Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Caio Plinio al suo Tacito, salute

Posted by on Giu 22, 2020

Caio Plinio al suo Tacito, salute

Mi dici che, pungolato dalla curiosità per via della lettera che su tua richiesta ti scrissi in merito alla morte di mio zio, rimani adesso desideroso di sapere non solo quali inquietudini, ma anche quali pericoli abbia io affrontato allorché fui lasciato a Miseno (ero invero sul punto di dirtelo, ma mi interruppi).

Dunque, «per quanto l’animo ancora inorridisca al ricordo … comincerò».

Partito lo zio, consacrai tutto il mio tempo allo studio (proprio per questo ero infatti rimasto). Seguirono poi il bagno, la cena e un sonno inquieto e breve.

Per molti giorni, in precedenza, si erano avvertiti scotimenti tellurici, senza che però nessuno vi facesse gran caso, essendo tali eventi consueti in Campania.

Nonpertanto, quella notte essi crebbero talmente in intensità da far credere che ogni cosa, più che scrollarsi, addirittura si rovesciasse. Proprio mentre stavo alzandomi per andare a svegliarla, preoccupato che ancora stesse dormendo, mia madre, assalita dal medesimo timore per me, irrompe nel mio appartamento.

Per un certo tempo ambedue sostiamo nel cortile della casa, un modesto spazio che separa gli edifici della residenza dal lido. Ancora non so se dirlo coraggio o piuttosto incoscienza (non avevo ancora diciotto anni), comunque sia, mi faccio portare un volume di Tito Livio e, come per impegnare il tempo, mi metto a leggerlo, riportandone perfino degli estratti, come già sin dal principio avevo preso a fare, quand’ecco un amico dello zio, che da poco era venuto dalla Spagna per incontrarlo.

Come vede me e la madre mia seduti nel cortile, e più ancora, accorgendosi che io me ne stavo lì tutto assorto a leggere, rimprovera lei per la troppa indulgenza nei miei riguardi, e me per l’eccessiva noncuranza del pericolo. Non per questo, tuttavia, sospesi la lettura.

Si era fatta intanto la prima ora del mattino, e il giorno quasi ancora non si mostrava, se non con luce incerta e languida.

Tutt’intorno gli edifici apparivano sconquassati, e sebbene fossimo in luogo aperto, lo spazio non era sufficientemente ampio, sicché grande e reale era il timore di crolli imminenti.
Avvedendoci perciò dei rischi ai quali rimanevamo esposti, ci decidiamo ad uscire dall’abitato.

Sennonché, nel far ciò, una folla attonita prende a venirci dietro, sembrando in essa ciascuno prediligere alla propria l’altrui valutazione, cosa questa che, nel grande terrore generale, può anche venire scambiata per prudenza.

Così, al nostro avviarci, questa folla in gran massa ci incalza e preme. Subito fuori dall’abitato, sostiamo.

Quivi rimaniamo fortemente impressionati dal prodursi di molteplici fenomeni, di per sé stupefacenti e insieme oltremodo spaventosi.

I veicoli, infatti, che avevamo dato disposizione di trascinare fuori e di approntare, e che man mano venivano portati in quel luogo e lì lasciati in attesa [non vincolati agli animali per il traino], benché il campo fosse dei più pianeggianti, or da soli per considerevoli tratti avanzavano, ora invece da soli retrocedevano, e nemmeno puntellandoli con dei grossi massi si riusciva a farli restare fermi, a trattenerli in un sol posto, o a farli procedere dritti lungo un tracciato.

Vedevamo inoltre che il mare, quasicché respinto dal tremore della terra, andava ripiegando su se stesso e arretrava. La spiaggia s’era allargata, e molti animali marini giacevano ora in secco sulle sabbie venute all’asciutto.

Dall’opposto versante, una nube orrenda, di nero aspetto, squarciata da guizzi serpeggianti di fuoco, precipitosamente avanzava, aprendosi in vasti bagliori d’incendio: erano questi simili a folgori, ma indicibilmente più estesi.

Allora, quello stesso amico venuto dalla Spagna, con più impeto e maggiore insistenza, prima rivolto a mia madre e poi a me, proruppe:
«Se tuo fratello, e se… se tuo zio ancora vive, sicuramente, in questo stesso momento, starà sperando che stiate mettendovi in salvo; e se invece già è perito, di certo avrà voluto che gli sopravviveste: perché mai, dunque, ancora indugiate a fuggire?».

Rispondemmo che, nell’incertezza della sua sorte, non ce la sentivamo di pensare alla nostra salvezza.
Egli, allora, arrendendosi alla nostra ostinazione, senza attendere altro, immediatamente si allontanò per sottrarsi in tutta fretta al pericolo.

Di lì a non molto quella nube si abbassò verso terra e, coprendo il mare, avvolse Capri e la nascose.

Poi avanzò alla volta del promontorio di Miseno, che ben presto fu escluso alla vista.
Mia madre, allora, si mise a pregarmi, a scongiurarmi, e perfino a ordinarmi che io almeno trovassi una qualsiasi via di scampo: io lo potevo perché giovane, ella invece no, a motivo degli anni e dell’insuperabile impedimento del corpo; ed era ella fortemente intenzionata a morire pur di non essere cagione di mia morte.

Mi opposi a tali sue esortazioni, perciocché giammai mi sarei portato in salvo senza di lei. Così, prendendola per mano, la costringo delicatamente ad affrettare il passo.
Ella con fatica vi riesce, accusandosi d’essermi troppo di peso e di ritardare il mio passo col suo lento incedere, e asserendo che mai avrebbe potuto darsi pace qualora per sua causa non fossi riuscito a salvarmi.

Già cadeva della cenere, anche se ancora non fitta.
Mi volgo, e a breve distanza, incalzando, simile a un torrente che precipiti al suolo, una densa caligine vedo sovrastarci alle spalle.

«Tiriamoci di lato» dissi «finché ci si vede, di modo che se per via cadiamo, non finiamo schiacciati nell’oscurità dalla folla che ci insegue»
C’eravamo appena seduti, che si abbassò la notte.

Ma non come quando regna l’interlunio o il cielo è nemboso, bensì come quando ci si trova rinchiusi all’interno di un luogo da ogni parte sprangato, privo di spiragli, e ogni lume è spento.

Udivi gli urli delle donne, le grida dei fanciulli, il clamore degli uomini. Chi cercava a gran voce i genitori, chi i figli, chi il coniuge, gli uni e gli altri dalle voci riconoscendosi.

C’era chi andava commiserando la propria sorte, chi quella dei propri cari, e perfino chi per timore della morte invocava la morte. Molti alzavano le braccia agli dèi; altri, più numerosi, asserivano non esservi più dio alcuno nei cieli, e che doveva esser quella l’ultima ed eterna notte del mondo.

Né mancavano coloro che andavano accrescendo i pericoli veri con fallaci e menzogneri terrori: arrivavano ingannevolmente annunciando, ma erano creduti, che una certa casa a Miseno era crollata e che una cert’altra, altrove, era divorata dalle fiamme.

Riapparve poi un tenue lucore, nel quale non vedevamo tuttavia il profilarsi del giorno, bensì un indizio dell’approssimarsi del fuoco. Sennonché, questo fuoco si arrestò e, persistendo per qualche tempo, a distanza ristette.

Dipoi, nuovamente calarono le tenebre, e con esse si ripresentò la cenere, in gran copia e più spessa. Di quando in quando ci alzavamo per scrollarcela di dosso, altrimenti ne saremmo stati in breve totalmente ricoperti e sopraffatti, se non addirittura seppelliti e dal suo peso oppressi.

Potrei vantarmi, ripensando all’età che avevo, di non essermi lasciato sfuggire, in tali perigliosi frangenti, né un lamento, né un’espressione che potesse dirsi da meno d’un uomo ben avveduto e di solida tempra, ma sono sicuro che così non sarebbe stato qualora, al pensiero della morte, non avessi io trovato un disperato quanto grande conforto nel credere che se fossi lì perito, inevitabilmente sarei perito insieme a tutti quanti gli altri, e con me, nella sua somma sventura, il mondo intero sarebbe perito.

Quella caligine, infine, si assottigliò, attenuandosi e gradatamente dissolvendosi in una specie di rado fumo o di nebbia. Quindi, fece questa volta davvero giorno. Ed anche il sole riapparve, benché livido, come quando è in eclisse. Agli sguardi ancora trepidanti, il paesaggio appariva ora ovunque mutato, ricoperto d’una spessa coltre di cenere, come se avesse appena nevicato.

Rientrati a Miseno e ristorate alla meglio le forze, trascorremmo una notte affannosa e incerta, costantemente in animo divisi fra la speranza che rincuora e il timore che atterrisce. Prevaleva comunque il timore, giacché le scosse di terremoto si ripresentavano l’una dietro l’altra senza fine, e molti, fuor di senno, quasi per gioco, la propria e le altrui sventure con raccapriccianti pronostici andavano accrescendo. [

Ciò nondimeno, noi, sebbene fossimo scampati a numerose insidie, e di nuove ancora ne paventassimo, neppure allora pensavamo di partire; e non lo avremmo di certo fatto sino a quando non ci fossero pervenute notizie dello zio.

Questi particolari, non certo degni della storia, li leggerai, naturalmente, per te soltanto, abbandonando ogni aspettativa di potertene valere per i tuoi scritti; imputando semmai la colpa a te stesso, che me ne hai fatto richiesta, qualora dovesse apparirti che essi, oltre la ragionevole misura, si discostino da quanto si addice alla semplicità d’una modesta lettera.
Saluti, e conservati in forze.

serenusbloom.it

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