Alta Terra di Lavoro

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REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA (II)

Posted by on Gen 14, 2019

REGINA MARIA SOFIA DI BORBONE UNA EROINA DIMENTICATA (II)

Maria Sofia, forte del suo temperamento tedesco, malgrado la giovanissima età, capì subito che la politica del Regno era nelle mani di Maria Teresa, che godeva dell’appoggio della Corte e del partito filoaustriaco. La regina madre, infatti, aveva esercitato tutta la sua influenza sul marito, pur essendo Ferdinando autoritario e deciso, e pensò di continuare l’opera di soggezione con il nuovo re, di cui conosceva il carattere timido e remissivo.

Le sue mire furono subito contrastate dal fiero orgoglio della Wittelsbach, che si mise subito in urto con la suocera e rivendicò con fermezza il suo ruolo di regina, avendo capito che Francesco non aveva alcuna competenza in fatto di politica e di affari di Stato.

Fu Maria Sofia, infatti, a convincere il marito, subito dopo l’incoronazione, a concedere l’amnistia ai detenuti politici per gli avvenimenti del ’48 e a ordinare l’abolizione della schedatura di tutti quei cittadini in fama di essere liberali. In pratica, gli affari di Stato passarono nelle mani della regina malgrado l’ostilità della Corte tutta schierata a favore della vedova di Ferdinando.

Maria Sofia rivelò subito un carattere forte e deciso, idee molto chiare ed un coraggio impensabile in una fanciulla appena diciottenne. La prima occasione in cui la regina dimostrò appieno il suo temperamento avvenne circa un mese dopo la sua incoronazione, quando a Napoli scoppiò la rivolta dei mercenari svizzeri.

Ferdinando II, molto consapevole ed esperto di arti militari, aveva infatti creato nel suo esercito quattro reggimenti di mercenari svizzeri coraggiosi, forti e bene addestrati al combattimento, costituivano l’orgoglio del re e rappresentavano la punta di diamante dell’esercito borbonico. Quando la Svizzera decise di abolire il mercenariato, che costituiva un residuo anacronistico degli eserciti dell’età moderna, il governo elvetico ordinò a tutti i mercenari svizzeri di togliere dalle loro uniformi i simboli cantonali, minacciandoli di privarli della cittadinanza.

Questi soldati avevano sempre goduto della protezione e della benevolenza di re Ferdinando, che li considerava fedelissimi ed esperti nell’arte della guerra. Pertanto accusarono il nuovo re di avere ignorato i loro diritti e di non averli saputi difendere adeguatamente dai provvedimenti del governo svizzero.

La rivolta dei mercenari scoppiò la sera del 7 luglio e si estese rapidamente con violenza in tutta Napoli: furono incendiati negozi, infrante a fucilate le finestre delle abitazioni, distrutte alcune carrozze nobiliari; intorno alla mezzanotte i rivoltosi si piazzarono dinanzi alla reggia di Capodimonte, dove soggiornava la famiglia reale.

La paura fu grandissima: la regina madre, presa dal panico, raccolse i figli e si preparò alla fuga; Francesco si chiuse in preghiera nella stanza della madre. Solo Maria Sofia dimostrò il suo coraggio ed il suo forte temperamento: si affacciò dalla terrazza e cominciò ad inveire in tedesco contro i rivoltosi, ordinando subito dopo ad un ufficiale della scorta reale di trattare con i mercenari in rivolta.

La piena fermezza della giovane regina e il suo fiero comportamento ebbero l’effetto di placare gli animi e sedare la rivolta. Purtroppo, però, mentre i rivoltosi stavano per allontanarsi, giunse sul posto un reggimento di mercenari rimasti fedeli alla Corona e fu scontro a fuoco violentissimo, con morti e feriti da ambo le parti.

Qualche giorno dopo questi avvenimenti giunse dalla Curia Pontificia la notizia che il Papa aveva proclamato “venerabile” la regina Maria Cristina. Francesco considerò questo fatto quale un celeste intervento della madre in occasione dei drammatici avvenimenti di quei giorni.

Dopo la vittoria della coalizione franco-piemontese a Magenta, erano scoppiati a Napoli alcuni focolai insurrezionali rapidamente soffocati. Maria Sofia aveva percepito il campanello di allarme e, sebbene fosse ancora estranea alla politica del Regno ed agli affari di Stato, capì che al timone del governo napoletano occorreva un uomo forte, fedele e deciso.

Nel Paese si erano andati delineando, da tempo, due partiti, non sempre chiaramente identificabili sul terreno dell’ideologia: uno era quello austriaco, legato alla burocrazia militare, alla nobiltà, all’alto clero; l’altro raccoglieva quella parte della borghesia più illuminata, vagamente liberale, riformista con presupposti costituzionali.

La regina Maria Sofia si era schierata a capo del secondo movimento, avendo intuito che la salvezza del Regno andava riposta in un processo di svecchiamento e di rinnovamento delle vecchie strutture burocratiche, atto a favorire il ricambio di una classe dirigente non più all’altezza del nuovo tempo che si andava profilando in Italia e in tutta Europa.

Con un’azione sottile di convincimento, Maria Sofia convinse il marito a sottrarsi all’egemonia della regina madre, favorevole al partito austriaco, e lo indusse a nominare a capo del governo il principe Carlo Filangeri di Satriano.

La giovane regina aveva mostrato subito una grande simpatia per il Filangeri e lo considerava un politico accorto, deciso e soprattutto fedelissimo alla causa dei Borbone.
La scelta del principe di Satriano quale primo ministro fu fortemente osteggiata dalla regina madre Maria Teresa, ma il re, confortato dall’appoggio della moglie, fu deciso nel suo orientamento politico anche perché sapeva che Filangeri era a favore di una Costituzione ed aveva in mente l’idea di favorire una distensione dei rapporti con Francia e Inghilterra, tradizionalmente ostili alle Due Sicilie.

Maria Sofia, inoltre, diffidava fortemente dei Savoia e con uno straordinario intuito aveva messo in guardia il marito affinché non si fidasse dei cugini sabaudi. Intuito che in seguito si rivelerà confermato dai drammatici avvenimenti che porteranno al crollo del Regno. Purtroppo, il mite Francesco era convinto che la sorte del Regno fosse nelle mani di Dio e della sua “Santa madre”.

Questo convincimento gli fece perdere l’unica grande occasione di salvezza del suo trono: infatti Cavour, che aveva abilmente tessuto l’alleanza antiaustriaca con Napoleone III, dopo avere soddisfatto le sue mire espansionistiche nella pianura padana ed in Toscana, mirava ad un progetto politico di ampio respiro: la formazione in Italia di tre grandi Stati: il Piemonte sabaudo al nord, lo Stato Pontificio al centro, le Due Sicilie al sud. Nel progetto erano previste garanzie costituzionali, riforme liberali e amnistia per gli esuli politici.

Il piano dello statista piemontese prevedeva, però, una parziale soppressione del territorio della Chiesa, con il territorio di Perugia ed Ancona che sarebbe stato annesso al Regno di Napoli. Le trattative furono condotte dal conte di Salmour, un francese abilissimo nelle trattative diplomatiche.

Il principe Filangeri aderì al progetto pur con qualche perplessità. Maria Sofia ci pensò a lungo e ne discusse favorevolmente con il primo ministro, ma fu Francesco a respingere con sdegno il progetto: non avrebbe mai accettato di sottrarre del territorio alla Santa Chiesa. I suoi scrupoli religiosi non gli permettevano di mettersi in urto con Pio IX, che lo aveva sempre protetto (e che lo proteggerà, in seguito, nella disgrazia). Il fallimento delle trattative determinò le dimissioni del principe di Satriano, ma la regina lo convinse a riprendere le redini del governo in un momento che si presentava particolarmente difficile per la Corona.

Filangeri ritirò le dimissioni e, su consiglio della regina, preparò una bozza di Costituzione; il primo ministro, confortato da eminenti giuristi napoletani (Napoli aveva allora le più prestigiose scuole giuridiche d’Italia), portò a termine il suo lavoro in tutta segretezza per evitare reazioni da parte del partito austriaco, egemonizzato dall’ex regina.

Malgrado ciò l’austriaca ebbe sentore della stesura della nuova Costituzione e, con l’appoggio dell’alta burocrazia militare, dell’aristocrazia e dell’alto clero, organizzò un complotto per destituire Francesco e porre sul trono il suo primogenito: Luigi conte di Trani. Un vero e proprio colpo di Stato!

Ma l’abilissima Maria Sofia venne a conoscenza della congiura contro il legittimo re e, con l’aiuto del Filangeri, portò a Francesco le prove del complotto, chiedendo, infuriata, l’esilio della intrigante suocera e la messa al bando dei fratellastri.

Francesco, terrorizzato dal prendere un simile provvedimento, non ebbe la forza di ascoltare il consiglio della moglie, anche perché la matrigna gli giurò, falsamente, che le accuse contro di lei erano volgari menzogne e che mai ella avrebbe avuto in animo di tramare contro il legittimo re delle Due Sicilie. Francesco, nella sua infinità bontà le credette e sopportò con rassegnazione l’ira della moglie, che giustamente lo accusava di essere un inetto e incapace a reggere il trono.

Il principe di Satriano, questa volta, presentò le sue dimissioni irrevocabili e si ritirò definitivamente dalla politica. Al suo posto il re chiamò il principe di Cassano, un reazionario e persecutore dei liberali. Il partito austriaco aveva trionfato! Il successivo crollo del Regno pone le sue premesse proprio in questo iniziale tradimento nei confronti di un re onesto e leale come Francesco II.

Nel frattempo Cavour ordiva la sua rete di corruzione che avrebbe minato alle fondamenta la già traballante mo-narchia borbonica.
Consapevole della debolezza del re di Napoli e dell’infedeltà della sua Corte, lo statista piemontese reperì una forte somma di denaro (gli storici parlano di 4.800.000 ducati) da appoggiare con fedi di credito al Banco di Napoli.

Con questo denaro vennero corrotti generali, ammiragli, funzionari dello Stato; fu corrotto lo stesso ministro di Polizia, Liborio Romano, e lo zio di Francesco, fratello del padre, Leopoldo conte di Siracusa. Il Piemonte, con la tacita complicità dell’Inghilterra, organizzò l’aggressione al libero e sovrano Regno delle Due Sicilie, affidandone l’esecuzione a Garibaldi.

L’invasione del Regno di Napoli, infatti, doveva apparire agli occhi della comunità internazionale come l’iniziativa autonoma di un’avventuriero, poiché il Piemonte temeva la reazione della Santa Alleanza, Austria in testa.

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Penelope, la paura di una donna di essere abbandonata

Posted by on Gen 12, 2019

Penelope, la paura di una donna di essere abbandonata

Nelle Heroides Ovidio concede la parola a Penelope che sta attendendo fedelmente Ulisse da tanti anni. Ovidio con l’acutezza psicologica che gli si deve riconoscere rivela che la paura più profonda di una donna è quella di essere abbandonata. 

Nella tradizione letteraria greca grandi eroi hanno spesso combattuto per la patria con la loro forza erculea, abbinata ad una grande virtù d’animo. Così nell’Iliade, poema omerico dedicato alla guerra degli Achei contro Troia, ci appaiono Achille, eroe fortissimo, imbattibile, con la sola debolezza del tallone, e Aiace Telamone, il secondo più grande nel campo greco, colui al quale erano destinate le armi di Achille dopo la morte, armi che gli furono, però, sottratte con l’inganno da Ulisse. Quest’ultimo è il personaggio greco che ha più prolungato la sua fama nei secoli successivi fino ad oggi, fino alle rivisitazioni di Joyce e Pascoli o alle sceneggiature cinematografiche. Dante incontra Ulisse nell’ottava Bolgia dell’Inferno, dannato per le sue menzogne, non per il suo valore di uomo di mare, che è emblema del desiderio umano di conoscenza. 

La fama di quest’eroe così duratura fino alla Modernità è forse legata al fatto che Ulisse incarna atteggiamenti per così dire già moderni, improntati a furbizia, individualismo, intelligenza, pragmaticità. È l’emblema stesso dell’ingegno, ma, nel contempo, della capacità di sopportazione, della forza militare, della curiosità, della diffidenza, della pazienza. 

È la figura «più ricca di umanità che la poesia greca abbia creato, nella sua ricchezza singolarissima di prudenza e di coraggio, di curiosità e d’intelligenza, di generosità impetuosa e di calcolata freddezza, di lucidità e di cautela, di prontezza sicura e di ostinazione, di fiducia e di dubbio, di caldissima e mobilissima astuzia» (Bosco-Reggio).

Per dieci anni Ulisse ha combattuto a Troia fino a quando grazie all’inganno del cavallo permette ai compagni greci di entrare all’interno delle mura della città e di espugnarla. 

Per altrettanti anni, perseguitato dall’ira di Poseidone, Ulisse vaga per il Mar Mediterraneo. Tante sono le tappe prima del suo ritorno («nostos»), tante le prove che l’eroe dovrà superare: come dimenticare il gigante Polifemo oppure l’insidia della Maga Circe che ha trasformato tutti i suoi compagni in porci o ancora il canto seducente e ammaliante delle sirene. Alla fine, dopo vent’anni, Ulisse fa ritorno ad Itaca, uccide i Proci che insidiano la moglie e, infine, riabbraccia Penelope e il figlio Telemaco.

Nelle Heroides Ovidio concede la parola a Penelope che lo sta attendendo fedelmente da tanti anni. La donna non vuole una riposta tramite una lettera, ma, «rimasta nel gelo di un letto vuoto e abbandonata», desidera rivedere di persona il marito, presa ancora da un amore «permeato di paure angosciose».

Penelope ricorda con che apprensione viveva le notizie che provenivano dalla lontana Troia: 
Alla fine, chiunque venisse sgozzato in campo Acheo, il mio cuore di innamorata diventava più freddo del ghiaccio. Ma un dio di giustizia venne in aiuto al mio casto amore: Troia è ridotta in cenere, mio marito è salvo. I capi argolici sono ritornati, gli altari fumano, il bottino dei barbari viene offerto agli dèi dei nostri padri; le giovani spose portano doni di ringraziamento per la salvezza dei mariti, ed essi cantano i destini di Troia, vinti dai loro destini. I vecchi saggi e le fanciulle trepidanti sono in ammirazione, la sposa pende dalle labbra del marito che racconta. 

Penelope rinfaccia ad Ulisse di aver osato troppo nella guerra, dimentico dei suoi cari, come quando è entrato nell’accampamento nemico di notte e ha trucidato «con l’aiuto di un solo compagno tanti guerrieri». La donna si avvale allora dell’ironia: “Eri davvero prudente e ti preoccupavi anzitutto di me!». Grande è la gioia di Penelope quando giunge la notizia della distruzione della città di Troia, ma il sentimento perdura poco nel suo cuore, perché Ulisse non fa ritorno e Penelope continua a sentire la mancanza dello sposo «sempre assente». Penelope scrive:

Tu, che pure sei vincitore, te ne stai lontano e non mi è dato sapere quale sia la causa del ritardo o in quale parte del mondo tu, crudele, te ne stia nascosto. […] In quali terre vivi, o dove indugi lontano?

L’indagine psicologica condotta da Ovidio è profonda. Ciò che si conosce può generare paura, l’incognito può, invece, partorire l’angoscia: sarebbe meglio per Penelope che la guerra contro Troia non fosse finita e sapere che Ulisse si trovi ancora a combattere in modo tale da conoscere il nemico («saprei dove combatti e avrei timore solo della guerra ed il mio lamento si unirebbe a molti altri»). Ora, invece, Penelope non conosce il suo nemico, ha «paura di tutto». Ma la paura principale, ancor maggior della guerra, è che il marito possa trovarsi con una straniera. Penelope teme che il cuore di Ulisse possa essere di un’altra donna:
Mentre sono in preda a sciocchi timori, tu puoi essere preso dall’amore per una straniera – tale è l’indole vogliosa di voi uomini! Forse le racconti anche quanto è zotica tua moglie, buona soltanto a cardare la lana. Possa io ingannarmi e questo sospetto svanisca nell’aria leggera, e non avvenga che tu, libero di tornare, voglia restare lontano! 

L’uomo è volubile, a detta di Penelope, cade facilmente nell’infedeltà. Penelope si considera, invece, «sempre la sposa di Ulisse», nonostante il padre Icario la sproni ad abbandonare il letto vuoto e a convolare a nuove nozze («Sono tua, devo essere considerata tua») e i pretendenti provenienti da Dulichio, da Samo, da Zante e da tanti altri luoghi incalzino, senza che nessuno si opponga a loro.

Penelope conclude la lettera con un tono affettuoso ricordando al marito le tre figure che lui dovrebbe avere più care:
Siamo tre di numero, indifesi: una donna senza forze, un vecchio, Laerte, un ragazzo, Telemaco. Quest’ultimo, di recente, per poco non mi è stato strappato con un tranello, mentre si preparava a recarsi a Pilo, contro il volere di tutti. Vogliano gli dèi, li imploro, che secondo il corso naturale del destino, sia lui a chiudere i miei occhi, sia lui a chiudere i tuoi! […] Laerte, inabile alle armi, non può mantenere il regno in mezzo ai nemici. 

Dante ricorderà proprio questi tre affetti nelle parole di Ulisse che gli racconta del suo ultimo viaggio:
Né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ‘l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

Telemaco, conclude Penelope, è ancora piccolo, ha bisogno dell’aiuto di un padre per crescere e divenire vigoroso («Tu hai, e prego che tu possa continuare ad avere, un figlio che doveva essere istruito in tenera età nelle conoscenze paterne»). La casa ha bisogno di Ulisse, «porto e rifugio» per tutti i suoi cari. Laerte attende a morire, perché non può chiudere gli occhi senza aver rivisto il figlio. Penelope, che ha sposato Ulisse in giovane età, ora dopo vent’anni d’attesa apparirà al marito vecchia, non più bella come un tempo!

La lettera di Penelope mostra la sensibilità di un cuore femminile ben conscio dell’importanza dell’unità familiare, dei differenti compiti educativi di un padre e di una madre, del valore della fedeltà nonostante tutte le difficoltà.

Ovidio con l’acutezza psicologica che gli si deve riconoscere rivela che la paura più profonda di una donna è quella di essere abbandonata. 

Giovanni Fighera

fonte

http://lanuovabq.it/it/penelope-la-paura-di-una-donna-di-essere-abbandonata

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Sant’ Anatolia, la Chiesa nel XIX secolo

Posted by on Gen 7, 2019

Sant’ Anatolia, la Chiesa nel XIX secolo

1. Visita pastorale del vescovo Gabriele Ferretti – 2. Seconda visita pastorale del vescovo Ferretti – 3. Visita pastorale del vescovo Filippo Curoli – 4. Seconda visita pastorale del vescovo Curoli – 5. La chiesa della Madonna Addolorata – 6. Visita pastorale del vescovo Gaetano Carletti – 7. Risposte del parroco al questionario del vescovo Carletti del 1851 – 8. Visita pastorale del vescovo Egidio Mauri – 9. Chiese sepolcrali e cimitero di S.Maria 1. Visita pastorale del vescovo Gabriele Ferretti Dopo la morte del vescovo Marini, avvenuta il 6 gennaio del 1812, la diocesi di Rieti rimase vacante per quasi tre anni, fino al 26 settembre del 1814 quando venne nominato Carlo Fioravanti. Questi morì quattro anni dopo il 13 luglio 1818 e al suo posto venne nominato Francesco Saverio Pereira. Ancora quattro anni dopo, il 2 febbraio del 1824, morì il vescovo Pereira, che venne rimpiazzato da Timoteo Maria Ascenzi che si dimise il 24 aprile 1827. Il 21 maggio 1827 venne nominato vescovo di Rieti don Gabriele dei conti Ferretti che rimase in carica fino al 29 luglio 1833 data in cui fu trasferito in qualità di arcivescovo titolare di Seleucia di Isauria (1). Nel 1828 il vescovo di Rieti Gabriele Ferretti visitò il nostro territorio e, come di consueto, scrisse il resoconto dello stato delle chiese, dei sacerdoti e della popolazione delle varie parrocchie (2). Nell’Archivio Vescovile di Rieti è archiviato il manoscritto originale, molto chiaro e ricco di curiosità interessanti. Riportiamo qui di seguito l’estratto della visita di Sant’Anatolia nella sua versione integrale e senza inutili commenti: «Sant’Anatolia – 27 aprile 1828 – Da Torano monsignor vescovo col suo seguito passò alla terra di S. Anatoglia e venne accolto nella casa del Sig. Abate don Pietro Placidi dove si trasferì dopo di aver gravemente orato nella chiesa parrocchiale. La terra di S. Anatoglia dista circa un miglio e mezzo da Torano. E’ situata sopra una amena collina alle falde degli Appennini non molto lungi dall’agro Torense. E’ composta di 443 anime, divise in 64 famiglie circa. Era feudo di Colonna, ora è unita alla comune di Borgo Colle Fegato……….

https://santanatolia.it/storia/capitolo-vii

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Figure salienti dell’ Unità d’Italia

Posted by on Dic 28, 2018

Figure salienti dell’ Unità d’Italia

I GENERALI LANZA, CLARY, NUNZIANTE, PIANELLI E L’AVVOCATUCCIO DON LIBORIO ROMANO:
questi cinque uomini,chi più chi meno tutti erano stati beneficati dai Borboni, e si disobbligarono col tradimento il più inqualificabile. Questi cinque uomini sono quelli stessi che nel corso di questo viaggio ho chiamati fatali alla dinastia e al Regno, che fecero di tutto, come se non avessero avuto una patria, per farla cadere inonorata, anzi farla rotolare nel fango. È da notarsi però, che Nunziante fece più male quando facea l’assolutista e il terrorista, anzi che quando si coprì con la maschera di liberale.

A questi cinque uomini fatali fecero codazzo due altezze reali, Leopoldo di Borbone Conte di Siracusa, e Luigi di Borbone Conte d’Aquila, tutti e due fratelli di Ferdinando II. Il Conte d’Aquila meriterebbe il posto tra i primi cinque, perché in qualità di Ammiraglio ridusse la flotta napoletana (ad eccezione di pochi uffiziali e delle ciurme) ad una congrega di settarii; e la defezione della flotta fu una potente leva per rovesciare dinastia e trono.

Si distinsero nell’epoca garibaldina per viltà e tradimenti i generali Landi in Calatafimi, Lanza in Palermo, Clary in Messina, Gallotti in Reggio, Ruiz e Briganti nel Reggiano, Caldarelli in Cosenza, Ghio in Soveria-Mannelli, Lo Cascio in Siracusa, Torson la Tour in Augusta, Flores in Bovino, de Benedictis negli Abruzzi.

Vi sono altri Generali che veramente non tradirono, ma si distinsero o per viltà o perché mancarono al loro dovere come soldati, come sudditi, e come gentiluomini.

A tutti questi duci gallonati fecero seguito molti ufficiali superiori e subalterni, che sarebbe lungo e noioso nominarli tutti, ma che ho accennati nel corso di queste Memorie.

Circa la invasione del Regno di Napoli si dissero e si stamparono cose iperboliche sul merito militare di Garibaldi, ed hanno innalzato costui al di sopra di Turenna, di Federico II, di Napoleone I. Senza spirito partigiano vediamo quali furono le battaglie vinte dal duce rivoluzionario, e qual merito militare dimostrò da Marsala al Volturno.
Per maggior comodo de’ miei benevoli lettori compendierò in poche pagine la Iliade garibaldesca ricavandola da’ fatti autentici, e che oggi sarebbe impudenza mettere in dubbio.

Garibaldi partì dal continente confortato dagli aiuti morali e materiali del governo sardo. Egli sbarcò a Marsala quando già sapea che la guarnigione era stata mandata a Girgenti per ordine del comando generale di Palermo: quella guarnigione a piedi comandata dal colonnello Francesco Donati sembrò pericolosa allo sbarco garibaldesco e due giorni prima fu mandata altrove.

Due legni inglesi fecero la spia contro i regï, e protessero lo sbarco di Garibaldi. Tre piroscafi di guerra napoletani che si trovavano in crociera nelle acque di Marsala, presero il largo fino che non si fosse effettuito quello sbarco. Uno di quei piroscafi, il Capri, era comandato da Marino Caracciolo, che poi, come rilevasi dalla Difesa Nazionale di Tommaso Cava, a pag. 101, volle tenuto al fonte battesimale un figlio da Garibaldi, e costui memore de’ servizii ricevuti da quello in Marsala, accettò con piacere di farsi compare col primo che tradì Francesco II.

Marino Caracciolo è quello stesso che poi entrò il primo nel forte di Baia e prese possesso a nome del compare.
Un altro legno era comandato da Guglielmo Acton, poi ministro del Regno d’Italia!
Nello stesso sbarco di Marsala, tanto celebrato da’ rivoluzionarii, nulla trovo di straordinario, neppure potrebbe dirsi audace.
Garibaldi a Calatafimi fu sbaragliato coi suoi mille da solo quattro compagnie dell’8° cacciatori comandate dal maggiore Sforza.

Ma Landi, come sapete, avea accomodati gli affari suoi, quando vide il compare Garibaldi a mal partito per la disobbedienza di Sforza, volendo riparare il mal fatto di costui, fuggì verso Palermo col resto della grossa brigata di 3000 uomini, lasciando le quattro compagnie senza munizioni, e senza avvertirle della sua fuga.
Sin’oggi i garibaldini strombazzano che vinsero a Calatafimi, mentre furono battuti da sole quattro compagnie che non oltrepassavano cinquecento uomini, e costoro s’impossessarono pure della loro tanto celebrata bandiera di Montevideo.

Garibaldi appena assalito al Parco fuggì in disordine assieme a’ suoi; e vedendosi abbandonato dalla squadre siciliane, volea gettarsi su’ monti per aspettare il tempo e l’occasione d’imbarcarsi sul continente.

I suoi ammiratori dicono che quella fu una gran manovra militare per ingannare i regï, ma si sà, e lo pubblicarono gli stessi garibaldini, che il loro duce era scoraggiato, ed avea abbandonato il progetto di entrare in Palermo.

Crispi e il Turr cominciarono a persuaderlo della necessità di entrare audacemente in Palermo: e il comitato rivoluzionario di quella città finì di convincerlo, con fargli conoscere che avea delle pratiche con qualche duce regio, e che costui gli avrebbe lasciate libere le Porte di S. Antonino, e di Termini per entrare in Città comodamente.

Difatti la sera precedente ad onta che il generale Lanza sapesse che Garibaldi dovea entrare la mattina seguente in Palermo da quelle porte, non solo richiamò attorno a sè al palazzo reale la brigata Colonna che campeggiava fuori le porte di Termini, e S. Antonino, ma sguarnì di truppa quelle due porte; alla prima lasciò 59 soldati del 9° di linea, alla seconda 260 reclute del 2° cacciatori, che ancora non sapeano maneggiare il fucile.

Non trovo nulla di estraordinario che Garibaldi confortato dalle buone disposizioni di Lanza a suo riguardo, sia entrato da quelle due porte con quattromila uomini tra garibaldini e squadre siciliane.
Il generalissimo Lanza invece di combattere validamente l’invasore, avendo a sua disposizione ventiduemila uomini, prima lo lasciò fortificare con ripari e barricate, poi mandò drappelli di soldati per combatterlo, e quando costoro arrecavano danni agli invasori era solerte a richiamarli indietro.

Lanza per rendere un maggior servizio alla rivoluzione, bombardò Palermo senza necessità e senza scopo militare, indi pregò Garibaldi per un armistizio, che finì poi con l’abbandono di Palermo e dell’Isola.
Il 30 maggio la sola brigata Meckel sbaragliò tutti i rivoluzionarii fortificati in Palermo.

Garibaldi era perduto, gridava: tradimento! sono stato tradito!
Ricorse al generale Lanza per salvarsi da’ soldati di Meckel, e quel Generale trattenne il braccio di costui che stava già per stritolare Garibaldi e tutti i suoi.
Dopo questi fatti, Lanza senza far bruciare una cartuccia da’ ventiseimila soldati che avea sotto i suoi ordini, e che fremeano di battersi, abbandonò Palermo e la Sicilia a Garibaldi!

L’entrata di Garibaldi in Palermo si celebra da’ rivoluzionarii come una gran vittoria militare, è un’impudenza mentire con tanta sfacciataggine: lo credono i gonzi, e coloro che non sanno o non vogliono sapere i fatti di quella tragicomedia.

Il Dittatore della Sicilia vinse a Milazzo, cioè con ottomila uomini tra garibaldini e truppa piemontese in camicia rossa, oltre delle squadre siciliane, dopo otto ore di combattimento fece ritirare nel castello mille soldati napoletani.

Che Garibaldi avea in Milazzo ottomila uomini tra garibaldini e truppa piemontese, lo disse egli medesimo al comandante del vapore francese il Protis; che Bosco oppose soli mille uomini, si rileva dal documento che riportai a pag.109.
È da osservarsi poi che Garibaldi oltre della superiorità del numero avea una flottiglia che bersagliava i regï in Milazzo, ed avea l’appoggio morale in Messina da Clary, ed in Napoli da’ ministri liberali, D. Liborio e Pianelli.

E da osservarsi ancora che il merito del fatto d’ami di Milazzo è tutto dovuto a Medici e Cosenz; sin dal principio della pugna Garibaldi lasciò il campo di battaglia e se ne andò sul Veloce.
Nulla dunque si rileva di estraordinario per parte di Garibaldi circa il fatto d’armi di Milazzo, ma trovo estraordinario solamente che mille soldati napoletani lottarono 8 ore contro tutta la rivoluzione cosmopolita, e dopo di avere uccisi ottocento garibaldini, in bell’ordine si ritirarono nel castello di Milazzo, ed era ciò secondo le istruzioni di Clary date a Bosco.

Garibaldi assalendo i regï in Milazzo era certo del fatto suo, dappoichè se da Messina o da Napoli fossero arrivati altri tre o quattro Battaglioni, la rivoluzione sarebbe stata distrutta anzichè acquistar forza morale e materiale. Sino a Milazzo non trovo dunque alcun fatto che dimostra essere Garibaldi un generale di qualche merito.

In Calabria, il Dittatore non sostenne alcun fatto d’armi importante; il suo passaggio sul continente calabro fu agevolato e protetto dalla squadra sarda, e da quella napoletana, e lo dimostra la 2a parte del Diario di Persano. t

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Antonio Polito: “I Meridionali sono piaga infetta….”

Posted by on Dic 27, 2018

Antonio Polito: “I Meridionali sono piaga infetta….”

Sono trascorse ancora troppe poche ore dalla visita di Papa Francesco a Napoli, durante il primo giorno di primavera, ma purtroppo la città, nonostante le belle parole del Pontefice, è costretta a fare i conti con tutti quelli che delle parole di Bergoglio hanno colto solo una minima parte.

Papa Francesco, ha abbracciato Napoli, l’ha amata, sostenuta e invogliata a reagire, probabilmente Papa Francesco ha subito amato Napoli ed i napoletani e difficilmente dimenticherà la giornata trascorsa nel regno di Partenope. Una giornata intensa tra le realtà più difficili, da Scampia, al Carcere di Poggioreale, passando tra le strade del popolo, prima di congedarsi alla Rotonda Diaz, dove ancora una volta ha abbracciato tutti, ricordando l’importanza di reagire.

Ovviamente, anche se il Pontefice ha elogiato Napoli, definendola allegra e gioiosa a prescindere da tutto, c’è stato chi ha pensato bene di travisare e modificare anche le parole del Papa, catalizzando l’attenzione solo sul discorso corruzione e camorra, dimenticando forse che Bergoglio ha definito il crimine la conseguenza della mancanza di lavoro e di dignità in cui versa il Sud. 

Tutta la misericordia e l’amore che professa il Pontefice, sono stati vani, e a dimostrarlo sono le dichiarazioni di Antonio Polito, direttore del Corriere del Mezzogiorno ed ex parlamentare del Pd, che ieri durante la diretta del TG1 per la visita del Papa a Napoli, si lascia andare ad una dichiarazione notevolmente degradante: “I Meridionali sono una piaga infetta che affossa tutto il paese”.

Non hanno bisogno di spiegazione queste parole, prontamente evidenziate sulla pagina Facebook “Unione Mediterranea”, che tiene ad appuntare alcune tematiche che forse Antonio Polito, campano di nascita ma non nel sangue, dimentica insieme a tutti quelli che la pensano come lui .

Forse parlare di dimenticanza è un eccesso di bontà verso queste persone che del Sud parlano ancora come se si rivolgessero ad un gruppo di immigrati clandestini provenienti da un paese sottosviluppato. Perché è così che i meridionali vengono visti, come infiltrati clandestinamente in un paese che dovrebbe essere anche loro, e invece no. L’Italia, chiude gli occhi sull’alleanza Nord-mafia, l’Italia chiude gli occhi quando Scampia si rialza allontanando solo con le proprie forze, la camorra e aprendosi al volontariato, chiude gli occhi l’Italia quando la disoccupazione che attanaglia maggiormente il Sud spinge al declino i popoli che troppo spesso sono condannati all’inciviltà (se così si può definire), solo perché stanno provando a sopravvivere con quel poco che hanno.

Attaccare il Sud è una bassezza degna di chi la storia la studia a modo suo, e non ha interesse per i fatti reali, peggio ancora poi è attaccare il Sud strumentalizzando le parole di Papa Francesco che a Napoli invece ha mostrato la sua fiducia e la sua speranza per i napoletani ed i meridionali tutti.

“Non lasciatevi rubare la speranza”. Impossibile. La speranza del Sud viene rubata e distrutta tutte le volte che per apparire si punta il dito conto un Sud troppo ingiustamente maltrattato, così solo perché va di moda, semplicemente perchè parlare male del Sud è un pass per il successo in questa piccola Italia distrutta dai preconcetti tipicamente razzisti.

fonte https://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/79882-antonio-polito-meridionali-sono-piaga-infetta/

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E l’ambasciatore piemontese disse: Noi non siamo con Garibaldi!!!

Posted by on Dic 8, 2018

E l’ambasciatore piemontese disse: Noi non siamo con Garibaldi!!!

Molto spesso quando si cerca qualcosa si finisce per rintracciare tutt’altro. Molte volte ciò che si trova non è per niente utile. Non è il nostro caso. 

Rovistando tra le carte dell’archivio Borbone, uno dei più vasti e tutelati tra le centinaia di migliaia di faldoni conservati al Grande Archivio di Napoli sono incappato in un grosso librone che conteneva gli ordini che lo stato maggiore dell’esercito napoletano (e non borbonico, visto che si trattava dell’armata di uno stato ultracentenario e non di un manipolo di soldati che rispondevano ad una famiglia reale) ha impartito durante i drammatici mesi della fine del regno tra il 1860 e il 1861. Tra un trasferimento, una promozione e un tentativo di risposta all’avanzata garibaldina, alla pagina 272 si trova l’ordine del giorno del 23 agosto 1860. Un documento come tanti che dovrebbero diventare una pietra miliare della lotta alla bugia risorgimentale, un documento su cui dovrebbero riflettere i tanti soloni che sono pronti il 17 marzo a imbracciare il tricolore e a scendere in piazza per festeggiare la malaunità. Dovrebbe leggerlo il presidente della Repubblica, il napoletanissimo Giorgio Napolitano, che in mesi e mesi di orgiastiche e folli spese per i festeggiamenti non ha speso una parola per ricordare e onorare i vinti, tra cui figurano anche i suoi antenati. Dovrebbe leggerlo il presidente del comitato torinese per i suddetti “festeggiamenti”, il prof. Giuliano Amato, il dottor Sottile abilmente rappresentato in anni di lavoro da Forattini, come il topolino della politica. Lo dovrebbero leggere i ministri che si sono scandalizzati alle parole di Calderoli sull’inopportunità dei festeggiamenti, lo dovrebbe leggere il presidente del Consiglio che sicuramente tenterà il compromesso per fare festa il 17 marzo (e non per fare “la” festa al 17 marzo, come vorrebbe la Lega Nord, che sia benedetta in questo caso). Lo dovrebbero leggere il presidente della Camera Gianfranco Fini, che ha fatto del tricolore uno status politico per tanti anni, e quello del Senato. Documenti che andrebbero letti anche in Vaticano dove pare che le alte sfere si siano dimenticate dei crimini che il risorgimento ha commesso contro la chiesa e contro il suo popolo. Vittime della rivoluzione, mentre oggi assistiamo alla pietosa scena del Cardinale Bertone col cappello da bersagliere in testa a Porta Pia. Nessun accenno agli zuavi pontifici, il fior fiore della nobiltà europea, e non solo nobili, che giunsero da ogni dove per difendere Santa Romana Chiesa dall’oppressione piemontese. Morti di serie B, ovviamente. Dovrebbero leggerlo tutti i deputati e i senatori, i presidenti delle Regioni e delle Province, tutti i sindaci, soprattutto meridionali e dovrebbero cominciare a porsi delle domande. Non credo di aggiungere nulla di eccessivamente prezioso alla già folta pubblicistica anti risorgimentalista ma il documento in questione è, quantomeno, significativo. Dall’elenco degli ordini del giorno dello stato maggiore napoletano:[Ordine del comando generale del dì 23 agosto 1860Sua Eccellenza il ministro Segretario di stato della Guerra ha fatto ieri noto, al Comando Generale che l’Inviato straordinario, e Ministro Plenipotenziario di S.M. il Re di Sardegna si è sommamente doluto col nostro Governo del perché nel giorno precedente due soldati del corpo dei Bersaglieri Piemontesi furono aggrediti a colpi di sciabola senza motivo alcuno, da circa venti individui del Battaglione Tiragliatori della Guardia.La lodata E.S. nel prescrivere che senza il menomo indugio l’autorità militare prenda minuta ed esatta informazione dello avvenimento, e specialmente delle cause che vi han dato origine; ha soggiunto le parole, che letteralmente son qui appresso trascritte:“E poiché siffatti avvenimenti possono disturbare la pubblica tranquillità, e le buone relazioni del nostro Governo, così onde banditi una volta per sempre, vorrà l’E.V. con apposito ordine del giorno all’Esercito inculcare ai capi dei bagni di far ben comprendere ai soldati, che le truppe Piemontesi che si veggono a diporto per la capitale, fan parte degli equipaggi dei legni da guerra ancorati nella nostra rada appartenenti perciò ad una nazione amica, che ha il suo rappresentante nella capitale e che nulla han di costoro di comune con i volontari di Garibaldi; sicchè persuasi di ciò, depongano ogni sospetto, e si mostrino invece verso dei medesimi ospitati, cortesi, ed affettuosi come tutti i napoletani sanno esserlo”.Il comando generale adempia con quest’ordine alle ingiunzioni del Real Ministero, e fida nello zelo e nella delicatezza dei comandanti delle divisioni, delle Brigate e dei singoli corpi, perché abbiano piena osservanza le ministeriali determinazioni.Il colonnello dello stato Maggiore.]Al di là di ogni commento da primo impatto è bene riflettere su date, protagonisti e circostanze. Siamo al 23 agosto 1860. Soldati borbonici hanno picchiato due bersaglieri (Dio solo sa se sbagliarono!) e l’ambasciatore piemontese, Salvatore Pes di Villamarina, noto cospiratore in casa d’altri per favorire il proprio sovrano, chiese al Re Francesco II e al suo Stato Maggiore una punizione esemplare per i napoletani perché il Regno di Sardegna, in fin dei conti, era solo uno stato amico. I bersaglieri si trovavano a Napoli perché nella rada di Napoli si trovava la flotta sabauda che era lì per proteggere la moglie di Leopoldo di Borbone, conte di Siracusa, Maria Vittoria di Savoia Carignano, pressappoco una lontana prozia del Re Vittorio Emanuele II. Tutto ciò sarebbe normale se al 23 di agosto 1860 il noto pirata internazionale Giuseppe Garibaldi non fosse già in marcia verso Reggio Calabria dopo aver attraversato la Sicilia che era ora gestita dalla sua dittatura politica. La richiesta di Villamarina sarebbe normale se Garibaldi non avesse invaso ed esercitato quella dittatura politica, civile e militare, in nome e per conto di S. M. Vittorio Emmanuele II re d’Italia!!! Invece Garibaldi marciava a passo svelto verso Reggio Calabria e lo faceva in nome e per conto di Vittorio Emanuele II di Savoia. Il documento non dice nulla di nuovo a chi ha già letto De Sivo, Alianello e le altre decine di storici che hanno tentato di raccontare, rimanendo inascoltati dai soliti soloni, la verità scomoda che da 150 anni lo stato italiano tenta di nascondere. Eppure questo ordine del giorno mi ha sconvolto perché è un documento ufficiale del governo napoletano e se gli storici possono essere non creduti perché imparziali, di fronte ad un atto ufficiale dello stato maggiore dobbiamo alzare le mani. Per questo motivo è importante la ricerca archivistica. Si tratta dell’unico modo per mettere a tacere chi ancora racconta al popolo meridionale la favoletta dei mille e non più mille. L’ordine del giorno dimostra che i Savoia sono dei traditori così come traditori sono i loro alleati. Villamarina dice che il regno di Sardegna non aveva niente a che fare con Garibaldi invece oggi noi siamo costretti a celebrare (fidando nella capacità a sabotare della lega nord) la genialità di Cavour che su ordine di Vittorio Emanuele II ha autorizzato Garibaldi ha conquistare il sud per scacciare il Borbone straniero (sic!!). Perché questo è quello che raccontano i libri di scuola ai bambini e ai ragazzi. Crescere sulle menzogne non porta a nulla come dimostra il caos Italia del 2011. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, se veramente è interessato alla riconciliazione nazionale, deve esprimerso su queste contraddizioni e fare un passo per commemorare i caduti del sud e i sovrani delle Due Sicilie, Francesco II e Maria Sofia, che furono sì ingenui ma sempre persone d’onore piene di dignità. Cosa che non può dirsi di tanti altri passati alla storia come Galantuomini.

Roberto Della Rocca –

P.S. L’archivio di stato non ha ancora autorizzato la riproduzione fotografica

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