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Chiesa di Stato o Stato della Chiesa

Posted by on Lug 14, 2021

Chiesa di Stato o Stato della Chiesa

Come è stato più volte dimostrato, non c’è ideologia politica, per quanto laica o addirittura atea intenda essere, che non assuma categorie e conseguenti termini religiosi: in questo caso, “Risorgimento” fu la variante politica della “Resurrezione” cristiana. «Si scopron le tombe / Si levano i morti / I martiri nostri / Son tutti risorti…»: così si apre il celebre inno patriottico, con una visione “escatologica” mutuata dal cristianesimo. […]

Non è ovviamente qui il luogo per ricordare nel dettaglio i motivi per i quali la Chiesa cattolica, che ovunque altrove – in Europa ma anche nelle Americhe – era stata amica, alleata o almeno non avversaria dei movimenti di indipendenza nazionale (salvando spesso essa stessa, come in Polonia, in Irlanda, nel Canadà francofono, il senso di appartenenza del popolo a una etnia e a una cultura), in Italia divenne invece il bersaglio della persecuzione di chi diceva di avere il monopolio del “patriottismo”. Obbligando in tale modo i cattolici ad estraniarsi dalla vita della nazione, con le conseguenze disastrose che ancora oggi scontiamo.

[…] Al contrario: è proprio in quei decenni che si formano i nodi, che non hanno mai cessato di venire al pettine, e non solo a quello italiano. Per capire il nostro oggi bisogna sapere che fu quel nostro «ieri».
Qui diremo solo, comunque, che era inevitabile che il modo violento, di conquista, scelto per l’unificazione dei territori della penisola italiana trovasse sulla sua strada due ostacoli principali: innanzitutto, l’Austria che, direttamente o indirettamente, controllava i territori dell’Italia settentrionale non soggetti ai Savoia e in più la Toscana; e, poi, lo Stato Pontificio che da Bologna al Volturno sbarrava in due lo Stivale.

Il “miracolo” della classe politica piemontese – del conte di Cavour innanzitutto – fu di realizzare, col Risorgimento, una “rivoluzione conservatrice”.

Due, in effetti, le forze che premevano per l’unificazione forzosa: la dinastia dei Savoia, perseguente la sua “politica del carciofo” di sempre, coll’annettersi pian piano almeno tutta la Padania.
Ma, oltre ai Savoia (spinti non solo dall’espansionismo tradizionale, ma anche dalla nuova classe di borghesia mercantile, industriale, finanziaria alla ricerca di un mercato unitario), premeva un’altra forza: quella dei “democratici”, dei “radicali”, dei “repubblicani” che non volevano che l’unità assumesse i caratteri di una conquista regia, di una annessione al Regno di Sardegna e sognavano una contemporanea rivoluzione sociale, un rovesciamento istituzionale in senso repubblicano o almeno profonde riforme del sistema politico ed economico.

Poiché queste ultime forze (Garibaldi, Mazzini, Cattaneo, Pisacane, i Bandiera, tanto per fare alcuni nomi esemplari) erano divise quasi su tutto ed erano unite solo dall’aggressivo anticlericalismo, dall’odio per il cattolicesimo, la strategia del «Governo Regio» fu di accontentarle almeno in questo: portare avanti la persecuzione della Chiesa per tenerle avvinte -o non troppo nemiche- e mostrare così la «buona volontà» dei liberali fedeli ai Savoia. Senza contare che questa politica era gradita anche all’orientamento massonico e, dunque, ferocemente «anti-papalino», prevalente pure tra i «moderati», tra «gli amici dell’ordine» liberali che dal 1848 erano giunti al potere per rimanervi sino all’avvento del fascismo.

Nel 1929, a commento dei Patti Lateranensi che chiudevano il lungo braccio di ferro tra l’Italia «legale» e la Chiesa, scriveva la «Civiltà Cattolica», il giornale che era stato considerato quasi il simbolo stesso dell’«anti-Risorgimento clericale»: “Cominciando da Pio IX sino al più semplice prete di contado, l’unità italiana non era avversata da nessuno. Il clero italiano, e ciò è da porsi fuori di ogni dubbio, non si oppose all’unità, ma la voleva in modo diverso quanto alla esecuzione. Questa era l’idea di Pio IX, della Gerarchia, dei cardinali e dello stesso antico partito conservatore piemontese. Oh, che non si può amare la patria se non alla stregua altrui?”.

In effetti, il Risorgimento inizia con la celebre invocazione di Pio IX: «Gran Dio, benedite l’Italia!». È quello stesso Papa che, commentando l’incontro con un Principe tedesco che parlava sprezzantemente del patriottismo italiano, dirà: «Quest’uomo non capisce la grandezza e la bellezza dell’idea nazionale italiana».
Anche in questo, del resto, quel pontefice, così legato alla Tradizione, si rifaceva alla tradizionale dottrina cattolica, per la quale l’amore di patria, se bene inteso -che non significhi, cioè, esclusivismo, egoismo o aggressività verso altri popoli- è una delle forme più alte e più nobili della carità. Come ha scritto uno degli studiosi più acuti del «caso di coscienza cattolico», Domenico Massé: “Per quanto riguarda la parte dottrinale sul patriottismo e sui doveri che esso comporta, per tutto l’Ottocento non vi furono mai dubbi o esitazioni nell’insegnamento della Chiesa. Il problema drammatico era l’applicazione pratica di quelle dottrine alle particolari condizioni esistenti nella nuova Italia che si ricomponeva a unità politica”.
Per comprendere il clima: Pio IX, al senatore del Regno d’Italia Michelangelo Tonello, inviato da lui per trattative nel 1866, affidava un messaggio per quel Garibaldi che lo definiva “un metro cubo di letame” (e fu anche dagli ambienti garibaldini che ai funerali -tenuti di notte proprio per sfuggire alla violenza dei settari- sbucarono gli energumeni che cercarono di buttare nel Tevere, al grido di “Al fiume il papa porco!”, quello che Alberto Mario, uno che era stato dei Mille, su «La lega della democrazia» chiamò “la carogna di pionono”). Disse, dunque, il Papa al senatore «italiano»: “Riferite a Garibaldi che questo povero vecchio, che egli chiama il vampiro del Vaticano, gli perdona, prega per lui e per lui anche stamattina ha celebrato la Messa”.

Né dissimili erano gli atteggiamenti verso Vittorio Emanuele nel cui palazzo romano del Quirinale, che pure gli aveva confiscato con la forza, il Papa lasciò che restasse un cappellano di corte e al quale faceva giungere messaggi discreti di affetto, come per un figlio più malconsigliato che cattivo.
L’odio verso Pio IX, e verso la Chiesa in generale, fu attizzato dalla manovra diversiva liberale a favore dei «rivoluzionari», manovra della quale l’anticlericalismo era lo strumento privilegiato. La persecuzione deriva inoltre dall’avversione ideologica delle sette e delle società più o meno segrete, decise ad approfittare dell’occasione per regolare definitivamente i conti con il Vaticano, visto come «centrale dell’oscurantismo mondiale».

Ma il conflitto derivò anche dalla incomprensione profonda del ruolo e del significato del papato, accusato di «tradimento» nel 1848 perché -del tutto coerentemente con la sua funzione di paternità verso tutti i popoli- rifiutò di schierarsi in guerra a fianco del Regno di Sardegna contro l’Impero austriaco. Si pretendeva dal Papa che si comportasse come un qualunque principe italiano: il che avrebbe significato, innanzitutto, lo stravolgimento totale della sua funzione di capo di quella Chiesa che non a caso si chiama «cattolica», cioè universale; e, come prima conseguenza, avrebbe comportato lo scisma già minacciato da Vienna, pronta a creare una Chiesa «nazionale» per opporre (e non si sarebbe saputo darle torto) il suo patriottismo a quello del papa in quanto italiano.

Si pretendeva, poi, che Pio IX rinunciasse spontaneamente al possesso dello Stato pontificio a favore di quello piemontese. E, anche qui, si dimenticava che, dietro il rifiuto papale, stava un interesse religioso ben prima che politico ed economico, come riconobbe lo stesso Cavour nel «Memorandum» inviato a Napoleone III ai tempi dell’invasione e della annessione di tutte le provincie papali, ad eccezione di quel Lazio che sarà occupato anch’esso dieci anni dopo: “Il Papa, che per me non ha uno spirito largo né una grande intelligenza, ha per contro una convinzione religiosa profonda. Se mai si deciderà a cedere spontaneamente i suoi Stati, non lo farà che dopo avere acquisito la convinzione che non solo può farlo senza mancare alla sua coscienza e ai doveri del suo Ministero Sacro, ma che la sua rinuncia al potere temporale sarebbe utile alla Chiesa e servirebbe gli interessi veri della Religione”.

Così come avveniva per la confisca dei beni dei monasteri, degli ordini, delle diocesi, anche per il «Patrimonio di San Pietro», Pio IX sapeva che in realtà non era «suo», ma gli era stato consegnato da una lunghissima catena di predecessori e riteneva suo dovere imprescrittibile consegnarlo ai suoi successori. Poteva «rinunciare» a ciò di cui era semplice amministratore temporaneo?

Ma, soprattutto, come nota, tra gli altri, René Grousset nel suo «Bilancio della storia»: “Il papato ha bisogno di una riserva territoriale, per piccola che sia, per garantirsi una indipendenza politica, senza la quale è fatalmente privato della libertà religiosa. Il patriarcato di Costantinopoli, che non aveva una base territoriale, fu totalmente asservito alla corte bizantina. I papi ad Avignone rischiarono di diventare semplici cappellani dei re di Francia”.

In effetti, a controprova che l’ostinato rifiuto di Roma era religioso ben più che politico (e meno che mai economico), sia Pio IX che i suoi successori rifiutarono sempre il vistoso indennizzo —centinaia di milioni dell’epoca!— che lo Stato italiano mise a disposizione come risarcimento con apposita legge (non per generosità né per giustizia, ma costrettovi dal timore di reazioni internazionali e sperando di ammansire all’interno la protesta delle masse cattoliche). Privata di qualunque risorsa per oltre mezzo secolo, la Santa Sede non visse che delle elemosine dei credenti di tutto il mondo: l’Obolo di San Pietro, come era chiamato.

Svanita l’opposizione settaria, finito l’anticattolicesimo fanatico che al papato non voleva concedere in sovranità esclusiva neanche un metro quadrato di territorio, un Papa accettò di buon grado di diventare «sovrano» del più piccolo stato della Terra, la Città del Vaticano: poco più che un simbolo, che però garantiva quell’indipendenza politica che è condizione essenziale per la libertà religiosa. (E lo si vide, tra l’altro, nella Roma occupata dai nazisti, dove i paracadutisti tedeschi non osarono mettere piede al di là della semplice linea gialla sull’asfalto che segnava i confini dello Stato vaticano, il quale poté così continuare la sua missione in quella Roma dalla quale il governo italiano, Re in testa, era ignominiosamente scappato).

Per quei decenni più che mai, il dilemma era quello posto nei suoi «Diari» da Sören Kierkegaard, il cristiano danese in lotta contro il soffocante luteranesimo «pubblico»: “Dovendo scegliere tra due mali, meglio la Chiesa di Stato protestante o lo Stato della Chiesa cattolica?”. Quel credente tormentato non aveva dubbi sul fatto che fosse preferibile, malgrado tutto, il secondo.

Inoltre, nel rifiuto ostinato (e che le fu rimproverato anche dai cattolici liberali) di stringere l’apparentemente così generosa «mano tesa» portale dal governo italiano, la Santa Sede era guidata dalla consapevolezza che, sotto, vi era quella concezione assolutistica dello Stato che, dal liberalismo, porterà poi necessariamente al totalitarismo, alla statolatria del fascismo. Il cui motto -enunciato dal suo ideologo, Giovanni Gentile- era: “Tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, niente contro lo Stato”.
In effetti, il Parlamento bocciò la prima stesura della «legge delle Guarentigie», le «garanzie» per la Santa Sede dopo Porta Pia, perchè (come disse uno dei leader intellettuali della «destra storica» e seguace di quell’idealismo tedesco che metteva lo Stato sul modello prussiano al posto di Dio), “questo progetto pone il Pontefice fuori dello Stato. Mentre occorre mettere anch’egli dentro lo Stato”. Era, del resto, la stessa prospettiva della celebre formula cavouriana del «libera Chiesa in libero Stato». Dove «prius», anzi «solus» era lo Stato: con la Chiesa. come ogni altra realtà, «dentro» di esso.

Né l’intransigenza era di certo da una parte soltanto, da quella cattolica. Ugo Cuesta: “Era ancora possibile sentirsi italiani, amare la patria e rimanere cattolici? Il NO più risoluto non era quello dei cosiddetti «clericali intransigenti». Era, invece, il NO gridato dagli innumerevoli portavoce di una sètta che voleva profittare dell’angosciosa situazione per sradicare il sentimento religioso del popolo. Era proprio necessario scegliere tra la patria e la religione? SÌ, gridavano gli esponenti della sètta, e con essi una pleiade di facili filosofi, di loquaci dottrinari, di politicanti invasati».

Questo fanatismo che respingeva ogni possibilità di coesistenza tra il sentimento nazionale e quello cattolico non si riscontrava di certo solo all’opposizione, tra i «democratici», tra gli estremisti, tra i mazziniani che, dopo la Roma dei Cesari e quella dei Papi, volevano la «Terza Roma», finalmente purgata da «superstizioni e dogmatismi». O tra i seguaci di Garibaldi, Gran Maestro di tutte le massonerie, quest’uomo che “tanto lavorò per l’unità territoriale, quanto lavorò contro l’unità spirituale”, con il suo livore partigiano che l’accecava verso tutto ciò che per lui sapeva di «prete». Quest’uomo che “se fu grande come soldato di ventura e maestro di guerriglia partigiana, fu sovente più dannoso che utile perché, anche nelle situazioni più delicate, non volle mai vedere altra via che lo scontro, il forzamento violento; e che fu sospetto pure come patriota (e Cavour stesso e gli altri poi al governo dovettero spesso lamentarsene) perché troppe volte non seppe subordinare la sua passione alla più evidente utilità pubblica o alla più elementare opportunità politica e diplomatica” (Domenico Massé).

Quanto ai liberali, ai «moderati» monarchici al governo, persino Vittorio Gorresio, polemico storico di parte laicista, scrive: “Legislatori intemerati in un primo tempo, i governanti liberali piemontesi via via si fecero audaci e poi anche spregiudicati, anzi prepotenti. Difatti, non di tutti i provvedimenti di polizia che nel giro di pochissimi anni furono presi a carico di otto cardinali e di un’ottantina di vescovi, oltre che di centinaia di preti e di religiosi, sapremmo oggi trovare una giustificazione che soddisfaccia l’animo di un laico onesto”.

Né queste «intemperanze» (come, eufemisticamente, le chiama Gorresio) furono legate soltanto al clima infuocato dei tempi «eroici». Un solo esempio che si riferisce al 1888 […], a 18 anni dalla breccia di Porta Pia. Ricorrendo il cinquantesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale del papa Leone XIII, giunsero in Vaticano messaggi augurali da tutto il mondo. Anche il sindaco di Roma, principe Torlonia, pensò di fare giungere al Cardinal Vicario gli auguri, a nome della città. Il capo del governo, l’ex-garibaldino Francesco Crispi (il «33» della massoneria che tra l’altro, con la sua imprudenza, porterà l’Italia alla suprema umiliazione, per l’Europa colonialista del tempo, di esser sbaragliata da orde abissine) obbligò il Torlonia a dimettersi. E ciò, tra l’altro, in assoluto dispregio della «democrazia», seppure di quella solo formale del tempo, visto che il sindaco non era un funzionario governativo ma era di nomina elettiva: ennesima conferma di quel «liberalismo illiberale» col quale polemizzavano i cattolici.

In realtà, non aveva per niente torto la «Civiltà Cattolica» quando scriveva che i credenti italiani “non si opposero all’unità ma a quella unità, la volevano realizzata in modo diverso”.

Ciò che si voleva era una confederazione, un’unione che rispettasse la complessa e diversa storia e insieme la pari dignità delle varie regioni italiane. Le quali, invece, si sentirono spesso come colonie africane invase dai «bianchi» giunti da un Piemonte il cui Re quasi non sapeva parlare italiano (il dialetto quando gli era possibile, altrimenti il francese) e il cui primo ministro considerava anch’egli l’idioma di Dante come una lingua straniera. Quel Cavour che conosceva bene Francia e Inghilterra ma, quanto all’Italia, non volle scendere mai a sud di Firenze, visitata solo per poche ore dopo la «conquista». Né, del resto, malgrado le sollecitazioni e l’opportunità politica, volle mai recarsi neppure in Sardegna, che pure era unita al Piemonte dal 1718 e che al Regno aveva dato addirittura il nome.

La Confederazione italiana (alla quale Pio IX, appena eletto, aveva dato il suo assenso, disponendo che lo Stato Pontificio aderisse a una «Lega doganale», primo passo per una unità più stretta) non era affatto una utopia, come da secoli mostrava la Svizzera; e come, nel 1870, mostrerà la Germania, dove si stabilì un’unione talmente salda da reggere sino alla fine alla tempesta della guerra del 1914 e che, pur realizzatasi attorno alla Prussia, lasciò sui troni i sovrani legittimi e rispettò l’autonomia degli stati confederati.

Volevano, quei cattolici, una unità che non fosse solo un episodio della secolare espansione dei Savoia in Italia; una unità, poi, che non calasse dall’alto, imposta da una piccola casta di borghesi, di aristocratici, di intellettuali, di scontenti, di utopisti, quando non di avventurieri e di demagoghi, ma che coinvolgesse le masse popolari. Le quali, invece, furono estranee quando non ostili: e anche a causa delle persecuzioni verso la Chiesa, dalla quale ritraevano non solo conforto spirituale ma anche, e assai spesso, aiuto materiale.

Sapevano, quei credenti, che proprio la causa nazionale esigeva che si rispettasse il sentimento religioso: perché – come scrisse Niccolò Tommaseo – “chi vuol distruggere la credenza e la tradizione cattoliche delle quali l’Italia è centro, si fa nemico della Patria”. Uno storico di parte laica di oggi, Giovanni Spadolini: “In un Paese che aveva conosciuto solo l’universalismo religioso e il federalismo politico, il progetto di conquista piemontese doveva necessariamente urtare contro l’uno e contro l’altro, contro la Chiesa e contro la tradizione nazionale e popolare, perfettamente rappresentata dalla Chiesa”.

In quel mosaico di popoli, culture, parlate, storie, persino gastronomie eterogenee quale era l’Italia dell’Ottocento (e quale è in qualche modo tuttora, proprio a causa di quegli inizi sbagliati, scossa da movimenti e spinte secessioniste, come le varie «Leghe» regionali insegnano) soltanto la comune tradizione religiosa era il collante che poteva servire di base per una unità, non intesa però in senso «napoleonico», con i prefetti in ogni provincia a rappresentarvi uno Stato accentratore.

E, invece, ecco quanto scrive uno storico inglese contemporaneo, Denis Mack Smith: “Nel 1860, il governo di Cavour impose l’immediata introduzione della legislazione anticlericale piemontese nei territori di nuova annessione, comprese le porzioni occupate di Stato Pontificio. Non solo: si volle che ciò si facesse senza previo dibattito e prima che i rappresentanti eletti di queste regioni potessero esprimere la loro opinione nel Parlamento di Torino. A Napoli, a Firenze, a Milano, i concordati dei rispettivi governi con Roma furono puramente e semplicemente aboliti d’imperio, con provvedimenti unilaterali che violavano ogni diritto internazionale”.

Denunciavano, quei cattolici, quanto poco fosse «democratico» un governo che annetteva con la forza regni e ducati, giustificandosi col dire che in questo modo si portavano le libertà, le tutele democratiche invece dei regimi oppressivi, anti-popolari precedenti.

Quanta ipocrisia ci fosse dietro questa spiegazione (che veniva data anche all’estero, oltre che sostenuta all’interno dalla stampa governativa) lo dimostra quanto avvenne nel gennaio del 1861, alle elezioni per il primo Parlamento unitario. Erano da eleggere 443 deputati per una popolazione di 22 milioni di abitanti. Ma, di questi, solo 419.938 avevano diritto al voto, attribuito unicamente a chi, per censo e istruzione, appartenesse al ceto dei «notabili». Poco più della metà, però, del già estremamente esiguo numero di elettori, si recò alle urne: non furono che 242.367. Ma i voti validi alla fine si ridussero a 170.567, di cui oltre 70.000 erano di impiegati statali cui il governo stesso autorevolmente «consigliava» per chi votare.
Insomma, 22 milioni di abitanti erano rappresentati dal suffragio (sottoposto per giunta anch’esso a brogli e intimidazioni varie) di 100.000 persone. Di quei 443 deputati, 57 entrarono nell’aula torinese di Palazzo Carignano grazie a meno di 200 voti, 161 a meno di 300, e così via. Solo 2 (due!) avevano ottenuto il suffragio di più di mille votanti. E, tra questi due, non c’era lo stesso Cavour che, allora all’apice della gloria, fu eletto nel primo Collegio della sua Torino con 620 preferenze su un totale di 1324 aventi diritto. Si capisce perché un Massimo d’Azeglio, che pure di quel Risorgimento fu uno dei più convinti e autorevoli protagonisti, si fosse lasciato scappare già in occasione di altre elezioni: “Queste Camere rappresentano l’Italia così come io rappresento il Gran Sultano turco!”.

E si capisce ancor meglio, dunque, la ragione della polemica cattolica che, in questo caso, era concorde con i socialisti nel chiedere il suffragio universale, avversato dai liberali che sapevano che per loro si sarebbe dimostrato disastroso. Del resto, lo si vedrà tanto tempo dopo, il 18 aprile 1948, in quelle che furono le prime, vere elezioni italiane, allargate a tutti i cittadini, donne comprese: la maggioranza assoluta andò al «partito cattolico». Era dunque vero che, come i clericali dicevano, c’era un Paese «reale» dalla loro parte, che poco aveva a che fare con quello «legale».

Ancora nel 1880, Giorgio Sidney-Sonnino, uno dei più intransigenti fautori della lotta al cattolicesimo, dichiarava in pieno Parlamento: “La grandissima maggioranza della popolazione si sente del tutto estranea alle nostre istituzioni: si vede soggetta allo Stato e costretta a servirlo col sangue e coi denari, ma non sente di costituirne una parte viva e organica”.

Eppure, questo anticlericale, figlio di un ebreo egiziano e di una britannica anglicana, non voleva ammettere (al pari di tutti gli altri fanatici «mangiapreti» che gestivano quello Stato) che una simile, disastrosa estraneità popolare era stata determinata anche – se non soprattutto – dall’avere costretto i cattolici alle catacombe, dall’averli obbligati al doloroso «né eletti né elettori», illudendosi di ottenere con il prefetto del Re, col maresciallo dei carabinieri, colla commissione di leva, col sindaco massone eletto dai notabili, quel consenso popolare che in altri Paesi il parroco, il vescovo, contribuivano ad assicurare con efficacia e senza bisogno di ricorrere a intimidazioni.

tratto da:
Vittorio MESSORI, Un italiano serio. Il beato Francesco Faà di Bruno, Paoline, Milano 1990, p. 181-194.

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