Alta Terra di Lavoro

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CENNO NECROLOGIGO DEL PROF. PIETRO RAMAGLIA MEDICO DI FERDINANDO II

Posted by on Nov 17, 2020

CENNO NECROLOGIGO DEL PROF. PIETRO RAMAGLIA MEDICO DI FERDINANDO II

Premessa

Palasciano considerò Pietro Ramaglia  suo maestro. Lo afferma chiaramente nel testo  “Chirurgia  Pratica sulle Anchilosi ” pag. 194  “……….Le osservazioni del mio maestro in difesa della mia operazione ……………..per parte mia, appartenendo ad un scuola che per mezzo del Ramaglia deriva dal Morgagni (1), mi era contentato di un fatto solo con la sua analisi, confidente che sono nella gran massima: non sunt numerandae sed perpendae observationes ( Morgagni Epist.51 n° 47) (le osservazioni devono essere valutate e non enumerate n.d.r.)

         

CENNI BIOGRAFICI 

Pietro Ramaglia nacque il 31 Marzo del 1802  a Ripabottoni, località del  Molise,  da Francesco e da Veneranda De Julio. Le condizioni economiche della famiglia erano modeste ma i genitori riuscirono, comunque, ad assicurargli un’istruzione. Compì gli studi elementari nel paese natale e successivamente presso il Seminario di Larino. La sua preparazione fu però completata a Toro, nel Collegio privato del prof. Domenico Trotta. Si recò quindi a Napoli e fu accolto come interno nel Regio Collegio Medico. Ebbe come professori, tra gli altri, i due cattedratici molisani: Cosmo de Horatiis (2) e Francesco Petrunti (3). Dopo la laurea, in seguito a pubblico concorso entrò, quale assistente. nell’Ospedale degli Incurabili che, all’epoca, era  anche sede della Facoltà di Medicina. Divenne poi medico della corte borbonica e fu presente in molti degli eventi importanti della vita del Re Ferdinando II. Non fu facile per Ramaglia svolgere il suo lavoro presso la Casa Reale, vuoi per il carattere sospettoso del Re che vedeva ovunque minacce alla sua persona e a quella dei suoi familiari, vuoi per l’invidia dei colleghi a causa dei suoi successi professionali. In medicina fu uno dei propugnatori del metodo sperimentale anatomo-clinico e fondatore della scuola positivo-naturalistica napoletana che si opponeva alle teorie vitaliste allora in voga, sostenute da  Giovanni Rasori(4)  a Milano e  da Giacomo  Tommasini (5)  a Bologna  che, a questo proposito, aveva pubblicato il suo testo “Nuova dottrina medica italiana”. Il vitalismo affermava che la vita ed il suo svolgersi erano espressione del flusso vitale, dal cui accentuarsi o dal suo affievolirsi dipendevano le malattie. Questa teoria,  nata in Germania nel Settecento ad opera di G. Stahl (6), e rilanciato da John Brown (7)in Gran Bretagna,  si diffuse rapidamente, dapprima in Francia, e poi in tutta Europa. Stahl, professore all’Università di Halle, aveva proposto che alla base della vita ci fosse un movimento, sollecitato da una speciale entità che egli chiamò motor tonicus. Dalle modulazioni di questo inafferrabile flusso vitale sarebbero dipesi i vari avvenimenti propri della vita, ed anche le malattie, interpretate come una esagerazione ed un affievolimento del flusso stesso. L’opera di Stahl passò relativamente poco osservata, finché la sua dottrina venne riproposta, con poche varianti, dallo scozzese Brown. Egli non parlò di motor tonicus, ma di flusso vitale. Divise le malattie in ipersteniche ed iposteniche, a seconda che fossero dovute ad un eccesso o ad una diminuzione del flusso vitale. Alla base delle risposte organiche egli mise l’eccitabilità, che poteva variare in condizioni patologiche. Principio fondamentale della terapia divenne la contrapposizione al carattere della malattia. Ove l’eccitabilità fosse aumentata per eccesso di flusso vitale, occorreva deprimerla con opportuni trattamenti, quali il salasso, il sanguisugio, la somministrazione di purganti, emetici e clisteri.

La dottrina di Brown, detta vitalismo, dilagò presto in tutta Europa, e venne da alcuni anche detta brownismo. In Francia uno dei principali cultori ne fu  Broussais (8), che chiamò la sua dottrina Nouvelle Doctrine Médicale Française e che passò alla storia come il “più sanguinario” dei medici francesi per il continuo e cospicuo ricorso ai salassi.

In Italia il vitalismo giunse con Giovanni Rasori, che elaborò, nel quadro generale, la sua teoria dello stimolo e del controstimolo. Ad uno stimolo patogeno capace di modificare in più o in meno il flusso vitale, si doveva rispondere con un controstimolo capace di combattere la deviazione. Rasori sottolineò come l’infiammazione costituisse un fenomeno comune di quasi tutte le malattie, ove esprimesse un eccesso di flusso vitale. Essa si doveva perciò combattere con salassi, purganti, clisteri, emetici, cioè con procedure capaci di ridurre la massa sanguigna circolante. Altro epigono del vitalismo fu Giacomo Tommasini, per il quale ogni malattia era un’angioite diffusa. Mentre queste dottrine ebbero scarso impatto sullo sviluppo della Chirurgia, la Medicina ne fu invece ampiamente penalizzata. Molti in Toscana e a Napoli rifiutarono queste teorie e lo stesso  Ramaglia si oppose a tutto ciò che in Medicina non fosse supportato da fatti clinici concreti. Studiò quindi  l’anatomia normale e poi  l’anatomia patologica seguendo gli insegnamenti di Morgagnidi cui aveva studiato l’opera fondamentale pubblicata nel 1761 De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis”. Lo studio dell’anatomia patologica gli aveva confermato che quando l’organismo era alterato nella struttura, era alterato anche nella funzione; di qui la necessità dell’attentissima “osservazione” del malato per comprendere le alterazioni funzionali, per diagnosticare la lesione organica da verificare, eventualmente, al tavolo settorio. Era questo il metodo anatomo-clinico-sperimentale che rifiutava ogni teoria più o meno fantasiosa o filosofica. Nella Napoli borbonica la medicina veniva studiata o nel Real Collegio Medico oppure presso collegi o scuole private. Ramaglia era  Professore agli Incurabili e titolare di una scuola privata, frequentata da un gran numero di studenti, che si serviva  per la pratica anche delle corsie e dei teatri anatomici dell’ospedale. L’essere poi Medico della Corte borbonica lo rese  uno dei medici più importanti dell’epoca. Il suo studio era  sempre frequentato da tanti pazienti ma  il giovedì era aperto solo per i poveri che venivano curati gratuitamente. Dedicava molto tempo all’insegnamento dell’anatomia normale e di quella patologica, della semeiotica fisica e della clinica medica. L’anatomia patologica, come  disciplina, fu  introdotta a Napoli da Ramaglia che, in seguito aprì nell’Ospedale S. Maria di Loreto, un gabinetto con annesso museo di pezzi anatomici interessati da patologie ad ognuno dei quali era allegata la storia clinica, la sintomatologia e la diagnosi del malato. Il museo, tra i pochi esistenti all’epoca in Europa, era molto  apprezzato dai medici stranieri che frequentemente venivano a Napoli come visitatori, ed in particolare dal francese Guillaume Dupuytren (9). Ramaglia era costantemente  aggiornato sui progressi della medicina e  ne faceva partecipi gli allievi per i quali mise a punto un “metodo diagnostico” che fu descritto e pubblicato dal suo discepolo, il dott. Domenico Capozzi (10), di Morcone (località all’epoca appartenente al Molise ed oggi alla Campania) già suo  primo assistente, che lo accompagnava dovunque ogni qual volta veniva chiamato, dalla famiglia reale. Il metodo, descritto minutamente, prevedeva che il medico raccogliesse la storia clinica del malato e nel visitarlo fosse a conoscenza dei canoni della semeiotica fisica cioè  l’ispezione, la palpazione, la percussione e l’auscultazione. Queste ultime due manovre erano state proposte e introdotte da poco tempo da Auenbrugger(11) e da Laennec(12). Questi aveva introdotto lo strumento idoneo a migliorare l’auscultazione, il cosiddetto “tubo”, che diventerà poi  lo stetoscopio. Per agevolare lo studio del malato, Ramaglia pubblicò nel 1840 il  volume di “Notomia topografica” che doveva servire non solo ai chirurghi che avevano  bisogno di conoscere le regioni su cui intervenire ma anche agli internisti  che se ne potevano servire per sapere quale fosse la proiezione sulla superficie cutanea dell’organo da indagare con la semeiotica fisica. Caduto il Regno Borbonico, Francesco De Sanctis (13), Ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo post unitario e riordinatore della Università degli Studi di Napoli, lo chiamò alla cattedra di Anatomia patologica prima e a quella di Clinica medica dopo. Nel 1865, però, Ramaglia che aveva avuto le prime avvisaglie del male che dieci anni dopo doveva portarlo alla tomba, si dimise dalla cattedra, ma non abbandonò gli studi che terminarono con l’analisi precisa della sua malattia. Occupato come era nelle varie attività che quotidianamente svolgeva non ebbe molto tempo per scrivere opere. Oltre al testo di Notomia topografica si conoscono una monografia sull’angina pectoris, una sugli aneurismi dell’aorta, molte descrizioni di casi clinici e una monografia sulla origine della gangrena secca che anticipa quella che sarà l’eziologia trombotica di questa patologia. Per 40 anni aveva studiato la meningite tubercolare raggruppando una notevole casistica da cui trasse un lavoro che lo impegnò fino al termine della sua vita. Morì a Napoli il 4 giugno del 1875 e  lasciò alla moglie l’incarico di far pubblicare il suo ultimo lavoro “Studi sulla Meningite basilare

NECROLOGIO 

“Pietro Ramaglia, il venerato maestro, il medico insigne, l’integerrimo ed onestissimo cittadino non è più.

    Il 4 giugno  dopo lunga e penosa malattia cessò di vivere in Napoli in mezzo al cordoglio dei vecchi allievi e dei congiunti.

    Era nato nel 1802 a Ripabottoni nel Molise da onesto ed agiato operaio, il quale non risparmiò  nè cure nè danaro per la educazione di lui e degli altri figliuoli che del pari si addissero alla medica carriera. 

   Fin dalla puerizia diè pruove di eletto ingegno, di serietà di propositi e di grandissimo amore dello studio: ma soprattutto nell’adolescenza il cuore e la mente di lui furono informati ai principi dell’antica filosofia da un Trotti (15), distinto patriota, che le persecuzioni politiche obbligavano a vivere in provincia. 

   Studiò Medicina e Chirurgia in quello benemerito istituto che fu il nostro Collegio medico-cerusico, toltoci col metodo dell’atrofia dall’avara ingordigia degli odierni riformatori. Ma dopo la laurea trascurando onninamente i lucri della clientela civile , compì egli medesimo la sua istruzione fissandosi nei teatri anatomici del grande ospedale degli Incurabili e seguendo le cliniche di un Antonucci(16), un Villari (17), un Sementini (18), un Volpe(19), che tutti l‘ ebbero caro per le sue eminenti qualità.

   Divenuto per pubblico concorso medico di quell’ospedale, applicando i suoi principi filosofici all’insegnamento, non insegnando che fatti anatomici e clinici, factum et verum sunt idem, e facendo di tale insegnamento l’unica, incessante occupazione di sua vita, egli divenne ben presto uno dei più grandi medici dell’epoca nostra: e certamente in Italia, finchè ei visse, nessun medico fu più sapiente e più virtuoso di lui. I numerosissimi discepoli lo idolatravano, e quando cominciarono a conoscerlo, gl‘infermi se ne contrastavano i momenti. Quelli con un busto in marmo ed un dipinto diedero un’espressione duratura al loro affetto, questi non cancellavano mai dal cuore la memoria di una sua visita ricevuta, di una diagnosi ottenuta.

    In pieno Vitalismo, in mezzo alle Patologie induttive, analitiche, positive e speculative, egli ebbe la felice idea di richiamar la gioventù allo studio serio del cadavere e dell’infermo, de sedibus et causis morborum et mortis per anatomen indagatis-ed ottenne un successo immenso. Non i soli suoi discepoli sezionavano cadaveri e contemplavano  Morgagni sotto la sua guida, ma gli emuli, gli avversari, e gli stessi invidiosi e detrattori, di cui non fu penuria neppure dopo la sua morte, subirono il fascino della sua preponderanza e più o meno felicemente cercarono d’imitarlo.

    Un cenno di tale influenza già fu da me anticipato in occasione della necrologia di Biagio Lauro a pag. 280 del vol. prec. ,

    Lo immenso tesoro di fatti raccolto da Morgagni era rimasto senza applicazione e senza utilità pratica: e Ramaglia col suo metodo diagnostico per scovrir la sede e la natura della malattia e con i suoi principi filosofici del dritto di causalità, lo richiamò a nuova vita, cavandone per se e pei suoi discepoli in accademiche esercitazioni preziosissimi vantaggi.

   Al culto costante e fedele per l’lppocratismo Ramaglia seppe associare un grande amore del progresso, di cui si tenne il più informato di tutti fino al momento della morte, e nessuno seppe esserne giudice migliore di lui, distinguendo l’oro dall’orpello, la rigorosa osservazione dell’ esperimento fallace. 

    Un piccolo saggio della eccellenza del suo metodo  dei suoi principi si può avere nei lavori pubblicati negli Annali clinici degl’lncurabili di trent‘ anni fa, sulla gangrena da grumo e sull’angina di petto, aneurisma dell’ arco dell’aorta, lavori che gli assicurano il suo posto imperituro nella storia cronologica della scienza.

    Un’altra gran forza seppe attingere Ramaglia dalle sue conoscenze anatomiche del corpo umano per la diagnosi di sede dei morbi.

Egli studiava il corpo umano nello intendimento di renderlo trasparente, con quanto profitto del medico e del chirurgo sopratutto, ognuno di leggieri comprende. Il manuale di notomia topografica pubblicato il 1840 è poverissima cosa a fronte delle innumerevoliaggiunte e grandi perfezionamenti fatti da lui in prosieguo e cherimangono inediti.

    Tanta rinomanza cosi meritamente acquistata non sfuggl a re Ferdinando, il quale per averlo medico di camera ne raddoppiò il numero: ma nessuno può dire quanto sia costato caro a Ramaglia un tanto onore, che togliendogli il più del suo tempo a poco a poco obbligollo a dividersi dai suoi carissimi discepoli. I tempi eran difficilisslmi, e pure ad una Corte fedifraga e spregiatrice della Scienza egli feee rispettare la sua. Senza millanteria ma con la più seria dignità portò sempre alta la fronte, perché non chiese mai nulla, eccetto la grazia del suo maestro Vincenzio Lanza (20): e non si osò imputargli a, delitto il rifiuto di certificati pei miracoli della Salette e della beata Cristina. Nell’ultimo consulto fatto nella reggia di Caserta per re Ferdinando, la sua relazione fu improntata di cosi severe e libere parole, che io mi credetti in debito di fargli rammentare essere in sito in cui a “Ogni parete un delatore nasconde” 

   La Rivoluzione del 1860 trovò Ramaglia niente altro che medico di Corte in attenzione di destino. Diversamente da Scarpa (21) e Galvani (22) ai tempi delle Cisalpina, egli aveva riconosciuto l‘ Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e suoi legittimi discendenti: ma la nuova Casa reale non credette necessario di riconoscere il suo impiego sotto lo specioso pretesto che l’organico della Casa decaduta aveva un solo medico di Corte e non due!

    E nel 29 ottobre, nella famosa riforma universitaria, a lui primo medico d’Italia con 34 anni di clinica ospedaliera e migliaia di autopsie furono anteposti per Clinici scienziati che non eran passati nè per la sala anatomica ne per la regolare carriera degli ospedali, ma avevano meriti politici maggiori dei suoi. Se non che a prestare una bandiera che coprisse il controbando, egli fu nominato professore di Anatomia patologica con la restrizione mentale che non avrebbe potuto mai essere settore dei Clinici nominati. Egli accettò, giurò e cominciò le lezioni; ma la celebrata autorità universitaria incaricossi dell’applicazione del metodo atrofizzante lasciandolo privo delle cose più indispensabili per quelle lezioni. Egli si dimise: ma il metodo aveva fatta ottima pruova; ed applicato al suo successore ebbe ugual riuscita. 

    Simili iniquità passarono quasi inosservate pel suo capo, e non ne turbarono menomamente il carattere. La serenità dell’animo suo non si smetteva neppure quando gli stessi riformatori montavano le sue scale per chiedergli ammaestramenti e consulti. Quell’ ineffabile sorriso indice della bontà dell’animo era perenne sul suo volto ed accoglieva chiunque avesse bisogno di lui. I principi filosofici, cui aveva informati la mente ed il cuore, erano fortificati, non scossi, dal sentimento cristiano, imperocchè egli fu sommamente religioso, ma non fino a rinnegar la Scienza per la Fede, nunquam se subjecit.

   Ramaglia non conobbe altre occupazioni all’infuori della scienza, degl’infermi e dei discepoli. Egli non conobbe mai ne distrazioni nè divertimenti: la sua vita non fu che studio e lavoro; e nel porsi a letto per l’ultima volta, con grande gioia esprimeva la. compiacenza di aver potuto dare l’ ultima mano al suo lavoro rimasto inedito sulla profilassi e la cura della meningite tubercolare dei bambini.

Assiduo e devoto suo discepolo per 33 anni, posso assicurare aver Egli con  l’unguento napoletano infinite volte operato prodigi contro quella malattia; e se non avesse prodotto altro nella Scienza, questo solo basterebbe ad assicurargli un posto eterno fra i benefattori dell’umanità. Gli animi non sono pel momento disposti

a convenirne, perchè il metodo in discorso non proviene direttamente da un gabinetto di Patologia sperimentale: ma il suo successo non può mancare perchè è il fatto: e verum et factum furono sempre idem per Pietro Ramaglia.

   In questi ultimi quindici anni e nella sua dipartita, Napoli si è condotta in modo da giustificare ancora una volta l’antico lamento di Tommaso Cornelio (23), in qua nullus bonis artibus habetur honos, multum defertur praemium. E poichè non può essere diversamente,  auguriamole che almeno continui a produrre uomini che somiglino a Pietro Ramaglia!”

Note

1 Morgagni Giovanni Battista  o Morgagni Giovan Battista  oanche Morgagni Giambattista  nacque  a Forlì il  25 febbraio   1682  e morì  a  Padova  il  5 dicembre   1771 . Fu un  medico ,  anatomista  e  patologo . Nel 1701 si laureò a Bologna in  filosofia  e  medicina , Dopo la laurea divenne allievo e assistente di Valsalva, all’ospedale di S. Maria della Morte, coadiuvandolo non solo nell’attività settoria e didattica ma anche nella compilazione di una delle più importanti opere del Valsalva, il De aure humano tractatus  esperienza che accrebbe notevolmente la sua conoscenza anatomica e patologica. Il 1º gennaio  1707 Bologna , dopo i contrasti con l’influente Giovanni Girolamo Sbaraglia. Decise allora di trasferirsi a  Venezia , attratto dalla libertà che la  Repubblica di Venezia  offriva ai suoi insegnanti universitari. Qui entrò in contatto con diversi uomini dotti, quali il chimico Giangirolamo Zanichelli, col quale lavorò nell’illustre  Farmacia di Santa Fosca e l’anatomista Giandomenico Santorini, con cui coltivò gli studi di anatomia comparata. Durante il soggiorno veneziano si recò spesso a  Padova , che all’epoca faceva  parte  della Signoria veneziana, per seguire lezioni, avviare contatti e farsi conoscere dall’ambiente accademico. Nel maggio  1709  tornò a  Forlì , dove esercitò come medico pratico. Il suo interesse rimaneva però  l’anatomia e la sua ambizione era quella di ottenerne la cattedra   presso l’Università  di Padova .   Morgagni fu costretto a lasciare

Nel  1711  il desiderio di Morgagni venne esaudito grazie all’intervento  del suo amico Giovanni Maria Lancisi, archiatra pontificio, il cui impegno è testimoniato da numerose  lettere. Decisivo fu anche l’intervento di Lorenzo Tiepolo, altro influente personaggio,  che presentò Morgagni  ai Riformatori Veneti illustrandone la formazione culturale, l’intelligenza, la  morale e l’onestà dei costumi. Grazie a quanto detto, il giorno 8 Ottobre 1711 fu chiamato ad occupare la seconda Cattedra di Medicina Teorica dell’ Università degli Studi di Padova  lasciata libera da Antonio Vallisneri trasferito alla prima Cattedra resa libera dalla morte di Domenico Guglielmini

Morgagni tenne la  sua prima lezione il 17 Marzo 1712, dopo circa quattro mesi da quando aveva ricevuto l’incarico, e in quella circostanza  riuscì subito a trasmettere, con il suo latino forbito, l’interesse per la medicina e ancor di più per la verità. Nell’esposizione del programma degli studi medici, infatti, affermò che non si poteva  decidere della natura di una malattia senza aver praticato un esame autoptico, sottolineando quindi  come la  visione del medico non potesse prescindere dagli studi anatomici. Intanto, in ambito professionale, iniziò ad ottenere importanti riconoscimenti nonostante non si fosse mai attenuto alla stretta osservanza dei programmi, ritenuti allora immutabili e perfetti. I Riformatori Veneti videro che  l’efficace insegnamento morgagnano stavano rialzando le sorti dello studio della medicina, così che il 5 ottobre  1715  il Senato dell’Accademia padovana offrì al Morgagni la cattedra di Anatomia, rimasta vacante dopo la morte del professore Michele Angelo MolinettoMorgagni tenne la sua prima lezione di anatomia il 21 gennaio 1716. Nel suo  discorso fu evidente  la grande commozione per aver ottenuto quel posto tanto desiderato e occupato prima di lui da illustrissimi professori, quali ad esempio Andrea Vesalio, Gabriele Falloppio, Girolamo Fabrici. Dopo aver sottolineato come bisognasse giudicare gli antichi alla misura dei loro tempi e non del presente, Morgagni pose l’accento sull’indispensabilità di ogni parte degli studi anatomici per conoscere la natura del corpo, intesa non come costituzione complessiva bensì come struttura di ogni organo:  natura del corpo, che rappresenta il principio del discorso nell’arte medica. A poco più di trent’anni era considerato il maggiore anatomista del tempo e la sua fama crebbe con gli anni: innumerevoli le proposte di lavoro che ricevette dalla città natale ed anche da parte di lavoro che ricevette dalla città natale ed anche da parte di lavoro che ricevette dalla città natale ed anche da parte di lavoro che ricevette dalla città natale ed anche da parte di lavoro che ricevette dalla città natale ed anche da parte di lavoro che ricevette dalla città natale ed anche da parte di lavoro che ricevette dalla città natale ed anche da parte di lavoro che ricevette dalla città natale ed anche da parte di lavoro che ricevette dalla città natale ed anche da parte di lavoro che ricevette dalla città natale ed anche da parte di lavoro che ricevette dalla città natale ed anche da parte di

Nel 1761 Morgagni pubblicò il suo massimo contributo alla medicina, De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis. Questa sua  grande opera  stabilì una volta per sempre la correlazione tra osservazione anatomica e pratica clinica, spostando l’accento dallo studio della natura della malattia a quello della sede della malattia. “Sua Maestà Anatomica”, come veniva chiamato, morì a causa di un  colpo apoplettico  la sera di giovedì 5 dicembre 1771, al numero 2 di via San Massimo, a Padova.  Fu sepolto nella vicina  Chiesa di San Massimo .

Morgagni fu uno scienziato moderno, che nella sua attività di ricerca usò sistematicamente il  metodo sperimentale , utilizzato poi da alcuni suoi allievi, tra cui Andrea Pasta, che diffusero il metodo morgagnano in tutto il mondo scientifico. Oltre che uomo di scienza fu anche un abilissimo e ricercato clinico medico.  Personalità eclettica e di vasta cultura umanistica fu anche  latinista ,  archeologo ,  botanico  e  storico .

2  De Horatiis Cosmo: Nacque  il 25 Settembre del 1771 a Caccavone,  frazione di Trivento,nelMolise. Il padre era medico e lo avviò allo studio delle Lettere, poi della Filosofia, della Matematica e della Fisica presso il Seminario di Trivento ed infine inviato a Napoli per lo studio della Medicina. Il dott. Francesco Bagno gli insegnò  Fisiologia, Arte pratica e Nosografia. Mauro gli insegnò l’Anatomia descrittiva. Nell’anno seguente completò  gli studi  di Medicina con  Nicola Andria. Seguì le lezioni di Anatomia  di  Cotugno e quelle di Clinica Medica tenute da Domenico Cirillo. Nel 1791, all’età di venti anni, avendo sostenuto tutti gli esami, si recò nell’ Università di Salerno per ottenere la laurea in Medicina. Nell’anno seguente ritornò a Trivento ove rimase otto anni esercitando la professione medica. Successivamente  decise  di recarsi in Francia a Montpellier per studiare Ostetricia. In seguito si trasferì a Parigi dove rimase per poco tempo ed infine ritornò in Italia nell’Università di Pavia ove studiò con Scarpa, Borda, Raggi, Carminati e Brugnatelli. In questo stesso anno  si dedicò alla traduzione di diverse opere d’insigni scrittori stranieri. Tradusse in italiano dapprima  il Trattato di Underwond sulla terapia  delle piaghe , indi quello diMacard sull’uso dei Bagni, e l’altro di Tromdsdof sull’arte di ricettare. Tradusse anche le opere di Desault, e l’ ”Arte Ostetrica” di Beaudeloque. Questa attività di ricercatore e di traduttore gli ottennero la stima di Scarpa che nel 1803 favorì la sua elezione a Professore sostituto di Chirurgia nell’Università di Pavia. Dopo  circa un anno tornò però a Napoli per ricoprire il posto di Chirurgo Maggiore dell’Ospedale Militare di S. Giovanni a Carbonara dove aprì anche una scuola di Anatomia descrittiva. Fu chiamato poi all’Ospedale degli Incurabili. Nel 1805 i Borboni dichiararono guerra ai Francesi ed egli fu nominato  Chirurgo in capo dell’Armata Borbonica. Nel marzo 1806 fu fatto prigioniero dai Francesi a Cassano Jonico e, ritornato a Napoli, si dedicò esclusivamente alla istruzione privata  in Chirurgia Teoretica, in  Chirurgia Operatoria e in Anatomia. Iniziato  il decennio Francese, gli fu offerto il posto di Chirurgo Maggiore nell’Ospedale della Guardia Reale del Sagramento, ma  egli rifiutò. Accettò invece nel 1810 il posto di  Chirurgo in capo dell’Ospedale Militare della Trinità. Nello stesso anno gli fu affidata la direzione della   cattedra di Fisiologia nella Regia Università rimasta vacante. Fino al Settecento erano prevalse in Europa le dottrine, che prescindevano dagli sviluppi della scienza e si basavano soprattutto sull’empirismo. In questo scenario  sorse la “dottrina del flusso vitale”, propugnata dapprima in Germania ad opera di  Stahl e poi, verso la fine del secolo, riproposta in Inghilterra dallo scozzese John Brown. Per questi Autori, la vita aveva come base  un flusso vitale (dapprima indicato da Stahl come motor tonicus) responsabile di tutte le manifestazioni della vita e le malattie consistevano o in un aumento esagerato o in una diminuzione di questo flusso. La terapia prevedeva, nel primo caso,  trattamenti atti a diminuire il flusso vitale e, nel secondo,  trattamenti capaci di stimolarlo. La teoria di Brown si diffuse rapidamente in Germania, Francia, l’Inghilterra, ed anche in  Italia meridionale. Un Autore scrisse che  l’universo era allora oppresso dal peso di due grandi sistemi: quello della guerra, e quello del brownismo. Tramontato il brownismo  Giovanni Rasori elaborò la teoria  del controstimolo. De Horatiis fu il primo, che nel 1811 introdusse in Napoli il nuovo trattamento effettuando dei pubblici esperimenti sugli animali vivi nell’anfiteatro anatomico alla presenza dei professori della università. Tutto questo viene ricordato da Luigi  Chiaverini nel suo “

3  Petrunti Francesco: Nacque a  Campobasso il 4 aprile 1785 e qui compì i primi studi. Nel 1800 si recò a  Napoli per studiare  medicina e chirurgia. Ebbe Barba come docente di fisica,  Sementini figlio come docente di Chimica, Sementini padre come docente di Fisiologia, Cotugno come docente di Anatomia Patologica. Studiò la Chirurgia con Leonardo Santoro, l’Anatomia con Francesco Folinea e la Medicina con  Nicola  Andria. Nel 1812 partecipò ad un concorso per chirurgo nell’Ospedale delle Prigioni e successivamente, sempre per concorso, diventò aiuto-chirurgo nell’Ospedale Incurabili. Diventò poi Professore in seconda della Clinica Medica della Regia Università degli Studi; Supremo Direttore dell’Ospedale delle Malattie  Veneree; Direttore cerusico dell’Ospedale di Loreto; Chirurgo primario dell’Ospedale degl’Incurabili; Chirurgo consulente di molti altri Ospedali e istituti; Socio di molte Accademie nazionali e di molte Accademie straniere e, fra queste, dell’Accademia Reale di Medicina di Parigi. Ebbe il merito di fondare, insieme ad altri medici inizialmente radunati nella sua abitazione, l’Accademia Medico Chirurgica che in seguito  da Associazione privata diventò pubblica e fu sostenuta da fondi statali. Delle sue opere si ricorda la  Raccolta delle sue Memorie chirurgiche pubblicate nel 1820il Saggio delle principali operazioni chirurgiche e la Chirurgia minore. Si occupò del  trattamento della litiasi vescicale e fu  un precursore della tecnica con il taglio laterale. Fu il primo chirurgo  a Napoli ad operare un paziente con tale tecnica. 

La sua salute, già compromessa per  una cardiopatia cronica, si aggravò a causa di una polmonite che lo condusse a morte il  5 maggio 1839.

4  Rasori Giovanni: Nacque a Parma il 20 Agosto 1766 e morì a Milano il 12  Aprile 1837. Iniziò gli Studi   di  Medicina presso l’Università di Parma  e li completò poi  presso le Università di Firenze, Pavia, Londra e Parigi. Conseguita la Laurea in Medicina e Filosofia iniziò la traduzione delle opere del medico  scozzese  John Brown. Divenne  poi  Rettore del prestigioso  Collegio Ghislieri , ed in seguito, nel 1795, ebbe la nomina di professore di  Patologia Medica  presso l’ Università di Pavia , nonché di Rettore del medesimo ateneo nel  1797 , a soli 31 anni. Fortemente contrario alla  dominazione austriaca , si arruolò volontariamente nell’esercito cisalpino   e, dopo la  battaglia di Marengo , si trasferì a  Milano  dove divenne  Protomedico della  Repubblica Cisalpina  e, in seguito, di quella  Italiana . In tale veste fu inviato a  Genova  per decidere e coordinare le operazioni sanitarie necessarie a debellare l’ epidemia  di febbre intestinale che aveva colpito la città, in seguito al prolungato e  congiunto assedio  da parte delle truppe austriache e della marina inglese. Dal  1806  insegnò Clinica Medica presso l’Ospedale Maggiore di Milano . Dopo la  Restaurazione , il 26 novembre  1814 , Rasori fu  arrestato mentre partecipava  ad una riunione di cospiratori antiaustriaci, meglio conosciuta come la “ Congiura militare bresciano-milanese “. Condannato al carcere, fu liberato nel  1818 , senza però riottenere alcun incarico d’insegnamento.

Rasori dedicò gli ultimi venti anni della sua esistenza allo studio e all’esercizio della professione medica nella città di Milano, dove morì nel  1837 . Fu il fautore di un nuovo tipo di Medicina anti- ippocratica  che si ispirava all’Illuminismo. Di Lui si ricorda la teoria dei controstimoli conosciuta anche come rasorismo su cui fondò la sua dottrina fisiologica il medico  francese François Broussais. Secondo Rasori, i controstimoli sono gli elementi attivi presenti nell’organismo, la cui azione, antagonista a quella degli stimoli, diminuirebbe l’eccitabilità. Lo squilibrio tra stimoli e controstimoli sarebbe quindi il fattore patogeno principale.

5 Tommasini Giacomo: Nacque a Parma il 2 luglio 1768 e morì il 26 Novembre 1846.  Si laureò in  Medicina  all’ Università di Parma  all’età di 20 anni. Dopo un periodo di praticantato all’ Ospedale di Parma , ottenne una borsa di studio per corsi di perfezionamento sulle nuove metodologie mediche nelle  università di Pavia ,  Padova ,  Bologna ,  Pisa  e  Torino . Fece viaggi di studio anche all’estero, in  Francia  ed  Inghilterra. Nel  1792  ebbe l’incarico di sostituire il prof. Cortesi nella cattedra di Medicina Pratica. Nel   1794   fu nominato professore di  Fisiologia  e  Patologia . Tenne la cattedra fino al 1815. Durante il primo impero francese  l’Università di Parma, che pure si era guadagnata fama di ottimo ateneo, subì un decreto di soppressione in seguito ad un piano di ristrutturazione degli istituti di insegnamento superiore. La città di Parma diede incarico a Tommasini, assieme al conte Filippo Linati e al banchiere Giuseppe Serventi, di recarsi a  Genova , dove si trovava in quel momento l’imperatore  Napoleone Bonaparte , per chiedere la revoca del provvedimento. Fu specialmente Tommasini che, esponendo la causa con particolare eloquenza, riuscì ad ottenere la sospensione del decreto. Tommasini fu tra i principali redattori del Giornale Medico Chirurgico, edito a Parma dal 1806 al 1813. Nel

Giacomo Tommasini era noto per essere un piacevole e fine parlatore e un elegante scrittore, sia in italiano che in latino. Ottenne molte onorificenze, tra cui la Legion d’Onore , l’ Ordine Costantiniano di San Giorgio , la Medaglia d’Oro per i benemeriti della salute pubblica.

6 Stahl Georg Ernst : Nacque ad Asbach (città extracircondariale tedesca, capoluogo della Media Franconia, distretto governativo della Baviera, fino al XVIII secolo denominata Onolzbach)  il   22 ottobre  del  1659   e morì a   Berlino , il  24 maggio   del  1734 . Fu un  medico ,  fisico  e  chimico  . Ottenuta la Laurea in Medicina all’ Università di Jena  nel  1683 , divenne il  fisico  di corte del  duca Giovanni Ernesto III di Sassonia-Weimar  nel  1687 . Dal  1694  al  1716  occupò la cattedra di medicina all’ università  di  Halle , e fu in seguito nominato medico del  re Federico Guglielmo I di Prussia  a  Berlino . In  chimica  Stahl è ricordato soprattutto per la sua  teoria del “flogistoJ.J. Becher(1635-1682). In medicina, con la sua opera fondamentale intitolata Theoria medica vera ( 1708 ) sostenne un sistema   animistico , in opposizione al   meccanicismo  di Herman Boerhaave Friedrich Hoffmann. In seguito ebbe una polemica con il filosofo  Leibniz, che aveva sollevato delle questioni critiche su alcune tesi della Theoria stahliana .  , i cui elementi essenziali, tuttavia, egli apprese da   e 

  • Brown John: Dopo aver frequentato la scuola parrocchiale a  Duns , frequentò la facoltà di  teologia  all’ università di Edimburgo . Nel  1759 , dopo aver interrotto gli studi teologici, iniziò lo studio della  medicina . Ben presto attirò l’attenzione di William Cullen,  professore  di medicina e di  chimica  all’università, che lo assunse come  precettore  per i propri figli e per alcuni aspetti lo considerò come proprio assistente. Rimase nell’università di Edimburgo. A partire dal  1778   cervello  e delle fibre muscolari da parte dell’ambiente esterno: se gli stimoli esterni vengono meno, si configura uno stato patologico. Col tempo portò vigorosi attacchi alle concezioni mediche dei suoi tempi; litigò con Cullen e con tutti i professori dell’università. Nel  1780   pubblicò la sua opera più cominciò a elaborare una teoria medica basata sull’eccitabilità del importante, Elementa Medicinae, nella quale espose la propria teoria della medicina, detta Eccitabilismo o anche Teoria Brunoniana, che per un certo periodo ebbe un grande diffusione in
  • Broussais François Joseph Victor : Nacque a  Saint-Malo  il  17 dicembre   1772  e morì a  Vitry-sur-Seine  il  17 novembre   1838 . Figlio di un chirurgo, studiò presso il College di Cardelliers a  Dinan , dove ebbe come  compagno di studi lo scrittore   romantico   François-René de Chateaubriand, che nelle sue memorie ricordò felicemente Broussais.  Nel  1792 , avendo ereditato dal padre non solo la passione medica ma anche gli ideali rivoluzionari, interruppe gli studi per arruolarsi nell’esercito repubblicano per combattere contro gli   Chouan  (è il nome che presero gli insorti realisti del dipartimento della Mayenne, o più in generale di tutta la zona)  fino al  1794 . Tornato dalla guerra studiò medicina presso l’ Hôtel-Dieu  e la Scuola di Chirurgia a  Brest . Seguì i corsi di François Chaussier, professore di  anatomia  e  fisiologia , e di Philippe Pinel, professore di  medicina , di cui criticò molte teorie definendolo un “ontologo“. Egli, inoltre, seguì lezioni private di Marie François Xavier Bichat, di cui divenne profondo estimatore ed amico. Nel  1802  si laureò con una tesi sulle “febbri essenziali“. Dopo cinque anni, nel  1821 , dopo aver sostituito alla cattedra di medicina Desgenettes, curò una seconda edizione di Examen de la doctrine médicale généralement adoptée, dove la critica all’ontologia medica divenne anche espressione di opposizione al regime  Borbonico  restaurato e alla sua alleanza con la  Chiesa Cattolica . Da fisiologo pensava che lo  stomaco  fosse  cervello  e curava la maggior parte delle malattie come collegate alla  gastroenterite .  Affermò, inoltre, che   frenologia   di Franz Joseph Gall. Per quanto riguarda la patologia Broussais accentuò  il primato della  lesione  sul  sintomo. Infatti nella sua prima opera cercò di localizzare nei relativi   tessuti   le  infiammazioni   intestinali , e per ciò spiegabili con riferimento a processi locali fisiopatologici. Nel  1830  gli venne affidata la cattedra di  Patologia Generale  la sede delle emozioni, in collegamento con le patologie del  È destino dello stomaco di essere sempre irritato. Queste sue teorie furono influenzate dallo studio  della  polmonari e gastrointestinali. Criticò fortemente il concetto di ” febbri essenziali “di Pinel, sostenendo che esse non fossero disordini generali e funzionali privi di lesione specifica ma erano vere e proprie infiammazioni, soprattutto all’università di Parigi e divenne membro del dipartimento di filosofia dell’Accademia delle scienze morali e politiche. Nello stesso anno venne nominato commendatore della Repubblica.

Conclusioni: Broussais sosteneva che la causa di tutte le malattie era dovuta alle infiammazioni, croniche o acute, dell’apparato gastrointestinale. Per Broussais la vita era possibile soltanto là dove vi erano determinati stimoli interni od esterni, ovvero irritazione. L’irritazione prolungata diveniva infiammazione e causava l’insorgere della malattia. La  terapia  per il trattamento dell’infiammazione era antiflogistica: diete leggere e  salassi . Per questi Broussais optò per l’uso delle sanguisughe, di cui ne furono importate nel  1833  più di quaranta milioni in Francia. La sua terapia a base di sanguisughe, pur essendosi ampiamente diffusa, venne fortemente criticata da molti medici dell’epoca tra cui  Samuel Hahnemann (fondatore dell’Omeopatia), e Pierre-Charles Alexandre Louis, che, attraverso l’osservazione di diversi casi clinici, si accorsero che non solo la terapia con le sanguisughe non era  utile ma anche dannosa per la salute del paziente.

9 Dupuytren Guillaume: Nacque a Pierre- Buffière( comune francese situato nel dipartimento dell’Alta Vienna nella regione della Nuova Aquitania) nel  1777 e morì a Parigi nel 1835. Fu Chirurgo capo dell’ Hôtel-Dieu di Parigi  dal   1815  e diventò celebre  per aver curato le  emorroidi  di Napoleone Bonaparte e per aver descritto la malattia deformante della mano che prese poi il suo nome.

  1. Capozzi Domenico: Nacque a Morcone il 28 Dicembre 1829 e studiò a  Benevento presso  il Collegio dei Gesuiti. Nel 1852 si iscrisse alla Facoltà di Medicina presso l’Università di Napoli e vi conseguì la Laurea alcuni anni. Da studente e, successivamente da laureato, fu molto vicino  a Pietro Ramaglia e ne seguì il metodo  diagnostico che questi aveva descritto. Accompagnava  Ramaglia,  medico della corte borbonica, quando questi veniva chiamato per visitare un componente della Famiglia Reale. Lo accompagnò anche a Lecce quando andò per  visitare e curare Ferdinando II di Borbone. Collaborò con il Maestro nell’insegnamento privato nella scuola  che questi aveva aperta fin dal 1833. Preferì l’insegnamento privato a quello pubblico e per questo  rifiutò nel 1897 la Cattedra di Patologia Medica dell’Università di  Sassari presso cui era stato chiamato. Si impegnò interamente a conservare il libero insegnamento nell’Ospedale degli Incurabili che aveva iniziato con successo sin dal 1863 e per questo rifiutò l’invito dei suoi compaesani che volevano  impegnarlo  in politica.  Scrisse e pubblicò Il metodo diagnostico del Prof. Pietro Ramaglia nel 1872 e il  Sommario della clinica Medica diretta dal Prof. Salvatore Tommasi dopo la morte di questi.  Curò la Vita di  Tommasi. Davanti al feretro del suo Maestro fece un’orazione funebre che fu poi pubblicata con il titolo  Poche parole dette davanti al feretro del cav. Pietro Ramaglia . Pubblicò articoli  su riviste scientifiche, in particolare  sul Morgagni e sul periodico La scuola medica Napoletana. Fu Socio e vice Presidente della Reale Accademia Medico- Chirurgica, Medico delle Prigioni e  Professore Onorario all’università di Napoli e con questo titolo  vi insegnò Patologia e Semeiotica  medica nonché Cardiologia .
  1. Auenbrugger Joseph Leopold: E’ considerato  Il  padre della semeiotica percussoria delle malattie acute e croniche del torace. Nacque a Graz il 19 Novembre 1722 in una famiglia benestante. Il  padre era proprietario di un’ osteria . Fin da ragazzo, Auenbrugger mostrò uno spiccato  orecchio musicale , tanto che il padre lo indusse a studiare il violino. Proprio grazie a questa sua dote naturale, lavorando nella bottega paterna, era divenuto molto bravo nel valutare il livello del vino nelle botti, percuotendone le pareti con piccoli colpi delle dita, infatti, era in grado di percepire anche le più sottili differenze di tonalità prodotte. Fu mandato  all’ Università di Vienna  per studiare  Medicina  presso la Scuola del famoso Gerhard Van Swieten. Auenbrugger provò così tanta ammirazione per il suo Maestro che, nel 1776, gli dedicò un lavoro intitolato  Sugli impieghi della canfora nel trattamento delle manie. Ottenne la laurea il 18 novembre del 1752, ma la sua esperienza in Ospedale aveva avuto inizio già un anno prima. Dal 1751 al 1758, infatti, lavorò come assistente alla Spanische Krankenhaus, ospedale inizialmente fondato per curare persone di nazionalità spagnola, italiana e olandese, ma in quel tempo era  pieno  di soldati malati. Ne fu primario  dal 1758 al 1762 e si dedicò intensamente  allo studio delle malattie polmonari  riuscendo a mettere a punto un  nuovo metodo semeiotico di percussione, sfruttando ciò che aveva appreso da ragazzo nella bottega paterna. Auenbrugger viene definito padre e maestro della   percussione medica . In realtà anche   Ippocrate , duemilacinquecento anni prima, utilizzava la percussione per rilevare qualche anomalia nel torace e nell’addome. La sua, però, era una tecnica approssimativa e priva di basi scientifiche; mentre la tecnica utilizzata dal medico viennese era  basata su un’accurata e dettagliata sperimentazione che permise di percepire le differenze di
  • guardando l’orologio, dichiarò che sarebbe morto alle 14:00. Morì a   il 18 maggio del 1809, all’età di 87 anni a causa di una  polmonite , senza poter assistere alla fama mondiale che il suo nome avrebbe raggiunto poco tempo dopo. Nel suo lavoro Auenbrugger mise in evidenza, per la prima volta, come, nelle malattie del torace, il tono risonante, che normalmente si produce alla percussione, si modifica in sonus alterior (alto o timpanico), in sonus obscurior (suono indistinto) o in sonus carnis percussae (suono ottuso). Queste variazioni di tono consentono di differenziare con grande precisione le malattia del cuore e dei polmoni.  
  1. Laennec René-Théophile-Marie-Hyacinthe:  Nacque a  Quimper   Bretagna  il  17 Febbraio   1781   e morì a   Douarnenez  il  13 agosto   1826 . Si interessò allo studio per il miglioramento dell’ auscultazione  e nel  1816  inventò lo  stetoscopio . A lui si deve anche la definizione il volume del cuore di un soggetto è pari al volume del suo pugno Figlio di Théophile Marie Laennec e Michelle Gabrielle Félicité Guedson, ebbe un’infanzia difficile. La madre morì, infatti, di  tubercolosi  nel  1786 , quando egli aveva solo cinque anni e suo padre,  avvocato , non era in grado di occuparsi dei figli. Per questo motivo Laennec venne affidato allo zio Guillaume,  medico  a  Nantes , che gli trasmise la passione per la  medicina . I suoi studi medici iniziarono nel  1795  all’Hôpital de la Paix di Nantes, guidato dallo zio.  Conseguì la laurea Il 16 giugno  1804  Ippocrate chirurgo  all’interno dell’ esercito , deluso dalla vita militare, partì per   Parigi  nel  1801 . Sprovvisto di mezzi e senza poter contare sull’aiuto del padre, iniziò a frequentare svariati corsi presso la Facoltà di Medicina da poco riorganizzata. Qui entrò in contatto con Marie François Xavier Bichat e studiò sotto la guida di Jean-Nicolas Corvisart des Marets, medico di  Napoleone Bonaparte . Allo studio teorico affiancò l’esperienza pratica nel campo dell’ anatomia patologica , collaborando con medici quali  Guillaume DupuytrenGaspard Laurent Bayle1816  Laennec ottenne un incarico all’ospedale Necker di Parigi e divenne in poco tempo uno dei più celebri patologi della capitale francese Mentre una mattina passeggiava nei pressi del  Palazzo del Louvre , ancora un cantiere in costruzione, scorse alcuni ragazzi che giocavano in maniera curiosa. Uno di essi poggiava all’ orecchio  l’estremità di una pertica lunga e sottile, mentre un altro, messosi all’altra estremità, la percuoteva leggermente con uno spillo. Il giovane patologo si avvicinò ai ragazzi e chiese loro cosa stessero facendo. Per tutta risposta, uno di essi invitò Laennec a mettersi al suo posto. Incredulo, il medico ascoltò forte e distinto l’impercettibile rumore provocato dallo spillo. Immediatamente considerò che un sistema simile, in piccolo, avrebbe permesso di ascoltare con precisione i battiti cardiaci. Pochi giorni dopo nell’ospedale cittadina all’estrema punta della  discutendo una tesi molto apprezzata, dal titolo Proposizioni sulla dottrina di  riguardo alla medicina pratica Dopo un esordio come aiuto-. Nel
  • dove lavorava si presentò una donna giovane e pingue a tal punto che l’  diretta si sarebbe presentata poco utile oltre che imbarazzante sia per il medico che per la paziente. Il giovane Laennec, caratterizzato da una particolare sensibilità e da un forte senso del pudore, si ricordò del fenomeno acustico che aveva notato guardando giocare quei bambini. Allora prese un foglio di carta, ne fece un rotolo molto stretto e ne appoggiò un’estremità sulla  regione precordiale . Posando l’orecchio all’altro capo, fu tanto sorpreso quanto soddisfatto nel sentire i battiti del cuore più distintamente di quanto fosse stato possibile fare con l’applicazione immediata dell’orecchio. Laennec pensò di mettere a frutto la sua abilità nel tornire il legno e costruì i primi stetoscopi in serie. I prototipi erano di cedro e di ebano, misuravano trenta centimetri di lunghezza e il canale praticato all’interno era largo cinque millimetri. Nacque così lo stetoscopio (dal greco stéthos, petto, e skopéin, osservare, esplorare), ancora oggi simbolo della professione medica, che innescò una vera e propria rivoluzione in ambito  diagnostico . Nel febbraio  1818  Laennec comunicò la sua invenzione all’ Accademia delle Scienze  e dopo qualche mese trattò con gli editori Brosson e Chaudé per far pubblicare il suo libro Trattato sull’auscultazione mediata. Quest’opera fu utile per chiarire la distinzione delle malattie cardiache da quelle polmonari, visto che i loro sintomi sono spesso comuni. Il maggior merito fu quello di confrontare la  sintomatologia  generale con i risultati dati dalle auscultazioni sui pazienti. Egli riprese tutte le  malattie polmonari , precisò quelle già conosciute evidenziandone i  sintomi , dissociò quelle che venivano confuse e fornì gli elementi necessari per distinguerle. Il Trattato fu accolto inizialmente in maniera critica; persino lo zio Guillaume rimase esitante davanti alle novità proposte dal nipote, sebbene poi divenne cosciente della loro portata rivoluzionaria. Furono restii soprattutto i medici legati ad antiche pratiche, come il collega bretone  François Broussais, che accusò Laennec di essere un  ciarlatano  e di aver realizzato uno strumento inutile e dannoso come lo stetoscopio. Broussais pretendeva, invece, di curare ogni tipo di malattia con l’applicazione di  sanguisughe , cosa che però fece innalzare l’indice di mortalità della Bretagna. Al contrario, tra i sostenitori non mancarono nomi noti come quelli di HalléFrançois-René de Chateaubriand. Dopo un lungo periodo di convalescenza per un esaurimento nervoso trascorso in Bretagna tornò  a Parigi e donò la sua  biblioteca , ricca di numerose  collezioni , alla Facoltà di Medicina e  nell’Aprile del  1826 , affetto da  tubercolosi , fu costretto a ritirarsi definitivamente in Bretagna. Qui morì il 13 agosto, paradossalmente a causa di una malattia che aveva a lungo analizzato. 
  1. De Sanctis Francesco: Nacque nel 1817 a Morra Irpina ( Avellino ), da una famiglia di  piccoli proprietari terrieri . Nel  1826  lasciò la provincia per recarsi a Napoli dove frequentò il  ginnasio  privato di uno zio paterno, Carlo Maria De Sanctis. Nel  1831  passò ai corsi liceali dapprima presso la scuola dell’ abate  Lorenzo Fazzini dove compì le prime letture  filosofiche  e nel  1833  presso quella dell’abate Garzia. Completati gli studi liceali, intraprese gli studi giuridici presto però trascurati per seguire, già dal  1836 , la scuola del purista Basilio Puoti sul  Trecento  e sul  Cinquecento , lezioni che il marchese teneva gratuitamente presso il suo palazzo dove il De Sanctis ebbe  modo di conoscere il  Leopardi  e dove avvenne la sua vera formazione. Ritornato  a Morra iniziò ad insegnare nella scuola dello zio che intanto  si era ammalato e successivamente per interessamento dello stesso Puoti, ritornò a Napoli  ove  fu  nominato professore alla Scuola Militare Preparatoria di S. Giovanni a Carbonara  e in seguito presso il Collegio Militare della Nunziatella (1841-1848). Contemporaneamente egli teneva in una sala del Vico Bisi, corsi privati di  grammatica  e  letteratura , per gli allievi di Puoti. Alcuni di questi sarebbero poi diventati tra i principali nomi della cultura italiana: i  meridionalisti  Giustino Fortunato e Pasquale Villari , il  filosofo  Angelo Camillo De Meis, il  giurista   Diomede Marvasi, il pittore Giacomo Di Chirico, il letterato Francesco Torraca e il poeta Luigi La Vista, suo allievo prediletto, che avrebbe trovato la morte durante l’ insurrezione del 1848 . Le lezioni di quella che fu chiamata la prima scuola napoletana ( 1838 /39- 1848 ) furono raccolte ed edite solamente nel  1926  da Benedetto Croce con il titolo  1848  come membro dell’Associazione Settembrini, partecipò con alcuni dei suoi allievi ai moti insurrezionali e in seguito a questa sua iniziativa, nel novembre del 1848 viene sospeso dall’insegnamento. Nel Novembre del 1848 egli preferì allontanarsi da Napoli, recandosi a  Cosenza  dove aveva accettato un incarico di precettore propostogli dal barone Francesco Guzolini. Qui scrisse i suoi primi Schiller, ma nel  1850  viene arrestato e recluso a Napoli nelle  prigioni  di Castel dell’Ovo  dove rimase fino al  1853  quando, espulso dal Regno dalle autorità  borboniche  e fatto imbarcare per l’ America , riuscì a fermarsi a  Malta  e quindi a rifugiarsi a  Torino . Durante il periodo di prigionia il De Sanctis si diede allo studio approfondito di Hegel compiendo lo sforzo di apprendere il  tedesco  e compiere così la traduzione del  carme  in  endecasillabi  con auto-commento intitolato  illusioni  e il  pessimismo  e  misticismo  giovanile erano stati sostituiti da  una moralità più eroica  e che, grazie alla lettura di Hegel, aveva maturato una diversa concezione del divenire della storia e della struttura dialettica della realtà. A Torino, la cultura moderata gli negò una cattedra ma De Sanctis riuscì comunque a svolgere un’intensa Teoria e storia della letteratura. Nel Maggio del Unità Italiana diretta dal Saggi Critici, cioè le prefazioni all’Epistolario leopardiano e alle Opere drammatiche di Manuale di una storia generale della poesia e della Logica di Hegel oltre a cercare di approfondire i motivi mazziniani della propria ideologia, come testimonia il La prigione. Dal carcere uscì indubbiamente un De Sanctis diverso al quale la realtà aveva distrutto le
  1. attività letteraria. Trovò un incarico di insegnante presso una scuola privata femminile dove insegnò , diede lezioni private, collaborò a vari  giornali  dell’epoca come Il Cimento divenuta in seguito Rivista Contemporanea, Lo Spettatore, Il Piemonte, Il Diritto e iniziò a tenere conferenze e lezioni tra le quali quelle famose su Dante che, per la loro originale impostazione e per l’analisi storica e poetica, gli fecero ottenere, nel  1856 , una cattedra di  letteratura italiana  presso il  Politecnico  federale di  Zurigo. Qui   insegnò dal 1856 al 1860, e  tenne lezioni su Dante, sui poemi cavallereschi italiani e su Petrarca. Intanto, con l’unione negli anni  ’60  del  Regno delle Due Sicilie   al Regno di Sardegna  per la costituzione del  Regno d’Italia , il De Sanctis poté tornare in patria dove portò avanti, contemporaneamente alla sempre fervida attività letteraria, anche l’attività politica. Nel  1860  conobbe Giuseppe Mazzinie, dopo aver interrotto il ciclo di lezioni sulla  poesia cavalleresca , sottoscrisse il manifesto del   Partito d’Azione  per caldeggiare l’ unificazione  e per combattere le idee estremiste dei repubblicani. Da quel momento egli si immerse di slancio nella nuova realtà politica italiana ritrovando nell’azione la possibilità di rendere concreto l’ideale appreso da  Machiavelli ,  Hegel e Manzoni e cioè quello dell’uomo totalmente impegnato nella realtà. Si dedicò pertanto ininterrottamente, ora all’attività di politico e ministro, ora a quella di  giornalista , ora a quella di critico e storico della letteratura e infine a quella di professore. In seguito alla conquista di Garibaldi  il De Sanctis venne nominato Governatore della  provincia di Avellino  e, per un brevissimo periodo, fu Ministro nel governo Pallavicino collaborando per il rinnovamento del corpo accademico napoletano. Nel  1861  venne eletto Deputato al parlamento nazionale, aderendo alla prospettiva di una collaborazione liberal-democratica, e accettò il ministero della Pubblica Istruzione nei gabinetti Cavour e Ricasoli, per cercare di attuare la difficile opera di fusione tra le amministrazioni scolastiche degli antichi stati. Nel  1862  passò però all’opposizione e in collaborazione con il Settembrini, promosse una  1863  al  1865 . Il fallimento delle elezioni del  1865  coincise con il ritorno del De Sanctis a un grande impegno di studi concentrato sulla struttura di una  storiografia letteraria  che fosse di respiro nazionale, questione che affronterà nei saggi sulle Cantù 1869 . Nel frattempo De Sanctis stava già lavorando a una  1872   insegnò letteratura comparata presso l’Università di Napoli e quell’anno accademico iniziò con il discorso su Manzoni (1872) e alla scuola cattolicoliberale (1872-’74), alla scuola democratica ( 1873 ’74 ),  Leopardi ( 1875 1876 ).Questi scritti, che svolgono tutti quei temi di Letteratura contemporanea che nella storia della letteratura non ebbero Associazione unitaria costituzionale di sinistra moderata, che ebbe come voce il quotidiano “Italia” diretto dallo stesso De Sanctis dal Storie letterarie del  in Rendiconti della R. Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli” del 1865, e sul Settembrini, Settembrini e i suoi critici, in Nuova Antologia, marzo Storia della letteratura italiana che, nata come testo scolastico, si sviluppò assai presto in un’opera di ampia e complessa portata. Dal La scienza e la vita. I corsi da lui tenuti in quegli anni furono intitolati  a
  • spazio per esigenze editoriali, furono raccolti da e solo in parte rivisti dal De Sanctis. Nel  1876 , prevalendo la Sinistra, De Sanctis si dimise da professore e accettò da Benedetto Cairoli un nuovo incarico ministeriale ( 1878 1880 ) mentre il suo interesse critico si rivolgeva al  naturalismo   francese  come testimonia lo Studio sopra Emilio Zolache apparve a puntate sul Roma nel  1878  e lo scritto  1879  a  Milano . Intervenne in Parlamento dopo l’attentato al re   Umberto I  da parte dell’ anarchico  Giovanni Passannante, manifestando la sua contrarietà di sincero democratico ad ogni tipo di  repressione . Colpito da una grave malattia agli occhi, De Sanctis morì a Napoli nel  1883 . In suo onore la città natale, Morra Irpina fu  ribattezzataMorra De Sanctis. Zola e l’assommoir pubblicato nel

14 Cardarelli Antonio:  Nacque  il 29 marzo 1831 a Civitanova del Sannio  da Urbano, medico della cittadina e da  Clementina Lemme, baronessa di  Belmonte del Sannio . Compì  gli studi classici presso il  Seminario Vescovile di  Trivento . All’età di 17 anni si trasferì a Napoli per iscriversi alla Facoltà di Medicina e conseguì la laurea nel 1853. Simpatizzò per Mazzini e Garibaldi ma, considerato che era ancora la dinastia borbonica a regnare con Ferdinando II, la sua adesione ai movimenti rivoluzionari garibaldini e mazziniani  gli creò difficoltà per la sua carriera. Sembra, infatti, che per partecipare al Concorso per Assistente nell’Ospedale Incurabili sia stato costretto ad assumere una falsa identità. Vinse il concorso classificandosi al primo posto e ben presto fu apprezzato per le sue capacità diagnostiche e per le innovazioni che apportò nella pratica clinica. Nel 1880 ottenne  la Cattedra di Patologia Medica alla Regia Università di Napoli, dove insegnò ininterrottamente fino al 1923, quando fu  costretto a lasciare la docenza a causa della sua  età (92 anni). Sempre nel 1880 fu  eletto deputato alla Camera per  il Collegio di Isernia rimanendo in carica per le successive legislature fino al 1894. In seguito fu nominato Senatore del Regno d’Italia per altre due legislature. Morì a Napoli l’8 gennaio 1927 e fu sepolto nel cimitero del suo paese natale. Fu medico di fiducia di personaggi celebri come Giuseppe Garibaldi, i sovrani Vittorio Emanuele II e Umberto I, Giuseppe Verdi e il filosofo Benedetto Croce. A lui sono stati intitolati, a Napoli,  il più grande Ospedale  del Sud Italia che oggi si chiama perciò Antonio Cardarelli   e a Campobasso il locale Presidio Ospedaliero. La semeiotica, disciplina che studia i segni e i sintomi clinici, è sicuramente l’arte che più ha risentito il genio del clinico molisano. Infatti il suo nome  è legato a diversi  segni clinici , riconosciuti dalla  semeiotica   nei campi delle malattie più svariate come segno di Cardarelli:  aneurismi  ,   echinococco  del fegato mediastinica , e  tumori  della  pleura . Il suo ragionamento diagnostico era frutto di un profondo rigore scientifico. L’accurata osservazione  dell’ammalato e la sua esperienza clinica gli consentivano di porre diagnosi precise. Il suo  occhio clinico diventò leggenda. Augusto , neoformazione 

Murri, altro grande clinico contemporaneo disse che Cardarelli, nel mentre visitava, leggeva nell’ammalato come si fosse trattato di un libro aperto perché gli altri clinici dicono quello che hanno letto, mentre lui dice quello che ha visto. Fece diagnosi difficili che altri medici non riuscirono a fare. Diagnosticò a  Papa Leone XIII  un  cancro  alla  pleura   e diagnosticò malattie gravissime in persone apparentemente sane. È inoltre noto che egli riuscisse a diagnosticare l’aneurisma dissecante dell’aorta  facendo semplicemente pronunciare la lettera “a” al paziente. Pubblicò inoltre studi nei più svariati campi della medicina. Tra i più interessanti sono da ricordare quelli sugli aneurismi, sui tumori, sulle malattie funzionali e nervose del cuore e sulle pseudo leucemie dei bambini. Studi questi, che sebbene datati sono ancora utili al medico moderno. Per quanto riguarda la sua attività politica svolta per 24 anni, considerato l’impegno si deputato e di Senatore, si ricordano le molteplici iniziative nel campo sanitario nonché quelle legate all’insegnamento universitario soprattutto nell’Università di Napoli. Si impegnò per la risoluzione dei tanti problemi che rendevano difficile la vita nel suo Molise dalla viabilità alle istituzioni sanitarie. Questa regione infatti era l’unica del Regno a non avere un ospedale. Cardarelli è stato un grande benefattore verso il suo paese d’origine, e ogni cittadino  ricorda quanto ha fatto per la sua terra. Portò per la prima volta a Civitanova  l’illuminazione elettrica  finanziando la costruzione di una centrale idroelettrica sul fiume Trigno. Fece inoltre costruire l’acquedotto e la rete fognaria, aiutò la popolazione a scampare alla tremenda carestia che afflisse Civitanova nel 1879 e fece costruire l’attuale cimitero

15 Trotti Bentivoglio Lodovico: Nacque a Milano il 26 gennaio 1829 e morì ad Arcore (Milano) il 25 dicembre 1914. Contribuì alla preparazione dell’insurrezione delle Cinque Giornate. Combatté sulle barricate a fianco di Emilio Dandolo. Partecipò quindi, come ufficiale dell’artiglieria lombarda, alla campagna del ’48 e a quelle del ’49.  Nell’Ottobre del 1850 compì con Emilio Dandolo un viaggio in Africa. Tornato in Italia nell’Agosto del 1851 vi rimase fino al febbraio del 1858, quando fu costretto a nuovo esilio. Come ufficiale dell’esercito piemontese partecipò alla campagna del ’59, distinguendosi nelle battaglie di Solferino e San Martino, e poi alla campagna del 1866. Fu Ufficiale   d’ordinanza di Vittorio Emanuele II dal Giugno 1859.  Fu nominato Senatore nel  1891.

16 Antonucci Giuseppe: Nacque a Napoli il 1750. Apparteneva ad una famiglia di medici. Conseguì la laurea e subito dopo. per pubblico concorso, ottenne un posto di medico pratico nell’Ospedale degli Incurabili. Nel 1812 fu

istituita nell’Ospedale Incurabili una Cattedra di Clinica Medica. Antonucci aveva 60 anni. Come si legge negli Annali civili del regno delle due Sicilie, avendo il Prof. Antonio Sementini rinunciato, a causa della sua età, ad accettarne la direzione,  Cotugno  propose al Conte Zurlo allora Ministro degli Affari Interni che l’incarico fosse dato al Prof. Antonucci. Questi Iniziò con entusiasmo la sua nuova esperienza di docente. Si sa che il momento più bello della sua giornata di docente era quello della lezione che cominciava subito dopo  la visita dei malati. Allora si confrontavano e si discutevano le opinioni di tutti. Alla sua esperienza fatta in clinica si deve  l’introduzione in terapia della “digitale porporina”. Altri rimedi da lui adottati furono lo sciroppo  di Tolutano nel catarro bronchiale e l’ossimele colchico nell’idrotorace; la corteccia di ostriche calcinata nella pirosi, nelle diarree croniche e nella dissenteria cronica, lo sciroppo di fumaria rabarbarata nella ipocondriasi fisica; il laudano muliebre di Sfortmann nell’isterismo, l’elisir paregorico nella dismenorrea con isteralgia, l’aloe rosato con poca quantità di sciarappa nell’amenorrea complicata, le polveri idragoghe nella cura dell’idrope ascite acuto. Queste derivavano dal miscuglio di foglie di sena, di scamonea , di scialappa e di radici di turbit con poca quantità di salaparilla. Antonucci mantenne la direzione della  Cattedra per 23 anni e fu sostituito dal Prof. Salvatore Maria Ronchi altro grande clinico dell’epoca. Fu definito uomo retto, sincero,  non curante di se stesso ma  umile. Delle sue opere viene ricordato  il Prospetto dei  risultati clinici del 1819  e il Prospetto,  pubblicato  nel 1824, riguardante gli anni seguenti. Prima della sua morte, avvenuta nel 1836, pubblicò poi  un opuscolo sulla Febbre Petecchiale

17  Villari Antonio: Nacque nel 1741 in S. Severino nel Principato Citeriore, e venne  a Napoli all’età di 14 anni, per studiare  Medicina. Fu   uno dei  più illustri discepoli dei Professori Serao e Quaglia. All’età d’anni 21  per pubblico concorso, fu nominato Medico dell’Ospedale Maggiore degli Incurabili, e successivamente quando non aveva ancora compiuto 30 anni, gli fu affidata la direzione  della cattedra di Medicina pratica nello detto Ospedale suddetto e nella Regia Università degli Studi. Per  50 anni egli esercitò sempre  le funzioni  di pubblico Professore  con grande ammirazione da parte degli studenti. Alla sua morte fu annoverato  fra i Professori emeriti dell’ Università Reale degli Studi  e ne ricevette tutti  gli onori. Fu uomo  schietto, nemico di ogni genere di adulazione, generoso ed umano con l’infelice e col povero. Antonio Villari viene ricordato anche perché il suo nome è  legato alla tragica vicenda di Luisa Sanfelice e del suo tentativo di salvare dal patibolo, a cui era stata condannata, Maria Luisa Fortunata de Molina, meglio nota come Luisa Sanfelice, dei Duchi di Agropoli e Lauriano (oggi Laureana Cilento). Quella pagina prende spunto dalle ricerche di Benedetto Croce, poi riprese e riunite nel volume La rivoluzione napoletana del 1799. Biografie, racconti e ricerche (Laterza 1912).  Luisa  Sanfelice  fu celebrata come eroina della Repubblica, perché denunciò la

congiura ordita dall’esule re Ferdinando IV per riconquistare Napoli, passata alla storia come La Congiura dei Baccher. Ferdinando IV e i Baccher banchieri e commercianti svizzeri stanziati da tempo a Napoli, con l’appoggio militare della squadra navale inglese di Orazio Nelson, già presente al largo nel golfo, avevano organizzato un complotto per far cadere la neonata Repubblica Napoletana. La vicenda vide da un lato il mandante e gli esecutori del “golpe” antirepubblicano, Ferdinando IV e i Baccher e dall’altro Ferdinando Ferri e Vincenzo Cuoco: il primo, ufficiale della Repubblica nonché amante della Sanfelice, il secondo storico, di idee giacobine, autore del Saggio Storico sulla rivoluzione napoletana del 1799. Uno dei congiurati, Gerardo Baccher, fin da quando frequentava casa Sanfelice, si era  perdutamente innamorato di Luisa, ma non fu  ricambiato. Il giorno precedente la data fissata per l’avvio della controrivoluzione Gerardo, travestito da frate, andò  da Luisa: non poteva  fare a meno di metterla sull’avviso che la sua casa era  tra quelle destinate al saccheggio e all’uccisione degli occupanti; fornì così all’amata un salvacondotto reale per lei e il Ferri. Luisa corse  ad avvertire il suo amante del pericolo, ma fu  indotta o forse costretta da lui a denunciare, attraverso il Cuoco, il tentativo di golpe, che fu  così svelato e fallì. Erano le ultime settimane della Repubblica. Gerardo Baccher  fu  arrestato e pagò con la vita il gesto d’amore verso Luisa, che  invece fu  osannata, come “cittadina benemerita della Patria”, come si legge nel foglio rivoluzionario di Eleonora de Fonseca Pimentel, il Monitore Napoletano  n.19 del 24 germile (13 aprile). Con la caduta della Repubblica, nel giugno successivo, e il ritorno di Ferdinando IV la Sanfelice fu  destinata, con inappellabile sentenza, alle mani del boia per essere decapitata, ma la sera prima, in cappella, disse al confessore di essere incinta, cosa che di fatto interrompeva  l’esecuzione capitale. I ministri della Giunta di Stato esaminarono il caso e decisero  di affidarsi a una perizia medica per confermare  quella gravidanza. Il Prof.  Antonio Villari, che a Napoli godeva  fama di eminente clinico, fu  incaricato, a capo di un collegio peritale, di visitare in carcere la condannata. Non fu  difficile per un medico della sua esperienza  accorgersi che la sventurata non era affatto gravida e che il suo era soltanto un modo di prendere tempo per potersi salvare. Ma la  pietà prevalse nella sua coscienza ed attestò che la Sanfelice era in stato interessante. La Giunta di Stato non osò contestare la veridicità della perizia medica. Secondo Croce – “.. Fiutava l’inganno il feroce giudice Speciale. Don Antonio Villari, una delle celebrità mediche napoletane, noto non meno pel suo spirito che per la sua dottrina ed ingegno, e ch’era stato tra i periti chiamati dalla Giunta, era anche il medico dello Speciale. E costui, la prima volta che lo vide e per un bel pezzo di poi, non cessò dal motteggiarlo per la dichiarazione fatta della realtà della gravidanza. Se non ché, Don Antonio, bravissimo uomo, senz’entrare in discussioni, rispondeva gravemente: che egli e i suoi colleghi non altro avevano detto, se non quello che ad essi era paruto vero. Più tardi quando l’inesistenza della gravidanza fu dimostrata dai fatti, lo Speciale, incontrato il Villari, e venendogli incontro premurosamente, col suo accento siciliano e con un tuono in cui si sentiva la soddisfazione e il sarcasmo, gli disse: Don Antonio, avete visto, la Sanfelice non è poi gravida: io avevo ragione!. A questo punto – è sempre Croce che riferisce i fatti – don Antonio Villari, preso da parte lo stupidamente zelante e spietato giudice Speciale gli dice a muso duro: Sentite, Consigliere, se ci è persona che merita la forca, siete voi. Pure, vedete, se voi

foste condannato a morte, e diceste d’esser gravido, io lo confermerei!. Era accaduto che il re, spinto anche dal Baccher padre che voleva vendetta, aveva ordinato una seconda perizia medica, e alla conferma dell’inesistente gravidanza, la Sanfelice venne condotta al patibolo il giorno 11 settembre 1800 in piazza Mercato, per essere decapitata. 

18 Sementini Antonio: Antonio Sementini (1743 – 1814) fu un medico insigne, nativo  di Mondragone, in provincia di Caserta, che per i suoi importanti studi, riuscì ad annoverare il suo nome fra i più famosi scienziati dell’epoca. Il suo campo di ricerca spaziò dalla fisica vitale agli studi di anatomia e di nosologia, segnalandosi come precursore degli studi di neurologia e psichiatria. Per i suoi meriti potè godere di grande stima e rispetto in tutto il Regno di Napoli e, seppur riconosciuto quale portatore di idee liberali, riuscì a passare incolume attraverso le fatali reazioni che re Ferdinando IV di Borbone riservò nei confronti di chi aveva condiviso gli ideali della rivoluzione napoletana del 1799.

19  Vulpes Benedetto: Fu tra i più colti ed insigni professori della   facoltà di Medicina di Napoli. Nacque a Pescocostanzo nella Provincia d’Abruzzo Ultra nel 1789. I primi studi li compì nel suo paese sotto la guida del fratello Giambattista e,  successivamente, nel Seminario di Lanciano. Studiò scienze nel monastero di Montecassino sotto la guida di  Padre Diaz. Appena terminato il corso di Filosofia fu inviato a Napoli per studiare la medicina. Ebbe come Maestri  i Professori Macri, Ronchi e Andria. Appena laureato  incominciò ad insegnare in una scuola privata con molti allievi che la frequentavano,  aperta già dal  1808 e che mantenne fino al 1826. Nel 1810 sostenne un pubblico concorso per la cattedra di fisiologia allor vacante  e  promosso medico dell’Ospedale degli Incurabili. Nel 1812 nel detto Ospedale  fu  fondato il collegio medico-chirurgico e Vulpes in seguito ad altro concorso vi  fu nominato  Professore di Patologia generale e fu elevato  al grado di medico ordinario dell’Ospedale degli Incurabili. Qui in precedenza erano stati ricoverati i malati di  mente successivamente trasferiti nell’Ospedale di Aversa ed Egli ebbe l’incarico di andarli a visitare una volta a settimana contribuendo non poco a migliorarne l’assistenza contribuendo ad attuare le modifiche introdotte dal Direttore Linquiti e dal Prof. Ronchi Direttore della Clinica medica. Nel corso di un viaggio a Parigi  lesse all’ Accademia Medica di Parigi una memoria « Sulla febbre gastrica reumatica del clima di Napoli» molto apprezzata dai convenuti  e perciò fu accolto dall’Accademia come Socio corrispondente. Successivamente  tenne sempre presso  la stessa Accademia un’altra interessante memoria  Sull’ uso del Solfato di china, e della china-china nelle febbri, e su i casi nei quali una delle due preparazioni dev’essere preferita all’altra . Trovandosi di poi a Dublino ebbe colà occasione di osservare il tifo che epidemicamente dominava, assistendo perciò i medici del Meat Hospital durante le autopsie cui sottoponevano i pazienti deceduti ai fini di un riscontro diagnostico. Nel 1803 partecipò al 

pubblico concorso per la cattedra di Anatomia Patologica, in compagnia del professor Grillo. Fu nominato   professore in seconda ed occupò questo posto  fino al 1817 allorchè   fu nominato  Professore di Medicina Pratica e quindi  Direttore della Clinica Medica e Direttore dell’Ospedale dei Carcerati in S. Francesco. Quando  insorse l’epidemia di colera il Vulpes fu uno di quei medici filantropici che seppe riunire somma fermezza d’animo e generosità di cuore  per l’assistenza dei malati. Curò gratuitamente gl’infermi dell’Ospedale della Consolazione, dove era stato destinato  dal corpo della Città di Napoli  come  medico primario. Cessata l’epidemia fu insignito  della croce di Francesco I per l’opera svolta con abnegazione a favore degli ammalati di colera.

20 Lanza Vincenzo:  Nacque nel 1780 da Filippo e da Rachele Fiore a  Foggia città capitale  della Capitanata. Dopo gli studi elementari compì studi di filologia, filosofia, e matematica ed infine si dedicò  alla Medicina laureandosi presso l’Università di Napoli. A  26 anni aprì uno  studio privato di medicina e pubblicò un testo di fisiologia che fu apprezzato dal suo maestro Cotugno. Nel corso di 23 anni, dal 1808 al 1831, si dedicò a studi clinici. Durante tutti questi anni si dedicò al progresso delle scienze, al benessere della umanità e  all’ istruzione dei giovani. Nel 1814 e 1815 fu eletto professore aggiunto allo stabilimento della Clinica medica che era stato  fondato nel 1811 nell’Ospedale degl’Incurabili come cattedra della Regia università degli Studi. Nel 1815 il Re  decretò  che l’Ospedale  della Pace fosse considerato  come appendice dell’Università e, in questo Ospedale,  nel 1818 fu fondato a Napoli il  primo Istituto di Clinica Medica. Lanza ne fu nominato Direttore. Fu Autore di pubblicazioni quali:

-Le lezioni di Clinica medica

-L’istituzione di Clinica.

-Gli aforismi di Clinica. –

-Il Giornale Clinico del tifo petecchiale  nel quale  dimostrò come non vi fosse una medicina per   curare questa  malattia. Fu amico di un altro grande clinico,  il Prof. Tommasini di Bologna, che  nel 1820 gli scrisse una lettera sulla natura dell’ìnfiammazione e della febbre evidenziando la sua teoria  sulla genesi della malattia e sulla specificità dei rimedii. Quando Vincenzo Lanza fu nominato professore di medicina pratica nella Reale Università degli Studi,  lesse e pubblicò  una prolusione, nella quale dichiarava di tenersi lontano da ogni teoria sistematica, e da ogni empirismo. E da questa che si potrebbe chiamare la  sua professione di fede, mai  si discostò.

Quando Napoli nel 1836 fu invasa dal Colera, egli pubblicò i provvedimenti curativi contro tal morbo, e il reale Governo valendosi dei suoi talenti lo nominò uno dei quattro Direttori nella Clinica della Consolazione. Scomparsa l’epidemia si dedicò alla pubblicazione della Nosologia Positiva, con la quale  intendeva  sottrarre l’arte della cura dal dominio degl’ipotetici e degli empirici. Quest’opera fu considerata un vanto per la Medicina napoletana. Lo stesso  Salvatore de Renzi nella sua  Storia della medicina italiana  dedicata a Lanza e a Lucarelli rende loro omaggio   con lo spirito di un dotto discepolo ai suoi venerati maestri. Il Lanza fu medico visitatore dell’Ospedale di S.

Francesco di Paola e Direttore dell’ospedale Gerosolimitano, Medico consulente dell’ospedale dei Pellegrini, e del Real Convitto del Carminello. Fu  uno dei componenti della facoltà medica del Magistrato Supremo di Salute, della Commissione Proto-medicale e dell’Istituto Vaccinico. Il  20 settembre del 1845 si aprì in Napoli  il VII degli Scienziati Italiani  sotto il patrocinio di Ferdinando II ed il Lanza fu eletto Presidente della sezione di medicina. Fu inoltre socio ordinario dell’ Accademia  Pontaniana, e della Reale Accademia medico-chirurgica di Napoli, Socio onorario dell’istituto d’Incoraggiamento e  corrispondente dell’Accademia delle scienze di Napoli, delle  Accademie  Mediche  di Palermo, Messina, Catania, Cosenza, Acireale, Perugia, Lucca, e Worcester. etc. 

21 Antonio Scarpa Nacque a Motta di Livenza in provincia di Treviso il  13 giugno   1747   e morì a   Pavia  il   31 ottobre   1832 . Fu  un  chirurgo ,  anatomista  e medico. F Portogruaro , dove frequentò il ginnasio. Lo stesso zio lo avviò agli studi universitari a  Padova , dove si laureò in Medicina e Chirurgia il 19 maggio  1770 . Ebbe come Maestri  i professori Girolamo Vandelli e Giovanni Battista Morgagni. Di quest’ultimo diventò Assistente e gli rimase affettuosamente vicino fino alla sua morte. Nel  1772  ottenne la cattedra anatomo-chirurgica all’ Università di Modena e di  Reggio Emilia , che occupò fino al  1783 , anno in cui fu chiamato dalla Corte di Vienna all’ Università di Pavia . In entrambe le città si adoperò per la costruzione di un teatro anatomico.  Pavia , che all’epoca costituiva il centro più importante della  Penisola  in campo scientifico, permise ad Antonio di divenire una figura di primo piano negli ambienti scientifici europei u avviato agli studi dallo zio Paolo, prete, che ne intuì le doti e si occupò di persona dei suoi studi inviandolo, dopo averlo opportunamente preparato, al seminario di

  • Galvani Luigi: Nacquea  Bologna  il   9 settembre   1737 e morì a  Bologna  il   4 dicembre   1798 . Fu un  fisiologo fisico  e  anatomista . Luigi Galvani è oggi ricordato per la scoperta dell’elettricità biologica e di alcune sue applicazioni, come la cella elettrochimica, il galvanometro e la galvanizzazione. Un ruolo fondamentale nell’istruzione del giovane Galvani va attribuito all’educazione ricevuta dai Padri Filippini dell’oratorio di San Filippo Neri. L’ordine si ispirava  agli ideali del cattolicesimo illuminato promosso da Ludovico Antonio Muratori e importato a Bologna da  Prospero Lorenzo Lambertini (vescovo della città e, dal  1740 , Papa con il nome di Benedetto XIV). A tal fine  si prodigava per incentivare iniziative volte al miglioramento della vita dei cittadini attraverso il ritorno ad una religiosità più razionale e meno superstiziosa. Probabilmente Galvani fu allievo anche di Giambattista Roberti, un padre gesuita professore di Filosofia e Sacre Scritture, il quale, pur appartenendo ad un ordine religioso differente, condivideva il moderatismo religioso dei Padri Filippini. Già dalle sue prime esperienze studentesche appare il suo orientamento di vita: egli rimase sempre un convinto sostenitore dei valori cristiani su cui si fondava la sua educazione, ma ebbero
  • alcune  idee illuministe , come l’importanza fondamentale attribuita al  metodo sperimentale  nell’indagine sulla natura e l’idea che il sapere dovesse avere come fine l’utile della società. È emblematica, a tale proposito, la decisione, di molto posteriore, di non giurare fedeltà alla Repubblica Cisalpinainstaurata in  Italia  da Napoleone Bonaparte, come veniva richiesto a tutti i dipendenti pubblici, compresi i docenti universitari: scelta in linea con un libretto uscito in quegli anni in cui l’autore, di formazione  filippina , sosteneva l’incompatibilità fra la fede cattolica e gli ordinamenti politici napoleonici. Galvani iniziò a frequentare la Scuola di Medicina dell’ Università di Bologna  nel  1754 , laureandosi cinque anni dopo. In quegli anni, il professore e maestro della Facoltà di Medicina era Jacopo Bartolomeo Beccari, allievo di Marcello Malpighi. Galvani rimase profondamente impressionato dal metodo di insegnamento di Beccari, che, accanto alla medicina tradizionale, proponeva ai suoi studenti le scoperte degli scienziati più recenti (come lo studio malpighiano sulle  ghiandole ), e insisteva nell’importanza da attribuire alle parti solide dell’organismo in netto contrasto con la  teoria umorale  ippocratica. Decisiva nella sua formazione universitaria fu anche l’influenza di Domenico Gusmano Galeazzi, professore di  Fisica Medica  dell’Istituto e futuro suocero di Galvani, che, mentre in aula insegnava i fondamenti per la conoscenza della scienza medica invitava a casa i suoi studenti per le dissezioni anatomiche Molto probabilmente fu proprio nel salotto di Galeazzi che Galvani sviluppò la passione per la conoscenza diretta dei fenomeni naturali e la convinzione che il corpo umano potesse essere manipolato. Occorre citare anche un altro importante personaggio che ebbe un ruolo fondamentale nell’istruzione del giovane Galvani: Giovanni Antonio Galli, professore di  Ostetricia , a cui egli succederà nel  1782. Questi tre personaggi (Beccari, Galeazzi e Galli) ebbero un’influenza decisiva nella formazione universitaria di Galvani e rappresentano perfettamente la figura dell’intellettuale ricettivo nei confronti degli indirizzi scientifici emersi fra Seicento  e  Settecento, e, allo stesso tempo, fortemente radicato nella tradizione medica. Dopo aver frequentato l’Università e l’Istituto delle scienze a Bologna, Galvani cominciò a recarsi negli ospedali cittadini per apprendere la pratica medica. In quel periodo a  Bologna  erano attivi nove ospedali: tra i principali, quelli di Santa Maria della Vita e di Santa Maria della Morte, San Giobbe, San Lazzaro e Sant’Orsola. Galvani frequentò quello di Santa Maria della Morte, dove fece richiesta per diventare assistente, privilegio concesso solo agli studenti migliori del corso di Medicina che avevano terminato il corso di studi ma non avevano ancora conseguito la laurea. La sua richiesta fu respinta, ma fortunatamente qualche anno dopo (nel  1764) gli fu concesso di diventare sostituto del suo maestro, Giovanni Antonio Galli, che operava presso il Sant’Orsola.
  • 23 matematico  e  filosofo  , protagonista della rivoluzione scientifica del secolo XVII nel  Regno di Napoli .scuola cosentina   aderendo alle  teorie antiaristoteliche  di  Bernardino Telesio, molto studiato nell’Accademia della Calabria Citeriore. Studiò medicina a  Roma , dove Cornelio Tommaso: Nacque in Calabria a Rovito nel 1614 e morì a Napoli il 28 Novembre 1684. Fu un medico,  Si formò  alla
  • entrò a contatto con la cultura scientifica dell’Italia rinascimentale, approfondendo e facendo proprie molte tesi galileiane. Qui conobbe il naturalismo telesiano e campanelliano, di cui fu poi  erede il suo maestro Marco Aurelio Severino. Appena rientrò a Napoli divenne professore di matematica e medicina teoretica ed introdusse la filosofia di Cartesioe di Gassendi . Al  1663  risale la sua opera principale, i Progymnasmata physica, in cui sono esposte le sue teorie matematiche e filosofiche.

 Antonio Citarella

                                      FERDINANDO PALASCIANO

CENNO NECROLOGIGO DEL PROFESSOR PIETRO RAMAGLIA

Pubblicato in Archivio di Memorie ed Osservazioni di Chirurgia Pratica – vol.8  da Gennaio a Novembre 1875

     

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