Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Mafia e Massoneria italiana: l’infamante deriva

Posted by on Ago 22, 2019

Mafia e Massoneria italiana: l’infamante deriva

Il giudice Giovanni Falcone, con grande acume, così commentava l’iniziazione dei mafiosi a ‘cosa nostra’ evidenziando l’estrema pericolosità ed efficacia delle forme ritualistiche utilizzate dalla criminalità organizzata per arruolare i suoi accoliti: “Si può sorridere all’idea di un criminale, dal volto duro come la pietra, già macchiatosi di numerosi delitti, che prende in mano un’immagine sacra, giura solennemente su di essa di difendere i deboli e di non desiderare la donna altrui. Si può sorriderne, come di un cerimoniale arcaico, o considerarla una vera e propria presa in giro. Si tratta invece di un fatto estremamente serio, che impegna quell’individuo per tutta la vita. Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una religione. Non si cessa mai di essere preti. Né mafiosi.” (G. Falcone, Cose di Cosa Nostra, ed. Rizzoli, Milano,1991, pag.97; citato in L’inganno della Mafia di Nicola Gratteri-Antonio Nicaso, ed. Rai Eri, Roma, 2017).
Il magistrato siciliano, geniale e coraggioso giudice istruttore del maxi-processo di Palermo, vero e attuale martire hiramitico, avvertiva come l’aspetto rituale dell’affiliazione alla criminalità organizzata rivesta un ruolo focale costitutivo della stessa esistenza e struttura mafiosa, e pur non essendo un esperto occultista, Falcone da fine investigatore aveva compreso che l’apparato esoterico-ritualistico portava a un vero e proprio cambiamento di status, di nuova nascita del delinquente nella più ampia e potente eggregore psichica criminale.
Dal punto di vista storico, il fenomeno della pratica di specifiche forme ritualistiche per entrare a far parte di un gruppo di persone dedite al crimine si verifica già nelle cosiddette societas scelerisdell’antica Roma, dove gli appartenenti offrivano sacrifici a Mercurio, dio dei ladri, e praticavano varie prove d’ingresso per testare i nuovi soci, oltre ad altre forme cerimoniali.
La mafia siciliana e la ‘ndrangheta calabrese ricalcano questa tradizione, perché comprendono inconsciamente l’importanza di costituire insieme non solo una sommatoria di individui, ma di creare un vero e proprio Ente a sé stante formato dalle energie e dalle volontà dei singoli dirette verso uno scopo comune, in questo caso la creazione di un potere anti-statale volto esclusivamente all’arricchimento del gruppo e dei singoli, commettendo delitti e nefandezze.
E’ il concetto occultista dell’Eggregore, termine apparso nel 1857 negli scritti di Victor Hugo ed utilizzato in  ambito ermetico-esoterico nel senso di forma-pensiero collettiva  da Eliphas Lévi, concetto ripreso da Annie Besant secondo cui si tratterebbe di una sorta di vibrazione emanata da un individuo o da un gruppo, che continua a vivere di vita propria, alimentandosi dello stesso tipo di pensieri da cui è stato generato, inducendo perciò le persone con cui entrano in contatto a continuare a svilupparli.
In sintesi, nella fattispecie dell’eggregore mafiosa, si tratta di un’entità psichica che ha il Male come oggetto della propria attività, dove i suoi adepti sono caduti nelle tenebre più profonde per ottenere potere e vantaggi materiali, il tutto camuffato da principi e da regole dal sapore tutto tribale dove bene e male si confondono, invertendo subdolamente i punti cardinali dell’anima.
La Massoneria che cosa c’entra in tutto questo?

Il 22 dicembre 2017 la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (DNAA) afferma per la prima volta l’enorme interessi di cosa nostra e ‘ndrangheta per la massoneria deviata, indicando ben 193 soggetti affiliati alla criminalità organizzata e nel contempo membri delle più importanti obbedienze massoniche italiane, di cui 122 iscritti al Grande Oriente d’Italia, 58 alla Gran Loggia Regolare d’Italia, 9 alla Gran Loggia d’Italia di Palazzo Vitelleschi e 4 alla Serenissima Gran Loggia.
Oltremodo inquietanti risultano le dichiarazioni dell’ex Gran Maestro del Grande Oriented’Italia, Giuliano Di Bernardo, il quale ha svelato alla magistratura che una compenetrazione tra massoneria e la ‘ndrangheta ci sarebbe sempre stata, precisando, nel corso di un interrogatorio, che  ciò  che accomuna l’appartenenza massonica e quella mafiosa risiederebbe, come vero e proprio punto di giuntura, nel ‘rituale’ poiché in entrambe le cerimonie iniziatiche si usano forme rituali che hanno lo scopo di vincolare l’adepto ad un segreto, e ciò avrebbe facilitato proprio la fusione in Calabria e in Sicilia tra Mafia e Massoneria.
L’affermazione dell’ex G.M. Di Bernardo appare troppo semplicistica e non aiuta sino in fondo gli investigatori, perché, il mafioso è attirato sia dalla riservatezza che la massoneria può garantire che dal legame ‘fraterno’ che si crea in loggia ed inconsciamente anche dalla componente che investe i cosiddetti campi sottili energetici sviluppati dall’eggregore latomistico.
Dal punto di vista iniziatico, perché questo è il piano sottile d’azione, non bisogna fare confusione sul concetto e funzione del silenzio, infatti, nelle forme rituali massoniche ci si riferisce esclusivamente al silenzio iniziatico, al divieto di svelare rituali allo scopo di preservare e proteggere l’eggregore, come ha ben evidenziato Fernando Pessoa nel suo libro “Pagine Esoteriche”, mentre il silenzio mafioso è diretto alla conservazione del gruppo criminale per commettere i vari crimini e arricchirsi, tutelandosi così nei confronti delle forze dell’ordine e della magistratura per non essere scoperti.
Il massone al contrario, come Landmark costitutivo, deve rispettare le leggi dello stato a cui appartiene, essere un buon cittadino e portare avanti con la propria condotta principi di correttezza e, soprattutto, di legalità.
Certamente, il mafioso cerca ambienti riservati dove poter venire a contatto e conoscere persone influenti che possano servire per avere i più svariati favori, ad esempio, nel campo dei lavori pubblici o, come espressamente evidenziato dalla Commissione parlamentare antimafia, in ambito giudiziario.
Pertanto, colui che è indirettamente coinvolto con gli ambienti mafiosi si iscriverà con le proprie generalità all’obbedienza massonica e farà da trait d’union con le cellule ‘ndranghetiste, altrimenti, il personaggio  direttamente implicato, l’uomo cosiddetto d’onore, si farà iniziare con tutte le cerimonie previste dal rituale nell’atelier massonico ma senza figurare negli elenchi, oppure fornendo una falsa generalità, peraltro, non verificata, pretendendo, grazie all’ingresso in loggia, un automatico aiuto solidale per il fatto di essere un ‘fratello’.
È vero che la Libera Muratoria utilizza cerimonie rituali per iniziare i fratelli massoni e creare così l’eggregore latomistico che deve costruire, però, il Bene dell’Umanità e, come recitano le formule ritualistiche, ‘scavare oscure e profonde prigioni al vizio’, aprendo i lavori di loggia alla pagina del Vangelo di San Giovanni, là dove recita: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”.
Con l’iniziazione massonica, l’adepto riceve la luce, quella sorgente luminosa che viene evocata nel vangelo di San Giovanni, la luce divina del Figlio dell’Uomo che è sostanza di vita e, pertanto, solo al bene devono essere rivolti i pensieri e le azioni del fratello massone; è indubbia la natura ‘cristica’ dell’investitura se viene utilizzato il Vangelo! È intuitivo rendersi conto che nella societas sceleris mafiosa si riceve una luce di segno opposto o meglio la parte degradata della luce astrale che sfocia nelle tenebre.
Per comprenderne il significato esoterico ci sono d’aiuto le riflessioni di Eliphas Levi, il quale identifica la Luce Astrale proprio con Lucifero; simbolicamente il Drago è l’antico glifo della Luce Astrale che parte dal più puro piano spirituale per scendere gradualmente fino a divenire grossolana e, sul nostro piano, diventare il Serpente tentatore ed ingannatore.
Lucifero, identificato simbolicamente nella Luce Astrale, è una forza intermediaria esistente in tutto il creato, serve a creare ed a distruggere, così come la natura del fuoco: l’uso corretto ed equilibrato riscalda e vivifica, l’eccesso sconvolge e distrugge, infatti, come agente negativo e disequilibrante, essa è il Fuoco dell’Inferno.
Ora, alla luce della devastante penetrazione mafiosa accertata dalla Commissione Antimafia, il ‘fuoco dell’inferno’ è penetrato nelle logge delle varie obbedienze massoniche italiane, secondo le evidenti risultanze investigative, inquinando la struttura non solo da un punto di vista social-giudiziario ma infettando e alterando l’intero eggregore latomistico anche sotto l’aspetto occulto più profondo, fenomeno questo ancora peggiore per quanto riguarda il piano esoterico-iniziatico.
Se, infatti, secondo quanto dichiarato correttamente dal Gran Maestro del GOI la massoneria è una società iniziatica non settaria, dal punto di vista tecnico-occultista saremmo di fronte a un vero e proprio fenomeno di contro-iniziazione dell’intero eggregore latomistico.
Secondo quanto emerso dalle indagini effettuate sia in Calabria che nel nord Italia, sfociate in varie sentenze che hanno compiutamente affrontato il tema dell’“associazione segreta” e i rapporti tra massoneria e ‘ndrangheta, la criminalità calabrese sarebbe composta da due entità, la prima costituita da ciò che viene appellata ’ngrangheta (sotto la protezione dell’arcangelo Michele…sic!), mentre la seconda da un altro gruppo criminale denominato la Santa.
Quest’ultima costituirebbe il ‘varco’, ossia lo strumento attraverso cui i suoi accoliti avrebbero sia il compito di trait d’union con il mondo liberomuratorio, sia quello d’infiltrarsi all’interno delle logge massoniche e di costituire a loro volta gruppi segreti, con lo scopo di penetrare maggiormente nel tessuto economico-sociale.
Infatti, questo ‘varco’ coprirebbe la necessità della struttura criminale di avere relazioni, contatti personali, di creare quel traffico d’influenze con persone del mondo politico-economico al fine di possedere sicuri canali operativi, sia nel mondo della politica e della pubblica amministrazione che in quello finanziario, per poter interferire nel campo degli appalti pubblici, nonché per trovare appoggi per poter riciclare a getto continuo l’immenso gettito di denaro proveniente dal traffico di droga.
Pertanto, non saremmo di fronte a una semplice associazione criminale ma, per quanto riguarda la mafia calabrese, si tratterebbe di una vera e propria società segreta i cui vincoli di appartenenza vengono dettati da regole settarie ben precise, che affondano le proprie radici nella più profonda conoscenza dell’occultismo magico e nelle più fini capacità di utilizzare simboli e rituali per fondare, alimentare e preservare il proprio eggregore criminale rivolto al Male contro l’autorità statuale costituita, minando così alle fondamenta la società civile.
Risulta, quindi, incomprensibile, sia dal punto di vista morale che iniziatico, il comportamento tenuto dal Grande Oriente d’Italia nel momento in cui il suo rappresentante si è rifiutato di consegnare i nominativi richiesti dalla Commissione Antimafia – subendo poi una conseguente umiliante perquisizione e sequestro delle liste richieste – giacché in questo modo si è violato un Landmark essenziale che deve permeare la condotta massonica  e, precisamente, la regola che i liberi muratori devono obbedire e rispettare le leggi dello stato a cui appartengono, non valendo in alcun modo il movente di dover preservare la privacy degli iscritti.
Di conseguenza, non ha torto l’onorevole Bindi, presidente della suddetta commissione, quando rileva che: “da parte delle associazioni massoniche si è registrata una sorta di arrendevolezza nei confronti della mafia. Sono i casi, certamente i più ricorrenti, in cui si riscontra una forma di mera tolleranza che si rivelano i più preoccupanti”.
Infatti, non si comprende la motivazione di tale condotta, se non constatando una perdita inesorabile delle tradizioni esoteriche che sarebbero professate, attraverso la ripetizione delle ritualità, dalle obbedienze italiane, solo per abitudine ma non per vera e cosciente conoscenza, poiché non solo da queste non vengono applicati gli strumenti tecnico-normativi per proteggersi dalle infiltrazioni mafiose, ma ormai le associazioni iniziatiche liberomuratorie non sarebbero in grado di reagire utilizzando le tecniche rituali che dovrebbero proteggere e conservare l’eggregore spirituale iniziatico degli adepti, il cui scopo è il Bene e il Progresso dell’Umanità.
Speriamo che la tradizione degli ordini iniziatici non venga travolta da questa infamante deriva, in aiuto soccorrono le parole del poeta portoghese Fernando Pessoa, scritte nel 1936, da adattare alla concreta e attuale minaccia mafiosa: “Il piccone del Duce può distruggere l’edificio del comunismo italiano, ma non è abbastanza potente per abbattere colonne simboliche, fuse in un metallo che proviene dall’Alchimia.”

Luca Fucini

fonte https://www.riflessioni.it/massoneria/mafia-e-massoneria-italiana-infamante-deriva.htm

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L’ombra di Lombroso allo Juventus Stadium di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Ago 10, 2019

L’ombra di Lombroso allo Juventus Stadium                    di Fiorentino Bevilacqua

Cesare Lombroso è stato un antropologo vissuto a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo1.

Ma cosa c’entra un antropologo con la Juventus?

Il 31 agosto ci sarà, allo Juventus Stadium di Torino, l’incontro di calcio Juventus – Napoli.

Come ormai tutti sanno, la squadra torinese ha annunciato delle restrizioni alla vendita on line dei biglietti per la partita: non potranno acquistarli né i residenti in Campania né, tanto meno, i nati in Campania 2.

Probabilmente c’è il timore che i campani, per residenza e nascita, possano scatenare tafferugli e dare luogo a comportamenti violenti (!?).

Ma perché c’è questo timore?

Innanzi tutto, a nutrirlo è soltanto la Juventus. La Questura di Torino, infatti, “non ha mai concordato tale decisione con la società sportiva” e da essa prende anche le distanze visto che “non intende condividerla3.

Ma, allora, se quelli che hanno “il compito primario di assicurare il mantenimento dell’ordine pubblico”, appunto il Questore e i suoi sottoposti, non si preoccupano dell’arrivo dei Campani allo stadio, di che e perché si impensierisce la Juventus?

Analizziamo l’esclusione.

Due sono le tipologie di persone alle quali non si possono vendere biglietti: i residenti in Campania e i nati in quella regione.

I primi, avranno pensato coloro che hanno deciso l’esclusione, potrebbero essere tifosi accesissimi; potrebbero non essere nati in Campania, ma comunque potrebbero mettere in atto, spinti dalla passione per la squadra partenopea, comportamenti violenti. La decisione sembra comunque non giustificata ma, ob torto collo, ci si può anche stare.

Per la seconda categoria di esclusi, i nati in Campania, la ragione si capisce ancora di meno: uno potrebbe essere nato in Campania ed essere tifoso dell’Inter, del Milan o della stessa Juventus e, quindi, potrebbe spostarsi a Torino per assistere ad una bella partita di calcio o per tifare Juve.

La cosa, perciò, non si spiega a meno che… a meno che non la si guardi alla luce delle teorie dell’antropologo, medico, giurista e sociologo Marco Ezechia Lombroso, detto Cesare, e delle vicende storiche fin qui accadute nella Penisola negli ultimi 159 anni.

Per Lombroso si era “criminali per nascita”; l’inclinazione al crimine, che si abbinava a determinate caratteristiche anatomiche primitive, era ereditaria.

I crani dei cosiddetti briganti (che qui venivano uccisi e decapitati dopo il 1860), avevano questi tratti somatici primitivi? Bene, secondo Lombroso, questo spiegava anche il comportamento violento, da brigante appunto, che quei soggetti avevano manifestato.

Non gli passava neanche per la testa (che evidentemente doveva avere tutte le suture al posto giusto) che quei crani erano magari appartenuti a padri di famiglia che, dopo la conquista piemontese del Regno delle Due Sicilie, dopo la chiusura delle fabbriche che qui avevamo (e il trasferimento di macchinari e commesse al Nord) avevano perso il posto di lavoro e la possibilità di sostentare la famiglia, di sfamare e crescere i figli; non gli passava neanche per la mente che quei crani potevano essere appartenuti ad ex militari del disciolto Esercito borbonico che non avevano voluto giurare fedeltà al nuovo re perché, dicevano, Uno Dio, uno Re…un modo elegante e forte per dire no all’usurpatore.

Dunque, se nei crani provenienti dalla Campania, ma anche da tutto il Sud, erano riscontrabili tratti somatici primitivi, atavici, che si accompagnano a comportamenti violenti tipici degli animali inferiori voleva dire che, qui nel Sud, in Campania, c’erano quelle caratteristiche, primitive ed ereditarie.

Dunque, io potrei essere vissuto a Londra, a Miami, a Parigi, in Lapponia, nelle Isole del Sud o presso monaci tibetani sin dal primo giorno della mia vita ma, essendo nato in Campania, potrei avere la potenzialità, diremmo oggi geneticamente determinata, di manifestare un comportamento primitivo, ancestrale, atavico e, quindi, violento… secondo la teoria di Lombroso.

Per il solo fatto di essere nato qui, nella Campania una volta felix, potrei sviluppare comportamenti violenti da animale inferiore (e se non è razzismo questo…).

Questo, quindi, consiglierebbe, ai responsabili della Juve, di non farmi entrare allo Juventus Stadium il 31 agosto prossimo venturo.

Fortunatamente la genetica ci ha insegnato che così non è: i geni (inclusi quelli dell’atavismo lombrosiano qualora esistenti) non possono determinare tutto da soli, in quanto molto dipende dall’interazione con l’ambiente.

Questa cosa era evidente già allora, proprio nelle vicende del Regno delle Due Sicilie, ma deve essere sfuggita al Lombroso: il Popolo napolitano non era “brigante” (… e poi emigrante) prima dell’arrivo dei piemontesi; lo è diventato dopo.

Prima del 1860, per saldate o meno che fossero le ossa del loro cranio, i Napolitani non erano violenti; molti di loro lo sono diventati dopo l’arrivo dei “salvatori” piemontesi, dopo la distruzione del tessuto sociale ed economico del Regno, dopo l’arrivo della miseria della disperazione della fame.

Ma una simile osservazione, forse, non era politicamente corretta.

Dunque, con buona pace di Lombroso, nel soma, ma anche nello sviluppo neuropsichico4, la genetica conta fino ad un certo punto ed un campano, quindi, potrebbe ben entrare nello stadio di Torino per tifare Napoli.

Lombroso fu radiato dalla Società Italiana di Antropologia ma pare che le sue idee non abbiano subito la stessa sorte: sono ben vive ed operative (oggi come da poco dopo il 1860) nella mente di certi non richiesti “fratelli” del Nord.

L’importante, per noi, è cominciare a prenderne coscienza.

“Grazie, Juve”.

Fiorentino Bevilacqua

08.08.2019

—–

  1. https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Lombroso
  2. Nel momento in cui questo articolo viene pubblicato, questa parte del divieto è stata eliminata.
  3. https://sport.ilmattino.it/sscnapoli/trasferta_vietata_allo_stadium_sito_juve_non_vende_ai_napoletani-4665665.html
  4. La traiettoria della vita umana è influenzata da eredità genetiche, epigenetiche e intrauterine, da esposizioni ambientali, da nutrite relazioni familiari e sociali, da scelte comportamentali, da norme sociali e da opportunità che vengono offerte alle generazioni future, e dal contesto storico, culturale e strutturale …Mentre i tratti ereditari sono importanti, la nuova ricerca mostra che i fattori di stress ambientali durante lo sviluppo intrauterino svolgono un ruolo chiave nel determinare lo sviluppo funzionale e futuri rischi di malattie . L’azione deve pertanto concentrarsi sul periodo preconcezionale, sulla gravidanza , sullo sviluppo del feto e sulle fasi della vita più vulnerabili”… da  https://www.epicentro.iss.it/allattamento/pdf/Battilomo.pdf
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IL RAZZISMO ANTIMERIDIONALE ALLE RADICI DELL’UNITÀ D’ITALIA

Posted by on Ago 6, 2019

IL RAZZISMO ANTIMERIDIONALE ALLE RADICI DELL’UNITÀ D’ITALIA

La questione dei meridionali come razza inferiore e la questione meridionale come questione economica. Terminologie, sinonimi e similitudini che attengono e sono alla base, ancora oggi, di una mai realizzata e metabolizzata Unità d’Italia e che, significativamente ed opportunamente, avrebbe dovuto essere al centro del dibattito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia: ma così purtroppo non è stato. Hanno vinto ancora una volta l’ipocrisia e le verità nascoste di un risorgimento edulcorato da bugie e falsità che si continuano a propinare, senza soluzione di continuità, dalle storiografie ufficiali e scolastiche. Si continua ad ignorare che alla base di una mala unità d’Italia vi fu, come del resto continua ad esserci retaggio di quel passato, una ignobile componente razzistica antimeridionale conclamata e documentata da quei politici e da quei militari che erano venuti a “liberare e civilizzare “ il Sud e la Sicilia. Infatti che non grande considerazione dei meridionali avevano, all’alba dell’Unità d’Italia, alcuni politici e militari del Nord che tale Unità con arroganza rivendicavano di avere contribuito a compiere, ne esistono incontrovertibili testimonianze. In una lettera inviata il 17 ottobre del 1860 a Diomede Pantaloni e contenuta in un carteggio inedito del 1888, il piemontese marchese Massimo D’Azeglio che fu presidente del consiglio del Regno di Sardegna ed esponente della corrente liberal-moderata tra l’altro così scriveva: ” In tutti i modi la fusione con i napoletani mi fa paura e come mettersi a letto con un vaioloso”. Più o meno quello che esattamente 150 dopo canterà in coro con altri leghisti ad una festa del suo partito l’eurodeputato e capogruppo al comune di Milano Matteo Salvini: “Senti che puzza scappano anche i cani, sono tornati i napoletani, sono colerosi e terremotati, con il sapone non si sono mai lavati” . Sembra di risentire il D’Azeglio di 150 anni prima. D’allora niente è cambiato se non in peggio. Nino Bixio il paranoico massacratore di Bronte in una lettera inviata alla moglie tra l’altro così scriveva: “ Un paese che bisognerebbe distruggere e gli abitanti mandarli in Africa a farsi civili”. Ma, ancora, sulla stessa lunghezza d’onda del colonnello garibaldino, il generale Enrico Cialdini, luogotenente del re Vittorio Emanuele II inviato a Napoli nell’agosto del 1861 con poteri eccezionali per combattere il “brigantaggio”, a proposito dei territori in cui si trovò a operare, in una lettera inviata a Cavour, così si esprimeva: “Questa è Africa ! Altro che Italia. I beduini a confronto di questi cafoni sono latte e miele”. Enrico Cialdini era lo stesso che alcuni mesi prima, nel febbraio del 1861 durante l’assedio di Gaeta, bombardando l’eroica città, non si fece scrupolo di indirizzare il tiro dei suoi cannoni rigati a lunga gittata e di grande precisione deliberatamente sugli ospedali per terrorizzare gli occupanti e fiaccarne la resistenza. E, a chi gli faceva osservare il suo inumano comportamento non rispettoso dei codici d’onore e militari, rispondeva sprezzatamene: “ Le palle dei miei cannoni non hanno occhi”. Cialdini si rese poi protagonista degli eccidi e della distruzione, in provincia di Benevento, dei paesi di Pontelandolfo e Casalduni, esecrabili e orrendi al pari di quelli compiuti dai nazisti molti anni dopo e con minor numero di vittime a Marzabotto e a Sant’Angelo di Stazzema, in cui furono massacrati senza pietà uomini, donne e bambini. Negli ordini scritti ai suoi sottoposti, era solito raccomandare di “ non usare misericordia ad alcuno, uccidere, senza fare prigionieri, tutti quanti se ne avessero tra le mani”. E dire che del nome di questo criminale, spacciato per eroe, la toponomastica delle nostre città ne ha fatto incetta. E che dire, poi, del generale Giuseppe Covone, anche lui mandato a reprimere il brigantaggio in Sicilia che, per snidare i renitenti di leva, non si fece scrupolo, avendone piena facoltà che gli derivava dalle leggi speciali, di porre in stato d’assedio intere città, di fucilare sul posto, di torturare, arrestare e deportare intere famiglie e compiere abusi e crimini inenarrabili? Ebbene, anche il Covone, per non essere da meno dei suoi conterranei predecessori e per difendere e giustificare il suo criminale operato dell’uso di metodi di costrizione di stampo medievale nei confronti dei siciliani, anch’egli, non trovò di meglio, in un rigurgito razzista, di affermare in pieno parlamento che: ” Nessun metodo poteva aver successo in un paese come la Sicilia che non è sortita dal ciclo che percorrono tutte le nazioni per passare dalla barbarie alla civiltà”. Ed infine per completare questo “bestiario” di aberrante avversione razziale nei confronti dei meridionali, val bene ricordare le parole tratte dal diario dell’aiutante in campo di Vittorio Emanuele II, il generale Paolo Solaroli: “ La popolazione meridionale è la più brutta e selvaggia che io abbia potuto vedere in Europa”. E poi quanto scrisse Carlo Nievo, ufficiale dell’armata piemontese in Campania, al più celebre fratello Ippolito, ufficiale e amministratore della spedizione garibaldina in Sicilia: ” Ho bisogno di fermarmi in una città che ne meriti un poco il nome poiché sinora nel napoletano non vidi che paesi da far vomitare al solo entrarvi, altro che annessioni e voti popolari dal Tronto a qui ove sono, io farei abbruciare vivi tutti gli abitanti, che razza di briganti, passando i nostri generali ed anche il re ne fecero fucilare qualcheduno, ma ci vuole ben altro”. Questi i documentati pregiudizi razziali di quei “liberatori” che fecero a spese del sud, depredandolo, saccheggiandolo, uccidendo e massacrando i suoi abitanti, l’Unità d’Italia. Su questi pregiudizi, nati per giustificare la politica coloniale e civilizzatrice piemontese, che poi furono elaborate le teorie razziali dell’inferiorità della razza meridionale propugnate da Cesare Lombroso, Alfredo Niceforo, Enrico Ferri, Giusepe Sergi, Paolo Orano e Raffaele Garofalo che si affrettarono a dare una impostazione scientifica ai pregiudizi diffusi ad arte dagli invasori per giustificare politiche di rapine, di spoliazioni e di saccheggi a danno del meridione. Sui fondamenti antropologici e storici della crisi dell’identità italiana e sulla mancanza di comunicazione interculturale tra nord e sud ne fa una lucida analisi Antonio Gramsci nei quaderni quando sostiene che: ” La miseria del Mezzogiorno era storicamente inspiegabile per le masse popolari del nord. Queste non capivano – afferma Gramsci- che l’unità non era stata creata su una base di eguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Sud nel rapporto territoriale città-campagna, cioè che il Nord era una piovra che si arricchiva a spese del sud e che l’incremento industriale era dipendente dall’impoverimento dell’agricoltura meridionale”. L’impoverimento del meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza ma la ragione stessa dell’Unità d’Italia. In buona sostanza con l’Unità d’Italia ebbe il sopravvento il disegno e la strategia egemonica dell’imprenditoria e della finanza settentrionale che conquistando e colonizzando il sud ostacolandone in ogni modo la crescita prevaricò ogni ipotesi di sviluppo della nascente economia meridionale. Significativo in questo senso fu quanto ebbe a dire il genovese Carlo Bombrini prima dell’Unità d’Italia, già direttore della Banca Nazionale degli Stati Sardi e amico personale di Cavour e, successivamente, governatore della Banca Nazionale del Regno d’Italia dal 1861 al 1882: ” Il mezzogiorno non deve essere messo più in condizione di intraprendere e produrre”. E negli anni in cui fu a capo della Banca Nazionale, tenendo fede a questo sua spiccata vocazione antimeridionalista, fu artefice di numerose operazioni finanziarie finalizzate allo sviluppo dell’economia del nord soprattutto nella costruzione delle reti ferroviarie settentrionali per le quali ottenne numerose concessioni a detrimento di quelle meridionali. Ma, riprendendo l’analisi di Gramsci, si può in buona sostanza affermare che l’origine della questione dei meridionali bollati come razza inferiore nasce dal fatto, a detta dall’illustre intellettuale sardo, che il rapporto nord-sud dopo l’Unità d’Italia fu un tipico rapporto di tipo coloniale che vide le popolazioni del sud defraudate della loro storia, della loro identità culturale e occupate militarmente. Scriveva il filosofo ceco Milan Kundera, protagonista della primavera di Praga, nel suo ” Il libro del riso e dell’oblio”, un pensiero che è assolutamente calzante con quanto avvenne alle popolazioni meridionali e ai siciliani subito dopo l’Unità d’Italia: “ Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria, si distruggono i loro libri, le loro culture e la loro storia. e qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di altre culture e inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo incomincia a dimenticare quello che è stato.” Ed è proprio quello che è capitato alle popolazioni del mezzogiorno d’Italia nel corso di 150 anni di un forzato e mal digerito processo unitario che ha alle sue origini, come abbiamo visto, aberranti radici antropologiche, xenofobe, razziste e coloniali. Una colonizzazione ed una occupazione militare del mezzogiorno che, al di là delle frasi di aberrante e vomitevole razzismo nei confronti dei meridionali che abbiamo abbondantemente e documentalmente riportato da parte di “liberatori” quali Bixio, Cialdini, Covone, D’Azeglio, Nievo, Bombrini e tanti altri, doveva trovare per questo una giustificazione ed una sua legittimazione ideologica, culturale ed anche scientifica tendente a dimostrare la inferiorità della razza meridionale ed alla gratitudine che si doveva ai settentrionali di esserci venuti a liberare, ma soprattutto a civilizzare. E questo fu lo sporco compito assolto con lodevole perizia, in questa direzione, dalla scuola positivista del socialista Cesare Lombroso che assieme ad altri antropologi e criminologi come Alfredo Neciforo, Ferri, Sergi, Orano e Garofalo, propugnatori del razzismo scientifico e dell’eugenetica, misero a frutto i diffusi pregiudizi antimeridionali, teorizzando l’inferiorità della razza meridionale. Cesare Lombroso, antropologo e criminologo, fu nel periodo immediatamente successivo all’Unità d’Italia che elaborò le sue teorie sulla inferiorità etnica dei meridionali, effettuando misurazioni sui crani dei briganti uccisi allo scopo di dimostrare e di ottenere la prova scientifica sulla inferiorità genetica dei meridionali. Lombroso, sfatando il mito di una omogenea razza italica, teorizzò l’esistenza di due tipi di italiani. I settentrionali, come razza superiore, e i meridionali di stirpe negroide africana, razza inferiore. Più avanti, un altro antropologo di scuola lombrosiana, Alfredo Niceforo, propugnatore del razzismo scientifico, come il suo maestro, teorizzò l’esistenza in Italia di almeno due razze. Quella eurasiatica (ariana) al Nord e quella euroafricana (negroide) al sud e, di conseguenza, la superiorità razziale degli italiani del Nord su quelli del Sud. Con un particolare, di non poco conto, che l’illustre antropologo, tutto preso dalla elaborazione delle sue folli teorie, vittima della sindrome di Stoccolma, si era dimenticato di essere nato, nel gennaio del 1876, a Castiglione di Sicilia e, quindi, di appartenere ad una razza inferiore! Niceforo, in un suo libro del 1898, “ L’Italia barbara contemporanea”, descriveva il Sud come una grande colonia che, una volta conquistata e sottomessa, era da “civilizzare”. Questa ideologia della superiorità della razza nordica, al fine di giustificare le rapine e le spoliazioni nei confronti del Sud, fu diffusa- sostiene ancora Gramsci- in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione. Il mezzogiorno è la palla al piede – si disse allora come si ripete pedissequamente oggi – che impedisce lo sviluppo dell’Italia. I meridionali sono – secondo la teoria del Lombroso e dei suoi seguaci – biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi per destino naturale e se il Mezzogiorno è arretrato la colpa non è del sistema capitalistico o di altra causa storica, ma del fatto che i meridionali sono di per se incapaci, poltroni, criminali e barbari. Queste teorie portarono poi, nel corso degli anni, alla discriminazione razziale nei confronti dei meridionali come quando nelle città del nord si era soliti leggere cartelli tipo: ” vietato l’ingresso ai cani e ai meridionali”. E ancora: “ non si affittano case ai meridionali”. Era questa la conseguenza della campagna xenofoba e razzista avviata con l’unità d’Italia e che dura ancora ai nostri giorni. Come si può, alla luce di tutto questo, parlare a tutt’oggi di Unità d’Italia o di memoria condivisa tra Nord e Sud quando dalla storiografia ufficiale ai meridionali è stata sempre negata una verità storica che li relega nel ghetto dell’essere cittadini residuali di questo paese? E certamente ancor più non ci si può indignare, da parte di insigni rappresentanti delle istituzioni, se oggi i meridionali, in occasioni di recenti manifestazioni sportive, si ritrovano a fischiare l’inno di Mameli. Questi insigni rappresentanti delle istituzioni, farebbero bene ad indignarsi per il fatto che a Torino, il 26 novembre 2009, è stato inaugurato e riaperto al pubblico il nuovo museo Lombroso ricco di reperti, di fotografie di pezzi anatomici, di crani, di teste mozzate, di documenti e di reperti utilizzati dal criminologo ed antropologo veronese e dai suoi seguaci tendenti a teorizzare la inferiorità della razza meridionale ed a sancire che ancora ai nostri giorni esistono due Italie: quella del Nord, civile e progredita; quella del Sud barbara e arretrata. Questo in un paese civile sarebbe il minimo per indignarsi e tramutare questo deprecabile museo degli orrori e delle menzogne in un luogo di rispetto e raccoglimento, insomma in un sacrario. In Italia, purtroppo, basta perdere quattro a zero con la Spagna per essere, come sostengono Napoletano e Monti, orgogliosi di una nazionale che unisce gli italiani. Contenti loro.

fonte http://pocobello.blogspot.com/2012/07/il-razzismo-antimeridionale-alle-radici_07.html

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Senza identità non si va da nessuna parte

Posted by on Ago 4, 2019

Senza identità non si va da nessuna parte

Una riflessione sulla crisi identitaria del popolo italiano a partire da considerazioni di Giuseppe De Rita

Il sociologo Giuseppe De Rita, tra i fondatori del Centro Studi Investimenti Sociali (CENSIS), è famoso soprattutto per la capacità di descrivere lo stato d’animo di un popolo attraverso una semplice “pennellata”, che rimane e che descrive meglio di tante parole. Un dono il suo, che ha reso celebri tante indagini del “suo” CENSIS, che De Rita dirige da 50 anni. Si era rimasti all’italiano «coriandolizzato» e «rancoroso», ma su la Repubblica del 1° agosto De Rita aggiunge qualcosa che aiuta a descrivere la crisi del nostro popolo e soprattutto a indicare una via per uscirne. Gli cedo la parola: «A noi manca la cultura di base. Siamo un popolo di analfabeti, indipendentemente dai recenti risultati dell’Invalsi. Ed è la cultura di base, la consapevolezza di se stessi e della propria storia, che accende il fuoco di una comunità, quella vitalità a cui ho fatto riferimento prima. E mi viene da sorridere quando sento parlare di un partito nuovo che metta insieme pezzi differenti, perché se non hai una cultura di base e un linguaggio comune puoi fare tutte le alleanze possibili ma il partito nuovo non riesci a costruirlo». Lasciamo perdere l’idea del nuovo partito, da sempre il “sogno nel cassetto” di chi pensa che basti affidarsi alla politica. L’importanza del discorso del direttore del CENSIS sta proprio nella necessaria premessa affinché un eventuale partito possa essere costruito e contribuire in maniera importante al superamento della crisi: la mancanza di una «cultura di base», che sola può accendere «il fuoco di una comunità», anche attraverso un «linguaggio comune». Tre cose, queste, che mancano e che sono fondamentali affinché una comunità non muoia, ma si riprenda dal coma in cui versa. «Cultura di base», «fuoco» e «linguaggio comune» rimandano a una realtà di fondo che non viene più insegnata: l’identità. Papa San Giovanni Paolo II (1920-2005) invitava i popoli europei a riscoprire la radici della propria storia e a rimanervi fedeli, e il regnante Pontefice (il 2 maggio) ammonisce i popoli a non perdere le proprie peculiarità con parole che merita riprendere: «San Tommaso ha una bella nozione di quello che è un popolo: “Come la Senna non è un fiume determinato per l’acqua che fluisce, ma per un’origine e un alveo precisi, per cui lo si considera sempre lo stesso fiume, sebbene l’acqua che scorre sia diversa, così un popolo è lo stesso non per l’identità di un’anima o degli uomini, ma per l’identità del territorio, o ancora di più, delle leggi e del modo di vivere, come dice Aristotele nel terzo libro della Politica” (Le creature spirituali, a. 9, ad 10). La Chiesa ha sempre esortato all’amore del proprio popolo, della patria, al rispetto del tesoro delle varie espressioni culturali, degli usi e costumi e dei giusti modi di vivere radicati nei popoli». Entrambi ricordano agli uomini che l’identità non si compra al supermercato, ma si insegna a partire dai bambini. E che l’amore per la propria identità ritornerà a circolare nella vita del popolo quando le autorità (soprattutto ecclesiastiche, intellettuali e politiche) non avranno più timore di proporla. Ci vuole tempo e tanta pazienza. Il grande alfiere della resistenza al comunismo sovietico, Aleksandr I. Solženicyn (1918-2008), in un libro appena uscito in italiano curato dal suo attento studioso, Sergio Rapetti, Ritorno in Russia (trad. it. Marsilio, Roma 2019), sostiene che per rimediare ai 70 anni di potere comunista ce ne vorranno almeno altrettanti. Giovanni Cantoni, il fondatore di Alleanza Cattolica, ha sempre indicato l’importanza fondamentale di dare vita a una “scuola elementare” per trasmettere quella «cultura di base» senza la quale non si costruisce alcuna identità e non si crea alcun «fuoco» che possa rianimare un popolo. Non bisogna dunque perdere la speranza e anzi occorre darsi da fare: anche un papà e una mamma che la fanno amare ai propri figli, come un sacerdote che ne ricorda l’importanza in un’omelia o nelle catechesi, contribuiscono affinché un popolo trovi o ritrovi la propria strada.

Marco Invernizzi

fonte https://alleanzacattolica.org/senza-identita-non-si-va/

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PULCINELLA CANTA UNA SERENATA

Posted by on Lug 13, 2019

PULCINELLA CANTA UNA SERENATA

“Carugnona!
Gioia de st’alma mia, jésce cca ffora!
ca màmmeta nun c’è, jésce a mmalora!
. Carugnona!
Si craie tu truove nfosa sta chiazza
so’ llacreme d’ammore e no sputazza …
. Carugnona!
.
. – disegno di Corrado Cagli 1974 –
.
In attesa del Riconoscimento UNESCO
. della Maschera di Pulcinella come
BENE IMMATERIALE DELL’UMANITÀ

segnalato da Ngelo Tortora

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