivo, un vero incanto), un’autentica oasi di pace, dall’aria balsamica e corroborante, su alcuni versanti offre stupendi profili e magiche aperture sull’armoniosa costiera tirrenica, dal mare placido ed invitante, di un azzurro terso.

   Dal balcone naturale, dal quale  si gode uno dei più bei panorami d’Italia, l’occhio spazia sulla sottostante vallata itrana ed abbraccia, in un sol arco, lo scoglio di Gaeta, che appare come una piccola Venezia, dallo svettante campanile del duomo e dal cilindrico mausoleo di Lucio Munazio Planco; la vasta pianura di Fondi, tutta messa a a coltura, con il lago omonimo; l’arditissima cuspide del “Pesco Montano” di Terracina, la volsca “Anxur”; il mitico Circeo; le isole di Ventotene, di Ponza, di Palmarola, di Zannone, di S. Stefano, d’Ischia e di Procida, emergenti come gusci di immami testuggini; il Vesuvio; i monti d’Abruzzo.

   Però l’insigne santuario deve la sua rinomanza soprattutto ad un’antichissima immagine della Vergine Maria, dipinta in tela su tavola, di origine bizantina, incastonata nel marmoreo taberbacolo del sontuoso altare maggiore, che è un gioiello d’arte, attribuita dalla tradizione popolare – viva ancora in tutta la candida freschezza del suo carattere leggendario – a S. Luca Evangelista. Gli storici Niceforo Callisto Xanthopoulos e Gian Felice Astolfi asseriscono essere il quadro della Madonna della Civita proprio opera di S. Luca. La sacra effigie, salvata nel periodo dell’iconoclastìa (sec. VIII), sotto l’empio imperatore Leone Isaurico, da due monaci basiliani, che l’avevano prelevata  dal tempio di Maria di Costantinopoli, eretto da S. Pulcheria, imperatrice d’Oriente, sarebbe stata rinvenuta da un giovane pastore, alla ricerca di un bue smarrito, trovato inginocchiato,   in atto di adorazione, ai piedi di un’annosa elce, fra i cui rami era il miracoloso quadro. Egli, sordomuto, racquistò, per prodigio, la parola e l’udito e scese ad Itri ad annunziare le buona novella.

   L’icona (alt. 0,92 x largh. o,65), dalla grande freschezza e dal grande fascino, raffigura Maria SS.ma della Civita, che, dalla cornice dorata, si affaccia regale, con un dolce e, nel contempo, austero sorriso, che parla al cuore e che colpisce, con un senso del soprannaturale. La “Virgo speciosa”, i cui tratti distintivi sono soavi, è rappresentata in atteggiamento ieratico, mentre offre l’Infante divino.  La Santa Genitrice è bruna; ha il viso ovale, il naso affilato, il mento tondeggiante, piccole e floride labbra, grandi occhi, vivi e penetranti. Ella, dall’espressione nobile e serena, ha sopra le sue ginocchia, in un naturale gesto di squisita maternità, Gesù Bambino, il quale ha la mano destra alzata, benedicente, e la sinistra poggiata su un globo (simboleggia il dominio del mondo), sormontato da una croce. La giovane donna è un’Orante Madre, le palme rivolte in avanti, ben distese, con perfetta simmetria,tipo comune ai primi tempi del Cristianesimo, di un carattere tutto arcaico, serbatosi nella Chiesa greca. Questo “aroma”  d’antichità è dato dal senso di severa sacralità  della Vergine. Originariamente, sotto la sacra immagine, vi erano incise, chiare e distinte, tre lettere: L. M. P, cioè “Lucas Me Pinxit”. Forse esse scomparvero nel 1815, allorché un fulmine annerì il dipinto.

   E’ un quadro prezioso, più che per il valore intrinseco, per l’incalcolabile sibolismo religioso e per il significato  mistico che racchiude.

    La data di fondazione del santuario è incerta, ma troviamo, in un decreto di Alfonso d’Aragona, che una cappellina, semplice e disadorna, fu costruita nel 938, sorta sul luogo del ritrovamento del dipinto e custodita da un eremita. In un altro documento, del gennaio 1036, il senatore Leone di Gaeta e la moglie Letizia affermavano che il piccolo cenobio di S. Giovanni in Figline fosse stato fondato dal duca di Gaeta, Giovanni III, e dalla consorte Emilia, quindi anteriormente al 1009.

Il monastero, posto in un’amena valletta circondata dai monti Civita, Le Vele, Canneto e Larigno, deve il suo nome a “figlinum”, oggetto di terracotta. Nella parte più alta della zona  c’era, fino a pochi anni fa, della creta. In passato vi si fabbricavano tegole.

   Un documento  molto importante per la storia del santuario  è la bolla dell’umanista senese  Francesco Patrizi Cellitto, vescovo di Gaeta, del 20 giugno 1491, in cui si annuncia la consacrazione della nuova chiesa, dedicata alla “Santa ed Immacolata Vergine”, fatta solennemente da lui stesso, pochi giorni prima, il lunedì di Pentecoste. Nella suddetta bolla gli itrani vengono definiti “fondatori della chiesa”, ricostruita più ampia, con ambienti più confortevoli. 

   Attualmente la chiesa, preceduta da un bel portico quattrocentesco, in pietra, è formata da tre navate: quella mediana, molto grande, e le due laterali più piccole, tutte a volta, con quattro cappelle. L’altare maggiore, di stile barocco, opera dell maestro napoletano Filippo Pecorella, pregevole sia per il disegno che per le tarsìe policrome, è lo stesso del vetusto tempio.

   Tra i tanti personaggi che hanno visitato il santuario della Madonna della Civita e reso omaggio alla taumaturgica immagine, ricordiamo: il re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, con l’Augusta Famiglia; il sovrano Francesco II di Borbone; il re VIttorio Emanuele III e la consorte, Elena di Montenegro; S. Filippo Neri; S. Leonardo di Porto Maurizio; S. Paolo della Croce; S. Gaspare del Bufalo; il Beato Paolo Burali d’Arezzo; la Beata Maria Matilde De Mattias; il Beato Domenico Barberi; alcuni Venerabili, Servi di Dio, Cardinali, Vescovi.

   Anche il Santo Padre Pio IX, tra il vivo tripudio e le acclamazioni della folla, assiepata lungo tutto il percorso, salendo il “Sacro Monte”, per una disagevole mulattiera, a dorso di una mula, bardata di bianca stoffa serica e di frange d’oro, vi si recò, in giorni di grande sconforto, quando era esule a Gaeta. Il pontefice era accompagnato da Ferdinando II di Borbone, dal cardinale Antonelli, dal conte Spaur e da un lungo, imponente corteo. Era il 10 febbraio 1849, a soli otto giorni dalla promulgazione dell’enciclica “Ubi primum”, inerente il dogma dell’Immacolata, elevata a simbolo di purezza. In quell’occasione, il papa Mastai, che troverà nel solitario santuario un indicibile conforto, lasciò un calice, dieci monete d’oro per la celebrazione di una S. Messa ed un foglio con su scritto, di suo pugno, “Gloriosa dicta sunt de Te, Civitas Dei”. Il Sommo Gerarca, inginocchiato lungamente sui gradini dell’altare maggiore, a pregare fervidamente la Vergine, aveva scelto l’elogio del reale Salmista a Gerusalemme (Salmo 86,3), in compendio della fama acquisita dal santuario stesso. Un affresco della volta della chiesa, un busto e due lapidi marmoree con epigrafe, poste all’entrata, ne eternano l’avvenimento.

  Tra le feste popolari in onore dei Santi protettori delle cittadine del basso Lazio, quella della Madonna della Civita, ad Itri, si distingue per il grande attaccamento a questo culto da parte degli itrani e per profondità simbolica. C’è, andati perduti molti documenti preziosi, una sentita tradizione popolare, trasmessa da generazione in generazione, che, come ogni tradizione orale, serba un proprio nucleo di verità.

   Il quasi millenario santuario conserva, come abbiamo già accennato, un’antichissima immagine della Madonna di Costantinopoli dall’indubbio favore non solo spirituale, ma anche magico, per i miracoli operati, che hanno creato entusiasmi religiosi in tutte le genti  del circondario, che accorrono, numerose, sul Sacro Monte in pulman  o a piedi, in pellegrinaggi provenienti da località distanti fino a 30 km., fatti più per devozione che per richiesta di grazie. I devoti itrani e di altre parti salgono a piedi, alcuni scalzi, alcuni facendo tratti in ginocchio per sciogliere voti. I ceccanesi hanno, sin dal Seicento, una viva devozione per la Madonna della Civita , che li aveva liberati da una pestilenza. Essi, salendo  al santuario per la sassosa  strada,cantando “Evviva Maria!” o sostando, in devoto raccoglimento, davanti alle 14 cappelline della “Via Crucis”, portarono in dono  paramenti sacri, un calice, candele ed un rubbio di grano, dato in perpetuo come presente.

   Per quanto concerne la festa della Madonna della Civita, dobbiamo far notare che essa è un momento organizzato socialmente, a carattere ciclico e a fondamento religioso, che coinvolge tutta la cittadina. Nel mito della Madonna della Civita si uniscono elementi arcaici di miti di fondazione delle comunità con elementi di tradizione anticotestamentaria, nel ricordo del patto tra la Madonna che sceglie il suo popolo e la fede di risposta del popolo, che la riconosce e la elegge a sua protettrice, la quale stabilisce un rapporto privilegiato con la comunità itrana.

   La fierezza di essere stati scelti dalla Madonna è ancora presente nel popolo itrano. La leggenda della sparizione della sacra icona dalla cattedrale di Gaeta e la sua riapparizione su di un’elcina del monte Fusco rafforza, ancora di più, quel senso di appartenenza.

   La predilezione della Madonna per Itri è indice di una volontà della comunità itrana, con caratteri prevalentemente agro-pastorali, di distinguersi da quella di Gaeta, che vive aul mare. La città tirrenica per la sua posizione geografica occupava un posto strategico da un punto di vista militare e negli scambi commerciali dei Paesi mediterranei, essendo stato ducato e poi repubblica marinara.  

   Probabilmente la rivalità di Itri verso Gaeta derivava da motivi economici. Le famose “olive di Gaeta” sono prodotte ad Itri ed insieme ad altri prodotti agricoli venivano portate tramite uno scomodo sentiero fino ai mercati di Gaeta. Le merci molto spesso erano mal pagate e poi rivendute a Napoli e nel porto di Ripetta, a Roma.

   L’identità storica e culturale di una comunità si costituisce in opposizione a ciò che è altro da sè (coloro che hanno rifiutato la sacra immagine, oppure non sono stati da essa prediletti); si costituisce, in altri termini, nella determinazione di un limite mitico ideale tra ciò che appartiene alla comunità e ciò che gli è estraneo, similmente nel solco circolare che effettivamente realizzavano i mitici fondatori delle città per dividere, una volta per sempre, il “cosmos” dal “caos”.

   Ancora oggi i messaggi che circolano nella comunità itrana hanno come denominatore comune la fantasia che la salute, la felicità e, più in generale, l’esistenza dipendano, in larga misura, dalla protezione della Madonna, dalla sua indulgenza. 

   L’apparizione del quadro della Madonna della Civita su di una montagna, su una quercia (per Jung essa è il simbolo pregnante dell’io che si costituisce come autocoscienza), esprime la volontà del divino di stabilire rapporti organici e permanenti con il luogo di elezione, con la comunità itrana.

Alfredo Saccoccio

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Itri: la festa dei falò risale alla primigenia cultura greca

Posted by on Nov 3, 2019

Itri: la festa dei falò risale alla primigenia cultura greca

   Di tutte le tradizioni itrane è sopravvissuta soltanto la festa dei falò. Ad Itri, in occasione della festività di S. Giuseppe, vige l’antico uso, che si perde nella notte dei tempi, di accendere grandi fuochi.

   Questa consuetudine è stata tramandata attraverso i secoli fino ai nostri giorni e può considerarsi un ritorno alle cose semplici, al di fuori della convulsa vita della civiltà attuale. Forse essa risale, addirittura, al periodo ellenico. Si dice, infatti, che i Laconi, fuggiaschi per l’invasione dorica, guidati dai Dioscuri, fondarono le città di Gaeta, di Formia e di Amyclae (il luogo preciso in cui sorse quest’ultima città non è stato ancora scoperto). 

   Anche Itri abbonda di località di derivazione greca come “Nasso” e “Bucefalo”, collina posta dopo la stazione ferroviaria, sulla destra, andando verso Formia. Essa, di un miglio e mezzo di circuito, di circa 250 moggia, sassose ed arenose, terminante con il M. Carbonara e Montuolo verso mezzogiorno, tenimento di Gaeta, potrebbe, vista la conformazione della collina, significare “testa di  bue”, come il cavallo favorito di Alessandro Magno, che lo domò adempiendo la condizione di un antico oracolo, per meritare la corona macedone, ed in onore del quale fondò una città, Bucefala, sulle sponde dell’Idaspe, dove fu ucciso, in battaglia, Bucefalo.

   In territorio formiano, confinante con Itri, vi è un sito, chiamato “Piroli”, dal greco”purà”, che significa “fuochi!, “fuochi di sacrificio”. Appunto in questa località, un quarantennio fa, vennero alla luce delle terracotte rotonde, sovrapposte (il proprietario dell’appezzamento dove furono rinvenute sosteneva che il suo campo era pieno di questi strani dischi calcarei e che essi venivano fuori dissodando il terreno), che lasciano pensare ad un altare per sacrifici. Il loro diametro era di circa 15 centimetri, lo spessore di circa 4 centimetri. Da un lato essi erano abbastanza lisci, dall’altro tugosi e con una rientranza al centro, come se fossero dei piatti.

   Dunque un arcaico e misterioso rito della primigenia cultura greca, santificato dal nome cristiano, scomposto e sfasato dal soffio di civiltà diverse.

   Le feste del fuoco hanno, tutte, una teoria solare. I selvaggi, ancora oggi, si servono di incantesimi per ottenere la pioggia e il bel tempo e non è da meravigliarsi che l’uomo primitivo dell’Europa facesse altrettanto.

   Anzi – quando si consideri che nei Paesi del nord le giornate fredde e grigie prevalgono su quelle serene e calde – è naturale che ggli incantesimi, per far splendere il sole, abbiano avuto una parte importante fra le pratiche superstiziose dei popoli europei.

   Non può essere un semplice caso che due delle più importanti e diffuse feste coincidessero proprio con i solstizi. Il ceppo, così diffuso a Natale, nelle case dove c’è un caminetto, fu, in origine, inteso ad aiutare lo stanco sole invernale a riaccendere la sua smorta luce. L’usanza di lanciare dischi infuocati – che era in grandissima auge, fino a pochi anni fa, nella regione del Lago dei Quattro Cantoni e nelle campagne, e che fu limitata da quando si verificarono incendi a fattorie e a fienili – e di far ruzzolare ruote ardenti, giù per le colline, non sono che imitazioni della corsa del sole attraverso il cielo.

   In alcune parti della Francia, della Svizzera e dell’Estonia, all’uso di accendere falò si accompagna ancora quello di portare torce accese attraverso i campi i prati, in mezzo a greggi e ad armenti.

   Il concetto del fuoco come agente distruttore, purificatore, per eliminare le influenze dannose, siano esse spirituali che materiali, che minacciano la vita degli uomini, degli animali e delle piante, è così semplice ed ovvio che non poteva sfuggire alle menti degli agricoltori, che, per primi, organizzarono queste feste.

   L’intenzione originaria di tutte queste feste del fuoco era anche di distruggere, o perlomeno di allontanare, le streghe, considerate la causa prima di quasi tutte le disgrazie e le calamità che accadevano agli uomini, agli armenti ed ai raccolti.

   La festa del falò ad Itri, che esalta la genesi della vita, l’amore, la comunicazione, è rivissuta, con genuino entusiasmo, dal popolo, che, nella fiamma, nella gioia, vuol vedere il grande amore, la fedeltà e la purezza del padre putativo di Gesù. In onore del santo falegname di Nazaret, si compie questo antico rito agrario, alla presenza di numerosi gruppi di persone, che si riuniscono vicino ad enormi cataste di frasche e di legna, raccolte dai ragazzi negli ultimi tre mesi, in una vera e propria sfida tra i quartieri per innalzare il falò più alto e duraturo. Essi si recano, di notte, nelle selve, muniti di roncole, di accette e di seghe, e tagliano, molte vokte dissennatamente, alberi, depauperando il patrimonio forestale, trascinandoli fino all’esaurimento delle forze.

   I grossi mucchi affastellati vengono bruciati nei piazzali e nei crocicchi del  centro aurunco, verso le 19, al momento della benedizione in chiesa, mentre la gente intona canzoni popolari, secondate dalle fisarmoniche e dagli organetti, e balla il saltarello, danza che consiste in saltelli, accompagnati da battute di mano. Una sorta di “pirobazia”, ovvero di “danza del fuoco”, residuo di misteriosissimi riti pagani.

   Chi cucina sulla brace chili di maccheroni in grosse caldaie; chi arrostisce salsicce su graticole e su “rocchi”; chi ancora degusta le dorate e croccanti “Zeppole”, ricoperte di zucchero e cannella, che altro non sono che le “fritiliae” dei tempi remoti, quando erano offerte dalle sacerdotesse durante le feste Liberali, in onore di Bacco.

   E’ festa grande, che si protrae fino all’alba, in ogni angolo di Itri, ma soprattutto in Largo Spapenda, dove viene allestito un gigantesco fuoco, attorno al quale si riunisce una marea di persone per ballare, cantare e degustare le saporite “zeppole”, apprezzate quale elemento fondamentale ed essenziale della festa, che, per l’appunto, è chiamata “festa delle zeppole”.

   Il rito della “zeppola” avviene verso le ore 21, quando delle donne, paludate in enormi grembiuli di canapa bianca, preparano, in alcune conche, la “pasta” della zeppola. Intanto una grossa pentola è collocata sul “treppete”, con sotto brace viva e fuoco più vivo ancora! Ci vuole un po’ di tempo prima che la teglia si infochi a dovere. Nell’attesa, si parla di “zeppolate” passate, accompagnate da qualche particolare che le hanno rese indimenticabili.

   Il vino generoso della “Selvotta”, l’Abbuoto, che scorre come un fiume, lavora a meraviglia a colorire i ricordi, di particolari “saporiti”. Persone anziane, ritornando indietro con la memoria, rivivono gli attimi più belli della loro gioventù con gioia, appena contenuta. I vecchi, riproponendo le festose serate della loro giovinezza, riferiscono minutamente gli episodi più significativi vissuti da loro, rivedendosi fra gruppi di amici e di amiche, che solevano riunirsi raccontando storielle buffe e ponendo indovinelli, di non facile soluzione.

In queste feste paesane, in queste allegre e rumorose “riunioni”, in cui tutti cantavano a squarciagola, non mancava mai il vino e vi regnava una grande spontaneità, che univa tutti i componenti della brigata. Il fiasco di vino rendeva più gaia la comitiva e contribuiva a prolungare il “divertimento” fino a tarda ora, in particolar modo nelle lunghe serate estive.

   Ogni avvenimento lieto, ogni lavoro portato a compimento, era festeggiato allegramente, con brio. In queste occasioni, si cantavano, in dialetto itrano, le canzoni allo più in voga e si ballava in cerchio la tarantella o il saltarello e, ad ogni cambio di “partner”, venivano lanciati gridi per il segnale. Qualche massaia, per l’occasione, preparava dolci per le donne e, per gli uomini, manicaretti con in mezzo peperoncino amaro, finemente tritato, che stimolava tutti a bere e a gridare maggiormente.

   Il canto (anzi più che canto era poesia stornellata) più in auge, ai tempi dei nostri nonni e delle nostre nonne, era quello che i fidanzati si cantavano vicendevolmente, dopo aver litigato. Era il cosiddetto “colloquio a dispetto”, una vera schermaglia tra i due, che si concludeva spesso con immagini gentili e con la riappacificazione degli ex fidanzati.

   Ad un tratto, “E’ tiempo  di frive’ la pasta” (E’ ora di friggere la pasta). Tutti ad accalcarsi intorno alle friggitrici, intente ad “annegare” nell’olio la rozza e semplice composizione di acqua, farina e lievito. Si “mena” la zeppola dentro l’immenso pentolone, colorato dalla fiamma. Giusto al centro, si cala la densa crema, perché la zeppola deve venir “soccia” (uguale) da tutte le parti. Pochi minuti di cottura ed eccola fragrante, al bacio… dello zucchero, insaporita dalla vaniglia!

   Un effluvio di olio si diffonde per tutta la vasta piazza, nella quale, più che altrove, si celebra la “sagra delle zeppole”; dove alcuni zampognari, calzanti le caratteristiche “ciocie”, propongono, “a fiato libero”, melodie nostrane, accompagnati da fisarmonicisti.

   Ricordiamo che, non molti anni fa, quando i carboni si stavano ormai raffreddando, i ragazzi vi saltavano sopra, al grido : “Evviva San Giuseppe, con tutte le zeppole appriesse!”, mentre le vecchiette si scaldavano al fuoco delle fascine, innalzate in “pagliaro”, alla cui sommità era posto un fantoccio di paglia rivestito di stracci, e filavano la lana. A tal proposito, dobbiamo rammentare che i ragazzetti itrani, cinquant’anni fa, per scherzo, appiccavano il fuoco alla stoppa delle vecchie conocchie, mentre le nonne filavano, scrollandosi, ogni tanto, le incandescenti faville provenienti dalle maestose fiammate.

   Altra consuetudine  che vigeva nella festa di S. Giuseppe era quella di apparecchiare il banchetto, tavola ricca di imbandigioni, messe a disposizione da una famiglia benestante di Itri per 12 poveri del luogo, che rappresentavano i dodici discepoli di Gesù, missionari della dottrina cristiana, a “L’Ultima Cena”, consumata dagli Apostoli assieme ad un altro povero, simboleggiante il Salvatore. Le portate di questo rito di carità e di ospitalità erano parecchie e gli indigenti erano serviti dal padrone di casa, un certo Soscia, che premurosamente somministrava vivande e bevande.              

   Uno dei significati che si attribuisce a questa tradizione secolare, che rivive ad Itri con insospettata forza (parrebbe quasi incredibile, se non ne fossimo tutti testimoni e protagonisti  puntuali), è la fine dell’inverno con il suo freddo ed il ritorno della primavera, portatrice di buoni raccolti e di splendide giornate. Nel simbolismo giuseppiano il rito di accensione dei fuochi, come è noto, serviva per rimuovere le influenze invernali e la paura dei “morti”.

   In ultima  analisi, possiamo dire che questa antichissima costumanza che si riconnette ai rititi agresti di propiziazione per i nuovi raccolti, ci fa gustare una pausa di riflessione, quasi alla ricerca del tempo perduto, riportandoci ad una dimensione naturale, in cui l’individuo ritorna ad essere il protagonista della vicenda umana.

   Di ciò dobbiamo ringraziare questo santo un po’ … piromane, ma che ha nel cuore una nobiltà che lo porta a distinguersi, a primeggiare. Ha la nobiltà dei sentimenti rari e preziosi, questo umilissimo lavoratore, che l’autrice svedese Selma Lagerlof, Premio Nobel nel 1909, rievocando il Natale, immagina, in una tempesta di neve, che va in cerca di fuoco, per riscaldare la Madonna e il Bambinello.  

Alfredo Saccoccio

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Memorie di un massacro di Alfredo Saccoccio

Posted by on Ott 31, 2019

Memorie di un massacro di Alfredo Saccoccio

Il punto di partenza del libro “Shadows at Dawn. An Apache Massacre and the Violence of History”, edito nel luglio del 2013, è un avvenimento crudele della storia americana, così descritto da Karl Jacoby, professore all’università Columbia: “Il 30 aprile 1871, un gruppo riunente anglo-americani, messicani e indiani Tohono O’odham, del sud dell’Arizona attaccò una riserva apache embrionale nel canyon di Aravaipa situato a circa 90 chilometri da Tucson, uccidendovi un gran numero di donne e di bambini.” Egli aggiunge che questo fatto, “spesso chiamato “Massacro di Campo Grant”, secondo il posto militare nei dintorni del quale esso ebbe luogo”, fece 144 vittime, “per la maggior parte donne e bambini addormentati, nel corso di un assalto che sarà durato appena più di trenta minuti”. Quando il 6 maggio il “Tucson Citizen” rese conto di quello che designò come “sanguinose rappresaglie”, il giornale diede un’interpretazione del fatto che faceva delle vittime i veri colpevoli e dell’attacco una giusta risposta alle atrocità commesse dagli Apaches contro i coloni dell’Arizona, lasciati senza protezione dalle autorità federali. Anche se, alcuni giorni più tardi, il tenente reale Whitman, che aveva autorizzato gli Apaches a stabilire una riserva di fatto nel canyon, denunciò nel suo rapporto il massacro, perpetrato in violazione di un accordo di pace. Questa fu la versione del giornale, che era quella degli assalitori, che prevalse. Essa giustificò il proscioglimento degli aggressori in occasione del processo che fu fatto loro nel dicembre del 1871 ed essa fu ripetuta nelle memorie degli attori e nelle pubblicazioni delle società sapienti create in Arizona per scrivere e celebrare la storia dei pionieri. Come scrive Karl Jacoby in “Ombre all’alba. Un massacro di Apaches e la violenza della storia” : “L’interpretazionr dominante del passato gode spesso del suo statuto non in ragione del suo valore storico intrinseco ma in ragione della dominazione sociale dei suoi avvocati.” Bastoni calendari Il suo libro, dall’erudizione impeccabile, vuole far intendere altre memorie dell’avvenimento, durevolmente soffocato o cancellato dalla versione dei notabili di Tucson. Essi non furono i soli omicidi. Degli indiani O’odham e dei messicani parteciparono ugualmente alla strage. I primi conservavano tracce del passato con l’ausilio di bastoni calendari ove erano segnati gli avvenimenti importanti di ogni anno. Uno solo menzionò il fatto tragico segnalando unicamente la cattura di alcuni bambini, poi venduti a dei coloni. Prima come dopo il 1871, la storia consegnata dai O’odham è inanzitutto quella dei loro combattimenti e delle loro guerre condotte contro quelli che essi designano come il “nemico”,vale a dire gli Apaches. La memoria dei “messicani”, che erano divenuti americani con l’incorporazione dell’Arizona, nel 1848, negli Stati Uniti, era ossessionata dauinraids condotti contro di loro dagli Apaches. Cominciate sin dall’epoca della colonia spagnola, queste spedizioni devastatrici avevano come scopo la distruzione delle fattorie, il furto del bestiame, la cattura di donne e di bambini. Nel folklore di questi coloni, questi raids apaches erano molto più presenti che la guerra contro gli invasori americani. Per gli O’odham e i messicani, l’assalto del 30 aprile 1871 fu, dunque, una risposta necessaria e legittima alle esazioni di quelli che li avevano spodestati delle loro terre o che esercitavano una minaccia costante sui loro beni e le loro vite E’ con una stessa attenzione alle parole impiegate da ogni gruppo per designarsi o designare gli altri che Karl Jacoby ritrova la memoria delle vittime. Per il popolo apache, essa non si rincontra che nei racconti dei superstiti. I loro ricordi sono assillati dalla barbarie degli aggressori, dal ricordo dei massacri antichi che avevano subiti e dal richiamo delle paci parecchie volte stabilite con le autorità americane. Le più Le più strazianti delle testimonianze fanno affidamento sulla richiesta disperata del ritorno dei bambini presi al momento dell’attacco. Un avvenimento tragico… Quattro memorie e quattro storie scritte dallo storico nel rispetto delle logiche e delle categorie dei loro attori. Karl Jacoby li distingue per meglio annodare e significare che, in spazi che sono dei “borderlands”, dei margini ove le frontiere sono mobili e le sovraità disputate, si riproducono nel corso dei secoli gli stessi conflitti e violenze simili. Il suo libro mostra che non c’è contraddizione tra il rispetto delle molteplici interpretazioni del passato e la possibilità di stabilire le ragioni, o irragionevolezze,, che permettono di capire tanto gli avvenimenti quanto i racconti si sono fatti. Egli mostra anche che lo storico ha una responsabilità etica che l’obbliga a “prendere in conto quelle storie che la violenza ha per sempre ridotte al silenzio”.

Alfredo Saccoccio

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Verga e la statua di Alfredo Saccoccio

Posted by on Ott 22, 2019

Verga e la statua di Alfredo Saccoccio

       Giovanni Verga lasciava che la letteratura parlasse di sè dalla bocca di Gabriele d’Annunzio: sommati , in questo campo, il silenzio di Verga e la loquacità del d’Annunzio, si ottiene un rilevante numero di parole, tale da potersi attribuire a due persone che abbiano parlato abbastanza.

   Questo silenzio, naturalmente, e la stessa natura della sua arte, che pare fatta di parole pronunciate a bassa vice, compromisero il Verga agli occhi dei catanesi. Rapisardi, tanto più minuto di Verga nella figura, riempiva la vita di Catania. Egli era come un tuono cittadino, conservato nella casa patrizia di una via centrale : bastava che un gruppo di studenti si raccogliesse sotto il balcone di quella casa, perché  il tuono rumoreggiasse. E quando egli andava per la  strada, tutti si accorgevano che passava un poeta.

   Nelle giornate di sole, i ragazzi, domandando perché “quel signore” portasse un enorme parapioggia nero, apprendevano che queste cose si fanno quando si è poeti. Non è, dunque, da meravigliarsi se, da queste parti, l’immagine della poesia si presenta con un parapioggia aperto sotto un roseo, tiepido e calmo sole d’aprile. Però, a parte gli scherzi, Verga fece di tutto per scivolare fuori  dall’attenzione e riempire, il meno possibile, di parole proprie la memoria degli altri. Tutto questo si ripercuoteva in quel mondo, figlio della memoria, xhe è la statuaria. Forse non vedremo mai la statua di Giovanni Verga nel giardino pubblico di Catania, in quel viale degli Uomini Illustri, ove il busto del Rapisardi ha un posto eminente e si erge, con i capelli e la cravatta di poeta,, sopra una colonna in cui Victor-Marie Hugo e Giuseppe Garibaldi lasciarono le loro umili parole : “Vous etes un précurseur” e “Alla vanguardia del progresso, noi vi seguiremo!”. Forse non vedremo mai, in marmo bianco, fra gli alberi di pepe e le palme, quell’alto, magro signore siciliano, che tutto aveva in meno nei riguardi dei conterranei della sua età, perfino la “pancetta”. Così si paga il non portare un grosso parpioggia nero nelle giornate luminose di aprile e il non parlare troppo di sè. Un solo catanese ricorda di lui alcune parole, che ci permettiamo di pubblicare. Questo catanese era Francesco Guglielmino, professore di letteratura greca nella Regia Università di Catania e poeta dialettale di rara potenza.  Il professore raccontò a Vitaliano Brancati che, un giorno, avendo letto in un giornale la notizia che l’autore  de “I Malavoglia” aveva terminato “La duchessa di Leyra”, disse al Verga la sua contentezza… Questi si fece scuro in faccia. Guglielmino  chiese allora se la notizia, per caso, fosse una bugia.

   “Parru a Guglielminu amicu o a Guglielminu giurnalista ?” domandò Verga, con la faccia aggrottata.

   “A Guglielminu amicu”.

   “Allora vi dirò”, aggiunse Verga, sempre in siciliano, “che io non scriverò mai “La duchessa di Leyra”. La gentuccia, sapevo farla parlare; na questa gente del gran mondo, no. Quando essi parlano, mentiscono due volte : se hanno debiti, dicono di aver l’emicrania…”.

   Queste poche parole sono importanti. Il piano stesso della sua opera, esposto nelle prefazione de “I Malavoglia”, aveva spinto Verga, come la mano di un amico che voglia far violenza ai nostri gusti, dentro una società, dentro un salone in cui Verga non voleva assolutamente entrare. La sua poesia consisteva in quei sentimenti immediati che si   esprimono nel linguaggio immediato dei siciliani incolti. Potevano parlare, i suoi nuovi personaggi, deputati, duchi, dame, come i pescatori di Acitrezza? No, di certo. Ma poteva, d’altra parte, il sentire immediato del Verga esprimersi nei discorsi distesi, letterari, convenzionali dei suoi nuovi personaggi ? Nemmeno. Avrebbe potuto, a questo punto, soccorrerlo l’ironia, della quale egli, nel “Mastro- don Gesualdo”, aveva dato bellissime prove. Ma lavorando sempre nel comico, gli sarebbe rimasta, inusata e turbante, entro l’animo una gran dose di pietà cristiana ; durante la scrittura, egli avrebbe avuto,  continua, l’impressione di adoperare mezzo se stesso e, al termine del suo lavoro, quella di aver scritta mezza opera.

   Prima di chiudere questo articolo, diciamo che i personaggi del Verga (i pescatori,  i contadini) non sono affatto popolari tra i pescatori e i contadini, nemmeno fra quelli  di Acitrezza e della Piana di Catania.  E’ solo la borghesia che ama  vedersi descritta e messa in scena dagli artisti : il popolo, no. Gli eroi del popolo  non sono mai né contadini né pescatori, ma re, aviatori, pugili, maghi e tutta la gente ricca e fortunata.  La poesia della miseria, il popolo non la capisce.

   Però, non essendo cari al popolo, questi personaggi verghiani saranno cari alla borghesia ? Nemmeno e per quello che si è detto : la borghesia ama trovare se stessa nei romanzi e nelle commedie.

   E allora di chi saranno gli eroi questi padron ‘Ntoni e Mena e compare Alfio ? Degli intellettuiali ! Proprio così : gli intellettuali, nel senso umano e alto che può avere questa parola, di uomini intelligenti e versati in buone letture filosofiche e letterarie, gli intellettuali  sono gli unici, beati lettori di Giovanni Verga. Essi soli, stanchi dei cavilli, delle chuiacchiere, delle grida presuntuose e del falso tono epico, troveranno nel lamento di compare Alfio la più gradita poesia di questo mondo e, chiusi i libri di d’Annunzio e di Oscar Wilde, vedranno in sogno, come il greco di un tempo vedeva Achille e  l’italiano di un tempo Orlando, il loro eroe: ‘Ntoni di padron ‘Ntoni.  La medesima, pacificante bellezza, di cui splendevano Achille e Orlando, splende, agli occhi di questi ottimi lettori, nella figura del marinaio di Acitrezza. I libri di Verga si sono venduti e si continueranno a vendere. Forse si venderanno poco, ma essi sono acquistati dall’unico pubblico rispettabile che esista in Europa, da quando la borghesia è diventata così rozza e priva di ideali e il popolo così distratto: il pubblico dei cosiddetti intellettuali, i quali, d’altronde, per il loro numero cresciuto  e per il loro comune gusto, possono costituire assai bene la categoria del lettore medio : lasciando al lettore medio del tempo antico l’appellativo, che ormai gli si conviene, di infimo.

Alfredo Saccoccio

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