Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

La nostalgia dei Neoborbonici

Posted by on Giu 2, 2019

La nostalgia dei Neoborbonici

Io, questa cosa della nostalgia non la capisco.

Meglio: non capisco perché qualcuno, nell’intento di sminuire l’azione, il sentire, di un neoborbonico, lo definisca nostalgico. E’ come se uno chiamasse capra un stambecco alpino – Capra ibex L. – con l’intento di offenderlo per via dell’accostamento con la capra – Capra hircus L. – : lo stambecco se ne risentirebbe? Assolutamente no; piuttosto rifletterebbe, se potesse, sulle conoscenze di zoologia del tipo.

Ritornando a noi, capisco ancora di meno il fatto che un neoborbonico, così apostrofato, senta il bisogno, quasi convulso, di dimostrare che nostalgico non è.

Nostalgia è lo stato d’animo, l’emozione che prova chi è lontano dal paese di origine (il famoso mal du pays) o da una condizione passata, ovviamente migliore di quella che vive al presente: nessuno, infatti, rimpiangerebbe un passato in cui era malato, in carcere, prigioniero, schiavo, senza lavoro, povero etc

Siccome il termine deriva da nostos, ritorno, e algia, dolore (http://www.treccani.it/vocabolario/nostalgia/) e siccome è un sentire, doloroso, proprio di chi ritorna con il pensiero ad una condizione passata, che è positiva, mentre il presente non lo è, come fa, un neoborbonico, a vergognarsi se qualcuno, nella sua ignoranza, lo apostrofa con tale termine?

Che c’è da vergognarsi!?

Ammettiamo che lo scorso anno io sia stato in vacanza nelle “Isole del Paradiso” per oltre un mese e che questa fosse la cosa che più desiderassi al mondo.

Se quest’anno, fattimi i conti in tasca, mi rendo conto che posso ritornarci e per lo stesso periodo di tempo, io non provo nostalgia alcuna di quella vacanza semplicemente perché quest’anno la rivivrò, pari pari lo scorso anno. Non ho perso nulla: il presente sarà meraviglioso, nella sostanza, come il passato.

Ma se mi rendessi conto con non potrò più andarci in vacanza, allora non c’è da stupirsi se, nel ripensare a quelle vacanze, io provassi in cuor mio, nell’animo, un po’ di “sofferenza”: nostalgia, appunto.

Ritorno con il pensiero a quella esperienza per me gratificante del passato e, fatto il confronto con le vacanze che potrò fare quest’anno, con il presente, soffro (algia).

Perché, dunque, un Neoborbonico, che per definizione è un revisionista storico, quanto meno del periodo che parte dal 1734 e finisce nel 1860, non dovrebbe riandare con dolore a quel periodo storico avendo bene in mente le differenze fra esso e il presente?

Non capisco.

Io sono neoborbonico e nostalgico, e non me ne vergogno; anzi: essendo neoborbonico, mi vergognerei se non fossi nostalgico.

Forse, alcuni si schermiscono da quella “accusa” perché la nostalgia viene vista come qualcosa di paralizzante: una sorta di ammirazione estatica del passato che blocca l’agire presente.

A noi, del Sud (sic!), quello che ci blocca, nell’agire presente, è ben altro.

Mai questo, dunque.

Il passato, dice qualcuno, è un faro.

La sua narrazione completa, finora assente dai libri di storia e sui media, fa capire come veramente si era e, quindi, come si può essere se liberati da gioghi di ogni tipo, anche endogeni, anche di “sangiovannara” natura.

La conoscenza del passato, anzi, dà un orgoglio a chi finora non solo ne era privo, ma si sentiva colpevole per come era. Questo orgoglio è anche uno stimolo a riprovarci, a cercare di ritornare come si era: un Popolo orgoglioso di se stesso. La revisione fa scoprire che si può, che si ha tutto per riuscire, guardando al passato per prendere energia, stimoli e insegnamenti; non per tornare formalmente ad esso.

<<Non si può tornare davvero indietro nel tempo, ma certamente si può provare il desiderio, a volte molto forte, di riprovare quelle emozioni che ci hanno dato piacere e gioia. Se in superficie questo sembra stimolarci a ricreare o a ricercare le circostanze che hanno prodotto quelle emozioni positive, nel profondo la nostalgia ha un’altra funzione, meno evidente, che è quella di rompere l’inerzia psicologica e attuare i cambiamenti necessari. Per quando sembri paradossale, la nostalgia funziona come un rinforzo positivo per promuovere un cambiamento che la nostra psiche ritiene ormai maturo.>>

https://www.riza.it/psicologia/tu/7013/nostalgia-se-non-la-combatti-diventa-una-risorsa.html

Nostalgia, dunque, non è un epiteto offensivo, sminuente quando viene rivolto a un Neoborbonico; forse lo è per chi lo usa con questo fine.

Fiorentino Bevilacqua (un nostalgico)

02.06.19

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BANDITI O GUERRIGLIERI 1860-1865 una lotta senza quartiere.

Posted by on Mag 31, 2019

BANDITI O GUERRIGLIERI 1860-1865 una lotta senza quartiere.

LA STAMPA SABATO 26 AGOSTO 2000
BANDITI O GUERRIGLIERI 1860-1865 una lotta senza quartiere.
Il fascino antico dell’«esercito straccione» Avventurieri e idealisti, ribelli a un’Italia appena nata.
Ho il cappello piumato, la mia tunica ingallonata, un morello puro sangue; sono armato sino ai denti ed esercito il comando su ottocento uomini e trecento cavalli», cosi si descriveva, nel 1861, Carmine Crocco, detto Donatelli, forse il più famoso dei «briganti» lucani. Meno famoso e meno fortunato di lui (Crocco morì di morte naturale, a 75 anni, nel 1905 nel carcere di Portoferraio) fu il suo luogotenente Ninco Nanco, ucciso in uno scontro a fuoco, nel 1864, tra i boschi di Avigliano, vicino Potenza. Crocco e Ninco Nanco furono i capi di quell’esercito «straccione» che tra il 1860 e il 1865 combattè¨ una guerra senza quartiere, chiamata brigantaggio, contro l’esercito regolare del neo-nato stato italiano. Nella sola Lucania, dal 1861 all’agosto del 1863 si contarono 1038 fucilazioni, 2413 briganti uccisi in conflitto e 2768 arresti. Crocco aveva con se cafoni e disertori, idealisti filo-borbonici e piccoli borghesi in cerca d’avventura. Ma oltre al suo diventarono noti i nomi di briganti abruzzesi e campani, lucani o calabresi come Zappatore o Chiavone, Medichetto o Maccherone, Colarulo, Ciucciariello e Caprariello. Crocco, secondo di cinque fratelli, era figlio di un pastore di Rionero in Vulture. Si era arruolato diciottenne nell’esercito Borbonico e aveva disertato dopo aver ucciso un compagno d’armi. Si era avvicinalo ai liberali e aveva anche indossato la camicia rossa dei garibaldini. Come tutti i grandi guerriglieri conosceva bene il territorio in cui si muoveva, ma non era un «politico», anche se riuscì ad aggregare attorno a sè l’insoddisfazione di quei contadini che si sentivano traditi dal nuovo stato unitario, che non solo non aveva diviso lo terre demaniali, ma aveva anche istituito la leva obbligatoria. Su questa insoddisfazione pensavano di far leva i borbonici per riconquistare il regno perduto. Così dallo stato Pontificio cercarono senza successo, di tirar le fila del movimento insurrezionale. Fecero sbarcare in Calabria un «cabecillu». José Borges, che incarnò l’anima filoborbonica dol brigantaggio. Borges, un ufficiale catalano ormai sulla cinquantina, per un breve periodo combattè con Crocco. Insieme i due, nel novembre del 1861, furono a un passo dal conquistare Potenza. Ben presto però si divisero, al ribelle contadino poco importava di restaurare il regno dei Borboni. Borges, in fuga, fu ucciso, come un Bandito, dai bersaglieri italiani a Tagliacozzo, a pochi chilometri dallo stato pontificio che per lui avrebbe significato la salvezza.

Ma il brigantaggio non fu solo un fenomeno maschile, a condividere la vita all’addiaccio, tra ricoveri di fortuna e fughe a cavallo, c’erano anche donne, come Filomena Pennacchio, figlia di un macellaio, compagna del brigante Schiavone, che fu una dello prime «pentite» e con la sua delazione fece catturare un buon numero di uomini di Crocco. O Arcangela Cotugno, moglie del brigante Rocco Chirichigno, alias Coppolone: al suo attivo una lunga serie di crimini, dal furto alla rapina, dall’omicidio alla «grassazione», secondo i verbali di polizia dell’epoca. O ancora Elisabetta Blasucci, alias Pignatara, una contadina che dopo la morte del marito, fucilato dall’esercito italiano, si diede alla macchia. Le «brigantesse» vestivano abiti maschili e spesso erano più feroci degli uomini. E nel vestire abiti maschili non erano in fondo dissimili dalla regina Maria Sofia, moglie di Francesco II, che dall’esilio cercava di aiutarle, tanto che arrivò a scrivere al generale francese Henry de Cathelineau “Preferirei morire in Abruzzo, con i briganti, che vivere a Roma”. Da un lato e dall’altro ci furono efferatezze. Se i briganti bruciavano e saccheggiavano le case dei benestanti che non li aiutavano, tendevano sanguinosi agguati alle truppe dell’esercito italiano (che aveva ereditato uomini e quadri dall’esercito sabaudo) questo dal canto suo non giocò meno duro. Per stroncare la rivolta fu prima dichiarato lo stato di assedio nelle ragioni meridionali e poi nel ’63 approvata la legge Pica, che stabiliva all’articolo 2 «i colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica saranno puniti con la fucilazione». E in molti paesi i corpi dei fucilati venivano esposti, come ammonizione: «spuntano ai pali ancora le teste dei briganti» recita un verso di Rocco Scotellaro, il sindaco poeta di Tricarico.

fonte https://www.pontelandolfonews.com/storia/il-brigantaggio/banditi-o-guerriglieri-1860-1865-una-lotta-senza-quartiere/

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UNA LUNGA STORIA DI ODIO…( E NON È ROMANZATA).

Posted by on Mag 10, 2019

UNA LUNGA STORIA DI ODIO…( E NON È ROMANZATA).

I lager non sono un’invenzione dei nazisti: già 150 anni fa i Savoia, hanno massacrato in Piemonte e Lombardia migliaia di soldati borbonici, rei di non essersi sottomessi al loro dominio. Vi dice qualcosa Fenestrelle? In seguito, i savoiardi pensarono di estendere il trattamento all’intero Mezzogiorno recalcitrante. Comunque “i meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontano migliaia di chilometri dall’Italia. In Patagonia, per esempio”. Non si tratta dell’ultima provocazione leghista delle rozze sanguisughe razziste Bossi e Borghezio. E’ una cosa seria ammantata ancora oggi dall’eterno segreto di Stato. Provate a fare richiesta di atti e documenti in materia al Ministero degli Esteri. Intenzioni e progetto portano la firma di un Presidente del Consiglio italiano: Luigi Federico Menabrea (che era nato nell’estremo Nord Italia, a Chambéry, oggi in territorio francese). Imperversa il 1868: l’Italia “unita” con la violenza, il saccheggio, l’inganno e il denaro dei massoni inglesi – certo non i Mille di Garibaldi – muove i suoi primi passi e deve affrontare il brigantaggio al Sud. Nemmeno la pena di morte senza processo (con la famigerata legge Pica) sembra dissuadere i briganti, vale a dire i partigiani dell’epoca che sempre più numerosi si riuniscono in bande. Così il governo italiano, avendo già sterminato interi paesi, compresi i neonati (ad esempio: a Casalduni e Pontelandolfo) decide di cambiare strategia: deportare i briganti e loro sostenitori dall’altra parte del globo terrestre, in modo da recidere affetti e rapporto con il territorio. Un progetto perseguito per oltre un decennio e che fallì solo per la ritrosia dei Paesi stranieri a cedere aree per impiantare mattatoi per meridionali italiani.
DEPORTAZIONE DI MASSA
– Il piano di deportazione è scritto nero su bianco: il progetto delle «Guantanamo» di casa Savoia si rintraccia nei documenti diplomatici conservati all’Archivio storico della Farnesina. Secondo alcune carte seppellite dall’oblio, il presidente Menabrea provò prima a sondare gli inglesi, chiedendo loro un’area nel Mar Rosso, senza riuscirci. Quindi, il 16 settembre del 1868, il capo del governo italiano contatta il Ministro Della Croce a Buenos Aires, perché domandi al governo argentino la disponibilità di una zona «nelle regioni dell’America del Sud e più particolarmente in quelle bagnate dal Rio Negro, che i geografi indicano come limite fra i territori dell’Argentina e le regioni deserte della Patagonia». Anche questo secondo tentativo, però, annega in un buco nell’acqua, perché tre mesi più tardi, il 10 dicembre, Menabrea è già all’opera per trovare soluzioni alternative. Contatta il console generale a Tunisi, Luigi Pinna, e gli chiede di «studiare la possibilità di stabilire in Tunisia una colonia penitenziaria italiana». Ma anche i tunisini oppongono un no. A questo punto Menabrea ritorna alla carica con gli inglesi. Prima chiede loro di poter costruire un «carcere per meridionali» sull’isola di Socotra (tra la Somalia e lo Yemen), quindi domanda loro di farsi perlomeno da tramite con l’Olanda, perché conceda un’autorizzazione identica per un’area del Borneo. Menabrea e il governo italiano sono assolutamente convinti della necessità di deportare lontano dalla terra madre i criminali del Sud. Il senatore Giovanni Visconti Venosta, più volte ministro degli Esteri, incontrando il ministro d’Inghilterra sir Bartle Frere, si spingerà a dirgli: «Presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte».
È l’idea di abbandonare la famiglia, il Paese natale, il deterrente che il governo considera la carta giusta per sconfiggere la lotta contadina. Tanto più che in quegli anni sta nascendo il mito di alcune figure come Carmine Crocco (detto Donatelli) brigante che riesce a riunire intorno a sé una banda composta di almeno 2500 uomini e che viene visto come un eroe dalla popolazione locale e lo stratega imprendibile Michele Caruso di Torremaggiore.Campi di concentramento – Le istanze del governo italiano, però, cadono nel vuoto. Il 3 gennaio 1872 il governo inglese fa sapere di non vedere di buon occhio la creazione di un enorme centro penitenziario per i meridionali italiani. Il 20 dicembre di quell’anno anche l’Olanda si defila: concentrare criminali italiani in un luogo circoscritto viene visto come un problema per la sicurezza interna. Gli ultimi tentativi risalgono al 1873. Il lombardo Carlo Cadorna, Ministro a Londra, prende contatto con il conte Granville, Ministro degli Esteri inglese, ancora per il Borneo. E ancora una volta, da Londra, arriva un rifiuto. Nel frattempo, le carceri dell’Italia Unita traboccavano di meridionali e i briganti continuavano a combattere. L’11 settembre 1872, il “Times” pubblicò una lettera giunta da Napoli che metteva in luce la recrudescenza del brigantaggio in Italia. Il “Times” ci aggiunse un articolo di fondo in cui non si risparmiavano sferzate ai Piemontesi per l’incapacità di «eradicare completamente una così grave piaga».
Oltre il patibolo – Convinto che la paura della deportazione in terre lontane avrebbe spaventato i meridionali più di qualunque tortura e perfino della morte, il Ministro degli Esteri, Visconti Venosta, decise di mettere alle strette gli inglesi. Il 19 dicembre 1872, a Roma, incontrò il ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frere e gli parlò chiaro. Il suo discorso è ancora agli atti, negli Archivi della Farnesina. Disse: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze attenuanti. Bisogna dunque pensare – disse il Ministro della neonata Italia – ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo». Sir Bartle Frere prese tempo ma i piemontesi non si arresero. È del 3 gennaio 1873 un documento confidenziale in cui Cadorna ragguaglia Visconti Venosta sul colloquio avuto col conte Granville relativamente alla «cessione di una parte della Costa Nord Est dell’isola di Borneo». Il rappresentante del Governo italiano disse al Ministro degli Esteri inglese che i briganti «avvezzi a mettere la loro vita in pericolo, resi più feroci dalla stessa lor vita, salgono spesso il patibolo stoicamente, cinicamente (esempio tristissimo per le popolazioni!). Invece la fantasia fervida, immaginosa di quelle popolazioni rende ad essi ed alle loro famiglie terribile la pena della deportazione. In Italia, e massime nel Mezzodì, ove è grande l’attaccamento alla terra, ed al proprio sangue, il pensiero di non vedere più mai il sole natale, la moglie, i figli, di passare, e finire la vita in lontano ignoto paese, lontani da tutto, e da tutti, è pensiero che atterrisce». Granville però fu irremovibile: l’Inghilterra non avrebbe aiutato l’Italia a deportare i Meridionali.
Sepolti vivi – Ma quanti erano i detenuti del Sud che marcivano nelle galere italiane? Secondo la rivista «Due Sicilie» (diretta da Antonio Pagano), un’indicazione si trova in una lettera del savoiardo Menabrea, al Ministro della Marina, il nizzardo Augusto Riboty. Menabrea sostiene che sarebbe stato «utile e urgente» trovare «una località dove stabilire una colonia penitenziaria per le molte migliaia di condannati» che popolavano gli stabilimenti carcerari. A proposito della Marina Militare, la Forza armata si prestò ad esplorare una serie di luoghi adatti alla deportazione dei meridionali. Il Borneo e le isole adiacenti, innanzitutto, ma anche – secondo documenti pubblicati da «Due Sicilie» – «l’est dell’Australia». L’anarchico Giovanni Passannante che la sera del 17 novembre 1878 attenta con un temperino alla vita di Umberto I di Savoia, rimedia decenni di segregazione e torture fino a quando muore nel 1910 all’interno del manicomio di Montelupo Fiorentino. Il suo cranio ed il cervello sono stati esposti fino a qualche anno fa in un museo criminologico, ma ora riposano a Salvia di Lucania. I libri di storia tricolore dopo un secolo e mezzo ancora nascondono la verità. Chissà perché? Altro che “Unità d’Italia”: è in atto ancora la morte civile. Infatti, solo negli ultimi dieci anni, ben 700 mila giovani laureati sono stati costretti ad abbandonare il Sud. E anche se non vige più la pena di morte, va in scena la morte per pena.

Blog. Ninconanco per STOPEURO

segnalato da celestino filomena

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I VINCITORI DEL PREMIO TERRA LABORIS 2019

Posted by on Mag 6, 2019

I VINCITORI DEL PREMIO TERRA LABORIS 2019

Il Premio Terra Laboris 2019, giunto alla quarta edizione, è stato vinto dal Maestro Pasticciere Dario Saltarelli e dal Prof. Antonio De Cristofaro per la sezione tecnico-scientifico “Luigi Giura”

Dario Saltarelli per la sua ricerca costante delle essenze migliori e nascoste dei prodotti della nostra terra, quella che una volta era la Terra di Lavoro del Regno delle Due Sicilie, ha creato dei lievitati utilizzati nella pasticceria secca e in quella fresca di altissimo livello per qualità e originalità.
Dario pluripremiato in tutta Europa è diventato anche ambasciatore nel mondo della Reggia di Caserta

Il Prof. Antonio De Cristofaro docente dell’Università degli Studi del Molise per il lungo, brillante lavoro di studio che ha portato all’identificazione dei segnali chimici utilizzati da insetti di interesse agronomico.
Per l’applicazione pratica degli stessi e per la presenza continua e costante sul campo, al fianco di coloro che hanno sete di conoscenza per “non affondare inutilmente l’aratro nel seno di una terra ignota”.

Come già comunicato i premi verranno consegnati sabato 25 maggio alla Chiesa Rupestre Santa Maria in Grotta di Rongolise di Sessa

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La casta degli storici che non insegna nulla

Posted by on Apr 29, 2019

La casta degli storici che non insegna nulla


Gli accademici snobbano tutti i libri contro la versione “ufficiale” da loro accreditata.
E così i revisionisti impazzano: il caso dell’anti-risorgimento
di Marcello Veneziani

Egregi storici di professione che liquidate con disprezzo i testi e le persone che a nord e a sud criticano il Risorgimento e ne descrivono massacri e malefatte, dovreste tentare un’autocritica onesta e serena. So che è difficile chiedere a molti di voi l’umiltà di rimettere in discussione le vostre pompose certezze e il vostro sussiego da baroni universitari, ma tentate uno sforzo. Se oggi escono libri e libercoli a volte assai spericolati, poco documentati e rozzi nelle accuse, nostalgici del passato preunitario, lo dobbiamo anche a voi. Se nei libri di testo e di ricerca, se nei corsi di scuola e d’università, se nei convegni e negli interventi su riviste e giornali, voi aveste scritto, studiato e documentato i punti oscuri del Risorgimento, oggi non ci troveremmo a questo punto. E invece quasi nessuno storico di professione e d’accademia, nessun istituto storico di vaglia ha mai sentito il dovere e la curiosità di indagare su quelle «dicerie» che ora sbrigate con sufficienza.
Ho letto e ascoltato con quanto fastidio – e cito gli esempi migliori – Giuseppe Galasso, Galli della Loggia, Lucio Villari parlano della fiorente pubblicistica sul brigantaggio, i borboni, i massacri piemontesi e i lager dei Savoia. Ne parlano con sufficienza e scherno, quasi fossero accessi di follia o di rozza propaganda. Poi non si spiegano perché tanta gente affolla e plaude i convegni sull’antirisorgimento, a nord o a sud, e disprezza il Risorgimento, se un libro come Terroni di Pino Aprile sale in cima alle classifiche, se nessuno sa dare una spiegazione e una risposta adeguate alle accuse rivolte ai padri della patria. Curioso è il caso di Galasso che prima accusa i suddetti antirisorgimentali di scrivere sciocchezze e poi dice che erano cose risapute; ma allora sono vere o no, perché non affrontarle per ricostruirle correttamente o per confutarle? Ed è un po’ ridicolo criticare le imprecisioni altrui, ridurle ad amenità, e poi non batter ciglio se il suo articolo, professor Galasso, viene titolato sul Corriere della Sera «Nel sud preunitario», mentre il brigantaggio di cui qui si tratta si riferisce all’Italia postunitaria. Par condicio delle amenità.
Ma il problema riguarda tutto un ceto di storici boriosi, che detengono il monopolio accademico e scolastico della memoria. Perché avete rimosso, non vi siete mai cimentati col tema, non volete sottoporvi alla fatica di rimettere in discussione quel che avete acquisito e sostenuto una volta per sempre? Detestate i confronti e perfino la ricerca che dovrebbe essere il vostro pane e il vostro sale. Il risultato è che per molta gente questi temi sono scoperte inedite.
Per la stessa ragione, non è possibile trovare sui libri di storia, nei testi scolastici e universitari o nei vostri interventi sui giornali, le pagine infami che seguono alla rivoluzione napoletana del 1799 con intere città messe a ferro e fuoco, migliaia di morti ad opera dei giacobini rivoluzionari. Celebrate i collaborazionisti delle truppe francesi ma omettete i loro massacri, le città rase al suolo. Non è ideologica anche la vostra omertà? O ancor peggio, poi non vi spiegate, voi storici titolati del Novecento, perché libri come quelli di Giampaolo Pansa esplodano in libreria con centinaia di migliaia di lettori: ma perché voi, temendo l’interdizione dalla casta, non avete avuto il coraggio di riaprire le pagine sanguinose della guerra partigiana, il triangolo rosso e gli eccidi comunisti. Così fu pure per le foibe. Poi con disprezzo accademico sbrigate questi libri come pamphlet giornalistici, roba volgare e imprecisa. Ma quei morti ci sono stati sì o no, e chi li uccise, e perché? Quelle ferite pesano ancora nella memoria della gente sì o no? Che coesione nazionale avremo, caro Galli della Loggia, nascondendo vagoni di scheletri negli armadi?
Sul Risorgimento non avete il coraggio di rispondere a quelle domande e così contribuite in modo determinante a rendere le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia come uno stanco rituale, estraneo agli italiani, dominato dai tromboni e dalle stucchevoli oleografie. Salvo poi scrivere stupefatti e indignati che il Paese non partecipa, è assente, è refrattario. Ma non vi accorgete che lo diventa se continuate con il vostro manierismo e le vostre omissioni?
Come forse sapete, sono tutt’altro che un detrattore del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, anzi sono un fautore di lunga data dell’identità italiana, quando eravamo davvero in pochi a difenderla. Sono convinto che il processo unitario fosse necessario, che molti patrioti fossero ardenti e meritevoli d’onore, e che l’idea stessa di unire l’Italia fosse il sacrosanto coronamento di un’identità, di una storia, vorrei dire di una geografia, di una cultura e di una lingua antiche. Ma per rendere autentica quell’unità non possiamo negare le sue pagine oscure e pure infami, non possiamo negare le sofferenze che ne seguirono e lo sprofondare del sud nei baratri della miseria, della malavita e dell’emigrazione. Quella malavita organizzata che dette una mano ai garibaldini come poi agli sbarchi americani. Sono convinto che l’Unità d’Italia non portò solo guai ma modernizzò il Paese, lo alfabetizzò e lo fece sviluppare; e considero meritevoli di rispetto i cent’anni e passa che seguirono all’Unità d’Italia, la nascita dello Stato italiano e di una dignitosa borghesia di Stato, la graduale integrazione dei meridionali nello Stato, il loro grande contributo alla scuola e all’università, alle prefetture e alle forze dell’ordine, alla magistratura e all’alta dirigenza dello Stato, all’impiego pubblico e militare. Non possiamo buttare a mare più di un secolo di storia per qualche decennio finale di parassitismo.
Ma bisogna avere il crudo realismo di narrare anche l’altra faccia della storia; per amor di verità, per rispetto di quei morti e per riportare dentro l’Italia gli eredi di coloro che subirono l’Unità. Perché resta ancora da costruire un’Italia condivisa e non da dividere un’Italia già costruita.
Sul Risorgimento non avete il coraggio di rispondere a quelle domande e così contribuite in modo determinante a rendere le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia come uno stanco rituale, estraneo agli italiani, dominato dai tromboni e dalle stucchevoli oleografie. Salvo poi scrivere stupefatti e indignati che il Paese non partecipa, è assente, è refrattario. Ma non vi accorgete che lo diventa se continuate con il vostro manierismo e le vostre omissioni?
Come forse sapete, sono tutt’altro che un detrattore del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, anzi sono un fautore di lunga data dell’identità italiana, quando eravamo davvero in pochi a difenderla. Sono convinto che il processo unitario fosse necessario, che molti patrioti fossero ardenti e meritevoli d’onore, e che l’idea stessa di unire l’Italia fosse il sacrosanto coronamento di un’identità, di una storia, vorrei dire di una geografia, di una cultura e di una lingua antiche. Ma per rendere autentica quell’unità non possiamo negare le sue pagine oscure e pure infami, non possiamo negare le sofferenze che ne seguirono e lo sprofondare del sud nei baratri della miseria, della malavita e dell’emigrazione. Quella malavita organizzata che dette una mano ai garibaldini come poi agli sbarchi americani. Sono convinto che l’Unità d’Italia non portò solo guai ma modernizzò il Paese, lo alfabetizzò e lo fece sviluppare; e considero meritevoli di rispetto i cent’anni e passa che seguirono all’Unità d’Italia, la nascita dello Stato italiano e di una dignitosa borghesia di Stato, la graduale integrazione dei meridionali nello Stato, il loro grande contributo alla scuola e all’università, alle prefetture e alle forze dell’ordine, alla magistratura e all’alta dirigenza dello Stato, all’impiego pubblico e militare. Non possiamo buttare a mare più di un secolo di storia per qualche decennio finale di parassitismo.
Ma bisogna avere il crudo realismo di narrare anche l’altra faccia della storia; per amor di verità, per rispetto di quei morti e per riportare dentro l’Italia gli eredi di coloro che subirono l’Unità. Perché resta ancora da costruire un’Italia condivisa e non da dividere un’Italia già costruita.

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Da “Storia di un Regno maltrattato” tratto da “IL GIORNALE INDIPENDENTE DEL MEZZOGIORNO”

Posted by on Apr 29, 2019

Da “Storia di un Regno maltrattato” tratto da “IL GIORNALE INDIPENDENTE DEL MEZZOGIORNO”

Le follie del generale borbonico Lanza, così Garibaldi conquistò Palerm…o.

Il 15 maggio soldati borbonici e volontari garibaldini si scontarono per la prima volta a Calatafimi.
Se Garibaldi avesse avuto la sfortuna di incontrare un generale appena appena un pò piú accorto, probabilmente sarebbe stato subito ricacciato in mare e la sua avventura avrebbe conosciuto con immediatezza la parola fine.
Invece ebbe la fortuna di imbattersi nel generale Lanza, un generale indeciso a tutto.

Mentre Garibaldi si inoltrava nell’isola, il comando borbonico di Palermo non fu in grado di reagire con prontezza, temendo inoltre di una rivolta in città.

L’11 maggio, saputo dello sbarco, il principe di Castelcicala aveva avvisato il governo di Napoli, chiedendo rinforzi da far sbarcare a Marsala. Nell’attesa del loro arrivo aveva mandato incontro agli sbarcati il generale Landi che si trovava nei pressi di Alcamo, mentre un’altra colonna armata era pronta a Trapani.

Landi giunse ad Alcamo la mattina del 12 maggio, dove sostò per 24 ore. I rinforzi richiesti a Napoli invece di sbarcare a Marsala come dovuto, sbarcarono il 14 a Palermo andando ad ingrossare la già numerosa guarnigione della città, rimanendo inattivi ed inutili.
II giorno prima comunque, Castelcicala visto che i rinforzi non giungevano aveva dato ordine a Landi, di agire.
Francesco Landi era figlio di militari e allievo dell’accademia militare, nel 1806 si iscrisse alla carboneria partecipando ai moti del 1821. Espulso dall’esercito fu riammesso nel 1832.

Allo sbarco del nizzardo, fu inviato proprio lui ad affrontarlo. Invece che a cavallo alla testa delle truppe, era costretto dagli acciacchi ad utilizzare una carrozza per gli spostamenti, questo per dare l’idea dell’antitesi di un militare.
Terrorizzato dal pensiero di affrontare il nemico, arrivò allo scontro con forze superiori e ne impiegò a malapena un terzo.

Morì con l’accusa infamante di traditore. Una figura trattata male da entrambe le parti, dai vincitori che lo volevano inetto e dai borbonici che ne vedevano un traditore per spiegarsi meglio le sconfitte subite con un esercito forte e preparato.
Landi, estremamente prudente, decise di attendere il nemico a Calatafimi, in posizione molto vantaggiosa. Attorno a sé aveva il vuoto: il telegrafo con i fili tagliati; le campagne piene di briganti che non attaccavano le truppe, ma rubavano e numerosi cecchini pronti a sparare a lupara.
Nella mattinata del 15 maggio, i Mille diventati nel frattempo circa 1500 presero la strada per Palermo.

Divisi in due battaglioni ebbero come capi uno il genovese Nino Bixio, l’altro il palermitano Giacinto Carini.
Garibaldi giunse a Calatafimi verso alle 9 antimeridiane e informato da contadini della presenza dell’esercito, fece schierare i suoi uomini a semicerchio sul monte Pietralunga, che dominava la strada per Calatafimi, appena fuori di esso, coperti dalle siepi di fichi d’India. I napoletani pensarono di avere di fronte solo un piccolo gruppo di insorti, dato che molti non indossavano neppure la mitica camicia rossa, ma abiti civili.

Mentre Landi era rimasto a Calatafimi con una riserva di 1600 uomini, il palermitano tenente colonnello Francesco Sforza, si lanciò all’attacco.
Egli disponeva di truppe bene addestrate ed armate di moderne carabine rigate.
I garibaldini risposero con un tiro preciso correndo giù dal colle in formazione obliqua, disperdendosi solo quando entrò in azione l’artiglieria. Questa manovra ben coordinata produsse nei napoletani una grossa impressione:

Essi pensavano di avere di fronte i soliti ribelli privi di ogni capacità militare, invece avevano di fronte elementi con un certo grado di addestramento. La parte più pericolosa per i garibaldini era lo spazio che dovevano percorrere nella vallata piana sottostante, dove erano totalmente scoperti e al tiro d’artiglieria e di fucileria del nemico piazzato in alto sul colle di fronte.

Arrivati anche i bergamaschi di Cairoli, fu sferrato il primo assalto che fu respinto. Una ventina di garibaldini rimasero sul terreno. Un secondo assalto ebbe lo stesso esito. Poi giunsero dei rinforzi guidati da un Bixio scatenato. Con il suo cavallo correva dappertutto, preso di mira da numerose carabine napoletane, ma miracolosamente illeso.

I gradoni del colle offrivano angoli morti che furono sfruttati dai garibaldini per coprirsi e per colpire i napoletani appostati sul ciglio superiore, i quali venivano centrati quasi tutti in testa. Così, malgrado il fuoco terrificante delle carabine napoletane, le camice rosse avanzarono, conquistando alla baionetta il primo gradone. I regi si riordinarono sul secondo gradone.

Qui respinsero un assalto portato nel centro da una cinquantina di armati guidati personalmente da Garibaldi. AI tentativo di aggiramento dei napoletani, Garibaldi gli si scagliò sopra con un gruppo di camice rosse e li respinse sul terzo ed ultimo gradone.

Da attaccanti si ritrovarono assediati. Alle tre del pomeriggio Garibaldi lanciò l’assalto definitivo e Landi invece di mandare sul campo di battaglia i 1600 uomini freschi che si sarebbero mangiati gli stanchi ribelli in un boccone, fece suonare la ritirata.

I garibaldini avevano superato la prima prova grazie ad un grande coraggio ed una grande motivazione, malgrado il loro armamento scadente e una posizione strategica svantaggiosa specie nella seconda fase della battaglia.

Decisiva fu la differenza di qualità dei capi, cosa che sarà sempre più evidente man mano che l’impresa andò avanti: Garibaldi aveva un carisma ed una determinazione ignota a Landi e dei collaboratori all’altezza della situazione.

Le perdite dei garibaldini furono di 25 morti, circa 200 fra feriti gravi e leggeri; quelle napoletane furono di 35 morti, 110 feriti. La battaglia di Calatafimi, di per sé di poco conto, fu decisiva invece dal punto di vista del morale infiammando i siciliani più diffidenti o conservatori.

La Sicilia era presidiata da un consistente numero di soldati bene addestrati ed armati, ma se questi stessi soldati in combattimento, da una posizione addirittura vantaggiosa erano riusciti a perdere per imperizia dei loro capi, si capirà bene che la conclusione dell’impresa non potesse che essere favorevole ai rivoltosi.
In questa battaglia nacque il mito dell’imbattibilità di Giuseppe Garibaldi.

Da “Storia di un Regno maltrattato”

IL GIORNALE INDIPENDENTE DEL MEZZOGIORNO

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