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CATTOLICI INGLESI E GALLESI MARTIRIZZATI sotto il regno di Elisabetta

Posted by on Nov 16, 2022

CATTOLICI INGLESI E GALLESI MARTIRIZZATI sotto il regno di Elisabetta

Tra il 1559-1563, con vari editti, la regina Elisabetta I ritoccò il Prayer Book di Edoardo VI e obbligò tutti a giurare la sua supremazia se volevano uffici pubblici, a conformarsi esteriormente al rito anglicano, ad abiurare il primato romano, a non esercitare atti di culto cattolico, specialmente a non celebrare la Messa. La pena variava da una forte multa fino alla morte. I giustiziati furono migliaia dopo che S. Pio V scomunicò Elisabetta e sciolse i sudditi dal giuramento di fedeltà.

Tra il 1559-1563, con vari editti, la regina Elisabetta I ritoccò il Prayer Book di Edoardo VI e obbligò tutti a giurare la sua supremazia se volevano uffici pubblici, a conformarsi esteriormente al rito anglicano, ad abiurare il primato romano, a non esercitare atti di culto cattolico, specialmente a non celebrare la Messa. La pena variava da una forte multa fino alla morte. I giustiziati furono migliaia dopo che S. Pio V scomunicò Elisabetta e sciolse i sudditi dal giuramento di fedeltà (1570).
Dei circa 140 sacerdoti e dei 61 laici uccisi in odio alla fede cattolica per ordine della regina, 101 furono beatificati da Pio XI il 15-12-1929 e 20 furono canonizzati da Paolo VI il 25-10-1970.
Perché ai cattolici d\’Inghilterra non venissero a mancare i sacerdoti, Guglielmo Allen (+1594), canonico di York e più tardi cardinale, fondò un collegio inglese a Douai (Francia) nel 1568 e un altro a Roma nel 1578.
Altri collegi sorsero a Valladolid e a Lisbona, dove si formarono numerosi giovani i quali, appena ordinati sacerdoti, ritornarono in patria a costo della vita per restaurarvi la religione cattolica. S. Cutberto Mayne, nato nella contea di Devon (1544-1577), fu il primo martire tra i cosiddetti “sacerdoti seminaristi”. Ricevette gli ordini anglicani ma, studiando ad Oxford, a contatto di cattolici, capì che l\’insegnamento imposto dal governo era eretico. Fuggì allora a Douai, chiese di essere ammesso nella Chiesa Cattolica e, dopo l\’ordinazione sacerdotale (1575), andò ad esercitare il ministero nella Cornovaglia facendosi passare come fattore del signore di Golden (Volveden). Scoperto, fu condannato a morte perché aveva portato con sé e pubblicato la bolla che proclamava il giubileo del 1575, nonché per avere distribuito degli Agnus Dei e avere celebrato la Messa. Si rifiutò di prestare il giuramento della supremazia per avere salva la vita dicendo che “la regina non era mai stata ne avrebbe mai potuto essere il capo della Chiesa in Inghilterra”. Al corriere che andò a dirgli: “Preparati a morire perché tra tre giorni ti uccideranno”, rispose: “Se avessi con me qualche oggetto di valore desidererei donarlo a te piuttosto che a qualunque altro per la buona notizia che mi comunichi”. Fu impiccato, sventrato e squartato il 30-11-1577 a Launceston.
S. Edmondo Campion, londinese (1540-1581), studiando i Padri della Chiesa, scoprì che la religione anglicana non era che una deformazione dell\’antica fede. Travagliato da rimorsi dopo che si era lasciato ordinare diacono nella chiesa anglicana, fuggì a Douai, entrò nella Chiesa cattolica e studiò teologia. A Roma fu accettato nella Compagnia di Gesù (1573) e incaricato dell\’insegnamento nel collegio di Praga. Dopo l\’ordinazione sacerdotale (1578) si dedicò alla predicazione con grande successo. Destinato alla missione inglese sbarcò a Dover, travestito da gioielliere, e a stento poté rifugiarsi a Londra presso amici sicuri perché il suo arrivo era già stato segnalato dalle spie (1580). Fu costretto ad esercitare il suo ministero con rapidi spostamenti a cavallo.
Un giorno il santo chiese, in una lettera aperta al governo, di potere tenere tre pubblici contraddittori davanti ai lords, ai professori dell\’università e ai giuristi. Chiudeva la lettera, chiamata dai protestanti “la millanteria e la sfida di Campion” con queste parole: “Sappiate che tutti noi, gesuiti della terra, abbiamo stretta un\’alleanza per portare con gioia quella croce che voi ci imporrete e per non disperare della vostra conversione, finché ci sarà uno di noi per godere le gioie del vostro Tyburn o per sopportare i tormenti delle vostre torture o cadere sfinito nelle vostre prigioni”. La lettera fu divulgata tra i cattolici. Il Campion volle andare oltre facendo trovare sparse sui banchi di una chiesa ad Oxford 400 copie dell\’oposcuolo intitolato: “Dieci ragioni per cui Campion lanciò il guanto di sfida ai ministri della Chiesa Anglicana nella causa della Fede“, che aveva fatto stampare nella tipografia clandestina da lui impiantata. Due settimane dopo, il gesuita fu tradito e consegnato nelle mani degli sgherri. Fu condotto alla Torre di Londra, con il viso rivolto alla coda del cavallo sul quale era stato legato e con sulla testa la scritta; “Campion, il gesuita sedizioso”. Davanti al giudice difese imperterrito il suo operato; nella prigione, non volendo rinunziare alla fede neanche di fronte alle lusinghiere offerte della regina, fu sottoposto alle torture dell\’eculeo perché svelasse i nomi dei suoi ospiti. Tutto fu inutile.
Uno dei lords presenti attestò: “Sarebbe più facile strappargli il cuore dal petto che una parola dalle labbra”. Fu condannato a morte per “essere entrato in Inghilterra con il proposito di sollevare una ribellione, concertata prima a Reims e a Roma”. Il 1-12-1581, mentre veniva legato al graticcio per essere trascinato a Tyburn, il P. Gampion disse, pieno di gioia, agli astanti: “Dio vi salvi, signori. Che Dio vi benedica e faccia di voi tutti ferventi cattolici”. Al suo passaggio e a quello dei suoi compagni, il P. Rodolfo Sherwin e il P. Alessandro Briant, la gente esclamava meravigliata: “Ma essi sono sorridenti, non importa loro nulla morire”.
Dopo il martirio del P. Campion i cattolici inglesi ripresero animo. S. Rodolfo Sherwin, nato nella contea di Derby, è il primo martire del collegio inglese a Roma. Convertitosi al cattolicesimo, andò a studiare a Douai e poi a Roma. Nel 1580 ritornò in Inghilterra, ma dopo tre mesi fu arrestato a Londra mentre predicava. Scrisse ad un confratello delle catene che facevano rumore ad ogni suo movimento: “Le mie gambe e i miei piedi sono carichi di piccoli campanelli che mi ricordano costantemente con il loro tintinnio chi sono e a chi appartengo. Mai ho udito una musica così dolce”.
Nella Torre di Londra fu sottoposto per due giorni consecutivi alla tortura della ruota, ma non svelò il nome delle persone che aveva convertito e il genere di rapporti che aveva avuto con il P. Campion. Per cinque giorni fu chiuso in una cella di isolamento e lasciato senza cibo. Il martire, durante quel tempo, ebbe l\’impressione di essere prostrato davanti al Salvatore sulla croce. Dopo un anno di sofferenze, fu accusato di essere tornato in Inghilterra per fomentare una rivolta contro la regina e condannato a morte. Prima di essere impiccato a Tyburn volle baciare le mani del boia ancora lorde del sangue del P. Campion, poi esclamò: “Gesù, Gesù, Gesù, sii il mio Gesù!.”. Al gemito di lui fece eco il grido della folla: “Buon Sherwin, il Signore riceva la tua anima”.
S. Alessandro Briant, nato nella contea di Somerset, fu giustiziato dopo lo Sherwin. Seguendo l\’esempio del P. Roberto Persons si fece cattolico e studiò nel collegio inglese di Douai. Ritornato in patria (1579), due anni dopo fu sorpreso a Londra nella casa del P. Persona. I cacciatori di ecclesiastici, per indurlo a manifestare il nascondiglio del suo ospite, lo lasciarono senza cibo per due giorni, gl\’infilarono degli aghi sotto le unghie e per due giorni lo sottoposero alla tortura della ruota. Dopo otto giorni d\’isolamento, in una cella sotterranea, fu di nuovo sottoposto al medesimo tormento ma, invece dì cedere, il martire promise che avrebbe chiesto di entrare nella Compagnia di Gesù, come fece.
Quando fu citato in giudizio sotto la stessa imputazione del Campion, egli comparve in tribunale con in mano una piccola croce di legno che si era fabbricata. I protestanti gli ordinarono di buttarla via, ma egli rispose: “Non lo farò mai, sono un soldato della croce e non abbandonerò mai questo stendardo fino alla morte”. Uno dei presenti gliela strappò di mano, ma egli ribadì: “Potete togliermela dalle mani, ma non dal cuore. Morirò per Colui che per primo morì per me”. S. Giovanni Payne, nato nella contea di Northampton, dopo la conversione al cattolicesimo andò a studiare a Douai (1574) e, dopo l\’ordinazione sacerdotale, fu inviato ad esercitare il ministero nella contea di Essex. Ad Ingatestone si faceva passare per il maggiordomo di Lady Anne Petre. Dopo tre mesi dall\’arrivo nella suddetta località, scrisse a Douai: “Sempre crescente è il numero di coloro che si riconciliano con la Chiesa cattolica.
Gli eretici si preoccupano anche al solo sentire nominare i preti dì Douai, cosa questa che riempie di consolazione i cattolici”. Un novello Giuda, che ricopriva incarichi di fiducia fra il personale di Lady Petre, lo tradì accusandolo di cospirazione ai danni della regina. Fu torturato fino allo storpiamento e condannato a morte. Il 2-4-1582 a Cheimsford (Essex) il martire salì la scala a pioli sorridendo, baciò il patibolo, perdonò a tutti, protestò dì essere innocente e pregò: “Mio dolce Signore, fa\’ che la regina sappia che d\’ora in poi non dovrà più acconsentire allo spargimento di sangue innocente”. S. Luca Kirby, nato da nobile famiglia nella contea di York (1549-1582), dopo essersi addottorato in lettere e riconciliato con la Chiesa cattolica, si recò a studiare a Douai e a Roma. Quando sbarcò a Dover per lavorare nella missione inglese fu subito arrestato dalle autorità che erano state avvisate del suo arrivo dal servizio di controspionaggio e fu trasferito nella Torre di Londra dove venne sottoposto ad atroci torture. Condannato a morte insieme con il P. Campion e per lo stesso motivo, fu martirizzato a Tyburn il 30-5-1582.
A nome della regina, lo sceriffo gli aveva promesso salva la vita se avesse “sconfessato quell\’uomo di Roma”. Il Kirby gli aveva risposto che negare l\’autorità del papa equivaleva a negare un articolo della fede e a dannare la propria anima.
Il 30-10-1583 fu arrestato il B. Giovanni Slade, maestro di scuola di Dorset, perché “papista molto pericoloso”. Condotto dalla prigione di Wenchester sulla pubblica piazza, si inginocchiò accanto alla forca che vi era stata eretta, tracciò su di essa il segno della croce, la baciò e poi disse, mentre saliva la scala: “Sono venuto qui a morire per la fede di tutte le generazioni”. Pochi giorni dopo fu impiccato il B. Giovanni Bodey, anche lui maestro di scuola, nato nel 1549 nella contea di Somerset. Prima di morire baciò la corda che gli era stata posta al collo esclamando: “Gesù! Gesù! Gesù!”.
Nel 1584 furono impiccati, sulla piazza di Tyburn, quattro sacerdoti “perché si erano fatti ordinare al di là del mare da persone che avevano avuto la giurisdizione dal papa”: il B. Giacomo Fenn, maestro di scuola nella contea di Somerset ed ex-padre di famiglia, ordinato prete a Reims dove era stato trasferito il collegio di Douai; il B. Tommaso Hemerford, nato nel 1554 nella contea di Dorset e diventato sacerdote a Roma; il B. Giovanni Nutter, nato nella contea di Lancashire e ordinato sacerdote a Reims; il B. Giovanni Munden, nato a Coitley nel 1543 e ordinato prete a Roma.
Il B. Giovanni Finch, sposato e ricco proprietario di Eccleston (Lancashire), fu martirizzato a Lancaster, dopo molti anni di duro carcere, perché conduceva i sacerdoti da una famiglia all\’altra, da un villaggio all\’altro, prendeva parte alla celebrazione della Messa e negava alla regina la supremazia spirituale. Alla sua impiccagione fu presente il B. Giacomo Bell, prete apostata per vent\’anni. Dopo una grave malattia si era pentito del suo peccato ed era diventato il padre dei poveri. Tradito da una spia, fu impiccato il giorno dopo il signor Finch. Alla sua sentenza di morte avrebbe voluto che fosse aggiunto l\’ordine del taglio delle labbra e delle dita con cui aveva giurato e sottoscritto gli articoli eretici.
S. Riccardo Gwin è il primo martire gallese. Egli nacque nella contea di Montgomery (1537-1584), studiò a Cambridge, si sposò ed ebbe sei figli. In varie località del Galles fece scuola guadagnandosi la stima di tutti. Fu imprigionato perché disertava il culto protestante. Durante i quattro anni dì detenzione a Wrexham subì numerose persecuzioni e processi. Un giorno il giudice ordinò che fosse portato a forza sotto il pulpito del predicatore protestante, ma egli “scalciò tanto che il rumore dei ferri sovrastò la voce del predicatore”. “Fu condannato a morte per avere negato la supremazia spirituale della regina.
All\’uscire di prigione una folla di simpatizzanti si fece incontro al martire il quale disse loro: “Non piangete per me, non faccio che pagare il mio debito prima del giorno della resa dei conti”. Anche la moglie, Caterina, portando in braccio l\’ultimo nato di appena un mese, andò a dargli l\’estremo saluto, e gli sì inginocchiò davanti per riceverne la benedizione. Riccardo, avvicinandosi al graticcio che lo avrebbe portato a Tyburn, esclamò: “In nome di Gesù!”. Al boia che gli sì era inginocchiato dinanzi per chiedergli scusa disse: “Ti perdono di fronte a Dio, e non ti auguro alcun male, come non lo augurerei a me stesso”. Fu impiccato, e quindi sventrato e squartato mentre pregava: “Oh Dio, abbi misericordia di me peccatore”.
Tra i martiri inglesi non manca una giovane sposa, S. Margherita Cliterow, chiamata la “perla di York”, dov\’era nata e data in sposa a un cattolico apostata, macellaio di professione. Crebbe nella religione protestante ma, appena venne a conoscenza della vera fede, vi aderì e cessò di prendere parte al culto protestante. Più volte ne fu punita con la prigione. Negli intervalli di libertà, oltre a digiunare e ad aiutare i poveri, pregava per molte ore durante il giorno, ed era felice di ospitare, nonostante l\’editto 27 della regina Elisabetta del 1585 che lo vietava, i sacerdoti ricercati dalla polizia. Il marito le concedeva la massima libertà. Durante una perquisizione nella sua casa, la polizia, malmenando un ragazzetto che frequentava la scuola organizzata da Margherita, riuscì a farsi indicare il nascondiglio in cui ella occultava i sacerdoti, prendeva parte alla Messa e faceva la comunione.
Condotta davanti al tribunale, la santa fu invitata a difendersi, ma ella dichiarò; “Nulla ho commesso di cui debba dichiararmi colpevole”. Le fu chiesto come intendesse essere giudicata, ma la martire rifiutò ostinatamente il processo “non avendo commesso nulla di male”. Il presidente del tribunale la condannò allora alla pena prevista per chi rifiutava di accettare il verdetto dei giurati: la morte per schiacciamento. Margherita rispose: “Se questa sentenza è di condanna conforme alla vostra coscienza, prego Dio che ve ne riserbi una migliore dinanzi al suo tribunale”.
La mattina del 25-3-1586 la trentatreenne Margherita uscì scalza dalla prigione di Ouse Bridge, attraversò la strada diretta verso l\’ufficio doganale, accompagnata da due sceriffi, quattro boia e quattro donne, sue amiche, e portando sul braccio un indumento di lino bianco. Giunta alla prigione sotterranea, s\’inginocchio davanti agli sceriffi chiedendo loro di non essere denudata, ma la sua preghiera non fu esaudita.
Mentre gli uomini guardavano altrove, le quattro amiche le si raccolsero attorno e, prima che Margherita si stendesse per terra, le posero attorno al corpo l\’indumento bianco che la prigioniera aveva appositamente portato con sé. Le vennero quindi allargate le braccia a forma di croce, e le mani, furono legate ben strette a due pioli piantati per terra. I carnefici le posero sotto la schiena una pietra aguzza della grandezza di un pugno e, sul petto, una grande tavola sulla quale vennero caricati gradatamente dei pesi fino a raggiungere quasi i quattro quintali. Il martirio di Margherita durò appena quindici minuti. Esalò il suo spirito sussurrando: “Gesù, Gesù, abbi pietà di me”.
Soltanto alla sera il corpo della martire fu liberato dai pesi che l\’opprimevano e gettato in una fossa di acqua melmosa. I cattolici lo ritrovarono ancora intatto e fresco dopo sei settimane di segrete ricerche e lo seppellirono in un luogo rimasto finora sconosciuto.
Alla fine del 1586 al Tyburn di York, “con l\’allegrezza di uno sposo che va alle nozze”, salì il patibolo il B. Riccardo Langley, ricco gentiluomo. Era stato condannato a morte perché aveva aiutato e ospitato i sacerdoti ricercati nel sotterraneo che aveva fatto costruire per loro sotto la sua casa. Quando Filippo II, re di Spagna, fece il vano tentativo di conquistare l\’Inghilterra con la sua “armada” per vendicare la morte di Maria Stuart (+1587), e arrestare la guerra corsara autorizzata da Elisabetta I con regolari regie patenti nelle sue colonie, la persecuzione degli anglicani contro i cattolici si inasprì. A Londra furono moltiplicate le forche. Ad esse furono impiccati, dal 28-8-1588 al 29 novembre, non meno di venti sacerdoti e dieci laici, nonché una donna: Margherita Ward.
S. Margherita Ward era una vergine del Cheshire… Mentre lavorava a Londra alle dipendenze della signora Whittel, avendo appreso che un sacerdote languiva nella prigione di Bridewell, decise di andarlo a soccorrere. Fattasi amica della moglie del carceriere, un giorno riuscì a fargli avere con la biancheria anche una corda con cui di notte riuscì ad evadere. La Ward, considerata responsabile della fuga, fu imprigionata, frustata a sangue e appesa ai polsi con manopole di ferro perché rivelasse il nascondiglio del prigioniero fuggito, ma tutto fu inutile. Le fu offerta la libertà a condizione che chiedesse perdono alla regina e promettesse di frequentare la chiesa protestante, ma ella dichiarò: “Mai in tutta la mia vita ho fatto cosa alcuna della quale debba pentirmi, e tanto meno per aver liberato quell\’agnello innocente da quei lupi assetati dì sangue”. Il 30-8-1588 fu condotta a Tyburn per esservi impiccata con altri quattro laici. Durante il tragitto i cinque martiri non fecero altro che pregare e cantare per la gioia.
Quando Gregorio XIV fu eletto papa (1590), la regina Elisabetta, nel timore che sostenesse le armi spagnuole contro l\’Inghilterra, ordinò che fossero intensificate ovunque le ricerche dei “sacerdoti seminaristi” e dei “Gesuiti”. L\’8-11-1591 Topcliffe poté ritenersi fortunato perché, in casa di Swithun Welles, riuscì a mettere le mani su due sacerdoti in procinto di celebrare la Messa: Edmondo Genings e Polidoro Plasden; e tre laici: i beati Brian Lacey, Giovanni Mason e Sidney Hodgson.
S. Edmondo Genings, nato nella contea di Stafford, fu educato nella religione protestante. Entrato, come paggio, nella casa di un nobiluomo cattolico, abiurò l\’eresia e si recò a Douai per prepararsi al sacerdozio. Ritornò in Inghilterra, ma il 7-11-1591 fu sorpreso a Londra in casa del signor Swithum Wells. Condannato a morte in base allo statuto 27 della regina Elisabetta, mentre Edmondo il 10-12-1591 saliva la scala a pioli sotto la forca, eretta di fronte alla casa del Wells, rispose all\’astuto Topcliffe, capo dei poliziotti, che lo esortava a confessare il suo tradimento cattolico: “Se ritornare in Inghilterra prete e celebrare la Messa è tradimento, allora mi confesso colpevole di questi reati, ma non con pentimento, bensì esternando la mia più intima gioia”. Adirato, il capo ordinò al boia di levargli subito la scala di sotto ai piedi e di tagliargli la corda dal collo in modo che cadesse al suolo ancora vivo. Il martire si alzò in piedi, ma il boia gli fu sopra e lo squartò, benché gridasse per l\’atroce dolore.
Il Wells, condannato pure lui alla morte e presente alla scena, lo rincuorò dicendo: “La tua sofferenza è grande, ma è quasi terminata. Prega per me, ora, tu santo, perché giunga la mia”. Mentre il boia gli infilava le mani nel costato aperto per prendere il cuore, il martire sospirò: “S. Gregorio, prega per me”. Allora il carnefice non poté fare a meno dì esclamare: “Guardate, ho il suo cuore in mano e lui ha ancora sulle labbra il nome di S. Gregorio. Oh, egregio papista!”.
S. Swithun Wells, nativo dello Hampshire, ricevette un\’accurata educazione cattolica, umanista e sportiva. Dopo aver trascorso alcuni anni a Roma, ritornò in Patria, si sposò e istituì una scuola privata. Quando il suo apostolato cominciò a diventare troppo pericoloso, si trasferì a Londra con la moglie e la figlia e mise la sua casa a completa disposizione dei missionari. Quando Topcliffe fece irruzione nella sua casa, egli era casualmente assente. Fu arrestato quando andò dal giudice a reclamare la moglie; fu messo in prigione e condannato a morte perché “quantunque non fosse stato presente al banchetto (del P. Genings), avrebbe potuto gustarne la salsa”.
Mentre dal carcere veniva trascinato al luogo del supplizio, scorse tra la folla un amico e così l\’apostrofò: “Addio, caro amico! Dò l\’addio a tutti i miei passatempi e alle partite di caccia. Vado verso una vita migliore”.
Giacché ai piedi del patibolo, eretto dinanzi alla porta di casa sua, gli facevano attendere il momento dell\’esecuzione, gridò all\’indirizzo di Topcliffe: “Spicciati, non ti vergogni di lasciare attendere in piedi per tanto tempo un uomo della mia età e vestito solo della sua camicia con questo freddo? Prego Iddio che riesca a cambiare la tua anima come cambiò l\’anima dell\’apostolo Paolo, e che da persecutore tu possa mutarti in difensore della fede cattolica”.
S. Eustachio White fu uno dei martiri inglesi più coraggiosi. Nato a Louth, nel Lincoinshire, e allevato nella fede protestante, quando si convertì al cattolicesimo fu maledetto dal padre. Nonostante ciò Eustachio riuscì molto bene negli studi effettuati a Douai, Reims e a Roma, dove fu ordinato sacerdote (1588). Ritornato in Inghilterra, per tre anni esercitò il sacro ministero nella parte occidentale del paese. Durante uno dei suoi viaggi a cavallo fu tradito da un avvocato con il quale aveva conversato di religione, e arrestato sotto l\’accusa di essere prete. A Londra fu consegnato a Topcliffe, che lo fece torturare ben sette volte e, un giorno, lo fece appendere per le mani per otto ore consecutive allo scopo di costringerlo a svelare i nomi dei suoi collaboratori. Il martire sudò tanto per le sofferenze patite che inzuppò il suolo a lui sottostante, ma invece di parlare pregò: “Oh, Signore, più dolore se è la tua volontà e più fortezza”. Ripresosi dall\’agonia, dichiaro a Topcliffe: “Non nutro alcun risentimento contro di lei, pregherò Dio per la sua salute e la sua salvezza”. Fu giustiziato a Tyburn il 10-12-1591.
S. Polidoro Plasden nacque a Londra, dove svolse il suo ministero finché non fu arrestato in casa di Swithun Welis con Edmondo Genings e condannato a morte per alto tradimento. Plasden, a discolpa sua e dei suoi compagni, rispose al presidente del tribunale: “Questi dodici giurati, piuttosto semplici, ci hanno trovati colpevoli di tradimento perché esercitiamo le nostre funzioni sacerdotali. Ma lei, edotto in problemi giuridici, sa benissimo che tali funzioni erano considerate in tutte le epoche una professione onorevole”. Poiché sul carro pregava ad alta voce per la regina, e si diceva pronto a difenderla dai nemici, la gente avrebbe voluto che fosse liberato. Intervenne Topcliffe, il quale gridò: “Plasden, ritieni che la regina abbia il diritto di sostenere e imporre questa religione e dì proibire la vostra?” “No”. “Allora non ti riterresti in dovere di difendere la regina contro il papa, se questi intendesse venire nel nostro paese per stabilire la tua religione?”. “Sono un prete cattolico, perciò non combatterò mai, né consiglierò mai gli altri di combattere contro la mia religione, perché ciò significherebbe rinnegare la mia fede. Oh, Cristo, non ti rinnegherò mai, dovessi vivere e morire cento vite! “. Fu giustiziato a Tybum il 10-12-1591.
Nel febbraio del 1593 la regina Elisabetta fece intensificare la lotta contro i “ricusanti”, vale a dire contro coloro che si rifiutavano di prendere parte ai servizi religiosi protestanti. Essi erano condannati a perdere tutti i loro beni mobili e due terzi degli immobili, due terzi delle eredità e il potere di riscuotere qualsiasi debito.
Le pene furono ampiamente applicate soprattutto nelle contee più settentrionali del regno di modo che le prigioni rigurgitarono di una folla enorme di cattolici di tutte le età e le condizioni. Tuttavia due persone soltanto morirono martiri: il B. Edoardo “Waterson, londinese, che si era fatto cattolico a Roma e sacerdote a Reims; e il B. Giacomo Bird, gentiluomo di Winchester, di appena diciannove anni.
Nel 1594 fu condannato a morte, a Dorcester, con tre laici che lo avevano ospitato, il B. Giovanni Cornelius. A Roma era stato ordinato sacerdote, e dal 1583 aveva cominciato a svolgere un ministero molto attivo ed efficace nelle grandi tenute di Sir Giovanni Arundel, di cui suo padre era fattore. Si fece gesuita in carcere. Scrisse a Dorotea Arundel, sua penitente e più tardi abbadessa del monastero delle benedettine di Bruxelles: “Preghi per me affinchè non parli, non pensi, non desideri altro che Cristo, la sua croce e il suo paradiso”.
S. Giovanni Boste nacque nel Westmorland, ricevette una buona educazione a Oxford, studiò a Donai e a Reims, e quando ritornò in Inghilterra (1581), svolse il suo ministero nel nord del paese con tanto successo da diventare uno dei sacerdoti più richiesti dai fedeli e più ricercati dai nemici. Un cattolico rinnegato ricevette sacrilegamente da lui i sacramenti della confessione e della comunione per essere in grado di svelarne alla polizia il rifugio presso Durham. Nella Torre di Londra fu sottoposto alla tortura della ruota fino allo storpiamento, ma nessuna indiscrezione uscì dalle sue labbra. Fu ricondotto a Durham e condannato a morte. Per la gioia che ne provò intonò il Te Deum.
Il 24-7-1594 il martire salì la scala a pioli sotto la forca recitando ad ogni gradino l\’Ave Maria. Non gli fu concesso di parlare alla folla e neppure di recitare i Salmi in inglese. Gli gridarono di chiedere perdono alla regina, ma egli rispose: “Giuro sulla mia condanna a morte di non avere mai avuto intenzione di offenderla”. Dopo l\’impiccagione la vittima fu trascinata vicino al fuoco per essere squartata. Lì il martire riprese conoscenza e mentre il carnefice stava per strappargli il cuore, si udì mormorare: “Gesù, Gesù, Gesù, perdonami”.
Come il B. Giovanni Cornelius aveva esercitato con zelo il ministero nelle provincie occidentali dell\’Inghilterra, i suoi due confratelli, P. Roberto Southwell e P. Enrico Walpole lo esercitarono nella parte meridionale e settentrionale del paese.
S. Roberto Southwell, nato nel Norfolk ( 1562-1595), fu allevato nella religione cattolica. Da giovanotto si recò a Douai. A diciott\’anni fu ammesso a Roma nella Compagnia di Gesù e, dopo l\’ordinazione sacerdotale, fu nominato prefetto degli studi nel collegio inglese. Tuttavia, sua unica aspirazione era di ritornare in Inghilterra. Stabilì il suo quartiere generale a Londra dove, per sei anni, svolse un proficuo lavoro missionario e scrisse oltre 60 poemi. Fu tradito da una ragazza cattolica, corrotta e terrorizzata da Topcliffe. Per dieci volte fu sottoposto a torture così orribili che, secondo lui, ad esse era preferibile la morte. Più volte fu tenuto appeso per ore ed ore alla parete con un cerchio di ferro tagliente ai polsi e le gambe piegate all\’indietro, ma invece di svelare a Topcliffe i nomi dei suoi collaboratori mormorò: “Mio Dio e mio tutto”. Il 21-2-1595 fu giustiziato a Tyburn perché sacerdote. Ai piedi del patibolo, voltosi verso il popolo, aveva esclamato: “Se viviamo, viviamo per Dio; se moriamo, moriamo per Dio; nella vita e nella morte siamo di Dio”. Due mesi dopo un altro gesuita ne seguiva l\’esempio: il P. Walpole.
S. Enrico Walpole nacque nel Norfolk da genitori cattolici. Da giovane studiò poesia e legge. Impressionato dal martirio di S. Edmondo Campion, al quale fu presente e del cui sangue rimase bagnato, decise di recarsi a Douai e poi a Roma, dove entrò nella Compagnia di Gesù ( 1584). Dopo l\’ordinazione sacerdotale, invece di ritornare in patria, dovette recarsi nel collegio inglese di Valladolid con l\’incarico di vicerettore. Quando sbarcò sulle coste dello Yorkshire (1593) fu quasi subito catturato e imprigionato nella Torre di Londra. Vi rimase un anno e fu sottoposto quattordici volte a ogni sorta di tortura. Fu processato e condannato a morte a York perché sacerdote, e giustiziato nell\’aprile del 1595 a Knavesmire. Il giudice si era dichiarato disposto a rimetterlo in libertà qualora avesse rinnegato il papa e riconosciuto la supremazia spirituale della regina, ma egli aveva risposto: “Sono disposto a sottomettermi in tutto ciò che non sia contrario a Dio. La divina Maestà non consenta che io mi pieghi alla pur minima cosa che possa arrecargli disonore”.
Non contenta delle vittime che aveva scelto tra sacerdoti e laici, la regina Elisabetta I nel 1595 ne fece scegliere una anche tra l\’alta nobiltà, quella di Filippo Howard.
S. Filippo Howard, conte di Arundel (1557-1595), nato a Londra, fu battezzato secondo il rito cattolico avendo a padrino Filippo II, re di Spagna, ma fu educato nella religione protestante. A 14 anni si sposò, a 18 entrò a corte guadagnandosi le simpatie della regina. Per sei anni visse una vita dissoluta, dimentico completamente della moglie. Ascoltando un giorno, per pura curiosità, le dispute che il P. Campion teneva con alcuni ministri protestanti nella Torre di Londra, rimase talmente turbato dagli argomenti di lui che decise dì abbandonare la corte e di ricongiungersi con la moglie. Dopo tre anni si convertì al cattolicesimo. Mentre progettava di rifugiarsi sul continente per praticare apertamente la propria fede, fu arrestato e rinchiuso nella Torre di Londra dove, per undici anni, sopportò i rigori dell\’isolamento dandosi a pie letture e a varie mortificazioni. Si alzava ogni mattina alle cinque per rimanere a lungo inginocchiato sul pavimento a pregare. Lungo il corridoio recitava il breviario e più volte il rosario. Sulla parete della sua cella scrisse in latino nel 1587: “Quanto più grandi sono le sofferenze sopportate in questa vita in nome dì Cristo, tanto più grande sarà la gloria con Cristo nella vita futura”.
Quando Filippo II assalì l\’Inghilterra con la sua Invincibile armata (1588), il conte di Arundel fu condannato a morte, ma non gli venne comunicata la data dell\’esecuzione. Nel 1595, essendo caduto gravemente malato, chiese alla regina il permesso di rivedere la propria moglie con i due figli. Gli fu risposto che avrebbe potuto riavere la libertà qualora si fosse recato una sola volta alla chiesa protestante. Filippo ringraziò, ma fece sapere alla regina di non potere accettare la condizione posta dicendo: “Ho solo una vita da offrire per questa causa”. Morì il 19-10-1595 tenendo le braccia incrociate sul petto, il rosario tra le dita e sussurrando: “Oh, Signore, sei tu la mia speranza”.
Fino alla morte Elisabetta I fu implacabile contro i sacerdoti, i religiosi e i laici che non la riconoscevano come capo della Chiesa d\’Inghilterra. Il 2-11-1602 emanò un “proclama” per annunciare l\’esilio assoluto di tutto il clero cattolico del suo regno, rimasto praticamente senza guida dopo la scomparsa del Card. Guglielmo Allen nel 1587. Le vittime furono diverse. Ricorderemo soltanto le tre principali:
S. Giovanni Jones, nato nel Caernarvonshire (Galles), a Pontoise (Franca) entrò nell\’Ordine dei Frati Minori e a Roma, nel convento dell\’Ara Coeli, fece la professione religiosa. Nel 1592 ritornò in Inghilterra per esercitare il ministero nel distretto londinese. Topcliffe lo fece arrestare in seguito allo spionaggio di un assistente e favorito. Il martire rimase in prigione per due anni, poi fu condannato a morte avendo contravvenuto all\’editto 27 della regina Elisabetta. Jones rispose al giudice: “Se questo è un crimine, mi devo ritenere colpevole perché effettivamente sono un prete e sono venuto in Inghilterra per guadagnare il maggior numero possibile di anime alla causa di Cristo”. Fu giustiziato il 12-7-1598 a Londra, a sud del Tamigi. Avendo il boia dimenticato la corda per l\’impiccagione, il martire ne approfittò per pregare e predicare alla folla per più di un\’ora. La testa, infilzata ad un palo, poiché dopo due giorni manteneva ancora il suo colore naturale, fu sfigurata e sporcata di polvere da alcune guardie. Due giorni dopo lo squartamento, una parte del suo corpo, esposta sopra un albero, cominciò a sanguinare.
S. Giovanni Rigby, del Lancashire, fu costretto dalle ristrettezze familiari a lavorare presso una famiglia protestante. Per un po\’ di tempo ne praticò anche il culto, per timore delle punizioni previste dalla legge, ma ben presto se ne pentì. In seguito cambiò padrone. Un giorno dovette recarsi in tribunale per testimoniare che la figlia del padrone, convocata sotto l\’imputazione di non frequentare la chiesa protestante, non aveva potuto presentarsi al processo perché ammalata. Uno dei commissari cominciò a rivolgere domande al Rigby in merito ai suoi sentimenti religiosi. Avendo costatato che anch\’egli si rifiutava di prendere parte al culto protestante e di riconoscere la supremazia spirituale della regina, lo fece imprigionare. Al giudice, che gli promise la libertà se avesse promesso di frequentare la chiesa protestante, rispose: “Mio signore, non vorrei lasciare credere che dopo aver salito, come spero, tanti scalini verso il cielo, abbia poi lasciato scivolare il piede e sia caduto in fondo all\’inferno. Io spero in Gesù. Egli mi darà la forza necessaria per sottostare a mille morti cruente, se avessi altrettante vite da sacrificare”. Quando il capo dei giurati si pronunciò per la sentenza di morte, esclamò:
“Lode a te, o Signore, Re dell\’eterna gloria”. Quando il giudice lo condannò ad essere impiccato, sventrato e squartato, fece osservare: “Questo è come la puntura di una pulce in confronto a quanto volle soffrire Gesù per la mia salvezza. Perdono di cuore vostra signoria, la povera giuria e tutti gli altri persecutori”. Il 21-6-1600 fu informato che sarebbe stato giustiziato a Londra lo stesso giorno. Il martire ne esultò dicendo: “Deo gratias. E la più bella notizia che mi sia stata mai comunicata dal giorno della nascita”. Il boia lo squartò che era ancora vivo. Fu udito gemere: “Dio vi perdoni! Gesù, ricevi la mia anima”.
S. Anna Line, nata nell\’Essex, fu diseredata dal padre calvinista il giorno in cui si fece cattolica. Andò sposa ad un convertito come lei, ma avendo costui preso parte alla Messa, fu poco dopo esiliato nelle Fiandre dove morì lasciando la moglie nella miseria. Anna diventò la governante di P. Giovanni Gerard, il quale ospitava i sacerdoti ricercati dalla polizia nella sua spaziosa abitazione di Londra. Dopo la sua cattura, Anna cambiò casa e continuò ad offrire premurosa ospitalità ai preti. Il giorno della Candelora del 1601 permise che un folto gruppo di cattolici si radunassero in casa sua per prendere parte alla Messa. I vicini a quel rumore insolito s\’insospettirono e ne avvertirono la polizia che vi fece irruzione. Anna fece appena in tempo a rinchiudere il celebrante in un nascondiglio. Fu arrestata, imprigionata e condannata a morte per violazione dello statuto 27 della regina Elisabetta. L\’imputata, che soffriva di continue emicranie, era così debole e malata che fu portata in aula sopra una sedia.
Il 27-2-1601 la martire fu trascinata a Tyburn. Giuntavi, disse ai protestanti pronti a molestarla con subdole esortazioni: “Andate via voi; io non ho nulla in comune con nessuno di voi”. E proseguì, rivolgendosi alla folla: “Sono stata condannata per avere offerto ospitalità ad un prete cattolico. Sono così lontana dal pentirmi di averlo fatto che desidererei con tutta l\’anima averne ospitato mille invece di uno solo”. Baciò la forca, s\’inginocchiò e, finché il carnefice non l\’impiccò, seguitò a pregare.

fonte

https://www.paginecattoliche.it/CATTOLICI-INGLESI-E-GALLESI-MARTIRIZZATI-sotto-il-regno-di-Elisabetta-I/

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