Oh, finalmente! il razzismo viscido, becero, strisciante, di cui è impregnata ogni cellula del corpo dei “fratelli” del Nord e qualche colonizzato ascaro del Sud, è straripato. Così, il “francescano” Cazzullo che predica la pace in quel di Assisi e dalle pagine del suo libro dedicato a San Francesco, non riuscendo a trattenere i suoi bassi istinti non ha potuto esimersi dall’esternare il suo razzismo, dalle pagine del Corriere della Sera, cercando di camuffarlo con un pseudo giudizio “tecnico” sulla canzone di Sal Da Vinci che a lui non piace (giudizio legittimo: i gusti son gusti!). Ma ovviamente la questione sul gusto è solo un trampolino da cui egli si è lanciato in quel che gli riesce meglio: vomitare giudizi che nulla hanno dal punto di vista tecnico quanto piuttosto del pre-giudizio , come è solito fare Cazzullo quando si tratta di tutto ciò che riguarda Napoli, soprattutto la sua storia, propinando la solita favoletta dei mille che vennero a liberare quel brutto sporco e cattivo del Sud. Dunque, la vittoria schiacciante di un napoletano era un affronto indigeribile che andava ridimensionato in qualunque modo: sporcare l’immagine della vittoria associandola a qualcosa di illegale. Così, se altri hanno mascherato il razzismo che albergava in loro lanciandosi in finte analisi sociologiche, che mai avevano sollevato su testi uguali e peggiori, di un ipotetico incitamento al femminicidio e a patriarcati vari (non ricordo che abbiano mai denunciato i testi di Eminem, il quale fa esplicito riferimento su come eliminare e riporre nel bagagliaio la malcapitata di turno o addirittura di un orgasmo con la propria madre), Cazzullo ha mostrato nella sua interezza, il vero volto di questa Italia: il “gioco” tra colonizzatori e colonizzati. E come ci rammenta Frantz Fanon: nelle colonizzazioni i colonizzati “sono sempre supposti colpevoli”. Ma mai vincitori
La maschera è caduta. La separazione dalla zavorra nord sarà un vero ed enorme piacere.
p. s. Giacché Cazzullo conclude l’articolo dicendo che in questo paese chiunque ritiene di saper fare qualsiasi cosa, posso dire che concordo: anche lui ritiene di essere un giornalista e non un pennivendolo.
Nel 1789, anno della presa della Bastiglia, il Grande Oriente di Francia contava 700 logge, di cui 78 nell’Armata, cui si affiancavano 300 logge dipendenti da obbedienze massoniche minori. Il patibolo per la Francia era pronto: mancava solo la ghigliottina.
L’Associazione Identitaria Alta Terra di Lavoro propone una rappresentazione teatrale-musicale popolare inedita, dal titolo “E la pioggia cessò di cadere…” dove vengono narratestorieinedite accadute durante la seconda guerra mondiale accadute in alta Terra di Lavoro pubblicate nell’opera “Voci, Suoni e Canti di Briganti in Terra di Lavoro”. L’avvento dell’illuminismo e del razionalismo hanno portato l’uomo a cercare spiegazioni e interpretazioni della realtà soltanto attraverso il pensiero prettamente materialistico della “dea ragione”, facendolo trovare spesso in un labirinto senza via d’uscita dove l’umanità continua a vagare, decadendo in modo inversamente proporzionale al progresso tecnologico e scientifico.I protagonisti dello spettacolo hanno l’ardire e la presunzione di cercare una via d’uscita attraverso la forza del Mito sulla scia delle “Metamorfosi” di Ovidio che, nella nostra antichissima Terra di Lavoro, nasce prima della Storia. Le voci del Mito reciteranno storie di personaggi poco noti ma realmente esistitiin lingua laborina, lingua della Terra di Lavoro che nasce con i “Placiti Cassinesi” è ancora comunemente utilizzata, pur con piccole variazioni locali, in tutta la ex Provincia di Terra di Lavoro, territorio che iniziava a Sora e terminava a Nola, abbracciando considerevoli porzioni delle odierne Regioni di Lazio, Campania e Molise. Le musiche dello spettacolo sono figlie di un repertorio identitario di brani di musica popolare tradizionale della Terra di Lavoro. Nello spettacolo ci sono 4 attrici, e 2 musicisti, i testi che, come già spiegato, essendo scritti in lingua laborina da allo spettacolo un taglio, non soltanto storico artistico, ma anche antropologico e linguistico.
Non è un ricettario. Non è un romanzo gastronomico. Il Quaderno delle Ricette di Ylenia Petrillo nasce come un’opera che scava molto più a fondo: nel rapporto tra gesto, tradizione e identità. A Napoli il cibo non è mai stato solo nutrimento, ma un linguaggio culturale e simbolico, quasi un rituale collettivo che tiene insieme la comunità.
È certo che coll’oro, coll’insinuazione, l’abilità nel saper profittare del più incalcolabile vantaggio, l’entusiasmo, che destava nei popoli il principio propugnato, ed anche un po colla forza Garibaldi avea ottenuto il suo intento, la rivoluzione progrediva a grandi passi. ― A sbarrarle il cammino, svanite le due brigate non restavano che i tremila uomini circa del Morisani, inutilizzati prima per la testarda disobbedienza di Ruiz ai comandi superiori, poi per ordine del Melendez, ed ora per conseguenza della triste condotta di lui, e del Briganti.
Conoscete il Real Albergo dei Poveri, che si trova a Napoli, a Piazza Carlo III?
Mi piacerebbe parlarvene nel dettaglio alla scoperta delle sue molteplici meraviglie cattolico-borboniche; qui mi limiterò a ricordare che tra i promotori dell’opera vi fu Padre Gregorio Maria Rocco, sacerdote domenicano al quale Napoli, i napoletani e persino i Borbone devono molto in termini di impulso sociale e caritativo.