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Custoza – La Battaglia

Posted by on Giu 4, 2022

Custoza – La Battaglia

Le ostilità furono iniziate dalla Prussia, il 17 giugno del 1866, quando invase l’Annover. Quel giorno stesso, partito come generale LA MARMORA per il campo, RICASOLI si mise all’opera per formare un nuovo ministero, che risultò così composto:

Ricasoli presidenza del Consiglio, Interni e interim degli Esteri fino all’arrivo di E. VISCONTI-VENOSTA; SCIALOIA: Finanze; JACINI: Lavori Pubblici; BORGATTI: Grazia e Giustizia; BERTI Istruzione; PETTINENGO: Guerra; DEPRETIS: Marina; CORDOVA: Agricoltura. Ministro senza portafoglio fu nominato LA MARMORA.

Il 20 giugno RICASOLI presentava al Parlamento il nuovo ministero, e annunciava che nello stesso giorno era stata dichiarata la guerra all’Austria, comunicava che il re partiva per assumere il comando supremo dell’esercito, lasciando la reggenza dello Stato al principe EUGENIO di Carignano e leggeva il proclama di Vittorio Emanuele II agli Italiani, che terminava così:

“Io riprendo la spada di Goito, di Pastrengo, di Palestro e di San Martino. Io sento in cuore la sicurezza che scioglierò pienamente questa volta il voto fatto sulla tomba del mio magnanimo genitore. Io voglio essere ancora il primo soldato dell’indipendenza italiana. Viva l’Italia !”.

All’inizio delle operazioni belliche l’Italia si trovava politicamente e militarmente in condizioni favorevoli; metteva in campo 220.000 uomini, 36.000 cavalli e 456 cannoni.

Vittorio Emanuele era un guerriero tronfio, pieno di boria, intuito scarso, e scarso buon senso, ma soprattutto non aveva le conoscenze tecniche necessarie per dirigere tale massa di uomini, era pacchiano e meno ancora aveva la capacità di comunicare.

E questo era apparso evidente nel 1859 e perfino nella giornata di San Martino. Va a suo onore come coraggio che si era buttato nella mischia, rischiando spesso la vita, ma un grande condottiero non può mettere a repentaglio un intero esercito, che dovrebbe invece guidare, e proprio per questo non esporsi troppo, per non provocare con la sua morte la dissoluzione nell’esercito stesso (nella Storia è accaduto spesso). Infatti gli alleati francesi lo criticarono per la sua voglia di strafare e di voler essere onnipresente in ogni azione, al punto di creare degli scompensi alla conduzione della battaglia.

Era quindi necessario che al suo fianco vi fosse l’uomo tecnico con l’ufficio di Capo di Stato Maggiore e che tra il sovrano ed il capo vi fosse massimo affiatamento, fiducia reciproca, leale collaborazione. Ricordiamoci che nel 1859 tra il Re ed il DELLA ROCCA la collaborazione desiderata era mancata.

L’entusiasmo anche ora c’era, ma i guai incominciarono quando si trattò di organizzare il Comando supremo, e quando il Comando fu organizzato ognuno espose i suoi piani, cercando di convincere che il suo era il migliore.

L’esercito imperiale aveva invece una forza di 143.000 uomini, 15.000 cavalli e 192 cannoni; di questi, però, soltanto 95.000 uomini, 13.000 cavalli e 168 pezzi operavano nel Veneto, cioè metà circa delle truppe italiane. Inoltre di questi 95.000 uomini, 47.000 erano Veneti!

“La cavalleria italiana era di due terzi più numerosa dell’imperiale; l’artiglieria regia era superiore all’austriaca di tre volte …. È bensì vero che le fortezze erano un gran sostegno per l’esercito imperiale, perfettamente compatto, esperto, con ottima cavalleria, e guidato da un uomo, a cui l’altissimo grado, il merito incontestato e la piena fiducia delle truppe e del governo, assicuravano pienissima libertà d’azione; ed era l’arciduca Alberto, figlio non indegno del grande arciduca Carlo! Una coesione molto minore c’era invece nell’esercito italiano, che per la prima volta si presentava come tale alla prova. Era costituito di giovani soldati, pieni di slancio e di fiducia, ma da poco messi insieme; uniti da un comune sentimento, ma privi di una tradizione comune. La coesione mancava sopratutto negli ufficiali, nello stato di servizio dei quali poteva dirsi riassunta la storia delle vicende italiane. Inoltre fra gli stessi alti ufficiali vi era del risentimento, se non un vero e proprio antagonismo. Va sottolineato il fatto che il generale POianell, proveniente dall’esercito borbonico, era stato posto come riserva al di qua del Mincio… (Cori)”.

I PROTAGONISTI PRINCIPALI DELLA CAMPAGNA E IL LORO DESTINO

Alberto d’Asburgo, arciduca d’Austria, comandante dell’ar­mata austriaca

Dopo Custoza, è costretto a sguarnire il Veneto per inviare trup­pe a difesa di Vienna, minacciata dai prussiani dopo la schiac­ciante vittoria di Koniggditz (Sadowa). Il 10 luglio diventa comandante supremo di tutte le forze imperiali. Inutilmente: la guerra è ormai perduta. Negli anni successivi si dedica alla spe­cialità di famiglia: riformare, proprio come aveva fatto il padre Carlo nel 1806, il vetusto esercito austriaco sul modello dell’ul­timo da cui è stato sconfitto: in questo caso, quello prussiano. Muore ad Arco, nel Trentino ancora austriaco, nel 1895.

Nino Bixio, generale e deputato

Deluso dall’esito della guerra del 1866, amareggiato dalla fine della stagione garibaldina e, soprattutto, spinto dalla difficile situazione economica personale, lascia l’esercito e si dedica alla costruzione di una nave a vela e a vapore da tremila tonnellate. Nel 1870 viene richiamato in servizio attivo: la sua partecipazio­ne alla presa di Roma a fianco del generale Cadorna sottolinea simbolicamente, agli occhi dell’ opinione pubblica, l’unione di esercito regio e movimento garibaldino nell’atto finale dell’unità italiana. Una delle figlie sposa il capitano Busetto, aiutante di campo di Bixio a Custoza. Il viaggio di commercio in Estremo Oriente tanto sognato ha infine inizio nel luglio 1873: il piroscafo Maddaloni parte da Messina per Singapore. La fortuna, però, ha abbandonato «il secondo dei Mille», che a Sumatra si ammala di febbre gialla e vi muore il 16 dicembre dello stesso anno.

Raffaele Cadorna, generale e deputato

Nel settembre 1866, appena conclusa la campagna di guerra contro l’Austria, viene inviato a Palermo per reprimere i moti che vi erano scoppiati, incarico che porta a termine in tre mesi. Nel 1869 gli viene affidata la repressione dei moti per il macina­to scoppiati in Emilia. L’anno dopo comanda la spedizione mili­tare che porta alla presa di Roma il 20 settembre 1870. Nel 1877 viene collocato a riposo con altri undici generali dal mini­stro Mezzacapo, che li ritiene contrari alla riforma in atto del­l’ordinamento militare italiano. Muore a Moncalieri, vicino a Torino, il 6 febbraio 1897, pochi giorni prima del suo ottanta­duesimo compleanno.

Enrico Cereale, generale

Dopo Custoza viene ritenuto responsabile della distruzione della sua divisione e dispensato dal servizio attivo. Ritiratosi a vita privata, muore a Brescia nel 1873.

Enrico Cialdini, generale e senatore

Personalità incline ai contrasti e di carattere altero, pronto all’offesa e accusato di sperperi di pubblico denaro, il generale Cialdini non rinuncerà mai al suo ruolo di protagonista nella vita militare e politica italiana.

Fu quello che si mise a danzare dalla gioia quando una palla di cannone centrò la Santabarbara del forte di Gaeta, dove era asserragliato il re Francesco di Borbone con la moglie e i suoi fedeli, causando la morte di oltre 120 soldati borbonici…

Quindi quello che invase i territori del Regno DuoSiciliano senza dichiarazione di guerra solo “per portarvi l’ordine” e che come Commissario del re Vittorio Emanuele fu quello che massacrò centinaia di meridionali. (scrisse di lui il Saraceno: “Non si considerano le fucilazioni sommarie, anche di donne, le sevizie inferte ai prigionieri, le teste mozze del guerriglieri-contadini esposte nelle piazze dei paesi dove le sue truppe erano di stanza, le viltà”.)

Dopo la guerra, si riavvicina alla sinistra democratica. Nell’ottobre del 1867, nel pieno della crisi di governo determinata dal tentativo di Garibaldi di pren­dere Roma e prima che questi sia fermato dai francesi a Mentana, Cialdini su incarico del re tenta di formare un nuovo gabinetto, ma fallisce. Così come fallisce, due anni dopo, nel dicembre 1869, alla caduta del governo Menabrea. Per due volte è ambasciatore in Francia, la prima in sostituzione di Costantino Nigra nel 1876 e la seconda nel 1880, in un momen­to di forti contrasti con quel governo. Ritiratosi a vita privata vedovo e solo, muore a Livorno, all’età di ottantun anni, 1’8 set­tembre 1892, dopo aver ricevuto, probabilmente contro la sua volontà, i sacramenti.

Carlo Corsi, ufficiale di stato maggiore e studioso di scienza militare

Dopo la battaglia prosegue la sua brillante carriera all’interno

dello stato maggiore dell’ esercito e si prende una brutta gatta da pelare: scrivere la relazione ufficiale sulla battaglia di Custoza.

Benché convinto della piena responsabilità dei coman­di italiani, Corsi non manifesta liberamente il suo giudizio nel volume pubblicato nel 1875.

Questo, infatti, è dato alle stampe solo dopo gli interventi e l’approvazione di Cialdini, Della Rocca e La Marmora.

Negli anni successivi prosegue nella sua opera di studioso e di insegnante di cose militari, scrivendo testi nei quali sottolinea la centralità dell’esercito per la formazione della nazione sotto il profilo educativo, politico e sociale. Nel dicembre del 1882 diventa comandante del corpo di stato mag­giore. Muore a Genova nel 1905.

Efisio Cugìa, generale e senatore

Dopo la sconfitta di Custoza, viene nominato, su richiesta del generale Cialdini, ministro della Guerra nel governo Ricasoli al posto del generale di Pettinengo. Nell’aprile 1867, in cattive condizioni di salute e privato dell’incarico ministeriale dalla caduta del governo Ricasoli, Cugia diventa aiutante di campo del principe Umberto, compito al quale si dedica con soddisfa­zione, impegnandosi a curare !’immagine pubblica e privata del futuro re e di sua moglie Margherita. Dopo il 1870 a Roma è l’artefice dell’ avvicinamento di parte della nobiltà papalina alla famiglia reale. Colpito da malore mentre assiste alle feste per il Carnevale, muore al Quirinale il13 febbraio 1872.

Edmondo De Amicis, tenente e scrittore

Nel 1867 è con l’esercito in Sicilia durante una terribile epide­mia di colera. Ben presto, però, corona il suo sogno di diventare scrittore e pubblica i racconti de La vita militare, influenzati dall’ esperienza di Custoza. La sua opera ha immediato succes­so, rivelando una visione patriottica nobilmente priva di incer­tezze e rappresentando l’esercito, nonostante la sconfitta, come un’istituzione moralmente indispensabile all’unità nazionale.

A Firenze entra in contatto con i circoli culturali v:icini alla Destra. Scrittore e giornalista prolificissimo, dotato di uno stile «preciso e limpido» secondo gli insegnamenti del Manzoni, De Amicis rinvia per anni la stesura dell’ opera sua più famosa, dedicandosi a decine di altri testi di varia natura, fra cui una serie di conferenze sugli effetti psicologici del vino. Cuore. Libro per ragazzi esce infine nel 1886. Il libro ottiene subito un suc­cesso di pubblico senza precedenti, in due mesi raggiungendo la quarantaduesima riedizione e la diciottesima richiesta di tra­duzione.

Nel 1892 De Amicis aderisce pubblicamente ai princi­pi del socialismo, da lui vissuto come azione politica, ma ancor più come meta ideale «<che forse non sarà raggiunta mai»). Una lesione cerebrale lo stronca a Bordighera nel 1908.

Enrico Morozzo Della Rocca, generale e senatore

Le critiche che gli vengono rivolte per la sua inazione durante la giornata di Custoza non impediscono che gli sia affidato il comando del corpo d’armata di Torino e la presidenza del Comitato per la difesa dello Stato. Nella Autobiografia di un veterano, una raccolta di memorie vistosamente alterate, non risparmia a nessuno le sue critiche. Muore a Luserna, a novant’anni, il 12 agosto 1897.

Giuseppe Dezza, colonnello di fanteria

Dopo Custoza riceve la Croce di Commendatore dell’Ordine Militare di Savoia e il comando della brigata Pisa, ma non la promozione a generale. Dal 1872 al 1877 è al seguito di Vittorio Emanuele II come aiutante di campo e gira le capitali d’Europa: la vita di corte però non gli aggrada ed egli se ne lamenta nelle lettere alla moglie. La sua esemplare carriera militare prosegue fino alla nomina a generale di corpo d’armata nel 1886. Sei anni prima aveva rifiutato !’incarico di ministro della Guerra, temendo ancora una volta di dover fare da capro espiatorio per la crisi dell’esercito. Muore a Milano nel 1898. Nel 1913 la marina regia dà il suo nome a un cacciatorpediniere.

Giovanni Durando, generale e senatore

Guarisce presto dalla ferita al dito patita a Custoza e riprende il suo posto al comando del dipartimento militare di Milano, senza subire censure. Nel 1867 diventa presidente del Tribunale supremo di guerra. Già anziano e di salute malferma, . si spegne a Firenze nel maggio del 1869.

Giuseppe Govone, generale e deputato

Il 20 luglio 1866 Govone lascia l’Italia per una nuova missione segreta a Nikolsburg presso il quartier generale di re Guglielmo e di von Moltke, ove cerca di ritardare l’armistizio fra la Prussia e l’Austria, così da permettere alle armi italiane di riscattare, almeno parzialmente, le sconfitte fin qui subite.

Dopo la guerra gli viene assegnata la Croce di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia per il suo comportamento a Custoza, ricono­sciutogli dai circoli militari di tutta Europa.

Nel 1869 diventa ministro della Guerra nel governo Lanza, dove si

impegna a un nuovo programma di riduzione delle spese militari. Un duro attacco portatogli in Senato dal generale Cialdini lo scuote profondamente. Nel frattempo la malattia contratta quindici anni prima in Crimea lo conduce progressivamente a uno stato d’infermità mentale.

Costretto a lasciare qualsiasi incarico pub­blico e affidato alle cure della famiglia, Govone si suicida con un colpo di rivoltella in un nevoso giorno del gennaio 1872 nella sua casa di Alba.

Alfonso La Marmora, capo di stato maggiore dell’esercito ed ex presidente del Consiglio .

Travolto dalle critiche al suo operato nella campagna del 1866, perennemente dimissionario, negli anni successivi si giustifica pubblicando memoriali e autodifese, e incoraggiando altri, come il senatore Chiala, a scriverne.

Si ritira a vita privata, dalla quale esce soltanto una volta ancora nel 187O, come tenente del re a Roma dopo la breccia di porta Pia. Muore a Firenze il5 gen­naio 1878, a settantatré anni di età, pochi giorni prima di Vittorio Emanuele II.

Teodoro Ernesto Moneta, tenente

Dopo la guerra lascia l’esercito e si dedica alla professione d’e­lezione, il giornalismo. Nel 1867 è nominato direttore de «Il Secolo», quotidiano di ispirazione democratica che sotto la sua lunga guida – ventinove anni – diventa il giornale più letto a Milano.

L’esperienza della guerra del 1866 accelera in Moneta una profonda crisi di coscienza, portandolo a una svolta fonda­mentale: «Se le manovre politiche e diplomatiche vincolano i capi di Stato» scrive «imponendo direttive o limitazioni agli stessi capi militari, perché allora non abolire la guerra?». Verso la fine degli anni settanta, sulla base delle mutate convinzioni, si impegna sempre più a fondo nel movimento pacifista.

Negli anni ottanta fonda L’Unione Lombarda per la Pace e la Società per la Pace e la Giustizia Internazionale. Alla sua rivista «La vita internazionale» collaborano, fra gli altri, Tolstoi e De Amicis.

Nel 1907 a Teodoro Ernesto Moneta viene conferito il Premio Nobel per la Pace per decenni d’attività «per la pace fraterna».

Muore a Milano ne11918.

Karl Moring, generale

Dopo Custoza, all’inizio di agosto viene nominato – probabil­mente per la sua conoscenza delle cose italiane – commissario imperiale nelle trattative che conducono alla firma dell’armisti­zio di Cormons del 12 agosto, che sarà Moring a sottoscrivere insieme al generale Petitti. In quegli stessi mesi si consuma, con sua grande pena, la separazione definitiva da Leontina Papà. La giovane attrice, a quanto si dice, poco tempo dopo diventerà una nuova amante di Vittorio Emanuele II. La salute di Moring peggiora rapidamente e il generale si spegne il giorno di Santo Stefano del 1870.

Giuseppe Salvatore Pianell, generale

Uscito a testa alta insieme a pochi altri dalla catastrofe di Custoza, l’ex generale borbonico assume il comando del corpo d’armata di Verona dove alterna l’attività di comando con lo studio dei testi di storia e di arte militare che predilige.

Risiede a Palazzo Carli, sede del Gran Comando, per anni dimora di Radetzky e poi di Benedek fino al 1866.

Il III Corpo d’armata è famoso perché sotto gli ordini di Pianell non vi è pratica che non venga sbrigata in ventiquattr’ ore, con efficienza quasi tedesca. Come sempre attivissimo, si concede come unico svago un viag­gio ogni autunno in qualche paese europeo.

Riceve decorazioni dall’imperatore d’Austria e dal re di Prussia, diventa cugino del re d’Italia ricevendo il collare dell’Annunziata. Deputato eletto a Napoli nel 1867, nominato senatore quattro anni dopo. Nel settembre del 1882 contribuisce a soccorrere Verona dalla disastrosa alluvione dell’Adige e, per questo, la cittadinanza gli dedicherà un monumento. Sempre a Verona, muore il 5 aprile 1892 nella sua casa all’età di settantatré anni.

Il re invierà una corona di bronzo, sul cui nastro, pure di bronzo, fa incidere: «Umberto I all’amico Generale Pianell».

Francesco Sforza Cesarini, duca e ufficiale d’ordinanza del re

Membro di una delle più prestigiose famiglie nobili d’Italia, nel ramo dei Santa Fiora, Francesco sposa nel 1867 Vittoria Colonna, discendente a sua volta di nobilissima stirpe, e si dedi­ca per gran parte della vita alla gestione del proprio titolo di duca di Segni e delle fortune familiari. Muore a cinquantotto anni, nel 1899, senza lasciare memorie veramente significative del suo passaggio terreno.

Giuseppe Sirtori, generale e deputato

La rancorosa polemica da lui avviata nei confronti dei comandi italiani dopo Custoza non gli porta bene. Sirtori viene prima ufficialmente ripreso, poi isolato, infine messo in aspettativa. Orgogliosamente, dà le dimissioni, restituisce tutte le decora­zioni e la pensione dello Stato per la partecipazione all’impresa dei Mille, continuando in ogni circostanza a difendere il suo operato contro tutto e tutti. Nel 1867 viene rieletto deputato, stavolta però come candidato dell’opposizione. In ogni caso, ben presto torna a sedere nei banchi della Destra. Provato nel fisico e nel morale, muore nel sonno il 18 settembre del 1874.

Nel 1916 la marina regia dà il suo nome a un cacciatorpediniere.

Vittorio Emanuele II, re d’Italia e comandante supremo dell’e­sercito italiano

Ripresosi in fretta dalla depressione seguita alla sconfitta, il re continua a svolgere un ruolo di primo piano nella politica italia­na, anche se dopo il 1870 il suo interventismo diminuisce. Appoggia il riavvicinamento dell’Italia all’antico nemico, l’Austria-Ungheria, che avrebbe portato alla costituzione, anni dopo, della Triplice Alleanza.

Nel 1876 non si oppone all’avven­to al potere della Sinistra la quale, peraltro, mantiene inalterati i poteri della Corona. Muore a Roma a soli cinquantotto anni il 9 gennaio 1878.

Umberto di Savoia, principe ereditario e generale di divisione

Due anni dopo Custoza sposa la cugina Margherita di Savoia­Genova, donna dal carattere energico e dalle marcate simpatie politiche nazionaliste. Salito al trono dopo la morte del padre Vittorio Emanuele, Umberto rivela un atteggiamento autorita­rio e una visione forte del ruolo della monarchia.

Appoggia la Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria, ratificata nel 1882.

È attivo sostenitore della politica coloniale di Francesco Crispi che porta alla conquista nel 1889 della Somalia e all’ingrandimento della colonia dell’ Eritrea nel 1890, ma la gravissima sconfitta di Adua appanna l’immagine trion­fale delle imprese coloniali italiane. Viene osannato dalla stam­pa e dalla retorica governativa come il «re buono» per la corag­giosa presenza personale in occasione di pestilenze e catastrofi naturali.

Per contro, la dura repressione dei tumulti di Milano nel 1898 e la concessione di un’alta decorazione al generale Bava Beccaris, che dell’eccidio è il responsabile, gli alienano molte simpatie. Viene assassinato a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci il 29 luglio del 1900.

LA CAMPAGNA DI GUERRA

Comandante supremo, era Vittorio Emanuele II, che aveva come capo di Stato Maggiore LA MARMORA, sottocapo il colonnello BARIOLA, aiutante generale il gen. PETITTI; comandante dell’Artiglieria era il generale VALFRÈ, del Genio il generale MENABREA, dell’Intendenza il generale BERTOLÈ-VIALE. Tutte le truppe operanti erano divise in due parti; la prima, agli ordini diretti del re e destinata ad operare sul Mincio, era costituita del I Corpo comandato da DURANDO (la divisione Cerale, 2a divisione Pianell, 3a divisione Brignone, 5a divisione Sirtori), del II Corpo comandato dal CUCCHIARI (4a divisione Nunziante, 6 divisione Cosenz, 10a divisione Angioletti, 19a divisione Lorigoni) e del III Corpo del DELLA ROCCA (7a divisione Bixio, 8a divisione Cugia, 9a divisione Govone, 16a divisione principe Umberto); la seconda, distaccata sul Po, era formata dal IV Corpo comandato da CIALDINI (11a divisione Casanova 12a divisione Ricotti, 13 a divisione Mezzacapo, 14a divisione Chiabrera, 15a divisione Medici, 17a divisione Cadorna, 18a, divisione Della Chiesa e 20a divisione Franzini).

Inoltre vi era un corpo di volontari, comandato da GARIBALDI e formato di cinque brigate (Hang, Pichi, Orsini, Corte e Nicotera) della forza di quaranta battaglioni di fanteria e due di bersaglieri, tre batterie da campagna, una da montagna, due squadroni di guide sotto il MISSORI e una compagnia del genio, in complesso 38.000 fanti 200 cavalli e 24 cannoni. Capo di Stato Maggiore era il generale FABRIZI sottocapo il colonnello GUASTALLA, comandante dell’Artiglieria il maggiore ORAZIO DOGLIOTTI, dell’intendenza l’ ACERBI, del servizio sanitario BERTANI.

L’esercito austriaco aveva come capo di stato Maggiore il generale JOHN ed era formato di tre corpi (Liechtenstein, Maroicic, Hartung) e di una divisione di riserve (Rupprecht).

Nell’esercito italiano pareva che ci fosse una “Unità di Comando” e sembrava che non mancasse un piano di guerra. Invece non c’era né l’uno né l’altro.

L’unità di comando era apparente perché la direzione delle operazioni di guerra solo nominalmente era de re. In sostanza doveva essere del Capo di Stato Maggiore. Questa carica che, se fosse stato vivo sarebbe spettata al Fanti, si era pensato di darla al DELLA ROCCA o a LA MARMORA o al CIALDINI; ma il primo era stato subito scartato, sebbene molto accetto al re, gli altri due se l’erano offerta a vicenda perché nessuno dei due voleva accettarla.

Temevano entrambi che andando sotto il Re questo avrebbe voluto comandare lui solo con tutti i rischi della fastidiosa “ingerenza”..

Rifiutata la proposta del sovrano di nominare il generale PETITTI, si era ricorso al dannosissimo espediente di dividere in tre parti l’esercito con due comandi autonomi di cui uno, affidato al LA MARMORA, che però aveva pure la carica di capo di Stato Maggiore (quindi sarebbe dovuto stare vicino al Re e dare ordini a CIALDINI) e l’altro di riserva affidata al DELLA ROCCA

Duro e angoloso il LA MARMORA, orgoglioso e impetuoso il CIALDINI. Entrambi erano due generali sorti in epoca rivoluzionaria di scarsa disciplina, generali fatti per comandare più che obbedire. Ed entrambi erano ricchi di glorie militari, ricchi di prestigio e quindi ricchi di orgoglio.

I GENERALI LA MARMORA E CIALDINI E IL PIANO DI GUERRA:

NESSUN PIANO!!!

Innanzitutto vi è ancora un’ altra premessa da fare: nessuno da parte Piemontese era in possesso di una sola carta topografica delle zone di guerra o quantomeno del Veneto.

Dovevano per forza fidarsi delle nozioni approssimative del re, unicamente perché conosceva i luoghi per averli percorsi in lungo e in largo durante la campagna di guerra del 1848-49!

Da anni si parlava di fare una guerra all’Austria, ma nessuno dei due (ma anche gli altri) si erano mai incontrato per studiare, esaminare, proporre un piano di guerra corrispondenti alle varie necessità.

Uno era impegnato nella politica, e l’altro nella sua caserma si era divertito a immaginarne uno tutto personale.

Al dunque come piano di guerra, il ministro prussiano Usedom, in nome del suo re, aveva suggerito il suo con l’aria di volerlo imporre; e consisteva nel sorpassare il quadrilatero, battere il nemico in aperta campagna e puntare quindi sul Danubio incontro ai Prussiani, mentre un corpo di volontari guidato da Garibaldi, gettato sulle coste orientali dell’Adriatico avrebbe fatto insorgere gli Ungheresi e gli Slavi.

Questo piano, caldeggiato da Vittorio Emanuele specie nella parte che riguardava l’azione dei volontari, la quale era stata accettata entusiasticamente da Garibaldi, non aveva ricevuto favore presso LA MARMORA.

Non rimaneva pertanto che accettare il piano di CIALDINI, l’unico generale che ne aveva uno. Esso consisteva nell’attirare il nemico lontano dal Polesine fingendo di passare il fiume a Borgoforte e a Brescello; passarlo invece presso Sermide e, riunite tutte le forze verso i Colli Euganei, marciare verso l’Isonzo.

LA MARMORA, che non aveva un piano preciso, ma intendeva, come si era fatto nelle guerre precedenti, operare sul Mincio con un’azione dimostrativa dal Basso Po, ebbe un incontro col Cialdini a Bologna il 17 giugno. Nessuno assisteva al colloquio, ma dai fatti successivi si può arguire che i due generali si siano lasciati nella persuasione che l’uno avesse aderito alle idee dell’altro. E invece ognuno era rimasto fedele al proprio piano: il Cialdini, pensava che il passaggio del Po era l’operazione principale (cioè la sua) e che al Mincio quella del La Marmora era una diversione. Mentre La Marmora credeva principale l’operazione da farsi al Mincio (cioè la sua) e di diversione quella del Po.

Erano convinti che davanti al duplice attacco gli austriaci la fortezza l’avrebbero abbandonata da soli arretrando su Vicenza, Padova, e poi lì dopo aver passato il Po sarebbe piombato Cialdini , oppure lì sarebbe piombato La Marmora dopo aver passato il Mincio.

Insomma uno dei due doveva far paura, e l’altro andare a cogliere il successo. Il fatto è che nessuno dei due voleva fare l’inserviente all’altro.

Né si misero a valutare quale progetto fosse il migliore. Sappiamo come andarono a finire le cose. Cioè male! La Marmora si fece plagiare dalle idee di Cialdini e andò con il Re – come vedremo più avanti- sul Mincio a fare un’inutile diversione, e decise per un vero e proprio attacco, finito poi in una ritirata, mentre Cialdini non solo non attraversò il Po ma preso dal panico si mise ad arretrare invece di avanzare a prestare soccorsi.

Quando dovettero giustificarsi ognuno disse che “si erano messi d’accordo che i due comandi agissero autonomi, salvo “aiutarsi” in dipendenza dei successi ottenuti”. Progetto strano; semmai l’aiuto doveva venire ad uno dei due in dipendenza degli insuccessi ottenuti. Chi vince una battaglia non ha certo bisogno di aiuti!

Altra assurdità è che l’azione principale (quella finale, del Cialdini) veniva affidata a otto divisioni, mentre quella di diversione (di minaccia) a 15 divisioni. E se queste ultime erano attaccate per prima come avrebbero fatto le altre in numero inferiore portarle aiuto?

Ed è quello che poi fece l’arciduca Alberto d’Asburgo: decise di attaccare prima la più forte per poi volgersi contro la più debole, che non fu neppure necessaria perché saputo della disfatta il Cialdini arretrò fino a Modena.

“Entravano in campagna – scrive il Savelli – senza un’ombra di Unità di Comando, con generali che non si stimavano a vicenda, sotto il comando nominale del Re, riguardo al quale nessuno, in sostanza, dei due generali supremi voleva riconoscere che avesse, ed in grado eminente, alcune precipue doti del comandante, ardire cavalleresco e precisione e nettezza d’idee, se anche non possedeva “le cognizioni militari indispensabili per comandare e guidare da sé un grosso esercito”; e che inoltre non c’era accordo nemmeno generico su un piano di guerra, poiché quello che si battezzava come accordo si fondava sopratutto su un equivoco. A ciò si aggiunga che i servizi logistici e i servizi d’informazione erano del tutto trascurati, e si vedrà bene che la preparazione della campagna fu piena di colpe e di difetti”.

E FORZE IN CAMPO DURANTE LA BATTAGLIA

ORDINI DI BATTAGLIA A CUSTOZA

24 giugno 1866

ESERCITO ITALIANO

Comandante in capo

Sua Maestà Re Vittorio Emanuele II

Quartier generale principale

Capo di stato maggiore – Generale d’armata La Marmora

Aiutante generale – Luogotenente generale Petitti

Sotto capo di stato maggiore – Colonnello Bariola

Comando dell’artiglieria – Luogotenente generale Valfré

Comando del genio – Luogotenente generale Menabrea

Intendenza generale dell’esercito – Maggior generale Bertolé-Viale

Carabinieri reali – Maggior generale Serpi

Treno – Luogotenente colonnello Raimondi

Servizio di sanità – Ispettore Cortese

Giustizia militare – Sostituto avvocato generale Cortellini

Servizio Veterinario – Ispettore Perosino

I Corpo d’armata Generale d’armata Durando

Capo di stato maggiore – Colonnello Lombardini

Cavalleria – Maggior generale Aribaldi Ghilini

Artiglieria – Colonnello Bonelli

Genio – Maggiore Scala

Treno – Maggiore Silvani

1 a Divisione

Luogotenente generale Cerale .

Capo di stato maggiore – Maggiore Billi

18° B1. Bersaglieri     Magg. Caccia

3° e 4° Sq. Guide a cavallo

2 batterie del 6″ Rg1. d’Artiglieria

Brigata Pisa

Maggior generale di Villarey

29° Rg1. Fanteria  Col. Dezza

30° Rg1. Fanteria  Col. Lamberti

Brigata Forlì Maggior generale Dho

43° Rg1. Fanteria Col. Bergonzini

44° Rg1. Fanteria Col. Zerega

2a Divisione

Luogotenente generale Pianell

Capo di stato maggiore – Luog. Col. Olivero

17° B1. Bersaglieri     Magg. Di Aichelbourg

1 ° e 2° Sq. Guide a cavallo

2 batterie del 6° Rgt. d’Artiglieria

Brigata Aosta

Maggior generale Dell’ Aglio

5° Rg1. Fanteria   Col. Pasi

6° Rg1. Fanteria   Col. Montagnini

Brigata Siena

Maggior generale Cadolini

31 ° Rg1. Fanteria Col. Crodara

32° Rg1. Fanteria  Col. Carchidio

3a Divisione

Luogotenente generale Brignone

37° Bt. Bersaglieri     Magg. Fabbri

1 ° e 2° Sq. Cavalleggeri di Lucca

2 batterie del 6° Rgt. d’Artiglieria

Brigata Granatieri di Sardegna

Maggior generale Gozzani di Treville

1 ° Rgt. Granatieri     Luog. Col. Boni

2° Rgt. Granatieri Col. Manassero  

Brigata Granatieri di Lombardia

Sua Altezza Reale Principe Arnedeo di Savoia

3° Rgt. Granatieri Col. Gabet

4 ° Rgt. Granatieri     Col. Blanchetti

5°Divisione

Luogotenente generale Sirtori

Capo di stato maggiore – Maggiore Pozzolini  

5° Bt. Bersaglieri Magg. Reggio

3° e 4° Sq. Cavalleggeri di Lucca

2 batterie del 9° Rgt. d’Artiglieria

Brigata Brescia    .

Maggior generale di Villahermosa

19° Rgt. Fanteria  Col. Garin di Cocconato

20° Rgt. Fanteria  Col. Gilli   

Brigata Valtellina

Maggior generale Lopez

65° Rgt. Fanteria  Col. Barberis

66° Rgt. Fanteria  Col. Cao di S. Marco

Riserva del I Corpo

Maggior generale Aribaldi Ghilini

2° Bt. Bersaglieri Magg. De Maria

3° Bt. Bersaglieri Magg. Prautrier

8° Bt. Bersaglieri Magg. Murari Bra

13° Bt. Bersaglieri Magg. Arri

5° Sq. Guide a cavallo

Rgt. Lancieri d’Aosta Col. Vandone

3 batterie del 6° Rgt. d’Artiglieria

1 batteria del 9° Rgt. d’Artiglieria

II Corpo d’armata 1 Luogotenente generale Cucchiari

Capo di stato maggiore – Colonnello Escoffier

Cavalleria – Maggior generale De Barral

Artiglieria – Colonnello Mattei

Genio -,Maggiore Tournon

Treno – Maggiore Rocca

10a Divisione

Luogotenente generale Angioletti

Capo di stato maggiore – Luog. Col. Di Somma

24° Bt. Bersaglieri     Magg. Brunetta

31 ° Bt. Bersaglieri    Magg. Disperati

3 batterie del 9° Rgt. d’Artiglieria

Brigata Umbria Maggior generale Masi

53° Rgt. Fanteria Col. Parrocchia

54° Rgt. Fanteria Col. Melegari

Brigata Abruzzi

Maggior generale Peyron

5]0 Rgt. Fanteria  Col. Soldo

58° Rgt. Fanteria  Col. Celebrini

19a Divisione

Luogotenente generale Longoni

 Capo di stato maggiore – Magg. Incisa

33° Bt. Bersaglieri     Magg. Blancardi

40° Bt. Bersaglieri     Magg. Cartacci

Rgt. Ussari di Piacenza Col. Mario

3 batterie del 7° Rgt. d’Artiglieria

Brigata Calabria

Colonnello Adorni

59° Rgt. Fanteria Col. Borrone

60° Rgt. Fanteria Col. Cordiglia

Brigata Palermo

Colonnello Caffarelli

67° Rgt. Fanteria Luog. Col. Alivesi

III Corpo d’armata

Generale d’armata Morozzo Della Rocca

Capo di stato maggiore – Colonnello di Robilant

Cavalleria – Maggior generale Pralormo

Artiglieria – Colonnello Corte

Genio – Maggiore Sartoris

Treno – Maggiore Arduino

1 ° e 5° Sq. Cavalleggeri di Alessandria – Col. Strada

7a Divisione

Luogotenente generale Bixio

Capo di stato maggiore – Maggiore Di S. Marzano

9° Bt. Bersaglieri Magg. Guerrieri

19° Bt. Bersaglieri     Magg. Vacchieri

2° Sq. Cavalleggeri di Alessandria

5° Sq. Lancieri di Foggia

3 batterie del 5° Rgt. d’Artiglieria

Brigata del Re

Colonnello De Fornari

1 ° Rgt. Fanteda(3 bt.) Col. De Litala

2° Rgt. Fanteria   Col. Zanon

Brigata Ferrara

Maggior generale N’ovaro

47° Rgt. Fanteria  Col. Crispo

48° Rgt. Fanteria (3 bt.) Col. Spadafora

8° Divisione

Luogotenente generale Cugìa

Capo d  stato maggiore – Maggiore Sironi

6° Bt. Bersaglieri Magg. Giolitti

30° Bt. Bersaglieri     Magg. Bianchi

4 ° Sq. Cavalleggeri di Alessandria

3 batterie del 6° Rgt. d’Artiglieria

Brigata Piemonte

Maggior generale Noaro

3° Rgt. Fanteria   Col. Peani

4° Rgt. Fanteria   Col. Eberhardt

Brigata Cagliari

Colonnello Gabet

63° Rgt. Fanteria Luog. Col. Antona

64° Rgt. Fanteria Col. Ferrari

9° Divisione

Luogotenente generale Govone

Capo di stato maggiore – Maggiore Chiron

2T Bt. Bersaglieri Magg. Lavezzeri

34 ° Bt. Bersaglieri    Magg. Pescetto

l plotone Cavalleggeri di Alessandria

3 batterie del 5° Rgt. d’Artiglieria

Brigata Pistoia

Maggior generale Bottacco  

35° Rgt. Fanteria  Luog. Col. Malliano

36() Rgt. Fanteria Col. Canavassi

Brigata Alpi

Maggior generale Danzini

51 ° Rgt. Fanteria Col. Marchetti

52° Rgt. Fanteria  Col. Piano

168 Divisione

Sua Altezza Reale Principe Umberto di Savoia

Capo di stato maggiore – Maggiore De Sonnaz

Aiutante di campo gen. Genova Tahon di Revel

4 ° Bt. Bersaglieri     Magg. Giusiana

11 ° Bt. Bersaglieri    Magg. Delfino

3° Sq. Cavalleggeri di Alessandria

3 batterie del 5° Rgt. d’Artiglieria

Brigata Parma

Maggior generale Ferrero

49° Rgt. Fanteria  Col. Cozzi

50° Rgt. Fanteria  Col. Righini

Brigata mista

Colonnello De Sauget

8° Rgt. Fanteria Col. Migliara

71 ° Rgt. Fanteria Col. De Guidi

Cavalleria leggera del III Corpo

Maggior generale Pralormo

Rgt. Cavalleggeri di Saluzzo Col. Firrao

Rgt. Lancieri di Foggia Col. Salasco

Divisione di cavalleria di linea

Luogotenente generale De Sonqaz .

Capo di stato maggiore – Maggiore Perrone di San Martino

1° Brigata

Maggior generale Soman

Rgt. Genova Cavalleria Col. Barattieri

Rgt. Savoia Cavalleria Col. Incisa

1 batteria a cavallo    Cap. Perrone

23 Brigata

Maggiòr generale Cusani

Rgt. Piemonte Reale     Col. Galli

Cavalleria

Rgt. Nizza Cavalleria Col. Bovis

1 batteria a cavallo Cap. Lanza

Totale armata di “Custoza” – oltre a quella del “Po”

Fanteria        ca.    82.000

Cavalleria      ca.     6.000

Artiglieria     ca.       192

ARMATA AUSTRIACA DEL SUD

Comandante in capo

Sua Altezza Imperiale Alberto d’Asburgo, arciduca d’Austria

Quartier generale

Capo di stato maggiore – Maggior generale John

Capo dell’ufficio di segreteria – Colonnello Pircker

Capo dell’ufficio d’operazioni militari – Colonnello Stubenrauch

Comando dell’artiglieria – Maggior generale Hutschenreiter

Comando del genio – Maggior generale Radò

Intendenza generale – Maggior generale Arbter

Treno – Colonnello Lendl von Murghtal

Servizio di sanità – Medico capo di la classe Dr. Petter

Comando della Gendarmeria – Maggiore Pasquali

V Corpo d’armata

Maggior generale Rodich

(in sostituzione del Principe Liechtenstein, malato)

Capo di stato maggiore – Colonnello Gallina

Artiglieria – Colonnello Winterstein

Brigata: Colonnello Bauer

12° Rgt. Ulani Re delle Due Sicilie (1 plotone)

19° Bt.  Cacciatori

23° Rgt. Fanteria Benedek

70° Rgt. Fanteria Nagy

1 batteria del 5° Rgt. d’Artiglieria

Brigata: Generale Piret

12° Rgt. Ulani Re delle Due Sicilie (1 squadrone)

5°  Bt.  Cacciatori

50° Rgt. Fanteria Granduca di Baden

75° Rgt. Fanteria Conte Crenneville

1 batteria del 5° Rgt. d’Artiglieria

Brigata: Maggior generale Moring

12° Rgt. Ulani Re delle Due Sicille (1 plotone)

21° Bt.  Cacciatori

53° Rgt. Fanteria Arciduca Leopoldo

54° Rgt. Fanteria Barone Grueber

1 batteria del 5°  gt. d’Artiglieria

Artiglieria di Riserva e Parco

3 batterie del 5° Rgt. d’Artiglieria

VII Corpo d’armata Tenente maresciallo Maroicic

Capo di stato maggior:e – Colonnello Littrow

Artiglieria – Colonnello Hiibl

Brigata: Generale Scudier

3°  Rgt. Ussari Principe Carlo (1 squadrone)

19° Rgt. Fanteria Principe Ereditario Rodolfo

48° Rgt. Fanteria Arciduca Ernesto

1 batteria del 7° Rgt. d’Artiglieria

Brigata: Colonnello Toply

7°  Bt. Cacciatori

43° Rgt. Fanteria Barone Alemann

65° Rgt. Fanteria Arciduca Lodovico (2 bt.)

1 batteria del 7° Rgt. d’Artiglieria

Brigata: Colonnello Welsersheimb

3°   Bt. Cacciatori

31 ° Rgt. Fanteria Granduca di Mecklenburg

76°  Rgt. Fanteria Barone Paurngartten

1 batteria del 7° Rgt. d’Artiglieria

Artiglieria di Riserva e Parco

3 batterie del 7° d’Artiglieria

3° Bt. 65° Rgt. Fanteria Arciduca Lodovico

IX Corpo d’armata. Tenente maresciallo Hartung

Capo di stato maggiore – Colonnello Pielsticher

 Artiglieria – Colonnello Miiller

Brigata: Generale Kirchsberg

11° Rgt. Ussari Principe di Wiirttemberg (1 squadrone)

23° Bt. Cacciatori

7°  Rgt. Fanteria Barone Maroicic

29° Rgt. Fanteria Conte Thun

1 batteria del 7° Rgt. d’Artiglieria

Brigata: Generale Weckbecker

4 ° Bt. Cacciatori

15° Rgt. Fanteria Re di Baviera

39° Rgt. Fanteria Don Miguel

1 batteria del 8° Rgt. d’Artiglieria

Brigata: Colonnello Bock

15° Bt.  Cacciatori

63° Rgt. Fanteria Re dei Paesi Bassi

66° Rgt. Fanteria Granduca di Toscana

1 batteria dell’8° Rgt. d’Artiglieria

Artiglieria di Riserva e Parco

3 batterie del 7° Rgt. d’Artiglieria

3 compagnie Rgt. Fanteria Conte Thun

Divisione di fanteria di Riserva

Generale Rupprecht

Capo di stato maggiore – Colonnello Franz

Brigata: Generale Benko

37° Bt. Cacciatori

17° Rgt. Fanteria Principe Hohenlohe

12° Rgt. Confinari (Grenzer) Banato-Tedesco

1 batteria del 5° Rgt. d’Artiglieria

Brigata: Colonnello Weimar

36° Bt. Cacciatori ­

36° Rgt. Fanteria Conte Degenfeld

4°  Bt. del 76° Rgt. Fanteria Conte Paurngartten

4° Bt. del 7° Rgt. Fanteria Maroicic

1 batteria del 5° Rgt. d’Artiglieria

Colonna da Peschiera:

Colonnello Ballacs

4 compagnie di Fanteria

13° Rgt. Ussari Liechtenstein (1 plotone)

57° Rgt. Fanteria conte Winppfen

Artiglieria

Riserva di Cavalleria Colonnello Pulz

Brigata: Colonnello Pulz

13° Rgt. Ulani Conte di Trani (4 squadroni)

1 ° Rgt. Ussari Imperatore Francesco Giuseppe (3 squadroni)

1 batteria a cavallo del 5° Rgt. d’Artiglieria

Brigata: Colonnello Bujanovics

12° Rgt. Ulani Re delle Due Sicilie (2 squadroni)

11° Rgt. Ussari Principe di Wiirttemberg (3 squadroni)

3°  Rgt. Ussari Principe Carlo di Baviera (3 squadroni)

Totale:

Fanteria:      ca.   72.000

Cavalleria:    ca.    2.900

Artiglieria:   ca.      168

LE TRUPPE ITALIANE PASSANO IL MINCIO

IL PROCLAMA DEL RE….

     “…Voi pure potete confidare nelle vostre forze, Italiani, guardando orgogliosi il florido esercito e la formidabile marina, pei quali né cure, né sacrifici furono risparmiati; ma potete anche confidare nella santità del vostro diritto, di cui ormai è immancabile la sospirata rivendicazione.

    Ci accompagna la giustizia della pubblica opinione, ci sostiene la simpatia del­l’ Europa, la quale sa che l’Italia indipendente e sicura nel suo territorio diventerà per essa una guarentigia d: ordine e di pace, e ritornerà efficace strumento della civiltà universale. Italiani! lo do lo Stato a reggere al mio amatissimo cugino il principe Eugenio, e riprendo la spada di Goito, di Pastrengo, di Palestro e di San Martino.

     Io sento in cuore la sicurezza che scioglierò pienamente questa volta il voto fatto sulla tomba del mio magnanimo genitore. lo voglio essere ancora il primo soldato della indipendenza italiana.

Viva l’Italia.

Dato in Firenze, li 20 giugno 1866.

Vittorio Emanuele II”

(?!)

  La sera del 22 giugno Vittorio Emanuele telegrafava al Ricasoli dal quartier generale: “Oggi percorso il paese. Riscontrate le posizioni, io da un lato, La Marmora dall’altro. Domani mattina passerò il Mincio con dieci divisioni. Viva l’Italia !”.

  Ma non dovevano fare solo una diversione e non un attacco?

  Alcune vaghe informazioni dicevano che gli Austriaci erano oltre l’Adige (infatti erano a Lonigo) e che quindi se fra il Mincio e l’Adige non c’era  nessuno, la diversione sul Mincio non serviva a nulla, ma che semmai bisognava avanzare. Cioè prendere l’iniziativa dell’offensiva (cioè quello che avrebbe  dovuto fare il Cialdini due giorni dopo partendo dal Po a diversione sul Mincio avvenuta).

  PETITTI telegrafa che -secondo lui- il nemico era in ritirata. Il Re telegrafa a Cialdini che poche truppe austriache occupano Valeggio sul Mincio, Villafranca e Roverbella. E Cialdini a sua volta telegrafava che dopo la loro diversione sul Mincio lui intendeva attraversare il Po la notte del 25. Ma nessuno gli comunica che la diversione non è più tale e che nonostante l’inferiorità numerica è già in atto un attacco, cioè un inseguimento del nemico (creduto) in “ritirata”. Né tanto meno gli comunicano in quale direzione è la ritirata austriaca. Questo perché sia il Re sia La Marmora ignorano dove si trova il grosso del nemico.

  Il servizio informazioni italiano è così male organizzato che in breve tempo non solo non sa dove si trova il nemico, ma non riesce nemmeno a comunicare con i propri capi d’armata, non li trova dove dovrebbero essere, perchè cambiando i piani si sono messi in movimento.

  Il 23 mattina, avendo deciso per l’attacco, nove divisioni di fanteria ed una di cavalleria passarono in più punti il Mincio senza incontrare resistenza, il che convinse appieno LA MARMORA che l’esercito dell’Arciduca si teneva sulla difensiva dietro l’Adige.

  In effetti la colonna austriaca di Ballacs era rimasta a guardia di Peschiera sulla sinistra del fiume, e due divisioni del II Corpo a sorvegliare Mantova.

  Ma non il grosso dell’esercito.

  E dato che “in pieno accordo” nessuno aveva pensato di attaccare o assediare le fortezze del Quadrilatero, fecero anche qui un bel regalo al nemico.

  L’esercito del Mincio, disposto col I Corpo a sinistra, il III al centro e il II a destra, doveva attirare a sé il nemico occupando saldamente le alture tra Valeggio e Sommacampagna per permettere nella notte dal 25 al 26 al CIALDINI di passare il Po tra Occhiobello e Kermide.

  Fidandosi dell’atteggiamento solo difensivo degli Austriaci, che fu perfino assicurato da Parigi, ed ignorando che il nemico lo stesso giorno 23 aveva cominciato a portarsi al di qua dell’Adige e si preparava a mettersi con il grosso dell’esercito tra Castelnuovo e Sona, il comando italiano, con riprovevole leggerezza, non prese alcuna misura precauzionale, trascurò di esplorare il territorio tra i due fiumi portandosi su questo terreno con la conseguenza che il giorno dopo le truppe italiane furono costrette a combattere su quello, senza che se l’aspettassero e in condizioni d’ inferiorità, non numerica ma prini di mezzi offensivi perchè inizialmente il corpo era nato con funzioni di diversione. Quello d’attacco era in mano a Cialdini.

  Che cosa era accaduto? Che La Marmora cadde nel tranello.

  La Marmora guardandosi in giro, rilevò una cosa: che i ponti gli austriaci ritirandosi non li avevano distrutti, quindi pensò che gli Austriaci da quella parte si sarebbero fatti nuovamente vivi con una controffensiva. Mentre sappiamo che i ponti gli Austriaci li lasciarono intatti proprio per farli cadere in inganno, mentre in tutta segretezza stavano occupando il retro delle colline del Garda da Castelnuovo a Custoza; il 23 già erano a sud-ovest di Sona, a Santa Giustina e Santa Lucia; cioè dietro quelle colline che La Marmora additava come meta ai suoi reparti per il giorno dopo, il 24. Cioè gli Austriaci li stavano attendendo su posizioni prestabilite nella attesa di fare la sorpresa, lungo il percorso su un fronte perpendicolare al Mincio, mentre La Marmora era più che mai convinto che nessuno combattimento poteva avvenire -in mezzo alle colline- prima di arrivare a quelle che aveva di fronte.

  Poco dopo le sette del mattino del 24, la divisione del principe UMBERTO, che avanzava verso Villafranca, e quella del BIXIO, che procedeva verso Ganfardine, furono improvvisamente assalite al lato destro dagli usseri e dagli ulani del PULTZ, i quali caricarono furiosamente, ma furono trattenuti dalle fanterie italiane disposte in quadrati, in uno dei quali si trovava il principe ereditario, ma poi affrontati e inseguiti dai provvidenziali sopraggiunti squadroni dell’”Alessandria”, la cui bandiera quel giorno si guadagnò la medaglia d’argento grazie al valore dei suoi uomini, salvò la critica situazione.

  La cavalleria austriaca che caricava la 16a divisione sulla strada di Villafranca non era né numerosa né favorita dal terreno, per sfondare uno solo dei quadrati italiani. Il pericolo però non fu dopo che i quadrati erano chiusi, ma prima ancora che si chiudessero; fu nel momento, in cui la cavalleria nemica rovinava addosso alla colonna che si era rotta per mettersi in formazione; fu una spiacevole sorpresa, rimediata con l’arrivo dell’”Alessandria”. Il merito fu poi dato ad uno dei quadrati comandati dal principe ereditario Umberto. Il GUERZONI (mazziniano- storico 1835-1886) nella sua versione dei fatti, scrisse un panegirico degno di Napoleone Bonaparte.

  “Allora un principe del sangue in mezzo alle file poteva essere a sua volta, secondo il cuore che aveva in petto, una cagione di disastro o come una bandiera di vittoria. Se il principe di Piemonte teme, si turba, volta le spalle, e si dimentica in quell’istante decisivo il nobile sangue che porta nelle vene non c’ è più forza di disciplina, né abilità, né esempio di capitani che riesca a fare arginare un torrente già scatenato, perché un principe travolge nella sua fuga. Ma poiché in quel momento non c’era da fuggire Umberto di Savoia si rivelò ad un tratto soldato, e mise la fronte davanti al nemico. Allora, bastò questo suo esempio perché tutti lo imitassero, ed il nemico s’infrangesse contro una muraglia di petti valorosi, pronti a difendere il figlio di Vittorio Emanuele e l’Italia”.

  Forse il Guerzoni ci rimase male, in seguito, quando Umberto abbracciando la Triplice Alleanza, a Vienna al pranzo di gala nella Halle, e poi alla Keaisermesse, si presentò con la divisa di colonnello di del reggimento austriaco del 28° fanteria, del quale l’imperatore Francesco Giuseppe lo aveva creato titolare. “Umberto soldato di Custoza, travestito da colonnello austriaco?…ci lasciava così di colpo l’impressione di un pugno nello stomaco”…

  (Scriverà nel dicembre dell”81 “l’Illustrazione Italiana”. Il 28° nel ’48 diede la batosta a Novara e nel ’66 a Custoza contro “la muraglia di petti per difendere il figlio di V.E.”).

  Contemporaneamente si accendeva la battaglia al lato sinistro. Prima ad incontrarsi con il nemico fu l’avanguardia della 5a divisione “Sirtori”, comandata dal generale VILLAHERMOSA, la quale, sbagliata la strada mentre marciava in direzione di Santa Giustina, fu fermata ad Oliosi dalle artiglierie del V corpo austriaco, specie da quelle della brigata BENKO, appostate sul M. Cricol, che fu preso e poi lasciato dal 5° battaglione bersaglieri. Vedendosi assalito, il Villahermosa chiese aiuto alla vicina 1a divisione e fu soccorso dalla sua avanguardia, comandata dal generale VILLAREY, che dopo un accanito combattimento s’impadronì di Fenilo, Mongabbia, M. Cricol e Case Renati. Purtroppo il Villarey nell’azione di soccorso morì sul campo.

  Avanzava nel frattempo la 1a divisione in colonna, con alla testa il generale CERALE, che non pensava che in quel luogo era in corso il combattimento (avendo come detto sopra il Sirtori sbagliato strada). Attaccata ripetutamente dalla cavalleria austriaca e minacciata di fianco dalla brigata Piret che aveva ripresa l’altura di Oliosi, la 1a divisione fu costretta a ripiegare su Valeggio e Monzambano.

 LA “VITTORIOSA” RITIRATA ITALIANA

 Furono feriti i generali Dho e Cerali. Anche il Villahermosa, che da Oliosi aveva ripiegato su Casa Valpezone, continuò la ritirata per raggiungere la 5a divisione che aveva la brigata “Brescia” schierata ai due lati della Pernisa e la “Valtellina” sull’altura di Muraglie.

  Respinta la brigata Piret con impetuose cariche degli squadroni “Aosta”, che quel giorno si guadagnarono la medaglia d’oro, la riserva del I Corpo occupò M. Vento; ma intanto anche la divisione “Sirtori” del Villahermosa si trovava nuovamente in difficoltà: la brigata Brescia, attaccata da forze superiori, si era difesa accanitamente distinguendosi il 19° reggimento che aveva sbaragliato e messo in fuga il reggimento “Benedeck”, ma, alla fine, decimata, si univa alla “Valtellina”; questa a sua volta già attaccata si sosteneva a stento ed era stata ridotta a pochi uomini.

  A togliere dal grave pericolo in cui la 5a divisione si trovava contribuì efficacemente il generale PIANELL, il quale, nonostante l’ordine ricevuto di non muoversi dalle posizioni occupate presso Peschiera, resosi conto della difficile situazione in cui si trovava la sinistra del I Corpo, passò il Mincio con alcuni battaglioni dell’ Aosta e li mandò a sostegno dell’ala sinistra comandati dal colonnello PASI, quindi fece passare altre truppe della sua divisione, il cui intervento fu provvidenziale, perché il Pasi, avanzando su Marzago e Fontana, attaccò la divisione austriaca di riserva e la colonna Bellacs uscita da Peschiera riuscì a ricacciarle indietro, e che poi il maggiore Aichelburg con il 17° battaglione bersaglieri, coadiuvato da alcune batterie e da battaglioni del 6° e del 32° fanteria, distrusse quasi interamente il 36° battaglione cacciatori austriaco, diretto a tagliare il ponte di Monzambano.

  A questi valorosi ma modesti successi seguirono quelli conseguiti dalla brigata “Valtellina” che contrattaccò brillantemente e respinse la brigata austriaca “Bauer”, riconquistando le posizioni abbandonate dalla “Brescia”. Ma furono tenute per poche ore; verso le due del pomeriggio, il SIRTORI, vedendo la brigata Piret progredire verso M. Vento, dove il generale DURANDO era stato ferito, e avanzare contro le sue posizioni le brigate “Bauer” e “Mòring”, non potendo con le poche forze di cui disponeva far fronte a tanti nemici si ritirò, molestato gravemente dall’artiglieria nemica, verso Valeggio dove, non molto più tardi, ripiegarono anche le truppe di riserva dal M. Vento, attaccate da un numero di forze triple.

  LA BATTAGLIA DI CUSTOZA

  Con maggiore accanimento si combatté quel giorno anche al centro e sulle alture di Custoza che diedero poi il nome alla battaglia. Il Generale BRIGNONE, eseguendo gli ordini di LA MARMORA, aveva occupato le alture di Monte Torre e Monte Croce con le truppe della 3a divisione (“granatieri di Sardegna” e di “Lombardia”). Assalito dalle brigate WECKBECKER e BÓCK, le respinse dopo un sanguinoso combattimento, durante il quale fu ferito, alla Cavalchina, pure il principe AMEDEO di Savoia che combatteva alla testa della brigata “granatieri di Lombardia” di cui era comandante; ma più tardi, attaccata da truppe fresche nemiche (“brigata Scordier”), nonostante le prove di valore dei suoi soldati, dovette sgombrare una buona parte delle posizioni.

  Ma M. Torre e M. Croce non dovevano restare agli Austriaci: il 1° e il 3° battaglione del 64° fanteria della divisione “Cugia”, guidati dal colonnello FERRAR, contrattaccarono il nemico ricacciandolo indietro e conquistarono le posizioni, dove vi erano un migliaio circa di granatieri e bersaglieri della 3a divisione.

  A completare questa breve riscossa giunse il generale GOVONE con la 9a divisione (“brigata Pistoia” e “Alpi” e 34° batt. bersaglieri). Sostenuto dai granatieri superstiti del “Frignone”, da M. Torre dove si era portato, assalì Custoza, tenuta dagli Austriaci, e se ne impadronì verso le ore 11, quindi scacciò la brigata “Scordier” dal Belvedere e da alcune posizioni a nord di Custoza.

  Contro le posizioni conquistate dal CUGIA e dal GOVONE furono sferrati numerosi contrattacchi nemici. Invano i due generali chiesero rinforzi al DELLA ROCCA, comandante del III Corpo (quello di riserva), invano le divisioni del principe UMBERTO e del BIXIO, inoperose a Villafranca, chiesero insistentemente di andare in loro aiuto; l’8a e la 9a divisione rimasero da sole a combattere, demoralizzate e perfino affamate, contro il nemico fresco e più numeroso, per oltre sei ore, dalle 11 alle 5 e mezza pomeridiane.

  Verso mezzogiorno gli Austriaci erano riusciti a conquistare il Belvedere, ma furono ben presto ricacciati dalle truppe del GOVONE. Verso le 16 entrarono in  azione le brigate “Toply” e “Welserheinb”, le quali nonostante la valorosa resistenza della divisione Govone e dei resti della 3a del tenente colonnello BONI, espugnarono la Bagolina, M. Molimenti e M. Arabica. Alle 16,30 la brigata “Móring” attaccò Custoza e il reggimento Maroicic M. Croce.

  Erano gli ultimi assalti, “era – scrive il Pollio – per gl’Italiani, una lotta senza probabilità di riuscita, perché erano molto inferiori in numero, perché avevano truppe stanchissime contro truppe fresche, perché la loro artiglieria era troppo inferiore all’artiglieria avversaria per quantità, per le posizioni occupate e per disponibilità di munizioni. Così cadde Custoza, nelle cui vie si combatté a corpo a corpo ostinatamente; così cadde M. Croce e alle 17,30 le truppe italiane iniziarono la ritirata su Valeggio. Anche Villafranca fu sgombrata: la ritirata fu protetta dalla divisione Bixio e dalla cavalleria di linea; la cavalleria austriaca la assalì, ma fu ricacciata”

  Prima che spuntasse l’alba del giorno dopo, tutto l’esercito italiano, sebbene Vittorio Emanuele avesse ordinato che Valeggio fosse tenuta ad ogni costo, aveva ripassato il Mincio.

  Il Re attraversò il Mincio al ponte di barche di Pozzolo, poi per Valeggio prese la via di Villafranca. Udì i cannoni da quella parte, pensò che fossero le sue batterie, mandò a prendere informazioni; ma non le ebbe. Salì sulla collina di Monte Torre, ma appena comparve sul cucuzzolo incominciarono a piovere granate austriache, così capì subito di chi erano. E sotto le granate comparve pure il Comando Supremo con La Marmora, non infuriato ma ancora pieno di speranze, anche se non aveva idea di cosa fare; il Re che era inquieto per l’attacco alle posizioni di Custoza, ora scopriva che La Marmora era in giro per il campo, di modo che nessuno poteva comunicare con lui. Fra lui e il re sorse un battibecco. Alla fine si decise di andare a raccogliere gli sbandati che scendevano da Monte Torre e Monte Croce. Ma non è che La Marmora si era reso conto ancora della situazione.

  Anche il Re sul ponte Tione andò a dare man forte per riunire gli sbandati della divisione Brignone. Oltre che il triste spettacolo, pochi soldati ubbidivano perché pochi lo conoscevano, né volevano prendere ordini da lui in un momento così pericoloso; fin quando l’ufficiale di scorta lo convinse a ritirarsi dal pericolo, fra l’altro comunicandogli che suo figlio Amedeo era stato ferito. “Meglio ferito o morto piuttosto che prigioniero” commentò e prese la via per Valeggio, per incontrarsi nuovamente con La Marmora, ma trovò una tale confusione che proseguì per Cerlongo. E a sua volta a Valeggio arrivò La Marmora ma invece di andare al Quartier Generale di Cerlongo ad incontrare il Re prosegui per Goito in mezzo al caos.

  Fu a quel punto che La Marmora finalmente resosi conto, impressionato dalla rovina, decise di ritirarsi e andava dicendo “che disfatta, che catastrofe, peggio del 1849!”, “Le truppe non tengono!”, quando invece -lo riconobbero gli stessi austriaci- gli italiani avevano combattuto bene, che sarebbe bastato in quelle stesse ore un contrattacco per essere da loro sconfitti.

  Purtroppo sia La MARMORA che CIALDINI (che non si era ancora nemmeno mosso dal Po) avevano la convinzione che la situazione fosse molto grave ed agirono sotto tale influsso. Uno aveva deciso di ritirarsi, e l’altro intimorito, invece di attaccare non solo non si mosse, ma iniziò a ritirarsi anche lui verso Modena.

  Solo allora il re maledisse i suoi errori: quello di aver fatto due eserciti, e che ora si trovava a non comandarne nemmeno uno. Né a vederne uno di quelli a cui aveva affidato il comando!

  “Questa la battaglia di Custoza. Da parte degli Italiani – scrive il Pollio – non vi fu nessun piano d’azione (ogni comandante dei vari reparti, abbandonato a se stesso, agì come poté, senza potersi preoccupare di quanto avveniva altrove), quindi un’azione slegata in sommo grado, una successione di sforzi, sterili di risultati, perché non coordinati e non appagati, episodi di strenuo valore, anche azioni tattiche in più larga scala ben pensate e ben riuscite;con grande logoramento di forze e di energie in alcuni riparti; intere divisioni rimaste con le armi al piede tutta la giornata o quasi. Risultato finale: la sconfitta”.

  “Del comando supremo le colpe maggiori, è che non funzionò né prima né durante la battaglia: trascurò infatti il servizio d’informazioni e l’esplorazione del terreno, in modo da render possibile al nemico la sorpresa; non precisò l’ora in cui i Corpi avrebbero iniziato l’avanzata il mattino del 24; non curò l’ordine di marcia facendo sì che la cavalleria si trovasse dietro la fanteria; i carriaggi si frammischiarono ai combattenti ostacolandone i movimenti; dimenticò a Piadena cinquantaquattro cannoni, che, portati sul campo, avrebbero data la superiorità sul nemico; ed infine, per non dire altro, non comunicò ai comandi di corpo d’armata e di divisione il luogo del Quartier generale”.

  “LA MARMORA, senza stato maggiore, né ufficiali d’ordinanza, andò lui errando per il vasto campo, impartendo comandi contraddittori, secondo le parziali e immediate necessità, ora assumendo ufficio di divisionario, ora di brigadiere, ora di colonnello; ma del tutto ignaro dell’insieme del combattimento. I capi di corpo, disorientati e privi d’iniziativa, non sapevano dove cercare il comando generale, con un La Marmora sempre vagante in mezzo all’azione. Il re stesso vanamente e a lungo ne fece ricerca in ogni dove” (Gori).

  “Si aggiunga che per l’insufficienza del comando supremo un intero corpo d’armata, il II, rimase inoperoso e si tengano presenti, se si vogliono ricordare le principali cause dell’insuccesso, l’inesplicabile condotta del DELLA ROCCA che, mandando in aiuto a Govone e a Cugia le due divisioni di Villafranca, avrebbe potuto conseguire la vittoria; gli errori commessi dal DURANDO e dal CERALE al principio dell’azione; lo sbaglio del VILLAHERMOSA quando la divisione “Sirtori” rimase senza avanguardia e la “Cerale” n’ebbe invece due. Inoltre – “nota bene il Silva” – “le nostre divisioni operarono così slegatamente e alla spicciolata da trovarsi quasi sempre di fronte a nemici superiori di numero; quantunque, in complesso l’esercito italiano del Mincio fosse di molto superiore a quello austriaco.

  “Nel settore di sinistra 12.000 italiani agirono in modo sparso contro 32.000 austriaci; nel settore di destra intorno a Custoza tra la mattina e la sera 24.000 Italiani si trovarono di fronte i 48.000 Austriaci, nel pomeriggio, la lotta si svolse tra 30.000 Austriaci e 15.000 Italíani, mentre altri 20.000 si trovavano inoperosi a poca distanza”.

  I morti, secondo alcuni fonti furono circa 8000. Bisogna ricordare che figuravano molti cognomi italiani fra i morti austriaci, questo perché buona parte dei soldati (CIRCA UN TERZO) provenivano dal popoloso Veneto. Quindi, fu uno sbudellamento “fra italiani e italiani”. Come del resto fu poi anche la lotta navale a Lissa, che narreremo più avanti.

  “La giornata del 24, non ingloriosa del resto per le armi italiane, costituì, più che una sconfitta, un insuccesso che era facilmente riparabile. Lo stesso arciduca non si accorse neppure di aver vinto e non osò inseguirci. Superiori alle nostre erano state le sue perdite; infatti, aveva avuto, tra morti e feriti, 5154 uomini fuori combattimento, gli italiani 3281. Furono i nostri capi che esagerarono la gravità degli avvenimenti. Il Re, in un telegramma al Cialdini, spedito alle 16,45, così esponeva la situazione: “Da questa mattina siamo attaccati in tutti i punti. Battaglia accanita. Abbiamo tutto l’esercito contro di noi. Passi immediatamente il Po. Non so dirle esito. Battaglia continua ancora; essa è dubbia; molte perdite. Divisione granatieri presa la fuga. Mio figlio Amedeo ferito palla in pancia, le iscriverò più tardi se potrò”.

  In un altro, trasmesso alle 22,30, diceva: “Combattimento finito con il giorno. Perdite immense. Molti generali feriti. Nemico fatto molti prigionieri. Divisione Sirtori, divisione granatieri principe Amedeo, divisione Cerale che è ferito; non tennero. Quelle della Rocca fecero tutte buona resistenza. Dato ordine di ripassare il Mincio. Guarderò tenere Volta e riportare truppe, riprendere offensiva, ma mi mancano quelle tre divisioni che manderò organizzare altro luogo”.

  Abbiamo detto che l’insuccesso era facilmente riparabile. Occorreva tenere Valeggio e dopo un giorno di riposo ricominciar l’avanzata con l’esercito del Mincio, ancora in buone condizioni, e con quello del Basso Po. Occorreva insomma fare quel che Vittorio Emanuele aveva pensato telegrafando al Cialdini di passare immediatamente il Po e informandolo, come si è visto, che avrebbe ripreso l’offensiva, che l’Arciduca Alberto prevedeva per il giorno dopo, come risulta dal suo ordine scritto del 24.

  Invece non fu così. LA MARMORA, il 25 giugno, decise che l’esercito del Mincio si ritirasse “per prendere una forte posizione difensiva sulla linea Cremona-Pizzighettone Piacenza” e, scrivendo a Garibaldi, il quale era già giunto a Monte Suello, gli raccomandò di coprire le città che, come Brescia, sarebbero rimaste esposte al nemico.

  Il 27 nondimeno La Marmora stabiliva di limitare il movimento di ritirata alla linea dell’Oglio. Dal canto suo il Cialdini non solo non ubbidì all’ordine del re, telegrafatogli il 24, “di passare il Po”, ma allarmato dalle notizie ricevute dal Mincio, rinunziò al primitivo piano e dopo un vago consiglio di guerra, iniziò la ritirata del suo Corpo verso Modena. Né volle sospenderla quando il 26, da Cerlungo, La Marmora gli telegrafò: “Capisco che dopo giornata del 24 rinunziate al vostro progetto su Rovigo, ma vi prego caldamente di non abbandonare il Po, anzi continuare dimostrazioni per passarlo onde noi possiamo prendere una migliore posizione”.

  Erano questi i funesti effetti della mancanza di un comando unico. Il 26 di fronte all’atteggiamento del collega LA MARMORA dichiarò che erano troppi a comandare e presentò al re le dimissioni, consigliando che si desse al Cialdini il comando supremo. Seguirono due giorni di trattative, durante i quali l’esercito italiano rimase quasi senza comando, a causa del CIALDINI che pretendeva l’allontanamento del re dal campo. VITTORIO EMANUELE non voleva fare tanto sacrificio e LA MARMORA insisteva nelle sue dimissioni.

PERDITE:

Armata Italiana:

Morti:         724

Feriti:      2.576

Prigionieri: 3.674

Dispersi:      454

Totale:      7.401

Armata Austriaca:

Morti:       1.170

Feriti:      3.958

Prigionieri:   120

Dispersi:    2.682 (la maggior parte dei quali erano Veneti

     che  tornavano alle loro case…)

Totale:      7.956

EPILOGO

  Più tardi nella sua prima relazione del 1868, La Marmora diede la colpa di quanto era accaduto tutta al Re: “Ero stato nominato Capo di Stato maggiore, in tale carica io potevo proporre, suggerire, consigliare, invece mi si vietava di agire di proprio impulso, di emanare ordini chiari, precisi, assoluti, com’è nella mia natura…e mi si costringeva sovente di tacere, cedere, transigere”.

  In realtà La Marmora agì sempre in piena libertà. E anche la ritirata fu decisa da lui, e non imposta dal Re, che addirittura ubbidì perfino ai suoi ordini, mentre La Marmora non ubbidì a quelli del Re. Inoltre resta il telegramma inviato a Cialdini giustificando le sue dimissioni “…Perché siamo troppi a comandare. Propongo che prendiate Voi il comando con ampia facoltà di far tutte le nomine che credete”. Questo era il colmo! fa lui il capo e nello stesso tempo il sovrano.

  Insomma La Marmora si azzardava pure ad esautorare il Re. Ma il Re nel frattempo aveva telegrafato a Cialdini per un incontro e per fare il giorno 27 il punto sulla situazione. E Cialdini con molta disinvoltura (rivincita non trattenuta) si affrettò con una punta di perfidia e di rivalsa, a svelare a La Marmora l’invito regio. Questo era il clima di collaborazione!

  Seguirono dopo la disfatta, tante polemiche e reciproci rimproveri; chi diceva che La Marmora “ormai non godeva più la fiducia nell’esercito” (il 28 VINCENZO RICASOLI, colonnello di Stato Maggiore, scrivendo al fratello BETTINO a Firenze) che “bisognava dare il comando a Cialdini per risollevare il morale delle truppe”. Ma Cialdini fece sapere che non accettava l’incarico finché il Re non abbandonava l’armata; e le stesse condizioni chiese poi La Marmora quando il Re dopo aver prima accettato le dimissioni, poi respinte, gli ripropose di guidare l’esercito. Promettendogli però di “…lasciar fare e di astenersi da ogni atto che possa disturbare, purché si salvino le convenienze verso di lui davanti all’esercito ed alla nazione, perché quando un re di  Prussia ha il comando supremo dell’esercito, il Re d’Italia non può essere da  meno”.

  La sera del 29 giugno a Parma la crisi del comando fu risolta. LA MARMORA dopo aver accettato di riprendere il Comando, conveniva con il Cialdini nell’idea di sferrare l’offensiva il 5 luglio partendo dall’Oglio, mentre CIALDINI contemporaneamente avrebbe dovuto attaccare Borgoforte. Ma La Marmora nella notte tra il 2 e il 3, senza avvertire Cialdini, tornò a fare il “La Marmora”.

  Agendo da solo e senza informarlo fece fare una ricognizione in forze oltre l’Oglio.

  Ma non sapremo mai cosa avesse in mente di fare il 5, giorno fissato per l’attacco, perché quel giorno giunse… lo stop

Dopo la battaglia del 24 giugno il paese era inquieto, la stam­pa attaccava quotidianamente il governo per i silenzi, le esita­zioni, la mancanza di notizie certe, l’inerzia che sembrava aver colto tutti, il re, La Marmora, Cialdini, Persano, l’ammiraglio che era al comando di una flotta potente il doppio di quella nemica e se ne stava chiuso in rada ad Ancona, senza fare asso­lutamente nulla.

Lo stesso Garibaldi, con i suoi volontari male armati e peggio equipaggiati, era stato lasciato a combattere una guerra periferica, dura e di esito incerto.

La scelta non era certamente stata casuale: più lontano se ne stava dal fronte principale e meglio era, peggio per lui se le cose gli andavano storte.

Non solo, la sera del 25 aveva ricevuto l’ordine da La Marmora di arretrare dalle sue posizioni per coprire Brescia, minacciata dalla ritirata dell’ esercito. Quando,

 finalmente, nei giorni successivi riceve nuovi reggimenti, Garibaldi riprende la sua avanzata, ma in uno scontro viene ferito ed è costretto, da allo­ra, a dirigere le operazioni restando seduto in carrozza.

Siamo ormai a luglio, fra la sorpresa di tutta l’Europà il 3 e­sercito prussiano ottiene contro gli austriaci una decisiva vitto­ria a Koniggratz (Sadowa) in Boemia.

Il giorno dopo l’Austria chiede a Napoleone di intervenire, confermando la propria volontà di cedere il Veneto alla Francia, così come già stabilito da un accordo firmato qualche giorno prima che la guerra scop­piasse.

La notizia arriva in Italia come un fulmine a ciel sereno, sca­tenando polemiche, risentimenti e recriminazioni che si vanno ad aggiungere alla polemica crescente contro le responsabilità dei generali a Custoza e l’inazione del Persano, che non ha ancora mosso un dito, nemmeno per rispondere alle cannonate della squadra austriaca giunta fin davanti ad Ancona: Persano, si dice, è come una savia fanciulla, che evita con gran cura di far parlare di sé.

Marinai e soldati valorosi, generali e ammiragli inetti: La Marmora e Persano!

È la realizzazione della favola d’una falange di leoni, capitanata da cervi. Le polemiche vengo­no rinfocolate dagli articoli apparsi sulla stampa austriaca, nei quali si mette in luce il fatto che solo la pessima conduzione delle truppe italiane ha consentito all’arciduca Alberto di pre­valere il 24 giugno.

Dopo la sconfitta militare, la decisione austriaca di cedere il Veneto a Napoleone III viene vissuta come l’umiliazione ultima.

Il paese è gettato – si scrive – nella più straziante perturbazione.

Ovunque si impreca contro i continui tranelli della Francia.

Si dice apertamente che l’imperatore dei francesi è stato troppo adulato, che si è troppo confidato di non saper far nulla senza prima consultarlo e ottenerne il permesso; ci si chiede se questa deferenza non sia già abbastanza umiliante per una nazione che intenda conquistare la propria unità.

Man mano che i particolari dell’ operazione diplomatica si precisano, la protesta si estende, diventa talora aperta minaccia: parlando di abisso della vergogna la stampa più vicina al movi­mento garibaldino arriva ad affermare che l’Italia non deve esservi trascinata, dovesse il sangue dei migliori suoi figli ros­seggiare sul lastrico di tutte le italiane città!

 E poi, quale assur­dità, se la Venezia appartiene alla Francia – come nota la stampa francese – gli italiani non potranno condurvi operazioni militari, perché esse verrebbero dirette verso un territorio francese!

L’umiliazione, la rabbia suscitata nel paese fanno compiere un salto di qualità alla critica delle vicende politiche, diplomati­che e militari.

  Il processo di unificazione politica viene collegato direttamente all’influsso della Massoneria e alla rivoluzione francese, che ne vedeva in Napoleone III° – alla pari di Napoleone I° – un propagatore, in versione moderata per renderla più accettabile alla borghesia liberale dell’epoca. Al punto di farlo apparire come un alfiere dell’unità dei popoli in generale e di quello italiano in particolare.

  Di conseguenza, nessun patriota italiano poteva più permettersi di avanzare dubbi sulla realtà del progetto del Bonaparte, ormai accettato a tutti gli effetti come il Liberatore dell’Italia, di unire gli italiani in un’unica nazione indipendente, che fino ad allora aveva riscosso scarso credito.

Intanto, continua il grottesco balletto che vede protagonisti La Marmora e Cialdini. Il primo vuole dimettersi e rimettere il comando al secondo, ma il re e Ricasoli, presidente del Consi­glio, sono contrari e La Marmora resta al suo posto, malvolen­tieri.

Cialdini, che ormai rifiuta evidentemente di sottomettersi all’altro, se ne sta comunque ben fermo sulle sue posizioni sotto al Po, sostenendo che, prima di passare il gran fiume, si debba far cadere la piazzaforte nemica di Borgoforte.

Le operazioni iniziano effettivamente il 5 luglio, ma Borgoforte, invece di cadere in un giorno, come lo stesso Cialdini aveva garantito, resiste fino al 18.

L’ 11 Cialdini occupa finalmente Rovigo e tre giorni dopo a Ferrara ha luogo un consiglio di guerra cui pren­dono parte il re, Ricasoli, il ministro degli Affari esteri Visconti Venosta, il ministro della Guerra di Pettinengo, il ministro della Marina Depretis, La Marmora e Cialdini.

Alla fine del consiglio il quadro del comando dell’ esercito esce profondamente mutato: Cialdini avrà un comando indipendente con un’armata com­posta da ben quattordici divisioni.

Il re resterà alla testa di un’armata di sei divisioni, della quale il La Marmora sarà capo di stato maggiore. Le disposizioni sono di riprendere immedia­tamente le operazioni militari: Cialdini dovrà muovere celer­mente verso l’Isonzo ed eventualmente su Vienna; l’ armata del re resterà a difesa delle linee di operazione, assedierà Verona e cercherà di dare manforte a Garibaldi nel tentativo di conqui­stare il Trentino.

Dal canto suo, Persano dovrà, entro otto gior­ni, attaccare la flotta nemica, pena la sua destituzione.

Cialdini avanza, senza peraltro trovare grande resistenza da parte austriaca, perché uno dei tre corpi d’armata dell’arciduca Alberto è stato trasferito sul fronte boemo e gli ordini impartiti da Vienna sono di ritirarsi a difesa dei confini del Veneto, senza farsi impegnare in combattimenti seri.

Garibaldi, dal canto suo, riprende l’avanzata, contrastato dal generale Kuehn, che guidava la retroguardia dell’esercito.

Il 21 vince il difficile scontro di Bezzecca e il 27 arriva nei pressi di Trento.

Intanto, pressato da tutti, il 20 luglio Persano finalmente si muove.

A Lissa la sua flotta, superiore per numero, tonnellag­gio, armamento e qualità delle navi, si scontra rovinosamente con quella austriaca dell’ammiraglio Tegetthoff.

Per l’Italia è una nuova Custoza, la sanzione definitiva di una catastrofe militare che nessuno si aspettava.

L’armistizio di Cormons, firmato dal generale Petitti e dal generale Moring il 12 agosto, congela la situazione, ma non lenisce il bruciore delle sconfitte.

Il Veneto nei suoi confini amministrativi passa all’Italia, naturalmente per tramite e concessione di Napoleone II!.

In ottobre verranno i plebisciti a confermare definitivamente l’annessione all’Italia, che si assumerà parte del debito pubblico austriaco per il Vene­to nella misura 87 milioni e mezzo di lire.

Dal Trentino gli italia­ni, invece, devono sgomberare.

  Taluni giornali e generali ebbero a criticare aspramente i soldati veneti che combattevano sotto le bandiere austriache soprattutto per il loro accanimento durante la battaglia.

  Ma dimenticavano che i veneti avevano già avuto notizie del trattamento che subirono le popolazioni meridionali da parte dell’esercito invasore piemontese e garibaldino, e avevano il timore che tale trattamento fosse riservato anche a loro!

  Cioè temevano i massacri di Bronte, e le trucidazioni e i paesi dati alle fiamme, interi villaggi distrutti e i loro abitanti ammazzati. 

  Non intendevano fare la stessa loro fine!

  Non intendevano fare, cioè, la stessa fine delle migliaia di soldati prigionieri dell’ ex Regno delle due Sicilie internati nelle province settentrionali e di cui erano scomparse le tracce!!!

  Scrive, infatti, il legittimista Giacinto De Sivo (Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, vol.II, pag.354) riferendosi a loro: “tenevano i Napoletani prigionieri in castelli subalpini, barbaramente, se fradicia paglia, affamati, con panni da estate in crudo inverno! Sì tartassandoli per indurli a pigliar livrea. Sempre rispondevano no: messi in luoghi stretti e umidi, gridavano viva Francesco! Liogati allora a due a due, e mandati in fortilizi lontani, come potevano fuggivano, o a casa o a’ Tedeschi”, cioè nelle province austriache del Veneto e del Trentino.

  E ancora:

  Memori di ciò che fece Raffaele Cadorna, cinquantuno anni, volto ascetico sul quale campeggia un naso volitivo, il quale non può non ripensare a quelle truppe piemontesi che aveva comandato cinque anni prima in Abruzzo, gui­dandole in una lotta terribile contro i briganti che infestavano quelle pIaghe da poco liberate e unite al resto d’Italia.

Che cose orribili erano successe in quella campagna. Agguati, fucilazioni, omicidi, stupri, massacri, cadaveri esposti nelle pub­bliche piazze, cittadini passati per capi briganti ammazzati e poi, ripuliti alla meglio, messi in posa accanto ai soldati piemontesi; malattie, fatiche spaventose, il tutto in un crescendo di odio e di terrore, misti a delusione e rabbia per come andavano le cose, per come i sogni di un’altra Italia morivano nei boschi e nelle montagne del Mezzogiorno! (Marco Gioannini e Giulio Massobrio)

Alle morti in combatti­mento si erano aggiunte quelle dovute alla malaria e alle febbri, indotte dalle difficili condizioni ambientali alle quali i soldati set­tentrionali non erano abituati

Il maggior generale Franzini,. sul finire del ’62, aveva scritto a Napoli un rapporto riservato con cifre terribili: decine di ammalati per compagnia, alcune di queste con non più di dieci individui sani, cinque morti in una settimana nella compagnia di bersaglieri stanziata a Rocca Minarda, per febbri tifoidee e perniciose causate dalle faticose perlustra­zioni di quei giorni.

Cadorna ricorda purtroppo come spesso le truppe regolari avessero dovuto fare a gara con i briganti in efferatezza, per esempio a Pontelandolfo dove i bersaglieri avevano massacrato la popolazione inerme, vecchi, donne e bambini compresi, tanto da suscitare le ire di Giuseppe Ferrari, che alla Camera ebbe a esclamare che non così si era intesa fare l’Italia.

In un primo momento tutto era stato lasciato all’iniziativa dei comandi locali-costringendo talvolta a trucchi e menzogne per aggirare la stampa troppo curiosa e incline a denunciare i mini­mi eccessi. Così aveva fatto, per esempio, Della Rocca quando, per poter fucilare i briganti catturati senza-destare troppa ripu­gnanza, li aveva fatti passare tutti per capi banda.

     … e questi erano i nomi dei generali piemontesi che stavano per occupare il Veneto!

     Ma come si poteva pretendere che i Veneti li accogliessero? Come si poteva pretendere che i Veneti non preferissero i molti più civili austriaci?

  Al termine della battaglia i veneti, anziché seguire l’Arciduca Alberto verso Vienna, preferirono rientrare nelle loro abitazioni per poterle difendere dagli “amici e liberatori” italo-piemontesi!!!

Luigi Gigio Zanon

fonte

Custoza – La Battaglia

custoza
I luoghi della battaglia di Custoza

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