Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

DELLA CONDIZIONE FINANZIERA DEL REGNO DI NAPOLI

Posted by on Ott 23, 2018

DELLA CONDIZIONE FINANZIERA DEL REGNO DI NAPOLI

Lo stato delle finanze di un paese è l’indice più indubitato del benessere sociale derivante dalla saggezza del politici ordinamenti, e dallo spirito di provvida opportunità che informa e dirige l’esercizio dell’azione governativa. ché la prosperità finanziera è prosperità sociale: queste due idee, distinte nell’ordine scientifico, si confondono, come causa ed effetto simultaneo, nell’ordine civile.

 

Chi osservi il mirabile incremento di potenza e di vita cui son pervenute progressivamente in fino ad ora le finanze degli Stati delle due Sicilie può di leggieri intendere come le sorgenti della prosperità materiale di questi popoli (che è, sotto varii rapporti, inseparabile dal benessere morale) sieno da ricercarsi nell’attitudine del Governo ad essere più che a parere sollecito degl’interessi generali della Società, a fecondare con fermo intendimento tutt’i germi della prosperità pubblica, a spandere intorno a sé la confidenza e l’amore, ed a creare con la potenza del suo credito i mezzi delle più utili intraprese. Sarebbe superfluo farsi qui a ragionare della eccellenza del sistema finanziero Napoletano, e della saggezza delle leggi e degli stabilimenti, su cui si fonda. Il maggior perfezionamento delle quali nelle diverse branche della pubblica Amministrazione è per altro una delle più serie ed incessanti cure del Governo del RE delle due Sicilie, cui non può sfuggire la massima che se gli ordini e gl’istituti, facili per originario vizio ad esser corrotti, possono meglio esser cambiati che ristorati, gl’istituti anche ottimi vogliono essere a quando a quando ristorati, onde non inchinino a corruzione.

Lo stato però della floridezza della Finanza, la quale si spande come prosperità nazionale in tutti gli ordini della civil comunanza, ed è il potente motore del progresso delle industrie, del commerci e dell’Agricoltura del Reame, è conseguenza di una saggia, ferma ed onorevole amministrazione, che cominciò ad inaugurarsi nel primi anni del Regno di FERDINANDO II, ed è stata fino ad ora ed è costantemente proseguita non pure col medesimi principii, ma sotto l’impulso altresì di uno spirito sempre più elevato di ben inteso progresso amministrativo.

II.

Gioverà rammentare in fatti alcuni più notevoli tra i moltissimi atti governativi che compongono la storia delle Finanze Napoletane dal 1830 sino al presente.

Gli avvenimenti del 1820 e del 1821 avevano lasciate profonde tracce, che si sarebbero dette incancellabili, nella posizione economica del paese. Il Debito pubblico sul Gran Libro, che per lo innanzi giungeva appena ad annui ducati 1,420,000, fu aumentato a ducati 5,190,850, come rilevasi dal Decreto del 15 dicembre 1815. Oltre a ciò gli stati discussi annuali presentavano continue deficienze, a sopperire le quali vedevasi accrescere successivamente la somma di un debito fluttuante, che il Decreto degli 11 gennaio 1831 annunziò nella ingente somma di ducati 4,345,251.50.

Prima cura del RE nel montare sul Trono de’  suoi antenati fu quindi il dovere intendere con fermo e sapiente animo a ristorare lo stato delle Finanze così enormemente gravate. e a restituire l’equilibrio tra le entrate e le spese, senza accrescere il peso delle pubbliche contribuzioni, e senza nulla togliere a tutte le esigenze de servizi pubblici.

Anzi cominciò egli con lo scemare di una metà l’imposizione del Macino, che più gravosa tra le altre riusciva su le popolazioni, e che importava la somma di duc. 1,251,000; mentre la tassa graduale, che venne in iscambio posta su i soldi e su le pensioni, procurò nei primi anni alla Tesoreria generale un introito di non più di ducati 250 in 300mila all’incirca, che videsi poi ridotto a poco più di cento mila ducati all’anno, attesa l’abolizione della detta tassa in favore degl’impiegati in attività, sancita con Decreto del 26 gennaio 1836, ed in favore delle pensioni di giustizia per effetto dell’altro Decreto del 1 giugno 1842. e D’ altra parte tutta la pubblica Amministrazione si adagiò alle abitudini di una temperata e saggia economia. Il Sovrano diede il primo esempio col rilasciare sugli assegnamenti di Casa Reale la somma di ducati 370,000 all’anno. Volgendo continuamente il pensiero a ristabilire l’equilibrio delle finanze, infondeva nell’animo dei cittadini quello spirito di parsimonia che vuolsi considerare come il rimedio più efficace per ricomporre l’ordine nelle pubbliche fortune e nelle private. I bilanci e stati discussi preventivi dal 1831 al 1841 presentavano i nei loro risultamenti generali le seguenti posizioni.

1835 e 1836 1837 1838 e 1839
Introito duc. 26,522,691 26,451,835 26,150,721
Esito 26,450,549:91 27,676,396 26,150,721
Super l’introito 72,141:80 Def. 1,224,561:86 Eguale
1835 e 1836 1837 1838 e 1839
duc. 26,100,107 26,010,731 26. 067,840 —
26,100, 107 26,070,731 26,375, 308.99
Eguale Déficit 60,000 Déficit 307,468
1840 1841  
Duc. 26,846 26,992396  
26,846 26,992396  
Déficit 436 Eguale  

Comunque in taluni dei predetti anni si fosse avverata una deficienza; pur nondimeno, a prescindere da’ molti esiti straordinarii che da diverse circostanze di opportunità erano reclamati, i più vistosi debiti preesistenti vennero estinti, e tra gli altri il debito galleggiante annunziato col Decreto degli 11 gennaio 1831 in duc. 4,345,251:50; il debito con gli Americani in duc. 2,538,000, compresi gl’interessi; e varii debiti con la Cassa di Ammortizzazione per diverse cause nella vistosa cifra di ducati 1,850,000 circa. Oltre alle quali cose, molte opere pubbliche con ingente spesa della finanza furono intraprese o continuate, come quella della bonificazione del bacino inferiore del Volturno, e del muro finanziero. E moltissime anticipazioni vennero fatte dal Tesoro per le opere pubbliche provinciali o per altri gravi bisogni della Civile Amministrazione.

Tutto ciò agevolmente si spiega con due precipue considerazioni, l’una che i cespiti dati a regia e riportati nei bilanci per la sola cifra certa dell’estaglio assicurato fruttarono un introito a gran pezza maggiore, e cospicui vantaggi procurarono alla finanza; l’altra che non essendo mai del tutto esauriti gli esiti, preveduti negli stati discussi de diversi Ministeri, rimanevano, a norma delle leggi della contabilità pubblica del Regno, a benefizio della finanza le somme non spese nel corso del biennio.

Così nel 1837 si verificò un introito maggiore per 1,556,029:92; nel 1838 per duc. 2,291,666: 97; nel 1839 per ducati 871,548: 09; nel 4840 per duc. 1,100,867: 81. E gli esiti effettivi, a paragone dei presunti, presentarono una differenza in meno per duc. 704,020: 17 nel 1837; per duc. 824,142 nel 1838; per duc. 730,698:14 nel 1839; per duc. 138,290: 88 nel 1840.

E mentre la finanza veniva così a risorgere dallo stato di gravezza e di squallore, nel quale giaceva, con Decreto di Agosto 1833 fu abolito il dritto di rivela su i vini, che importava presso che ducati 60,000 all’anno, e fu provveduto con altro Decreto del 18 dello stesso, mese a fondi non pure per l’estinzione del debito pubblico sul Gran Libro, ma ancora per la ricompra delle obbligazioni anglo-napoletane.

III.

Negli anni di un posteriore periodo dal 1841 al 1847 crebbero gli esiti presunti negli stati discussi, per la spesa principalmente dei Vapori da guerra, e per la costruzione della Strada ferrata da Napoli a Caserta, Capua e Nola. Il disavanzo figurava per ducati 380,000 nel bilancio del 1842, per duo. 1,370,471: 68 in quello del 1843, per ducati 1,311,590: 41 in quello del 1844, per duc. 142,828: 91 in quello del 1845, per duc. 190,698: 91 in quello del 1846.

E nondimeno la Finanza sopperì a tutte le spese; e non solo non si ebbe a ricorrere ad imprestiti, o ad operazioni bancarie di sorta alcuna; anzi con Decreto del 7 febbraio 1844 fu prescritto recarsi ad effetto, come incominciò a praticarsi, una nuova maniera di Ammortizzazione del debito pubblico per via di sorteggi, molto già essendo al di sopra della pari il corso delle rendite iscritte, e non convenendo la ricompra delle rendite medesime col sistema stabilito presso la Cassa di Ammortizzazione. Lo scopo di quella misura era duplice; restituire il danaro alla pari a coloro che venivan colpiti dal sorteggio, o convertire la rendita dal 5 al 4 per 100 per coloro che non preferivano di riceversi la restituzione del loro capitale. Poiché i Governi nel tempi prosperi e tranquilli -hanno il diritto e il dovere a un tempo di smettere i loro debiti, ed alleviare la condizione del popoli. Quale sia la forma più opportuna per ottenere questo intento può esser quistione di ragion politica e di alta Economia Sociale; ma il principio e lo scopo e di incontrastabile giustizia.

Fu ammortizzata con rimborso alla pari la rendita 5 per 100, di circa duc. 258,000. Il valore capitale in numerario restituito ai sorteggiati fu di ducati 1,160,660. La rendita conversa dal 5 al 4 fu di duc. 73,590. E i fondi ordinarii, e straordinarii assegnati all’ammortizzazione si elevarono a duc. 4,981,119. L’attenzione principale del Governo si volse, tra le altre cose, a stabilire sagge e ben ponderate disposizioni per impedire l’aggiotaggio ed il giuoco che con grave danno de’  particolari e contro la buona fede si faceva nella Borsa. Il Decreto del 3 dicembre 1844 vi provvide, dichiarando doversi reputare scommesse, ai termini dell’articolo 41837 delle leggi civili, le vendite a termine, ed ogni altra vendita di effetti pubblici senza la consegna e l’effettivo deposito dei titoli.

Il credito del Banco, uno de più antichi di Europa, e il meglio e più stabilmente ordinato, si accresceva ogni dì più; e di una sì  utile autunno non tardò il Real Governo ad arricchire le Città di Palermo e di Messina ne’ Reali Dominii insulari. La Cassa di Sconto tendeva ad assumere per lo slancio delle operazioni commerciali uno sviluppo anche maggiore, e l’avrebbe conseguito, se talune restrizioni legislative dettate da speciali e momentanee circostanze non l’avessero in alcuni ristretti limiti circoscritta.

IV.

L’opera progressiva del miglioramento della finanza nelle sue di verse parti non potè indi non essere interrotta per le tristi vicende del 1848 e di gran parte dei 1849.

Il disavanzo del bilancio dové crescere oltremodo in sino al punto che fu forza, oltre il tentativo di un prestito volontario forzoso, accrescere di altri annui duc. 600,000 circa il debito pubblico iscritto sul Gran Libro. La minorazione degl’introiti; la paralisi del commercio; il disordine nell’Amministrazione; le immoderate esigenze de tempi; tutto contribuiva ad abbassare il credito, a romper la tradizione della retta e ferma Amministrazione finanziera, a portare il disquilibrio e il rovescio della cosa pubblica. Così i disordini politici con l’attaccare la forza e la vita intima della società fan risentire i primi loro colpi su gl’interessi materiali del Governi e dei popoli, essendo gli uni e gli altri violentemente sviati dalla loro opera ed azione spontanea, e dal corso che la provvidenza ha loro segnato.

I tentativi della distruzione dell’ordine sociale falliscono ben tosto, ma le conseguenze nei sogliono essere durature.

La missione del potere riparatore diviene allora vie più sublime e solenne! Dee egli raccogliere tutte le sue forze, spiegare una più viva azione ed una più feconda influenza su tutte le parti della pubblica Amministrazione, far rinascere la confidenza, e richiamare e concentrare intorno a sé tutti gli elementi della potenza industriale ed economica del paese.

V.

Or si osservi come nel volger di brevissimo spazio di tempo non pure i disastri politici e finanzieri del 1848 non lasciarono più traccia di sé nel Regno delle due Sicilie, ma venner tosto convertiti nel più splendido stato di floridezza, quale ne tempi precedenti non erasi raggiunto. L’opera di quel potere benefico e riparatore si rese sempre più incessante, più provvida, e più feconda di ottimi risultati.

L’equilibrio nel bilanci degli anni dal 1850 in poi fu ristabilito. Il disavanzo sempre minore e sempre apparente, perché coverto dal maggiore introito effettivo del Real tesoro, e compensato da’  risparmii della spesa preveduta nel bilanci dei diversi Ministeri, l’ordine restituito nella pubblica Amministrazione: rinato il favore del commercio e la protezione delle industrie; ritornata vie più attiva la circolazione dei capitali: animate le pubbliche intraprese, ed opere ingenti nello scopo di alta utilità sociale o discusse, o disposte, o cominciate, o menate a termine.

Le Statistiche Doganali han sempre presentato un progressivo aumento d’importazioni e di esportazioni con l’estero; il credito pubblico è divenuto ogni anno più solido e robusto; il credito bancario ha toccato il punto estremo di una stabilità non superabile né uguagliata mai.

Se non che di queste cose accadrà in seguito di dover toccare con maggior particolarità nel registrare, ad onore della verità indegnamente vilipesa, alcuni chiarimenti su le osservazioni contenute in un libro testé pubblicato a Torino col titolo «I bilanci del Regno di Napoli e degli Stati Sardi con Note e confronti di A. Scialoja.»

In quella scrittura ha l’autore tentato far paragone tra lo stato della finanza napoletana e la piemontese, per mostrare, esimera ed illusoria la vantata prosperità dell’una, reale e non abbastanza compresa la felice posizione dell’altra. Ma non sapresti dire se sia essa più propriamente a considerarsi come una spontanea giustificazione delle gravezze della finanza piemontese, o come una sfida mossa da mal concetta invidia contro l’irrepugnabile realtà de fatti, e l’opinione di tutta Europa sul prosperevole stato della finanza del Regno delle due Sicilie,

Sfida che all’autore stesso sarebbe apparsa impotente, se di prudenza. di consiglio e di verità di giudizio potesse mai il cieco amore di parte esser capace !

VI.

E già del merito delle cose asserite nell’Opuscolo può farsi anticipata giustizia, sol che si osservi come l’autore sovente confessi non aver egli né autentiche né sicure notizie, essere stato costretto a lavorare sopra informazioni raccolte a gran fatica, aver solo potuto convincersi con argomenti critici della verità de bilanci del 1856, di cui ha avuto sott’occhio una copia. E vie meglio può giudicarsene dall’osservare come si venga su a cagionar della finanza di un paese, non conoscendo altro che le nude cifre dello stato discusso delle entrate e delle spese presuntive di un anno, senza neppure essere in grado di poterne fare riscontro col resoconto del termine della gestione finanziera.

La qual mancanza di notizie autentiche porge per altro occasione al più forte attacco contro il Governo, cui si addebita l’ostinato proponimento di serbare un rigoroso segreto su la posizione della finanza, non permettendosi neanche la pubblicazione a stampa degli Stati discussi.

Ma gli atti governativi che regolano l’andamento dell’Amministrazione finanziera non sono tutti pubblicati nella Uffiziale Collezione delle leggi?

I conti della Tesoreria generale e di tutte le Amministrazioni finanziere (tra i quali di somma importanza son quelli del Gran Libro del debito pubblico, e della Cassa di Ammortizzazione) non si discutono con la pubblicità di un solenne giudizio da un apposito Magistrato che è la Gran Corte dei Conti nelle Camere contabili i cui arresti sono esecutivi e non soggetti all’approvazione del Governo?

Se la pubblicità non può esser richiesta che come guarentigia della retta e ben ordinata Amministrazione; ove sono più forme e maggiori gnarentigie per la esattezza e regolarità delle disposizioni e dell’uso del pubblico danaro di quelle stabilite nelle leggi fondamentali del sistema amministrativo del Regno delle due Sicilie?

E gli Stati discussi si discutono ripetutamente e ponderatamente. Ciascun Ministro ne prepara gli elementi per la spesa del servizii pubblici dipendenti dal suo Dicastero. Il Ministro delle Finanze disamina, controlla, discute i bilanci delle spese di tutt’i Ministeri, e prepara gli elementi del bilancio generale degl’introiti dello Stato. Segue la disamina del Consiglio del Ministri, e quella, da ultimo, del Consiglio di Stato, presieduta dalla persona Augusta del RE.

Queste forme prescritte dal Dritto pubblico del Regno sono scrupolosamente osservate. Esse presentano tutt’i vantaggi che una discussione calma illuminata e scevra di qualunque altra preoccupazione, che al pubblico bene non si riferisca, ha sopra una discussione agir tata dalle passioni dei partiti e non diretta da quella necessaria unità di principi e di scopo, che è essenziale condizione degli atti governativi.

Chi ignora inoltre che, essendo i bilanci norma direttrice di tutto l’andamento della gestione finanziera, e delle operazioni segnatamente della Tesoreria generale, hanno tutta quella maggiore pubblicità che è compatibile per la natura stessa delle cose con gli atti della pubblica Amministrazione?

O vorrà forse intendersi che ivi sia santufficio (secondo l’elegante frase dell’Opuscolo) ove non è rumor di partiti e pubblicità da gazzette?

D’altronde la posizione della finanza napoletana non potrebbe essere un mistero, per chicchessia. Tale è il suo credito da per tutto che solo da certa e diretta cognizione delle cose e de fatti può essere ispirato.

VII.

Quale sia in fatti, almeno in talune parti più importanti, la posizione finanziera del Reame apparirà pur dalle Note e da confronti stessi dell’Autore dell’Opuscolo; per quanto sia poco agevole il seguire un discorso a balzi, e parlare in una quistione complessa di quel solo lato che è piaciuto all’autore presentarne di scorcio e in uno scopo parziale.

Presenta egli alcuni brani di una quistione finanziaria frammista a considerazioni politiche, costretto a mostrare ad ogni tratto di non dover per altro biasimare la finanza, se non pel premeditato concetto di biasimar la politica. –

Uopo è però fermarsi innanzi tutto alla parte puramente finanziera spoglia di qualunque altro accessorio.

VIII.

Lo Stato discusso napoletano del 1851 presentava una deficienza a fronte degl’introiti presunti di D. 3,667,289.

Esso è stato in vigore negli anni successivi fino al 1856, allorché, rimasta ferma la presunzione delle entrate generali dello Stato nella cifra di D. 27,391,617, furono accresciuti gli esiti pel ramo de Lavori pubblici, e per quelli della Guerra e Marina. Onde un maggior disavanzo ammontante a circa D. 5,500,000.

La spiegazione di questo fatto è evidente. La deficienza del 1851 era apparente, siccome quella che veniva non pure coverta, ma abbondevolmente superata dal molto maggiore introito effettivo a fronte della presunzione del bilancio. Laonde era proprio di un saggio e provvido Governo il disporre in guisa che le ricchezze dell’erario si fossero impiegate nel promuovere ed intraprendere le più grandi opere di pubblica utilità, che, mentre occupano il lavoro di buona parte della popolazione, sono consentanee al vero sviluppo della civiltà e del benessere materiale e morale del paese.

Così lo Stato discusso del Ministero del Lavori pubblici che presentava nel 1851 l’ammontare degli esiti in una somma non maggiore di 1,500,000 ducati si elevò a ben oltre 2 milioni. La vasta ed utile Amministrazione delle Bonificazioni; la riforma e il riordinamento di quella de Ponti e Strade; la riforma di tutte le prigioni del regno compiuta in modo da porgere splendido esempio dell’umanità e della sapienza del Governo del RE delle due Sicilie, e della civiltà del tempi; la costruzione de nuovi porti in Gallipoli, in Ischia, e Brindisi; l’intrapresa per esclusivo conto del Real Governo di un lungo corso di strada ferrata da Capua a Ceprano; le innumerevoli costruzioni di Strade, di ponti, e di altre opere degne del genio di un Principe di alti sensi e caldo promotore della prosperità de’  suoi popoli; ecco gli oggetti precipui dell’impiego ordinato dal Governo napoletano delle rendite dello Stato, che avanzano alla soddisfazione di tutti gli svariati servizii pubblici.

La deficienza del bilancio adunque non era che apparente. L’aumento delle pubbliche spese in uno scopo di utilità universale, senza né aumento d’imposte, né alterazione della somma del Dchito pubblico, né formazione di debito fluttuante di sorta alcuna, n’è una pruova indubitata. E l’aspetto di una finanza, dove le rendite eventualmente prevedute sorpassano la previsione del legislatore, come, tra gli altri, è avvenuto nel 1856, per l’aumento di circa il doppio del reddito doganale presunto nel bilancio, è l’aspetto di un’Amministrazione bene ordinata, e di un paese per industria, e per commerci di ogni maniera prosperevole e fiorente.

Difatti nel bilancio del 1857, ragguagliata più al vero la presunzione delle entrate, ed accresciuta anche di più la dotazione di alcuni Ministeri, e di quella segnatamente de Lavori pubblici, la deficienza figura nella somma di un milione circa di ducati.

La previsione del bilanci è conseguenza de’  dati sperimentali dell’introito e della spesa effettiva. E la prudenza governativa esige che, nella presunzione degl’introiti si proceda con alquanta riserva, anche seguendo i calcoli delle precedenti gestioni.

Certo è pertanto che, se il disavanzo di un bilancio è un male economico e finanziero, convien però ben diffinire che intendasi per disavanzo. Esso risulta dal conto delle somme effettivamente esatte e, spese, non dal paragone delle cifre prevedute, essendo noto a chiunque dell’andamento della pubblica Amministrazione sia per poco pratico ed intendente, che delle spese prevedute moltissime possono esser moderate, se la riscossione effettiva degl’introiti non agguagli le cifre prefisse, e moltissimi sono dall’altra banda gli oggetti e le intraprese di pubblica utilità, cui l’eccesso degl’introiti, se si avveri, può essere opportunamente addetto.

IX.

Or fingendo disconoscere tutto ciò, e scambiando il senso della parola disavanzo, l’autore dell’Opuscolo si sforza di provare che una reale deficienza esister debba nel bilancio napoletano.

Egli dice in prima che alcune somme di entrate debbono escludersi dal conto, perché rispondono ad esiti che non figurano nel bilancio generale, come i proventi delle ammende,e de Monti di pietà che sono accessori del banco; del passaporti, ed anche il rimborso della quota del debito della Duchessa di Berry,che non è scritto nel bilancio dello Stato continentale: le quali partite sommano a un milione e 130mila ducati, e fanno quindi crescere di altrettanto il disavanzo. Ma il prodotto delle ammende forestali, del passaporti e de’  cespiti di Polizia si riscuote dalla Finanza, e va noverato nella categoria degl’introiti diversi. Simile è delle multe del registro e bollo. De Monti di pietà non si fa poi parola alcuna nel bilancio. E il rimborso della quota a carico della Sicilia del debito della Duchessa di Berry come non dovrebbe figurare nel bilancio se trattasi di un dritto certo ad esser rivaluto della somma pagata per intero dalla tesoreria napoletana? E come poteva figurare il debito nel bilancio degli esiti del Regno continentale,se fu estinto con danaro della predetta Real tesoreria, che conseguentemente esser deve dalla Sicilia rimborsata per la sua quota?

Molto più grave e quasi incredibile è poi l’altro errore di sottrarre dall’entrata prevista le somme dovute dalla Sicilia per la sua quota di pesi comuni o spese generali, come l’esercito di terra e di mare, la lista civile, la diplomazia, il Consiglio del Ministri ec.; quota, che nel bilancio 1857 ascende alla somma di D. 3,885,089. Questi non gravitano su la parte continentale del Regno; ecco la ragione addotta dall’autore. Ma la Tesoreria di questa parte del Regno le anticipa, ed ha dritto ad esserne rivaluta. Essa ha un credito a riscuotere, e questo credito fa parte integrale delle sue entrate.

Il preteso diffalco adunque dell’ammontare degl’introiti presunti è talmente irragionevole, che non accade il fermarsi di vantaggio a dimostrarne l’assurdo. E lo scopo di far crescere il disavanzo apparente del bilancio di circa un milione di ducati è uno scopo che per istudiati sofismi contro l’irrepugnabile realtà de fatti vince ogni potere dell’autore.

X.

Ma qui si presentano due disamine principali. La prima è di vedere come questo stesso disavanzo di un milione di ducati a un di presso non sia che del tutto apparente. La seconda sta nel vedere quale sia la natura propria del diversi rami di entrate della finanza napoletana per discernere quanta parte consista in dazii e in imposizioni propriamente dette e quanta parte derivi da altri profitti dello Stato e da altre sorgenti di ricchezza finanziera che la sapienza del Governo ha saputo creare senza gravezza alcuna del popoli, e con pieno accordo dell’interesse generale con quello del Regio Erario.

XI.

Ei primieramente la deficienza apparente, la quale non eccede la predetta cifra di un milione, stando alla verità del fatti, e rigettando le sofistiche addizioni, sottrazioni e confronti che fa l’autore, nelle quali cose cade pure egli stesso (come vedrassi in seguito) in apertissima contraddizione,è, nonché coverta, abbondevolmente superata dal maggiore introito effettive; per modo che la finanza napoletana non solo ha potuto e può far fronte a tutti gli esiti largamente preveduti nel bilancio, ma è bastata etiandio a sopperire a crediti suppletorii che nel corso dell’esercizio si accordano a quando a quando pel ramo delle opere pubbliche, cui il Governo con sollecita provvidenza ed attività addice le maggiori ricchezze dell’Erario.

Che questa sia in generale la posizione della finanza napoletana lo mostra il paragone de’  bilanci degli anni precedenti coi conti resi dalla Tesoreria generale. Lo mostra a più invincibile evidenza lo stato delle rendite pubbliche riscosse ne due ultimi anni 1856, e 1857.

Il Sig. Scialoja presenta egli stesso il quadro del mirabile aumento del 4 ½ per 100 dal 1846 al 1864, e del 50 per 100 dal 1855 al 1856, del prodotto delle dogane, delle privative e del dazii di consumo! Egli spiega, questo fatto, ben dispiacevole nell’ordine delle sue idee, col dirlo straordinario, accidentale, non duraturo; con le grandi esportazioni richieste dalla penuria e dalla guerra degli altri Stati di Europa; con l’aumento ancora della importazione derivato dalla bassa ragione del cambio; con la fortuna in una parola, che arride al Governo napoletano, e cui dovrebbe erger più templi, che a qualunque altra divinità. Ma la fortuna è l’argomento del volgo, che vede e non discerne, osserva e non giudica. La penuria e le calamità pubbliche hanno pure in certe proporzioni relativamente eguali travagliato l’interno del Reame; e quando altro fosse mancato, lo aver dovuto sorger vittorioso da colpi della rivoluzione, dell’anarchia e della guerra civile. E non pertanto, il Governo, ripigliata appena la sua autorità e la sua forza, ha rivolte tutte le sue cure a far prosperare le industrie e le manifatture nazionali, e a proteggere ed incoraggiare per mille guise il commercio. Ha esso pensato come l’Amministrazione finanziera non sia a confondersi con l’Amministrazione fiscale; poiché scopo dell’una è accrescere con la prosperità materiale della nazione le rendite e le forze produttive dell’Erario, mentre l’altra si propone di sminuire le spese dello Stato, il buon governo preferisce sempre la prima. E però quello del RE delle due Sicilie è costantemente intento a migliorare le condizioni delle diverse branche dell’Amministrazione finanziera, e raccoglie i frutti ubertosi della sua opera perfezionatrice, Un gran deposito di riesportazione delle merci è stato già ordinato; la ampliazione del porto mercantile della Capitale, e la formazione di altri porti, fari e lazzaretti; la revisione e la riforma delle tariffe doganali, che è oramai un bisogno di tutti gli Stati di Europa; acconce misure di prevenzione e di repressione del contrabbando, che col danno dell’onesto commercio e della moralità pubblica nuoce direttamente agl’interessi dell’Erario; il miglioramento delle manifatture di privativa del Governo: tutto ciò concorre potentemente con la felice posizione geografica del paese, con l’abbondanza de suoi prodotti, e con la tranquillità dell’ordir ne politico, ad accrescere sempre più il reddito delle contribuzioni indirette dello Stato. E tutto ciò è vero miglioramento e progresso, che sta ne’ fatti e non nella pompa ambiziosa di vane parole.

I saggi provvedimenti del Governo in occasione della grave quistione monetaria che ha agitata e sconvolta l’economia finanziera e commerciale delle più grandi nazioni di Europa son valuti ad allontanare le perniciose conseguenze della terribile crisi, onde le medesime veggonsi tuttavia travagliate; e sono state non ultima cagione della prosperità commerciale, di cui godono gli Stati delle due Sicilie.

È noto che nel 1749 nella mira di equilibrare il commercio napoletano con quello degli altri Stati di Europa fu stabilito il peso e il ti. tolo delle monete di oro e di argento del Regno;il peso di ogni sei ducati di oro fu fissato per acini 197 a al titolo di millesimi 906 , quella di ogni 12 carlini di argento ad acini 574 al titolo di millesimi 9t6”;onde derivava che ogni libbra di oro monetato era eguale a libbre 14,5,316 di argento parimente monetato, ed ogni carato di oro costava circa gr. 83 di moneta di argento:proporzione che in quest’epoca serviva di norma nel commercio. In Europa però la ragione monetaria non si conservò nello stesso equilibrio, essendo dal 1760 in poi aumentato il prezzo dell’oro, ed essendone stati in conseguenza modificati i sistemi monetari delle Zecche di Spagna, di Francia, di Germania, e di altri Stati europei. La moneta d’oro fu ragguagliata presso a poco al valore di 16 volte quella di argento, ed il prezzo del carato di oro si elevò nel commercio alla ragione di grana 87 a 90. Sicché,serbandosi le antiche proporzioni per la monetazione dell’oro nella Regia Zecca di Napoli, si sarebbe sofferta grave perdita, e con l’alterazione della ragione del cambii più grave danno e disquilibrio sarebbesi arrecato al commercio.

Furono quindi dettati da somma saggezza i provvedimenti, pe’ quali, al ritorno della legittima e gloriosa Dinastia de Borboni nel 1815, fu stabilita invariabilmente l’unità monetaria del Regno delle due Sicilie, sanzionandosi il principio che, siccome la moneta è la misura deprezzi e di ogni specie di contrattazione, così un sol metallo, l’argento, dovesse esser legalmente considerato materia di moneta. L’oro fu reputato, come è, non altrimenti che quale ogni altra merce, che nelle sue variazioni di prezzo è dall’argento valutato. E venne permessa ad un tempo la esportazione libera delle monete, e conceduto a chiunque il poterle liquefare e ridurre in verghe, avvalendosene sia per esportazioni, sia per altro uso qualsivoglia.

Il grave ribasso che ha subito negli ultimi tempi e subisce tuttora il prezzo dell’oro per gl’immensi strati auriferi scoverti nell’Australia e nella California, che han cagionata più che una triplicazione dell’importazione di questo metallo ne’mercati di Europa, non ha quindi influito menomamente in danno del commercio napoletano, ove l’oro non ha corso di moneta legale. E l’ordinanza ministeriale del 1854 non fece che dichiarare l’applicazione del principio fondamentale di tutto il sistema monetario del Regno.

D’altra banda le stesse variazioni del prezzo venale dell’argento, e le oscillazioni della ragioni del cambii derivanti dal continuo fluttuare del commercio degli altri Stati dové consigliare il Governo non solo a stabilire un prezzo semestrale degli argenti che si immettono nella Regia Zecca pagabile con mandati a 45 giorni sul Banco, ma a porre un argine all’uso del vaglia o biglietti di credito circolanti in luogo di numerario, fino al punto di far consistere le negoziazioni tutte nella circolazione e nel giro del danaro effettivo, o di soli titoli di rendita sullo Stato, o di fedi di credito sul Banco, la cui mirabile organizzazione fa che riunisca i vantaggi di banca di deposito, e di banca a un tempo di circolazione di carte, rappresentanti al modo stesso che la moneta, un valore effettivo ed intrinseco. Di qui il prodotto creato al Real tesoro di oltre a un milione di Ducati all’anno per diritto di signoraggio su la coniazione della moneta, e per differenza tra il valore dell’argento acquistato alla Zecca secondo i prezzi correnti in ogni semestre, e quello che con ordinanza ministeriale del 1818 era stabilito. Di qui l’abbondanza del capitale di effettivo numerario in circolazione nel Regno, e l’abbassamento dello sconto fino al 3 o per 100,laddove negli altri paesi si eleva fino all’8, e al 9 per 100. Di qui non l’ultima cagione dell’alto corso delle rendite pubbliche elevatesi al prezzo quasi incredibile del 114 al 114 2/4. Di qui la floridezza e la prosperità del commercio, mentre altrove e la finanza dello stato e le case commerciali, in una crisi sempre più minacciosa e terribile, veggonsi o squilibrata, o fallite.

A conseguire i quali risultamenti, il Governo del RE delle due Sicilie ha, tra gli altri mezzi, accresciuta con ogni suo potere la forza produttiva dell’Opificio della Regia Zecca, ricostituendolo all’altezza de’  bisogni del tempi, e ponendolo in grado di compiere la coniazione di più di 13 milioni di ducati argento nel corso di ogni anno come dalle stesse cifre riportate nell’Opuscolo del Sig. Scialoja si addimostra.

Ci asteniamo dall’aggiungere note e confronti con quello che in contrapposto ci presenta il Piemonte!.…

Ma l’abbondanza del capitale e del numerario è forse scompagnata da’  mezzi della più estesa e rapida circolazione?

Il Governo offre egli stesso questi mezzi, facendo una potente ed utile concorrenza alle nostre speculazioni delle Banche e delle associazioni private.

Quale sia l’utilità della Banca delle Due Sicilie, ove oltre a 34 milioni di ducati in effettivo numerario di argento son depositati, e superfluo a ridire,bastando pur quello che lo stesso autore dell’Opuscolo è costretto di accennarne. E la cassa di sconto, e le istituzioni della pegnorazione, e dei monti di pietà, che ne sono una dipendenza, offrono sotto la immediata tutela e direzione della vigile autorità governativa quelle agevolezze e quel vantaggi al commercio che indarno si attenderebbero dalle associazioni di private compagnie, e di artifiziali istituzioni di credito, di cui l’esperienza ha fatto e fa giustizia altrove.

Il Governo, conscio de’  bisogni del commercio e della industria, e fermo nella convinzione della bontà ed eccellenza de mezzi adoperati a soddisfarli e a promuoverne la prosperità e il benessere, tende a moltiplicarli ed estenderli. Una nuova Banca e una nuova Cassa di sconto è già istituita nella città di Bari, centro del commercio della Puglie. In altri punti importanti del Regno è pure a sperare che vorrà inaugurare simili benefiche istituzioni. Nè, giova anche sperarlo, sarà tardo ad ampliare vie più le operazioni della Cassa di sconto in Napoli, nel fine di diffondere maggiormente le ricchezze dello Stato in beneficio del commercio, e di far godere al medesimo tutt’i vantaggi delle più estese istituzioni di credito con potente garentia contro i danni che derivano dalle speculazioni dei privati banchieri, dallo aggiotaggio, e dalle variate forme dell’usura.

E la circolazione del capitali che si opera con estesi e sicuri mezzi nel Regno punto non impedisce il loro collocamento fisso in opere ed imprese produttive di ogni maniera,

Il Gran libro del debito pubblico è in realtà, non pure un mezzo d’impiego d’incrollabile sicurezza, ma ancora di rapida circolazione commerciale pe privilegi rilevantissimi di cui la rendita iscritta è circondata, e per la libertà di cui gode messa sotto l’egida di una legislazione speciale. L’alto corso della rendita è conseguenza della fiducia somma che si ripone nella lealtà e nella stabilità del Governo, e nella florida posizione della finanza dello Stato, nonché del basso corso delio interesse del capitale, che la prosperità materiale e morale del paese rende abbondevole e copioso. D’altra parte le più grandi intraprese, come quelle delle strade ferrate, de’  porti, de canali, delle strade, delle bonificazioni de terreni paludosi si conducono con infaticabile alacrità per conto diretto del Real Governo.

L’autore de confronti nota che manca in Napoli per avversione del Governo un Amministrazione delle rendite per lo impiego de capitali stranieri. Egli erra; poiché quest’Amministrazione autorizzata con solenne stipulato nel 1849 è nel suo pieno vigore. Nota che il debito pubblico sia quasi tutto nazionale. Ma è questo forse un danno? Il render nazionale il debito pubblico non è stato forse il più degno e nobile pensiero del legislatore, e dei savii uomini di Stato che ha egli proposto al reggimento dell’azienda pubblica? Il mantenimento e la conservazione della ricchezza nazionale non è forse il primo dovere de Governi?

XII.

Se non che in mezzo allo stato di floridezza della finanza l’animo del RE è pure sempre volto al miglioramento delle altre diverse branche delle Amministrazioni. Quella delle poste è stata già co decreti del 9 luglio e dei 28 settembre 1857 interamente riordinata. E basterà pur notare il beneficio concesso a suoi sudditi di una mite ed uniforme tariffa di non più che due grana. Quella dei telegrafi elettrici è riordinata del pari, e si può dir creata sotto la inspirazione di maggiori larghezze pei cittadini e pel commercio. La stessa azione si spiega ogni dì su le altre tutte, ancora che siano di minore importanza sotto il rapporto dell’interesse finanziere.

Accrescere la forza produttiva della finanza col diminuire le gravezze de’  sudditi, e col mantenere indiminuite le spese di tutt’i servizii dello Stato; ecco lo scopo dell’Amministrazione finanziera del Governo del RE delle due Sicilie. Esso è nobile e generoso, e degno di essere imitato.

Parlare di disavanzo del bilancio in questa condizione di cose è parlare unicamente delle cifre apparenti del bilancio senza por mente alla posizione della finanza.

A precedenti si aggiungano gl’introiti effettivi. Il disavanzo sparirà, ed il preteso malanno si convertirà in quello stato di floridezza, che per quanto spiaccia all’autore dell’Opuscolo, è altrettanto vero, e riconosciuto da tutti. –

Sarebbe assai malagevole a ritenere la stessa cosa quanto al disavanzo del bilancio piemontese il quale, secondo raccogliesi dall’Opuscolo, ascende pel 1856 a lire 7,759,545,78. Non accade instituir confronti. Ciò ci condurrebbe molto lungi dal nostro scopo, e dar potrebbe a queste nostre parole una impronta di parzialità e di orgoglio nazionale.

XIII.

Ma veniamo alla seconda disamina. Quanta è la parte che delle rendite presunte del bilancio napoletano consiste in pesi ed imposte, e quanta è la parte che consiste in rendite dello Stato e in valori, che dal medesimo vengono creati?

Il signor Scialoja allorché intende a provare l’esistenza di un disavanzo effettivo, procura di scemare l’ammontare dell’entrate presunte nel bilancio. Allorché vuol provare esser grandi le gravezze e le imposte, fa crescere a suo modo le entrate e le calcola in tutta altra guisa confondendo il reddito delle imposte con le altre entrate che non sono pesi. E va più innanzi. Nel parlare delle spese suppone che moltissime ne sien fatte oltre le prevedute nel bilancio: tanto egli ritiene le entrate esser maggiori delle cifre presuntive!

Il contrapposto di queste due idee e la contradizione flagrante, che le esclude, mostre a priori come sieno amendue errate.

L’errore del disavanzo è stato sufficientemente avvertito. Poche parole basteranno a chiarire il secondo anche più grave errore.

XIV.

L’autore osserva che le entrate descritte nello stato discusso napoletano, a differenza del piemontese, sono nette delle spese di riscossione, le quali egli calcola aggiugnendole alle cifre nette, per integrare così l’ammontare del pesi effettivi. E nullameno asserisce doversi aggiungere altri due milioni di lire piemontesi.

Questa proposizione vuole essere in gran parte rettificata.

Il prodotto della lotteria si dice esser netto. Ma la somma detratta è quella solamente delle vincite e dei biglietti annullati. Le vincite che si pagano dal Governo son forse a considerarsi come un peso imposto ai Cittadini? L’annullamento del biglietti ossia di un credito dell’Amministrazione è forse anche esso un peso?

Dall’altra parte non ha l’autore letto nel bilancio che le spese della amministrazione de Lotti pel personale e il materiale formano una parte delle spese dell’Amministrazione finanziera?

Le Poste sono meno un cespite di reddito finanziero che un debito ed un servizio importante di civile amministrazione.

Scarso è il profitto che ne ritrae la Finanza detratte dall’introito lordo tutte le spese di amministrazione. E quel profitto non è un peso né una imposta, ma la tenue retribuzione di un servizio che, ove mancasse la privativa del Governo per eminenti ragioni di pubblica utilità stabilita, prestar si dovrebbe da privati intraprenditori.

I permessi di arme, i dritti che in Napoli si riscuotono sotto il nome generale di Cespiti di Polizia, de quali l’autore fa più volte parola, non fruttano che una assai scarsa somma, la quale, secondo gli ultimi stabilimenti, si riscuote per conto della Finanza,onde sopperire a talune minute spese ed esigenze del servizio di polizia. Questi introiti, giova il ripeterlo, sono sparuti e in taluni luoghi del Regno quasi interamente nulli.

Simile è a dire del passaporti per l’estero, i cui dritti si versano ancora alla Finanza, e non rimangono, com’è piaciuto all’autore di asserire, a particolare disposizione del Ministro degli Affari Esteri.

Quanto poi a generi di privativa del Real Governo, come i tabacchi, le polveri da sparo, il sale, le carte da giuoco, è gravissimo errore il registrare come dazio tutto il loro ammontare. Vuolsi invece tener ragione della spesa di produzione della merce manifatturata e venduta. È dazio la sola differenza tra la spesa di produzione, cioè il costo, come dicesi, di fabbricazione, e il prezzo di vendita.

E non meno grave errore è il considerare come imposta lo aumento del reddito delle contribuzioni indirette, le quali seguono la proporzione del consumo, e sono in ragion diretta dell’accrescimento e dell’agiatezza della popolazione,

Se le dogane, le privative, il lotto producono in un anno il doppio di un altro anno, si dirà forse che l’imposta di un anno si è raddoppiata? O non si dirà invece che la prosperità e ricchezza finanziera cresce proporzionatamente all’aumento della prosperità e della ricchezza generale del paese?

E pure su questi equivoci sono fondati -nella massima parte, i calcoli dell’autore.

XV.

Non però di meno giova anche seguir per mera ipotesi gli stessi suoi calcoli, e ritener per poco che sieno meno erronei ed assurdi di quel che realmente sono.

Integrando egli a suo modo la somma dei pesi che gravitano n ragion media su ciascun contribuente nel Regno di Napoli continentale, dice ricadere a 21 lire per individuo. Secondo il suo stesso calcolo nel Piemonte il peso ricade a 26 lire e 6 decimi sopra ciascuno!…

La distinzione ordinaria delle contribuzioni pubbliche in dirette ed indirette non è conforme ai buoni principi della scienza.

Ritenendo non dimeno questa nomenclatura di uso, e considerando essere imposta diretta quella solamente che colpisce la proprietà immobiliare e la proprietà mobiliare o la rendita in mano del possessore, in Napoli non avvi altra imposta diretta che la Fondiario. Non è riconosciuta alcuna imposta che colpisce il capitale o la rendita mobiliare; nessuna che colpisce le persone. Le imposte personali e le mobiliari appartengono ad un’epoca che nell’attuale legislazione delle due Sicilie si reputa oramai epoca di barbarie e di oppressione.

È tra le glorie della Dinastia de’  BORBONI l’averle perentoriamente soppresse nei loro Stati.

Nel Piemonte per contrario oltre l’imposta prediale vi à la personale e mobiliare, quella delle patenti sulle vetture, su i dritti di successione, sulle società ed assicurazioni, su i corpi morali e le mani morte. Tutte queste imposizioni dirette danno il prodotto (veggansi le cifre riportate nel libro ) di lire 44,386,129.

A tutte queste gravezze non contrappone il Regno di Napoli che la sola imposta fondiaria ascendente a 34 milioni di lire all’incirca!

Si faccia il ragguaglio della popolazione e della estensione del territorio; e si vedrà da quanta forza sia stato l’autore trascinato a dover confessare, non ostante le ambagi del suo scritto e delle sue cifre, che i tributi nel Piemonte sono oltremodo più gravi che in Napoli. Maggiori per numero, per relazione di territorio, per ragion di popolazione. Anche più gravi per ragione della qualità stessa dei tributi.

L’imposta progressiva sulle rendite mobiliari ha oramai la riprovazione non meno della scienza che del buon senso degli economisti pratici. Montesquieu sembra avesse approvata la legislazione ateniese che stabiliva una progressione dell’imposta sulla rendita. Le aspirazioni politiche di alcuni economisti hanno fatto tale abuso di questa idea da farla degenerare in un’applicazione del principio sovvertitore di tutta la pubblica economia degli Stati, del principio socialista.

Certo è che ovunque si è procurato d’insinuare praticamente queste dottrine, il buon senso ha potentemente resistito.

L’autore, dolente di veder tanto numero di simili imposte stabilite dal Governo che esso difende, vorrebbe trovarne pur una simile nelle ritenute fiscali che si praticano in Napoli, non altrimenti che nel Piemonte, sui soldi e sugli averi personali. Ma queste ritenute sono meno una imposta, che una diminuzione voluta dal Governo su di una specie di emolumenti dei quali ha piena ed assoluta facoltà di proporzionar l’ammontare.

Tacciamo dei dazii Indiretti stabiliti nel Piemonte per le importazioni ed esportazioni doganali, sui generi di consumo, per le privative o i monopolii del Governo. Il paragone spiace all’autore ed è costretto ad avvolgerlo in accorte e generali frasi.

Molto più spiacegli il confronto dei dritti di Registro e Bollo, di multe, ammende, e spese di giustizia, comunque l’ordine del suo lavoro lo costringa a registrare che le multe, le ammende e le spese di giustizia ricuperate ammontano in Napoli a poco più di 150 mila lire, e nel Piemonte a circa 800 mila!

La tendenza governativa in Napoli sotto il Regno de’  BORBONI è stata sempre la diminuzione de pesi e delle imposte di ogni natura. L’abbiam notato fin dal principio di questi rapidi cenni. Tutte le antiche moltiplici imposizioni furon ridotte ad una sola, la prediale, quella, che, per consenso di tutta la scuola del più rinomati economisti, è la più ragionevole e giusta, perché più graduabile, più capace di una eguale ripartizione e più capace di agevole riscossione pe’ contribuenti e pel Tesoro. Altre minori contribuzioni eran rimaste, come quella del macino e delle rivele sui vini; e sono state né principi del Regno di Re FERDINANDO II abolite. Il prezzo del sale, privativa del Governo, è stato fortemente anch’esso sminuito. In Napoli gli antichi balzelli si tolgono, mentre altrove vengono ripristinati i più odiosi, o si è costretto a ricorrere a reiterati imprestiti, ad operazioni bancarie, all’aumento del debito pubblico, o alla formazione di un debito galleggiante.

La sola quarta parte delle rendite dello Stato in circa 7,500,000 di ducati è il prodotto della contribuzione (malamente il Sig. Scialoja le eleva al terzo) che grava direttamente la rendita immobiliare. Gli altri tre quarti si compongono de’  dazi indiretti richiesti non meno dallo interesse della Finanza, che dalla protezione del commercio nazionale; de’  diritti riservati o di privativa, la maggior parte de quali, come segnatamente pei tabacchi, sono un dazio volontario su consumatori, del lotto, che è volontario del pari; delle rendite de’  beni patrimoniali dello Stato; della Regia Zecca, dell’Amministrazione generale delle Poste, del Registro e bollo, delle Regie strade ferrate, e de Telegrafi elettrici.

XVI.

È grave quanto vera la sentenza del Montesquieu () «che non bisogna togliere nulla al popolo su suoi bisogni reali per bisogni immaginari dello Stato – Bisogni immaginarii son quelli che vengono suscitati dalle passioni di coloro, che governano, dall’ambizione di una vana gloria, e da una certa impotenza di spirito contro la fantasia».

L’autore de confronti, non potendo giustificare né difendere le gravezze e i balzelli, de quali i popoli del Piemonte sono oberati, e sdegnando di confessare le lodi che non possono negarsi al Governo napoletano, che trae per mezzo dell’imposta una parte della ricchezza nazionale molto minore di quella che, senza aggravare la condizione de’  sudditi, prender potrebbe, esce di lancio a dire che non per mitezza di principi governativi ciò avviene, né pel prospero stato della Finanza, ma sì bene per la paura che hanno i Governi assoluti di accrescere i balzelli. Le professioni libere sono esenti in Napoli da imposte, perché il Governo teme! Il timore ha allontanata l’idea della imposta su le successioni! Il timore fa che il Governo largheggi di favori e di agevolezze al commercio, e non lo gravi de tributi, cui è soggetto nel Piemonte! – Avrebbe egli potuto con una sola parola negare l’esistenza stessa del Governo, poiché un Governo che teme cessa per questo appunto di esser tale. Ma la serietà di una qualunque discussione, e la dignità di un qualunque scrittore non può consentire che si discenda a si fatta maniera di argomenti.

XVII.

E già la lettura del libro del Sig. Scialoja ci ha tratto mal volentieri su varie particolarità, forse con molta maggior perdita di tempo, che l’indole della discussione non avrebbe di per sé comportato. Imperocché nel libro stesso è la sua confutazione.

Difatti, quando l’autore nella seconda parte del suo lavoro si fa a parlare delle spese,si è visto nell’assoluta necessità di non poter altrimente sostenere il confronto de’  bilanci de due Stati, che uscendo quasi del tutto dalla quistione finanziaria, e diffondendosi in passionate considerazioni politiche.

Era ben doloroso a registrare come le spese ordinarie che nel non eccedevano nel Piemonte lire 84,020,373, sono oggi aumentate a 139,173,364!

Doloroso il rammentare come il Piemonte sia gravato di un enorme debito pubblico, che, non compreso il mutuo fatto dal Governo Inglese per la guerra di Crimea, ascende a circa 630 milioni di lire, cioè supera circa sei volte l’ammontare di tutte le rendite ordinarie e straordinarie dello Stato.

E il vedere come questi enormi debiti si siano quasi tutti contratti dopo il 1848, poiché nel 1847 tutto il debito pubblico non eccedeva 118,424,000 lire, ed esistevano 22,989,000 lire nella Cassa di riserva.

E il pensare che il debito pubblico napoletano, comprese le pensioni di giustizia e di grazia, eccede di poco i 7,000,000 di ducati, e non giugne ad eguagliare la quarta parte della rendita non effettiva, ma presuntiva dello Stato.

E il far paragone tra la maggior estensione del territorio, e la maggior popolazione del Regno di Napoli, col territorio e la popolazione del Piemonte; tra la fertilità del suolo, l’attività del commercio e il movimento delle industrie nell’uno e nell’altro Stato!

Quindi l’autore, togliendo occasione da speciali confronti delle spese di diversi Ministeri in Napoli e nel Piemonte, mentre va notando ove sia maggiore ed ove minore la spesa in conseguenza del diverso ordinamento del servizii pubblici nei due Stati, lascia a un tratto la finanza, e l’economia pubblica, e s’intrattiene in un confronto puramente politico. È vero che il Piemonte è gravato di ingenti debiti, che molti e molesti sono i pesi e i balzelli che affliggono il popolo; che lo Stato finanziero è in disquilibrio, non potendo con tutte le predette gravezze neppur bastare alle enormi spese; ma tutto ciò è il prezzo della libertà costituzionale, ed è mite compenso a vantaggi che essa arreca. È vero che in Napoli sono immensamente minori le imposte sul popolo, e minori i pesi dell’Erario, che prospera è la finanza, come prospera è la condizione materiale del paese, ma che vale tutto ciò se non si godono i vantaggi di uno Statuto, se non si cospira all’opera dell’indipendenza, italiana, se non si muove guerra all’Austria, se non alla tranquillità ed all’ordine pacifico e conservatore del benessere isociale non si sostituisce la tempesta delle passioni, e il concitato agitar delle fazioni?Ecco la formola nuda del discorso dell’autore.

Egli ripete or dal suo scopo divergendo, ed ora di proposito, tutto ciò che una stampa,sovversiva e corrotta (ché è sempre corruzione ov’è spirito di parte) ha osato con enfatiche parole andar spacciando sul sistema governativo del Regno di Napoli, e specialmente su l’Amministrazione della giustizia, su le pratiche della polizia, su la condizione delle prigioni, su l’avvilimento della pubblica istruzione, su la preponderanza della parte clericale. Ma se a smentire le impudenti asserzioni dei giornali oltramontani ha potuto forse taluno reputare necessaria una conoscenza diretta dei fatti del vero, stato del politico reggimento delle due Sicilie, basterà a far giudizio delle declamazioni sparse nell’Opuscolo il porre sol mente alle personali condizioni dell’autore, stato già suddito del RE poi Ministro del governo rivoluzionario del 1848, e poi membro della Camera del deputati.

Se non che lo scopo propostoci in questi rapidi ragguagli su la posizione finanziera del Regno di Napoli non è quello al certo di seguire l’autore dei confronti nel campo delle politiche sue maldicenze, Esse non possono scompagnarsi da un sentimento unanime di riprovazione, che si solleva nella coscienza di tutti coloro, che non confondono la storia con le esfrenate effemeridi di un partito sovvertitore, ed hanno fede né principi di autorità e di ordine, senza i quali non durano i governi, ed i veri interessi de’  popoli vengono traditi.

Agostino MAGLIANI

fonte

https://www.eleaml.org/ne/stampa2s/magliani_1857_della_condizione_finanziera_Regno_di_Napoli_2018.html

 

 

1 Comment

  1. due articoli interessanti… quasi a contrasto a distanza di cinquant’anni nel Regno Due Sicilie.
    A fronte di una così controllata e ben gestita situazione delle finanze sotto i Borbone, hai voglia cinquant’anni dopo la loro scomparsa lamentare con Gramsci la disastrosa decadenza dell’economia delle campagne unica risorsa delle classi parassitarie… mi viene in mente Stolypin fatto fuori a Mosca in quegli stessi anni quando stava per attuare sotto lo Zar Nicola la sua riforma agraria e fu ucciso… il mondo stava cambiando velocemente in peggio!

    Caterina Ossi

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