Alta Terra di Lavoro

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CAVOUR DI CARMINE DE MARCO

Posted by on Dic 2, 2020

CAVOUR DI CARMINE DE MARCO

Come abbiamo dovuto imparare dalla storiografia risorgimentale, Camillo Benso conte di Cavour viene ritenuto il vero artefice dell’unità italiana che avrebbe realizzato tessendo sottili trame con la sua diplomazia. Insomma, se il Piemonte fu la matrice della nuova Italia, Cavour ne sarebbe il pater.

considerazioni

Qualcuno ritiene, invece, che i padri dell’Italia siano stati tre: Vittorio Emanuele, Cavour e Garibaldi. La verità è che la banda dei tre ha partecipato alle vicende legate all’ingrandimento dello Stato sabaudo-carignanesco, nel frattempo scomparso.

L’Italia è altra cosa! Forse, nascerà!

i cavour

I Benso di Cavour erano a metà strada tra la nobiltà antica e la nobiltà nuova: il titolo di marchese lo avevano comprato nel 1649, ma già prima figuravano tra i servitori della Corona. Il marchese Michele di Cavour, padre di Camillo, non era solo il capo zelante degli sbirri municipali di Torino, ma era attivo anche in veste di banchiere, di industriale, di grande agricoltore. Azionista di società per la navigazione sui laghi, proprietario di molini e di tenute agricole, nelle quali fu il primo ad impiegare trebbiatrici meccaniche, esperto di banca e di contratti di borsa, il padre trasmise al figlio Camillo il suo senso pratico ed una certa dose di opportunismo. MC

i cavour poliziotti

Nel 1798 si videro contadini furenti dare addosso ai francesi, ai giacobini e ai modernisti: essi dimostravano così quanto poco garbasse loro quel regime napoleonico, affaristico e borghese, al quale avevano aderito con entusiasmo il marchese Michele di Cavour, padre di Camillo, ed il principe di Carignano, padre di Carlo Alberto. MC

Si aveva la felicità di sentirsi addosso l’occhio, il sospetto e l’artiglio di cinque polizie – così rievocava i tempi precedenti il 1848, il giornalista Vittorio Bersezio – e se si tien conto d’una speciale, tutta dedicata alla vigilanza degli studenti, se ne avevano sei. La più seccante era la polizia urbana a cui presiedeva il marchese Cavour col titolo di vicario, nominato dal re e in diretta corrispondenza col re. Gran fortuna pel nome dei Cavour che sia stato tramandato alla storia con la aureola gloriosa del grande ministro Camillo, figliuolo del vicario, perché il padre non avrebbe lasciato nel ricordo degli uomini che nomea impopolare e odiata. Michele Benso di Cavour ostentava opinioni le più assolutiste, i princìpi peggio che conservatori, era disposto a servire con esagerazione di zelo il governo stabilito per arbitrario che fosse. Restaurata la monarchia sabauda, il marchese Michele fu tra i più intransigenti nemici di ogni cosa introdotta dal regime imperiale, fra i più furibondi propugnatori della compiuta risurrezione di ogni antico istituto e costume, fra i più accalorati a respingere il carro dello Stato nelle rotaie del sistema precedente la rivoluzione. La polizia del vicario aveva in gran cura gli atti esterni di ossequio alla religione e alla monarchia.

Se, passando una processione o un funerale o una schiera di frati, di associazioni religiose, non vi toglievate il cappello, c’era presto la mazza di una guardia del vicario a gettarvelo giù. Questa feroce bestia a sei teste della polizia poteva entrare in casa di qualunque a qualsiasi ora, frugare, perquisire, sequestrare, arrestare, mandare in cittadella, nella fortezza di Fenestrelle, in Sardegna, anche in esilio: esempio luminoso Vincenzo Gioberti”. MC

délicatesse des nerfs

Di questa malattia soffrivano i Cavour. Il nonno di Cavour, Giuseppe Filippo, ne era afflitto. Il fratello Gustavo soffriva di depressione nervosa; nel 1856 ne soffrì per più di un anno. Il nipote Ainardo dette segni di squilibrio mentale tanto da condurlo, ultimo erede del nome dei Cavour, alla follia ed a una fine precoce.

Di Camillo vedremo alcuni comportamenti da squilibrato mentale. R1  R3

considerazioni

Nel corso di queste pagine noteremo (fatto pochissimo rilevato dagli storici delle vicende dell’unità italiana e, in ogni caso, non evidenziato) la comunanza di interessi tra ambienti finanziari protestanti e ambienti finanziari ebraici e noteremo anche la frequentazione del Cavour di quegli ambienti e del suo coinvolgimento, personale e da statista, in quegli interessi.

Una lettura delle vicende di quegli anni in chiave anticattolica, o, per meglio dire, ostile agli ambienti politici e finanziari legati al cattolicesimo, è da preferire alla stantia storia dell’epopea risorgimentale e delle ragioni della nascita dello Stato unitario italiano.

cavour raccomandato

Nel 1823, quando il giovane Cavour aveva 13 anni, il padre lo raccomandò al re Carlo Alberto di “nominarlo tra il personale della sua corte”, evidentemente preoccupato per il suo avvenire. VF

considerazioni

Come anche oggi si ritiene, chi nella vita non aveva altra possibilità o attitudine (come stiamo per vedere), si dava alla politica, cercando un protettore.

viaggi e conoscenze del cavour

Nel 1834, dopo un periodo buio della sua vita, Cavour lasciò Torino per un viaggio che lo portò in Svizzera, in Francia ed in Inghilterra. In Svizzera frequentò gli ambienti che determinarono poi la caduta del regime aristocratico e la salita al potere di quella classe borghese che ha poi formato l’attuale Confederazione Elvetica. A Parigi si trattenne tre mesi. La Francia in quegli anni era travagliata da un inasprimento tra le relazioni sociali e da una esplosione anticattolica.

Cavour divise il suo tempo tra le mondanità, le relazioni sociali con gli ambienti dell’aristocrazia e gli studi sociali. Dopo la Francia l’Inghilterra. Anche l’Inghilterra, in quegli stessi anni, viveva quella impetuosa rivoluzione industriale e sociale che doveva portare al predominio della industria, della finanza e degli affari sulla tradizionale aristocrazia. R1

Nel 1837 Cavour fu di nuovo a Ginevra, poi in Francia e poi ancora in Inghilterra. A Ginevra ebbe occasione di conoscere Rothschild, ed a Ginevra conobbe i banchieri Odier. Tra il luglio 1837 e il giugno 1843 trascorse fuori dal Piemonte e per gran parte a Parigi, almeno due anni e due mesi. R1

cavour malversatore

Cavour nel 1837 fu nominato amministratore di una sua zia, con l’incarico di liquidare estese proprietà che questa aveva in Francia. Cavour, spinto dal costante proposito di formarsi al più presto una fortuna, e disponendo dei fondi a sua disposizione per gli affari della zia, cominciò a giocare in borsa. R1

malversatore – II

Nell’ottobre del 1849, durante le trattative con la casa Rothschild, per la concessione di un prestito di 75 milioni al Piemonte per il risarcimento all’Austria dopo la sconfitta di Novara, il banchiere ebreo sembra abbia ceduto al Cavour al prezzo di costo di 77 lire una rendita di 37.500 lire corrispondente ad un capitale di 750 mila lire. Nell’ottobre 1850 Cavour diventava ministro. R2

cavour scommettitore in borsa

Nell’ottobre del 1840, Cavour, sfruttando notizie provenienti da Hortense Allart de Méritens, amante di Sir Henry Lytton Bulwer, segretario dell’ambasciata inglese a Parigi e allora uomo di fiducia di Palmerston, circa una crisi che si svolgeva tra l’Egitto e la Siria, decise di tentare una grossa speculazione al ribasso.

La minaccia di guerra, nella quale poteva trovarsi coinvolta la Francia, aveva provocato gravi inquietudini nel mondo degli affari, i cui esponenti più autorevoli, con i Rothschild alla testa, si erano impegnati in un tenace sforzo a favore della pace; e in borsa i riflessi della situazione si erano tradotti in una crescente incertezza e in ribassi notevoli. Cavour calcolò che la guerra avrebbe provocato ulteriori ribassi e fece una grossa operazione, impegnandosi a perfezionarla a fine mese: faceva assegnamento su un guadagno netto di 200 mila franchi. La guerra non scoppiò per la resistenza del re ed in borsa si delineò una vigorosa tendenza al rialzo. Il disastro si rivelò al Cavour in tutte le sue proporzioni: “il n’était plus…” “non c’è più tempo, tutti i miei sogni svaniscono e mi vedo sprofondare in un abisso… Tutto ciò che ho guadagnato in tre anni l’ho perduto in un giorno. In breve, devo pagare per la fine del mese 45 mila franchi. Si devono pagare oppure farsi saltare il cervello”. Ed allora scrisse una disperata ed auto accusatoria lettera al padre che dovette soccorrere il figlio. R1

considerazioni

Rileggiamo il capitolo precedente. Mi sembra che questa vicenda sinteticamente ci dica su Cavour più di molti ponderosi volumi di storia. Nessuno scrupolo nell’usare il sesso come strumento per ottenere vantaggi, nessuno scrupolo nell’usare informazioni riservate, comportamento spregevole dell’ambiente da lui frequentato, azzardo estremo (altro che freddo calcolatore!), isterismo di fronte ai problemi, piccolezza d’animo nel rapporto con il padre. Cavour in questa occasione è quello che sarà durante le vicende politiche che lo vedranno protagonista.

cavour giocatore

Grandi sarti, scommesse alle corse, teatro, gioco spericolato e fortissimo, compagnie con “les plus mauvais sujets de Paris” queste furono le principali occupazioni di Cavour a Parigi nel 1837. “Un soir j’ai gagné soixante mille francs, et j’en ai reperdu trente le lendemain” annotava Cavour nel suo diario. R1

la leggenda del cavour imprenditore agrario – I

Nel 1837 Camillo di Cavour fu nominato dal padre, sempre preoccupato per la mancanza di un avvenire del figlio, amministratore della tenuta di famiglia di Leri.

Nell’investitura, però, il padre si riservava “la generale sorveglianza”, forse ammaestrato dalle precedenti esperienze del figlio. La decisione di assumere la direzione di Leri, assumeva agli occhi di Cavour il significato di una scelta di fondo, destinata a determinare tutto il corso ulteriore della sua vita.

Dichiarò di dedicarsi all’agricoltura deciso “a procurarmi un gran numero di scudi senza curarmi delle raccomandazioni delle associazioni agricole e senza curarmi delle utopie di fattorie modello”. “Je tâche de me procurer le plus grande nombre d’écus sans m’inquiéter des mémoires des sociétés agricoles et des utopies des fermes modèles”. Tra i numerosi tentativi infruttuosi di cambiamento ed innovazioni troviamo quello di introdurre la barbabietola da zucchero: fu abbandonata dopo qualche anno. La conduzione della tenuta agricola proseguì per alcuni anni senza significativi risultati fino al 1843 quando Cavour, ancora poco soddisfatto dello stato dell’azienda agricola, chiese ad un grosso agricoltore, Giacinto Coiro, di voler cooperare alla direzione dell’azienda agricola. In seguito la direzione passò al solo Coiro. R1  R2

Gli storici ufficiali crearono al Cavour la fama di grande imprenditore agricolo, confondendo i fallimenti del Cavour con la sana amministrazione e con i buoni risultati del Coiro che, al contrario del Cavour, non inseguiva ipotesi non sperimentate o idee suggestive.

la leggenda del cavour imprenditore agrario – II

Nei suoi viaggi in Inghilterra Cavour aveva avuto modo di osservare la tecnica del drenaggio dei terreni. Decise di dare sperimentazione a questa tecnica, assumendosene personalmente il rischio e le spese. Nonostante l’impegno, la sperimentazione fallì per errori tecnici e per la diversità dei terreni. Una condotta più prudente avrebbe evitato il cattivo esito. Nella complessiva esperienza di Cavour agricoltore e uomo d’affari i rischi assunti furono eccessivi e le perdite talora gravi. R2

Tornano alla mente gli avvertimenti del padre marchese Michele che invitava il figlio a non intraprendere iniziative se non sperimentate a proprio rischio da altri. R1

considerazioni

Gli storici ufficiali hanno sempre giustificato i fallimenti del Cavour imprenditore (quelli informati, poiché la maggioranza hanno ripetuto pappagallescamente la favola del Cavour sagace imprenditore) con i risultati che avrebbe avuto con l’unità d’Italia, creando così una relazione tra fatti non accettabile. Noi sappiamo che sempre, quando i risultati dipendevano direttamente dal Cavour, questi sono stati negativi.

abuso di potere

Cavour impedì la realizzazione di quello che poi diventerà il Canale che da lui prese il nome, secondo il progetto originario: perché prevedeva l’attraversamento della sua azienda agricola. R2

la leggenda del cavour imprenditore – I

Con il grande sviluppo delle ferrovie che in quegli anni si stava realizzando, Cavour, entrato in quegli ambienti finanziari protestanti ed ebraici, come abbiamo visto, iniziò la sua carriera di imprenditore con due clamorosi fallimenti. Si costituì nel 1838 la Compagnie Savoyarde che aveva come oggetto sociale il collegamento di Chambéry e Lione attraverso ferrovia e navigazione fluviale.

Impegnatosi con 20 mila lire su un capitale iniziale di 1.200.000, aumentò la sua quota di altre 20 mila lire mentre la Compagnie stava annaspando a causa del cattivo progetto. Successivamente, con la Compagnie che stava già fallendo si impegnò per una cifra imprecisata chiamando il padre, ancora una volta, in aiuto. La Compagnie a dispetto della fede del Cavour fallì. Il nostro a questo punto concepì il progetto di una nuova società che avrebbe dovuto aggiudicarsi i beni della Compagnie Savoyarde fallita. In questa nuova società Cavour si impegnò con 40 mila lire. Anche questa nuova società fallì! E se nella prima era entrato nel consiglio di amministrazione dopo la costituzione, nella seconda ne fu promotore, maggiore azionista e tentò di salvarla entrando nella Reale Commissione per le strade ferrate per influenzarne le decisioni. R1

la leggenda del cavour imprenditore – II

Nel 1846 Cavour concepì il disegno di unire due fabbriche torinesi di prodotti chimici per utilizzarne i sottoprodotti come fertilizzanti per l’agricoltura. Nel 1847 veniva costituita la Schiapparelli Rossi e C.

Il Coiro al quale fu inviato questo concime perché lo provasse affermò: “Devo mio malgrado fare sentire che il concime Schiapparelli non vale un acca”.

A causa dell’andamento negativo Cavour portò il suo impegno finanziario dalle iniziali 20 mila lire a 100 mila. Nel 1856 la Schiapparelli Rossi e C. fallì. R2

la leggenda del cavour imprenditore – iii

Nel 1844 si costituì una compagnia per la realizzazione del progetto di costruzione della ferrovia Torino Alessandria. Il capitale era di 30 milioni, equamente diviso tra tre gruppi, tutti di ambiente protestante. Al gruppo parigino facevano capo il banchiere Gabriel Odier ed il barone Adolphe d’Eichtal. Il gruppo ginevrino comprendeva le banche Hentsch, Turrettini e Pictet, Naville e Lombard Odier. Infine il gruppo piemontese faceva capo ai De La Rüe, banchieri genovesi amici di Cavour, ed ai banchieri Mestrezat. Cavour aveva assicurato i banchieri sulla riuscita dell’impresa per la presenza nella commissione governativa di un persona che l’avrebbe favorita facendo avere la concessione da parte del governo. Le dimissioni di questo personaggio fecero fallire il progetto. R2

la leggenda del cavour imprenditore – iv

Nel 1850 si costituì la Gaston Blondel e C. per la brillatura del riso nella quale Cavour investì 100 mila lire su 500 mila di capitale. Nel settembre dell’anno successivo la società fu sciolta con perdite per Cavour di oltre 11 mila lire. R2

la leggenda del cavour imprenditore – v

Uno dei più significativi avvenimenti che ci chiarisce quale fosse l’ambiente nel quale si muoveva Cavour e che spiega un personaggio tutto sommato di terzo ordine, senza particolari caratteristiche di importanza, anche nel suo paese di terzo ordine, è quello della fornitura di materiale ferroviario allo Stato sabaudo da parte di ditte straniere, favorita dal Cavour. Associato alla banca Dupré e, ancora una volta, ai De La Rüe, Cavour divenne mediatore per forniture allo Stato di materiale ferroviario da parte di una ditta inglese, la Castellain di Liverpool.

Strane vicende caratterizzarono questi affari: aste in cui il vincitore si ritirava, contestazioni della qualità dei materiali poi accettati. Questa volta Cavour lucrò 50 mila lire ma ben si può pensare che i guadagni vennero da maneggi e non da abilità nel condurre gli affari. R2

la leggenda del cavour imprenditore…

Specialmente tra il 1843 e il 1850 quando entrò al governo, Cavour si dedicò ad una serie svariatissima di iniziative agricole, industriali, commerciali, finanziarie, bancarie. Michelangelo Castelli, come vedremo la persona a lui più fedele, tanto da essere nominato a capo degli archivi di Torino, e quindi cane da guardia delle vere informazioni contenute nei documenti, riferisce che in gran parte le speculazioni cavouriane si chiusero in perdita per il conte che “nella pratica perdeva i benefizi che doveva ripromettersi nella teorica”. R2

considerazioni

In tutti libri da me consultati non ho mai trovato la spiegazione dell’origine dei capitali che Cavour investiva e distruggeva. Salvo alcuni accenni ai banchieri genovesi De La Rüe ed ai banchieri ginevrini de La Rive che finanziarono parzialmente alcune imprese, il resto è mistero.

Come vedremo più avanti, a proposito dei carteggi dei Savoia, la storia, quella scritta, è ancora in gran parte da leggere. Quella non scritta, quella vera, deve essere ritrovata con metodo logico e critico.

cavour massone?

Alla sicura appartenenza affaristica agli ambienti protestanti ed ebraici, secondo alcuni si aggiungerebbe l’appartenenza alla massoneria. Anche se l’autentica affiliazione massonica di Cavour manca di prove documentali convincenti, Cavour fu ritenuto Gran Maestro in pectore del Grande Oriente Italiano. AM

Così come non è riscontrabile l’accusa di pedofilia rivolta al Cavour da più parti.

metamorfosi del cavour

Cosa sia successo nel 1850 perché da sfaccendato e dilapidatore di sostanze paterne si sia trasformato in uomo politico, non si capisce. È logico supporre che nei suoi viaggi in Inghilterra ed in Francia Cavour sia venuto a contatto con ambienti della grande finanza internazionale, interessati a far conquistare nuovi mercati ai prodotti delle industrie da loro finanziate o interessati all’impiego dei loro capitali. In quegli anni gli Stati italiani erano rigidamente protezionisti e non favorivano l’importazione di prodotti dall’estero.

Il primo Stato italiano ad abbattere le barriere doganali fu il Piemonte per l’opera del Cavour: prima ministro dell’agricoltura, poi delle finanze, infine primo ministro.

La grande finanza internazionale, che condizionava tutti i governi, ebbe interesse allora a far appoggiare le mire espansionistiche del Piemonte, oberato di debiti interni per le precedenti sconfitte nelle guerre di conquista e per l’attuazione della politica doganale liberistica.

Nel 1857 il saldo passivo tra importazioni ed esportazioni aveva raggiunto i 100 milioni di lire. Era un calcolo di convenienza reciproca. Da un lato il capitale dei finanzieri francesi ed inglesi veniva remunerato per i prestiti, garantiti dall’appoggio dei loro governi alla politica espansionistica del Piemonte e per i consumi dei loro prodotti.

Dall’altro lato il Piemonte attuava una politica di investimenti interni e di conquiste territoriali. In fondo conveniva alle due parti. Gli unici a non essere d’accordo erano i cittadini piemontesi che pagarono in tasse ed in vite umane quella politica: ma questo aspetto del problema non interessava assolutamente i finanzieri, Cavour e Vittorio Emanuele.

nel 1849 il piemonte non era finanziabile

Tra il marzo e l’agosto del 1849 il Piemonte, che stava trattando la pace con l’Austria, dopo la sconfitta di Novara, chiese invano aiuto all’Inghilterra e alla Francia: queste non mossero un dito anche in presenza del negoziatore austriaco Bruck che aveva iniziato le trattative chiedendo ben 200 milioni di lire di risarcimento. La somma richiesta era enorme e pari a tre volte le entrate annue del Piemonte. Lo stesso Vittorio Emanuele si lamentava del fatto che l’Austria nel 1815 avesse reclamato dalla Francia una somma pari ad un solo anno di entrate mentre ora “réclamait de nous était presque du triple. Il consigliere di legazione austriaco, barone Metzburg, aveva riferito a Bruck: “Il Piemonte ha ormai la certezza di non poter fare assegnamento sul sostegno della Francia e su quello dell’Inghilterra”. AF

considerazioni

In conclusione, tra il 1849 ed il 1852 c’è stato un cambiamento della politica inglese e francese verso il Piemonte e la sua politica espansionistica. Da cosa fosse stato determinato non è dato di sapere. Certo non crederemo alla favola del desiderio degli italiani di riunirsi sotto Vittorio Emanuele, né crederemo alla favola del tessitore! Qualche elemento emerge, come il seguente.

Quando nel 1848 si seppe della caduta di Luigi Filippo, re dei francesi, e della proclamazione della repubblica in Francia, Cavour commentava in alcune lettere scritte a Melhuish e a De La Rüe: “Sono stroncato, perché non credevo assolutamente, lo devo ammettere, alla possibilità di un evento simile. Con la repubblica in Francia che ne sarà di noi? Si deve prevedere il peggio ed agire in conseguenza”. Ed agì in conseguenza provvedendo ad annullare ordinazioni e affari in corso, e cercando di realizzare al più presto i crediti pendenti, in attesa di un chiarimento della situazione. R2

Evidentemente Cavour, legato a determinati ambienti, temeva che nel nuovo ordinamento il potere dei suoi amici fosse diminuito. Noi sappiamo, invece, che, come al solito, Cavour si sbagliava: proprio gli ambienti ai quali era legato avevano determinato la repubblica, determinarono l’ascesa di Napoleone III e determinarono l’alleanza con il Piemonte contro l’Austria che resisteva loro. Tra l’altro Cavour, ancora una volta, aveva sbagliato alleandosi, nella guerra che si sviluppava tra i grandi finanzieri internazionali, anche e specialmente ebrei, con il gruppo più debole. Vedremo più avanti come Cavour si alleò con il più forte, dopo essere stato ridotto alla ragione.

la politica economica e finanziaria di cavour

Il primo trattato di commercio, concluso da Cavour con la Francia nel novembre 1850 in sostituzione di un precedente trattato del 1843 ormai scaduto, fu caratterizzato dalla forzata accettazione da parte piemontese di condizione piuttosto pesanti imposte dal governo di Parigi, il quale non aveva ancora cominciato a modificare la sua politica protezionista. Il regno sardo dovette ridurre la tariffe doganali per vari prodotti francesi e ottenne solo qualche lieve diminuzione delle tariffe francesi per alcuni suoi prodotti. Lo stesso Cavour, nella discussione per la ratifica del trattato avvenuta alla Camera nel gennaio ’51, affermò che esso non corrispondeva “né alle esigenze della scienza, né ai veri interessi dei due paesi” ma aggiunse che non solo il trattato assicurava qualche vantaggio alle esportazioni piemontesi ma permetteva di rafforzare le buone relazioni con la Francia [o con qualche francese?].

La svolta in senso liberistico della politica commerciale piemontese si ebbe invece con i due trattati con il Belgio e l’Inghilterra nei primi mesi del ’51.

La difficile situazione del bilancio fu esposta nella relazione da Cavour alla Camera nella quale delineò anche i punti principali del suo programma. Il ricorso al credito interno per sanare il disavanzo fu attuato con la vendita di 18.000 obbligazioni di Stato mediante una sottoscrizione. Il ricorso al credito estero per far fronte alle spese del programma ferroviario avvenne con un prestito concluso con la banca Hambro di Londra che fruttò al netto quasi 80 milioni.

Quanto all’aumento del carico fiscale, già il ministro Nigra si era messo su questa strada con l’appoggio di Cavour. Fu istituita la nuova imposta sui fabbricati e l’imposta sui redditi dei corpi morali. Nel settembre fu istituita una tassa sulle patenti, cioè sulle professioni libere, il commercio, le industrie. Altri nuovi tributi, come la imposta personale e mobiliare (che poi divenne l’imposta sulla ricchezza mobile) e l’imposta di successione, furono istituiti nel periodo in cui Cavour fu presidente del consiglio. L’aumento della pressione tributaria non bastò a coprire l’aumento notevolissimo della spesa pubblica negli anni successivi, sicché il bilancio piemontese rimase costantemente in deficit e furono necessari nuovi ricorsi al credito. Forti difficoltà trovò Cavour nella politica bancaria. Non riuscì infatti nel luglio 1851 a fare approvare dalla Camera il suo progetto di rafforzamento della Banca Nazionale. Ma il progetto, che in sostanza attribuiva alla Banca il monopolio dell’emissione di biglietti a corso legale, fu respinto. Alcuni lo giudicarono troppo ardito; altri lo giudicarono non rispondente ai princìpi liberisti tanto calorosamente sostenuti dallo stesso Cavour. C4

conseguenze della politica economica di cavour

Fra l’estate e l’autunno del 1853 la reazione popolare alla crisi della sussistenza si tradusse in una sorta di resistenza di massa al liberismo, che in parecchie regioni coinvolse larghi strati della popolazione piemontese. Specialmente nelle zone di confine, la libera esportazione delle granaglie, messa a confronto con i divieti che invece molti dei paesi esteri si erano affrettati ad introdurre (Lombardo Veneto, Stati romani, Regno di Napoli) suscitò una viva eccitazione che qua e là esplose in disordini e violenze. Nell’agosto 1853 i sindaci di dodici comuni del mandamento di Intra chiedevano misure “per impedire il monopolio e la esportazione dei cereali”, prospettando la minaccia che ne derivava alla “pubblica quiete”, e sottolineando “la miseria del basso popolo e le sue conseguenze inevitabili”. Ci furono assembramenti ad Arona con intervento dei carabinieri. A Pallanza si lamentava l’assoluta mancanza di grano. Nella Lomellina “se l’esportazione continua per un mese ancora i prestinai di questo luogo non sono più in grado di rinvenire un sacco di frumento per farne del pane”. Nello stesso senso scriveva il sindaco di Vigevano. Inconvenienti simili erano in Savoia, in Sardegna, a Genova. In tutti questi luoghi si temeva per l’ordine pubblico. Nell’autunno la situazione si aggravò e si diffusero dicerie collegate con la partecipazione di Cavour nella società dei grandi mulini di Collegno; e i giornali popolari con la Voce della libertà del Brofferio alla testa, insistevano sull’accaparramento di ingenti quantitativi di cereali nei magazzini della società, che si identificava con Cavour, a scopo di speculazione. Ci fu anche un tentativo di invasione di palazzo Cavour da parte della folla con feriti ed arrestati, seguìto da manifestazioni di ostilità che accolsero il conte al suo riapparire, scortato, nelle vie. Scoppiati ancora disordini e tumulti a Stradella, Bra e Novi Ligure il governo procedette a una serie di arresti “dans toute l’étendue du royaume”. Alla fine del 1853 si ebbero in Val d’Aosta i tumulti più gravi ed estesi. Vi furono coinvolti oltre due mila valligiani che mossero disarmati su Châtillon al grido di: “Abbasso le imposte!”. La guardia nazionale procedette all’arresto di gruppi di valligiani e l’arrivo di rinforzi di truppa disperse i rimanenti, dopo uno scontro a fuoco che causò feriti e due morti. Il governo procedette a 530 arresti. R2

cavour: oltre se stesso, chi favoriva?

Quale fosse lo stato d’animo dell’opinione pubblica piemontese, si vide nella clamorosa assoluzione ottenuta dal direttore del giornale Imparziale, l’avvocato Ghisolfi, difeso dal Brofferio, seguita pochi giorni dopo, fra gli applausi del pubblico, da una analoga assoluzione della Voce della libertà: nonostante che una dichiarazione ufficiale della società dei mulini di Collegno avesse cercato di smentire la documentazione prodotta ai giurati dal Brofferio. “Rimane dunque provato – annunciava sul suo giornale il Brofferio – 1) che il conte di Cavour è magazziniere di grano e di farina, contro il precetto della moralità e della legge; 2) che sotto il governo del conte di Cavour ingrassano illecitamente i monopolisti, i magazzinieri, i borsaiuoli, i telegrafisti e gli speculatori sulla pubblica sostanza [monopolisti, magazzinieri, borsaiuoli, telegrafisti, speculatori sulla pubblica sostanza… nascita della tradizione carignanesca!], mentre geme, soffre e piange l’universalità dei cittadini sotto il peso delle tasse e delle imposte; 3) che il sangue innocente sparso dal conte di Cavour nella capitale dello Stato senza aggressione, senza resistenza, per una semplice dimostrazione che potevasi prevenire, fu atto barbaro e criminoso, da renderlo degno di essere posto in accusa a termine delle leggi costituzionali”. R2

finanza piemontese: questione di vita o di morte

Premessa fondamentale dell’opera che Cavour si proponeva d’intraprendere era, la restaurazione finanziaria. “La più urgente delle riforme per noi è il dare assetto al nostro ordinamento finanziario, perché questa è per noi in certo modo questione di vita o di morte”. R2

Alla fine del 1853 i prestiti esteri avevano reso un prodotto netto di oltre 304 milioni. R2

Al primo gennaio 1859 il debito pubblico piemontese ascendeva ad oltre 786 milioni! R2

conseguenze della politica liberistica di cavour

Il rovescio della medaglia della politica liberistica voluta dal Cavour era dato dall’aggravio che misure del genere davano alla situazione già precaria della finanza. Nel 1854 le entrate erano inferiori alle spese di oltre 24 milioni. “Ciò che è grave, gravissimo – rivelava Cavour al fido Giacinto Coiro – si è la condizione finanziaria ed economica. Siamo senza danari, e non sappiamo come procurarcene”.

Si giunse al punto che persino il fedelissimo banchiere Hambro fece comunicare al Tesoro piemontese che non avrebbe più provveduto ad alcun pagamento per suo conto “excepté avec des contrevaleurs en mains” “senza un controvalore in mano”: cosa che parve a Cavour pretesa lesiva della dignità del governo sardo, e tale da giustificare l’immediata rottura con la casa londinese, se non fosse poi seguìto un chiarimento.

Ma per fronteggiare la scadenza degli interessi si dovette ricorrere a Rothschild, così come fu Rothschild il tramite ormai inevitabile per il nuovo prestito, destinato a fornire al Tesoro 35 milioni, che Cavour fu costretto a proporre al parlamento. Alla Camera il dibattito sul relativo disegno di legge fu l’occasione di una offensiva generale delle opposizioni contro la politica generale del ministero Cavour. Revel accusò Cavour di avere impresso all’economia uno stimolo eccessivo, di aver effettuato le riforme doganali prima di raggiungere il pareggio (a rovescio del criterio seguìto da Peel in Inghilterra), di avere fatto promesse ormai prive di ogni credito. In particolare, si rinfacciò al conte l’annuncio che quello del 1853 sarebbe stato l’ultimo prestito.

Vi fu chi contestò al Cavour le sue tesi preferite: la politica liberista non aveva affatto sviluppato le risorse latenti del paese, ma solo immesso attraverso i prestiti una massa di potere d’acquisto che in gran parte serviva ad alimentare gli investimenti nell’edilizia privata e i consumi, invece che ad incrementare gli investimenti produttivi; gli sgravi sui consumi e sui dazi doganali non avevano ridotto i prezzi dei beni di largo consumo mentre i salari erano scesi. Ma le critiche non venivano solo dagli avversari: “Se non siete in un abisso siete vicino ad un baratro – gli scriveva Hambro – avete inacidito gli animi malgrado tutti i voti favorevoli della Camera, è evidente; dove sono i vantaggi morali e materiali delle vostre misure?”. R2

considerazioni

Ma, insomma, su quali fatti, dati, cifre è poggiata la fama propalata dagli storici ufficiali di un Cavour grande imprenditore agricolo, grande imprenditore industriale, grande ministro finanziario? Nessuno!

E vedremo anche l’assoluta falsità della fama di grande tessitore della politica piemontese e della fama di artefice dell’unità d’Italia da lui definita, in una lettera autografa, una “corbelleria”. C4

cavour, il tessitore freddo e calcolatore

A mezzanotte, in un incontro a Monzambano, Cavour fu informato, in un tempestoso colloquio, dei risultati degli incontri che avrebbero portato, di lì a pochi giorni, alla firma dell’armistizio di Villafranca l’11 luglio del 1859 che concluse la guerra franco piemontese all’Austria.

A questo colloquio assistette il solo Costantino Nigra, suo protetto e collaboratore preferito, il quale non si risolse mai a mettere per iscritto l’intero resoconto dei fatti.

Il caldo era soffocante; il re, in maniche di camicia, comunicò a Cavour, con grande imbarazzo, i risultati della sua diplomazia personale. Cavour era paonazzo per la rabbia e respirava a fatica. Doveva soffrire di quello che Hudson, l’ambasciatore inglese, era solito chiamare “uno dei suoi consueti afflussi di sangue alla testa”. Il conte Arrivabene, inviato speciale del Daily News di Londra, che li aspettava fuori della porta, notò, quando uscirono, il colore apoplettico di Cavour: il presidente del consiglio aveva perduto il controllo di sé e “sembrava quasi uscito di senno”. È a questa circostanza che il re dovette riferirsi quando in seguito parlò di Cavour con Sir James Hudson. “Qualche volta Cavour – disse Sua Maestà – nell’impeto della rabbia ha preso a calci tutte le sedie di questa stanza. Mi ha chiamato traditore e anche peggio, ma io attribuivo questi eccessi al suo temperamento collerico, e in tali momenti me ne stavo tranquillamente seduto, prendendo appunti sull’argomento che lo aveva portato al parossismo, e quando si calmava gli leggevo i miei appunti. Dopo questi scoppi di rabbia era solito ricomporsi e riacquistare la calma. Credo che in quei momenti smarrisse l’uso della ragione, perché dopo sembrava non ricordarsene; di conseguenza mi sono spesso domandato se Cavour poteva rappresentare per noi una sicura guida politica”.

Dopo le dimissioni di Cavour, in seguito all’armistizio di Villafranca, il sovrano commentava: “È un pasticcione che mi caccia sempre in qualche guaio; è un matto, e gliel’ho detto spesso che era matto; sguazza nei pasticci, come in Romagna e Dio sa dove! Ha fatto il suo tempo: mi ha servito, ma adesso non può più continuare a servire”. VE

la tela del tessitore

La storiografia ufficiale ha individuato i quattro punti nodali dell’azione diplomatica del Cavour: la guerra di Crimea, la pace di Parigi, i colloqui di Plombières e la capacità diplomatica di costringere l’Austria alla guerra.

La storiografia ufficiale elogia il genio di Cavour che con la spedizione di Crimea avrebbe messo le premesse dell’aiuto inglese e francese per l’ingrandimento territoriale piemontese nella pianura padana, scacciando gli austriaci dall’Italia, cosa che puntualmente avvenne cinque anni dopo, quando Napoleone III conquistò la Lombardia e la regalò al Piemonte.

Come vedremo più avanti, tutto questo era credibile perché verosimile, infatti gli interessi dei Savoia e di Napoleone coincidevano ed anche perché Napoleone III era interessato alla diminuzione dell’influenza austriaca in Italia come era parimenti interessato a distogliere l’attenzione dei francesi dalla politica interna ed era, infine, interessato a riportare la Francia alla preminenza tra le nazioni europee, come era sotto il suo predecessore Napoleone I.

Dalla partecipazione alla guerra di Crimea e dalla partecipazione alla conferenza di pace di Parigi sarebbero nati gli accordi segreti del 10 dicembre 1858 tra il Piemonte e la Francia, sulla base dei colloqui di Plombières, con la conseguente guerra all’Austria. Vediamo.

la guerra di crimea

Durante la guerra russo turca che si sviluppava in oriente, il 26 gennaio 1855 il Regno di Sardegna sottoscrisse un trattato con la Francia e l’Inghilterra, alleate dei turchi contro i russi, in base al quale si impegnava a fornire 15 mila uomini, un reggimento di cavalleria e 36 cannoni.

La guerra, cosiddetta di Crimea, si concluse con la sconfitta dei russi, con la morte di oltre 2 mila piemontesi e con i Savoia che si sedettero al tavolo della pace che fu sottoscritta a Parigi il 30 marzo 1856.

mazzini sulla crimea

Quindici mila fra di voi – scriveva Mazzini in un appello ai soldati che stavano per partire per la Crimea e in una lettera aperta al Cavour – stanno per essere deportati in Crimea. Non uno forse tra voi rivedrà la propria famiglia. Per servire un falso disegno straniero, le ossa vostre biancheggeranno calpestate dal cavallo del cosacco”. MC

considerazioni

Con il senno di poi, molti storici ufficiali hanno visto nella partecipazione del Piemonte alla guerra di Crimea, la sagacia di Cavour. Un’altra interpretazione, invece, chiarissima ai contemporanei, è quella per cui il Piemonte non facesse altro che continuare la sua tradizionale politica mercenaria.

Mi dilungherò su questo argomento poiché è stata questa la vicenda che ha dato al Cavour fama di grande politico e fine diplomatico. Le cose probabilmente [sicuramente] non stanno così.

armate inglesi e francesi in crimea

Il 14 settembre 1854 sbarcarono sulla costa occidentale della penisola di Crimea 28 mila francesi, 29 mila inglesi e 7 mila turchi.

Fino alla fine delle ostilità la Francia inviò 309 mila uomini e l’Inghilterra 96 mila. R3

La Gran Bretagna, i cui punti di forza erano la marina, la diplomazia e la finanza, ma non l’esercito di terra, fu costantemente, nel corso di tutta la guerra, alla ricerca di truppe da inviare in Crimea. Dall’ottobre 1854 all’aprile del 1855, su una forza media in campo di 28.939 uomini, l’esercito inglese ne perdette 11.652, di cui 10.053 per malattia. R3

Alle conseguenze militari di questo stato di cose si aggiungevano i gravi danni che esso recava al prestigio internazionale della Gran Bretagna e alle relazioni con l’alleato francese, che finiva per assumere la supremazia sul teatro delle operazioni, non senza, per di più, qualche dubbio sull’impegno dell’alleato insulare. R3

Il 23 dicembre 1854 la regina Vittoria sanzionò una legge che autorizzava l’arruolamento di mercenari stranieri, vecchia pratica, questa, da parte britannica, fino a un massimo di 10 mila uomini. Subito dopo ebbe inizio una intensa attività di reclutamento in questa direzione, che avrà qualche successo in alcuni Stati tedeschi, in Svizzera e nel regno sardo. Gli arruolati piemontesi nel gennaio 1856 arrivarono a 2 mila. R3

Anche gli arruolamenti nella milizia territoriale inglese erano lontani dal raggiungere le previsioni, e alla fine di aprile 1855 il corpo contava solo 25 mila uomini, mentre si era contato su 60 mila reclute nel corso dell’anno.

I proprietari terrieri inglesi erano decisamente contrari all’arruolamento, a tempo indeterminato, dei loro dipendenti, che riduceva le disponibilità di manodopera, lasciando per di più le famiglie a carico della tassa dei poveri; e d’altra parte le notizie che dilagavano sulle sofferenze dei soldati in Crimea contribuivano drasticamente a raffreddare gli entusiasmi. R3

la gran bretagna chiese truppe al piemonte

Il 15 novembre 1854 il primo ministro Palmerston richiamava l’attenzione del collega Russell sulla impossibilità che i progettati arruolamenti all’estero potessero fornire truppe pronte all’impiego prima dell’estate: e suggeriva di prendere al servizio britannico “some ready made and disciplined force” “delle forze già pronte e disciplinate”, da mettere subito agli ordini di lord Raglan: 6 mila portoghesi, 10 mila spagnoli, 10 mila piemontesi. Russell scriveva a Hudson “to ascertain whether Piedmont would give us 10 or 15.000 men in our pay to be placed under our Commander in Chief in the East” “di accertarsi se il Piemonte volesse fornirci 10 o 15 mila uomini pagati da noi da mettere sotto il nostro comandante in capo nell’Est”. R3

Il governo di Torino, rifiutata la proposta di inviare truppe al soldo dell’Inghilterra, accettava di aderire all’alleanza e di inviare non 10 ma 15 mila uomini comandati da un generale agli ordini di lord Raglan; chiedeva però un prestito, non sussidio, britannico di due milioni di sterline al 3 per cento, rimborsabili alla pace a condizioni da stabilire; chiedeva inoltre l’ammissione della Sardegna ai negoziati di pace e l’impegno da parte degli alleati a ottenere dall’Austria la revoca dei sequestri dei beni dei lombardi esuli in Piemonte, e a prendere in considerazione la situazione italiana a fine della guerra. L’impegno alleato sui due ultimi punti doveva essere consacrato in due articoli segreti.

Il consiglio dei ministri inglese rigettò tutte le condizioni piemontesi: la partecipazioni del regno di Sardegna ai negoziati di pace veniva rifiutata, e gli articoli relativi ai sequestri e alle condizioni dell’Italia dopo la guerra, parimenti esclusi. Altrettanto negativo l’atteggiamento del governo francese. Drouyn de Lhuys, ministro degli esteri francese, temeva soprattutto di scontentare l’Austria, della cui alleanza era a Parigi il più strenuo fautore, specie in quel momento delicatissimo, alla vigilia dell’accordo franco austriaco di reciproca garanzia in Italia; e riteneva le proposte piemontesi inaccettabili.

L’ambasciatore inglese a Torino, Hudson preparò allora un documento nel quale ammorbidiva le richieste del Piemonte. R3

Si attendeva, per la decisione, il ritorno dell’inviato francese, duca di Guiche, a Torino. Il duca però era convinto che la stessa concezione liberale di stampo britannico, professata da Cavour, nasceva in buona parte da studi e pregiudizi teorici che la conoscenza della realtà inglese non era bastata a raddrizzare: ed essa gli sembrava “un mélange batard des istitutions belges et des doctrines de Cobden” “una mistura bastarda tra le istituzioni belghe e le dottrine di Cobden” che non aveva “rien de commun avec le véritable gouvernement de la Grande Bretagne” “niente di comune con il vero governo inglese”. Le crescenti difficoltà incontrate dal regime liberale piemontese a partire dalla seconda metà del 1853 incrinarono il suo iniziale apprezzamento delle capacità politiche del conte che nell’agosto 1854 egli giudicava “un despote au petit pied et un homme qui fait tout a demi” “un despota senza alcuna base ed un uomo che fa tutto a metà”; senza, tuttavia, che altri gli apparissero migliori, perché “il n’y a pas ici un seul homme d’état”, “non esiste neanche uno statista”. La conclusione da lui ricavata era che di fatto il vero ed effettivo potere a Torino risiedeva nelle mani del ministro di Francia: sia che si volesse continuare a servirsi degli strumenti ortodossi della politica e della diplomazia, sia che si decidesse di imboccare la via rivoluzionaria. Su questo atteggiamento di fondo erano destinate a naufragare le ultime speranze del ministro degli esteri Dabormida in una favorevole accoglienza delle richieste piemontesi da parte degli alleati. R3

Da parte piemontese si diede allora notizia che il governo aveva deciso di inviare il ministro della guerra presso le corti alleate: ma ciò provocò una violenta reazione del duca di Guiche, che nell’iniziativa dichiarò di vedere una prova di sfiducia nei rappresentanti alleati che rasentava la scorrettezza, e si spinse fino a dire che La Marmora sarebbe stato “mal ricevuto”.

Aggiungeva che la Sardegna restava liberissima di conservare la sua neutralità. Era un ricatto. Ma Cavour sapeva che la rottura del negoziato avrebbe segnato la fine del regime liberale in Piemonte: e dunque, facendo forza ai suoi sentimenti personali, fu egli stesso ad accettare le proposte anglo francesi, senza condizioni. La sera del 10 gennaio veniva sottoscritto il verbale in cui erano incluse le formule, in verità abbastanza anodine, ottenute da Cavour, e con esso i progetti dell’atto di accessione alla alleanza e della annessa convenzione militare. I testi definitivi dei tre documenti furono firmati a Torino il 26 gennaio 1855. Gli accordi militari, con le relative clausole finanziarie, diedero anche luogo a un seguito importante delle trattative.

Alla iniziale proposta piemontese di un prestito di due milioni di sterline, si era replicato, da parte britannica, che, in mancanza di precise stipulazioni per il rimborso, non di un prestito si trattava ma, in realtà, di un sussidio; che un interesse ragionevole non poteva essere inferiore al 4 per cento; che un corpo di 15 mila uomini costava all’Inghilterra, dove la spesa era mediamente più elevata, 600 mila sterline l’anno, e che dunque una somma annua di un milione avrebbe largamente coperto i costi che la Sardegna doveva affrontare per il suo corpo di spedizione. In seguito però ai rilievi del cancelliere dello scacchiere Gladstone e di altri esponenti del governo britannico, e per evitare che alla Camera dei Comuni si parlasse di sussidio mascherato, si aggiunse l’obbligo per la Sardegna di mantenere il corpo di spedizione in numero con adeguati rinforzi, e si regolarono i pagamenti sardi in ragione del 4 per cento. R3

considerazioni

Il Piemonte, orgogliosamente, non accettò che i suoi soldati fossero pagati come mercenari, voleva fornirli da alleato. Unico problema: non aveva come mantenerli, quindi chiese in prestito i soldi. Solo che, invece di chiedere in prestito la somma che occorreva a mantenere i soldati, 600 mila sterline, cioè 15 milioni di lire, ne chiedeva due milioni, cioè 50 milioni di lire.

Il giornale Armonia (19, 20, 30 gennaio 1855) sostenne che l’alleanza fosse avvenuta a condizioni “non troppo onorevoli”, che da essa vi erano da attendersi solo “umiliazione, guerra e debiti”, e che alla sua origine v’era la disperata situazione finanziaria, la quale soltanto aveva indotto Cavour a “vendere” 15 mila soldati piemontesi per “un imprestito di 25 milioni”. R3

interesse della francia a coinvolgere il piemonte

La Francia, in più, aveva un vecchio desiderio: farsi cedere dal Piemonte Nizza e la Savoia. Già nel 1610 Enrico IV lo aveva tentato, e successivamente lo avevano tentato in molti, compreso Bonaparte, fino a Luigi Filippo che nel 1844 aveva proposto al Piemonte un’alleanza antiaustriaca. Anche per questa ragione la Francia chiedeva l’aiuto del Piemonte in Crimea e metteva le premesse per la successiva guerra per la conquista dei possedimenti italiani dell’Austria.

considerazioni

Cavour nel momento decisivo delle trattative disse che bisognava “se résigner à la nécessité” “rassegnarsi alla necessità”. R3

Insomma, Cavour dovette accettare un ricatto. E la storiografia ufficiale l’ha fatto passare come una sua abilissima trovata, una sua geniale invenzione! Anzi Cavour fu il paladino dell’accordo “ad ogni costo” mentre Dabormida era per la trattativa. Insomma, qualsiasi primo ministro ci fosse stato non avrebbe avuta altra scelta se non accettare l’invito anglo francese e, probabilmente, avrebbe ottenuto più di quanto ottenne Cavour.

i piemontesi in crimea

Durante la preparazione della spedizione, nella baia di San Fruttuoso per imperizia si incendiò la Croesus, nave piena di materiale sanitario, poi non rimpiazzato.

Anche per questa carenza, il corpo di spedizione piemontese ebbe oltre 2 mila morti per malattie, dei quali circa 1.300 per colera. Il corpo di spedizione piemontese fu invitato dal comando inglese a schierarsi nel settore tenuto dal corpo di osservazione, con facoltà di scegliere tra due posizioni: il ruolo secondario che le forze piemontesi avrebbero svolto durante la guerra era già determinato in anticipo. R3

Il generale La Marmora, con la sua condotta da uomo mite e pacifico, finì per rendere molto meno proficuo anche il sacrificio dei 2 mila uomini che il Piemonte perdette nella spedizione. Quei morti, quasi tutti per malattia, non ebbero una contropartita adeguata in fatti che segnalassero le forze sarde alla gratitudine degli alleati: ad eccezione del contributo da esse dato alla vittoria della Cernaia. Ma anche quel contributo non fu tale da pesare molto sul piano politico, dovendosi necessariamente commisurare ai 14 caduti nel combattimento e ai 15 morti a seguito delle ferite riportate. Alla diplomazia cavouriana veniva dunque a mancare la possibilità di far valere un cospicuo apporto alla vittoria finale, che era una delle carte su cui a Torino si era fatto più calcolo.

Certo, l’idea di giungere al tavolo della pace puntando su cospicui sacrifici di sangue ha in sé qualcosa che può urtare talune sensibilità.

Ma questa era stata sin dall’origine l’impostazione dell’intervento piemontese, e la mancata coerenza della condotta militare della guerra con le premesse politiche, poteva solo servire a rendere vana una parte dei sacrifici compiuti. R3

considerazioni

Alla fine! Cavour con la Crimea non ne ha indovinata una. Ormai però i morti c’erano stati e Cavour intendeva venderseli al tavolo della pace a Parigi.

Il problema, però, era rappresentato dal fatto che gli accordi prevedevano che la Sardegna potesse sedersi al tavolo delle trattative solo per le questioni che la riguardavano. La storiografia ufficiale ci racconta allora del capolavoro diplomatico del Cavour che riuscì a sedersi al tavolo della pace insieme alle grandi potenze. Vediamo.

la pace di parigi

Cavour partì per Parigi il 13 febbraio 1856 convinto di non riuscire ad ottenere nulla per il regno di Sardegna: “Je n’ai nul espoir – scriveva Cavour a Auguste de La Rive – d’obtenir le moindre avantage pour mon pays” “Non ho alcuna speranza di ottenere il minimo vantaggio per il mio paese”. R3

Le posizioni della Francia e dell’Inghilterra erano divise fino all’inizio delle trattative: la Francia era interessata alla pace ed a rafforzare l’intesa con l’Austria, l’Inghilterra, al contrario, premeva per porre condizioni inaccettabili alla Russia per poter proseguire la guerra.

Questa divisione comportò l’interesse per i due alleati di accaparrarsi la presenza della Sardegna come un “satellite” al quale bastava usare “quelques prévenances plus apparentes que réelles et qui peuvent à peu de frais produire des résultats utiles” “alcune attenzioni più apparenti che reali che potevano con poca spesa produrre degli utili risultati”.

In questo gioco delle parti andò bene al Cavour che si ritrovò al tavolo della pace nonostante avesse intrapreso una sua azione diplomatica per arrivare a quello stesso risultato. R3

l’azione diplomatica del cavour a parigi

Cavour, non avendo assolutamente percepito quanto stava succedendo, non solo non aveva secondato gli avvenimenti ma aveva progettato di corrompere i delegati russi o turchi al congresso! Era inoltre ricorso alle grazie di sua cugina, Virginia di Castiglione, per meglio conquistare Napoleone III alla causa italiana.

Espedienti che deludono non solo come innegabili cadute di stile ma anche per la loro pressoché totale sterilità, e che vanno giudicati per quello che sono: intrighi di rappresentanti di una corte secondaria e in fondo provinciale, chiamata a recitare una parte più grande di lei sulla scena politica europea. R3

La contessa di Castiglione si trovava ad essere, al tempo stesso, agente sarda e amante dell’imperatore transalpino, dopo esserlo stata di Vittorio Emanuele. Cavour si attendeva dalla cugina un contributo decisivo, come non mancò di comunicare al collega Luigi Cibrario, ministro degli affari esteri: “Vi avverto che ho arruolato nelle file della diplomazia la bellissima contessa di Castiglione invitandola a coqueter ed a sedurre l’imperatore, ove d’uopo; gli ho promesso che ove riesca avrei richiesto pel suo padre il posto di segretario a San Pietroburgo. Ella ha cominciato discretamente la sua parte al concerto delle Tuileries di ieri”. RM

castiglione e nigra: diplomazia del sesso

Che la Castiglione, diventando amante di Napoleone III, divenisse utile alla causa, Cavour ne era certo.

C’era, però, un lato negativo: la gelosia e la possibile reazione negativa dell’imperatrice Eugenia, molto influente a corte.

Ecco il Nigra. La Castiglione ed il Nigra erano talmente belli che al solo vederli si capiva lo scopo cui erano destinati da Cavour. E la bellezza del Nigra colpì l’imperatrice Eugenia,. In questo modo il Nigra neutralizzava la gelosia di Eugenia e la sua ostilità alla causa piemontese che sfacciatamente era promossa dalla sua rivale contessa di Castiglione.

Prove storiche della relazione tra il Nigra e l’imperatrice francese Eugenia non ne ho trovate. Di certo diminuì, fino a scomparire, il supporto dell’imperatrice all’azione del ministro degli esteri francese Walewski, ostile alla politica italiana dell’imperatore. Il Petruccelli della Gattina accusava i nostri ministri di credere che “a Parigi si facesse meglio la politica nel boudoir o nell’alcova più che nel gabinetto”. “Si credette che si potesse discutere in modo poco austero a traverso femmine di opinione maculata”. “Fu a causa di questo infelice errore che si lasciò Nigra a Parigi. Composta in modo per nulla serio di ebrei e di borghesi, la banda della Legazione italiana non ha goduto reputazione che presso i sarti e presso il demi monde di terza categoria”. AL

nascita di un mito: cavour

Anche a Parigi non c’è traccia di alcuna abilità diplomatica del Cavour o di risultati da lui determinati.

Nessuno ammise più apertamente di Cavour, che il congresso si era chiuso per il Piemonte senza “aucun résultat pratique” e nessuno mostrò più di lui la propria delusione davanti a questo fallimento, dopo che per due mesi e mezzo si era “démené comme un diable dans un bénitier” “dimenato come un diavolo nell’acquasantiera”. Egli era convinto che la sua “position parlamentaire” era ormai “fortement compromise par l’insuccès de mes démarches en faveur de l’Italie” “molto compromessa dal cattivo esito dei miei tentativi in favore dell’Italia” e, anzi, “retournant en Piémont les mains vides et fort désappointé” “ritornando in Piemonte con le mani vuote e molto deluso”, dichiarava di non essere “guère disposé à en vouloir à ceux qui facilitent à mes adversaires le moyen de me renverser du pouvoir” “disposto a non avercela con quelli che aiutano i miei avversari a rovesciarmi dal potere”. R3

Cavour a Parigi non ottenne nulla, come temeva prima di partire: “Tant travailler – confidava all’amico De La Rüe – pour obtenir de si maigres résultats, c’est peu encourageant” “Tanto lavorare per ottenere dei così magri risultati, è poco incoraggiante”. È da domandarsi, allora, come mai ci fu, al ritorno da Parigi, un coro di plauso all’indirizzo del Cavour da parte di amici e nemici. R3

La verità è che non c’era nulla, nella versione dei negoziati di Parigi presentata da Cavour al parlamento, che potesse dirsi propriamente falso: e tuttavia, a parte le ovvie e dichiarate reticenze, l’insieme era calcolato in modo da produrre negli ascoltatori una impressione molto lontana dal vero.

Cavour aveva affrontato il dibattito alle camere, sapendo di poter confidare sulla simpatia dei governi inglese e francese: ma sapeva anche con sicurezza che, nella situazione esistente, quelle simpatie non si sarebbero certo spinte sino ad appoggiare un’iniziativa militare contro l’Austria. L’aperta sfida da lui lanciata al governo di Vienna con le sue dichiarazioni, indusse invece amici ed avversari a ritenere che eventi drammatici fossero imminenti, e che il governo di Torino osasse tanto perché garantito da segrete intese con le potenze occidentali. R3

considerazioni

È stata una bugia, detta per giustificare l’errore di aver voluto partecipare alla guerra di Crimea e per giustificare di non essere riuscito a vendere i morti piemontesi al tavolo della pace di Parigi, a creare al pusillanime Cavour la fama di grande tessitore. Questa bugia resiste ancora dopo più di 140 anni.

opinione della diplomazia inglese su cavour

Per gli uomini di governo britannici l’appello cavouriano al principio di nazionalità non aveva senso perché, argomentavano con un candore illuminante, in Italia il governo di Torino non seguiva per niente quel principio, mirando, all’opposto, ad assorbire nello Stato piemontese le separate nazionalità lombarda, veneta, parmense e modenese.

Nell’intimo, i Palmerston, i Clarendon, i Cowley ritenevano anzi che l’invocazione del principio di nazionalità da parte del conte di Cavour era “balderdash, rubbish” “spazzatura” e non degna di un vero statista. R3

opinione di mazzini sulla politica di cavour

Il 14 gennaio 1858 Napoleone scampò fortunosamente a un attentato; le bombe lanciate contro la sua carrozza uccisero otto passanti. Per quel delitto furono ghigliottinati Felice Orsini e Giuseppe Pieri; e il fatto che i due italiani fossero stati in passato seguaci di Mazzini fornì pretesto a nuove accuse contro il Partito d’Azione di Mazzini. Pochi mesi prima, però, Orsini, per motivi sia personali che politici, era divenuto un nemico accanito di Mazzini, e anzi sperava, con un gesto così orrendo, di soppiantare il suo capo di un tempo nella direzione della rivoluzione patriottica. Mazzini, al contrario di alcuni stimati uomini politici, deplorò l’attentato; lo stesso fece il governo di Torino, che ne incolpò Mazzini, benché avesse la prova della sua innocenza. Nessuno sapeva che Cavour, poiché questi due uomini erano tra i nemici di Mazzini, aveva segretamente sovvenzionato Orsini e Pieri col denaro dei suoi servizi segreti; in seguito il ministro corrispose una pensione alla vedova di Orsini. MZ

Cavour presentò anche un disegno di legge per condannare l’apologia del regicidio esaltato dai giornali.

Nell’Italia del Popolo violentemente Mazzini attaccò Cavour con una lettera aperta: “Voi avete inaugurato in Piemonte un fatale dualismo, avete corrotto la nostra gioventù, sostituendo una politica di menzogne e di artifici alla serena politica di colui che desidera risorgere. Tra voi e noi, signore, un abisso ci separa. Noi rappresentiamo l’Italia, voi la vecchia sospettosa ambizione monarchica. Noi desideriamo soprattutto l’unità nazionale, voi l’ingrandimento territoriale”. SG

relazione di cavour sui colloqui di plombières

E veniamo al terzo colpo di genio di Cavour: Plombières. A Plombières si tenne un riservatissimo incontro tra Cavour e Napoleone III promosso da quest’ultimo.

L’imperatore, appena fui introdotto nel suo gabinetto – scriveva Cavour il 24 luglio 1858 a Vittorio Emanuele, facendo una relazione in francese sull’incontro avuto con Napoleone III – abbordò la questione che è la causa del mio viaggio. Cominciò dicendo di essere deciso ad appoggiare con tutte le sue forze la Sardegna in una guerra contro l’Austria, purché la guerra fosse intrapresa per una causa non rivoluzionaria, che potesse essere giustificata agli occhi della diplomazia e, più ancora, dell’opinione pubblica in Francia ed in Europa.

Poiché la ricerca di questa causa presentava la difficoltà principale, ho proposto dapprima di far valere le lagnanze cui dà luogo la poco fedele esecuzione da parte dell’Austria del suo trattato di commercio con noi.

A ciò l’imperatore ha risposto che una questione commerciale di mediocre importanza non poteva provocare una grande guerra destinata a mutare la carta dell’Europa. Proposi allora di mettere nuovamente innanzi le ragioni che, al congresso di Parigi, ci avevano deciso a protestare contro la illegittima estensione della potenza austriaca in Italia; vale a dire il trattato del 1847 fra l’Austria e i duchi di Parma e di Modena, l’occupazione protratta della Romagna e delle Legazioni, le nuove fortificazioni innalzate intorno a Piacenza. L’imperatore non gradì questa proposta. Egli osservò che poiché le lagnanze da noi fatte valere nel 1856, non erano state giudicate sufficienti a indurre la Francia e l’Inghilterra a intervenire in nostro favore, non si comprenderebbe come ora esse potrebbero giustificare una chiamata alle armi. D’altra parte, aggiunse l’imperatore, finché le mie truppe sono a Roma, non ho molto il diritto di esigere che l’Austria ritiri le sue da Ancona e Bologna.

L’obiezione era giusta. La mia posizione – continua la relazione di Cavour a Vittorio Emanuele – diventava imbarazzante, poiché non avevo più da proporre nulla di ben definito. L’imperatore venne in mio aiuto e ci mettemmo insieme ad esaminare tutti gli Stati d’Italia, per cercarvi questa causa di guerra così difficile da trovare.

Dopo aver viaggiato senza successo in tutta la penisola, arrivammo, quasi senza accorgercene, a Massa e Carrara, e là scoprimmo quel che cercavamo con tanto ardore.

[Cavour descrive così il cinico comportamento suo e di Napoleone III].

Dopo aver fatto all’imperatore una descrizione esatta di questo sventurato paese, di cui egli, del resto, aveva già un’idea abbastanza precisa, convenimmo di provocare un appello degli abitanti a Vostra Maestà per chiedere la sua protezione nonché per reclamare l’annessione di questi ducati alla Sardegna.

Vostra Maestà non accetterebbe l’offerta, ma, prendendo le parti di queste popolazioni oppresse, rivolgerebbe al duca di Modena, una nota altera e minacciosa. Il duca, forte dell’appoggio dell’Austria, risponderebbe in modo impertinente. Dopo questo, Vostra Maestà farebbe occupare Massa e la guerra comincerebbe. Essendo il duca di Modena la causa della guerra – continua Cavour nella relazione – l’imperatore pensa che essa sarebbe popolare non soltanto in Francia, ma parimenti in Inghilterra e nel resto d’Europa, dato che questo principe, a torto o a ragione, è considerato come il capro espiatorio del dispotismo.

D’altra parte, non avendo il duca di Modena riconosciuto alcuno dei sovrani che hanno regnato in Francia dal 1830, l’imperatore ha meno riguardi da usare verso di lui che verso qualsiasi altro principe.

Risolta questa prima questione, l’imperatore mi disse: “Prima di andare avanti, bisogna pensare a due gravi difficoltà che incontreremo in Italia: il papa ed il re di Napoli. Io devo usare loro dei riguardi: al primo, per non sollevare contro di me i cattolici francesi; al secondo per conservarci le simpatie della Russia, che mette una sorta di punto di onore nel proteggere il re Ferdinando”.

Risposi all’imperatore che, quanto al papa, gli era facile conservargli il tranquillo possesso di Roma per mezzo della guarnigione francese ivi stanziata, purché lasciasse insorgere le Romagne; e che, non avendo il papa voluto seguire i consigli datigli dall’imperatore al riguardo, non poteva lagnarsi che queste contrade profittassero della prima occasione favorevole, per liberarsi di un detestabile sistema di governo che la corte di Roma si era ostinata a non riformare. Quanto al re di Napoli, non bisognava occuparsi di lui, a meno che non volesse prendere le parti dell’Austria, salvo a lasciar fare i suoi sudditi se per caso, profittando del momento, volessero sbarazzarsi del suo paterno dominio.

Questa risposta soddisfece l’imperatore, e passammo alla grande questione: quale sarebbe lo scopo della guerra?

L’imperatore ammise senza difficoltà che bisognava scacciare del tutto gli austriaci dall’Italia, e non lasciare loro neppure un pollice di terreno di qua dall’Isonzo e delle Alpi. Ma dopo, come organizzare l’Italia? Dopo lunghe discussioni, di cui risparmio il resoconto a Vostra Maestà, ci siamo accordati press’a poco sulle basi seguenti, pur riconoscendole suscettibili di essere modificate dagli avvenimenti della guerra. La valle del Po, la Romagna e le Legazioni costituirebbero il Regno dell’Alta Italia sul quale regnerebbe la casa di Savoia. Il papa conserverebbe Roma e il territorio circostante.

Il resto degli Stati del papa con la Toscana formerebbe il Regno dell’Italia Centrale. La circoscrizione territoriale del Regno di Napoli non sarebbe toccata. I quattro Stati italiani formerebbero una confederazione sul modello della Confederazione germanica, la cui presidenza sarebbe data al papa per consolarlo della perdita della parte migliore dei suoi Stati. Questa sistemazione mi sembra del tutto accettabile. Vostra Maestà essendo di diritto sovrano della metà più ricca e più forte d’Italia, sarebbe di fatto sovrano di tutta la penisola.

Io risposi – continua la relazione di Cavour a proposito della cessione di Nizza e della Savoia – che Vostra Maestà professava il principio di nazionalità, e che di conseguenza comprendeva come la Savoia dovesse essere riunita alla Francia; che Vostra Maestà era dunque pronta a sacrificare la Savoia, sebbene gli costasse eccessivamente rinunciare a un paese che era stato la culla della sua famiglia e ad un popolo che aveva dato ai suoi antenati tante prove di affetto e di devozione. Quanto a Nizza, la questione era differente, poiché i nizzardi, per la loro origine, la loro lingua e le loro abitudini erano più vicini al Piemonte che alla Francia, e di conseguenza la loro annessione all’Impero sarebbe contraria a quel medesimo principio per il trionfo del quale ci si accingeva a prendere le armi.

A queste parole l’imperatore si accarezzò più volte i baffi e si accontentò di aggiungere che queste erano per lui questioni del tutto secondarie, di cui ci si sarebbe stato il tempo di occuparsi più tardi.

Per costringere l’Austria – continuava Cavour, dopo aver relazionato sulle considerazioni fatte sulla neutralità delle altre grandi potenze – a rinunciare all’Italia, dunque, due o tre battaglie vinte nelle valli del Po e del Tagliamento non saranno sufficienti; bisognerà necessariamente penetrare nel centro dell’Impero e, con la spada sul cuore, cioè a Vienna stessa, costringerla a firmare la pace sulle basi prima decise. Per raggiungere questo scopo, sono necessarie forze considerevoli. L’imperatore le valuta ad almeno 300 mila uomini, ed io credo che abbia ragione. Con 100 mila uomini si bloccherebbero le piazzeforti del Mincio e dell’Adige e si custodirebbero i passaggi del Tirolo; 200 mila uomini marcerebbero su Vienna attraverso la Carinzia e la Stiria. La Francia fornirebbe 200 mila uomini, la Sardegna e le altre province d’Italia gli altri 100 mila. Il contingente italiano sembrerà forse debole a Vostra Maestà; ma se Ella riflette che si tratta di forze che bisogna far combattere, di forze di linea, riconoscerà che, per avere 100 mila uomini disponibili bisogna averne sotto le armi 150 mila. D’accordo sulla questione militare – il Benso di Cavour chiariva a Vittorio Emanuele il punto più importante dell’incontro – siamo stati egualmente d’accordo sulla questione finanziaria che, Vostra Maestà deve saperlo, è quella che preoccupa specialmente l’imperatore.

Egli acconsente tuttavia a fornirci il materiale da guerra di cui potessimo aver bisogno, e a facilitarci a Parigi il negoziato per un prestito”. MC

i danari

Insomma, da questa relazione, non sappiamo se veritiera o (più probabilmente) scritta per essere divulgata, possiamo scoprire il vero punto nodale al quale accenna di sfuggita Cavour: l’aspetto finanziario: i dané, i danari.

La guerra all’Austria andava fatta per consentire al Piemonte, con i nuovi acquisti territoriali, di poter ripagare l’enorme debito accumulato anche con le sue guerre precedenti. In pratica i creditori dovevano finanziare ancora una volta il Piemonte per poter riprendere i vecchi ed i nuovi prestiti.

Dall’altro lato Napoleone III facendosi garante della riuscita della guerra, guadagnava Nizza e la Savoia, scaricando il costo della guerra sul Piemonte: tipico caso di usura! Per Cavour non aveva importanza, un debito in più uno in meno… Il problema era che non basta voler far debiti per farli. Qualcuno aveva addirittura insinuato che la ragione dell’invio delle truppe in Crimea non fosse di alta politica estera ma solo di bassa economia interna e cioè riuscire ad avere un prestito di 50 milioni.

Di certo sappiamo che Cavour e Vittorio Emanuele fecero un viaggio a Parigi ed a Londra dopo la caduta di Sebastopoli e prima dell’inizio delle trattative di pace di Parigi. Il 20 novembre 1855 i due partirono per Parigi.

gli incontri di cavour e vittorio emanuele a parigi

La coppia di ospiti italiani ebbe accoglienze molto inferiori al previsto. Napoleone III e consorte fecero del loro meglio per dare al re di Sardegna dimostrazioni di simpatia, che valessero a cancellare le impressioni poco favorevoli dell’arrivo. Cavour e Vittorio Emanuele incontrarono personalità politiche ed istituzionali, Cavour ebbe la possibilità di avere contatti con il nunzio pontificio.

Ma gli incontri più importanti Cavour li ebbe con Rothschild e con Isaac Péreire, i due massimi esponenti del mondo finanziario francese.

Péreire gli parve “un homme étonnement habile” “un uomo straordinariamente abile” dotato di “plus d’esprit que tous les banquiers de Paris réunis” “più immaginazione di tutti i banchieri di Parigi”. Con i ministri Magne e Rouher e con i finanzieri interessati, che, in aggiunta al Laffitte, presidente della società ferroviaria Vittorio Emanuele, includevano i ricordati Rothschild e Péreire e altri ancora, preparò l’accordo poi sanzionato il 7 dicembre in vista della fusione della Vittorio Emanuele con altre iniziative ferroviarie francesi. R3

Ai soci francesi fu poi concesso, a carico dei successivi sette esercizi del bilancio statale piemontese, un finanziamento di 21.400.000 lire, mentre il capitale della Vittorio Emanuele veniva elevato a 100 milioni. Oltre ai 100 milioni della Vittorio Emanuele, l’economia nazionale avrebbe beneficiato di un apporto analogo da parte della società che progettava la costruzione della ferrovia del Varo alla frontiera modenese, e in tal modo 200 milioni, raccolti sui mercati finanziari stranieri, avrebbero fecondato l’economia del paese; perché, si leggeva nella relazione al progetto di legge, “non vi è altro mezzo per aumentare le entrate, non solo senza aggravare i contribuenti, anzi agevolando loro il mezzo di sopperire alle imposte, che quello di sviluppare tutte le risorse materiali del paese, di favorire la maggiore libertà del commercio, di accrescere la pubblica e privata ricchezza, attirando in ogni modo l’impiego di capitali esteri sia nelle costruzioni di strade ferrate, che nelle coltivazioni di miniere, creazione di stabilimenti, di manifatture e simili”. R3

Sempre negli incontri avvenuti a Parigi, Cavour, spinto da Bolmida, presidente della Cassa di Commercio e corrispondente torinese di Rothschild, concluse con questi un accordo per la creazione di una grande banca mobiliare e Rothschild si dichiarava disposto a sostenere una impresa che doveva diventare “une affaire Italienne”, atta a estendere l’influenza del Piemonte in tutta la penisola italiana. R3

Si deve aggiungere che tra i due abili personaggi, Cavour e Rothschild, l’abile era solo quest’ultimo. Infatti Rothschild subito ebbe esitazioni e perplessità: alcune delle iniziative proposte non parevano al grande banchiere sufficientemente importanti né sufficientemente redditizie per ciò si posero gravi problemi per la sottoscrizione dell’aumento di capitale riservato a Rothschild.

Cavour fu costretto a far collocare il capitale non sottoscritto oltre che sul mercato italiano anche a Bruxelles, Amsterdam e Ginevra, provocando un sensibile ribasso del titolo della Cassa di Commercio.

Non migliori risultati ebbero altre iniziative bancarie promosse da Cavour, come quella del Credito Profumo che visse tra difficoltà e fu sciolto nel 1861. R3

il prestito di 40 milioni

Uno dei risultati del viaggio a Parigi fu la conclusione con Rothschild e con la Cassa di Commercio e Industria di Torino del prestito di 40 milioni autorizzato con la legge del 26 giugno 1858.

Rothschild e la Cassa avevano assunto ciascuno metà dell’operazione, ma la Cassa fungeva da intermediaria con altri istituti torinesi e genovesi, e di fatto l’affare fu accentrato nelle mani di Rothschild. R3

Questo prestito doveva dare a Cavour una relativa tranquillità e consentirgli la sua azione diplomatica di provocazione dell’Austria.

gli incontri di cavour e vittorio emanuele a londra

Durante il viaggio a Londra, Palmerston molto imprudentemente si lasciò andare con Cavour ad aspri giudizi e commenti su Napoleone III e il suo entourage di avventurieri, votato alla pace con la Russia per bassi interessi speculativi e di borsa. R3

Cavour era interessato ad avvicinarsi a Napoleone proprio per avvicinarsi al suo entourage per bassi interessi finanziari, perciò riferì parola per parola il giudizio di Palmerston a Napoleone.

considerazioni

Tutta la politica del Cavour era improntata alla provvisorietà, al raggiungere nel breve termine risultati che lo tenessero a galla e gli consentissero di prendere ancora altri provvedimenti provvisori. L’immagine che ci richiama Cavour è quella dell’industriale che smette di dare l’impulso tecnico alla sua impresa e si preoccupa di trasformarla in un affare finanziario: nel breve termine riuscirà a procurarsi nuovi finanziamenti e nuovi soci, attirati dalla speculazione. Quando poi il mercato fa giustizia dell’azienda non più competitiva, c’è il crollo. Per sua fortuna Cavour morì prima del crollo del Piemonte. Per sfortuna degli italiani, il crollo del Piemonte avvenne con il Piemonte diventato Italia e furono costretti, gli italiani, a pagare le cambiali firmate da Cavour.

protesta dell’opposizione parlamentare piemontese

Da destra si disse spaventosa la situazione finanziaria, si moltiplicarono i raffronti con la più solida situazione degli Stati conservatori della penisola, si denunciò il declino della ricchezza nazionale, comprovato dalla riduzione delle entrate doganali nel 1857, si invocò il ritorno all’agricoltura ed a una politica più attenta agli interessi del Piemonte e meno propensa a inseguire i miraggi della politica italiana. Questa la sintesi del discorso al parlamento del 15 maggio 1858 di Ottavio Thaon conte di Revel. R3

il grido di dolore

Ordito, dunque, il piano di provocazione che avrebbe costretto l’Austria alla guerra, organizzato il piano finanziario, si doveva dare all’opinione pubblica nazionale ed internazionale, per quanto possibile, una giustificazione alla imminente guerra. Fu ancora Napoleone III che dette una mano al Piemonte inventando il grido di dolore.

Fortunatamente [!] abbiamo il diario di Giuseppe Massari, che visse in prima persona la vicenda del discorso della Corona che Vittorio Emanuele II avrebbe tenuto inaugurando il nuovo Parlamento nel 1859.

il diario di massari

25 dicembre 1858 – Uscendo dal teatro mi sono accompagnato con Cesare Berretta, il quale mi ha raccontato che Rothschild scrive da Parigi: “Tachez de savoir quelque chose sur le discour de la Couronne”. “Datevi da fare per saper qualcosa sul discorso della Corona”. [Perché Rothschild era interessato al discorso della Corona? Perché era interessato alle cose del Piemonte?].

31 dicembre 1858 – Stamane, prima delle 10, il conte mi chiama al ministero dell’interno. C’è il generale La Marmora. Il conte Cavour mi dà a leggere il progetto del discorso della Corona. Il re dice che non potendo parlare con franchezza, né dire ciò che vorrebbe, preferisce tacere: e non vuol pronunciare nessuna sorta di discorso. Il conte però spera di superare questa difficoltà. Ad ogni modo il re ha detto che se deve pronunciare un discorso vuole sia breve: “La lu fussa curt”. Leggo il discorso: ci faccio parecchie osservazioni di forma. L’ultimo paragrafo è quello che dà maggior ragione di pensare. Si combina nei seguenti termini: “L’orizzonte politico, in mezzo a cui sorge il novo anno, non è pienamente sereno. Ciò non sarà argomento per voi di intendere con minore alacrità ai vostri lavori parlamentari. Confortati dalla esperienza del passato, aspettiamo prudenti e decisi le eventualità dell’avvenire. Qualunque esse sieno, ci trovino forti e concordi, e costanti nel fermo proposito di compiere, camminando sulle orme segnate dal mio magnanimo genitore, la grande missione che la Divina Provvidenza ci ha affidata”.

Quel forti e concordi non mi piace, si può essere concordi con un atto di volontà, ed anche, volendo, si può non essere forti, val dunque meglio mettere forti per la concordia. Questa osservazione garba ai due ministri che l’accettano. Il generale La Marmora è commosso visibilmente e trova che il discorso è molto significante. Il conte Cavour è commosso, ma calmo e risoluto, come uomo che sa bene quel che si faccia. Mi chiede in qual guisa credo io che il discorso sarà interpretato dal pubblico. Gli rispondo che nelle attuali disposizioni degli spiriti la frase sull’orizzonte non pienamente sereno sarà interpretata in senso molto bellicoso.

7 gennaio 1859 – Ecco l’opinione di Napoleone III sul discorso del Re: lo approva in complesso, ma dopo le parole eventualità dell’avvenire scrive di suo pugno col lapis: “Je trouve cela trop fort, et je préférerais quelque chose comme dans le genre de ce qui suit. “Trovo che così sia troppo forte e preferirei qualcosa di questo genere”. Le parole seguenti sono scritte da Maquevel: “Cet avenir ne peut être qu’heureux car…” “Questo avvenire non può che essere felice poiché la nostra politica è basata sulla giustizia, sull’amore per la libertà della patria e dell’umanità: sentimenti che trovano eco in tutte le nazioni civili. Se il Piemonte, piccolo per il suo territorio, conta qualcosa nel consiglio di Europa, è per la grandezza delle idee che rappresenta e per la simpatia che ispira. Questa posizione senza dubbio crea dei pericoli ma tuttavia, rispettando i trattati, non possiamo restare insensibili alle grida di dolore che ci arrivano da tanti punti dell’Italia. Confidando nella nostra unione e nel nostro buon diritto come nel giudizio imparziale dei popoli sapremo attendere con calma e fermezza i giudizi della Provvidenza”.

Il conte di Cavour mi dice: “Vada a chiudersi e mi scriva subito un paragrafo in questo senso”. Io mi chiudo nel gabinetto degli affari esteri, e propongo di compilare il paragrafo nel modo seguente: “L’orizzonte in mezzo a cui sorge il nuovo anno non è pienamente sereno: ciò non di meno voi vi accingerete con la consueta alacrità a’ vostri lavori parlamentari. Confortati dalla esperienza del passato, perseveranti nella pratica di una politica che non misura le sue risoluzioni dall’angustia del territorio, ma bensì dalla grandezza de’ princìpi di giustizia, di libertà, di patria, su cui essa riposa, le eventualità dell’avvenire ci trovino prudenti e decisi: le difficoltà non ci sgomentino. Dobbiamo rispetto ai trattati, ma non possiamo rimanere insensibili al grido di dolore, che da tante parti d’Italia si leva verso di noi. Fidenti dunque nel nostro buon diritto, e nel giudizio imparziale della opinione del mondo civile, forti per la concordia aspettiamo con tranquilla fermezza i decreti della Provvidenza.

Alle 5 vado a casa del ministro, e dandogli queste righe gli faccio osservare che esse sono più forti di quelle che Napoleone III ha voluto mitigare. Il conte è del mio parere. È chiaro che Napoleone III spinge le cose avanti.

8 gennaio 1859 – Il conte mi dice che iersera il re esaminò la nuova versione, la approvò con alcune modificazioni. Concordiamo nel dire che questa nuova versione è sempre più forte della prima. Il conte esclama: “Ora non si guarda più addietro”. Nella nuova versione è ancora conservata più letteralmente che nella mia la frase di Napoleone III.

9 gennaio 1859 – Ho veduto due volte il conte Cavour al ministero dell’interno. È agitato perché iersera e stamane il consiglio de’ ministri ha fatto viva opposizione alla frase del discorso del re sul grido di dolore. Perfino Paleocapa è contrario! Il conte Cavour è tacciato di temerità. Il generale La Marmora è anch’egli fra gli opponenti, e ha detto a me, che si teme l’effetto di quella frase sulla Borsa di Parigi [perché?]. Il conte ha scritto a Nigra a Parigi, perché consulti Napoleone III, e risponda per telegramma, prima di domattina.

10 gennaio 1859 – Data memorabile! Fausto giorno! Il 10 gennaio 1855 fu firmato il trattato di alleanza con le potenze occidentali: quel trattato a cui l’Italia deve tutto [si riferisce all’invio delle truppe piemontesi in Crimea: ecco che inizia la falsificazione della storia e la glorificazione di Cavour]. Gloria eterna di Cavour. Anche allora La Marmora e Paleocapa si opponevano! Mancavano allora di senso politico: ne mancano anche oggi. Di buon mattino sono agli affari esteri.

Vittoria! La frase è conservata. Viva il re, viva Cavour! Il telegramma di Parigi è giunto stanotte; approva e loda: l’opposizione dei ministri non ha avuto più proteste. Rivedendo le copie del discorso già stampate, che erano tenute sotto chiave, il conte Cavour ha esclamato: “Non dubitate, non si torna più addietro”. Che funzione commovente questa mattina! È riuscita di là delle mie speranze. Il re, Iddio lo benedica, ha letto il discorso a meraviglia.

L’effetto è stato immenso. Io ero nell’aula, ed ho veduto tutto benissimo.

11 gennaio 1859 – Alle ore 11 ant. veggo il conte Cavour all’Interno: è preoccupato per la questione finanziaria. Mi dice: “Sarà più facile trovar danari dopo aver fatta toccare una sconfitta agli austriaci che prima”. Sir James stamane mi mostra una lettera di John Samuel nella quale è detto che a Londra “all Jews believe in war” “tutti gli Ebrei sperano nella guerra”. GM

E che il grido di dolore fosse una abile messa in scena, viene comprovato da un piccolo, trascurato avvenimento.

considerazioni

Notevolissimi spunti di riflessione critica sulla storia dell’unità italiana si possono trarre dal racconto del collaboratore del Cavour. Il grido di dolore, innanzi tutto, era la giustificazione che i politici franco piemontesi davano alla politica aggressiva nei confronti dell’Austria.

Gli interessi in gioco non erano quelli delle popolazioni che avrebbero gridato il loro dolore ma quelli della Francia [o di qualche francese?], disposta a lasciare al Piemonte, suo strumento, parte del bottino di guerra.

Su tutto questo, meglio, sotto tutto questo, si avverte la presenza di un potere più solido e forte del potere politico e militare. Il Massari ci riferisce la preoccupazione del La Marmora nel momento cruciale della vicenda “si teme l’effetto di quella frase sulla Borsa di Parigi”; ci riferisce la preoccupazione del Cavour “nel trovar danari”; ci riferisce che “tutti gli ebrei sperano nella guerra”. Non aveva, allora, alcuna importanza stabilire le ragioni delle popolazioni che avrebbero gridato di dolore; non si fa menzione delle cause di quel grido, né si dice quali popolazioni delle tante italiane avrebbero gridato di dolore.

A Plombières Napoleone III e Cavour avevano per ore cercato una ragione di guerra contro l’Austria. Avevano teso l’orecchio ma non avevano sentito alcun grido di dolore. Avevano deciso allora di provocare il grido.

Rileggiamo uno dei punti nodali della relazione di Cavour a Vittorio Emanuele sul colloquio con Napoleone.

L’imperatore venne in mio aiuto e ci mettemmo insieme ad esaminare tutti gli Stati d’Italia, per cercarvi questa causa di guerra così difficile da trovare. Dopo aver viaggiato senza successo in tutta la penisola arrivammo quasi senza accorgercene a Massa e Carrara, e là scoprimmo quel che cercavamo con tanto ardore…”.

Insomma, per trovare qualcuno che gridasse bisognava provocarlo! Alla base di quegli accordi c’era, però, che la Francia non poteva assolutamente apparire all’opinione pubblica ed alla diplomazia europea come aggressore dell’Austria: erano troppo recenti le gesta del primo Napoleone. Ed allora l’Europa assisté alla indegna ed ignobile campagna di provocazione messa in atto dai Carignano contro l’Austria, per costringerla alla guerra, provocando, in questo modo, la discesa in campo dell’esercito francese.

cavour provoca l’austria

Bisognava lavorare a “punture di spillo”, “provocare fatti più gravi”, “qualche imprudenza”, “qualche improntitudine”, che mettesse “l’irascibile e violento” imperatore Fran­cesco Giuseppe, diplomaticamente dal lato del torto. MC

considerazioni

Ma neanche in questo quarto caso (su quattro!) possiamo accreditare al Cavour alcun merito (merito dal punto di vista cavouriano e piemontese) nell’aver perseguito e raggiunto l’obiettivo. Infatti la guerra tanto agognata e preparata da Napoleone III e Cavour, nei giorni immediatamente precedenti al suo scoppio, sembrava, anzi era, definitivamente svanita.

alleanza segreta tra francia e piemonte

Il 17 gennaio 1859, il principe Napoleone giungeva a Torino per siglare con Vittorio Emanuele II un progetto segreto di alleanza tra la Francia ed il Regno di Sardegna. Il trattato prevedeva l’impegno della Francia ad aiutare il Piemonte nel caso che fosse attaccato dall’Austria; la costituzione alla fine della guerra di un regno dell’Alta Italia, con possibilità di annettere i territori delle Legazioni; la cessione alla Francia della Savoia (la sorte della contea di Nizza era rinviata ad una successiva occasione). Al trattato erano annesse due convenzioni, una militare e una finanziaria. La prima stabiliva che le forze alleate da impegnare in Italia sarebbero state di circa 300 mila uomini, 200 mila francesi e 100 mila sardi; che il comando supremo sarebbe spettato all’imperatore. La seconda stabiliva che le spese di guerra sarebbero state rimborsate alla Francia dal regno dell’Alta Italia per mezzo di annualità corrispondenti a un decimo delle entrate annue del regno stesso. GS

la guerra svanisce

Nel febbraio del 1859 la situazione era questa: il ministro degli esteri francese, Walewski, era contrario alla guerra; il ministro degli esteri inglese, Malmesbury si era persuaso che l’Inghilterra doveva in ogni modo adoperarsi ad evitare la catastrofe che “two or three unprincipled men” “due o tre uomini senza principio” minacciavano all’umanità intera “for their personal profit” “per il loro personale tornaconto”.

Ai suoi occhi null’altro muoveva Napoleone III, incalzato dalla paura fisica di nuovi attentati alla sua persona da parte di italiani, e null’altro muoveva Cavour, “a desperate adventurer” “disperato avventuriero”, pronto a tutto per uscire dalla disastrosa situazione in cui il suo governo si trovava, a causa delle difficoltà finanziarie. R3

Lo stesso Napoleone sembrava indeciso ed appariva indecifrabile il suo pensiero. Nel frattempo la situazione di Cavour si faceva insostenibile di fronte all’opinione pubblica piemontese e italiana, che aveva puntato sul fatto che Cavour sarebbe riuscito a costringere l’Austria alla guerra.

In questo scenario, il 18 marzo, si inserì la proposta russa di un congresso delle cinque grandi potenze sulla questione italiana.

Probabilmente la proposta era stata ispirata da Napoleone che non voleva apparire infedele agli accordi presi con il Piemonte, ma di questo mancano le prove. In ogni caso Napoleone aggiungeva, nell’informare Nigra della proposta russa, di essere favorevole perché sperava di ottenere vantaggi per l’Italia: ma questo non era importante per Cavour che, se non scoppiavano le ostilità, avrebbe dovuto dare le dimissioni, avendo puntato tutta la sua credibilità sulla guerra.

Vittorio Emanuele, convinto ormai del fallimento del piano di Cavour, lo attaccò addebitandogli di averlo costretto a fare merce di scambio di sua figlia quindicenne, Clotilde, per ottenere l’adesione di Napoleone alla guerra contro l’Austria. R3

Cavour corse a Parigi e minacciò Napoleone III di rifugiarsi in America e di pubblicare la propria versione dei fatti, con i documenti in suo possesso [ovviamente la censura carignanesca ha ben nascosti, o distrutti, questi documenti]. Scrivendo all’imperatore, Cavour affermava che “nous sommes perdus sans retour”, che il re sarebbe stato costretto ad abdicare, che i ministri, a cominciare da lui, sarebbero diventati oggetto della pubblica esecrazione, che su di lui ricadeva la responsabilità “des désastres qui menacent mon Roi et ma patrie” “dei disastri che minacciano il mio re e la mia patria”.

A Parigi Cavour incontrò il principe Napoleone (il marito di Clotilde), lord Cowley, con il quale ebbe un incontro piuttosto brusco, l’ambasciatore di Prussia Pourtalés, Szarvady emissario del capo della rivolta ungherese Kossuth, ed infine, non si capisce perché, Rothschild.

Cavour quando il 30 marzo lasciò la capitale francese aveva “la disperazione nell’anima” “le désespoir dan l’âme”.R3

la pace

Nelle innumerevoli trattative tra le potenze che dovevano partecipare al congresso, si fece strada una proposta inglese di disarmo generale, che fu accettata dall’Austria e che non poteva non essere accettata dal Piemonte, se non facendo apparire chiaro che il suo scopo era far scoppiare la guerra, non evitarla. Alla lettura dei due telegrammi provenienti da Parigi che comunicavano che la Francia aveva “consenti à ce que l’exécution du désarmement au lieu d’être régléé à l’ouverture du Congrès, soit régléé à Londres avant l’ouverture” “acconsentito a che l’esecuzione del disarmo, invece di essere regolato all’apertura del Congresso, dovesse essere regolato a Londra prima dell’apertura”, Cavour esclamò: “Il ne me reste plus maintenant, qu’à me donner un coup de pistolet et à me faire sauter la tête” “Ora non mi resta altro che darmi un colpo di pistola e di farmi saltare la testa”. R3

Il consiglio dei ministri, convocato da Cavour il 19 aprile 1859 per dare risposta alla proposta di pace, durante il quale Cavour fu messo sotto accusa da tutti i suoi colleghi, verbalizzava: “In seguito ai dispacci giunti stanotte, dai quali risulta che la Francia stessa ha accettato la base del disarmo generale, che debba precedere il Congresso, salvo a prendere i concerti per l’esecuzione, e salvo ad instare per l’ammissione del Piemonte al Congresso sulle basi del Congresso di Laybac, si delibera…”.

Il verbale prosegue con il testo della risposta da dare che ritroviamo nel telegramma inviato a Parigi con l’accettazione della proposta inglese di disarmo che scongiurava la guerra: “Puisque la France s’unit à l’Angleterre pour demander au Piémont le désarmement préalable, le Gouvernement du Roi, tout en prévoyant que cette mesure peut avoir des conséquences fâcheuses pour la tranquillité de l’Italie, declare être disposé à le subir” “Dal momento che la Francia si è unita alla Inghilterra per chiedere al Piemonte il disarmo preliminare, il governo del re, pur prevedendo che questo provvedimento può avere delle incresciose conseguenze, dichiara, per la tranquillità dell’Italia, di essere disposto a subirlo”. R3

decisione di suicidio di cavour

A questo punto la vicenda era chiusa: la guerra non ci sarebbe stata. E con la pace si sarebbe verificata la rovina politica, finanziaria e forse dinastica del Piemonte. Cavour il 17 aprile aveva scritto al nipote Ainardo una lettera piena di amarezza e di scoramento nella quale si preannunciava il suo suicidio. La lettera fu però spedita il 19 quando Cavour ebbe la certezza che la guerra non sarebbe scoppiata. Evidentemente Cavour sapeva che le cose si mettevano male e quindi aspettava la notizia dell’imposizione della pace, da parte delle grandi potenze, per suicidarsi. “Mon cher ami, grâce à un concours de circostances malheureuses et à la perfidie de l’Empereur, notre pays se trouve placé dans une position excessivement difficile et des plus fâcheuses. Je ne puis me dissimuler que la responsabilité de ces tristes événements ne retombe entièrement sur ma tête. Je dois par conséquent prévoir un avenir plein de vicissitudes et de danger. Mon devoir est de prendre mes dispositions en conséquence, et de puorvoir à des certains engagements qui ne sont pas moins sacrés pour ne pas être de nature à être publiés sans inconvenients. Dans ce but je dois faire mon testament. Mon intention a toujours été de t’instituer purement et simplement mon héreditier universel, en confiant à ta délicatesse et à ton affection pour moi l’exécution ponctuelle des engagements dont je t’ai parlé plus haut. Je ne doute nullement de toi, toutefois une assurance formelle de te conformer à ce que je prierai faire par une lettre que Tosco te remettrait en cas de mort, adoucirait l’amertume de ma position.

J’espérais te lénguer un nom illustre et béni par les Italiens. Au lieu probablement ton nom sera associé aux malheurs de notre pays. Je t’embrasse”. R3

Mio caro amico, per colpa di un concorso di circostanze sfortunate e della perfidia dell’imperatore, il nostro paese si ritrova in una posizione difficilissima e spiacevolissima. Non posso nascondermi che la responsabilità di questi tristi avvenimenti ricade interamente sulla mia testa. Devo perciò prevedere un avvenire pieno di vicissitudini e pericoli. In conseguenza devo prendere le mie disposizioni e provvedere ad alcuni affari importanti che non possono diventare pubblici senza inconvenienti.

Perciò io devo fare il mio testamento. La mia intenzione è sempre stata di nominarti mio erede universale, confidando nella tua sensibilità e nel tuo affetto per me per l’esecuzione puntuale degli impegni dei quali ti ho parlato. Non ho alcun dubbio su di te, tuttavia una formale assicurazione di conformarti a quanto ti pregherò di fare nella lettera che Tosco ti farà avere in caso di morte, addolcirà l’amarezza della mia situazione.

Io speravo di lasciarti un nome illustre e benedetto dagli italiani. Invece probabilmente il tuo nome sarà associato alle disgrazie del nostro paese. Ti abbraccio”. DB

cavour brucia documenti

Chiusosi nello studio del suo appartamento ordinò che nessuno entrasse e si diede a bruciare e lacerare carte e documenti. Nell’abitazione si diffuse l’allarme e gli amici, Minghetti, Rodolfo Audinot e Farini sollecitarono Castelli, l’amico più vecchio e fedele fra tutti, ad intervenire. “Entrato nella camera – narra Castelli – lo trovai circondato da mucchi di carte che aveva lacerato e nel caminetto bruciavano molte altre. Mi guardò fisso e non parlava. Allora io con tutta calma dissi: “So che nessuno deve entrare qui; ma per ciò stesso io ci sono venuto” e, facendomi forza, soggiunsi: “Devo credere che il conte di Cavour voglia disertare il campo prima della battaglia, voglia abbandonarci tutti?!”. Cavour si alzò, mi abbracciò convulsivamente e dopo aver girato quasi fuor di sé per la camera, fermandosi davanti a me, pronunziò lentamente queste parole: “Stia tranquillo, affronteremo tutto, e sempre tutti insieme””.

[Come sono brave le mosche cocchiere! Chissà se avrebbe scritto questo il Castelli, se le cose fossero andate altrimenti!].

La sera stessa Cavour scriveva a Giacinto Coiro: “Salveremo le vacche ma perderemo la causa italiana. L’imperatore è stato ingannato o è traditore. Credo che potrò fra breve abbandonare il ministero che aborro per andare a stabilirmi a Leri in modo definitivo”. R3

considerazioni

1perdita documentisuicidioguerra
2perdita documentisuicidionon guerra
3perdita documentinon suicidioguerra
4perdita documentinon suicidionon guerra
5non perdita documentisuicidioguerra
6non perdita documentisuicidionon guerra
7non perdita documentinon suicidioguerra
8non perdita documentinon suicidionon guerra

Otto erano le possibilità. Se almeno una volta Cavour nella sua vita avesse raggiunto l’obiettivo prefisso, si sarebbe verificata la possibilità numero sei… e l’unità d’Italia si sarebbe realizzata in altro modo, sicuramente migliore!

Invece… si è verificata la possibilità numero tre: abbiamo perso i documenti che avremmo voluto tanto conoscere, Cavour non morì e, con lo scoppio della guerra tra la Francia e l’Austria, si determinò il successivo assetto dell’Italia.

fortuna di cavour o altro?

Se a questo punto, il 19 aprile, l’Austria, in modo inconsulto e misterioso, non avesse inviato un ultimatum al Piemonte, senza consultare nessuna altra potenza, dando l’opportunità al Piemonte di far scoppiare la guerra respingendo l’ultimatum, oggi noi dovremmo ragionare in tutt’altro modo e l’ultimo dei nostri pensieri e delle nostre preoccupazioni sarebbe quello di interessarci di un piccolo personaggio di un piccolo Stato provinciale che aveva tentato la grande fortuna alla roulette. Ma la storia non si fa con i se ed i ma ed oggi siamo qui a riportare almeno alla realtà il personaggio Cavour. Di certo noi sappiamo che tra il 17 aprile, giorno in cui aveva scritto la lettera al nipote con l’intenzione di suicidarsi, ed il 19, quando l’Austria decise di inviare l’ultimatum al Piemonte, Cavour non svolse alcuna azione diplomatica per recuperare la situazione a suo vantaggio. C’è da chiedersi, allora, perché gli storici ufficiali ancora oggi sostengano che Cavour sia stato abile e gran tessitore.

quale è la verità sullo scoppio della guerra?

In ogni caso non è stata ancora scritta la verità, o non convince la verità ufficiale, sul perché una potenza di prima grandezza come l’Austria si sia andata a pregiudicare, invischiandosi in una guerra con un piccolo paese, nella quale non aveva nulla da guadagnare.

Non aveva da guadagnare territori perché era impensabile che la Francia accettasse la scomparsa dello Stato cuscinetto rappresentato dal Piemonte. Non aveva da guadagnare risarcimenti in danaro per il precario stato delle finanze piemontesi. In quel momento, inoltre, l’Austria era alle prese con una sua gravissima crisi finanziaria e con la rivolta dell’Ungheria. Per ciò l’esborso di una cifra considerevolissima per una campagna militare e l’apertura di un secondo fronte di guerra non potevano essere di alcun suo interesse. Né regge la debole spiegazione dell’orgoglio e del falso senso dell’onore di Francesco Giuseppe che gli avrebbe impedito di tollerare più oltre le provocazioni e gli attentati ai suoi legittimi diritti perpetrati da ormai troppo tempo da Napoleone III e dai suoi complici. Né, infine, regge la spiegazione di Massimo d’Azeglio: “La sommation (l’intimazione) dell’Austria proprio al momento che la nostra condotta ci faceva diventare i beniamini dell’Inghilterra, è stato uno di quei terni al lotto che accadono una volta in un secolo”.

Lungi da me l’azzardare spiegazioni che non risultano da alcun documento né da alcuna testimonianza; nulla mi impedisce, però, dal dichiararmi insoddisfatto di tutte le spiegazioni su quel folle gesto austriaco che ci ha regalato la falsa figura cavouriana di pater patriae. Chi aveva dato illusione all’Austria di un conflitto più generalizzato che avrebbe visto tutti i tedeschi contro i francesi? Chi impedì alla Prussia l’entrata in guerra e come? Non dimentichiamo che dieci anni dopo la Prussia mise fine all’impero francese, con la battaglia di Sedan.

E se la verità stesse tra le carte distrutte dal Cavour o tra quelle ancora nascoste? Oppure nello strano comportamento di Napoleone nel bel mezzo della guerra?

concausa oppure causa della guerra del 1859?

Come abbiamo visto, alla notizia dell’inizio delle trattative di pace, Cavour corse a Parigi per incontrare Napoleone. Cavour minacciò Napoleone di pubblicare i documenti in suo possesso che, evidentemente, avrebbero messo in imbarazzo l’imperatore. Ma non sappiamo se effettivamente Cavour avesse anche minacciato Napoleone di farlo assassinare.

Persone vicine a Napoleone erano persuase che, nel far decidere l’imperatore ad aiutare Cavour a cacciare gli austriaci dall’Italia, avesse una parte importante la sua paura quasi paralizzante di venire assassinato da qualche rivoluzionario italiano. MZ

guerra del 1859

Come sappiamo la storia non andò esattamente come Napoleone III e Cavour avevano stabilito a Plombières.

Napoleone nel bel mezzo della guerra all’Austria si fermò. Invece di marciare su Vienna, firmò l’armistizio di Villafranca con l’imperatore d’Austria, senza consultare né Cavour né Vittorio Emanuele. Ai piemontesi non rimase altro che accettare la situazione, non prima, però, di rinegoziare con Napoleone III il costo della guerra. Napoleone, che non era stato ai patti, poiché si era accordato direttamente con l’Austria, invece di addebitare l’intero costo della guerra, circa 360 milioni, chiese al Piemonte di pagare solo 60 milioni. I documenti non chiariscono fino in fondo lo strano comportamento di Napoleone III. È indubbio che delle forti, fortissime, pressioni esterne fermarono Napoleone, che credeva di avere Francesco Giuseppe in pugno, e obbligarono l’imperatore austriaco ad accettare le trattative di pace con le forze militari ancora integre.

Tra queste pressioni, ci furono quelle di natura politica e militare da parte della Prussia, dell’Inghilterra e della Russia. Ma non furono le sole e le principali; bisogna tenere conto, dal punto di vista austriaco, anche della rivolta ungherese, delle divisioni tra i militari, tra i politici e tra i diplomatici, della situazione economica e finanziaria e, principalmente, degli interessi a questa legati.

colloquio tra napoleone iii e francesco giuseppe

A Villafranca, l’otto luglio 1859, i due imperatori si erano chiusi da soli, senza consiglieri e interpreti, in una stanza a pianterreno dove avevano parlato per un’ora circa, in apparenza senza accorgersi dei giornalisti che sbirciavano dalle finestre. Stavano seduti a tavolino fumando sigarette e parlando speditamente in francese o in tedesco. Non avevano cartine spiegate davanti. Di tanto in tanto prendevano qualche appunto su un foglio di carta.

Un giornalista dichiarò di aver visto Napoleone III gualcire nervosamente dei fiori, e di certo era meno a proprio agio di Francesco Giuseppe. PA

considerazioni

Da notare i giornalisti: qualcuno doveva ricevere testimonianza del fatto che Napoleone aveva parlato con Francesco Giuseppe. Qualcuno sapeva cosa avrebbe detto Napoleone a Francesco Giuseppe. Cosa gli disse?

una piccola importante traccia di storia non scritta

Abbiamo già visto l’episodio durante il quale Cavour, in occasione dell’armistizio di Villafranca, “sembrava quasi uscito di senno”. Della crisi di isteria del conte di Cavour ci ha lasciato una testimonianza il generale Della Rocca, firmatario dell’armistizio di Villafranca: “In sul più bello, mentre il Cavour esalava il suo cattivo umore contro il re, contro di me, contro tutti, piombò tra di noi il principe Gerolamo Buonaparte. Incontrato il Bixio, stato fin allora un suo amico, gli fece il viso dell’arme e non lo salutò”. MC

alessandro bixio

Alessandro Bixio (fratello del più conosciuto Nino), era emigrato da giovane in Francia ed era diventato cittadino francese. Era un uomo d’affari legato ai banchieri ebrei Rothschild e Péreire. Ma, cosa faceva lì Alessandro Bixio? E perché il principe Napoleone gli fece una brutta faccia (il viso dell’arme)?

Per darci una spiegazione alla prima domanda torniamo indietro al 1852 quando si determinò nel parlamento piemontese una maggioranza che faceva prevedere la caduta del ministero d’Azeglio. Cavour, che sapeva di dover succedere al d’Azeglio, decise di “sottrarsi al logorio politico e psicologico dell’attesa” con un viaggio all’estero. Ma la ragione del viaggio era un’altra. Sia a Londra che a Parigi incontrò tutti quei personaggi che ritroveremo nella storia dell’unità d’Italia. A Parigi Cavour non poté non respirare l’atmosfera di ritrovata fiducia originatasi nei ceti imprenditoriali e capitalistici, dopo il colpo di stato di Napoleone III. “I capitali sorgono da tutte le parti. La prosperità finanziaria è immensa” scriveva Cavour. Ed a Parigi, tra gli altri, incontrò Alessandro Bixio che fece da tramite tra Cavour e gli ambienti bancari ebraici. In quei colloqui nacquero tutte le iniziative industriali, in particolare ferroviarie, come la Vittorio Emanuele, bancarie e finanziarie che caratterizzeranno i successivi sette anni del ministero Cavour, fino alla guerra con l’Austria. R2

Circa il viso dell’arme fatto da Gerolamo Bonaparte ad Alessandro Bixio possiamo pensare che la sua presenza significava la sospensione della guerra, sospensione che il principe Gerolamo non condivideva: insomma gli interessi rappresentati dal Bixio vinsero su quelli militari e dinastici dei napoleonidi! Ecco alla conclusione dei progetti discussi a Parigi nel 1852 il controllore: la presenza di Alessandro Bixio. Gli effetti della sua presenza si videro subito.

strano provvedimento di francesco giuseppe

La situazione finanziaria dell’impero austriaco, prima e durante la guerra con il Piemonte, dava origine alle più serie preoccupazioni. Il riflusso dall’estero di titoli austriaci, in corso dai primi del 1859, aveva accentuato il drenaggio delle risorse valutarie della Nationalbank che aveva dovuto sospendere i pagamenti in contanti, mentre l’aggio sull’argento saliva in maggio al 40 per cento e il corso dei titoli di Stato austriaci crollava a Francoforte da 81 fiorini in gennaio a 38 in aprile.

Tutta l’economia del paese veniva dunque investita da gravi tensioni inflazionistiche, mentre la capacità di importazione risultava drasticamente ridotta, ed il ministro delle finanze Bruck doveva mettere mano alle riserve metalliche della Nationalbank, con grave danno del credito al paese, per procurare all’esercito le forniture necessarie. Già per queste ragioni era chiaro che lo sforzo bellico non avrebbe potuto protrarsi più a lungo. R3

Quattro giorni dopo l’armistizio [!], il 15 luglio 1859, durante il primo consiglio dei ministri dopo la sconfitta militare, l’imperatore Francesco Giuseppe rendeva pubblico il famoso Manifesto di Laxenburg col quale si affrettava a promettere alla borghesia un sostanziale mutamento di rotta. “Le benedizioni della pace – affermava l’imperatore austriaco – sono doppiamente preziose perché mi procureranno l’agio necessario per consacrare tutta la mia attenzione e le mie cure, non più turbate da nulla, al felice adempimento del compito che mi sono prefisso”. Di lì a poco il Regolamento industriale austriaco abrogava il regime delle corporazioni, introduceva la libertà del lavoro, dava l’avvio alla prima rivoluzione industriale dell’Austria. Gli ebrei di Vienna ed i protestanti di Germania ringraziarono. MC

Quattro giorni dopo la battaglia di Solferino, la borsa austriaca ebbe un rialzo! R3

In novembre l’imperatore Francesco Giuseppe approvò la proposta di abolire molte restrizioni residue imposte alle comunità ebraiche dell’impero. Istituì, prima della fine dell’anno il Comitato per il debito di Stato, con il compito di esaminare la struttura finanziaria dell’impero, poiché concordava con il ministro delle finanze Bruck sulla necessità di rassicurare gli investitori stranieri. PA

considerazioni

Insomma, vendendo e ricomprando i titoli del debito pubblico austriaco, la grande finanza internazionale faceva la guerra e la pace! Per amore o per forza i grandi mercati si dovevano aprire ai grandi capitali. Che questo fosse il principale scopo nella guerra fatta da Napoleone (o fatta fare a Napoleone) all’Austria, è dimostrato dall’armistizio di Villafranca, senza giustificazioni militari da parte della Francia e dal manifesto di Laxenburg. Il resto è storia a contorno, appare come la storia della mancia rilasciata ai servitori.

cavour diplomatico

Dopo la battaglia di Solferino, la diplomazia internazionale si attivò per arrivare ad una sistemazione della situazione italiana, possibilmente senza la prosecuzione della guerra. Anche Cavour si attivò per volgere a suo favore gli avvenimenti e, per ottenere questo, ebbe contatti con tutti i gabinetti europei.

In particolare, nel tentativo di combattere l’ostilità dell’opinione pubblica germanica, aveva anche inviato, dietro suggerimenti russi e francesi, una nota al presidente di turno della Dieta di Francoforte, il prussiano Usedom, mettendo in rilievo la solidarietà degli interessi piemontesi e germanici: ma il documento dovette essere ritirato per consiglio dello stesso destinatario, il quale avvertì che l’insistenza sul disegno di cacciare l’Austria di là dalle Alpi avrebbe invece rinsaldato la solidarietà dei minori Stati tedeschi col governo di Vienna. Usedom dava questo giudizio molto negativo sul documento cavouriano: “Eine taktlosere, unpolitischere Fassung dieses Aktenstückes konnte unter den obwaltenden Umständen nicht gedacht werden” “Questa nota, indelicata e impolitica, nelle presenti circostanze, appare improvvisata”. Sembra che Cavour abbia riferito, falsamente, di suggerimenti russi e francesi per “giustificare il suo passo errato”. R3

altra ragione dell’armistizio di villafranca

Napoleone, tra le ragioni che lo indussero a firmare l’armistizio di Villafranca, tenne sicuramente presente anche un’altra ragione, quella finanziaria tra la Francia ed il Piemonte, giacché il trattato del dicembre 1858 aveva stabilito che il Piemonte avrebbe pagato le spese di guerra della Francia con il decimo delle entrate dei nuovi territori conquistati, ma la Francia aveva già speso ben 360 milioni di franchi e la sua alleata altri 80 milioni, somme che nessuna prevedibile tassa piemontese sul reddito sarebbe riuscita a raccogliere, ed è da domandarsi se mai Cavour fosse stato in buona fede quando aveva stipulato tale accordo. VE

scenario dell’italia disegnato da napoleone e cavour

Dobbiamo ora riflettere sullo scenario che il Cavour e Napoleone III avevano disegnato a Plombières come conseguenza della guerra all’Austria che studiavano di provocare. “La valle del Po, la Romagna e le Legazioni costituirebbero il Regno dell’Alta Italia sul quale regnerebbe la casa di Savoia. Il papa conserverebbe Roma e il territorio circostante. Il resto degli Stati del papa con la Toscana formerebbe il Regno dell’Italia Centrale. La circoscrizione territoriale del Regno di Napoli non sarebbe toccata. I quattro Stati italiani formerebbero una confederazione sul modello dela Confederazione germanica, la cui presidenza sarebbe data al papa per consolarlo della perdita della parte migliore dei suoi Stati”.

Quanto poi si realizzò non coincise in alcun modo col disegno. Le ragioni sono varie. Innanzi tutto non fu assolutamente prevista l’ingerenza dell’Inghilterra in questa vicenda. Napoleone III e Cavour si preoccupavano soltanto di tenerla buona e di fare i propri interessi. Non pensarono che l’Inghilterra potesse invece avere interesse alla nascita di una potenza mediterranea, proprio antagonista dell’Austria e della Francia, che a partire dal 1844 aveva incominciato la sua espansione nel Mediterraneo. Poi non fu prevista l’inazione della Russia e del suo disinteresse verso questo quadrante dello scacchiere mediterraneo. Infine non fu prevista la ingerenza del capitalismo internazionale, che non reputò sufficiente la conquista della sola valle del Po, per consentire al Piemonte il pagamento dei suoi debiti.

Ma ritorniamo al Cavour ed alla sua azione politica.

cavour corruttore

Nel gennaio 1861 Cavour e Pio IX stavano trattando la cessione di Roma per via amichevole. Negoziatore ufficioso del governo di Torino presso la Santa Sede era il medico marchigiano Diomede Pantaleoni; dopo un ultimo colloquio con Cavour e col ministro dell’interno Minghetti, l’11 febbraio 1861, un certo padre Passaglia si recava a Roma con in tasca cento napoleoni d’oro. Ma per corrompere i prelati della Curia romana, Pantaleoni era autorizzato a spendere molto di più. “Le faccio facoltà – gli scriveva Cavour – di spendere quanto reputerà necessario per amicarsi gli agenti subalterni della Curia. Quando poi occorresse di ricorrere a mezzi identici ma sopra larga scala pei pesci grossi, me li indicherà, ed io vedrò di metterli in opera, valendomi però di altra via di quella dei negoziatori che saranno lei ed il padre… Dio voglia che i suoi sforzi siano coronati da esito prospero. Ella avrà associato il suo nome al più gran fatto dei tempi moderni”. MC

corruzione della stampa

Frequente, e sostenuto da un largo ricorso ai fondi segreti, fu l’intervento del ministero di Cavour nelle cose della stampa, diretto sia a favorire all’interno giornali e giornalisti schierati dalla parte del governo, sia ad alimentare le simpatie della stampa liberale straniera per la causa del Piemonte. “La Staffetta è un pessimo giornale che fa torto al ministero: lo dissi a Dina – è Cavour che scrive – questa primavera. Non do un soldo se prima la Staffetta non cessa le sue stupide pubblicazioni. Ciò fatto rimetterò ora a Dina L. 3.000 e in gennaio L. 3.000. Se questi patti non sono accettati, gli ripeto, non do un soldo”.

Cavour dava direttive all’intendente Conte per non far nascere un giornale mazziniano a Genova. Lo stesso intendente, Conte, informava Cavour che il solo giornale sardo, lo Statuto, favorevole al governo fosse quello sovvenzionato.

Nell’Archivio Cavour, corrispondenti, si trovano numerose lettere di editori e giornalisti stranieri, di livello e moralità molto varia, che si offrono di sostenere il governo liberale piemontese. [Evidentemente la voce si era sparsa].

Qualche nome: Henri Avigdor (Presse), Félix Belly (Le Pays, Journal de l’Empire), François Buloz (Revue des deux mondes), De Poggenphol (Nord di Bruxelles), C. Navin (Siècle), Pallieri (L’Italie). R3

Ma la stampa piemontese non veniva corrotta solo da Cavour. Anche la Rosina Vercellana, la contessa di Mirafiori, l’amante del re, conosceva quest’uso dei giornali piemontesi. Quando il sovrano si voleva liberare del Cavour, anche perché questi non vedeva di buon occhio la sua relazione con la Rosina, quest’ultima acquistò gli articoli dello Stendardo, pagandoli 12.000 franchi. R3

onore – i

Garibaldi, nel più grande segreto, aveva ricevuto denaro ed armi dal governo italiano in vista di una invasione dei territori papali che si pensava avrebbero fornito un pretesto per intervenire all’esercito nazionale.

Mazzini era intanto pronto alla guerra civile, soprattutto perché pensava giustamente che il re si sarebbe schierato contro Garibaldi al primo segno di disapprovazione della Francia. L’unica speranza seria era che i cittadini di Roma precipitassero le cose con una insurrezione che li facesse intervenire sul loro destino; pensò anche per un momento di recarsi a Roma di persona per renderlo possibile. Contemporaneamente Vittorio Emanuele stava proponendo, segretamente, a Napoleone un accordo in base al quale francesi ed italiani avrebbero occupato, insieme, la città di Roma impedendo così al partito mazziniano di deporre il papa e di proclamare la repubblica.

Il re disse a diverse persone che, come “premio supplementare”, gli si doveva permettere di “massacrare” Garibaldi e 30 mila volontari appartenenti alla “feccia criminale” dei seguaci di Garibaldi e Mazzini.

Questo infelice termine “massacrare”, insieme allo “sterminare” usato nel 1860 da Cavour contro i garibaldini, veniva stranamente proprio da coloro che definivano Mazzini un “assassino”. MZ

onore – ii

E che questo fosse lo scenario morale in cui si muovevano i protagonisti di quella che poi ci sarebbe stata raccontata come epopea risorgimentale, si può desumere da questo altro avvenimento. Nell’agosto 1870 le truppe francesi lasciarono Roma, perché c’era bisogno di loro sul fronte del Reno, ma Vittorio Emanuele II continuò a tacciare i suoi ministri di vigliaccheria perché erano ormai meno desiderosi di prima di vederlo combattere a favore del suo ex alleato. Egli, infatti, puntava su di una vittoria della Francia e sperava di trovarsi di nuovo dal lato del vincitore. In effetti, fu solo la notizia della disastrosa sconfitta di Napoleone a Sedan che lo indusse improvvisamente a prendere un atteggiamento più realistico. Era chiaro che l’alleanza con la Francia non rappresentava che un duplice inconveniente ed il re, degno rappresentante della sua dinastia, “passò rapidamente dalla parte opposta”, avendo cura di spiegare al Papa che egli era costretto ad annettere Roma contro la sua stessa volontà. Le lettere di Lanza indicano che, ancora una volta, i fondi segreti furono utilizzati per suscitare una insurrezione che offrisse il pretesto per intervenire “a restaurare la legge e l’ordine”; ma neppure questa volta i romani si sollevarono. Si dovette così trovare una altra scusa per l’invasione ed alcuni municipi di là dal confine pontificio furono sollecitati ad inviare a Firenze petizioni invocanti protezione contro l’anarchia.

Un breve scontro, una breccia nelle mura, e la Città Sacra cadde in mano dell’ultimo di una lunga serie di avidi nemici. MS

comportamento spregevole

Il 27 dicembre 1858 Giuseppe Massari descrive nel suo diario una vicenda che vede Cavour e Napoleone III comportarsi in modo spregevole. “Il conte – annotava il Massari – mi fa vedere una lettera che Berryer scriveva a Napoleone III molti anni or sono per chiedergli 10 mila franchi in prestito. Napoleone III vuole ora si stampi quella lettera per punire il Berryer dell’arringa con cui ha ora difeso il conte di Montalembert. Prometto al conte di Cavour di fare in modo che l’Opinione appaghi il desiderio dell’imperatore”. GM

cavour statista rivoluzionario

Nel 1859 Cavour, nemico giurato della rivoluzione, aveva tentato senza molto successo di dare l’avvio a rivoluzioni mazziniane in Lombardia e nell’Italia centrale; e lo stesso aveva fatto, sempre senza successo, l’anno dopo in Sicilia, a Napoli e negli stati del papa.

Alla fine del 1860 si spinse più in là e impegnò le risorse dello Stato nel sollecitare un’altra serie di rivoluzioni in tutta l’Europa orientale. Parlava del desiderio di rendere le “razze latine” dominatrici del Mediterraneo; voleva “un moto insurrezionale che dal litorale dalmata ed illirico si estendesse sino alle rive del Baltico”, col dichiarato proposito di sfruttare quei moti in un’altra guerra contro l’Austria; una guerra che, abbastanza significativamente, diceva necessaria “per motivi di ordine interno”, cioè per rinsaldare negli italiani il senso della patria. Con parole che sembravano prese da Mazzini, il primo ministro illustrava ora la sua intenzione di creare nazionalità autonome in tutti i Balcani, aiutando i greci a prendere Costantinopoli e dando vita a una Ungheria indipendente.

Quel progetto così ambizioso finì in un altro fallimento, benché Cavour fosse favorito dal fatto di potersi servire dei suoi ambasciatori e dei suoi consoli nei paesi balcanici per contrabbandare in quelle zone armi e denaro. Fra l’altro salpò segretamente da Genova una flottiglia di navi con carichi di armi, compresi pezzi di artiglieria pesante, il tutto registrato nelle polizze di carico come caffè. La flottiglia fu seguita sin dal primo momento dalla flotta austriaca e poi confiscata dai turchi. Cavour inoltrò una protesta formale per questa confisca, affermando che il contrabbando di armi avrebbe incontrato sempre la sua ferma opposizione; ma dalle scritte apposte sulle casse confiscate appariva chiaramente che esse provenivano dal Regio Arsenale di Torino. Il personale dell’ambasciata di Costantinopoli tentò affannosamente di ricoprire quelle scritte di vernice; ma era troppo tardi.

Un diplomatico piemontese commentò: “Giammai cospirazione fu fatta con tanta innocenza battesimale”. Ma Cavour fece presto a trovare il modo di sfruttare quel fallimento per compromettere un concorrente, e tentò di convincere gli inglesi che quelle armi dovevano essere state inviate da Garibaldi. Tentò anche di deviare i sospetti su Mazzini, e inventò una storia fantastica secondo la quale quest’ultimo stava mandando a Roma sicari travestiti da contadini per provocare il crollo del regime papale. MZ

opinione in francia sul piemonte

Se la nostra critica ai personaggi di quegli avvenimenti è agevolata dalla distanza temporale, dobbiamo riportare anche le opinioni contemporanee, per stabilire se la nostra è critica storica originale oppure condivisa.

Quand on est conduit comme à Turin par des enfants qui crient fort pour montrer qu’ils sont des hommes….

Quando si è guidati, come a Torino – esclamava alla Camera dei Deputati francese, Adolphe Thiers, ministro degli esteri di Luigi Filippo, a proposito delle intenzioni bellicose del Piemonte – da bambini che gridano forte per dimostrare che sono uomini. Quando si pronuncia la parola guerra bisogna chiedersi: siamo in grado di farla?”. MC

le ultime parole del benso di cavour morente

Alle nove di sera del 5 giugno 1861 il re visita Cavour morente. Cavour gli dice tra l’altro: “E i nostri poveri napoletani così intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli”. Cavour, nell’estremo delirio, pronunzia disordinatamente [o forse, meglio, gli attribuirono giornalisti interessati a propalare quella che doveva diventare una verità accertata] frasi come queste: “L’Italia del settentrione è fatta: non vi sono né lombardi, né piemontesi, né toscani, né romagnoli, noi siamo tutti italiani: ma vi sono ancora i napoletani. Oh, vi è molta corruzione nel loro paese. Non è colpa loro, povera gente: sono stati così mal governati! È quel briccone di Ferdinando! No, no, un governo così corruttore non può più essere restaurato: la Provvidenza non lo permetterà. Bisogna moralizzare il paese, educare l’infanzia e la gioventù, crear sale d’asilo, collegi militari, ma non si pensi di cambiare i napoletani con l’ingiuriarli. Essi mi domandano impieghi, croci, promozioni: bisogna che lavorino, che siano onesti, e io darò loro croci, promozioni, decorazioni: ma soprattutto non lasciargliene passar una: l’impiegato non deve nemmeno essere sospettato. Niente stato d’assedio, nessun mezzo da governo assoluto. Tutti son buoni di governare con lo stadio d’assedio. Io li governerò con la libertà. In venti anni saranno le province più ricche d’Italia. No, niente stato d’assedio”. FD

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