Alta Terra di Lavoro

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Detti popolari di Terra di Lavoro, le similitudini di “Pare”

Posted by on Nov 5, 2020

Detti popolari di Terra di Lavoro, le similitudini di “Pare”

Le similitudini (Pare …)

Abbiamo raccolto una decina di detti che hanno in comune il verbo iniziale (pare: sembra, è come) che vuol indicare un certo comportamento e atteggiamento. Si tratta di similitudini. Alcuni detti derivano dal mondo religioso (la parabola evangelica del ricco epulone, la fabbrica di San Pietro, il Canonico), altri dal mondo degli animali (la cardélla e la volpe); altri ancora prendono origine da persone particolari (la muta di Pastorano e Angelina Penna); ancora da qualche mestiere (il venditore di torrone); infine da qualche oggetto (miùlo) e qualche vegetale (la canapa) che ci riportano al mondo contadino.

1.Pare ‘u fieto ‘e ‘On Ett(ore).
Il “fieto” è un sostantivo del nostro dialetto, derivante dal verbo latino “foetère” che significa puzzare (cfr il part. pres. “fetente” = puzzolente, che emana fetore). Chi fosse questo Don Ettore non si sa; c’era comunque a Pignataro tra fine Ottocento e inizio Novecento un Canonico di tale nome (ne tralasciamo il cognome); forse da lui deriva questo detto, con riferimento al suo comportamento piuttosto irascibile e impaziente che da noi si dice “fetoso”. Circa la pronuncia del nome del Canonico, che richiama il celebre eroe omerico, trattandosi di un nome sdrucciolo, esso si riduceva alla sola prima sillaba accentata: Ètt…

2. Pare ‘u ciuccio r’u turrunaro.
Sembra l’asino del “torronaro”.
Il torronaro è il venditore di torrone, presente in ogni festa patronale.
Egli in realtà vende anche castagne, semi di zucca, ‘pinozze’, qualche giocattolo, ecc.
Un tempo, questa merce egli era solito trasportare su un carro trainato dal ciuccio.
La frase si riferisce a quelle persone che non mancano mai di essere presenti alle feste paesane. Il suo tono è un po’ canzonatorio e piuttosto malevolo nei confronti di persone che poco0 o niente contribuiscono alla realizzazione della festa, ma poi sono sempre presenti per divertirsi. Di esse si dice anche che “astùtano le lampiuncèlle”, cioè sono le ultime a ritirarsi a casa dopo che si sono spente le luminarie.

3. Pare ‘u ricco pelone.
Sembra il ricco epulone.
Detto di persone che spendono più di quanto le loro condizioni economiche permetterebbero.
Il detto è pronunciato con un tono quasi di rimprovero.
Esso deriva dalla ben nota parabola evangelica del ricco epulone e del povero Lazzaro.
Il termine “epulone” deriva dal lat. epulum = banchetto.
Nell’antica Roma, era il sacerdote incaricato di organizzare un convito solenne in occasione dei sacrifici in onore di Giove Capitolino. La parabola evangelica però si è imposta nell’immaginario collettivo, per indicare la figura del mangione e ghiottone.

4. Pare ‘na cardélla.
Cardella è femminile di cardello (in dialetto ‘cardiglio’). Caratteristica di questo uccello, oltre al bel canto e al suo colore variopinto, è il movimento svelto e agile.
Perciò, di una donna svelta e agile, specialmente se anziana, magra e asciutta di corpo, si dice che è come una cardella.
In un documento del 1778, s’incontra una Anna Vito di Pignataro, “alias Cardella”.

5. Pare ‘u fuoco r’a vorpa.
Pare il fuoco della volpe.
Il detto si usa per indicare un fuoco debole e scarso. Perché?
Forse perché la volpe non sta mai nella sua tana a scaldarsi, è sempre alla ricerca di cibo (?!).

6. Pare ‘a mutella ‘e Pasturano.
Pare la muta di Pastorano.
“Mutella” è diminutivo-vezzeggiativo di muta. Pastorano è Comune in provincia di Caserta. Questa donna, un po’ sciocca, girovagava per i paesi in cerca di elemosina. Un po’ tutti la prendevano in giro. Ma se qualcuno non le dava retta, era lei stessa a provocarlo e a stuzzicarlo.

7. “Pare ‘Giulinella Penna: / quanno ‘a piglia ‘ngulo / e quanno ‘ngulìo”.
Fonte: così era solito dire il contadino Angelo Aiezza; il detto ci fu riferito da una delle figlie.
Traduzione: “Pare Angelina Penna: / quando la prende in c… / e quando in voglia”.
Gulìo da “vulìvo” da volere, quindi voglia, desiderio.
Prenderla in c… significa subire una situazione che non si desidera e quindi arrabbiarsi.
Pertanto il detto significa: ora non vuole, ora vuole. Si riferisce quindi ad un carattere incostante.
Si noti la forte assonanza tra ‘ngulo e ‘ngulìo; i due termini sono quasi uguali, ma nel passaggio dal primo al secondo si sposta l’accento con l’inserimento di una vocale (i) che determina anche il cambiamento di significato. Inoltre, nel passaggio da ‘nculo a ‘ngulo, la gutturale da sorda (cu-) diventa sonora (gu-); mentre la gutturale di ‘ngulìo deriva dalla spirante v.

8. Pare ‘nu miùlo.
Miùlo o miullo è il mozzo: pezzo di ruota nella parte centrale della quale sono fitti i raggi (dal lat. mediolus).
Insomma si tratta di “una testa dura”, con riferimento al fatto che la parte centrale della ruota è quella che sostiene tutti i raggi, quindi è la più “dura”.
Non è esclusa una qualche allusione al “mulo” famoso per la sua testardaggine.

9. Pare ‘a frèveca ‘e San Pietro.
Pare la fabbrica di San Pietro.
Si dice di una costruzione che non termina mai.
La basilica di San Pietro in Roma fu iniziata nel 324 al tempo di Costantino. Fu ricostruita nel 1452, ma rimase interrotta. Il Bramante fece demolire l’antica basilica (per questo egli fu chiamato “Mastro Ruinante). La nuova mole fu iniziata nel 1506 e i lavoro continuarono nei secoli successivi.
(Queste note si ricavano da: Bertarelli, Guida d’Italia, 1925, Milano TCI, pagg. 616 e segg.; cfr anche Quartu, Dizionario dei modi di dire BUR, p. 185).

10. Pare ‘u cane ‘ncopp’e cannaùccioli.
Pare il cane sopra i rottami di canapa.
Fonte: prof. Vincenzo Rotondo, 13 febbraio 1996).
I cannaùccioli sono pezzetti di canna di canapa, certamente non soffici, anzi, duri e pungenti, per cui chi vi sta sopra sdraiato è costretto a muoversi in continuazione.
Si dice soprattutto di quei ragazzi che si agitano spesso.

Antonio Martone
(da Il Sidicino – Anno XI 2014 – n. 4 Aprile)

fonte

http://www.erchempertoteano.it/Teano/Tradizioni/Detti_pop/Detti_pop003.htm

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