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C’ERA UNA VOLTA, TANTI ANNI FA NEL REGNO DI NAPOLI

Posted by on Ago 27, 2018

C’ERA UNA VOLTA, TANTI ANNI FA NEL REGNO DI NAPOLI

Il Turismo…Quando da queste parti venivano “signori” di un “certo” livello e teste coronate da tutta Europa.

Premessa
Chiamato dagli antichi Acheron-Palus Acherusia, lo specchio d’acqua assunse il nome di Fusaro – da sfosarium o infosarium, termini spettanti agli specchi d’acqua destinati alla macerazione della canapa – solo nel periodo angioino (fine XIII – prima metà del XIV secolo), quando una rendita fu assicurata da Carlo II, confermata da Roberto, all’Ospedale Santa Maria di Tripergole, insieme, appunto, al diritto della macerazione di canapa e lino.
Divenuto una proprietà dei Borbone (il lago fu acquistato da Carlo III dallo Stabilimento dell’Annunziata), fin da subito lo specchio d’acqua salmastra si prestò a redditizie battute di pesca, fungendo da ponte per altrettante di caccia nella vicina mitologica “Silva gallinaria”, oggi pineta di Cuma, allora ricca di animali silvani (cervi, cinghiali, lepri, volpi, ecc.).
L’intero comprensorio fu valorizzato con edifici e fabbricati attinenti alla piscicoltura e alla mitilicoltura, abbellito da uno splendido parco alberato, con vialetti, siepi, serre di piante esotiche, fontane e aiuole a forme determinate, geometricamente ripartite da Luigi Vanvitelli, come fosse un enorme giardino ornamentale.
In quel periodo, sulle sponde del lago furono costruiti due impianti funzionali alle attività di caccia e pesca: l’uno ricordato come “o’ barraccone”, con copertura piana, abbellita da archi e pilastri in stile, ospitava tutte le attrezzature occorrenti per la pesca e fungeva da riparo alle barche della famiglia reale. L’altro, dal volgo definito “o’ Cascione”, serviva a conservare il pescato in grandi vasche marine recintate da canne, perché si mantenesse sempre fresco, soprattutto vivo, per la vendita al dettaglio.
Nella seconda metà del XVIII sec., Ferdinando IV di Borbone inizia un primo sfruttamento in chiave industriale dello specchio lacustre, con la coltivazione delle cozze prima e delle ostriche poi. Pochi anni dopo, anche per volere della sua seconda moglie, Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia, il re intese realizzare un “rifugio” di caccia e pesca, affidando all’estro e alla professionalità di Carlo Vanvitelli i lavori di costruzione.
Alla morte del padre Luigi (1° marzo 1773) e dell’architetto di corte Ferdinando Fuga (7 febbraio 1782), Carlo acquisì la direzione dei cantieri della Reggia di Caserta. Nel complesso di edifici adibiti a residenza del re, vi eseguì alcuni lavori di grande interesse architettonico: il “giardino all’inglese”, per il quale si avvalse dell’inglese John Andrew Graefer, abile giardiniere ed esperto in botanica, e le decorazioni degli ambienti.
Carlo aveva 42 anni quando realizzò la più bella e affascinante delle sue opere, la Casina Vanvitelliana, prendendo spunto dalle linee architettoniche della residenza di caccia di Stupinigi (Nichelino, TO), realizzata su progetto di Filippo Juvarra, amico e mentore del papà Luigi, e dal c.d. Tempio di Venere, a Baia, eretto nel 136 d.C. dall’imperatore Adriano.
L’opera fu realizzata in appena un anno di lavoro, su un preesistente isolotto, che egli consolidò con grosse pietre basaltiche del Vesuvio, utilizzando il tufo del c.d. Antro della Sibilla Cumana. L’affascinante padiglione poligonale, che d’incanto sorse dalle acque del lago Fusaro, si strutturava su due livelli, con corpi sporgenti e terrazzati su entrami i lati.
Ad opera ultimata, il grande pittore Jacob Philip Hackert, nonché amico di Carlo Vanvitelli, volle esaltarne la purezza delle linee e il fascino del disegno architettonico, magnificandoli nei colori di un quadro. Il pretesto gli fu fornito dalla rappresentazione della battuta di caccia reale: Ferdinando IV a caccia di folaghe nel lago Fusaro.
Nel mese di gennaio del 1784 fu ospite della Real Casina e di Ferdinando IV, Giuseppe d’Asburgo-Lorena, imperatore del Sacro Romano Impero.
Nel tragico dicembre del 1799, la real Casina fu “toccata” dai moti rivoluzionari che portarono alla nascita della sfortunata Repubblica Partenopea. Infatti, è ascrivibile a quel periodo la scomparsa di importanti opere d’arte, come i grandi dipinti di Hackert che raffiguravano le quattro stagioni e parte del prezioso arredo interno proveniente dal possedimento borbonico di San Leucio.
Il 2 Giugno 1815 Ferdinando IV, a bordo del vascello inglese “The Queen”, arrivò a Baia e vi si trattenne fino al giorno 7, giorno nel quale partì alla volta di Portici. Ferdinando IV proveniva dalla Sicilia e, dopo più di nove anni di assenza, tornava sul trono di Napoli con il nome di Ferdinando I – Re delle Due Sicilie. Durante il breve soggiorno baiano, egli nominò i Ministri di Stato ed i Capi di Corte.
Nel 1819 l’Imperatore d’Austria Francesco II e la moglie, invitati da Re Ferdinando, vennero a Napoli. Li accompagnava, con personaggi della famiglia imperiale, il principe Klemens Wenzel von Metternich.
Il 15 Maggio il Re offrì un lauto pranzo al Fusaro alla coppia imperiale, all’Arciduchessa Carolina ed al Principe ed alla Principessa di Sassonia.
Successivamente, ritornarono in questi luoghi incantati e non persero l’occasione di andare a vedere le antichità di Cuma, dove furono accompagnati dal Principe Leopoldo di Borbone.
La zona Flegrea, con le sue bellezze e gli avanzi del suo glorioso passato, destò vivo interesse negli ospiti imperiali e nel Principe di Metternich.
Quest’ultimo, il 30 Aprile del 1819, descrivendo alla moglie le bellezze di Napoli e la magnificenza delle Isole del Golfo, scrisse: “… Ho veduto molte cose al Mondo, ma nulla di più bello insieme e di più soddisfacente per l’anima e per i sensi”. Poi, rivolgendosi alla moglie, così si espresse sulla zona Flegrea : “Non so se abbiate letto una traduzione dell’Aeneide di Virgilio. In ogni caso cercate di procurarvela, e leggete il principio del Sesto Canto. Egli descrive tutti i luoghi dove siamo stati, e certo si stenta ad esprimere la sensazione che si prova calpestando i Campi Elisi, accostandosi alle isole dell’Acheronte e al guado dove Caronte passava e ripassava con la sua barca. Vi trovate sullo stesso luogo in cui sbarcò Enea; entrate nella grotta della Sibilla di Cuma; insomma fate tutto ciò che sembra il dominio della favola. E’ naturale che una religione tutta sensuale abbia dovuto cercare il suo paradiso in una terra di delizie; la cristiana, tutta spirituale, ha portato i suoi sguardi al di sopra delle nubi, paese vasto e vago come lo stesso pensiero” … (Pr. Metternich – Mémories, documentes et écrits divers, Paris . 1821 / N. Cortese, Il Principe di Metternich a Napoli – 1819)
Ph. 1) Ferdinando I, re delle Due Sicilie;
Ph. 2) Il principe di Metternich in un ritratto di Thomas Lawrence del 1815, Kunsthistorisches Museum.
Buena Vida

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