Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

CAPUA di ALFREDO SACCOCCIO

Posted by on Feb 26, 2018

CAPUA di ALFREDO SACCOCCIO

Fondata nell’856 dal conte longobardo Landone, Capua, sorta in eccellente posizione geografica, a 25 metri nella vasta pianura campana, tanto fertile da consentire ben quattro raccolti l’anno, sul sito di “Casilinum”, temuta fortezza a difesa del ponte sul fiume e porto fluviale della vetusta Capua preromana e romana, già capitale di una confederazione etrusca, ricchissima di monumenti e di chiese illustri, presenta una topografia a pianta triangolare ed un centro storico molto ben conservato, dai giardini pensili poetici e pittoreschi, dove nei ristoranti si possono gustare le “alose” del Volturno, anguille, mozzarelle.

Capua fu principato autonomo nel X secolo, poi possedimento di Ruggero II di Sicilia, a cui fu conferita dall’antipapa Anacleto II la corona di re di Sicilia. Nel secolo precedente, precisamente nell’885, Erchemperto, cronista medioevale, di stirpe longobarda, forse imparentato con i duchi di Benevento, dopo la distruzione, ad opera dei Saraceni, del monastero di Montecassino, di cui era monaco, riparò a Capua, dove ebbe a soffrire gravi angherie da parte del conte Atenolfo. A Capua, scrisse la storia del ducato longobardo di Benevento. E’andata perduta una lunga, aspra invettiva contro il vescovo di Capua, Landolfo.

In seguito appartenne ai Francesi e agli Spagnoli, che si contendevano il regno di Napoli.

Trovò pittoresca Capua anche il più celebrato autore inglese, dell’epoca vittoriana, Charle Dickens, che pubblicò “Pictures from Italy” nel 1846. Egli era stato nel Bel Paese tra l’estate del 1844 e l’estate del 1845. Scrive il Dickens: “…poi un giorno di riposo a Capua che è sì pittoresca, ma per nulla oggi seducente agli occhi di un viaggiatore come i soldati della Roma pretoriana solevano trovare l’antico centro di questo nome; una strada piana e uguale tra alti vigneti coi tralci tirati a festoni negli alberi; infine il Vesuvio a portata di mano”. Nella seconda metà del Settecento Jean-Marie Roland de la Platière scriveva che, dopo Sant’Agata, alle porte di Capua, “è la terra promessa che si scopre”.

Invece Jean-Jacques Bouchard, nel marzo del 1632, non era dello stesso avviso scrivendo che a Capua c’era una pessima aria: pesante, grave,umida, a causa del fiume Volturno e dei monti Tifatini, incombenti sulla cittadina, “in maniera che chi penserebbe di andarvi da Napoli da giugno fino a settembre morirebbe infallibilmente”.

Da ammirare la poderosa torre campanaria a bifore, sul fianco della cattedrale, di epoca normanna, dichiarata monumento nazionale nel 1873, un marmoreo poema, le cui strofe si innalzano al cielo, quasi devozione e preghiera; il Palazzo dei Principi Normanni o Castello delle Pietre, del secolo XI, utilizzato a scopo difensivo; il mausoleo della Conocchia, alto quasi 13 metri, forse della tarda età repubblicana, sepolcro commemorativo di una giovane donna, e quello delle Carceri Vecchie, a pianta centrale, disegnato dagli architetti Giuliano da Sangallo, Pirro Ligorio, Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino, e Luigi Rossini; le chiese intitolate a S. Salvatore Maggiore, a S. Michele a Corte, a San Giovanni, longobarde, la prima delle quali, a pianta basilicale, preceduta dal “triforium”, conserva affreschi duecenteschi di scuola cavalliniana; il monastero delle dame monache; la duecentesca chiesa dell’Annunciata, ricostruita nel Cinquecento, che presenta una grandiosa facciata ed una pregevole cupola dell’elvetico Domenico Fontana; la basilica preromana di S. Angelo Odoaldis; la collegiata di Santa Maria, risalente al V secolo, dai magnifici portali, il cui interno è scandito da 51 colonne antiche; il duomo intitolato ai santi Stefano ed Agata, fondato nell’856, con un ricco “Tesoro” ed un trittico di Antoniazzo Romano; la chiesa di S. Marcello Maggiore (851-1113) dal pregevole portale; l’arco trionfale di Adriano sulla testata del ponte romano con il suo superstite fornice dei tre originarii; il mitreo, probabilmente del II secolo d. C., con un pregevole affresco che rappresenta il dio persiano Mitra che uccide il toro, gli ultimi due a 5 km. da Capua, a S. Maria Capua Vetere, che, come si arguisce dal nome, è la vetusta, opulenta, potentissima Capua, fondata dagli Etruschi nel secolo VI (vi è un tegolo di 62 righe conservate e di circa 300 parole leggibili), se non prima, intorno all’800 a. C., come sostiene Velleio Patercolo, “città emula di Roma, che Annibale aveva preconizzato capitale d’Italia, che i Romani stessi ritenevano con Cartagine e Corinto capace di reggere un impero, che Cicerone contrapponeva a Roma per la bellezza, per la razionale disposizione del suo impianto, per la regolarità delle sue piazze e delle sue strade e di cui andavano fieri, non senza fastidiosa iattanza i capuani”, come scrive l’archeologo ciociaro Amedeo Maiuri, che si rese protagonista di grandi e feconde campagne di scavo. Della “seconda Roma”, a detta di Cicerone, per potenza economica, testimoniata dal conio delle monete di Capua antica, in elettro, in argento e in bronzo, e militare, restano due dei quattro originari piani dell’imponente anfiteatro campano, del I secolo d. C., che può gareggiare con il Colosseo, poi restaurato da Adriano e da Antonino Pio. Esso, il secondo in Europa dopo il già citato Colosseo, sorge sui ruderi di un precedente anfiteatro. Spettacolare la cavea ellittica, che misura 167/137 metri, che poteva ospitare ben quarantamila spettatori..

Nella città, oltre alle chiese e ai palazzi di notevole valenza artistica, non vi è strada o vicolo che non abbia un portale, una colonna, uno stemma che testimoniano l’influsso catalano. Essa può vantare bellissime piazze, maestosi edifici, strade diritte.

Nella Galleria del Museo Nazionale di Napoli, provenienti dall’anfiteatro di Capua, vi sono conservati l’ “Afrodite di Capua”, la “Psyche” e l’ “Adone”. Le prime due statue riproducono, entrambe, Venere: la prima, scolpita in età adrianea (II secolo d. C.), su modello di un originale bronzeo della fine del IV secolo a. C., con il torso nudo, calca con il piede sinistro l’elmo di Ares, alludendo al trionfo dell’amore sul dio della guerra; la seconda, dalla pensosa spiritualità del bel volto, reclinato verso il basso, e dal fulgente candore del corpo giovanile. Nel Museo Nazionale di Napoli, sempre provenienti da Capua, sono conservati i corredi tombali, con il rito dell’incinerazione o dell’inumazione, dei periodi I A, II A e II B, rinvenuti nelle località Tirone, Fornaci Madonna dei lupi e S. Prisco.

I sanniti di Capua entrarono in possesso della città nel 445 o nel 424 a. C. togliendola agli Etruschi. Nella prima metà del IV secolo a. C. i capuani chiesero ed ottennero la protezione dei Romani stipulando un patto con i dominatori del mondo. La città era divenuta “Capua fidelis”, anche se essa non aveva diritto di voto.

Appio Claudio Cieco fece costruire l’Appia per unire Capua, luogo fortificato, a Roma. La via consolare, nodo viario di rilevante importanza, fornito di posti di sosta e di ristoro, attraversava la città come “decumanus maximus” valicando il fiume Volturno, che descriveva, per lungo tratto, il perimetro dell’assetto urbano, difeso su tre lati dal fiume. Dove la strada scavalcava il Volturno, un’epigrafe informava che Antonino Pio l’aveva fatta riparare, perché interrotta da inondazioni. Al “miliarum” CIV c’era una “mutatio” per bestie da soma, dove, come scrisse Orazio, “i muli deposero le loro selle cariche”.

A Capua la popolazione, essendo passata dalla parte dei Cartaginesi, per scrollarsi di dosso il giogo di Roma, massacrò le guarnigioni romane. All’alleanza con Annibale si era opposto solo Decio Magio, che sosteneva che i Cartaginesi, secondo il trattato, non avevano nessun diritto su un cittadino campano. Annibale entrò a Capua all’inizio dell’autunno del 216 a. C., con un modesto presidio, accolto solennemente dal governatore della città, Vibio Virro, e dal suo amico Pacuvio Calavio, ponendovi il suo quartier generale, sotto il monte Tifata, un grande cono di origine vulcanica, dove in un santuario si venerava Diana e dove si custodiva una cerva bianca, catturata nei boschi circostanti, animale sacro alla dea della caccia. Decio Magio non gli andò incontro né si trattenne in casa, ma passeggiò nel foro con il figlio e con alcuni clienti. Frattanto Annibale, ricevuto in senato, chiedeva che gli fosse consegnato Decio Magio.Troppo tardi si pentirono i senatori di questa alleanza, che costava sangue e negava quel diritto di libertà, a cui aspirano tutti i popoli.

La città fu riconquistata nel 211 a. C., dopo che Annibale se n’era allontanato volendo ingannare i Romani fingendo di marciare contro Roma. Il castigo verso Capua fu esemplare: vennero uccisi tutti i capi della ribellione e la popolazione fu deportata in massa, con conseguente confisca del suo fiorente territorio.

Gli “ozi di Capua”, durante la seconda guerra punica, avevano afflosciato, infrollito, snervato, con il dolce clima e con le delizie della Campania, oltre al fisico, il morale del baldanzoso esercito di Annibale, che aveva guerreggiato per più di 13 anni in Italia sconfiggendo gli eserciti romani al Trebbia, al Trasimeno e a Canne e mettendo tutto a soqquadro con i suoi colpi di mano. Madame de Stael in “Corinne ou l’Italie” sostiene che i due anni delle mollezze, dei lussi e degli amori che la città offriva, a piene mani, agli occupanti, dove gli africani svernarono, dopo la vittoria (216 a. C.) riportata a Canne, che costò la vita a ben quarantamila romani, fiaccarono i nemici dei Romani, che perdevano ogni energia e vigore tra mille lussurie e piaceri, tanto che Annibale – lo riferisce il geografo Strabone – disse “di essere, benché vincitore, in pericolo di cadere in mano dei suoi nemici, riavendo, al posto degli uomini, soldati che erano diventati donne”. Capua “vinse un guerriero di cui l’anima inflessibile resisté più a lungo a Roma che non tutto il resto dell’universo”.

Se Annibale è stato incapace di approfittare della vittoria di Canne (il comandante della cavalleria numida, Maarbale, disse che il generale cartaginese sapeva conquistare le vittorie, ma non sapeva sfruttarle), lo si deve al fatto che le sue truppe erano stanche e senza materiale di assedio, per cui Annibale intendeva convincere Capua a divenire, nel sud d’Italia, un contropotere di Roma, essendo “città abbondantissima e ricca e morbida”, come la dipinse Tito Livio, che poteva inoltre mettere in campo ben 50.000 uomini. Annibale non cessò mai di far tremare Roma, divenendo anche, a lungo dopo la sua morte, il simbolo del più grave pericolo che abbia mai minacciato la Repubblica. Gli si attribuirono certo le più alte virtù (non è bene l’aver vinto un avversario temibile?), ma anche i peggiori difetti, come la cupidità, la crudeltà, l’empietà, la cattiva fede ( “Fides punica”).

Capua conobbe un periodo florido in epoca imperiale ( Tito Livio riporta che a Capua c’era un tempio dedicato alla dea Fortuna, oltre al tempio di Marte e a una necropoli) e nel IV secolo dopo Cristo. Decimo Magno Ausonio in “Ordo nobilium urbium”, descrizione in esametri di venti città illustri, la pose fra le tre principali città italiane. Secondo il succitato Strabone, Capua era la città più importante delle dodici fondate dai Tirreni, famosa per ricchezza e per forza militare. Riportiamo un breve brano inerente Capua: “Nell’entroterra c’è Capua, che è la città principale della Campania. Essa ne è veramente la testa, come vuole l’etimologia del suo nome: infatti tutte le altre, a paragone, possono essere considerate come piccole città, ad eccezione di Teanum Sidicinum”, l’odierna Teano, in provincia di Caserta. Però, come tutte le cose umane, essa, salita al massimo splendore, poi declinò.

A Capua, città civile per antonomasia, Lentulo Batiato teneva una scuola di gladiatori, frequentata da schiavi. Settantotto gladiatori riuscirono a fuggire, rifugiandosi sul monte Somma e scegliendosi come capo un trace di nobili origini, di nome Spartaco, che nella rivolta servile del 73 a. C., che fece tremare Roma, sbaragliò, con la sua orda di schiavi, provenienti da ogni parte d’Italia, particolarmente dall’Apulia, dalla Lucania e dal Bruzio, tre legioni romane, ma poi, due anni dopo, cadde, assieme a 60.000 schiavi, sul campo di battaglia, sconfitto dal ricchissimo triumviro Marco Licinio Crasso, forte di almeno 8 legioni, salvatore della patria. 6000 ribelli, fatti prigionieri, furono crocifissi lungo la via consolare Appia. Uno spettacolo orrendo e nello stesso tempo ammonitore. Il giovane regista Stanley Kubrick girò, nel 1960, un film   su Spartaco ottenendo quattro Oscar minori.

Dieci anni prima, ad opera di Silla, c’era stata la distribuzione in lotti del territorio capuano, degno di particolare menzione per la sua centralità tra i rapporti della Campania interna con quella costiera.

Capua è famosa per aver sostenuti lunghi e numerosi assedi. Essa fu rasa al suolo, nel 456 dell’era volgare, dai Vandali di Genserico.

Distrutta la città, nell’841, dai Saraceni, alleati del principe di Benevento, Radelchi, il nobile gastaldo Landolfo promosse una ricostruzione in luogo vicino. Gli abitanti si trasferirono, nel 856, nella vetusta “Casilinum”, il cui anfiteatro divenne un fortilizio, finché non fu restaurato da Francesco I di Borbone, nel 1826. Nel 1501 l’uomo politico rinascimentale Cesare Borgia, detto “il Valentino”, figlio di Rodrigo Borgia, il futuro Alessandro VI, il papa che fece impiccare ed ardere il domenicano Gerolamo Savonarola, e di Vannozza Cattanei, si impadronì, a tradimento, spalleggiato dai suoi alleati francesi, di Capua, per la via orientale, facendo un orrendo massacro della popolazione, che si difese molto bene. Il Borgia prese Capua, dopo aver catturato il conte Rinuccio Marzano, che difendeva la città, il quale fu avvelenato. Il sacco avvenne il 24 luglio del 1501 e la carneficina durò tre giorni. I capuani trucidati furono 5000. Si ha per tradizione il miracolo operato dalla Santissima Vergine, della chiesa di Santa Maria delle Grazie, detta della Santella Il Guicciardini scrive che le soldatesche del Borgia si resero protagoniste di “scelleratezze degne di eterna infamia” e di empietà contro donne consacrate a Dio, preda della libidine dei vincitori. Quaranta nobili dame onestissime di Capua si nascosero nella torre di S. Antonio. Il figlio del Vicario di Cristo le arrestò e le mandò, prigioniere, a Roma, e poi le vendette, al minimo prezzo, agli amici e ai soldati. Una di quelle dame riuscì a fuggire, inseguita da Cesare Borgia. Ella salì in cima ad una torre e si precipitò nel fiume Volturno. Alcune di esse, per non perdere l’onore, si gettarono nei pozzi.

A Capua vi erano, già nel VI secolo a. C., fabbriche di vasi, pregevoli per l’ottima qualità di argilla utilizzata. Un gruppo di vasai comprendeva il Pittore di Cassandra e i suoi pricipali seguaci, i Pittori di Parrish e del Laghetto con i loro numerosi colleghi. Erano fiorenti anche le botteghe per la lavorazione delle anfore bronzee. Ce lo attesta Marco Porcio Catone in “De re rustica” ,135, 2”.

Catone raccomandava anche i suoi strumenti agricoli, come i falcetti e gli aratri, perché insuperabili. Importanti il suo olio di oliva e i suoi profumi (la rinomata essenza distillata dai rossi roseti che fiorivano dentro e intorno alla città, come in un giardino di Eliso, luogo di delizia, di eterna primavera, imbalsamato dal soffio di venti profumati, dove il sole splendeva perennemente senza una nube e i campi erano pieni di fiori e di alberi di incenso, carichi di pesanti frutti d’oro?). Ora vi sono industrie casearie e zuccherifici. A Capua vi è la lavorazione della canapa, grazie alle “pettinatrici”, che cardano la canapa.

La città, che per lungo tempo ha goduto del rango di capitale di “Terra di Lavoro”, è famosa anche per la “carta di Capua” del 960, che non è altro, in fondo, che un frammento di contesa giuridica fra Benedettini e proprietari privati. Succedeva, a quell’epoca, che molti monasteri estendessero talmente la propria influenza da divenire padroni di immensi territori. Ricchi proprietari lasciavano in eredità le loro terre al convento, oppure i contadini passavano, di loro iniziativa, alle dipendenze del monastero, a cui davano la decima parte dei prodotti dei fondi o degli animali o dell’industria umana periodicamente dovuta in prestazione. Sorgevano così delle controversie per il possesso della terra.

Nell’archivio dell’Abbazia di Montecassino si conserva una pergamena di mm. 810 x 290, in scrittura beneventana, un tipo particolare di scrittura (un misto di caratteri latini e gotici), fiorita nel Medioevo, soprattutto nel ducato di Benevento.

La pergamena risale al 17 o al 31 marzo del 960 d. C. e vi è registrata la contesa in corso fra un tal Rodelgrimo di Aquino e l’abate di Montecassino, Aligerno, per il possesso di alcune terre: “sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”. Matteo Bartoli aveva pensato ad un vero e proprio precoce “italianismo” letterario, destinato adessere capito da tutti e a durare, anche se non è riuscito ad imporsi nel parlare corrente.

I due contendenti erano convenuti dinanzi al giudice di Capua, Arechisi.

Il Rodelgrimo sosteneva il proprio diritto alle terre contese, sostenendo di averle ricevute in eredità dai genitori. Egli presentò anche una mappa catastale.

L’abate di Montecassino, al contrario, rivendicava la proprietà di quelle terre, ricordando che esse erano in possesso del monastero da più di trent’anni. Egli presentò pure tre testimoni: Gariperto, chierico e monaco, il diacono e monaco Teodomundo, un altro Gariperto, chierico e notaio, i quali, osservata la mappa, dichiararono: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti, cioè “So che quelle terre, comprese nei confini qui (si allude alla mappa presentata in giudizio) segnati, per trent’anni le ha possedute l’Ordine di San Benedetto”, come risulta dalla pergamena conservata nell’Abbazia.

Allora il giudice assegnò le terre al monastero. Però quello che ci interessa è la formula proposta ai testimoni e trascritta nella pergamena. Si tratta, infatti, della prima testimonianza, sicuramente datata, dell’esistenza in Italia di una nuova lingua, che non è più il latino, anche se dal latino è nata e del latino conserva chiare impronte.

Il testo del documento è tutto scritto in latino, ma la famosa formula testimoniale è in lingua “volgare”: ciò significa che nel 960 già gran parte della popolazione non intendeva più il latino ed usava una lingua nuova, costringendo anche le autorità ad usarla nei documenti ufficiali.

Perciò la “carta di Capua” è considerata il primo documento sicuro della lingua italiana.

Possiamo parlare certamente di una presenza di San Francesco a Capua, testimoniata da S. Bonaventura in “Trattato dei miracoli”: un ragazzo, giocando imprudentemente sulla riva del Volturno, precipitò nel fiume e fu travolto dalle onde. Alle grida dei ragazzi che giocavano con lui, accorsero molte persone, che presero ad invocare San Francesco, di cui era devotissimi i genitori del ragazzo. Alle invocazioni si unirono anche alcuni ebrei del posto, che pregarono: “San Francesco, restituisci il ragazzo a suo padre”. Il ragazzo, ripescato dal fiume, morto, si alzò in piedi, perfettamente sano, e fu accompagnato alla chiesa di S. Francesco, a ringraziare il suo protettore. E’ interessante notare questo tratto di ecumenismo, già nel Duecento. Di fronte a S. Francesco, anche gli Ebrei si commuovono e credono alla possibilità di ricevere miracoli anche da un santo cristiano!

Capua dette i natali al condottiero Ettore Fieramosca, che nel 1503 legò il suo nome alla famosa disfida di Barletta, nella quale comandò i campioni italiani contro i francesi scontrandosi in campo chiuso. La vittoria arrise ai 13 cavalieri italiani, tacciati da La Motta di codardìa. Il Fieramosca, guerriero sentimentale, bello e valoroso, come campione dell’onore militare italiano, in compenso della vittoria, ricevette titoli ed onori.

Il fatto fu celebrato da storici e da poeti (Guicciardini, Giovio, Vida, Damiani, Faraglia, Ademollo, Grumello, Sabellico, Galateo, Bossi), ma, a renderlo popolare, contribuì soprattutto il celebre romanzo di Massimo d’Azeglio, “Ettore Fieramosca” o “La disfida di Barletta” (1833), in cui il capuano è l’incarnazione dell’ardente patriota, del cavaliere perfetto ed eroico, tutto intriso di romantica passionalità.

Sul luogo della disfida fu innalzato, fin dal 1583, un monumento commemorativo, abbattuto dai francesi nel 1805 e ricostruito nel 1846.

Poco lontano da Piazza dei Giudici, vi è la casa natale del Fieramosca, trecentesca, con portale gotico e alcune monofore, dove risiedette il protonotario imperiale e logoteta del Regno di Sicilia Pier delle Vigne, uomo politico, giurista e rimatore di Capua (vi nacque intorno al 1190), il braccio destro di Federico II, il più ascoltato consigliere e collaboratore dell’imperatore nella cancelleria imperiale, che ne fece partecipe di tutti i suoi segreti, uno dei più eminenti epistolografi medioevali, probabile redattore, assieme a Taddeo da Sessa e a Ruffredo Epifanio da Bologna, dello Statuto dell’Università che Federico fondò a Napoli, nel 1224.

Dante Alighieri lo pone tra i suicidi nel canto XIII della “Divina Commedia”. Sospettato di essere un guelfo, condannato ad essere accecato, per il tentato avvelenamento di Federico II, Pier delle Vigne, come sostenuto dallo storico contemporaneo Matteo di Parigi, disperato, urtò con la testa contro una colonna tanto violentemente che si spaccò il cranio morendo pochi istanti dopo. Il fatto che Pier delle Vigne si uccida, senza aver nulla da rimproverarsi, colora di patetico la sua tragedia. L’ingiustizia che il maestro dell’ “ars dictandi” fa a se stesso, però, è violazione di un diritto inalienabile, il diritto alla vita. Per un cristiano, l’uomo non può togliersi la vita, essendo questa un dono di Dio.

Nacquero nella città campana anche Bartolomeo di Capua, giurista, protonotario, diplomatico e consigliere del re Carlo II d’Angiò, grande protagonista della vita napoletana ed elaboratore, assieme all’arcivescovo Filippo Minutolo, di una nuova costituzione per il reame; il compositore, direttore d’orchestra e pianista Giuseppe Martucci (1856-1909), grande ammiratore del musicista amburghese Johannes Brahms; il pittore Nicola Biondi, esponente di riguardo della “Scuola di Posillipo”; lo scultore Raffaele Uccella; il musicista Rinaldo da Capua (XVIII secolo), autore de “La zingara”, il cui particolare atteggiamento verso lo strumentale lo pone a fianco dei precursori dello stile sinfonico; il diplomatico e scrittore Francesco De Renzis di Montanaro, aiutante di campo di Vittorio Emanuele II, deputato per cinque legislature, dal 1874 al 1889, poi senatore, definito “il D’Azeglio del Mezzogiorno”; il medico militare Ferdinando Palasciano, professore di clinica chirurgica a Napoli, poi senatore; l’altro medico Leonardo Di Capua, che attaccò, nel 1681, la scienza medica tradizionale movendo critiche a Galeno e ai galenisti, soprattutto sulla teoria del salasso, di cui allora si abusava oltre ogni limite; il pittore Francesco Sagliano; l’insigne letterato Alessio Simmaco Mazzocchi, nato a Santa Maria Capua Vetere, illustratore della storia di Capua dettando il commentario “Dell’anfiteatro campano”, nel quale, tra l’altro, dimostra che questa città era la prima delle diciotto colonie romane esistenti in Italia. Questa opera lo fecero conoscere in Italia e in gran parte d’Europa.

Una visita obbligata merita l’interessantissimo Museo Provinciale Campano, il “sancta sanctorum” della gente campana, le cui opere, conservate in 32 sale di esposizione, hanno un valore inestimabile, dal fascino evocativo, ospitato nel Palazzo Antignano, magnifica opera architettonica quattrocentesca, dal pregevole portale catalano, in piperno, forse ascrivibile al majorchino Guillermo Sagrera. Nella ricca sezione archeologica sono conservati: busti colossali; terracotte architettoniche filiformi; antefisse, una delle quali policroma, a testa di Gorgone, di notevole forza espressiva; statuette votive; vasi etruschi, apuli, lucani, campani, protocorinzi, corinzi e attici (questi ultimi attribuiti a Polignoto, uno dei massimi artisti greci antichi, del secolo V a. C.); due anfore campane, arcaiche, su una delle quali sono raffigurati l’eroe greco Aiace Oileo, Atena e Cassandra, la profetessa troiana, figlia di Priamo; un’idria, di grande valenza artistica, opera del famoso figuleio Assteas, autore de “Il ratto di Orizia”, ratto narrato anche da Ovidio nelle “Metamorfosi”; mosaici; avanzi di sculture funerarie verticali osche; circa 200 statue tufacee, rozze e suggestive sculture, raffiguranti donne-madri offerenti, che recano nelle braccia numerosi figlioletti fasciati, provenienti da una stipe di un santuario consacrato alla “Mater Matuta”, detta anche “Madre di Capua”, antica divinità italica dell’aurora e della nascita, onorata a Capua, assieme a Minerva, a Giove, a Diana e al dio Volturno, raffigurato nella “Grandiosa chiave d’arco dell’Anfiteatro Campano”. La dea del parto e dea della crescita delle piante e dei bambini era molto venerata nei templi di Cere, del Foro Boario a Roma, di Benevento, di Cales, di Preneste, e menzionata da autori antichi, come, ad esempio, da Livio, storico romano del tempo di Augusto. Gli austeri volti delle madri, deturpati ed afflitti, conservano un recondito incanto. Una di esse, probabili ex voto, raffigura una donna ormai avanzata negli anni, pesante, grave, ammantata ed irrigidita, seduta in una sedia a scranno, nell’atto di allattare la propria creatura. Il corpo della donna è massiccio e quadrato, quasi mostruoso, rivestito di rozzi panni fluenti, che, però, mettono in risalto il seno rigoglioso, gonfio di latte, e la forma dura dei ginocchi pieni.

A volte la madre, dalla vita stretta da una larga cintura, regge, su solide braccia divaricate, un solo bambino e lo allatta, a seno scoperto. Più spesso gli infanti sono due o di più. Soltanto due volte le creature sono dodici, indice della loro feconda maternità. Terribili genitrici dal seno devastato e dallo sguardo assorto, che ci inviano un messaggio oscuro ed inquietante e che ci parlano del mistero della vita; creature arcane, con quelle larve di pargoletti fasciati dai piedi al collo, i cui simulacri fanno pensare a forme di pane casareccio, disposte a raggiera. Nella prima delle madri più prolifiche sei sono vivi e sei, a faccia in giù, sono morti. Quello dell’artista è un toccante omaggio alla maternità più autentica. Nella seconda, quattro e quattro bambini retti sulle braccia, altri quattro, a due a due, adagiati sulle ginocchia con i piedi in contrapposizione.

Sono donne di altra epoca, solenni come regine, fiere della loro figliolanza, consacrate alla loro sublime missione, pronte, se occorre, a cacciare gli artigli per difendere i loro neonati, che paiono api giovani dalle ali ancora chiuse. Esse sembrano ricavate a colpi d’ascia, senza artifici, senza indulgenze, emblematiche come sibille, ma rivelanti una grande capacità plastica trasudante energia, oltre che amore della vita. Nel museo, aperto al pubblico nel 1874, la figura muliebre la fa da padrona: ora calda nell’attimo supremo della fecondità, ora sorpresa nelle ambiguità virginali di Orizia, mitica figlia di Eretteo, re di Atene, rapita da Borea, il dio del vento del nord, o di Proserpina, dea delle messi, venerata dagli italici e dai romani, rapita da Plutone, re dei morti, mentre la bellissima fanciulla coglieva fiori presso la fonte Aretusa. Un’altra figura femminile, seduta su un trono, raffigura la dea del santuario che reca, nel palmo della mano sinistra,una melograna, mentre nella mano destra ha una colomba.

Gli infanti sono sbozzati con piglio vivace e vivo realismo nel grembo delle severe e serene figure terrigne delle donne toccate dalla maternità.

In queste sculture, di dimensioni notevoli, rozze ma di una straordinaria suggestione, cogliamo la contaminazione fra la cultura italica e quella greca. Capua era l’ombelico d’Italia: qui confluivano i valori elaborati dagli operosi italici, legati al culto della terra e della fecondità: della natura e dell’uomo, della materia e dello spirito.

Le sculture provengono, tutte, da una “favissa” scoperta casualmente nel 1845, nel fondo Patturelli, in località “ Petrara”, all’esterno delle mura capuane e presso una porta urbica. Ogni statua è ricavata da un unico blocco di tufo grigio, tutto bucherellato, poroso, dono del terribile Vesuvio e della terra madre. La stipe dell’area sacra, del III secolo a. C., già in età romana fu depredata dai coloni di Giulio Cesare. Se ne lamentava lo storico Svetonio.

Nella sezione medioevale del Museo, istituito con decreto reale il 21 agosto del 1869 e aperto al pubblico nel 1874, vi sono sarcofagi figurativi, tra cui quello con il “ratto di Proserpina” da parte del Signore degli Inferi, Plutone, marmi bizantini e romanici, statue e sculture monumentali che ornavano la Porta delle due Torri presso il ponte del Volturno, dall’impianto arcaico, commissionata da Federico II di Svevia nel 1233 e forse ultimata nel 1240. Egli, l’ultima incarnazione di un Santo Impero germanico, che si estende dalla Germania al sud dell’Italia, amantissimo delle lettere e delle arti, nel Museo Campano ha una statua in trono, che presenta la “maestà” dell’imperatore, con il globo nella mano destra. A Capua, a detta del cinquecentesco Fabio Vecchioni, Federico II, uno dei laici più colti del tempo, saldamente ancorato alla dottrina e alla tradizione medioevale, possedeva una “habitazione…che veniva detta reggia…ornata di statue ed altri freggi”. In esso ci ha attratto il busto marmoreo di Pier delle Vigne, dal linguaggio plastico romanico-provenzale, a lato della statua dell’imperatore, che possiede una forza selvaggia della materia, aggredita con impeto, da veri giganti dello scalpello celebrativo, e un frammento di leone, che rammenta le criniere degli innumerevoli leoni classici.

A Capua i maestri fridericiani ebbero, senza dubbio, il proposito di rifarsi all’antico, come si evince dalla testa e dal maestoso volto di Silvano, antica divinità latina, nume delle foreste e della campagna.

Capua offre al visitatore anche la splendida e mistica abbazia benedettina di Sant’Angelo in Formis, sita nell’omonima frazione, posta su una collina, innalzandosi sul podio del tempio di Diana, di cui, ancora oggi, si conserva gran parte del pavimento musivo originale. La basilica, in cui sostavano i pellegrini in viaggio verso la Terra Santa, conserva pregevoli affreschi dell’XI secolo, assegnabili alla scuola campana.

 

    Testimonianze

 

Alle undici della mattina lasciammo Caserta e ci dirigemmo sull’antica Capua.

Ahimè! Capua è, ai giorni nostri (anno 1835, n. d. a.), uno di quei nomi bugiardi come ce ne hanno lasciati tanti i bugiardi storici di Roma; pure, bisogna dirlo, dalle rovine che ancora esistono è facile vedere di quale importanza fosse la famosa città che, secondo Tito Livio, fu la tomba della gloria di Annibale. Capua, questa città della Campania la cui civiltà etrusca aveva precorso di cinquant’anni la civiltà di Roma, e che Roma, la grande invidiosa di tutte le glorie, trattò come Cartagine, aveva un magnifico anfiteatro di cui possono ancora ammirarsi le rovine; giacché fu Capua, la città civilizzata per eccellenza, che inventò i combattimenti di gladiatori. Donde veniva quella ferinità istintiva nei feroci abitanti della Campania? Dall’eccesso medesimo della voluttà. Quando si è sazi dei piaceri dolci e umani, bisogna pur inventare altri piaceri crudeli e sanguinari. Cicerone, che, nella sua qualità di avvocato, non era mai imbarazzato di rispondere con un paradosso o una antitesi a una domanda qualunque, dice che era la fertilità del suolo a fare la ferocia degli abitanti. In ogni caso, i Romani si incaricarono di far dimenticare, con crudeltà più grandi, tutte le crudeltà che i Campani avevano potuto commettere. Capua, presa da loro, fu data al saccheggio, un poco demolita e molto bruciata: i suoi abitanti, ridotti a schiavitù, furono venduti all’asta sulle pubbliche piazze; e infine, i suoi senatori furono battuti con le verghe e decapitati. Egli è vero – a quanto dice il buon Cicerone – che era un’azione comandata dalla prudenza e non dall’amore per il sangue: “Non crudelitate sed consilio”. Aggiungiamo che uno dei rimproveri di mollezza fatti dai Romani ai Capuani fu l’aver questi inventato il velario, grande tela sospesa nei circhi e nei teatri per garantire gli spettatori dal sole: vero è che i Romani, accorgendosi presto a loro volta che era meglio stare all’ombra che al sole, adottarono il suddetto velario, così fortemente rimproverato ai poveri Campani. Si veda Svetonio, articolo “Nerone”.

C’è un ricordo che Capua, naturalmente, ridesta ancora: quello di Annibale. C’è, nel mondo antico, una infelice frase di Floro, che asserisce, a proposito dell’eroe di Canne, della Trebbia e del Trasimeno: “Cum victoria posset uti, frui maluit”, cioè: “Quando poteva sfruttare la vittoria, preferì goderne”. E’ un concettino antico molto grazioso, non diciamo di no; ma siamo ben sicuri che l’autore, scrivendolo, non comprendesse tutta la portata che doveva avere. Infatti quell’infelice concettino fu per Annibale ciò che le due canzoni del signor de la Palisse e del signor Marlborough furono per i due grandi capitani di questo nome. Annibale, accusato di essersi addormito nelle delizie, è stato disonorato per sempre.

Ma ciò che vi è di notevole, soprattutto, sono gli attacchi dei nostri professori di liceo contro il figlio di Amilcare nel momento della sventurata Capua: come trattano Annibale da fannullone; come disprezzano quel povero eroe; come al suo posto avrebbero marciato su Roma; come avrebbero preso Roma, come avrebbero fatto sparire Roma dalla superficie della terra! Persino il mio povero precettore, un buono ed eccellente prete, che, a parte qualche colpo di bacchetta, non avrebbe voluto far male a un bambino, aveva stabilito il suo piano di campagna per marciare su Roma. Quando eravamo a quell’infelice passo di Floro, cavava il suo piano dalla libreria, lo squadernava sulla tavola di studio, faceva un compasso con due dita e mostrava come fosse facil cosa impadronirsi della città eterna. Ah, se fosse stato lui al posto di Annibale!

Vero è che un altro prete, e questo si chiama abate di Montesquieu, pretende che Annibale abbia fatto solo una sosta di alcuni giorni per far riposare il suo esercito, stanco per una marcia di ottocento leghe e per tre vittorie successive, il che equivale quasi a una disfatta. E’ anche vero che ottocento altri spiriti intelligenti sono stati a cercare nella stessa Cartagine il segreto del temporeggiare di Annibale, e hanno visto che là, come dovunque, piccoli retori facevano guerra al grande generale: toghe che morigeravano la corazza, penne che calunniavano la spada. Annibale chiedeva soccorsi a gran voce. Roma era perduta, diceva, l’Italia era sua se gli mandassero rinforzi. Ma gli si rispondeva, o meglio i retori rispondevano ai suoi messaggi, giacché a lui non avrebbero, con ogni probabilità, osato rispondere; i retori, dunque, rispondevano: “O Annibale è vincitore, o Annibale è vinto. Se è vincitore, è inutile mandargli soccorsi; se è vinto, bisogna richiamarlo”.

E’ press’a poco ciò che si rispondeva a Bonaparte quando, anche lui, s’addormentava negli ozi del Cairo, ove doveva lottare contro un’insurrezione ogni otto giorni, e contro la pesta due volte all’anno. Ma Bonaparte aveva a che fare col Direttorio francese e non col Senato cartaginese. Bonaparte rispose traversando, lui terzo, il Mediterraneo,e venendo a fare il 18 brumaio.

Bisogna dire che c’è ancora, fra le due opinioni in cui è diviso questo grande problema storico – cioè se Annibale sia rimasto dei mesi a Capua o se vi abbia sostato alcuni giorni -, una terza opinione, la quale pretende che Annibale non vi abbia mai posto piede.

Ciò mi ricorda che i romani – gl’increduli, s’intende – dicono esservi due uomini che non sono mai venuti a Roma. Questi due uomini, secondo loro, sono san Pietro apostolo e il presidente Dupaty..

Poiché avremmo pranzato molto male e, con ogni probabilità, non avremmo punto dormito nella città delle delizie, partimmo per la Capua moderna, dopo aver visitato l’anfiteatro e i pochi ruderi che lo circondano.

La moderna Capua è una città assai bella, secondo Vauban, Montecuccoli e Folard: cinta di muraglie, bastioni e pustele (sic), con feritoie e cammini di ronda che guardano su un bel paesaggio, con un orizzonte di montagne da un lato e il mare dall’altro. Del resto, poco da vedersi, tranne la cattedrale, sostenuta quasi interamente da colonne tolte dall’antico anfiteatro.

Uscendo da Capua, incontrammo un primo fiume, che credo fosse il Volturno.

 

(Alexandre Dumas padre, “Impressioni di viaggio”, vol. II, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1963, pp. 594-596).

——

 

Di dove mai canta questo gallo perché il suo chicchirichì abbia un timbro così da comizio, un’eco così trionfale? Questo non è per certo un gallo da cortile, d’annunciare cose grosse. Adesso ricordo e ricostruisco: canta dallo scalone dell’albergo, il quale albergo è allogato nell’antico palazzo dei Fieramosca,anzi,come qui dicono – e il nome suona più tremendo, – Ferramosca. Gran casone con gran portone, gran scalone con gran finestrone. Meridionalone. Entrando con la vettura qui dentro mi parve non tanto di scendere a un albergo, quanto di venire a trovare un nobile parente decaduto. M’hanno assegnato questa camera con un soffitto altissimo e finestra in proporzione. Al telaio della finestra manca qualche vetro e in margine alle indicazioni delle Guide si può aggiungere: aria corrente in camera. Anche per questo il canto del gallo entrava in camera così crudo.

Un rombo d’aeroplano, un tromba di caserma che chiama il caporale di giornata, e qualche campano di capra che passa per la via, finiscono di svegliarmi, mi stimolano a rimettere insieme i pezzi della giornata di ieri.

In prima fila mi si riordinano immagini di carattere militare. I cappottoni verdi dell’artiglieria, i berrettini azzurri dell’aviazione. In una strada deserta dietro il Duomo rivedo i soldati in chiacchiere con una bella bruna, un vero pezzo da Museo Campano, armata di scopa, in piedi sullo stretto uscio d’una casa. In guardia, Annibale! Rivedo poi la fascia azzurra, – ma come stinta!, – dell’ufficiale di picchetto alla caserma d’artiglieria. Quella fascia mi dice molte cose: fra l’altro mi dice che i signori ufficiali in questa residenza ci si debban trovare di poco buona voglia. Rivedo contro il cielo del tramonto, sugli spalti del Castello, le sentinelle al Pirotecnico.

La scena si popola. Rivedo i carrettini dei gelatai, una piccola meraviglia del genere in forma di biga, coi vetri lustri, gli ottoni luccicanti, i fiori di carta colorata e, dietro, il gelataio vestito di bianco, un gelataio da paradiso del Beato Angelico. Rivedo la facciata delle case dipinte così volentieri color di rosa, forse per amore dell’azzurro del cielo. Rivedo i mastodontici portoni con lo stemma dipinto sulla volta del sonoro androne che conduce la vista ai quieti cortili frastagliati dall’ombra d’una pergola. Rivedo gli antichi testoni di marmo incastrati sotto le finestre del Comune e i fossati profondi delle fortificazioni pieni di fiori gialli, e, infine, rivedo le vecchie conoscenze delle torri e delle cupole che ieri, dopo tanti anni, mi hanno fatto forza finalmente a scendere dal treno.

Tutte le volte che passavo per andare a Napoli e vedevo uscire a un certo momento questa città para para dal verde della pianura con la sua aria riposata e i suoi colori cordiali, non so chi mi teneva dallo scendere. Mi pareva una città fatta apposta per me, senza un palmo di salita o di scesa, senza una sola giunta che la guastasse crescendo fuori delle mura bastionate, a quella giusta distanza poi dalla strada ferrata da sentirsene già amici dal finestrino dei treni, con un fiume che le fugge accanto rinfrescandole la memoria di fatti bellissimi e schiarendole più largamente la vista dalla parte dove muore il sole. Pareva ogni volta che mi dicesse: “Non capisci che se c’è una città al mondo fatta proprio per farci i famosi quattro passi, sono io quella? Scendi dunque e passégggiami”. Ma ogni volta avevo premura e Napoli mi faceva cenno da lontano col pennacchio del Vesuvio. Questa volta un furioso temporale, scoppiato giusto quand’ero in vista di Capua, mi ha tolto di vedere i cenni del Vesuvio, e così finalmente son fatto capuano.

I punti di vista più belli sulla città sono due: uno da mezzogiorno, dal belvedere della Villa Comunale addossata ai bastioni, e l’altro da ponente, dalle ultime case lungo il Volturno.

Il primo dà, a più breve portata, la stessa vista che dal treno, limitata ai due elementi di maggior colore che la città lascia negli occhi di chi va via: la torre campanaria e la cupola della chiesa dell’Annunziata, tozza e rossa la torre, svelta e cilestrina la cupola sull’alto tamburo color di rosa e in questa stagione piena di ciuffi di verdura che fanno un bellissimo vedere. In tutte le ore del giorno la Villa Comunale è luogo di dolcissima quiete, allietata com’è dal canto degli uccelli che riparano a migliaia nel verde cupo dei lecci, e aperta com’è sulla vista del Monte Tifate e della pianura che vide l’ultima grande battaglia di Garibaldi. Ogni po’ di vento reca il profumo dei campi e i rumori andanti delle strade, campani di gregge, sonagli di vetture e schiocchi di frusta. Da qui in giù si comincia veramente ad avere un’idea di quello che è uno schiocco di frusta: schiocchi pieni d’allegria e di salute. In cima alla Villa una minuscola casetta bianca, probabilmente del custode, è circondata da un colonnato sotto il quale prendono il sole i vecchietti del vicino “Mendicicomio”, parola per me nuova che ho appresa dall’insegna dell’0spizio. Ma quello che mi ha più interessato della Villa sono le erme bifronti che s’incontrano numerose per i viali. Raffigurano dame in veste più o meno scollata. Inquietanti perché fanno veramente pensare a come spesso si succedano istantaneamente nella donna la faccia disperata e la mattacchiona, la tutta dolcezza e la tutta cattiveria.

L’altro punto di vista è buono per l’ora del tramonto quando s’incendiano i vetri delle case del fiume. Per venti minuti si dànno dei passaggi di luce incantevoli. C’è un momento in cui le case rosse impallidiscono e quelle bianche pare che prendan colore. Una dopo l’altra le luci dei vetri si spengono, ma ce n’è di quelle che durano fino all’incredibile, anche allorquando il sole è andato sotto; si ostinano al punto che uno giurerebbe che in quella casa debbano avere già acceso per proprio conto uno strapotentissimo lume: e finché quella luce brilla, tutta la riviera ancora palpita leggermente, e quando quella si spegne tutto diventa di colpo livido e muto. E’ l’ora quella di rientrare in città, mescolarsi al passeggio e mettersi in fila coi giovanotti del luogo per assistere all’uscita delle ragazze dalla benedizione. Il tipo femminile capuano è bellissimo, d’una straordinaria regolarità di tratti, di negra chioma, di sguardo profondo: di quella bellezza oltre la quale si casca nella oleografia. Capisco, adesso, i soldati d’Annibale.

Al Museo Campano c’è un numero d’attrazione singolarissimo: gli “ex-voto” alla Dea Matuta, trovati negli scavi d’un tempio delle vicinanze. Matuta era le dea della maternità. Si tratta di centinaia di statue di tufo di varia grandezza e fattura, ordinate per adesso in quattro sale a terreno del Museo. Espressionisti, africanisti, mostruisti, vengano a vedere se si può essere, volendo far brutto ed espressivo, più moderni di così. Se a rue de la Boetie si potesse organizzare una esposizioncina del genere, con pezzi scelti a dovere, domani dilagherebbe la scuola dei matutisti. Far presto e male è stato sempre il gran programma.

Per lo più l’ “ex-voto” rappresenta la madre seduta che tiene in grembo i suoi bambini, uno, due, tre, fino a dodici. Probabilmente, nello sciogliere il voto fatto per l’utima gravidanza,la puerpera segnalava all’artista il numero dei figli avuti complessivamente, vitali e morti. Pare almeno di dovere spiegare così il fatto che alcuni di questi bambini, a differenza degli altri, sono raffigurati a bocca sotto. Ce n’è dunque di quelle che ne hanno in braccio dodici, sei per braccio, e disposti a raggera, con le testine in fila, tutti della medesima grandezza, fasciati stretti come mummie con solo fuori i piedini. Quando il bambino è uno solo, per solito la mamma se lo tiene allungato sulle ginocchia, la mano sinistra sotto il capo ancora tenero e la destra sulle gambe. Qualcuna ha il bambino attaccato alla mammella. Qualcuna accenna un gesto come se mostrasse o accarezzasse il viso dell’infante. Una, invece che adagiati, si tiene i suoi due pupi in piedi sulle ginocchia e tra i due affaccia un viso doloroso. (Intendiamoci: quello del dolore è un sentimento che quasi certamente le imprestiamo noi). Alcune hanno le trecce sciolte sulle spalle, come donne che non sono più in condizione di badare a far toletta, altre hanno un manto posato sul capo e teso come vela di qua e di là a riparo dei pargoli.

Eccezion fatta, e rarissima, per qualche prodotto di arte più raffinata, i fabbricanti di queste statue han tirato a sbrigarsi della commissione nel modo più sommario. La stessa facilità di lavorazione del tufo aiutava per la scesa. Molti effetti li hanno ottenuti per caso. Il tempo poi ci ha messo del suo sgrugnando le figure e facendo delle erosioni che in certi volti sembrano orrende malattie. Alcune madri, così scontraffatte, sembrano belve pronte a slanciarsi contro chi vada per toccare il marmocchio; e quasi abbaiare contro il visitatore. Le proporzioni ci stanno e non ci stanno. A una madre d’un solo bambino l’artista mette qualche volta in braccio un fantolone neonatone con un testone più grosso di quello della mamma, un vero pupo di leva. Quando poi i figli passan la decina e la statua è piccola, più che bambini sembrano mazzi d’asparagi. Tutte stanno assise in rigidi seggioloni, con la differenza che alcune ci stanno solenni come regine in trono, altre abbandonate come balie sulla panchina del giardino pubblico. Altre ci stanno incastrate così a fatica che non è possibile immaginare come farebbero a levarsi in piedi. D’altre la fattura è talmente sbrigativa che non si vede propriamente dove stian sedute e si direbbero sedute in se medesime. Alcune sembrano strapiombate sotto il peso della figliolanza, affogate nella propria genitura: e sono quelle che forse più s’avvicinano a qualche cosa di veramente intravisto, di veramente sentito. Ci sono poi degli artisti che hanno fatto appena un passo fuori delle figure solide della geometria, e questi forse potran sembrare oggi (1930) più degli altri all’altezza dei tempi.

Alfredo Saccoccio

 

(Antonio Baldini, “Italia di Bonincontro”, Sansoni, Firenze,1942, pp. 115-121).

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