Alta Terra di Lavoro

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IL CONVEGNO DI ANDRIA SUL 1799 E SULLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI PETROMASI

Posted by on Mar 17, 2019

IL CONVEGNO DI ANDRIA SUL 1799 E SULLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI PETROMASI

Mentre catalogavo i video, che di seguito riportiamo,  e cercavo di inquadrare le date mi sono reso conto che oggi è il 17 di marzo, che grazie a Giorgio Napolitano, è diventato giorno di festa nazionale perché nel 1861 si riunì il parlamento piemontese per l’ottava legislatura che proclamò il regno d’italia con Vittorio Emanule II re d’italia. Ma la cosa che veramente mi ha sorpreso e che è avvenuto nella indifferenza generale, non ne ha parlato nessuno e tanto meno i media che hanno preferito parlare di altro come accade per il 2 di giugno, festa della repubblica, e per il 4 novembre. Questa è un’altra risposta ai giacobini napoletani che si sbattono a difesa di cialdini e degli altri carnefici del Regno delle Due Sicilie e che se non fossero salariati dallo stato italiano andrebbero a rinforzare l’esercito dei braccianti agricoli che ancora lavorano nelle nostre terre. Ma vi sembra normale che una nazione dichiara 3 feste nazionali e nessuno le ricorda? Non c’è da aggiungere nessun altro commento.

Ma torniamo all’argomento oggetto di questo articolo, il 19 ottobre 2018 in quel di Andria abbiamo tenuto un importante convegno sul 1799 presentando il testo di Petromasi sull’epopea dell’esercito della Santafede guidata da Card. Ruffo con i relatori che sono stati di alto livello e hanno conferito di fronte ad un pubblico folto, attento e competente.

Oltre allo storico Laborino Fernando Riccardi abbiamo apprezzato gli interventi di Giuseppe Pirro, del Notaio Sabino Zinni, della Sig.ra Liliana Isabella Surabhi Stea in un convegno voluto grazie alla volontà e all’impegno di Pasquale Cacucci e dall’editore Vincenzo D’Avanzo che ha dimostrato grandissima sensibilità e spirito di accoglienza. Un ringraziamento va anche alla Sig.ra Teresa Gaudioso e a Antonio Iennarelli che hanno messo a disposizione la loro buona volontà affinchè riuscisse il convegno.

Abbiamo deciso di pubblicare i video del suddetto convegno all’inizio della settima che ci porta verso la data del 23 marzo che ci ricorda i drammatici fatti del 1799 quando le truppe giacobine del conte di ruvo e duca di Andria ettore carafa mise a ferro e fuoco la città Andria lasciando dietro di se una scia di morte e sangue.

Di seguito i video del convegno

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In balia dei giudici: ragioni per un foro ecclesiastico

Posted by on Mar 17, 2019

In balia dei giudici: ragioni per un foro ecclesiastico

Un cardinale di Santa Romana Chiesa sbattuto in isolamento in prigione dopo un processo farsa durato anni. La persecuzione contro la Chiesa cattolica è aperta in nome dell’uguaglianza. Ma tutto comincia con l’eliminazione, con la Legge Siccardi, del Foro Ecclesiastico, che era un mezzo per evitare che odio anticattolico e amore per i soldi facili lasciasse i cattolici, e in particolare gli ecclesiastici, in balia di un qualsiasi tribunale. 

Il 25 febbraio 1850 viene approvata nel Regno di Sardegna la legge Siccardi che prende il nome dal guardasigilli dell’epoca Giuseppe Siccardi. Siccardi ottiene la soppressione del foro ecclesiastico, vale a dire l’eliminazione del privilegio del clero di essere giudicato da un tribunale ecclesiale e non da un tribunale civile. Con questa legge trova applicazione anche nel regno sardo un provvedimento che fa regnare l’uguaglianza della legge nei confronti di tutti i sudditi: tutti uguali davanti alla legge. Era ora! Penso che oggi non ci sia nessuno, o quasi, che metta in discussione la bontà di un simile provvedimento.

Però. Però le cose non sono mai tanto semplici. Meno che mai quando sembrano ovvie. Nel 1850 l’abolizione del foro ecclesiastico senza richiedere il consenso della Santa Sede equivale a una dichiarazione di guerra nei confronti della sede romana. Il foro ecclesiastico infatti è garantito dal concordato stipulato fra lo Stato della Chiesa e il Regno di Sardegna. Concordato che non può essere modificato senza un reciproco accordo di entrambi i contraenti. Pio IX è proprio questo che rileva: come mai il regno sardo decide di modificare il concordato senza informare la Santa Sede? Il comportamento sardo è chiaramente un atto ostile quanto ingiustificato nei confronti della chiesa cattolica e del suo stato. Ingiustificato tanto più che il regno di Sardegna, che si presenta al mondo come uno stato modello perché costituzionale e liberale, così facendo viola il primo articolo dello Statuto che definisce la chiesa cattolica “unica religione di stato”.

L’abolizione del foro ecclesiastico è un tassello importante della guerra che il Piemonte sabaudo scatena in Italia contro lo stato pontificio e i cattolici. Cioè contro l’intera popolazione. Subito dopo la sua approvazione serve per mettere in prigione a carcere duro (a pane e acqua) il vescovo di Torino Luigi Fransoni, vescovo scomodo, reo di obbligare i sacerdoti a ottenere il nulla osta dell’autorità ecclesiastica prima di presentarsi in tribunale. Negli anni successivi servirà a incarcerare uno stuolo di preti e religiosi colpevoli di aver infranto le leggi dello stato. Colpevoli, per esempio, di essersi rifiutati di cantare il Te Deum in occasione della festa dello statuto. O colpevoli di aver negato l’assoluzione in punto di morte agli scomunicati liberali che non si fossero pubblicamente pentiti del loro operato. Per capire meglio con quale equanimità e uguaglianza venissero applicate le leggi sabaude conviene tenere presente che, in nome della chiesa cattolica garantita dal primo articolo dello statuto e in nome della libera chiesa in libero stato, viene smantellato e svenduto l’immenso patrimonio religioso, artistico, culturale e caritativo organizzato nei secoli dalla chiesa cattolica in Italia. Aboliti tutti gli ordini religiosi della chiesa di stato, tutti i loro membri vengono cacciati dalle loro case e derubati di tutto, compresi archivi e biblioteche. In nome della giustizia, del progresso e dell’uguaglianza, 57.492 persone vengono private di ogni diritto. A cominciare da quello di scegliere liberamente il proprio stato.

E’ evidente che parlo della legge Siccardi per ragionare sull’oggi. Un cardinale di Santa Romana Chiesa, un uomo di 77 anni, sbattuto in isolamento in prigione dopo un processo farsa durato anni (durante i quali forse si sperava che morisse). Un antico giocatore di rugby abbandonato al suo destino da tutti. O quasi. Calunniato in modo palese da un tribunale che definire civile sarebbe ardito. La bellissima frase “la giustizia è uguale per tutti” serve magnificamente, come tutte le belle frasi, a nascondere la realtà dell’attuale situazione. La persecuzione contro la chiesa cattolica e contro i suoi uomini migliori è aperta. Il gioco al massacro è iniziato. In nome, ancora una volta, dell’uguaglianza. Forse sarebbe il caso di ricordare quanto Paolo scrive nella prima lettera ai corinti: “voi prendete a giudici gente senza autorità nella Chiesa? Lo dico per vostra vergogna!” Forse i tribunali ecclesiastici non sono un retaggio dell’oscurantismo cattolico. Sono solo un mezzo (certamente insufficiente perché è Gesù stesso che profetizza la persecuzione) per evitare che odio anticattolico e amore per i soldi facili frutto di calunnia lascino i cattolici, e in particolare gli ecclesiastici, in balia di un qualsiasi tribunale che applica la legge in modo uguale per tutti. Per tutti i propri amici.

Angela Pellicciari

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Pio XII non teme i documenti

Posted by on Mar 13, 2019

Pio XII non teme i documenti

La sua presunta connivenza con il nazismo è stata abbondantemente smentita da anni di ricerche e da pubblicazioni importanti. Fra un anno ne avremo altre, che confermeranno.

di Marco Invernizzi

Il 4 marzo Papa Francesco ha annunciato che dal 2 marzo del prossimo anno sarà possibile accedere agli archivi relativi al pontificato del Venerabile Papa Pio XII (1876-1958), dal 1939 al 1958. L’annuncio ha giustamente attirato l’attenzione per la drammaticità di quel periodo storico, ma soprattutto perché questo accesso potrebbe permettere di approfondire e forse chiarire alcuni “nodi”, in particolare il tema del “silenzio” del Papa a proposito del genocidio degli ebrei da parte del regime nazionalsocialista tedesco, che è certamente il punto sul quale si è scatenata la maggiore aggressione ideologica contro di lui.

Quello che ne pensa Papa Francesco è bene espresso nel discorso con cui ha annunciato l’apertura degli archivi: «Assumo questa decisione sentito il parere dei miei più stretti Collaboratori, con animo sereno e fiducioso, sicuro che la seria e obiettiva ricerca storica saprà valutare nella sua giusta luce, con appropriata critica, momenti di esaltazione di quel Pontefice e, senza dubbio anche momenti di gravi difficoltà, di tormentate decisioni, di umana e cristiana prudenza, che a taluni poterono apparire reticenza, e che invece furono tentativi, umanamente anche molto combattuti, per tenere accesa, nei periodi di più fitto buio e di crudeltà, la fiammella delle iniziative umanitarie, della nascosta ma attiva diplomazia, della speranza in possibili buone aperture dei cuori».

In sostanza, il Santo Padre riprende la motivazione di fondo che spinse Pio XII, ma anche tutte le potenze occidentali e le stesse associazioni ebraiche, a non condannare formalmente e pubblicamente il genocidio in atto da parte del regime di Adolf Hitler (1889-1945) proprio per potere continuare a salvare il maggior numero possibile di ebrei dalla deportazione nei campi di concentramento nazisti. È una logica che la Chiesa Cattolica ha usato spesso e che continua a provare nella convinzione che il tiranno, mentre parla, non morde. Ma questo non significa approvare il tiranno, come molti ebrei riconobbero a Pio XII dopo la guerra, proclamandolo “giusto fra i gentili”, uno dei massimi riconoscimenti ebraici per un uomo che ‒ si valuta ‒ abbia salvato più di 750mila ebrei, offrendo loro protezione all’interno della Città del Vaticano ovunque fosse possibile.

La campagna di diffamazione contro Pio XII è nata all’interno del mondo cattolico, scatenata da chi al Pontefice non perdonava la posizione netta di condanna del comunismo, come ricorda un bel libro uscito proprio in questi giorni dello storico Alberto Torresani (Storia dei Papi del Novecento. Da Leone XIII a Papa Francesco, edito da Ares). La capacità propagandistica dell’internazionale comunista colse l’opportunità e, a partire dal 1964, quando comparve sulle scene tedesche il dramma Il Vicario di Rolf Hochhuth, che attribuiva al silenzio del Papa la maggiore responsabilità del genocidio, Pio XII è divenuto oggetto di una sistematica campagna di diffamazione che non è ancora finita. Papa san Paolo VI (1897-1978) capì il problema e pertanto incoraggiò la nascita di una commissione di storici affinché venissero pubblicati gli atti inerenti a Pio XII contenuti nell’Archivio segreto vaticano. Questi storici hanno quindi pubblicato dodici volumi di documenti che attestano il lavoro svolto dal Papa per impedire la guerra, per circoscriverla una volta scoppiata, per ridurne i danni una volta in atto e per salvare la vita dei perseguitati, compresi gli ebrei. Dal 2 marzo 2020 altri testi saranno consultabili al fine di ricercare la verità storica sul venerabile Pio XII, che continua a “non avere paura” dei documenti.

fonte https://alleanzacattolica.org/pio-xii-non-teme-gli-archivi/

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L’agente segreto di Cavour: «Ecco i crimini dell’unità d’Italia»

Posted by on Mar 10, 2019

L’agente segreto di Cavour: «Ecco i crimini dell’unità d’Italia»

Il conte di Cavour aveva, probabilmente, un esercito di agenti segreti. Il più spregiudicato di tutti rispondeva al nome di Filippo Curletti; un poco di buono con “patenti di nobiltà” che gli arrivavano dal padre, inquisito nel 1841 per poligamia e per atti sacrileghi[1]. Il padre, Paolo, era di Mango, nella Langa Albese; il figlio nacque a Govone, nel Roero: il padre, avventuriero girovago, aveva abbandonato la moglie Carlotta Violardi lasciandole tre bambini: Giuseppe, Luigi e, per l’appunto, Filippo. Come costui divenne ciò che divenne, è mistero; ma Curletti aveva ereditato dal padre una assoluta spregiudicatezza, motivo per cui gli fu facile inserirsi nei gangli del sistema raggiungendo nientemeno che il conte di Cavour. «Sono stato per più di due anni l’agente secreto del conte di Cavour», affermerà senza giri di parole nel suo memoriale, pubblicato per vendetta dopo essere stato accusato di coprire, nella sua qualità di capo della questura, ogni genere di nefandezze commesse da una banda di criminali ed assassini. (Vedi qui l’articolo pubblicato su Altrastoria.it). L’accusatore, Vincenzo Cibolla, affermò che Curletti era il vero mandante degli assassinii che avevano sconvolto Torino in quegli anni; Curletti, coperto politicamente, si preoccupò di mettere molti chilometri tra lui e i giudici: espatriò in Svizzera e meditò vendetta. Così, nel settembre 1861, comparve un opuscolo che rivelava, puntuali, tutte le scelleratezze commesse dall’autore – che si nascondeva sotto la sigla J.A. – per ordine del conte di Cavour e degli altri artefici dell’unità d’Italia.

L’autore millantò una nascita romagnola, ma questa sembra l’unica falsità scritta dal Curletti, desideroso di restare al sicuro e, soprattutto, di non incorrere nelle revolverate di qualche sicario. La prova di iniziazione del novello agente segreto? Rapire una fanciulla e portarla nella camera da letto del re Vittorio Emanuele II. «Il generale di Saint-Frond, dopo avermi fatto una quantità di interrogazioni sulla mia età, sulla mia famiglia, ec. ec., mi disse tutto a un tratto: – Sei tu capace di rapire una ragazza, e

i condurla questa sera a Moncalieri!… – Un po’ sbalordito sul principio da questa domanda, finii col rispondere di »[2]. Il “mandante” pare, quindi, fosse il generale Alessandro Negri di Sanfront (1804-1884); eppure, il conte di Cavour non si fidava nemmeno del suo collaboratore: fatto chiamare J.A.-Curletti, il conte gli disse: «V’incarico di sorvegliare Saint-Frond; questo vi sarà facile; Rattazzi, Della Margarita, Brofferio, Revel e de Beauregard. Li conoscete voi tutti? – Li conoscerò, gli risposi. – Bisogna che io sappia quel che fanno ogni giorno: chi vedono… a chi scrivono… quali lettere ricevono… infine tutto, mi capite? Ah! I rapporti dovranno essere indirizzati a casa mia… andate, e siate discreto»[3].

Dunque, il conte voleva che Curletti spiasse i suoi collaboratori e gli esponenti della sinistra e della destra cattolica… successivamente, si trattò di spiare Napoleone III, giunto a Genova e poi ad Alessandria per le operazioni della seconda guerra di indipendenza. Già si guardava verso la Toscana, l’Emilia e la Romagna, si trattò di organizzare la propaganda a favore dei piemontesi. «La propaganda de’ Piemontesi nella Toscana e nelle Romagne cominciava a produrre i suoi frutti; tutto era pronto per una rivoluzione: i comitati che travagliavano gli spiriti, in queste due provincie, sotto la direzione del conte di Cavour, domandavano al ministro il segnale d’azione, ed alcuni uomini sicuri per operare il movimento»[4]. Uno di quegli uomini sicuri era lui. Alla testa di 80 carabinieri travestiti, fu inviato a Firenze per creare assembramenti di “patrioti” che avrebbero iniziato ad inneggiare all’indipendenza e ai Savoia. Al servizio di Carlo Bon Compagni di Mombello, nominato da Cavour ministro plenipotenziario piemontese a Firenze, Curletti testimoniò il saccheggio delle casse pubbliche dell’ex granducato e annotò di aver posto i suoi uomini nei posti chiave. Nel mentre, i servigi di Curletti erano richiesti anche a Modena: passato alle dipendenze di Farini, il manigoldo ricevette l’ordine di ganda de’ Piemontesi nella Toscana e nelle Romagne cominciava a produrre i suoi frutti; tutto era pronto per una rivoluzione: i comitati che travagliavano gli spiriti, in queste due provincie, sotto la direzione del conte di Cavour, domandavano al ministro il segnale d’azione, ed alcuni uomini sicuri per operare il movimento»[4]. Uno di quegli uomini sicuri era lui. Alla testa di 80 carabinieri travestiti, fu inviato a Firenze per creare assembramenti di “patrioti” che avrebbero iniziato ad inneggiare all’indipendenza e ai Savoia. Al servizio di Carlo Bon Compagni di Mombello, nominato da Cavour ministro plenipotenziario piemontese a Firenze, Curletti testimoniò il saccheggio delle casse pubbliche dell’ex granducato e annotò di aver posto i suoi uomini nei posti chiave. Nel mentre, i servigi di Curletti erano richiesti anche a Modena: passato alle dipendenze di Farini, il manigoldo ricevette l’ordine di impadronirsi di tutta l’argenteria del duca, perché interessava alle rapaci mani del dittatore. «Cosa n’è divenuto il prodotto? … Non posso esser pienamente affermativo su questo punto: ma non credo che sia stato versato nel Tesoro. Una circostanza che mi conferma in questo convincimento si è, che a quest’epoca Farini m’impose di comunicare ai giornali un articolo che ognuno ha potuto leggere, ed in cui era spiegato che il Duca partendo avea portato via tutta la sua argenteria, tutti gli oggetti di qualche valore, e che non avea lasciato per così dire che i quattro muri»[5].

Arrivarono i referendum per far “scegliere” alla popolazione se aderire o no al regno d’Italia. A Modena le campagne ribollivano, c’era il timore di una contro-rivoluzione. «Ci eravamo fatti consegnare i registri delle parrocchie per formare le liste degli elettori. Preparammo tutti i bollettini. Per le elezioni de’ parlamentari locali, come più tardi pel voto dell’annessione, un piccol numero di elettori si presentò per prendervi parte; ma al momento della chiusura delle urne vi gettammo i bollettini, naturalmente nel senso piemontese, di que’ che s’erano astenuti; non tutti già s’intende, ne lasciavamo da parte qualche centinaio, o qualche migliaio secondo la popolazione del collegio. Bisognava pur salvare le apparenze, almeno in faccia allo straniero, poiché sopra luogo si sapeva bene a quel partito attenersi»[6].

Le Rivelazioni di J.A., pagina dopo pagina, si dimostravano ricche di colpi di scena. Furti, brogli, anche delitti: Curletti rivelò i dettagli del truce linciaggio del colonnello Anviti, a Parma. Ordine di Farini: «Volete che ve lo conduca? – Eh no! È un uomo pericoloso e non sapremmo che farne. – Ma… – noi non possiamo toccarlo senza far gridare. Sarebbe mestieri che la popolazione si addossasse l’affare. M’intendete?»[7]. Anviti finì, pertanto, barbaramente massacrato da una folla inferocita. “L’odio del popolo” fu la causa della sua morte, con soddisfazione dei mandanti.

Curletti raccontò anche dell’assassinio di un altro generale, Georges de Pimodan: «Sì, il generale di Pimodan è morto assassinato!!! Nel momento in cui si lanciava alla testa di pochi uomini che avea raggranellati per caricare una colonna piemontese, un soldato postogli dietro, gli scaricò a brucia pelo un colpo di fucile che lo ferì nel dorso, – Pimodan cadde morto – …. Questo soldato era quel Biambilla che io avea qualche mese prima fatto ingaggiare a Roma»[8].

Inviato a Napoli per gestire l’ordine e, per la quantità di materiale a disposizione, J.A. assicurò al lettore che avrebbe curato un secondo opuscolo che, tuttavia, non vide mai la luce.

Le conclusioni dell’esperienza di Curletti sono amare. «In somma, non avea da alcuna parte scorto quell’entusiasmo per l’unità italiana, che, imbevuto delle illusioni piemontesi, m’aspettava di vedere scoppiare da ogni parte; invece avea trovato da per tutto in tutta la sua vivacità l’istinto dell’indipendenza locale. Ovunque in fine il Piemonte era riguardato come uno straniero e come un conquistatore»[9].

Dobbiamo prestar fede alle Rivelazioni? Domenico Sacchi, subito dopo la pubblicazione dei testi, fu incaricato di curare una loro confutazione, che risulta, però, alquanto sterile. Più suggestiva è l’ipotesi di Adriano Colocci, nel 1906, ripresa recentemente da Milo Julini: gli autori delle Rivelazioni sarebbero due, Filippo Curletti e Giacomo Francesco Griscelli, sicario e spia di Napoleone III[10]. Il testo avrebbe come padre principale Curletti, e solo alcuni dei fatti narrati sarebbero da ascrivere all’operato di Griscelli.

Note:

[1] M. Julini, Il primo scandalo dell’Italia unita, il caso Cibolla e altre storie criminali, Centro Studi Piemonte Storia, 2013, p. 225.

[2] La verità sugli uomini e sulle cose del Regno d’Italia. Rivelazioni di J.A., già agente secreto del conte di Cavour, Tipografia Emiliana, Venezia, 1872, p. 6. Qui è disponibile il testo online.

[3] Ivi, p. 7

[4] Ibidem.

[5] Ivi, p. 9

[6] Ivi, p. 12

[7] Ivi, p. 14

[8] Ivi, p. 20.

[9] Ivi, p. 23.

[10] M. Julini, op. cit. pp. 197-202.

Giorgio Enrico Cavallo

Fonte

http://www.altrastoria.it/2018/02/22/lagente-segreto-di-cavour-ecco-i-crimini-dellunita-ditalia/ ih

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La mostra a Capodimonte/La bellezza esce dai depositi e intreccia con gli spettatori una storia tutta da scrivere

Posted by on Mar 9, 2019

La mostra a Capodimonte/La bellezza esce dai depositi e intreccia con gli spettatori una storia tutta da scrivere

Dimenticare il brutto del quotidiano. Andare, per una full immersion nel bello, al Museo di Capodimonte. Che non ha la pesantezza tipica di un museo perché è una Reggia. Accogliente e ariosa, è stata appunto costruita, nel Settecento, dal Re Borbone, per contenere opere d’arte. E per abitarvi, contemplandole.
Oggi, ogni visitatore può girarvi nelle sale come un Re. La sensazione, per anni appannata, di trovarsi in una Reggia, è stata, da qualche tempo, ritrovata per l’attenta manutenzione di cui ora è oggetto l’edificio e per l’atteggiamento diverso del personale nelle sale, che ha abbandonato la sciatteria disinformata di un tempo. In più, da qualche settimana, l’illuminazione con centinaia di lampade a led ha creato, nel Salone delle Feste, la scintillante atmosfera di una fiaba principesca.
Mentre la “Flagellazione”, la famosa opera di Caravaggio (1571/1610) custodita qui, in una sala tutta per sé, è ora circondata da una cornice coeva che, in  complesse fitomorfiche curve, esprime il naturalismo barocco napoletano e storicizza l’artista, non più nume avulso dal tempo, riportandolo all’epoca sua. Il parco (grande due volte quello di Caserta.) che circonda la Reggia suggerisce chiaramente come l’arte si ispiri alla natura. Intorno all’edificio, i prati ora sono ben curati e c’è  la vista del mare dal Belvedere liberato dalla siepe che ne impediva la vista.

Questa sorta di révolution heureuse nella Reggia e nel Real Bosco riguarda anche la strategia culturale che vi viene attuata. Attenta a non  abbassare il livello della comunicazione culturale, diversamente da quella che ha l’unico fine di ottenere un maggior numero di visitatori, questa strategia mira a educare il pubblico all’arte e al bello sollecitandone le capacità e l’attenzione.
Un esempio ne è la mostra (dal 21/12/18 al 15/5/19)  “Depositi di Capodimonte. Storie ancora da scrivere”, intelligente nella impostazione, ricca di stimoli e di idee. Una sua originale caratteristica è l’attuale mancanza del catalogo, che sarà pubblicato al suo termine, per contenere i pareri degli esperti che converranno in un convegno internazionale e le osservazioni, i suggerimenti e i desideri dei visitatori.
Le 120 opere tirate fuori dai depositi (il 20 /100 circa di quelle lì conservate) sono dipinti, ceroplastiche, gessi, marmi, tessuti e armi, porcellane e terracotte. Tutte di pregio. Non sono presentate secondo una successione cronologica, secondo il prima e il dopo. Ma sono collocate in modo che si trovino vicine tra loro quelle che hanno tra loro delle analogie.
Qui si sfida anche il visitatore a trovare degli elementi in comune tra opere diverse e, in base a questi, raggrupparle e magari scoprirne lo sconosciuto autore. Se la prosa letteraria ha un linguaggio razionale, quindi pressappoco univoco, l’opera figurativa, invece, è, a suo modo, polivalente. Le somiglianze, quindi, possono trovarsi in base  a diversi elementi. In base alla materia usata, al colore, alla tecnica, al tema rappresentato, all’aspetto che vi viene evidenziato….Ogni opera racconta una sua storia, tutta ancora da scrivere.
Da un’ attenta osservazione delle opere si comprende anche la fallace superficialità del detto “Non è bello quel che è bello. E’ bello quel che piace.” Perché il Bello oggettivamente esiste. Ma piace all’osservatore quell’aspetto dell’opera d’arte che gli è più consentaneo, e quindi più per lui comprensibile. A questo si deve anche il criterio secondo il quale le opere sono state mandate nei depositi, da cui ora sono state tratte per questa mostra.
Vi sono state mandate perché non erano consentanee al gusto o al clima politico all’epoca o alle preferenze del critico al tempo più in auge. In proposito c’è l’eclatante esempio di Caravaggio (1593/1610), molto apprezzato ai tempi suoi ma poi a lungo tenuto in non cale. Finché, nel Novecento, un critico che allora andava per la maggiore, Roberto Longhi, lo riabilitò. Perché -come ancora si dice- a suo avviso Caravaggio aveva avuto il pregio di porre in primo piano la povera gente con i suoi piedi sporchi. Sebbene un valore maggiore potrebbe attribuirsi alla sua cancellazione, con la resa del buio, dello spazio canonico e la creazione, a volte, di uno spazio diverso, formato dai movimenti delle persone. Come nelle “Sette opere di Misericordia”, la prima opera che l’artista geniale produsse al suo arrivo a Napoli.
Tra i liberi accostamenti che in questa mostra si realizzano, c’è il confronto ravvicinato tra i personaggi ritratti nelle opere dell’Ottocento e in quelle del Seicento napoletano. Da cui appare chiara la diversissima sensibilità tra le due epoche. Il sentimentalismo ottocentesco rivela lo studio dei sentimenti, risentendo dello storicismo letterario, del positivismo e dell’eredità del neoclassicismo. Il Seicento napoletano rivela un’abundantia cordis irrefrenabile e la sensualità di una carnalità dirompente.
Tra le tante opere citiamo la veduta seicentesca di una irriconoscibile Messina, che dai terremoti, epocale quello del 1908, fu travisata del tutto. Ma, a prescindere dai luoghi, questa veduta rivela, nello stile della composizione avvolgente,  i suoi rapporti con l’arte napoletana. E ci viene in mente Antonello (Messina 1430/1479).
Molto interesse suscitano, tra gli oggetti in mostra, anche quelli portati in Europa dal Capitano James Cook e poi donati a Ferdinando di Borbone da Lord Hamilton, ambasciatore inglese presso la Corte Borbonica. Sono armi, un copricapo, una maschera di pelle e e altri oggetti provenienti dall’Oceania. Che testimoniano il senso della bellezza e dell’arte di un popolo ritenuto selvaggio. E suggeriscono un modo di vivere altro ma non per questo meno felice.
Nella stessa sala, statuette in terracotta riprendono precisamente le figure e gli abbigliamenti di popoli esotici vestiti nei loro abiti tradizionali. Sono riproduzioni perfette. Ma poco suggestive. La conoscenza storica è fatta anche di immaginazione. Prendendo spunto da tutti questi oggetti, Carmine Romano, curatore della mostra insieme a Maria Tamayo e ad altri collaboratori, tra cui Linda Martino, ha raccontato una storia su Ferdinando di Borbone. Questi, personaggio vitalissimo, amante delle donne e del suo popolo, con cui, quando poteva, si mischiava festaiolo, durante una festa carnevalesca del 1748 si era abbigliato alla turca secondo una moda esotica di fantasia. Un pittore francese, Joseph-Marie Vien (1716/1809), lo ritrasse insieme ai suoi e portò questi dipinti a Londra. Dove i membri dell’ambasciata turca li videro, e, rimanendone suggestionati, si abbigliarono a quel modo di fantasia. Se l’arte copia la vita, a volte anche la vita copia l’arte.
Le opere in mostra ritorneranno nei depositi? Sulla loro sorte non si hanno ancora notizie precise. Mentre c’è in progetto la creazione di un altro spazio espositivo in un grande edificio nel Real Bosco, quello che si trova di fronte la Reggia. Ma, nel frattempo, meglio andare a visitare queste “imperdibili” opere, prima che vadano in qualche deposito. E scompaiano alla vista.
LA MOSTRA
Depositi di Capodimonte. Storie ancora da scrivere 
Fino al 15 maggio
Per saperne di più
http://www.museocapodimonte.beniculturali.it/portfolio_page/depositi-di-capodimonte-storie-ancora-da-scrivere/

Adriana Dragoni


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LA TRUFFA DELL’UNITA’ D’ITALIA: DAL LADRO GARIBALDI AI ROTHSCHILD

Posted by on Mar 7, 2019

LA TRUFFA DELL’UNITA’ D’ITALIA: DAL LADRO GARIBALDI AI ROTHSCHILD

Il processo di Unità di Italia ha visto come protagonisti una sfilza di uomini più o meno celebri, i cosiddetti padri del Risorgimento. Dal nord al sud Italia ogni piazza o via principale si fregia di nomi illustri: Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele etc.

Il popolo viene indottrinato fin dalla più tenera età a considerare costoro dei veri eroi, gli artisti li raffigurano esaltando il loro valore in maniera da rafforzare il mito che li circonda. Innumerevoli sono infatti le opere d’arte che ritraggono l’eroe dei due Mondi ora a cavallo…ora in piedi che impugna alta la sua spada, alcune volte indossa la celebre camicia rossa…altre volte si regge su un paio di stampelle come un martire.

Tuttavia un ritratto che di certo non vedremo mai vorrebbe il Gran Maestro massone, Giuseppe Garibaldi, privo dei lobi delle orecchie. E dire che nessuna raffigurazione potrebbe essere più realistica poiché al nostro falso eroe furono davvero mozzate le orecchie, la mutilazione avvenne esattamente in Sud America, dove l’intrepido Garibaldi fu punito per furto di bestiame, si vocifera che fosse un ladro di cavalli. Naturalmente nessuna fonte ufficiale racconta questa vicenda.

È dunque lecito chiedersi quante altre accuse infanghino le gesta degli eroi risorgimentali? Quante altre macchie vennero lavate a colpi d’inchiostro da una storiografia corrotta e pilotata? Ma soprattutto quale fu il ruolo dei banchieri Rothschild nel processo di Unità d’Italia?

La Banca Nazionale degli Stati Sardi era sotto il controllo di Camillo Benso conte di Cavour, grazie alle cui pressioni divenne una autentica Tesoreria di Stato. Difatti era l’unica banca ad emettere una moneta fatta di semplice carta straccia.
Inizialmente la riserva aurea ammontava ad appena 20 milioni ma questa somma ben presto sfumò perché reinvestita nella politica guerrafondaia dei Savoia. Il Banco delle Due Sicilie, sotto il controllo dei Borbone, possedeva invece un capitale enormemente più alto e costituito di solo oro e argento, una riserva tale da poter emettere moneta per 1.200 milioni ed assumere così il controllo dei mercati.

Cavour e gli stessi Savoia avevano ormai messo in ginocchio l’economia piemontese, si erano indebitati verso i Rothschild per svariati milioni e divennero in breve due burattini nelle loro mani.

Fu così che i Savoia presero di mira il bottino dei Borbone. La rinascita economica piemontese avvenne mediante un operazione militare espansionistica a cui fu dato il nome in codice di Unità d’Italia, un classico esempio di colonialismo sotto mentite spoglie.

L’intero progetto fu diretto dalla massoneria britannica, vero collante del Risorgimento. Non a caso i suddetti eroi furono tutti rigorosamente massoni.

La storia ufficiale racconta che i Mille guidati da Giuseppe Garibaldi, benché disorganizzati e privi di alcuna esperienza in campo militare, avrebbero prevalso su un esercito di settanta mila soldati ben addestrati e ben equipaggiati quale era l’esercito borbonico. In realtà l’impresa di Garibaldi riuscì solo grazie ai finanziamenti dei Rothschild, con i loro soldi i Savoia corruppero gli alti ufficiali dell’esercito borbonico che alla vista dei Mille batterono in ritirata, consentendo così la disfatta sul campo.

Dunque non ci fu mai una vera battaglia, neppure la storiografia ufficiale ha potuto insabbiare le prove del fatto che molti ufficiali dell’esercito borbonico furono condannati per alto tradimento alla corona. Il sud fu presto invaso e depredato di ogni ricchezza, l’oro dei Borbone scomparve per sempre.

Stupri, esecuzioni di massa, crimini di guerra e violenze di ogni genere erano all’ ordine del giorno. L’unica alternativa alla morte fu l’emigrazione. Il popolo cominciò a lasciare le campagne per trovare altrove una via di fuga.

Ben presto il malcontento generale fomentò la ribellione dei sopravvissuti, si trattava di poveri contadini e gente di fatica che la propaganda savoiarda bollò con il dispregiativo di “briganti”, così da giustificarne la brutale soppressione.

A 150 anni di distanza si parla ancora di questione meridionale. Anche i più distratti scoveranno diverse analogie con quella che oggi viene invece definita questione palestinese. Stesse tecniche di disinformazione, stesse mire espansionistiche e soprattutto stesse famiglie di banchieri.
Solo che un tempo gli oppressi erano chiamati briganti…oggi invece sono i cattivi terroristi.

di Enrico Novissimo x collana eXoterica

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