Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Pompei : i misteri di una città sepolta

Posted by on Ago 16, 2019

Pompei : i misteri di una città sepolta

Per duecentocinquant’anni, tutti hanno ripetuto stupidamente che gli abitanti di Pompei stessero riparando i guasti del terremoto del 62, quando è capitata l’eruzione del Vesuvio. Li si è veramente presi per buoi ! Per undici anni, senza tregua, con ostinazione, l’archeologo Antonio Varone, facendo giravolte da una passarella in asse di legno, ha scavato nel cuore di un vasto edificio molto sciupato della via dell’Abbondanza, dove, lungo la viuzza adiacente, sono visibili tre fosse settiche. Avrebbero essi lasciato per diciassette anni queste fosse aperte ? Orbene, è così che il Varone le trovò, oltre vent’anni fa, piene di deiezioni ricoperte dalle pietre pomici dell’eruzione.
Perché ? Perché Pompei aveva subìto, alcuni giorni prima dell’eruzione, un nuovo terremoto e sono le tracce di quest’ultimo che i pompeiani si sforzavano di cancellare. Un’altra prova ? Vecchie fenditure colmate dalla calcina e già annerite lungo un camino.

Erotismo torrido
Questo sisma spiega forse perché non si sono ritrovati che duemila corpi in una città il cui anfiteatro contava quindicimila posti ed il teatro cinquemila : i più assennati erano già fuggiti all’alba del 24 agosto.
Dall’atrio alla stalla giacevano al suolo gli scheletri di cinque asini e di un cavallo, dinenticati dal loro padrone. Al momento del dramma, si era in corso di refezione nella sala da pranzo, il cosiddetto “triclinium”.
I pittori cominciavano ad affrescare dall’alto. La prova ? La parte inferiore del muro non è ancora imbiancata di vernice. Orbene, per gli affreschi non si pone la spalmata che al momento di dipingere.
Come era organizzato il lavoro ? In squadre, molto gerarchizzate apparentemente. Su una delle pareti divisorie, una grande superficie di vernice fresca è stata appena posta. Un apprendista si apprestava verosimilmente a passarvi il fondo nero. In compenso, il rettangolo vuoto nel mezzo del muro del fondo è ben più piccolo. E’ lì lo spazio riservato al maestro affinché dipinga il suo quadro.
Su questo muro quasi terminato vi sono dei piccoli motivi in rilievo. Vi erano dunque due altri impiegati, subalterni senza dubbio, incaricati di realizzare, al metro e a secco sugli affreschi, i motivi architettonici decorativi…
Il suolo del piano è ricoperto da tre metri di pietra pomice, brutalmente sbarrato da uno strato duro, di dieci centimetri di spessore. Le pietre pomici sono cadute dal mezzogiorno alle 8 della sera. Fin lì, erano morti solo gli schiavi ai ferri, il cane al guinzaglio, i cavalli dimenticati dal padrone. Però, alle 20, brutalmente, sono apparsi dei gas e delle ceneri incandescenti, della velocità di 80 chilometri orari. La maggior parte delle vittime sono state trovate in questo sottile strato. E’ lo strato della morte della città.
Seguono un nuovo strato di pietre pomici, più fine, poi una nuova nube di gas incandescenti e di fango proiettato lateralmente a grandissima velocità” : lo strato duro ch esso ha lasciato è pieno di mattoni, di tegole, di ferràglia. Resta un interrogativo: perché questo nome di “casa dei Casti Amanti” ? Abbiamo trovato scene di un erotismo così torrido nel guardaroba delle terme suburbane pompeiane che il quadro scoperto qui, che rappresenta un tenero bacio, ci è parso degno di essere salutato per la sua castità… anche se la signora in questione ha tutte le probabilità di essere una prostituta!
Villa dei Misteri : editi due libri su uno degli insiemi pittorici più importanti del mondo romano

Così va la vita scientifica che, ad alcuni mesi di intervallo, due grandi libri propongono due interpretazioni opposte di un monumento fra i più celebri della pittura antica e che ha già suscitato pubblicazioni in gran numero. Nella primavera del 1998, Paul Veyne prendendo largamente il contropiede delle interpretazioni anteriori, non voleva vedere in questo sontuoso afftresco, riservato agli appartamenti privati di una ricca donna di Pompei, che l’evocazione di un matrimonio, in cui i simboli del sacro non figuravano che per quanto essi impregnano tutta la vita degli uomini dell’Antichità. Dimostrazione stupenda e che strappava largamente la convinzione.
Gilles Sauron in “Il grande affresco della Villa dei Misteri a Pompei”, dopo la stupefacente interpretazione di Paul Veyne, procedendo ad una lettura più “classica” della suddetta villa, contesta questa interpretazione e sostiene, con non meno fulgore e talento, una lettura più tradizionale, ma anche più complessa, di questo affresco “concepito come un enigma”. Si sarebbero rappresentate “in parallelo tre storie, da una parte quella di Semele (a destra) e quella di Dioniso (a sinistra), e d’altra parte quella della sacerdotessa che rivive queste due storie in certi avvenimenti apparentemente, puramente umani della sua vita ma anche per la sua partecipazione alle iniziazioni femminili (come iniziata, poi come iniziante) e maschili (solo come iniziante), ai misteri dionisiaci, e la fusione in una sola narrazione pittorica di queste tre storie parallele forma tutta la materia di questa sontuosa illustrazione della storia di una donna che ha preteso di identificarsi con gli dei”. Interpretazione che si inscrive, dunque, nel drittofilo della maggior parte degli autori che l’hanno preceduta. Ciò non significa che Sauron non apporti niente di nuovo.Lo si misura tanto meglio in quanto si prende la pena di stendere un bilancio storiografico appassionante, che mostra la varietà infinita delle identificazioni del particolare quanto delle interpretazioni di insieme.
Gilles Sauron, grazie ad una serie di raffronti iconografici spesso decisivi, ne ricusa molti e rischiara molti dei simboli oscuri o mal compresi. E il suo apporto, su certi punti, pare difficilmente contestabile, come l’identificazione di Semele (non di Ariana) al fianco di Dioniso (idea ripresa da Boyancé), o la distinzione tra i sileni si Apollo e quelli di Dioniso. In linea di massima, la concatenazione della dimostrazione seduce e, con una felicità d’espressione mai colta in fallo, Gilles Sauron conduce il lettore ad aderire alle sue conclusioni. In altri termini, egli dà dell’interpretazione classica la spiegazione meglio argomentata, entrando nei particolari , senza mai perdervici, non lasciando niente nell’ombra, non trascurando né la forma di una acconciatura né il colore di un mantello. Un’erudizione senza incrinatura, la sua, ma costantemente dominata ed esposta con una limpidezza che rende la lettura scorrevole per tutti.

ESITAZIONI

E tuttavia, impeccabile che sia la dimostrazione, si esita ad abbandonare Veyne per Sauron. Perché ? Seducente senza alcun dubbio, la tesi di Sauron poggia però su un postulato espresso presto : l’affresco si situa nel contesto “delle pratiche iniziatiche dionisiache che ne formano l’essenziale dell’ispirazione”. Certo, nessuno pensa a negare la presenza di Dioniso e di elementi che si rapportano al suo culto o ai suoi miti (Semele, il ventilabro mistico), ma a formulare, per ipotesi, che ci si trovi di fronte ad una scena di misteri, il rischio era grande di finire per dimostrare che si tratta ben di misteri ! Ciò conduce Sauron, per esempio, a ritrovare la “Domina” in parecchi personaggi dell’affresco, a momenti diversi della sua vita di donna e di iniziata, e a supporre una composizione di una grande complessità, di cui l’accomandante avrebbe ordinato ogni particolare. Malgrado l’intelligenza della dimostrazione. si esita a sottoscrivere senza riserva tante sottigliezze.
Si accorderà volentieri a Sauron che questa decorazione “esprime sotto forme velate una verità ed una sola” ed occorre dunque rinunciare all’idea che ogni lettura sia legittima.
Certo, “se gli esegeti contemporanei si sono contraddetti, è perché essi sono vittime dell’ “offuscamento” concertato, che ha presieduto alla messa in forma del messaggio plastico che esso esprime”, ma, più ancora, l’esegesi ci fa misurare qui quale abisso ci separa da una civiltà che rivendichiamo come nostra, ma i cui aspetti essenziali ci restano tanto oscuri quanto i miti dei Papuasi o quelli degli Aruachi, dell’America Centromeridionale, poiché, piuttosto che di offuscamento concertato, è di perdita di senso che occorrerebbe parlare : questa cultura ci è divenuta largamente estranea poichè, benché ci abbia lungamente nutriti della sua lingua e dei suoi miti, essa obbedisce ad altri comportamenti di fronte al sacro, ad altri codici sociali e morali, che non possiamo provare a capire dall’esterno, come quelli dei Papuasi o degli Arauchi ! La comprensione delle opere non ci è più possibile senza un formidabile apparato didattico e dotto, senza una dimostrazione scientifica necessariamente sottomessa alla valutazione, poiché non possediamo più i referenti intellettuali e spirituali che ne permetterebbero il deciframento simultaneo. Resta il potere di seduzione di una plastica di una rara perfezione, che affascina ed emoziona, a dispetto delle nostre ignoranze.

Pompei licenziosa

La capra ha uno sguardo languoroso per il dio Pan, mezzo uomo, mezzo capro. Questa scultura, in marmo bianco, “lasciva, ma bella”, secondo uno storico d’arte di questo secolo, costituisce una delle opere di maggior rilievo della collezione “erotica” di Pompei presentata dal Museo archeologico di Napoli. Realizzata nel II secolo a. C., la statua proviene dalla città gemella di Herculanum, seppellita nella stessa eruzione del Vesuvio nell’anno 79 della nostra era.
Circa 250 pitture, sculture ed oggetti erotici furono assemblati dall’archeologa Marinella Lista con il sovrintendente Stefano De Caro nelle tre salette precedute da un vestibolo che i Borbone avevano pudicamente chiuso al pubblico, valente alla collezione il nome di “gabinetto segreto”.
Bisogna innanzitutto attraversare la casa del Fauno, che contiene i più bei mosaici colorati di Pompei, con i suoi affreschi nilotici popolati da innumerevoli animali africani (coccodrilli, ippopotami, ibis) e con l’immensa epopea della battaglia di Alessandro Magno contro Dario. Questi mosaici datanti al 120 a. C. furono resi al pubblico, dopo un restauro durato due anni.
Nell’anticamera, un mosaico in bianconero, di grande dimensione : rappresenta tre barche nelle quali si amano delle coppie di pigmei, mentre un asino tradisce il compagno. Un poco più lontano, Pan tenta di sedurre un giovane efebo. In una vetrina, una profusione di ex voto molto espliciti, a carattere divinatorio.
La prima sala presenta pitture che mostrano il mondo degli dei, quello di Venere e, standole di fronte, quello di Apollo. Le pitture sono graziose e delicate. Ciò non esclude le licenziosità, come quel fauno che stuzzica un ermafrodito sotto lo sguardo sconcertato di una bella Menade. La seconda sala è consacrata al giardino, o più esattamente ad una natura, in cui Ermes, il protettore dei campi, mette ordine ed organizzazione. Ecco i termini (delimitanti i terreni) dalle forme molto mascoline, dei fauni scatenati contro delle baccanti.
Ancora più esplicite, ed anche francamente salaci, le scene della terza sala, che rappresentano la vita domestica, il banchetto, la vita dei lupanari che abbondano a Pompei (trentacinque. di cui due grandi, per una popolazione di 12000 abitanti). Scene di piacere, scene educative. Scene di sbicchierata ancora accompagnate dagli strumenti del rito, lampade ad olio scolpite di giochi acrobatici erotici…Questi oggetti, graziosamente lavorati, sono destinati ad allontanare gli spiriti maligni.
In linea di massima, questi quadri e questi oggetti non erano destinati al pubblico, neanche ordinariamente mostrati alle spose. Essi erano conservati nei “cunicoli”, camere dei padroni di casa, dove erano rappresentati gli amori di Giove per Danae o per Ganimede. O ancora riservati ai lupanari. Ciò non vuol dire che le strade di Pompei erano pudibonde. Tutta la città rendeva omaggio alla virilità, simbolo di ricchezza e di fertilità. “Ic habitat felicitas”, proclama un’iscrizione, che era il solo mezzo di informazione e di pubblicità che si possedeva incisa su un sesso in tufo appeso al di sopra del forno di un panettiere. L’epigrafe vuol dire : “Qui abita la prosperità.”

Alfredo Saccoccio

Read More

Un’ora nel cratere dello Stromboli di Alfredo Saccoccio

Posted by on Ago 6, 2019

Un’ora nel cratere dello  Stromboli di Alfredo Saccoccio

Partita da Napoli nella notte, la “Laurana” giunge in vista di Stromboli nell’ora in cui, come diceva Omero, “l’aurora dalla dita rosate” appariva nella sua culla di bruma. Il grosso ferry-boat bianco contorna lo scoglio di Strombolicchio, guglia rocciosa , su cui è stato costruito un faro, e fa un semigiro per incollare il suo culo piatto ad un piccolo molo di calcestruzzo. Le eliche sollevano una bolla bianca che spicca sulla sabbia nera della spiaggia. Flash del sublime bianconero dello “Stromboli” (1950) di Roberto Rossellini. Un canapo color arancio vola verso la banchina. Una dozzina di pedoni scappano, nessuna vettura discende. A Stromboli, solo i tricicli Piaggio con le loro ruote all’interno si intrufolano nelle stradine selciate di pietra vulcanica, scorticando i muri imbiancati di bianco di questa splendida isola delle Lipari. In un rumore d’esplosione molto attutito, un pennacchio rosso si invola al di sopra della cima, 926 metri più in alto. Iddu (“lui” in siciliano) fa così da più di centinaia di secoli. E’ il solo vulcano d’Europa in attività continua. In questi ultimi tempi, è trecento volte al giorno. Gli isolani mal svegliati che attendono sulla banchina non hanno battuto ciglio. Essi vivono su di un cono pieno di magma, la cui base riposa a 2000 metri sotto la superficie delle acque. L’isola vulcanica rende zen, è così. Giorgio Napolitano vi si riposava dalla politica, quindici giorni all’anno. Contrariamente a Dolce o Gabbana che giungevano in yacht, il Presidente della II Repubblica italiana sbarcava dalla “Laurana” all’alba, agghindato dietro i suoi Ray Ban Stromboli. L’isola offriva all’ottantottenne “un distacco e un abbandono profondi”. Di fronte all’imbarcadero, c’è un piccolo tamarindo e, sotto la sua ombra dolce, sei poltrone di plastica rossa. Tra due sorsate di espresso-liquerizia, il giorno risveglia il profumo dei fiori di limone. Le targhe d’immatricolazione dei triclicli dicono : Palermo, Sicilia. Il cratere, là in alto, fuma giorno e notte. E’ là che gli eroi di Jules Verne sono emersi discretamente, dopo il loro viaggio al centro della Terra (a causa dello “spirito superstizioso degli Italiani”, essi avevano paura a passare per “demoni vomitati dal seno degli inferi”). Ogni fine pomeriggio, salvo quando la meteorologia tiene troppo il broncio, un segmento umano lascia la piazza della chiesa : un centinaio di escursionisti sono autorizzati a salire fino al cratere e a soggiornarvi un’ora. I gruppi sono disposti per lingua, ognuno con la propria guida. Mario è inglese. Regolarmente Mario interrompe il sentiero ripido per un discorsetto, il tempo di lasciare asciugare il sudore sui volti. Se lo scirocco non vela l’orizzonte di giallo, si vedrebbero tutte le coste meridionali dell’Italia, dalla Calabria alla Sicilia : come un immenso anfiteatro di cui Stromboli, il “faro del Mediterraneo”, sarebbe il centro, da cui 7000 anni di civiltà ci guardano. Ci si è battuto qui prima dell’età del bronzo per l’ossidiana, la pietra di vetro. Da cui si costruivano i coltelli. Mario giura che il sentiero sabbioso in cui le suola imprimono ora il logo Quechua è stato tracciato dai Greci. Ne “L’Odissea”, Ulisse giunge a Stromboli, dopo essere sfuggito alla collera del ciclope Polifemo e si fa ricevere da Eolo, che gli fa dono dell’otre dei venti. Alcuni secoli più tardi, Plinio il Vecchio decriptava già le favole di Omero : “Si assicura che, dall’ispezione del fumo del vulcano, gli abitanti predicevano, tre giorni in anticipo, i venti che vanno a soffiare ; da qui l’opinione che i venti obbedissero a Eolo.” Plinio, il primo enciclopedista , si interessa talmente ai vulcani che scompare nel 79, andando a studiare, da troppo vicino, l’esplosione del Vesuvio. A metà percorso, la macchia di ciste lascia il posto alla pietra nuda, alle scorie. Solo alcuni ciuffi di graminacee ruvide resistono alle bombe incendiarie del vulcano. Un pannello in cinque lingue proibisce poi di proseguire senza guida. La versione francese indica : “Attenzione ! Non superare questo limite soggetto a franamento e ad elevato rischio vulcanico ! “ L’accento è grave, la sanzione di 500 euro. Con il suo bastone, Mario traccia degli schemi sulla sabbia nera. Il vulcano è “like one bottle of Dom Perignon” : i gas disciolti nel magma formano delle bolle che esplodono risalendo alla superficie. Il vulcano ha tre bocche attive, al di sopra del suo versante nord-est, da cui la lava scorre talvolta fino al mare : è “la Sciara del Fuoco”, la strada del fuoco in siciliano. Mario tenta un parallelo con la charia, che si pronuncia quasi in maniera identica, ma nessuno comprende. Egli conclude che il vulcano è imprevedibile, come una persona : “Tutti hanno i propri cattivi momemti .” Durante le riprese di “Stromboli”, nel 1949, Ingrid Bergman diceva di Roberto Rossellini, il suo amante clandestino : “La sua violenza forse paragonata a quelle del vulcano che noi abbiamo nella schiena.” Si arriva sulla vetta emisferica poco prima che il sole scompaia. Il cratere è di un nero di fuliggine. Piccole fontane di lava sgorgano a fiotti quasi continui. Ogni dieci, quindici minuti, un’esplosione, molto fragorosa, proietta una grande massa di lava a parecchie decine di metri di altezza. Il calore irradia per un istante, facendo dimenticare il vento fresco. Una colata di lava molto brillante discende verso il mare. La bellezza aumenta nella misura che si fa la oscurità. Però è trascorso il tempo. “Esso ci ha detto bay-bye”, dice Mario, dopo una bella esplosione. E’ tempo di accendere le le lampade frontali e di discendere, a grandi passi, nella sabbia fluida come una neve di primavera. Alcuni giorni più tardi, la “Laurana” lascia Stromboli sul far della notte. Cullato dal rollìo, ci si lascia ipnotizzare, gli occhi fissi sul vulcano, il cui profilo si fonde nell’oscurità. Si resiste al sonno immaginando questo cono gigantesco, alto tremila metri, di cui solo il terzo superiore è emerso. Un fascio sanguigno balena in silenzio. Ricadendo, le bombe incandescenti tracciano un cono luminoso, appollaiato in pieno cielo. Un vero vulcano-laboratorio Lo Stromboli pare ronfare con i suoi pennacchi di fumo che scandiscono la giornata come i getti di vapore di una locomotiva. Il vulcano, però, ha altre armi più violente, di cui certe sono fatali. Senza prevenire, esso può sputare lava a parecchi chilometri di altezza, espellere grandi quantità di lapilli, pietra pomice o cenere, lanciare “bombe” incandescenti che incendiano i cespugli e distruggono talvolta delle case. Le esplosioni possono accompagnarsi ad onde di urto violente. Nel 1930 un’esplosione molto potente distrusse dei vigneti e delle case e ucciso quattro persone, accelerando l’emigrazione degli isolani verso l’Australia e gli Stati Uniti. Il 30 dicembre 2002, uno smottamento di parecchi milioni di metri cubici ha scatenato un minitsunami che ha distrutto parecchie case del villaggio di Stromboli. Dopo l’esplosione parossistica del maggio 2003, l’interdizione di ascendere il vulcano senza guida al di sopra di 400 metri d’altutudine e di passare la notte sulla vetta è strettamente applicata. Il vulcano è più strettamente sorvegliato e la conoscenza dei suoi “umori” ha molto progredito. Il vulcanologo Patrick Allard, che ha molto studiato i vulcani siciliani, spiega come. “Stromboli è un vulcano mitico per la sua attività eruttiva permanente, da circa mlllequattrocento anni, con esplosioni periodiche ogni dieci-quindici minuti e delle colate di lava occasionali. Esso produce ogni tanto delle esplosioni molto più violente, di intensità “maggiore” (due o tre ogni anno), che sono potenzialmente mortali per ogni vulcanologo o turista presente nella zona sommitale.” Strumenti nuovi E’ analizzando la pietra pomice, ricca di gas, prodotta al momento delle esplosioni. Che gli scienziati sono riusciti a prevedere l’attività del vulcano. “Studiando la pietra pomice, si è potuto dimostrare che le esplosioni sono generate da un’accumulazione di magma molto fluido e di CO2 sotto pressione, a grande profondità (fino a 10 km.), che risalgono rapidamente e liberano brutalmente grosse sacche di gas. La sorveglianza automatica dei gas sommitali dal 2007 ha permesso di scoprire degli aumenti anormali di CO2 alcuni giorni prima di queste esplosioni parossistiche, mentre le registrazioni sismiche non palesano segnali “anormali” che alcune ore appena innanzi.” Dall’eruzione del 2002-2003, Stromboli è sorvegliato con strumenti nuovi, di cui alcuni sono testati qui : rete di sismografi, sorveglianza automatica delle emissioni gassose. I dati sono trasmessi in tempo reale al centro di sorveglianza locale e agli osservatorii di Catania, di Napoli e di Palermo. Stromboli è un vero vulcano-laboratorio che può insegnarci mucchi di cose nuove sul funzionamento dei vulcani. Esso beneficia di un accesso relativamente agevole e di condizioni climatiche favorevoli alle misure per una buona parte dell’anno. Due limiti vi sono tuttavia : in primo luogo, è un’isola stretta – la cima emersa di un vulcano sottomarino alta circa 3000 metri dalla piattaforma oceanica, ciò che non permette di avere reti sufficientemente larghe per poter sondare le sue viscere a più grande profondità e. secondariamente, le sue esplosioni parossistiche inattese, difficili da prevedere ancora oggi, costituiscono un rischio enorme per gli strumenti e per le persone nella zona sommitale ! Taccuino di viaggio Collegamento bisettimanale con Stromboli, utilizzando ferries-boat Siremar, in partenza da Napoli, il martedì e il venerdì, alle 20,00. Dei traghetti o degli aliscafi, più rapidi, partono, ogni giorno, da Milazzo (accessibile in bus da Palermo o da Catania). La stagione è tra la metà di aprile e la metà di novembre. I mesi di maggio e di ottobre, più calmi (e meno cari), sono molto apprezzati dai conoscitori. Il vulcano. E’ obbligatoria la guida (25 euro a persona). Parecchie agenzie propongono la sua ascensione. Esse si trovano sul piazzale della chiesa, come pure un noleggiatore di materiale da escursione. Prenotazione consigliata in stagione. Se non salite sul vulcano, il più bel punto di vista è il ristorante “L’Osservatorio”, ad un ora di marcia circa dal imbarcadero (sublime veduta sulle esplosioni della notte). Dei giri in barca verso la Sciara del Fuoco sono anche proposti sul far della notte.

Alfredo Saccoccio

Read More

Il casato Burali d’Arezzo, uno dei più antichi d’Europa

Posted by on Lug 29, 2019

Il casato Burali d’Arezzo, uno dei più antichi d’Europa

   La famiglia  gentilizia Burali d’Arezzo va divisa in sei rami, che sono Arezzo, Firenze, Pisa, Parma, Napoli e Sicilia. Essa, che possedette vari castelli, è originaria di Buro, in Francia, città di cui scrive Giulio Cesare nel “De Bello Gallico”, definendola “fortissima fra le città tutte della Gallia e della Germania”, onde Burali, che sono tra le famiglie più antiche d’Europa, come si evince dai documenti degli archivi pubblici e privati nazionali.

   Essi calarono in Italia nel 700 e si stanziarono nella Valle Superiore del fiume Arno, fondando la città di Ostina, governata da loro per cinque secoli con ottime istituzioni. Di questo centro restano sparsi ruderi nel Valdarno di Sopra, in provincia di Arezzo, distrutto per la guerra tra guelfi e ghibellini. Altri componenti della medesima famiglia, partiti da Buro, si fermarono in Parma, dove si distinsero, meritando il primato tra i cittadini parmensi. I Burali di Arezzo  e di Parma sono dello stesso casato, come lo prova lo stesso sigillo adottato da essi e numerose lettere scritte dal Cavaliere Anfione Burali, Consigliere del Serenissimo Duca di Parma, al Governatore di Arezzo, Giacomo Burali.

   I Burali avevano ricevuto dai re longobardi, per i servigi resi agli stessi, un diritto illimitato, tra cui la facoltà di fondare delle città. Essi innalzarono le mura di Ostina, magnifici edifici, sontuosi palazzi e un Foro. Il dominio dei Burali su Ostina durò circa 570 anni, sino al 1269, quando  la città, che si difese ostinatamente, fu distrutta quasi completamente dagli esuli ghibellini di Firenze e dai Pazzi, signori della Superiore Valle d’Arno: La famiglia  fu costretta all’esilio. Allora i Burali, principi di Ostina, marchesi e conti della Repubblica Fiorentina, Gran Capitani della Superiore Valle d’Arno, si insediarono in Arezzo, dove acquistarono magnifici palazzi.Un ramo , da cui discende il cardinale, passò al servizio di Ladislao, re di Napoli. Sappiamo che un Donato Burali d’Arezzo , che svolse la duplice funzione di consigliere del sovrano  e di luogotenente del grande cancelliere; conosciamo anche la figura di un Checco  Burali d’Arezzo,che, anch’egli sotto Ladislao, fu castellano e governatore nella campagna di Eboli, nel Salernitano. Siccome Ladislao, assieme alla madre Margherita d’Angiò, risiedeva a Gaeta, essendo stata occupata Napoli da Luigi d’Angiò, la famiglia Burali d’Arezzo acquistò proprietà terriere di notevole estensione ad Itri, dove ebbe i natali il cardinale Paolo.

   Numerosi storici hanno documentato la nobiltà e le gesta dei Burali d’Arezzo. Tra gli altri, l’illustre Francesco Guicciardini nella celeberrima “Storia d’Italia”, in venti libri scritta tra il 1537 e il 1540, in forma annalistica, forse sull’esempio di Tacito, opera di potente unità, tanto esteriore quanto intrinseca.

   Il gloriosi casato, a cui hanno reso onori tante Corti europee, ha dato alle ambascerie di pace, alla Chiesa, alla giurisprudenza, agli studi umanistici, alle armi, tanti uomini preclari, ai quali sovrani ed autorità municipali conferirono beni, poteri e titoli.

   I Burali d’Arezzo  edificarono chiese e cappelle in molte città, italiane e straniere Ne diamo un breve accenno : la chiesa di S. Maria e quella di S. Francesco con il vasto convento nelle adiacenze di Arezzo, a memoria del Beato Giovanni Burali di Parma, settimo General  Ministro dell’Ordine dei Minori; la grandiosa cappella nella vetusta chiesa di S. Michele; l’altra di Maria Immacolata in Guascogna;  la cappella di S. Andrea nella chiesa di S. Germiniano;  la cappella della SS.  Trinità nel monumentale tempio di S. Maria in Gradi, la cappella  della Conversione di S. Paolo nella chiesa  della collegiata ed altra di S. Onofrio, pure in Arezzo;  la cappella dell’Angelo Custode nel convento dei Padri Francescani in Gaeta; la cappella, anch’essa dedicata all’Angelo Custode nella chiesa di S. Francesco in Itri; la chiesetta di S. Maria della Misericordia e l’altra di S. Erasmo, entrambe in Itri; le cappelle gentilizie nel duomo di Gaeta, nella chiesa dei  SS. Apostoli e in quella di S. Paolo Maggiore in Napoli, dedicate, queste ultime, al Beato Paolo Burali d’Arezzo, cardinale Arcivescovo di Piacenza e di Napoli.   

     Il Beato Paolo (al secolo Scipione)  Burali d’Arezzo fu una figura straordinaria, una delle più espressive del periodo della riforma cattolica, che affascinò S. Carlo Borromeo e tanti altri, sempre con la sua profonda umiltà, virtù caratteristica di tutta la sua vita, con la sua purezza, nella quale si innestavano una vasta dottrina, una pietà evangelica e  il rigore. La candidatura alla tiara pontificia del Burali, alla morte di Pio V, fu bocciata dalla cosiddetta corrente mondana del conclave, perché si temeva che egli avrebbe trasformato il Sacro Collegio in un convento teatino. Dunque Paolo  non fu eletto pontefice nel 1572, per la sua soverchia rigidezza ed austerità, nonostante S. Carlo Borromeo e il cardinale Michele Bonelli,  l’“Alessandrino”,  nipote del defunto papa, avessero puntato decisamente le proprie carte su di lui, che, invece, concorse efficacemente, il 13 maggio 1572, all’elezione di Ugo Boncompagni, suo antico maestro di diritto canonico all’università di Bologna, elevato al soglio pontificio con il  nome di Gregorio XIII.

    Il cardinale Burali d’Arezzo, del titolo di S. Pudenziana, intransigente difensore della fede, nasce all’ombra del castello di Itri, uno dei più grandiosi d’Europa, che ha svolto un ruolo strategico nelle comunicazioni tra i vari Stati, essendo in posizione dominante sull’Appia. Alla storica famiglia altomedioevale, tra le più nobili della Toscana (il padre è il principe Paolo Burali d’Arezzo, Segretario di Stato dell’Imperatore Carlo V, la madre è Victoria Oliveres di Barcellona, dell’alta nobiltà spagnola, figlia di Pere Oliveres, consigliere  e poi uditore reale nel vicereame di Napoli), vennero conferiti feudi, poteri e titoli.

  Il principe Paolo Burali d’Arezzo è un protagonista nelle ambascerie, contribuendo, fra l’altro, in maniera ragguardevole, a sanare i profondi  contrasti tra Carlo V di Spagna e Francesco I di Francia. Egli, in qualità di ambasciatore del pontefice Clemente VII e del  duca di Milano Francesco Sforza, si muove con grande competenza presso l’imperatore, che nutre per lui grande ammirazione, come pure il sovrano francese Francesco I di Francia.

   Finalmente, nel giugno del 1529, viene firmato il trattato di pace di Barcellona. Il papa riceveva alcuni compensi territoriali ed investiva Carlo V re di Napoli, promettendogli anche di incoronarlo imperatore in Italia. Il principe Paolo,morta, ancora giovane, la moglie, abbracciò la vita religiosa nel 1557, nominato prelato e cameriere di Clemente VII.   

   Ricordiamo, sulla base di un’opera dello storico Camerini, il ruolo  svolto dal Beato di casa Burali, Giovanni di Parma, nato nel 1208 e morto ottantunenne. Seguace di S. Francesco d’Assisi, fu ambasciatore papale,  inviato presso il sovrano di Francia Luigi IX, per chiedere aiuti per la Crociata. Poi, come scrive Ireneo di Busseto, spedito da Innocenzo IV a Costantinopoli per trattare l’unione delle Chiese. Egli, nelle credenziali da esibire all’imperatore, è qualificato come “Angelo della Pace”. L’ambasciata è coronata da successo, perchè la chiesa greca sii pacifica con quella latina. Anche nel Concilio di Lione, del 1245, Giovanni Burali di Parma ricopre un ruolo di rilievo. In esso (XIII ecumenico) si sanzionò la scomunica di Federico II. Lo stesso fu il primo professore d’italiano alla Sorbona di Parigi. Sappiamo che Enrico III, re d’Inghilterra, scende sin sulla soglia del suo palazzo per venir incontro al Beato Giovanni Burali e che Luigi IX, sovrano di Francia, che fu canonizzato da Bonifacio VIII nel 1297,va a mensa, suo ospite.

   Il moto popolare di Masaniello a Napoli, nel 1647, che scomnvolse il Mezzogiorno d’Italia, ebbe ripercussioni nelle province. La rivolta si diffuse, come fuoco divampante al soffiar del vento, in molti centri del reame assumendo caratteri sempre più politici, perché i ribelli proclamaromno la repubblica. L’insurrezione contro gli Spagnoli si estese con facilità, fino a Fondi, Sperlonga ed Itri, sotto l’energica spinta di Giuseppe Burali d’Arezzo, che guidò la ribellione con fortuna, potendo disporre di più di 600 uomini.

   L’opera di Giuseppe Burali d’Arezzo fu di così notevole importanza nello sviluppo della rivolta, da destare inquietudini serie negli Spagnoli. Dopo aver alluso ai moti delle altre province, così il De Turri in “Dissidentis desciscentis receptaeque Neapolis”, Napoli, 1770, p. 537, accenna a quelli di Itri e di Fondi: “His Tristiores, etiam, successibus erant qui aeque ad regni limites sed ad inferum mare contigere. Fundos et cum eis Sperlingam cum universis circumiacentibus oppidis Dominicus quidam Aloysii vulgo Peponus, et Josephus de Aretio tumultuarii Duces, occupavere.” E il Piacente in “Le Rivoluzioni del Regno di Napoli negli anni 1647-1648”, Napoli, 1861, p. 255, “Sollevatosi Itri, terra non meno di 40 miglia lontana,  per la via di ponente, da Capua, Giuseppe d’Arezzo gentiluomo di quella terra e forse il oprimo che incominciasse tra i nobili a lazzarizzarsi, non solo la costrinse a dichiararsi a devozione del popolo, ma prese patente di Maestro di Campo dall’Ambasciadore di Francia, e divenutto Capo di 600 persone che raccolse dai vari villaggi di quel contorno, si spinse, emulando la (sic!) Colessa, sotto le mura di Fondi, città non meno considerabile.” Il Burali d’Arezzo si impadronì subito del convento di S. Francesco, da cui lanciava all’assalto i suoi. Vedi il Piacente. Con un assedio di parecchi giorni, il signor  Burali d’Arezzo costrinse alla resa i soldati regii ben provvisti, che si difendevano gagliardemente; resa che parve tanto strana allo stesso Comandante Martino De Berrio, da indurlo al sospetto di un tradimento. Perciò fece imprigionare il capitano Francesco Inglese. Ma, siccome l’inchiesta risultò favorevole, l’Inglese fu posto in libertà. Consultare P: Oliva, “Discorso della Sollevatione”, p. 50.

   Il Burali d’Arezzo, instancabile nel presidiare i posti e nell’estendere la rivolta, avuto in mano sua anche Itri e Sperlonga, tentò di occupare Castellone e Mola, ma vi fu respinto dai 50 Spagnoli che vi erano di guardia, prima ancora che vi giungessero i rinforzi del duca di Marzano, del marchese della Pietra, dei Grimaldi di Genova, e del Mormile, duca di Vairano. Nel “Diario di Francesco Capecelatro contenente la storia delle cose avvenute nel Reame di Napoli negli anni 1647-1650”, opera primaria, edita, per la prima volta, sulla rivoluzione di Masaniello, in data 1850-1854, il Capecelatro scrive: “Due fratelli della famiglia di Arezzo, nipoti del già Cardinale di tal nome, naturali della terra d’Itri, avuti alcuni capi Francesi da Terracina, avevano fatta rubellare la loro patria ed occupato Castiglione (sic!) presso Gaeta  (Castellone e Mola, oggi Formia, n. d. r.), ove s’erano fortificati e, tentato parimente di occupare Mola, vicino borgo della detta città, ne erano stati ributtati da cinquanta Spagnuoli che v’erano di guardia;il perché fu inviato a quella volta il Mormile duca di Vairano (che poi perfidamente rubellandosi con Giovan Battista del Balzo di Capua Barone di Presenzano suo cognato, s’unirono ai popolari) ed il laudato gentiluomo di Gaeta e cavaliere dell’abito di Caltrava Duca di Marzano, che con il Marchese della Pietra dei Grimaldi di Genova, che ersa in prima gito in Teano, raunando soldati si fussero opposti a quei rumori.” Ciò, prima del 20 dicembre 1647. Poi con 300 cittadini gaetani e 200 soldati, il maggiore Pedro Sanchez, introdottosi, per occulte vie, in Itri, saccheggiò il paese e delle alle fiamme la casa del Comandante.  Gli insorti riconquistarono Itri e fortificarono meglio Sperlonga.Ciò impressionò tanto il conte di Onatte, che nel viaggio da Roma verso Napoli, dove si recava come nuovo viceré, si indugiò apposta alcuni giorni a Terracina, per farvi con il Burali d’Arezzo le trattative della resa delle terre da lui mantenute così tenacemente; trattative continuate da Napoli, tramite il Principe di Roccaromana.

   Però, in soccorso dell’Onatte,che si insediò a Napoli con la crudeltà,vennero presto, anziché le pratiche già iniziate, le disgrazie del capo degli insorti. Venuto in sospetto dei Francesi, fu imprigionato, a tradimento, nel castello di Fondi, ma, liberato dai suoi partigiani, cadde, presso Terracina, nelle mani dei soldati pontificii, che lo rinchiusero a Frosinone. Si ignora che sorte gli toccasse in seguito.Sembra che, essendo poco sicuro il carcere di Frosinone, la Santa Sede ritenne opportuno trasferire Giuseppe Burali d’Arezzo a Civitavecchia. Durante il tragitto, però, i Francesi riuscirono a liberarlo. Per la sollevazione di questi paesi, i fratelli Burali d’Arezzo furono condannati alla pena capitale, ma la madre di essi, una Vipereschi di Benevento, si presentò da Masaniello e, ricordando i meriti del santo arcivescovo di Napoli, Paolo Burali d’Arezzo, poi beato, di cui gli agitatori erano pronipoti, riuscì ad ottenere il condono del castigo.

   Secondo il Capocelatro, forse il più autorevole testimone della rivoluzione, filospagnolo, le accuse contro di lui sarebbero queste: la dispersione del danaro gallico, inteso alla propaganda antispagnuola, e l’odiosità insolente con cui tenne il governo del paese. Si riportano le parole del Caracciolo. I ricorsi degli stessi concittadini all’ambasciatore francese di Roma costrinsero questi ad inviare a Fondi una persona di fiducia, il capitano Troyna, che, appurata la verità delle accuse, procedette all’arresto dei fratelli Burali d’Arezzo. Egli venne con 130 soldati, cenò lietamente con loro nel castello e, all’improvviso, li fece arrestare. Ma il brutto complimento gli costò la vita. I loro aderenti riuscirono, dopo quattro giorni, ad uccidere, di notte,il Capitano, mentre era a letto, o si recava da una sua donna, e, in tal modo, a sciogliere dalla prigione i signori Burali d’Arezzo. Uno di loro fuggì in campagna, a “Valle d’Itri”, dove i Burali d’Arezzo avevano una casa rurale, senza essere raggiunto. Gli altri due, uno dei quali D. Giuseppe, passarono nella prigione pontificia, arrestati presso Terracina.

   A quanto scrive lo stesso Capocelatro, i soldati papalini li avrebbero assicurati alla giustizia per i “molti gravi delitti da loro commessi” nello Stato del papa. Non pare ammissibile, né l’Oliva ha il minimo accenno a tale corcostanza infamante! Presumibilmente, l’ambasciatore francese a Roma volle colpire in loro la strage fatta del capitano Troyna, oppure, come scrive l’Oliva, furono presi come “banditi” dello stato ecclesiastico.In quanto alle colpe attribuite loro, esse vanno non solo ridotte, ma discusse. L’appropriazione, da parte dei fratelli Burali d’Arezzo, dei 14.000 scudi francesi dati loro allo scopo di “assoldare” uomini- ciò che, secondo il Caracciolo, non avrebbero fatto- non pare si possa sostenere, quando si pensi alla rapidità ed estensione del tumulto che essi provocarono e mantennero a lungo, in molti paesi del regno di Napoli. Ed il danaro dovette andar disperso e profuso nell’istigare alla rivolta e nel fortifoicare i posti. Cosa che fu eseguita prontamente, senza alcun dubbio. Forse il diarista registrò, senza ombra di riserva, una diceria pubblica, sorta in ambienti ostili.L’Oliva, che poteva saperne per i facili contatti fra Gaeta ed Itri, parla solo del “conto” che l’inviato francese doveva chiedere a Giuseppe Burali d’Arezzo di “alcune migliaia di ducati” spediti per “soccorrere le genti” ed insiste sugli “eccessi” e mire interessate, che travolsero nella rovina “quel giovane”, che “viveva con ogni comodo nella sua terra d’Itri, nella quale teneva il primo luoco, amato, temuto e servito da tutti”. Egli, invece, fu accecato dall’ambizione (“Discorso della Sollevatione” di P. Oliva, pp. 59,61). Altrove accenna anche all’opera di malvagità “degli amici et aderenti” suoi, che, “vedendosi privi delle loro solite rapine”, lo scarcerarono uccidendo il Troyna. Giuseppe Burali d’Arezzo fu sempre il capro espiatorio di colpe anche non sue, ma le gelosie o le vendette private dovettero aver gran parte (è lecito congetturarlo) nel muovere e nell’accreditare le accuse contro di lui, che avrebbero bisogno di essere avvalorate da altri documenti, perché si possa crederle definitive. Malgrado la gravità di un arresto indetto dai Francesi stessi, che avevano interesse ad evitarlo, le fontoi del Caracciolo e dell’Oliva, devoti alla Spagna, restano decisamente sospette e appassionate. Del resto, pur dando all’ipotesi di quell’appropriazione valore storico, è da riflettere che per la rivoluzione i Burali d’Arezzo ebbero la casa arsa e saccheggiata, nonché la prigione!

   Comunque sia, la sua scomparsa incoraggiò tanto gli Spagnoli, che ne approfittarono gettandosi subito all’occupazione dei paesi ancora sollevati. Con uno squadrone di cavalleria, al comando del principe di Minervino, e 1200 soldati, agli ordini del principe di Garaguso, del conte di Loreto e del duca di Marzano, D: Martino De Berrio, dopo aver sorpreso Itri, che finì di saccheggiare orrendamente, ed aver accettato la capitolazione di Fondi, che gli aveva già inviato, per via, le chiavi della città, si diresse a Sperlonga, dove si erano concentrati i nemici, disponendosi a prenderla d’assalto, a detta di Francesco Capecelatro e di Paolo Oliva.

Alfredo Saccoccio

Read More

Gli anni della Woolf di Alfredo Saccoccio

Posted by on Lug 22, 2019

Gli anni della Woolf di Alfredo Saccoccio

Virginia Woolf, morta suicida nel 1941, a 59 anni, appartiene a quella generazione di scrittori di cui fanno parte Joyce, che scrisse mille pagine sulla giornata di un uomo comune, Proust che ne scrisse molte di più per ricostruirsi un suo tempo perduto e fittizio. In questi scrittori il naturalismo e l’impressionismo ottocentesco si dissolvono. Con essi la Woolf ha in comune il senso angoscioso della personalità umana, la quale non sarebbe che un crocevia disordinato di pensieri e di sensazioni, donde la distruzione del concetto del tempo, perché, non essendovi più uno sviluppo psicologico e morale del genere di quello che si osserva in romanzi quali “Le Rouge et le Noir” o “Madame Bovary” , il tempo ricade nel nulla, identificandosi con i foglietti del calendario e descrivere la giornata di un uomo equivarrà a descrivere tutta la sua vita, la quale non sarà appunto che una serie monotona di tali giornate allineate senza progresso né significato tra i due termini crudamente materiali della nascita e della morte. Questo senso dell’uomo senza passato né avvenire, senza storia insomma, gli scrittori succitati lo ebbero in varia maniera, secondo la qualità dei loro talenti e della loro sensibilità. In Proust la personalità umana si dissolse in un’analisi moralista degli stati psichici e affettivi, in Joyce in un verbalismo enciclopedico e grottesco. Quanto alla Woolf, più giovane e donna, ella ha in proprio una sensibilità poetica e trasognata, di quelle che si attribuirebbero piuttosto ad un compositore del genere di Debussy che ad un romanziere. La Woolf scrive libri in cui i personaggi dubitosi e messi in dubbio dall’autrice stessa, sfumano nelle fitte notazioni ambientali e psicologiche; notazioni sempre piuttosto improbabili, il cui valore è propriamente lirico. Di modo che, a lettura finita, non uno di quei personaggi sdoppiati e multiformi rimane in mente, bensì il ricordo di un tono, ora malinconico, ora fantastico, ora ironico e ora evocativo: come avviene appunto di certa musica. E questo effetto è tanto più notevole in quanto è raggiunto con uno stile preciso, controllato e sapiente. Sempre vi si sente un non so che di robusto. La Woolf insomma, pur con una materia che si presterebbe a molte sdolcinature, è scrittrice poco femminile. Ma, oltre a possedere uno strumento verbale duttile e intelligente, la Woolf ha ereditato dalla tradizione di certo romanzo inglese, quello, per intenderci, di Jane Austen, di Henry James, di Butler, eccetera eccetera, una tecnica consumata. Si direbbe, anzi, che ella creda alla tecnica presa per sè sola. Perciò le fu possibile, invece di esaurirsi in una sola opera conclusiva, tirare avanti, senza notevoli sviluppi, su un piano che chiameremmo volentieri sperimentale. Più di ogni altro scrittore moderno, la Woolf dà l’impressione di un certo sperimentalismo, conistente nel provare, per ogni suo libro, una tecnica narrativa diversa, come se la tecnica fosse cosa da applicare all’esterno e potesse rendere più poetica e profonda la realtà a cui, spesso senza alcuna necessità, viene imposta. La Woolf è assillata dalla sua idea del tempo: ora allunga un giorno, di una signora di alto rango, in trecento pagine, come in “Mrs. Dalloway”, ora restringe più secoli in una sola vita come in “Orlando”, ora rovescia il passato come in “To the Lighthouse” (Gita al faro, 1927), considerato il suo capolavoro, ora intreccia più biografie come in “The Waves” (Le onde, 1931). Però non sempre evita di cadere nel gratuito e nell’arbitrario. Nel suo ultimo libro “The Years” ella prova una nuova tecnica, più tradizionale e in certo senso più convenzionale delle altre. E’ forse perciò che i risultati sono meno gratuiti. “The Years”, come lo indica il titolo, è un po’ concepito alla stessa maniera di un molto noto centone drammatico di Noel Coward: “Cavalcade”(1932). Un seguito di scene, in cui si descrivono le vite e le riflessioni dei membri di una famiglia inglese, i Pargiter, attraverso nove anni scelti fra il 1880 e gli anni Trenta. Ogni anno intitola un capitolo. Nel primo i personaggi sono bambini; nell’ultimo sono vecchi. All’inizio di ogni capitolo, c’è un pezzo descrittivo che serve a fissare la scena, il clima del capitolo stesso. Una tecnica siffatta farebbe aspettare una sorta di rievocazione dei fatti storici attraverso le vite private, come era appunto il caso di “Cavalcade”. Ma sia che la narratrice e saggista inglese abbia sentito il pericolo di tale melensa cronaca a sfondo sciovinista, sia che più probabilmente i fatti storici la lascino indifferente e li consideri poco o punto importanti, la storia è relegata in secondo e in terzo piao, quando, come avviene, non senza ostentazione, nel capitolo intitolato “1914”, non è assente del tutto. Quelle poche volte, del resto, che la Woolf accenna a fatti storici avvenuti in quel periodo, lo fa in maniera casuale e leggermente ironica. D’altra parte, a questi Pargiter, famiglia inglese delle più comuni, molto simile ai mediocrissimi Forsyte di Galsworthy, non succede, durante quei cinquant’anni, proprio nulla di notevole. Non la napoleonica e rapida ascesa alla fortuna come nei romanzi di Balzac, non il verificarsi delle nemesi ereditarie come in quelli di Zola, non il lento passaggio dalle attività commerciali a quelle intellettuali e artistiche come in quelli di Galsworthy. Nulla, assolutamente nulla. Questo è un po’ l’originalità del libro, ma ne è anche il difetto, perché il capitolo del 1918 si potrebbe mettere sotto la data 1910, senza turbare molto l’ordine e la verosimiglianza del romanzo. I Pargiter, gente senza talenti speciali, provvisti di tutte le qualità che sono proprie alla borghesia britannica (la Woolf vi accenna di sfuggita, non senza ironia), nascono, crescono e fioriscono senza profitto e senza danno, in un’aria di assoluta inutilità. Qui sta l’abilità o, se si preferisce, l’indifferenza della Woolf, che tace il solo fatto che giustifichi l’esistenza di questo limbo: l’organismo sociale e politico della nazione inglese. La ripugnanza della Woolf per tutto quello che è intreccio, dramma, contrasto, interesse, si rivela appieno in questo libro, nel quale, pur a distanza di tanti anni, i protagonist sono sempre colti nelle loro più scialbe occupazioni, mentre dicono o fanno cose del tutto prive di interesse, comuni, giornaliere, abituali. Pare che la Woolf voglia dire: ecco la personalità umana e la vita: una serie di chiacchiere, di pranzi, di colazioni, di passioni e di occupazioni a vuoto e il tempo è breve e la vecchiaia arriva molto presto. Ma anche da tale conclusione troppo amara e decisa la Woolf rifugge avvolgendo tutte queste smorte vicende e questi personaggi sfocati in un’atmosfera benigna che ce li fa simpatici (i personaggi della Woolf sono sempre simpatici ed è un gran merito), in una malinconia un po’ sfilacciata e nebbiosa, che ci impedisce di disprezzarli e di compiangerli. Semmai, la conclusione a cui pare giungere la Woolf è contenuta nella riflessione del giovana North sul suo parente Edward, professore, poeta e traduttore di Sofocle: “Cos’era che lo faceva sembrare così calmo. così fermo?…C’era in lui qualcosa di finito… Egli non non si era arrabattato per il denaro e la politica… C’era in lui qualcosa di suggellato e di concluso… Egli non si era occupato che della poesia e del passato…”. “Gli Anni” non aggiungono nulla all’opera della Woolf, anche perché la tecnica di questo romanzo non le permette di esprimere la sua particolare sensibilità con quella bravura sottile e delicata che è il suo maggiore pregio, come per esempio in “Orlando” o in “To the Loghthouse”. Sotto certi aspetti, soprattutto nel disegno fermo e intelligente, ma privo di novità dei personaggi, questo è il romanzo più tradizionale, meno sperimentale e insolito della Woolf. Il lettore di Galsworthy o di Bennett non ci si troverà a disagio. Hanno un bel chiedersi un po’ tutti i personaggi: “Chi sono io? Dove sono? Che cosa faccio?”, domande solite alle creature della Woolf. Resta il fatto che questa volta non sarebbe difficile rispondere, risultando essi tutti più o meno dei buoni borghesi britannici. Con questo si vuol dire che, di fronte a tale materia, meglio avrebbe fatto la Woolf a dare maggior sviluppo a certi suoi spunti ironici e anche satirici, qua e là accennati e. per una volta tanto, lasciare da parte la consueta maniera poetica, che in questo libro, pare piuttosto meccanica e indifferente.

Alfredo Saccoccio

Read More

Le nemiche di Bette Davis di Alfredo Saccoccio

Posted by on Lug 17, 2019

Le nemiche di Bette Davis di Alfredo Saccoccio

Ruth Elizabeth Davis è nata nel 1908, a Lowell nel Massachusetts. Giunse a Hollywood ch’era già un’attrice famosa sulle scene di New York. I giornalisti e i fotografi del dipartimento pubblicitario, accorsi a riceverla alla stazione, tornarono in ufficio senza averla nemmeno notata. Credettero di essersi sbagliati sull’orario del treno, quando squillò il telefono. “Sono arrivata”, disse una voce timida e dolce. Piccola, esile, senza rossetto, Bette non aveva l’aspetto di una celebre attrice. Quando i produttori la videro, con quella sua aria di ragazzina fuggita di casa, pensarono ad uno sbaglio del loro agente di New York, che aveva avuto l’incarico di scritturarla. Per mesi e mesi, Bette fu lasciata in attesa di una parte, poi venne messa in libertà: le dissero che non aveva “sex appeal”. La famosa Davis, allieva della scuola drammatica di John Murray Anderson, compagna d’arte del grande attore Richard Bennett, padre di Constance, trascorse così due anni difficili ed oscuri lavorando in piccole parti generiche e senza rilievo. Il suo successo nel cinema è dovuto ad un “prestito”. Bette fu “prestata” dalla Warner Bros alla R. K. O. per il film “Of Human Bondage”. Fu il film che la rivelò come una grande attrice drammatica. A proposito di questa pellicola, vi fu a Hollywood una rumorosa campagna giornalistica. La stampa cinematografica rimproverava aspramente all’ “Accademy of Motion Pictures Arts and Sciences” di aver dimenticato Bette Davis nell’assegnazione dei premi annuali. Il risultato dello scandalo fu che l’Accademia decise di assegnare un “premio speciale” all’attrice. Ma Bette non ne sapeva niente, né vi fece gran caso quando lo seppe. In quel tempo trascorreva le sue vacanze a cinquecento miglia da Hollywood, attendata con suo marito Harmon O. Nelson in uno dei tanti campeggi per automobilisti. Harmon O. Nelson dirigeva un’orchestra nelle vicinanze del campeggio e Bette si divertiva a far mangiare e ad occuparsi delle faccende domestiche. La sua passione, in fatto di cucina, erano le uova fritte e il pane tostato. Bette indossava sempre i pantaloni e una camicetta a mezze maniche. Durante il giorno, leggeva, dormiva e giocava con il suo Scottie: ella sembrava così uno di quei ragazzi biondi e fragili che si vedono nei parchi delle famiglie aristocratiche di Washington. Alla sera si aggrappava al braccio del marito e insieme facevano una passeggiata a piedi, sotto la luna. Bette aveva il gusto delle passeggiate notturne e si abbandonava volentieri a chiacchierare a lungo, come una bambina. Bette Davis amava molto suo marito: lo chiamava Ham, che, evidentemente, è una contrazione del mome Harmon e significa prosciutto, ma sta anche in senso di persona molto buona e docile. Bette non aveva simpatia per la vita di società e se ne stava appartata il più possibile. Ciò dipendeva dalla cattiva opinione ch’ella si era fatta delle donne e delle donne di Hollywood in particolare. Solo gli uomini le ispiravano fiducia. “Io penso che le donne sono terribili”, dichiarò un giorno Bette Davis. “Se vi prende la voglia di confidarvi con qualcuno, fatelo con un uomo. In tutta la mia vita non ho avuto che due donne amiche: una era mia madre. Fin da bambina ho sempre avuto l’idea che le donne fossero terribili, e Hollywood non me l’ha cambiata. Per esempio i “clubs” di donne, di donne organizzate, sono per me una cosa tremenda. Io non saprei cosa fare ad un “club” di donne. I sessi sono stati creati perché si mescolino a scopo di divertimento. Le donne riunite senza la presenza dei maschi non ascoltano mai quello che si dicono fra loro. Le donne mi hanno sempre sospettata perché ho troppi uomini come amici. Gli uomini che io conosco mi fanno le loro confidenze, mi parlano dei loro dispiaceri di cuore, delle loro ambizioni, del grande romanzo che scriveranno, della musica che comporranno. Dicono che io so ascoltare. Ma se vi accade di essere il genere di donna che piace agli uomini, siete dannata per sempre. Specialmente nell’ambiente cinematografico. Non ci sono abbastanza uomini a Hollywood e c’è molta richiesta. Ham, mio marito, è il solo uomo che io abbia amato e desiderato. Ma le donne mi sospettano lo stesso. A Hollywood le donne mi spaventano a morte. Passano la loro vita domandandosi se sono riuscite ad apparire “abbastanza” sessuali senza essere “troppo” sessuali. Non riescono ad avere un’opinione di nessuna cosa, eccetto questa: che un uomo con denaro è meglio di un uomo senza denaro, ma un uomo qualunque è sempre meglio di niente. Credono di essere molto importanti, ma non ne sono mai convinte; mescolano allora dei nomi famosi alla loro conversazione, e ciò aiuta a rassucurarle che sono realmente importanti. A sentirle parlare, sembra che le cose più preoccupanti delle loro vita siano “ i vostri domestici e dove comprate i vostri abiti”. Se non fosse per le donne, io credo che Hollywood sarebbe un posto abbastanza simpatico e decente. Esse danno un valore artificiale a ogni cosa. Non hanno alcun senso della lealtà. Ne ebbi la prova più evidente quando io e mio marito, tempo fa, andammo nell’Est. Eravamo invitati ad un ballo di inaugurazione. Con mia gran gioia mi fu presentato Franklin D. Roosevelt. Mentre ci stendevamo la mano, si ruppero le spalline del mio vestito. Le donne furono orribilmente scortesi; come se le avessi offese, nessuna venne in mio aiuti con uno spillo. Non sono mai stata così imbarazzata in vita mia. Gli uomini salvarono la situazione mettendosi tutti a ridere. Sono sicura che le donne presenti a quella sera sono ancor oggi convinte che io lo abbia fatto apposta. L’amicizia è rara come l’amore. Ciò è ancor più vero a Hollywood che altrove. Le famose stelle, le donne fatali, hanno così poca fiducia nel proprio “charme” che si scelgono per gelosia amiche grassocce e insignificanti: tuttavia le amiche debbono essere sempre della stessa condizione sociale, se non della medesima classe finanziaria. Io penso che la prima cosa che disgusta gli uomini sia il poco senso di adattabilità delle loro mogli. Lamentarsi delle cose che non possono essere evitate è il difetto fondamentale della donna. A volte io desidero di essere una piccola ragazza in un villaggio di campagna, con un fidanzato che abbia solo cinquanta centesimi la settimana da spendere per portarmi al cinematografo. La vita ideale per una donna è maritarsi a diciassette anni, avere molti bambini e non cominciare mai ad analizzare gli uomini. Le attrici dalle grandi carriere incontrano la loro Waterloo quando non riescono più a tornare a casa e ridiventare delle sempluici “piccole donne”. La maggioranza delle donne è ipocondriaca per natura. Esse vogliono essere compatite. Anch’io, a voltre, lo faccio; allora Ham piglia su e se ne va. E’ il miglior sistema di cura per una donna irragionevole. Una cosa triste e divertente è l’osservare come si comportano le ragazze di Hollywood quando perdono il loro contratto. Cercano subito, disperatamente, marito. Mentre hanno lavoro, disprezzano gli stessi uomini ai quali corrono dietro nella disgrazia. Io credo che le donne siano molto simili, in tutto il mondo; e penso che sono veramente terribili”.

Alfredo Saccoccio

Read More

Gary Cooper di Alfredo Saccoccio

Posted by on Lug 9, 2019

Gary Cooper di Alfredo Saccoccio

   Gary Cooper entrò in cinematografia per pura combinazione. Lontano da casa, egli cercava lavoro, un lavoro qualsiasi. L’occupazione che gli venne offerta fu quella di fare il cavallerizzo  in uno spettacolo ippico, perché, pare, questa era l’unica cosa che, a quei tempi, Gary sapesse fare. Il resto avvenne per combinazione.

   Egli desiderava essere pittore. Da ragazzo disegnava alla buona i paesaggi che il Montana offriva alla sua vista e i cavalli che vi galoppavano.

   Il suo “eroe” preferito era Charles Russel, il “cow-boy” pittore, molto amico di suo padre. Era nato ad Helena e la casa dei suoi fu il solo mondo della sua infanzia. I suoi genitori erano venuti nel Montana da bambini, con i primi coloni, al sorgere della cittadina. Suo padre, Charles Cooper, Giudice alla Suprema Corte, nacque in Inghilterra. Venuto da fanciullo in America, rivide il paese natìo una sola volta, dopo cinquant’anni.

   La famiglia Cooper possedeva un modesto ranch, a Wolf Chek, a circa 30 miglia dalla città, e Gary vi passava il maggior tempo possibile. Suo fratello Arturo, di qualche anno più anziano di lui, gli insegnò a cavalcare e a tirare di fucile. Il suo più caro amico era Jim Galen, figlio di un collega di suo padre. Era della sua stessa età ed abitava in un ranch vicino al suo. Essi cavalcavano assieme per intere giornate e facevano lunghe partite di caccia su per le colline.Fu lui, parecchi anni dopo, a farlo entrare nel mondo del cinema.

   Proseguiamo per ordine. Gary aveva sei anni quando, assieme al fratello, fu mandato a studiare in Inghilterra. Vi rimase soltanto due anni e, al suo ritorno in America, fu vittima di un incidente automobilistico, in seguito al quale rimase qualche tempo fra la vita e la morte. Gary trascorse due anni di convalescenza al ranch del padre, al sole e all’aria aperta, poi riprese ad andare a scuola, ad Helena. Egli non fu uno scolaro modello. I libri di scuola gli servivano, durante le lezioni, più per disegnare dei pupazzi che per studiare.

   Dopo qualche anno, Gary fu mandato alle scuole superiori di Bezeman e qui  fu un migliore scolaro. Quei professori seppero ispirargli maggiore interesse allo studio e, riusvcito a diplomarsi, passò al “Grinnell College”, una scuola d’arte. Tornato nel Montana, non trova niente di meglio da fare che impiegarsi come autista  della linea di autobus del Parco Nazionale di Jellowstone. Iniziò, poco dopo, quella che credette essere la sua vera carriera, ossia cominciò a fare caricature e disegni per un giornale di Helena. Il suo sogno era quello di pter illustrare libri, far disegni per le grandi riviste e, infine, darsi alla vera e propria pittura.  Egli ammirava  moltissimo, ed erano oggetto del suo più attento studio, James Montgomery Flagg, Hiward Chandler Christy, disegnatori, a quei tempi, di moda, e tutti i paesaggisti.

   Abbiamo già accennato che l’entrare in cinematografia fu per lui una mera combinazione. Specificheremo ora che le cause furono tre : il suo amico di infanzia Jim Galen, i brutti tempi e una ragazza. Era, questa ragazza, una studentessa del “Grinnell College” e il sogno dei suoi anni giovanili. Quando  cominciò a disegnare per il giornale di Helena, Gary le parlò di fidanzamento. Essi non avevano un soldo, cosicché decisero di sposarsi non appena Gary avesse trovato un posto migliore, non appena avesse raggranellato qualche dollaro. I due erano d’accordo nel giudicare la cittadina di Helena troppo ristretta alle loro ambizioni. Perciò la ragazza lo spingeva a far fagotto e a cercare fortuna in una città più grande.Gary non era entusiasta della cosa : tutti i suoi amici vivevano ad Helena ed egli amava essere vicino al ranch di suo padre, ove si recava spesso per cavalcare e andare a caccia. Però gli argomenti della ragazza erano inoppugnabili, cosicché riuscì a persuaderlo. Il duo scelsero Los Angeles: Gary doveva partire solo e, ottenuto che avesse un buon posto, lei lo avrebbe raggiunto per sposarlo. A Los Angeles trovare un posto non fu tanto facile. Quotidianamente Gary faceva il giro delle redazioni di vari  giornali ad offrire  i suoi servizi di disegnatore, ma senza nessun risultato. Aspettando giorni migliori, Gary peregrinava, per due dollari al giorno, di porta in porta, in qualità di propagandista per uno studio fotografico.

   Più tardi  egli fece l’agente di pubblicità cercando avvisi reclamistici per i sipari dei teatri. Anche questo lavoro finì, come finì il suo poco denaro. Aveva le scarpe sfondate, era in arretrato di qualche mese con l’affitto della camera, quando un tale gli consigliò di fare la comparsa cinematografica. L’idea gli sembrò buona ; prese il coraggio a due mani e si presentò  alla Fox. Nell’ufficio comparse dello “Studio” Gary incontrò Jim Galen, che non aveva visto da anni. Quando Gary partì pe il “Grinnel College”, egli si era trasferito  a Notre-Dame  per tornare, poco dopo, disilluso, al ranch paterno. Aveva preso parte a qualche rodeo e si era fatto una certa fama come cavallerizzo e domatore di tori. Come molti altri “cow-boys” era entrato in cinematografia per figurare in quelle pellicole del West, che, a quei tempi, andavano per la maggiore.In quei giorni Jim aveva l’incarico di scritturare buoni cavalieri  per un film sulla guerra anglo-boera. Jim presentò Gary al regista assicurandogli che egli era uno dei migliori della “squadra del Montana”. E così Gary fu assunto.

   Lo vestirono da ufficiale boero e per tutta una giornata Gary galoppò, ventre a terra, assieme a ttanti altri, su e giù per una collina. Fu questa la più faticosa giornata di tutta la sua carriera di attore, ma gli procurò una scrittura fissa come comparsa. Gary lavorò in molti altri films, generalmente pellicole del West, ma il suo sogno era ancora di entrare in un giornale come disegnatore. In quei giorni gli pervenne una lettera della fanciulla che doveva sposare e per la quale si era traslocato a Los Angeles, in cui gli annunciava che aveva trovato il vero amore e che si era sposata con un commesso droghiere. Qualche mese prima, a tale notizia,  si sarebbe sentito spezzare il cuore, ma in quel lomento, nello stato d’animo in cui si trovava, la prese abbastanza tranquillamente e pensò che la ragazza era fatta più per il droghiere che per lui. Gary fece la comparsa  per circa un anno. Un bel giorno gli affidarono una parte in un film della lunghezza di 250 metri ! La ragione di tale fortuna fu solo la sua abilità nel montare a cavallo.

   Poco dopo egli interpretò la parte di Abe Lee nel film “Il fascino di Barbara Worth”. In questa parte Gary piacque ai dirigenti della Paramount, che lo convocarono allo “Studio”, dove firmò il suo primo contratto. Il giorno dopo egli  fu mandato a Sant’Antonio (Texas), dove la Paramount  “girava” il primo grande film  d’aviazione : “Ali”,in cui Gary interpretò la parte del “cadetto”. Da quel giorno molte cose gli sono accadute. La più importante è stata, naturalmente, il suo matrimonio con Sandra Shaw.Gary ha partecipato ad una spedizione di caccia grossa in Africa Orientale ; ha visitato,  più volte, l’Italia ;ha lavorato in più films di quanti egli ne avesse  visti, prima di arrivare ad Hollywood.

   Le pellicole da lui interpretate preferite erano: “Convegno d’amore”, “Desiderio”, “ I Lancieri del Bengala”, “E’ arrivata la felicità “, “La conquista del West”. Un film che lo entusiasmava era “Anime sul mare”, diretto da Henry Hathaway.

   Gary Cooper è stato molto fortunato. I primi giorni egli non amava né Hollywood né il cinematografo, Poi ha adorato ambedue. Ci si deve trascorrere molto tempo, ad Hollywood, prima di riuscire a capire la differenza fra la mitica Hollywood, che il mondo immagina e la vera, reale Hollywood.

   Tante sono le pellicole girate da Gary Cooper. Noi ne scegliamo solo sei : “Mezzogiorno di  fuoco” del 1952, di Fred Zinnemann, cineasta di origine austriaca, in cui l’attore interpreta la parte dello sceriffo Will Kane, che si accinge a sposare l’algida fidanzata quacquera Amy (Grace Kelly) e a lasciare le sue funzioni  da sceriffo , quando, in una stracca mattinata del giugno 1865, nel polveroso villaggio del Nuovo Messico, Hadleyville, giunge, con il treno del mezzogiorno,  l’efferato bandito Frank Miller (Ian MacDonald), spalleggiato da altri delinquenti, decisi ad uccidere l’uomo della legge, a suo tempo responsabile dell’arresto, pochi mesi prima, dello stesso Miller.Dilemma morale : occorre fuggire ed evitare il ricorso alla forza (la sua donna, quacquera rifiuta la violenza) o affrontare l’uccisore e i suoi tre accoliti ?  Quando egli deciderà di attendere i delinquenti, scoprirà la codardìa della cittadina.

   Tutto il racconto, condensato in ottantacinque minuti, è formato dalla richiesta infruttuosa dello sceriffo che non subisce che rifiuti fiacchi ed impauriti in risposta alle sue numerose richieste  di sostegno.  Il film si trasforma così in parabola politica, divenendo un apologo antimaccartista appena mascherato,, una critica dell’idea  di comunità. John Wayne aveva d’altronde dichiarato essere stato scioccato dal gesto finale dello sceriffo, che getta la sua stelletta nella polvere, dopo aver trionfato dei banditi.

   Prodotto da Stanley Kramer, specialista dei “films a tesi”, “Mezzogiorno di fuoco” soffre di uno stile pesante, del tutto determinato dal messaggio da assestare. Malgrado il volto di Gary Cooper, bello e già  contrassegnato dall’età, malgrado una musica stordente di Dimitri Tiomkin e una fotografia in bianco e nero sorprendente di Floyd Crosby, il film è vittima di un’ambizione che appesantisce più che non superi le figure imposte. E’, un poco più tardi, con opere firmate Robert Aldrich, Anthony Mann o Samuel Fuller, che il genere western perverrà, negli anni Cinquanta, ad una complessità più convincente.

   “Mezzogiorno di fuoco” è tuttavia divenuto, al di là di queste qualità reali o dei suoi difetti, una sorta di modello canonico del genere, un riferimento assunto. Talvolta negativamente.  Howard Hawks aveva dichiarato di aver realizzato “Rio Bravo” con l’idea di fare il contrario di “ High Noon”. “Per me un buon sceriffo non si metteva a percorrere la città, come un pollo di cui si è tagliata la testa, chiedendo aiuto”. Il film fu anche un riferimento per Sergio Leone. L’inizio di” C’era una volta il West”, quando i tre pistoleri attendono il treno che conduce l’uomo dell’armonica, riprende allungandola fino al burlesco una scena del film di Zinneman.  

    Il film è un classico western dalle colorature psicologiche (e ideologiche) palesemente definite. In un crescendo spasmodico di tensione e di paura, il racconto prima di intollerabile angoscia, poi, via via, disciolto in un progressivo epilogo (la solitudine dello sceriffo, l’ignavia della sleale comunità, la contrarietà della moglie Amy finalmente superate e sublimate dal cruento, vittorioso successo di Kane sui suoi nemici) tocca l’acme di un ammonitore, civilissimo apologo.

    Zinemann fu il realizzatore, un anno più tardi, del prestigioso “Da  qui all’eternità”, che raccoglierà una pioggia di Oscars (miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura, migliore fotografia, migliore attore non protagonista (Frank Sinatra) e  migliore attrice non protagonista (Donna Reed). 

   In “Maschere e pugnali” del 1946, diretto da Fritz Lang, che dal 1941 al 1943 aveva partecipato, in una maniera magistrale, alla propaganda cinematografics hollywoodiana contro il nazismo, Gary Cooper interpreta il ruolo di Alvah Jaspers, professore di fisica, inviato, alcuni mesi prima della fine della seconda guerra mondiale, in Svizzera dai servizi segreti per ritrovare i suoi antichi amici, che i nazisti costringono a lavorare alle loro ricerche atomiche. La messinscena, su soggetto di Albert Matz e di Ring Lardner Jr., future vittime della “caccia alle streghe”, non si lega che  all’essenziale. Ogni sequenza prende il senso di un meccanismo del destino.  Il film metteva in guardia, dopo Hiroshima, contro il pericolo dell’utilizzazione dell’arma nucleare. Però le ultime scene furono sostituite da una fine posticcia, che  deluse il regista.

   In “Sogno di prigioniero” di Henry Hathaway, del 1935, Gary impersona un celebre architetto, Peter, che ritrova nella seducente consorte del duca di Tower la sua compagna di giochi, l’eroina della sua infanzia, a cui aveva giurato eterno amore, lasciata, perché obbligato a abbandonare la Francia alla morte della madre. Una lacerazione brutale. Amore folle ritrovato e subito perduto.  Il destino li separa ancora: nella cella di una prigione, il gentleman romantico ideale, accusato della morte del duca, si consuma nel fondo di una prigione a vita, fin quando scopre che può comunicare tramite il sogno e riprendere con la sua amata il filo della loro passione. Egli continua ad incontrarla in sogno, fino a quando sono colti, entrambi, lo stesso giorno, da morte. Pellicola  ultraromantica e visionaria, che le fa meritare un posto nella storia del cinema. Di questa favola lirica,con sfumatura di fantastico, nell’era del tempo, André Breton scriverà :” E’ un film prodigioso, trionfo del pensiero surrealistico”.    

 “Dove la terra scotta” di Antony Mann, in cui Gary Cooper è un magnico cow-boy, su un argomento esile come un filo, l’intrigo corre con una tale disinvoltura che si tuffa, sin dalla prima immagine, nella magia del grande western di qualità.

   Un fuorilegge pentito è ripreso dal suo passato in occasione di un primo viaggio in treno, nel corso del quale  si fa attaccare da alcuni avventurieri. Abbandonato sui luoghi dell’attacco con Billie, la bella sciantosa dal cuore d’oro ( Julie London) e un baro da saloon (Lee J. Cobb), “L’Uomo dell’Ovest”  trova rifugio nella tana dei banditi che egli ha ben conosciuti…  La sorte dei tre compagni va stranamente a pesare l’una sull’altra, senza altra forma di avventura sentimentale.

   In partenza, si è colpiti dalla figura de “L’Uomo dell’Ovest” (1958), interpretato da Gary Cooper tre anni prima della sua morte : un cow-boy stanco che si vede discendere dalla sua cavalcatura nel cuore di una cittadina, con il solo pensiero di legare il proprio cavallo e di prendere qualche riposo nell’attesa del treno da prendere. Però è ormai impossibile dissociare il personaggio dall’attore. Si è colpiti dalla fatica e dall’invecchiamento in favore dei quali il volto e le attitudini di Gary Cooper sfumano nella psicologia del personaggio che egli interpreta. Egli approfitta senza motivo delle situazioni in cui lo pone Anthony Mann, nel vagone, per esempio, dove si vede il cow-boy magnifico durar molta fatica a sistemare la sua statura nello spazio striminzito dei sedili nuovi di zecca.

   L’assalto al treno, e i faccia a faccia  che si susseguono, si svolgono nel quadro classico di un’azione rigorosa e mirabilmente misurata, ma che non apporta niente di più all’intensità drammatica intessuta nella sensibilità stessa dei personaggi costantemente sotto la minccia dei legami che li lega e dei vasti paesaggi che li circondano. Le strade sono poco aperte, tanto l’ approccio strategico della violenz< è quasi più morale che fisica.

   Un western di stile in cui Gary Cooper accende i suoi ultimi fuochi di “Uomo dell’Ovest” che porta in lui la nostalgia di “Mezzogiorno di fuoco” di Fred Zinnemann, uno dei più grandi westerns di sempre.  Da rivedere, in copia nuova, sul grande schermo e in Cinema-Scope.     

   “Il giardino del diavolo” e  “La conquista del West” sono due pellicole ritenute dagli specialisti delle cime del genere western. Nel secondo film, firmato da Cecil B. DeMille,, girato nel 1936, si trovano particolarmente riuniti i personaggi di Calamity Jane e di” Wild” Bill Hickock, del generale Custer e di Bill Cody, cioè  la maggior parte di quelli che hanno contribuito a costruire la leggenda del Far West. La pellicola  ha un ritmo incalzante e parecchi colpi di scena.     

   Gary Cooper è ormai associato a questa leggenda. “Il Cavaliere del deserto”, “L’Uomo dell’Ovest”, “Mezzogiorno di fuoco” :  non si contano più i suoi ruoli da cow-boys taciturni e di sceriffi disincantati. Una cosa, però, è certa : debuttando nel cinema come cascatore negli anni Venti e recitando fino alla sua morte nel 1961, Gary Cooper è uno dei rari attori  che sia sopravvissuto al film muto. La sua carriera è eccezionale : 91 films e tre premi Oscar.  Ad eccezione di John Ford, tutti i grandi registi americani figurano nella sua filmografia.

  “Coop” non si è limitato al western. Egli ha saputo imporre il suo lungo profilo, i suoi silenzi sinistri, i suoi gesti rapidi e precisi in altri generi, dopo il film da avventure fino alla commedia. Gary è stato legionario in “Beau Geste” e in “Marocco”; volontario per la guerra civile di Spagna, del 1937, in “Per chi suona la campana”, celebre melodramma del mitico Hemingway;  pacifista convinto con “La legge del Signore”, conosciuto anche con il titolo “L’uomo senza fucile”,  e Sergente York. Infine, con l’ “Extravagant Mr. Deeds”, egli simboleggiò l’americano medio, integro, talvolta ingenuo, ma fermamente legato ai valori democratici.

   Questo attore non ebbe a forzare la sua natura per incarnare gli eroi fragili e stanchi. Timido e maldestro, fedele in amicizia come in amore, Gary Cooper non impressiona per la sua forza : egli commuove con le sue debolezze che impongono il rispetto. Prima di essere portato via dal cancro, all’età di sessant’anni, Gary si era convertito al cattolicesimo. “Il mondo ha perduto l’uomo più amato”, dirà allora Marion Morrison, alias John Wayne.

Alfredo Saccoccio

Read More
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: