Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Il testamento di Augusto di Alfredo Saccoccio

Posted by on Gen 15, 2019

Il testamento di Augusto di Alfredo Saccoccio

   Nel 13 d. C. Augusto e Livia toccavano il cinquantennio del loro matrimonio . Tale ininterrotta vita coniugale  di Augusto  è un simbolo della continuità della sua carriera  e della costanza con la quale perseguì  le finalità  che si era proposto. Mentre l’esaltazione della sua felice unione con Livia decretava l’erezione di un  tempio della Concordia sull’Esquilino, a ricordo del suo ingresso  settantesimosesto anno di vita, pensò di redigere, secondo la frase di Svetonio,  un sommario, “index rerum a se gestarum”, che servisse al giudizio  dei contemporanei, come a quello dei posteri.

   Tale “index” autobiografico era destinato  ad essere inciso su tavole di bronzo da erigersi davanti a quel suo Mausoleo, che, fin dal 28 a. C.,  spente le guerre civili, debellati i nemici esterni  e chiuso il tempio di Giano,  Augusto, allora Ottaviano,  aveva provvisto a far costruire , per sè e per i suoi,  nella zona settentrionale del Campo Marzio, fra il Tevere  e la Flaminia. Alla sua morte, Tiberio, ottemperando  alla volontà dell’estinto, fece incidere l’ “index”  su due pilastri di bronzo e li fece collocare davanti al Mausoleo. Per quanti secoli i Romani poterono leggerlo sul posto? Non lo sappiamo.

   Ancira, oggi Ankara, la capitale della Galazia, nel pronao del suo “Sebasteion”, il sontuoso tempio  dedicato ad Augusto e a Roma, fece incidere il testo latino dell’ “index”, con accanto la traduzione greca. E là il documento fu letto e, oer la prima volta, copiato nell 1555 dagli ambasciatori inviati da Ferdinando I, imperatore di Germania, al sultano Solimano.

                                               Conquiste, spese e opere

    In una lingua sobria, semplice, chiara e pur solenne, piena di regale dignità, l’ “Augustus” dà la nuda, oggettiva enumerazione di cose e di fatti che hanno avuto ripercussioni così vaste nella storia del mondo. Nessun ornamento di forma. L’imperatore non si abbandona mai ad apprezzamenti o a commenti.

   Augusto rpartisce il novero delle sue “Res gestae” in tre parti. Al primo posto uno sguardo complessivo alle guerre da lui intraprese,, nelle quali si manifestò la sua “clementia”. Nella seconda parte elenca le spese da lui sostenute per lo Stato romano. La terza parte, infine, contiene l’enumerazione delle “Res gestae” vere e proprie.

   “All’età di diciannove anni, di mia propria iniziativa e a spese mie raccolsi un esercito, col quale liberai lo stato dal dominio di una fazione che l’opprimeva.. Per questa ragione, sotto il consolato di Gaio Pansa e Aulo Irzio,  il senato con decreti onorifici mi aggregò all’ordine suo, insieme concedendomi il grado consolare col diritto di voto, e mi conferì  il comando militare.  Ordinò che io, quale propretore, con i consoli provvedessi, affinché la repubblica  non avesse a soffrir danno.  Lo stesso anno il popolo mi nominò console, essendo ambedue i consoli caduti in guerra, e triumviro con il compito di riordinare lo stato.

   “Mandai in esilio coloro che uccisero il padre mio, con procedimenti legali punendo il loro delitto, e poi, movendo essi guerra alla repubblica, due volte li sconfissi in battaglia”.

   Così, con pacata freddezza di cronistorico, Augusto accenna al suo drammatico ingresso nella vita pubblica. Egli era ad Apollonia, in Epiro, per attendere agli studi e alla preparazione  militare, quando, pochi giorni dopo, gli idi di marzo del 44, gli giunse la notizia che Cesare era caduto sotto il pugnale dei congiurati. Senza esitare né ascoltare consigli di prudenza, accorse a Roma  e, rivendicando i suoi dititti di erede, che il console Antonio gli contestava, arruolò, a spese sue, un esercito fra i veterani di Cesare stanziati nella Campania e guadagnò  alla propria causa due delle quattro legioni di Antonio.  La partita era già vinta. Il primo gennaio del 43 a. C. il Senato, su proposta di Cicerone, si aggregava Ottaviano Ottaviano, conferendogli, in pari tempo, la dignità di propretore e il diritto di sentenza e di voto fra i consolari. Sei giorni dopo, rivestito del comando militare (“Imperium”), Ottaviano assumeva , per la prima volta, i fasci, insegna del potere, che non doveva più deporre.

   Nell’ “index” Augusto  allude fugacemente alla nomina a console  e a triumviro. La guerra di Modena era costata la vita ai due consoli, ma Antonio, sconfitto, era fuggito. Ottaviano, rimasto solo a capo dell’esercito, aveva superato, con una rapida marcia militare su Roma, l’opposizione del Senato e dal popolo riunito nei comizi era stato eletto console non ancora ventenne. Dopo di che, andato incontro ad Antonio e a Lepido, aveva costituito con essi il “triumviratus reipublicae constituendae”, che, sanzionato dalla “lex Titia”, il 27 novembre del medesimo 43,  aveva ai tre conferito poteri straordinari  per cinque anni. Dei due colleghi, nessuna menzione nell’ “index”. E si comprende. Essi erano stati, più tardi, dichiarati nemici della patria. La vittoria di Filippi, con la sua duplice azione, terminata la prima con il suicidio di Cassio, la secona con quello di Bruto, aveva chiuso quel drammatico prologo dell’azione politica di Augusto.

   “Guerre per terra e per mare civili ed esterne in tutto il mondo spesso io combattei e, vincitore, risparmiai tutti i cittadini che chiesero grazia. Preferii conservare anziché distruggere  quelle genti straniere, alle quali si poté senza pericolo perdonare. Circa cinquecentomila cittadini romani militarono sotto le mie insegne : di essi, più di trecentomila inviai in colonie o rimandai ai loro municipi, poi ch’ebbero compiuto il loro servizio, e ad essi tutti assegnai campi o donai danaro come premio  del servizio prestato. Catturai seicento navi, non comprendendo in questo numero quelle minori delle triremi”.

                                                                  500.000 uomini

   A settantacinque anni, Augusto accenna, di sfuggita, alle campagne seguite alla vittoria di Filippi per far risaltare la “clementia” con la quale le condusse  e le conchiuse. Ma egli ci tiene a calcolare gli uomini passati complessivamente sotto il suo comando, dal triumvirato  al momento della stesura  del “Testamentum”. Sono cinquecentomila . Numero strabocchevole per l’antichità. E si compiace di ricordare le trecento navi catturate a Sesto Pompeo e le altrettante  catturate ad Antonio e a Cleopatra, ad Azio.

   “Console per la quinta volta, per comando del popolo e del senato accrebbi il numero dei patrizi. Tre volte  procedetti alla revisione delle liste dei senatori. E nel mio sesto consolato feci il censimento  del popolo, avendo collega Marco Agrippa, e celebrai la cerimonia lustrale alla distanza di quarantadue anni dall’ultima celebrazione.  Risultarono allora censiti 4.063.000 cittadini romani. E poi di nuovo ripetei la stessa cerimonia  da solo  con potere consolare, durante il consolato di Gaio Censorino e Gaio Asinio. E furono in questo lustro  censiti 4.233.000 cittadini romani. Per la terza volta, rivestito del potere consolare feci il censimento avendo collega il mio figliuolo Tiberio Cesare, quand’erano consoli Sesto Pompeo e Sesto Apuleio : e risultarono allora cittadini romani 4.937.000.  Con la promulgazione di nuove leggi, richiamai in vigore molte antiche consuetudini, che cadevano ormai in disuso : e io stesso offrii ai posteri esempi di molte cose da imitare”.

    Augusto può sorvolare sulla serie vittoriosa delle sue azioni militari. Ma non può  e non vuole sorvolare su quelle che sono le sue più insigni azioni di pace. Fra queste, eccellono il risanamento interno della casta patruzia e la politica demografica. Già negli ultimi tempi della repubblica le file del patriziato erano diminuite in modo impressionante. Di 136 genti patrizie esistenti al principio di essa, solo quattordici, con circa trenta famiglie, ne sopravvivevano nell’età di Cesare. Occorreva, dunque, costituire una classe  dirigente che fosse idonea ai compiti richiesti dal nuovo ordine di cose. Già Cesare, con la “Lex Cassia”, aveva innalzato al patriziato famiglie plebee. Ora Augusto, nel suo quinto consolato, nel 29 a. C., si era fatto attribuire, in virtù della “Lex Saenia”, la facoltà di aumentare il numero dei patrizi. Ma lo zelo con il quale Augusto aveva tenuto d’occhio l’andamento demografico della cittadinanza romana è mostrayto dalla scrupolosa esattezza con la quale egli registra nell’ “index”, fino all’ultimo migliaio, le cifre progressive dei tre censimenti, quello del 28 a. C., quello dell’ 8 a. C. (particolarmente importante nella storia del Cristianesimo) e quello del 14 d. C..

   “Per onorare il mio ritorno, il senato consacrò  l’altare della Fortuna Reduce davanti al tempio dell’Onore e della Virtù, presso la porta Capena, e comandò che ivi i pontefici e le vergini Vestalii celebrassero un sacrificio ogni anno, ricorrendo il giorno  nel quale, sotto il consolato di Quinto Lucrezio e Marco Vinicio, io ero tornato in città dalla Siria, e chiamò quel giorno “Augustalia” dal nome mio.

   “Quando tornai a Roma dalla Spagna e dalla Gallia, dopo i successi riportati in quelle provincie, durante il consolato di Tiberio Nerone e Publio Quintilio, il senato decretò  doversi consacrare  per il mio ritorno l’altare della Pace Augusta nel Campo Marzio, e comandò che ivi magistrati e sacerdoti e vergini Vestali celebrassero un sacrificio annuale.

   “Il tempio di Giano Quirino, che i nostri maggiori vollero che fosse chiuso quando per tutto l’impero del popolo romano si fosse conseguita con le vittorie la pace per terra e per mare, tre volte, essendo io principe, il senato ordinò che venisse chiuso :  la qual cosa, prima ch’io nascessi, dalla fondazione di Roma, si ricorda essere accaduta due sole volte”.

   Quando Augusto tornò a Roma nel 19 a. C. dal lungo e fortunato viaggio in Oriente, che gli aveva fruttato la restituzione delle insegne  tolte dai Parti a Crasso e ad Antonio, con il conseguente ristabilimento del prestigio romano in quelle regioni, il Senato consacrò l’altare della Fortuna Reduce, di fronte al tempio dell’Onore e della Virtù dedicato da Marco Claudio Marcello nel 208 a. C., ai piedi del Celio, presso la porta Capena. Attraverso questa porta, venendo dalla Campania, per la via Appia, Augusto era entrato in città.

   Quando, sei anni più tardi, Augusto tornò a Roma, dopo il triennio consacrato all’ordinamento  e alla pacificazione della Spagna e della Gallia, il Senato decretò che nel Campo Marzio, presso la via Flaminia, per la quale egli aveva fatto il suo ingresso in città, sorgesse un altare dedicato alla Pace, a quella pace che pareva ora finalmente assicurata al mondo romano.

Bottino di guerra

   Naturalmente il ricordo dell’ “Ara Pacis” suscita, per spontaneo collegamento, quello della chiusura del tempio di Giano. Due volte solamente, secondo la tradizione, il tempio era stato chiuso, prma di Augusto. Una prima volta, al tempo del mitico regno di Numa. Una seconda volta dopo la prima guerra punica, nel 235 a. C.. Aveva ben ragione Augusto di addurre, a titolo di gloria, l’aver chiuso, per tre volte, il tempio fatale, durante il suo lungo impero. Una prima volta nel 29 a. C., dopo la vittoria di Azio e la conseguentre conquista dell’Egitto¸ una secondas nel 25 a. C., al termine delòla guerra cantabrica; una terza,  infine, in epoca non meglio determinabile, fra l’8 e l’1 a. C..

   L’ “index” indugia con particolare e trasparente compiacimento sulle elargizioni al popolo, che hanno contrassegnato, anno per anno, il governo  augusteo.

“Alla plebe romana distribui trecento sesterzi a testa in esecuzione del testamento di mio padre e quattrocento sesterzi a nome  mio dal bottino di guerra, quando fui console per la quinta volta. Più tardi ancora, nel mio decimo consolato, donai quattrocento sesterzi per ciascuno dal mio patrimonio; e quando fui console per l’undicesima volta, feci dodici distribuzioni di grano da me privatamente acquistato. Infine, nel dodicesima anno del mio potere tribunizio, per la terza volta distribuii quattrocento nummi a testa. Questi miei donativi toccarono a non meno di duecentocinquantamila uomini ogni volta. Nel diciottesimo anno del mio potere tribunizio e dodicesimo consolato diedi a trecentoventimila  persone della plebe urbana sessanta danari.  a testa. E alle colonie  dei miei soldati, console per la quinta volta, distribui dal bottino di guerra mille nummi per uno : ricevettero questo donativo trionfale nelle colonie circa centoventimila uomini. Console per la tredicesima volta, donai sessanta danari a testa alla plebe, che allora riceveva il frumento pubblico : godettero di questa elargizione poco più di duecentomila uomini”.

Acque e pietre

      Ma Augusto non ha solamente aperto le sue casse private per farne rifluire oro sul popolo. Con i suoi mezzi privati e mercé sapienti destinazioni del denaro pubblico ha arricchito Roma e l’Impero di mirabili opere pubbliche. Non per nulla aveva voluto per sè la carica di “Curator viarum”.

      “Restaurai il Campidoglio e il teatro di Pompeo, con spesa ingente e senza farvi iscrivere il suo nome. Riparai gli adcquedotti in molti luoghi rovinati dal tempo, e raddoppiai la portata dell’acqua Marcia, immettendo nel suo corso una nuova fonte. Completai il foro Giulio e la basilica fra il tempio di Castore  e il tempio di Saturno, opere iniziate e condotte quasi a termine dal padre mio ; e quando la medesima basilica fu distrutta da un incendio, cominciai a riedificarla su più ampio suolo, sotto il nome  dei figli miei, e comandai che, se non l’avessi finita durante la mia vita, fosse compiuta dai miei eredi. Ottantadue templi degli dei, console per la sesta volta, io restaurai nella città per volontà del senato, non trascurandone  alcuno, che in quel tempo abbisognasse di riparazione. Console per la settima volta, restaurai la via Flaminia dalla città fino a Rimini  e tutti i

ponti tranne il Milvio e il Minucio.

   “Su terreno di mia privata proprietà, costruii il tempio di Marte Ultore e il foro Augusto col bottino di guerra. Edificai presso il tempio di Apollo, su terreno per gran parte comprato da privati, un teatro, che volli portasse il nome del genero mio Marco Marcello. Col bottino di guerra consacrai doni nel Campidoglio, nel tempio del divo Giulio, nel tempio di Apollo, nel tempio di Vesta e nel tempio di Marte Ultore : doni che mi costarono circa un milione di sesterzi. Console per la quinta volta, rimandai ai municipi e alle colonie d’Italia trentacinquemila  libbre d’oro coronario  offerto per i miei trionfi : e poi, ogni qualvolta  fui proclamato “imperator”, non accettai l’oro  coronario, benché  i municipi e le colonie me lo decretassero con la stessa benevolenza di prima”.

   Il grande incendio  dell’83 a. C. aveva distrutto il venerando tempio dedicato sul Campidoglio a Giove Ottimo Massimo, Giunone e Minerva, che la tradizione attribuiva alla fondazione di Tarquinio Prisco. Silla e Lutazio Catulo ne avevano curato la ricostruzione.  Avendolo un fulmine nel 9 a. C. nuovamente danneggiato, Augusto lo restaurò con particolare magnificenza. Il teatro che Pompeo aveva costruito  nel 55 a. C. , che era stato il primo teatro stabile in pietra a Roma, fu ugualmente ricostruito e abbellito da Augusto. Gli acquedotti, inoltre, furono sommamente curati da Augusto. Di quella Acqua Marcia (“optima rerum aqua, optima aquarum Marcia”), che il pretore Q. Marcio Re aveva convogliato verso Roma nel 146 a. C. dalla vallata dell’Aniene , Augusto raddoppò  la portata, immettendovi l’ “aqua Augusta”, raccolta nella vallata fra “Tusculum” e il monte Albano. Il Foro di Cesare e la basilica Giulia, che Cesare aveva dedicato, nel 46 a. C., furono da lui completati. Infine, fra tutte le vie suburbane, la Flaminia riscosse le speciali attenzioni di Augusto.  Era stata aperta nel 220 a. C. dal censore C. Flaminio. Ancora oggi il ponte sulla Marecchia, a Rimini, è testimone glorioso e sorprendente della solida magnificenza con cui Augusto provvide alla vigilanza delle strade.

La pace

   Augusto ha riservato , alla fine del suo “index” autobiografico, l’evocazione delle grandi conquiste   e degli strepitosi successi  diplomatici. L’andatura del testo, pur nella sua sobria compostezza, assume un ritmo intenso.

   “Allargai i confini di tutte le provincie del popolo romano, alle quali erano confinanti popolazioni che non ubbidivano al nostro dominio. Sottomisi le provincie delle Gallie e delle Spagne e similmente la Germania, seguendo il confine dell’Oceano, da Cadice alla foce dell’Elba. Assoggettai le Alpi, dalla regione prossima al mare Adriatico fino al Tirreno, a nessuna gente recando guerra ingiustamente. La mia flotta navigò per l’Oceano dalla foce del Reno verso Oriente fino al territorio dei Cimbri, dove né per terra né per mare alcun Romano prima d’allora era giunto : e i Cimbri e i Caridi e i Semnoni ed altre popolazioni germaniche della medesima regione per mezzo di ambasciatori chiesero l’amicizia mia e del popolo romano.  Per mio comando e sotto i miei auspicii due eserciti furono guidati, quasi contemporaneamente, nell’Etiopia e nell’Arabia detta Felice, e numerosissime schiere dell’una e dell’altra gente nemica furono uccise in campo e moltissime città furono conquistate. Nell’Etiopia si giunse fino alla città di Nabata, ch’è vicinissima a Meroe : e nell’Arabia l’esercito avanzò nel territorio dei Sabei fino alla città di Mariba.

   “Aggiunsi l’Egitto  al dominio del popolo romano. Potendo fare dell’Armenia maggiore una provincia , dopo che ne fu ucciso il re Artasse, preferiii, seguendo l’esempio dei nostri avi,  affidare quel regno  a Tigrane, figlio del re Artavasde e nipote  del re Tigrane, per mezzo di Tiberio Nerone, ch’era allora mio figliastro.  La medesima gente, poi, infedele e ribelle, soggiogata per mezzo di mio figlio Gaio,  diedi da governare  al re Ariobarzane, figlio del re  dei Medi Artabazo  e, dopo la sua morte, al figlio di lui Atavasde. E quando questi  fu ucciso, mandai in quel regno Tigrane, ch’era oriundo della regale schiatta degli Armeni. Riconquistai, con Cirene, tutte le provincie, che al di là del mare Adriatico son rivolte ad oriente, possedute per gran parte da re, e prima ancora la Sicilia e la Sardegna, ch’erano state  occupate durante la guerra servile.

      “Le popolazioni dei Pannoni, tra le quali, prima ch’io fossi principe, nessun esercito mai del popolo romano penetrò, sconfitte per mezzo  di Tiberio Nerone, ch’era allora mio figliastro e luogotenente, io sottomisi al dominio del popolo romano ed estesi i confini dell’Illirico fino alla riva del Danubio. Un esercito di Daci, che osò varcare questo fiume, sotto i miei auspici fu vinto e sbaraglato : e poi l’esercito mio, guidato al di là di esso,  costrinse le popolazioni dei Daci a sottostare al dominio del popolo romano.

   “A me furono mandate spesso dall’India ambascerie di re, non mai viste prima presso alcun duce romano. Chiesero la nostra amicizia per mezzo di ambasciatori i Bastarni, gli Sciti, i re dei Sarmati, che abitano al di qua e al di là del Tanai, e i re degli Albani, degli Iberi, dei Medi.

   “Le genti dei Parti e dei Medi,, inviandomi in qualità di ambasciatori i connazionali più nobili, chiesero ed ebbero re da me : i Parti Vonone, figlio del re Fraate, nipote del re Orode, i Medi Ariobarzane, figlio del re Artavasde, nipote del re Ariobarzane.  

   “Durante il sesto e il settimo mio consolato, poi ch’ebbi fatto cessare le guerre civili, avendo assunto il supremo potere per consenso universale, trasferii il governo della cosa pubblica dalla mia persona  nelle mani del senato e del popolo romano. In ricompensa di ciò, per decreto del senato mi fu conferito il titolo di Augusto e la mia porta fu ornata d’alloro a nome dello stato e una corona civica fu appesa ad essa e fu posto nella curia Giulia uno scudo d’oro con una iscrizione  attestante ch’esso mi veniva offerto dal senato e dal popolo romano per il mio valore, la mia clemenza, la mia giustizia e la pietà mia. Da allora io fui superiore a tutti per autorità, ma non ebbi maggior potere di quelli che mi furono colleghi in ciascuna magistratura”.

La corona civica

   Prossimo alla morte, Augusto può con legittima fierezza guardare alle sue sconfinate conquiste. Ha dovunque ampliato e dilatato i confini romani. In Germania,, fino all’Elba.. Nell’Illirico  e nella Macedonia, ove sono state istituite le due nuove province della Pannonia e della Mezia. Nell’Asia Minore, dove si è formata la nuova provincia della Galazia. Nella Siria che si è arricchita con il territorio della Giudea. Nella provincia d’Africa, che si è accresciuta della Numidia tolta al re Giuba, compensato, d’altra parte, con la Mauritania. Augusto ha pacificato le province della Gallia e della Spagna a due riprese, fra il 27 e il 25 a. C. e poi fra il 16 e il 13. La sconfitta di Varo ha lasciato indeterminato il confine della Germania. E’ l’unico punto oscuro e dolente nelle reminiscenze e nelle rievocazionii augustee.

   E’ dal 30 a. C., dopo la morte di Antonio e di Cleopatra, che l’Egitto è stato posto sotto la diretta dipendenza di Augusto, che lo ha ininterrottamente governato per mezzo di un prefetto. E l’Egitto era stato un eccellente punto di partenza per esplorazioni più lontane. Di là  due eserciti romani avevano preso le mosse per avanzare vittoriosi, l’uno fin nel cuore dell’Arabia Felice, l’altro fin nell’Etiopia. Recuperando le province  che, assegnate ad Antonio dal trattato di Brindisi, del 40 a. C., erano state da lui donate a Cleopatra e ai suoi figli, o a sovrani a sè personalmente devoti, Augusto aveva ristabilito in Oriente la dilacerata integrità dello Stato romano. Infine l’ “index” poteva vantare la sottomissione  delle popolazioni danubiane, Pannoni, Daci e Geti e l’arrivo di ambascerie devote dai più lontani reami.

   Quasi a coronamento finale della evocazione delle “res gestae “, l’ “index” registra il gesto magnanimo con il quale, in un momento saliente della sua prodigiosa carriera. l’ “imperatore” ha restituito al Senato  e al popolo i suoi poteri eccezionali, assumendo una superiore “auctoritas”, che non aveva  altro fulcro  e altro fondamento al di fuori delle qualità personali.

   E’ durante il suo sesto consolato, nel 28 a. C., che Augusto abroga, poco a poco, tutti i provvedimenti eccezionali del periodo triumvirale. Il 16 gennaio del 27 a. C., in una solenne seduta senatoriale, dichiarava di trasmettere di nuovo nelle mani del Senato e del popolo il potere straordinario di cui era stato investito. In seguito a ciò, il Senato gli conferì il titolo sacro di “Augustus”, che vale “il degno di onore e il venerando”. Evocando così le sue gloriose “res gestae”, Augusto poteva serenamente avvicinarsi alla morte. Il “novus ordo” vaticinato da Virgilio Marone era effettivamente nato con lui.

Alfredo Saccoccio

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L’ultimo Faulkner : “Assalonne, Assalonne!”

Posted by on Gen 7, 2019

L’ultimo Faulkner : “Assalonne, Assalonne!”

   A leggere le pagine del romanzo “Assalonne, Assalonne !” del romanziere statunitense William Faulkner, folte e serrate che non ci cadrebbe uno spillo, verrebbe da pensare che il titolo alluda alla prolissa chioma del figlio di David. Anche Faulkner, quasi ogni anno,  largiva ai lettori la rigogliosa vegetazione del suo capo e più si tosa, più la capelliera vigoreggia, densa, lucida, cupa, carica di tutti gli aromi graveolenti del Sud degli Stati Uniti, intricata come una foresta vergine, soffocante come funebre coltre. Confessiamo che i primi libri di Hemingway, Dos Passos,Faulkner, ci hanno avvinto e mon diciamo che la qualità di questi scrittori sia divenuta scadente nei successivi. Tutt’altro.

   In “Assalonne, Assalonne!” ritroviamo la tragedia del bianco con una o più gocce di sangue  negro, la tragedia della ragazza che si segrega con l’ombra dello sposo di un giorno in un mausoleo, in cui, anno per anno, essa si distilla in perfetto vampiro; ritroviamo il demoniaco condottiero dell’esercito del Sud, Agamennone redivivo…Questi americani si sono curvati sulle fosse degli Atridi, hanno respirato l’antico sortilegio come il protagonista della “Città morta”. Hanno propagato un’aura dui città morta sulle rive del Mississippi e la Guerra di Secessione si è illuminata dei sinistri bagliori dell’incendio di Troia. Non soffocare l’americano sotto le vecchie bandiere ! Però sono loro che ci si avvolgono, in queste vecchie bandiere, che ci si rivoltolano dentro, come gatti in amore nei panni sporchi. Oh, non si tratta di fonti, di aprire un libro mastro di dare ed avere tra Eschilo e Faulkner ! Si tratta di qualcosa di più profondo ed organico : di un inevitabile lussureggiamento del romanticismo frenetico europeo, trasportato sul suolo dove tutto lussureggia e  giganteggia. E’ il barocco spagnolo che si inturrgidisce ancora di più nel Messico, il “flamboyant” del “flamboyant” ; la malavita europea che da serpe diventa Leviatano a Chicago ; il  puritanesimo che degenera in sadismo e molochismo : America, serra calda di dannati innesti e di effimeri mostri, pazza mula del globo terrestre.

   Seguite il motivo dell’incesto dall’ “Edipo re” a 3’Tis Pity She’s a Whore2 del postremo drammaturgo elisabettiano John Ford, a “Mourning becomes Electra” ; seguite il motivo di Satana da Milton agli “outlaws” di Byron, al demoniaco colonnello Sutpen di “Assalonne, Assalonne !”, l’avventuriero che a un tratto appare a Jefferson con una banda di negri selvaggi,non si sa donde venuto, capace di tutto, carico di chi sa quali delitti, con il viso fegatoso e la barba ispida, che nasconde una sinistra bocca ; seguite il monologo interiore da Robert Browning a Conrad, a Faulkner : progressivo inacerbarsi e infoltirsi di temi, complicarsi di mezzi espressivi, ravvolgersi e travolgersi nei meandri sempre più contorti di un labirinto, fino a completa consumazione e riduzione all’assurdo dell’arte romantica. Alberto Moravia ha intitolato “L’Imbroglio” il suo volume, in cui annuncia il “ritorno all’intreccio”. Intrecci ingenui e innocentissim accanto al superintreccio di “Assalonne, Assalonne !”.

   Narrare il quale quasi non avrebbe senso, perché il Faulner, premio Nobel per la letteratura nel 1949, con quella tecnica di cui ha dato l’esempio più vertiginoso in “The Sound and the Fury”(“L’urlo e il furore”, Milano, 1959), crea  un’atmosfera ossessiva presentando gli avvenimenti parecchie volte, e non in ordine di successione temporale, talvolta in  forma enigmatica, allusiva, talaltra in forma spiegata, ma non mai abbastanza spiegata sì che non bisogni, per integrare il racconto, il ricordo di un particolare disperso in altra parte del libro e scosì misterioso; talora a lampi, talora con più lunghi indugi : è come vedere girare una “roulette”. Risolvere l’intreccio in un piano argomento, con ben contrassegnati personaggi, è come parlare di tutt’altra cosa. Perché i personaggi son quello che essi diventano nell’allucinata testimonianza degli altri e, ciascuno,e l’autore per primo, si rompe il capo sulle intenzioni e il senso degli atti :  il metodo di Conrad,.o, se vogliamo tenerci ai precedenti americani, del Melville, ma galvanizzto da una orrente di frenesia, e inturgidito da un vocabolario surrealista.

   Del resto il Faulkner ha corredato il suo libro con una lista cronologica, una genealogica e perfino una cartina topografica ; e quando il lettore si sente perso, ricorra a codesta bussola. Il sunto sarebbe poi questo: Thomas  Sutpen, nato nel 1807 da poveri bianchi scoto- inglesi va a far fortuna ad Haiti e, domata una rivolta di negri, sposa la figlia del proprietario della piantagione di zucchero, Eulalia Bon, da cui ha un figlio, Charles Bon. venuto a conoscenza che costei ha sangue negro, siccome questo contrasta con il suo piano di fondare una famiglia che sia crema della crema del Nuovo Mondo, ripudia la moglie, le lascia ogni suo avere e con una banda di segugi negri si trasferisce a  Jefferson Qui, con un imbroglio, viene in possesso dei terreni di un indiano, vi fa costruire una sontuosa casa da un architetto francese da lui sequestrato (codesta casa assumerà valore simbolico, come quella di “Mourning becomes Electra”, e nella catastrofe finale scomparirà tra le fiamme, come la casa degli Usher nel famoso racconto del Poe), e insediatosi come il più cospicuo piantatore di Jefferson, benché circondato da sinistra fama (tra l’altro tiene sanguinosi ludi gladiatorii di negri, a cui partecipa lui stesso), sposa nel 1838 Ellen Coldfield, figlia di un negoziante puritano. Ne nascono Henryy nel 1839 e  Judith nel 1841. Nel 1834 da una schiava negra aveva avuto Clyytemnestra (Clytie) Sutpen, destinata a far la parte di Cassandra nei drammatici eventi che seguiranno. Hewnry è mandato all’Università di Messissippi e là incontra Charles Bon, le cui maniere d’uomo di mondo e di “dandy” suscitano in lui ammirazione ed emulazione. Naturalmente Henry conduce Charles a Jefferson a conoscere la sua famiglia e Charles si fidanza con Judith ; naturalmente anche, Thomas Sutpen  chiama il figlio e  gli annunzia che il matrimonio tra sua sorella e Charles è impossibile, perché anche Charles è suo figlio. Henry non  vuol crederlo, rinnega suo padre e parte con Charles. I due giovani  si arruolano, essendo scoppiata la Guerra di Secessione.Per quattro anni, gli avvenimenti pubblici  sospendono l’opera  dell’Ate privata. Frattanto Ellen Coldfield muore. Poi, nel 1865, Henry uccide Charles, ma la ragione del fratricidio non è tanto quel minacciato incesto : la ragione è la “miscegenation”, non l”incest”. E’ che Charles  tutto il tempo sapeva che Sutpen era suo padre, ma voleva che lui stesso gli parlasse, gli si dichiarasse padre, gli vietasse in persona il matrimonio. Però Sutpen non lo fa. “E Assalonne disse a Ioab : Ecco, io ti avea mandato a dire : Vien qua, ed io ti manderò al re, a dirgli :Perché sono ion  venuto di GHesur ? meglio sarebbe per me che io vi fossi ancora : ora dunque fa che io vegga la faccia del re. “ Sutpen ignora Charles perché questi ha sangue negro e Charles , che di ciò si arrovella, come Christmas di “Light in August”, allora accelera la catastrofe, getta in faccia all’ammiratore Henry la propria impurità : che egli è un negro, che ha già una concubina negra, che lui, negro, è il fidanzato di sua sorella.Il suo masochismo trova soddisfazione . Henry lo uccide e manda il cadavere a Judith. Sutpen torna dalla guerra e vuol sposare la cognata, Rosa  Coldfield, di età minore dei propri figli. Poi Rosa, insultata, l’abbandona e vivrà, per 43 anni, ossessionata, nella sua mente puritana, dalla figura del demonio, suo sposo mancato.

   Sutpen nel 1869 è ucciso da un vecchio dipendente, Wash Jones, di cui ha sedotto la figlia. Rosa, infine, nel 1910, scopre che Henry è tornato alla diroccata casa paterna e fa una spedizione notturna per scovarlo. La negra Clytie, credendo che essa voglia consegnarlo alla giustizia per l’antico delitto, dà fuoco alla casa. Testrimone della catastrofe, il figlio del solo amico che avesse Thomas Sutpen, Quentin Compson, nella cui coscienza tutto il torbido dramma si configura in incubo, tanto da spingere il giovanotto, come sappiamo da “The Sound and the Fury”, a togliersi la vita. L’unico superstite è Jim Bond, nato dal figlio di Charle Bon e  da una negra, un povero deficiente. La molla centrale di tutta la tragedia è “just a mistake”. Il peccato, l’errore tragico, era  una goccia di sangue negro.

Alfredo Saccoccio

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Vita della Duse di Alfredo Saccoccio

Posted by on Gen 1, 2019

Vita della Duse di Alfredo Saccoccio

La famiglia Duse, che si era stabilita, da secoli, in Chioggia, non si sarebbe mai mossa, se, nella prima metà dell’Ottocento, un Luigi Duse, marinaio come tutti i suoi, non avesse desiderato darsi al teatro. Si fece attore, fu celebre, ebbe la migliore Compagnia dialettale : subito i fratelli, i nipoti ed altri parenti vari, lo seguirono sulle scene. Attori anche i figlioli, anche Alessandro, che avrebbe voluto essere pittore e non poté ; romantico e delicato Alessandro, sposato ad un a ragazza romantica e delicata, Angelica Cappelletto, dolcemente malata di elisia, destinata a vagabondare da un palcoscenico all’altro, senza gloria, senza denaro e senza pace. Sono questi i genitori du Eleonora, che nacque a Vigevano, il 3 ottobre 1859. La portarono al battesimo in un piccolo cofano di cristallo, così che parve una reliquia ed i dragoni le presentarono le armi : certo  aveva già gli occhi larghi, bruni e dolenti.

Padre, madre e bambina girano per il Veneto; fra le braccia della madre, Eleonora compare in scena. Cresce, ha cinque anni e rappresenta Cosetta. Piange così bene che gli spettatori ne sono rapiti.

A 32 anni, Eleonora perde la madre, la soave Angelica, malatissima e coraggiosissima, che se ne va senza rumore, lasciando marito e figliola in un dolore vasto e muto : proprio in quei giorni, ereditano un poco di danaro, cinque casette chioggiotte  e le rifiutano, poiché la cara morta non potrà più goderle : il loro solo conforto vien proprio di lì, dal gesto di fierezza fantasiosa, e poi riprendono la vita dura ed inquieta.

Le rose di Giulietta

A 14 anni, Eleonora è a Verona. Ha letto Shakespeare, rappresenterà Giulietta : una felice estasi la coglie. Spende i suoi pochi risparmi per comprarsi delle rose scarlatte. In una domenica di maggio, l’immensa Arena, il cielo aperto, una moltitudine di popolani l’aspettano ed Eleonora appare, carica di rose, avvolta, fasciata, torturata di rose. E’ Giulietta: ogni sua parola suona inevitabile e giusta, ogni accento è fatalmente predestinato. Lascia cadere la prima rosa ai piedi di Romeo, sfoglia la seconda dal balcone. Una felicità limpidissima e terribile la conduce alla morte come su chiare onde. La notte scende, mentre il dramma ancora dura e gli scroscianti applausi, la sua atterrita gioia, il buio, danno ad Eleonora l’illusione di aver raggiunto una vetta.

Poi Eleonora lavora in compagnie meschine, che già senta indegne. Finalmente il balzo in avanti nella compagnia Emanuel, che per prima donna ha l’opulentissima signora Giacinta Pezzana. Accanto a lei, come dovette sembrare magra, magra, sparutella, la signorina Duse ventenne, malvestita e triste ! Il pubblico napoletano non l’amò gran che, si capisce, abituato ai ricchi fascini dei busti colmi e delle “tournures” rigogliose. Ma Napoli era piena di risorse : c’era una giovane giornalista, la signora Matilde Serao, che subito fu amica di Eleonora, e c’era Martino Cafiero, civettone, conquistatore, astutissimo Don Giovanni. Subito Eleonora ne è rapita e ne riceve fiori, libri, vezzi ; impara a conoscere Posillipo e le cene galanti, le gite in barca e il chiaro di luna.

Eleonora è molto felice. Trova, per rappresentare la nuora di “Teresa Raquin”, accenti così nuovi ed umani da ottenere il trionfo e la seconda grande scrittura, nella compagnia di Cesare Rossi, a Torino. Scrittura che non le dà gioia, ma dolore, perché significa il distacco dall’amato, una nuova solitudine Più grande solitudine quando, a Torino, Eleonora si accorge di essere madre. Chiede aiuto a Cafiero, senza ottenerlo. Singolare uomo questo Cafiero. Nessuno meglio di lui simboleggia la “fin di secolo”, il cinismo senza malvagità, il dilettantismo senza mediocrità.

Fierissima, Eleonora si rifugia a Marina di Pisa, in una casa di contadini, dove il suo bimbo nasce e subito muore. Eleonora stessa ne porta al cimitero la bara, leggerissima. Poi torna a Torino. Qui le succedono moltissime cose, inattese : diventa prima donna, perché la Pezzana se ne va; Cesare Rossi si innamora di lei, perché è suo uso innamorarsi della prima donna ; Tebaldo Cecchi, un bravo e buon compagno d’arte, le chiede di sposarlo, perché vuol difenderla dalle insidie di Rossi. E così, come per gioco, Eleonora si trova sposata, prima donna ed assillata dalle premure del vecchio capocomico.

Il teatro va male, il pubblico seguita a non amare Eleonora, giudicandola magra, stravagante e impossibile;  gli incassi diminuiscono. Intanto arriva in Italia, sfolgorando, con scimmie, cani, pappagalli, e vesti inaudite, la gloria universale, un’icona prepotente, Sarah Bernhardt, massima attrice di teatro dell’Ottocento, musa di Proust e D’Annunzio, amica di Henry James, definita “mostro sacro” da Jean Cocteau. Nessuno riconoscerebbe il grigio teatro torinese, quando Sarah vi debutta ed i fiori diventano montagne, gli applausi boati, l’entusiasmo follìa.. Eleonora naturalmente l’ammira, ma appena Sarah è partita, chiede e ottiene di mettere in scena proprio il lavoro che a Sarah, a Parigi, valse un fiasco colossale : “La Principessa di Bagdad”. E trionfa. Gli spettatori torinesi, esterrefatti, si vedono costretti ad applaudire la prima donna, senza che sia aumentata nemmeno di un etto, senza che sia imbellita nemmeno di una veste  parigina.  Eleonora è lanciata : va a Roma, recita “La Moglie di Claudio” e il pubblico le stacca i cavalli dalla vettura ; poi tutte le città italiane l’acclamano.

   Ora la signora Duse-Cecchi, celebrata, di giorno in giorno acquista sempre più gli estri, le originalità e le bizze proprie delle donne del suo tempo. Era il tempo delle crisi di nervi e dei sali inglesi,  delle fialettte d’ambra, degli svenimenti, della ipersensibilità e delle incomprensioni, dei fazzolettini lacerati con i denti, delle bertuccine custodite nel manicotto, dei suicidi in ginocchio, dei messaggi d’amore scritti con inchiostro d’argento su carta nera, dei teschi tenuti sul tavolino. Queste signore leggevano Nietzsche, “adoravano Wagner”, baffuti uomini le idolatravano tremando, mentre le pallide borghesucce ne gemevano d’invidia. Perché vorreste che Eleonora Duse non diventasse cos, e per  prima cosa non si mutasse il nome, firmando con predilezione Leonora ?

   Nasce Enrichetta, quella che sarà la bambina tranquilla, la giovanetta saggia, la sposa-modello : i genitori l’affidano a certi contadini, per riprendere il loro lavoro. Nuovi successi ; “Tournée” in America, trionfale.

   “Oh, grande amatrice ! ”

   Primo attore giovane, di bell’aspetto, di soavi modi, figura prestante e rigogliosi mustacchi, è Flavio Andò : ama Eleonora, che lo ama. Tebaldo, il buon marito, capisce che la separazione è necessaria e sparisce. Egli si terrà, fino alla morte, lontano, devoto e fedelissimo ; Flavio Andò ed Eleonora viaggiano insieme  per l’Europa:  nel 1886 nasce la loro Compagnia. La Russia li acclama ; il 1892 li trova a Vienna ; l’anno dopo, nell’America del Nord ; i fiaccherai e le mogli dei miliardari li acclamano.

   Eleonora stancamente ringrazia lasciando cadere all’indietro il suo famoso mantello, non si dipinge mai, cade in crisi spirituali, ama castamente Arrigo Boito, si pettina con un nodo sulla nuca, non porta il busto, piange spesso, scrive lettere sforacchiate di lineette come i segnali Morse e racconta le sue eleganti sofferenze . Ha trent’anni, si sente sola, poiché la passione per Andò si è mutata in amicizia, poiché il marito è scomparso, poiché Enrichetta è in collegio. Aspetta qualcosa dalla vita e che cosa non sa, ma, una sera, al Valle di Roma, uscendo di scena,dopo il terzo atto de “La signora delle Camelie”, un uomo le si para davanti : “Oh grande amatrice ! “ le grida e si allontana.

   Era un uomo piccoletto, con monocolo, il più mondano, il più pazzo, il più byroniano ; Carducci leggeva i suoi versi, una duchessa lo aveva sposato e Parigi lo adorava : era Gabriele d’Annunzio.

   Quel primo incontro non ebbe seguito e solo dopo un lungo intervallo poeta ed attrice si ritrovarono a Venezia;  Eleonora non poteva dormire, la notte, e girava in gondola per i canali. Gabriele pure ed un mattino, per caso, sbarcarono insieme. Si riconobbero e non si lasciarono più.

   Per la prima volta in vita sua, Eleonora mette su casa, a Venezia. Bisogna degnamente accogliere le visite dell’amato ! Drappi rossi, scialli ricamati, vetri di Murano, marmi infranti, icone bizantine, libri consunti, erbe secche, quel tanto di caos e di squisitezza che poteva incantare il cuore del Poeta.

   Da questo suo amore, Eleonora riceve una “luce straziante” : ama, soffre, si rifugia nell’ombra, docilmente aspetta l’opera che egli le ha promrssa e organizza una “tournée” in America unicamente per procurarsi i fondi necessari ai decori teatrali del suo Decoratore.

   “Gioconda”, “ Città Morta”, “Francesca sa Rimini” sono accolte dal pubblico con ostilità, anche se nulla è stato risparmiato per la maggiore nobiltà del lavoro :  le fibbie delle comparse sono di vere gemme, Micene rivive, la Duse cela le sue belle mani offrendo la sua bella voce. Il pubblico, però, fischia. Che le importa il successo, ormai, o i danari ? Ha Gabriele, barbetta caprina, sfolgoranti parole, certezza, incertezza, meravigliose bugie, “Laudi”, Capponcina, debiti, cavalcate sulla sabbia di  Marina di Pisa, cani gloriosi, donne adoranti, crudeltà, tenerezza, Gabriele, Gabriele ! Le pare che nulla sia sufficiente a pagare l’inaudita fortuna di stargli vicina e dà la sua sofferenza, il suo lavoro, la sua gloria, senza chiedergli nulla.

                                                       “Il Fuoco”

   Ad Atene, durante una “tournée”, d’Annunzio, che accompagna i suoi interpreti, consegna all’impresario ed amico di Eleonora il manoscritto di un libro nuovo, chiedendogli se la pubblicazione gli pare possibile. Questo libro è “Il Fuoco”.

   Tuoni e fulmini ! L’impresario fa un salto per aria, interrompe la lettura a metà, si precipita da Eleonora : questo libro non può uscire, questo libro non deve uscire, è uno scandalo, una calunnia, un’infamia ! Lei tace. dapprima, davanti alla collera del fedele amico, poi ritrova un poco di coraggio, per dichiarare di conoscere “Il Fuoco”, di approvarlo, di permetterlo. “Non si ha il diritto” dice, di soffocare un capolavoro !”.

   Però, in verità, ella non ha il diritto di opporsi al volere del suo amore. Quando la figlia Enrichetta, ormai fanciulla, la supplica di evitare che questa rovina si compia, Eleonora risponde che rinunciare a Gabriele le sarebbe  impossibile come tagliarsi una mano.Quando Cécile Sorel la compiange, ribatte che il sacrificio le è dolce. Ed “Il Fuoco” viene pubblicato.

   Cieca, immemore, non si difende neppure, anche se una vergogna atroce la stringe, anche se vorrebbe fuggire e nascondersi. Si aggrappa a questa estrema giovinezza che la lascia e ripete : “Ho quarant’anni e lo amo”.

   E Gabriele l’abbandona. Eleonora gli regala una bussola antica ed il suo perdono. E’ stanca, tutto le duole, tutto la fa soffrire : innumerevoli miserie fisiche, dominate finora dalla sua volontà, la tormentano : i polmoni, il cuore, gli occhi, i nervi, tutto cede. Per anni continuerà il suo lavoro. Sarà Vasillissa, sarà Rebecca, sarà Ellida. Andrà in scena soffocando per la tosse, per l’asma, per la paura irragionevole che improvvisamente la coglie.Dall’America del Sud a Vienna, dalla Russia a Parigi, ripeterà Magda e Margherita Gautier, senza più scopo. Il senso della solitudine la tortura ed una sera, a Berlino, pronunciando quel “sola ! “ che chiude “La Donna del Mare”, Eleonora capisce di non poter resistere più e nel 1909 lascia il teatro.

   Si rifugia a Firenze, per curarsi gli occhi minacciati di cecità, che lentamente guariscono. Enrichetta le chiede di venire a stabilirsi in Inghilterra, a Cambridge, dove ella vive con il marito, il professore Edward Bulloughs, ma Eleonora rifiuta. Il padre, quell’Alessandro Duse che aveva sempre desiderato dipingere ed ora, a Venezia, finalmente dipinge, la prega di raggiungerlo, ma Eleonora rifiuta. Devastata,, vive solitaria, mentre il mondo, con rapidità, la dimentica. Pellegrinaggi, fughe, partenze notturne, soggiorni segreti in città straniere, che la ricevono senza riconoscerla. Preghiere umili, di chi ancora non crede, ma vuol credere.

                                                       La Signora

   Casa di Roma, in via Nomentana, che pazientemente trasforma in quella Casa delle Attrici, da lei ideata con infinito amore. Poiché il riposo, il silenzio, le hanno dato nuove forze, Eleonora sente la necessità  di spenderle : festa di inaugurazione, patrona la Regina. Una folla fdi donne, con gonne ad “entrave”e corsetti lavorati alla turchesca, si stringe intorno alla “Signora”.

   La chiamano così, ormai, la Signopra : perfetto nome per quella che, non bella durante la giovinezza, in vecchiaia è diventata bellissima. Sta la Signora fra le sue protette e sorride.

   Le pare di aver trovato uno scopo. Dolce il maggio, su Roma, ma è il maggio 1914.

   Addio Casa delle Attrici, riposo, silenzio. Con ali nere vola la guerra sul mondo.Altri scopi troverà la Signora. Teatro del Fronte,visite ai soldati, ospedali. Finisce  la guerra, lo squallore la sostituisce. Eleonora Duse  si rifugia in Asolo, dove sarà la sua ultima casa. Vorrebbe darsi ancora, non sa a chi, a che cosa. Tenta il cinematografo, invece, su scenario di Grazia Deledda con “Cenere”.

   Eleonora ha fefde nel suo lavoro, ma non nel suo volto consumato. Si inizia così la sua lotta con gli operatori, con i registi, poiché supplichevolmente ella chiede sempre ombre, “flous”, veli, che nascondano la sua decadenza, e “Cenere” può presentare solo una Duse incenerita, spentissima.

   Ancora il Teatro. La guerra ha rovinato finanziariamente la Duse. Ricca non fu mai, noncurante e generosissima, ma padrona di un patrimonio modesto, che faceva amministrare, a Berlino, da Roberto von Mendelssohn, fedele amico, saggio consigliere. Ma l’inflazione inghiottisce ogni sostanza della Duse, che si ritrova poverissima. E ne è contenta.

   “Sola !”

   Ora ha un pretesto, la spinta, per tornare alle scene. Il 5 maggio 1921, davanti ad un pubblico ansioso, riappare Ellida, il volto nudo, capelli bianchi, voce palpitante e ferita. E’ un successo ? Qualcosa di meno e qualcosa di più, un gigantesco stupore davanti a tanta altezza raggiunta con mezzi tanto semplici. Eleonora ritrova il delirio, riprende il cammino trionfale, attraverso l’Italia, la Svizzera, l’Inghilterra. Intanto l’asma le toglie il respiro, i polmoni si struggono, gli occhi lacrimano, i nervi dolorano.  Intanto le finanze della Compagnia vanno malissimo  : dopo il primo anno, ha centomila lire di  debito; dopo il secondo, duecentomila. La Signora non sa come tener testa ai suoi impegni. Spessissimo la sua salute le impedisce di recitare e le penali sono rovinose ed ella ne perde ogni pace.

   Quello che fu il suo prodigioso amore ed ora orbo, eroe, Comandante di Fiume, rivolge una lettera ai giornali, ricordando l’opera da lei compiuta. Tuttavia non l’aiuta a realizzare il suo sogno: un teatro per lei, un teatro piccolissimo, modestissimo, “una cantina”, dice, o “una catacomba”, dove le sia permesso, circondata da giovani, creare una nuova arte.

   Meravigliosa fede della Signora !  Vecchia, stanca, potrebbe lasciarsi cadere. Invece lotta, presenta le opere che le sembrano degne, quali il “Così sia” di Gallarati Scotti e le difende anche davanti all’insuccesso. Finalmente, per liberarsi dai debiti, dagli impresari avidi, riparte per l’America del Nord. Ha 65 anni ed i suoi polmoni sono finiti.

   Pittsburg è metallica e grigia, mostri di cemento e di ferro si profilano sul cielo, piogge taglienti colpiscono la Signora, mentre, davanti al teatro, aspetta che le si apra l’ingresso degli artisti.

   Ma la rappresentazione della “Donna del Mare” è trionfale : alla fine soltanto, quando Eleonora pronuncia quel “sola !” che dà la misura del suo distacco, chi la conosce comprende che non solo il dramma finisce, ma la vita.

   Era il lunedì di Pasqua, il 23 aprile 1924. Per tutta la notte la Signora aveva chiesto, delirando, di ripartire, di riprendere il lavori. L’alba la trovò bianca, pacificata, nobilmente composta nella morte.

Alfredo Saccoccio   

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“I giganti della montagna” sono la “Terra Promessa” di Pirandello

Posted by on Dic 27, 2018

“I giganti della montagna” sono la “Terra Promessa” di Pirandello

   “Est deus in Pirandello”. E il “complesso di superiorità” noi lo sentiamo a distanza, come il rabdomante sente l’acqua.

   Strano a dire, questo stesso complesso di superiorità, il suo potere radiante, contribuì a creare intorno a Pirandello una zona di attesa, per non dire di sospetto. Tali e tante erano state le “fregature”, che la “superiorità in arte” fu messa in osservazione. Presso i “sapienti”, presso i “migliori” diventò regola e disciplina ridursi e macerarsi, diffidare della superiorità, dirne “male”. E i pittori si limitarono a “bozzettare”, i letterati a “frammentare”, i poeti a dar fuori, in occasioni rarissime, versi minuscoli e a coppiette come le ciliegie.

   Il “ complesso di superiorità” non implica necessariamente “fare grande” Una “arte che rappresenta” non è mai “superiore”, per grande che sia il cuore dell’artista, per vasta che sia la sua anima. Arte “superiore” è “arte come passaggio ad un mondo superiore. E’ arte che risolve  ol problema della vita, che immette in una soluzione felice e immutabile.

   Luigi Pirandello fa parte di questi orgogliosi “traghettatori”. Sta in compagnia di Picasso, di Giorgio de Chirico, di Strawinski. Artisti che non si possono esaminare, che non si possono attaccare , tanto meno con gli strumenti comuni della critica : invulnerabili alla critica comune.

   L’arte, questa “soluzione superiore”, obbedisce a leggi precise, ad una sua etica ; contiene una sua armonia, una sua architettura, un suo galateo. Non basta “scoprire” il passaggio, indirizzarsi per quella via.

   Oltre che uomo del “passaggio”, è arrivato Pirandello alla “soluzione”, ha obbedito alle leggi, all’etica del mondo “superiore” ?

   Anche Pirandello, come Mosè, è morto in vista della Terra Promessa.

   “I giganti della montagna” sono la “Sua” Terra Promessa.

   Le idee “filosofiche” di Luigi Pirandello, il suo “parmenidismo”, l’equivoco tra apparenze e realtà,  a noi non interessano, non debbono interessare. Una maggiore scaltrezza avrebbe aiutato Pirandello ad evitare il “debole”, lo “scoperto” di esse idee ; gli avrebbe procurato più presto la simpatia dei “diffidenti”. Però perché i “diffidenti”,  per parte loro,  si ostinano a prendere alla lettera le idee “filosofiche” di Luigi Pirandello ?

   Queste idee sono i temi, i pretesti, diciamo addirittura i “trucchi” che alimentavano il “dramma” di Luigi Pirandello :  il “dramma del passaggio”: l’affannosa, allucinata ricerca di un’evasione da “questo mondo”, lo sbocco in un mondo “superiore”.

   Che l’opera di Luigi Pirandello sia “chiusa” nel dramma del passaggio, che la soluzione sia appena intravvista, ce lo dice l’angoscia continua, la volontà di speranza, la nostalgia inestinguibile, la tristezza, il “nero” che come una gran sete la divora.

   Comunque, nessun altro drammaturgo si è spinto così avanti verso il confine fra dramma e soluzione del dramma. Non certo il commediografo irlandese George Bernard Shaw, le cui qualità sono quelle, magnifiche e sviluppatissime, dell’uomo-scimmia.

   Non per nulla il nome “agrigentino” di Luigi Pirandello significa “angelo di fuoco”.

   Il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen esordì con “Peer Gynt” e continuò con quegli “esami clinici” dell’anima borghese, che dettero nascimento all’ibsenismo: passò da una forma di adolescenza dell’anima alla curiosità senile e alla “burocrazia dello spirito”. Confrontata a “Peer Gynt”, l’opera prettamente ibseniana di Ibsen costituisce una rinuncia.

   In Pirandello avviene il contrario: dal secco pirandellismo, Egli sale, poco a  poco, alle aspirazioni supreme, alla volontà di grandezza, a quel gaudio poetico, che, quando è pieno, si manifesta pure con una forma di adolescenza nella vecchiaia.

   Segno di progresso e di ascesa.

   Non diremo che “I giganti della montagna”, opera incompiuta, intessuta di simboli e di allegorie, in una società dominata dai cultori della violenza e della forza bruta,sono il “Peer Gynt” di Pirandello, non lo diremmo anche senza la posizione opposta che questi due “lavori” occupano nell’opera complessiva dei loro rispettivi autori. Diremo che “Il giganti della montagna” sono la “Tempesta” di Luigi Pirandello, senza ombra, beninteso, di un neppur lontano sospetto di derivazione, ma per questa sola analogia, che tale è in entrambe queste opere l’autorità della poesia, che il poeta dimentica leggi, cànoni, freni, “condizioni umane”, e vive di là dal mondo, nella vergine libertà di un nuovo mondo conquistato.

   Gli effetti della poetica autorità si avvertono subito. La parola erbosa, terrosa, rugginosa di Luigi Pirandello si è fatta distanziare da un verbo  più sottile e trasparente, un verbo nel quale traccia non rimane della rozzezza del sesso (l’insopportabile “sesso” delle parole di un Verga, di un Capuana) e prelude al divino ermsfroditismo del linguaggio dei poeti: “Il giorno è abbagliato; la notte è dei sogni e solo i crepuscoli sono chiaroveggenti per gli uomini. L’alba per l’avvenire, il tramonto per il passato”.

   Avremmo preferito che Pirandello rinettasse la propria opera di qualche macchiolina estetistica: la “Dama rossa che appare come fiamma”, alcune fantasie troppo fantastiche e però estetizzanti, qualche “sicilianeria” nei nomi, queste pure estetizzanti, come Sgricia, Cuccurullo, Quaquèo…

   Avremmo desiderato, del pari,la completa abolizione di delirio e dolorismo nel personaggio della contessa. Però in quanti siamo cui certo “pathos”femminile fa accapponare la pelle ?

Aurunci:la parola deriva dal latino “aurum”, oro, perché si viveva nell’ “età dell’oro”. La contrada era un lacerto di paradiso terrestre, una plaga magica, benedetta, felice e fertile, dall’eterna primavera. Era il giardino delle Esperidi, dagli orti prosperosi di aranci e di limoni, una vera e propria Arcadia, una terra fatata, un lembo di terra promessa, un dono divino per il Meyer.

Alfredo Saccoccio

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Ricordo di Rodolfo Valentino di Alfredo Saccoccio

Posted by on Dic 10, 2018

Ricordo di Rodolfo Valentino di Alfredo Saccoccio

      Sul Santa Monica Boulevard, a due passi dalla Paramount, nel modesto e borghese cimitero di Hollywood, ormai disertato dai grandi morti del cinema, che preferiscono farsi seppellire nel lontano, solitario, arcisontuoso Forest Lawn Memorial Park,  a Glendale, Rodolfo Valentino giace sotto un semplice marmo di Carrara, sul quale hanno inciso soltanto il suo nome; ma, ancora oggi, la sua tomba è sempre ornata di misteriosi fiori freschi, sempre rinnovati, e il suo nome è tutt’altro che dimenticato.

   I fiori misteriosi, si intuisce, sono il tributo delle tante ammiratrici e delle innumerevoli donne che lo amarono e su questo fatto non ci sarebbe niente da raccontare, perché si sa che certe donne romantiche e scompensate si attaccano più durevolmente alla memoria di un morto che ai vivi, specialmente se sono in una età in cui questi non le guardano più. Straordinaria, invece, appare la persistenza del ricordo del bel Rudy in tutto il popolo americano, il quale è senza dubbio il più smemorato del mondo. Ma il fatto è che di Valentino ancora si parla, e si parlerà finché le generazioni della grande guerra non saranno scomparse, non tanto perché  egli sia stato il protagonista  de “I quattro cavalieri dell’Apocalisse”, il film che, oltre a rivelarlo, è stato quello che ha colpito di più  l’immaginazione degli americani, ma perché Valentino, in una certa maniera, ha impersonato il tipo ideale dell’uomo del dopoguerra, del periodo della “prosperity”, dell’epoca ormai mitica, nella quale non c’era stenografa o ragazza di bar che non avesse il suo agente di cambio e un pacchetto di fissati di borsa fra il rosso per le labbra e la scatola di cipria dentro la borsetta.

   Di fronte a Babbit sempre più prosperoso, sempre più impegolato negli affari, sempre più ottuso e asessuato, la donna statunitense aveva eletto idolo del suo cuore il bel Rudy, tenebroso, ardente, crudele, prodigo e farfallone dello “Sceicco”. Le donne americane non scrivevano più al loro “flirt” o all’uomo del loro “romance” incominciando  con un “mio caro” o “mio amore”, ma con “my sheik”. E con tale senso la parola araba è entrata e rimane nel vocabolario americano.

   Rodolfo Valentino, al secolo Rodolfo Guglielmi, è nato, il 6 maggio, 1895, a Castellaneta, nelle Puglie. Suoi padre faceva il veterinario e, oltre al reddito della professione, godeva quello di una piccola fortuna, che, alla sua morte, lasciò ai tre figlioli che aveva avuto: due maschi e una femmina.

   Le notizie che si hanno sulla giovinezza di Rodolfo sono molto incerte. Si sa che egli studiò all’Istituto Nautico di Venezia, per passare poi ad una scuola di agronomia a Genova, che fu disertata presto anche questa. Né la vocazione del mare, né quella della terra dovevano essere profonde nello spirito del bel giovanotto, mentre egli doveva sentire, invece, fortissima quella per i sottanini delle divette dei varietà. Fatto sta che, piantati gli studi sugli innesti e sulle concimazioni, egli si trasferì a Parigi, senza giustificare l’espatrio altro che con la voglia che aveva di divertirsi.

   Nelle memorie che ha lasciato,che sono chiaramente uno zibaldone di avventure erotico-romanzesche, fatto scrivere da qualche agente di pubblòicità nell’epoca dei suoi maggiori trionfi, egli ammette di essersi recato a Parigi soltanto per divertirsi, come se fosse stato un giovane boiardo russo o il figlio di un re degli stuzzicadenti sterilizzati, ma la verità è che forse egli contava sui suoi successi femminili, come fanno tanti bei giovani, per trovare una via che gli consentisse, magari tramite il matrimonio , una ricca sistemazione.

   A Parigi , però, non trovò nulla di tutto ciò. L’epoca dei “danseurs mondains” argentini e dei principi georgiani non era ancora spuntata, sebbene il tango fosse già uscito dal nativo Barrio de las Ranas di Buenos Aires approdando sulle pedane dei “cabarets” parigini, ma era ancora una danza da professionisti, da virtuosi, che le signore non sapevano ballare.

   Tuttavia Rodolfo, che era portato molto per la danza, l’imparò e, quamndo fu agli sgoccioli dell’eredità paterna, invece di tornarsene a fare il figliol prodigo, a Castellanera, pensò bene di salpare per l’America, altro Paese di fortunati incontri, produttore di figlie di miliardari facilmente innamorabili. Ma né il biglietto di prima classe sul “Clevewland”, né la stanza all’Astor, in piena Broasway elegante, procurarono l’avventura desiderata all’efebo diciannovenne, dal torso simile a quello dell’Eros vaticano, per citare il paragone di una sua anmmiratrice.

   Esaurite le ultime risorse, Rodolfo abbandonò il lussuoso albergo e si cercò un pane più duro, ma meno problematico. Ricordandosi di aver appreso,  a Genova,  qualche nozione di agronomia, si improvvisò giardiniere ( in America i disegnatori di giardini formano una branca specializzata dell’architettura), ma non vi riuscì. Poi tentò qualche altro mestiere senza miglior successoi. Rodolfo finì con il fare il “barman” in un locale della Ventesima Strada, dove, naturalmente, sedusse la guardarobiera, una graziosa polacca, che i biografi dell’attore segnalano come colei che scoprì, per prima, le meravigliose attitudini di ballerino del suo “friendship”.

   Sembra che seguendo i consigli di questa esperta fanciulla, Rodolfo si sia deciso a ricacciare, fuori dal baule,  il frac parigino, il nero mantello, dai risvolti di raso bianco, la tuba ad otto riflessi, il bastone d’ebano con il pomolo d’avorio, e a presentarsi al padrone di un nuovo locale notturno appena aperto sulla Broadway, il “Moonlight Club”. La moglie del padrone, che si chiamava Arabella, fu la prima “partner” del nuovo ballerino di tango, la nuovissima danza che nel frattempo, da Parigi, era stata importata a New York e che pochissimi allora sapevano ballare.

   Ma Arabella si innamora del suo compagno di passi strisciati e di frenetiche piroette, diventa  gelosa ed invadente e allora Rodolfo acchiappa una scrittura in una compagnia di riviste che sta per partire in “tournée” per l’Ovest e che, giunta a San Francisco, si scioglie, lasciando a spasso i suoi componenti. Però Rodolfo riesce a sbrigarsela, trovando un posto un posto come ballerino in un locale della costa e arrotondando  le entrate impartendo lezioni di danza.

   Hollywood non è che a seicento miglia, ma egli mon ci pensa, fino al momento in cui un’altra donna gli sussuirrerà questo nome, che, in quel tempo, non era ancora diventato magico. La donna era Inne Mathis, scrittrice di scenari cinematografici, assai apprezzata in quel tempo. Ella incontrò Rodolfo all’ “Alcazar” di San Francisco, dove egli danzava, e gli suggerì di tentare la fortuna ad Hollywood, non solo, ma gli offrì il suo appoggio. Era la primavera del 1915. Fatto inabile al servizio militare per deficienza toracica (colei che lo ha paragonato all’Eros vaticano non doveva aver l’occhio di uno scultore), il giovanotto fa le valige per Los Angeles, dove, per qualche altro anno, non trova nulla di buono da fare, eccettuato quello che ha fatto finora: il ballerino e la comparsa.

   Però Inne Mathis era una donnina tenace e il giorno in cui Rex Ingram decise di ricavare un film da “I quattro cavalieri dell’Apocalisse”, torrenziale melodramma di Vicente Blasco Ibanez, affidandone a lei la sceneggiatura, ella pensò al suo protetto ed inserì nello scenario un episodio di danza, che piacque all’Ingram.

   Quando questi si metterà in cerca degli interpreti, la Mathis glielo presenterà. Bruno, con gli occhi liquidi e brucianti, il giovane ballerino, dall’uso disinibito del suo corpo nella danza, è il tipo adatto ad impersonare la figura di Julio Desnoyer e viene scritturato. Ma Ingram gli fa mutare il cognome di Guglielmi, difficilmente pronunciabilòe dagli anglosassoni, e così  nasce Rodolfo Valentino, anzi Rudy Valentino, il bel tenebroso dalle basette a punta, dalle labbra tumide e dallo sguardo turbativo, come diceva il poeta Ragazzoni,. che attaccherà alle donne di tutto il mondo la prima psicosi cinematografica, ed anche la più diffusa, poichè nessun attore, tra quanti sono comparsi poi, né Ramon Novarro, Gilbert, Gable, Taylor, riusciranno ad essere pandemici come lui.

   La sequenza del tango ne “I quattro cavalieri dell’Apocalisse” riassume tutto Rodolfo Valentino, né egli riuscì  a superarsi come ballerino e tanto meno come attore.. Ma come amatore, come “lovelace”, come “tipo che fa impazzire tutte le donne”, egli si perfezionerà definitivamente in “The Sheik”.

   Quando comparve questo film, il successo di Valentino, alimentato da una sagace pubblicità, che aveva abilmente sfruttato le vicende dei suoi molteplici e burrascosi amori, da quello con Jeanne Acker, che egli sposò e che lo abbandonò dopo sei ore, al matrimonio con Natascia Rambova, che lo ridusse in prigione per bigamìa e che finì con un altro divorzio, aveva toccato i vertici. Nessun personaggio americamo, neanche Wilson, ebbe in Europa le accoglienze trionfali che ricevette Rodolfo Valentino quando, dopo una serie intensissima di film, rivalicò l’Oceano per cogliere gli allori europei.

   Al suo ritorno ad Hollywood, sciolto da ogni contratto con le case produttrici, egli si mise a lavorare in proprio, sotto l’egida degli Artisti Associati, come facevano già Fairbanks, la Pickford e Chaplin, iniziando la pellicola “L’Aquila Nera”. Nel frattempo Rodoldo aveva conosciuto Pola Negri e sembrò che il nuovo amore dovesse finire in un altro matrimonio. Ma il periodo di fidanzamento, come venne chiamato, si protrasse a lungo.  Intanto Valentino  aveva già compiuto un altro film, “Il figlio dello Sceicco”, che era  un tentativo  di far rivivere il fortunato predecessore, e partì per New York, onde assistere alla presentazione.

   Arrivò in tempo, ma il giorno dopo  l’ulcera gastrica di cui soffriva da qualche mese si perforava: Egli moriva, dopo l’operazione di peritonite, nella clinica in cui era stato trasportato. Era l’agosto del 1926. New York, l’America, il mondo avevano seguito il corso della brevissima malattia dell’attore con un orgasmo crescente.. All’annuncio della sua morte, una sua ammiratrice inglese, Margaret Murray Scott, si suicidava. Ai suoi funerali centinaia di donne caddero in deliquio. Le ambulanze non bastarono, la polizia dovette caricare la folla. Egli era stato chiuso in una bara di bronzo e di argento, che partì per Hollywood, scortata dalle sue ex mogli, dalla fidanzata Pola Negri e da una quantità di altre bellissime donne in lutto, che avevano qualche ragione più diretta di piangerlo  di quella sciagurata di Margaret Murray di Londra, che aveva parlato coin lui solo un minuto preciso. IL treno che recava la salma idrolatata e le sue lacrimatrici si profumò a tutte le stazioni, lungo tremila miglia di ferrovia con le valanghe di fiori disposti sulle banchine, al suo passaggio,  dalle “fans” discinte e convulse. Una banda di “cow-boys girls” in sella a nitrenti puledri fermò il convoglio a pistolettate in pieno deserto, per poter issare sul vagone una corona di selvagge corolle di “mesquitas”. Infine il dardeggiante sole di Hollywood fece stramazzare, colpite da insolazione, ventitrè persone durante le esequie.

   L’amministratore di Rodolfo non rese mai i conti di  quanto aveva guadagnato e speso il Valentino. Il fratello di lui, cav. Alberto Guglielmi, accorso con il primo treno da Castellaneta a Hollywood, per raccogliere l’eredità, ci rimise le spese del viaggio e   si mangiò, in una causa annosa contro l’amministratore, quasi tutto il suo. Del fratello famoso e glorioso non gli rimase che lo pseudonimo, che egli adottò in vani tentativi di sostituirlo sullo schermo. Non gli rimase nulla, neppure la casa che Rudy possedeva sulla collina tra Wilcox Avenue e Highland Avenue, perché essa era sotto sequestro, in attesa del giudizio e non se ne poteva ricavare alcun utile affittandola, perchè nessuno la voleva, essendo “frequentata dagli spiriti”. Non si sapeva se da quelli delle donne morte per lui, o da quello inquieto e ardente del grande amatore, simbolo del sesso, spentosi in bellezza, a solo trentun anni, prima che le tempie gli si sfoltissero e che la pancetta gli sporgesse di due dita, come al fratello, cav. Alberto, che  era la sua immagine perfetta, con due o tre anni di più.      

Alfredo Saccoccio n

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