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Cosa intende l’UNESCO per “lingua siciliana” e “lingua napoletana”?

Posted by on Gen 23, 2021

Cosa intende l’UNESCO per “lingua siciliana” e “lingua napoletana”?

La lingua siciliana e la lingua napoletana sono riconosciute come tali dall’UNESCO. E’ un fatto noto a molti, ma non pienamente compreso nei suoi confini linguistici.

Cosa è la lingua napoletana secondo l’UNESCO?

La Lingua Napoletana è l’insieme dei dialetti alto meridionali, quindi i dialetti parlati in Campania, in Basilicata, in gran parte dell’Abruzzo, nel Molise, nella Puglia escluso il Salento, nella Calabria settentrionale, nelle Marche meridionali e nel sud del Lazio.

Cosa è la lingua siciliana secondo l’UNESCO?

La Lingua Siciliana è l’insieme dei dialetti meridionali estremi, quindi l’insieme dei dialetti siciliani, della Calabria centro-meridionale e del Salento.

Questa è la risposta in estrema sintesi.

Ora ti spiegherò la questione nel dettaglio.

Lingua napoletana e lingua siciliana: di cosa si tratta?

Molti siti d’informazione riportano che nel Sud del nostro Paese due dialetti sono riconosciuti dall’UNESCO e sono addirittura un Patrimonio dell’Umanità: il dialetto napoletano e il dialetto siciliano.

Anche se c’è un fondo di verità, le informazioni riguardo la “linguicità” di napoletano e siciliano sono state riportate in modo impreciso. Danno infatti l’idea erratache per napoletano e per siciliano si debbano intendere soltanto i dialetti della città di Napoli e quelli della Sicilia.

In realtà, l’UNESCO – e gli enti che ad esso fanno riferimento – adoperano napoletano e siciliano come sinonimi di quelli che nella tradizione della dialettologia italiana sono definiti rispettivamente dialetti meridionali/alto-meridionali dialetti meridionali estremi.

Precisiamo…

Lingua napoletana

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L’area del Sud Italia dove si parlano dialetti della lingua napoletana è colorata in varie tonalità di rosa

Col termine napoletano, va detto,non si vuole intendere che le altre varietà alto-meridionali derivino dal dialetto napoletano, ovvero il dialetto parlato nella città di Napoli. Tanto meno si vuole dare al napoletano un ruolo di superiorità nei confronti delle altre parlate.

Il napoletano, quindi, non “rivendica” nessun tipo di predominio sull’abruzzese, sul lucano, sull’ascolano e sul dialetto barese.

Semplicemente, questi dialetti hanno così tante caratteristiche comuni che possono essere considerate dialetti in un’unica lingua, il napoletano appunto. 

Il nome di lingua napoletana è legato sia alla tradizione letteraria e musicale della città campana, sia ai lunghi secoli in cui la regione era governata dal regno di Napoli.

Ma questo fa parte di un lontano passato… Napoli non è più una capitale, e il dialetto napoletano non influenza più gli idiomi del Meridione continentale.

Rimane il problema di trovare un nome comune per tutti perché ad esempio un barese generalmente non accetterebbe di auto-definirsi “di lingua napoletana”: la denominazione dell’UNESCO è stata fatta non prendendo in considerazione i campanilismi locali.

Sono stati proposti nomi alternativi a “lingua napoletana”, ad esempio italiano meridionale, napoletano-calabrese e il medievaleggiante volgar pugliese, ma non sono di uso comune. 

Lingua siciliana

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L’area del Sud Italia dove si parlano dialetti della lingua siciliana è colorata in violetto

Il discorso è un po’ diverso nel caso del siciliano. Sembrerebbe infatti che il siciliano sia effettivamente stato la “lingua della Sicilia” per un certo periodo.

Secondo alcuni linguisti (Devoto e Giacomelli, 1972), la Calabria meridionale nel Basso Medioevo era in gran parte ellenofona. Insomma, si parlava prevalentemente il greco, che ancora resiste in alcune aree dell’Aspromonte. La regione fu latinizzata a partire dalla Sicilia. Ciò significa che gran parte degli attuali dialetti della Calabria centro-meridionale – in particolar modo il dialetto reggino, il quale è evidentemente più affine alle parlate della Sicilia orientale (soprattutto il messinese) che non a quelle non solo della Calabria settentrionale, ma anche di quella centrale – sono derivati dai dialetti siciliani che mano a mano, partendo dall’isola, si sono diffusi in buona parte della regione.

Per il Salento, invece, pare che non ci sia stata nessuna “sicilianizzazione linguistica”. Ciò nonostante, il salentino è tipologicamente un dialetto della lingua siciliana, anche se recentemente l’Atlas dell’UNESCO – aggiornando la descrizione del siciliano – riporta che: Salentino may be regarded as a variety separate from Sicilian (“Il salentino può essere considerato una varietà separata dal siciliano”).

Al di là delle origini degli attuali dialetti dell’estremo Sud, è corretto dire che al giorno d’oggi la lingua siciliana non è solo l’idioma dell’isola omonima, ma è autoctono anche del Continente.

Ora sai cosa si intende l’UNESCO per lingua siciliana e lingua napoletana.

Ma ho ancora una cosa da dirti!

Prosegui nella lettura se non vuoi essere preso in giro dalla disinformazione… infatti, sulla questione girano alcune bufale che è assolutamente necessario smontare!

Se cerchi su Google…

Associando sul motore di ricerca le espressioni lingua siciliana e/o lingua napoletana con UNESCO, puoi notare che ci sono molti risultati in cui si dice che queste lingue sono riconosciute come tali proprio dall’agenzia delle Nazioni Unite per l’educazione e la cultura. Altri risultati riportano che siciliano e napoletano sono un patrimonio UNESCO.

Qual è la verità?

Siciliano e napoletano sono un Patrimonio dell’Umanità UNESCO?

Semplicemente non è vero.

Per quanto riguarda il napoletano, contrariamente a ciò che titolano alcuni siti e persino quotidiani nazionali come Libero, esso non è stato riconosciuto patrimonio dell’Umanità: infatti, non risulta essere inserito nell’elenco dei Patrimoni Orali e Immateriali dell’UNESCO.

Ma attenzione!

E’ vero che sia il napoletano che il siciliano sono lingue riconosciute dall’UNESCO e da altri enti linguistici internazionali.

Ricapitolando, napoletano e siciliano

  • non sono riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. 
  • sono riconosciuti dall’UNESCO come Lingue in Pericolo di Estinzione.

Anzi, in realtà non è solo l’UNESCO che riconosce queste due lingue…

Chi riconosce la lingua napoletana e la lingua siciliana?

atlante lingue in pericolo

Iniziamo subito col dire che napoletano e siciliano sono presenti all’interno dell’Atlante delle lingue in pericolo (Atlas of the World’s Languages in Danger), un catalogo in cui sono censite, nel momento in cui scrivo, 2465 lingue che a vari livelli rischiano la scomparsa.

Nella scheda di ogni lingua censita nell’Atlas puoi trovare anche i codici ISO 639-3. Si tratta di un codice emanatodall’International Organization for Standardization, la più importante organizzazione mondiale per la definizione di norme tecniche. Viene usato per la classificazione delle lingue umane. L’ISO attribuisce un codice 639-3 ad ogni lingua.

Anche alla lingua napoletana e alla lingua siciliana.

Possiamo quindi dire che l’ISO riconosce che il napoletano è una lingua, così come è una lingua il siciliano.

Il codice ISO si può riferire ai dialetti?

No. Lo standard ISO 639-3 non viene applicato ai dialetti, intesi nel significato di varietà di una lingua. Napoletano e siciliano non sono varietà della lingua italiana, ma idiomi autonomi. Quindi sono lingue da un punto di vista strettamente tipologico-linguistico. L’ISO prende a riferimento questa definizione per capire se un idioma è una lingua autonoma meritevole di un codice o un dialetto di una lingua.

Per sapere quali sono i veri dialetti dell’italiano ti consiglio di leggere questo articolo di Pietro Cociancich.

E’ anche vero però che in Italia siamo abituati a chiamare “dialetto” tutte le lingue aventi un ruolo sociale subalterno all’italiano. Ma l’ISO non ragiona come noi italiani…

Sarebbe quindi meglio definire questi dialetti italiani riconosciuti dall’UNESCO con l’appellativo di lingue regionali d’Italia.

Oltre al napoletano e al siciliano, sono infatti presenti anche il piemontese, il lombardo, il veneto, il ligure, l’emiliano e il romagnolo.
Tutti questi codici linguistici sono presenti nell’Atlas, e sono classificati in base allo stato di conservazione. Si va dallo status di lingua vulnerabile (vulnerable) riguardante il siciliano, fino a quello di lingua certamente in pericolo (definetely endangered) appartenente al lombardo.

L’unica eccezione riguarda il toscano e i cosiddetti dialetti mediani (il romanesco, le varietà umbre, i dialetti di alcune zone dell’Abruzzo e di gran parte di Lazio e Marche). Questi dialetti sono effettivamente varietà della lingua italiana, quindi condividono il codice ISO 639-3 con l’italiano standard.

Nella classificazione non ho citato friulano e sardo. Questo perché anche per la legge italiana sono lingue vere e proprie. Infatti rientrano nella legge 482/1999 riguardante la tutela delle minoranze linguistiche, sebbene ancora molti non addetti ai lavori facciano riferimento ad essi chiamandoli dialetti.

Per comprendere meglio l’argomento lingua-dialetto, ti consiglio di leggere questo articolo in cui viene spiegato in modo semplice cosa è un dialetto.

In conclusione

Sebbene l’uso delle due espressioni come sinonimi dei due gruppi dialettali non sia universalmente accettato, si deve tenere conto che, quando si parla di lingua napoletana lingua siciliana, le due espressioni fanno riferimento ad un’estensione maggiore di quella tradizionalmente a loro attribuita.

Giuseppe Delfino

fonte

https://patrimonilinguistici.it/

1 Comment

  1. Leggendo l’interessante articolo mi rendo conto che le “lingue” sono un mare-magnum per gli studiosi e non solo… Ritenevo che le lingue parlate fossero “idiomi” tali da distinguere con la miriade di varianti la provenienza di chi le usava, e comunemente poi dette “dialetti”, e fossero la ricchezza espressiva senza che al termine fosse invece stato affibbiato in seguito una valenza quasi dispregiativa (come generalmente tendono a fare i cosiddetti “acculturati”), e assurgessero alla classificazione di “lingua” in seguito, se usati per produzione letteraria, come ad esempio fece per il “veneto” il Goldoni, ma altrettanto avvenne per il napoletano, il siciliano, il barese… tutte pertanto “lingue” parlate e scritte. Poi come sappiamo il toscano ebbe la prevalenza e l’Accademia della Crusca si diede da fare e l’invenzione della stampa finì per completare il percorso.. ma certo i distinguo e le storie sono molte… GRAZIE del ricchissimo articolo che ci aggiorna sull’argomento molto complesso per non dire infinito, strettamente legato alle vicende dei popoli…per non dire oggi allo sviluppo della tecnologia… la quale, ahimè, se non si sta al passo sembra spesso purtroppo mirare a farci tornare, forse in maniera subdola, analfabeti… (parlo per me naturalmente!), caterina ossi

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