Alta Terra di Lavoro

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DISCORSO D’INAUGURAZIONE DEL PRIMO PARLAMENTO ITALIANO

Posted by on Giu 30, 2020

DISCORSO D’INAUGURAZIONE DEL PRIMO PARLAMENTO ITALIANO

Il 18 di febbraio la Corona inaugurava il Parlamento con un discorso che, secondo le consuetudini costituzionali, è soggetto alla critica del giornalismo perché cade sotto la responsabilità del Ministero. Valendoci del nostre diritto pubblichiamo il discorso con qualche osservatone.

Signori Senatori! Signori Deputati!

«Libera ad unita quasi tutta per mirabile aiuto delta Divina Provvidenza, per concorde volontà dei popoli e per lo splendido valore degli eserciti, l’Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra»

Quel quasi tutta ci ricorda la famosa quasi ristorata finanza. Nel quasi tutto vqgliam credere che entreranno anche Nizza, Mentone e Roccabruna cedute alla Francia. La Divina Provvidenza non ha detto ancora l’ultima qua parola. Coloro che l’invocano oggidì speriamo che più tardi né rivedranno i decreti.

«A voi si appartiene il darle istituti comuni e stabile assetto. Nello attribuire le maggiori libertà amministrative a popoli ohe ebbero consuetudini ed ordini diversi, veglierete perché l’unità politica, sospiro di tanti secoli, non possa mai essere menomala».

L’Unità politica fu detta da Balbo un’utopia; e tale venne dimostrata da tanti secoli. Le opere durature non si formano in un giorno. Quando si va contro la natura e le tradizioni dei popoli, si fabbrica sull’arena.

«L’opinione delle genti civili ci e propizia; ci sono propizi gli equi e liberali principii che vanno prevalendo nei consigli d’Europa. L’Italia diventerà per essa una guarentigia d’ordine e di pace, e ritornerà efficace strumento della civiltà universale».

Vorremmo ohe d fosse propizia l’opinione. delle genti cattoliche. Esse protestano invece contro di noi; e le stesse genti civili ci accusarono solennemente in faccia al mondo d’aver conculcato il diritte delle genti.

«L’imperatore dei francesi, mantenendo ferma la massima del non-intervento a noi sommamente benefica, stimò tuttavia di richiamare il suo inviato. Se questo fatto ci fu cagione di rammarico, esso non alterò i sentimenti della gratitudine, né la fiducia nel suo affetto alla causa italiana».

S’è sempre dotto ohe le proteste di Napoleone III erano lustre, ed ora si conferma. E’ la prima volta che si professò gratitudine a chi ebbe l’aria di strapparci e di opporsi ai nostri disegni. Abbiamo ribevuto uno schiaffo; si annunzia e si risponde: grazie!

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Il bello è che mentre la Corona diceva che l’Imperatore dei Francesi avea richiamato da Torino il suo inviato, la Gazzetta Ufficiale affermava d’aver notato nella tribuna il ministro di Francia!

«La Francia e l’Italia che ebbero comune la stirpe, le tradizioni, il costume, strinsero sui campi di Magenta e di Solferino un nodo che sarà indissolubile».

Questo periodo serve per preparare la strada a nuove cessioni. Potremo cedere più tardi la Liguria e la Sardegna alla Francia per comunità di stirpe di tradizione e di costume.

«Il Governo ed il popolo d’Inghilterra, patria antica della liberti, affermarono altamente il nostro diritto ad essere arbitri delle proprie sorti, e ci furono larghi di confortevoli uffici, dei quali durerà imperitura la riconoscente memoria».

Fidatevi dell’Inghilterra! Lord John Russell, il 5 di febbraio 1861, disse al Parlamento inglese: «Noi abbiamo sempre comunicato confidenzialmente coll’Austria, Russia e Prussia riguardo ad ogni affare d’Europa». Inoltre ha promesso che quando la Francia, a parer suo, fosse nel torto, l’Inghilterra «formerebbe un’alleanza colle grandi Potenze d’Europa per combattere le sue mire» (Times del 6 febbraio 1861, pag. 7a, col. 5a).

«Salito sul trono di Prussia un leale ed illustre Principe, gli mandai un ambasciatore a segno di onoranza verso di lui e di simpatia verso la nobile nazione germanica, la quale, io spero, verrà sempre più nella persuasione die l’Italia, costituita nella sua unita naturale, non può offendere i diritti, né gli interessi delle altre nazioni».

Qui si da la notizia che Lamarmora è stato a Berlino. Sapevamcelo. Ma ha persuaso il leale ed illustre Principe? Non pare che abbia persuaso la Germania, giacché si spera che verrà nella persuasione.

Signori Senatori/ Signori Deputati!

«lo son certo che vi farete solleciti a fornire al mio Governo i modi di compiere gli armamenti di terra e di mare. Cosi il Regno d’Italia posto in condizione di non temere offesa, troverà più facilmente nella coscienza delle proprie forze la ragion dell’opportuna prudenza».

In questo periodo abbiamo l’annunzio di nuovi imprestiti, e di nuove imposte. Dal 1848 in qua non si udì mai Discorso della Corona senza si caro ritornello. Si mantiene la sublime tradizione.

«Altra volta la mia parola suono ardimentosa, essendo savio cosi lo osare a tempo, come lo attendere a tempo. Devoto all’Italia, non ho mai esitato a porre a cimento la vita e la Corona; ma nissuno ha diritto di cimentate la vita e le sorti d’una nazione»,

Si può facilmente abbandonare il sasso dal sommo della montagna, ma è difficile ritenerlo a mezza via. Dio solo ha l’autorità di dire al mare: Verrai fin qui, e non più innanzi. E la rivoluzione e un mare in burrasca.

«Dopo molte segnalate vittorie, l’esercito italiano, crescente ogni giorno in fama, conseguiva nuovo titolo di gloria espugnando una fortezza delle più formidabili. Mi consolo nel pensiero che la si chiudeva per sempre la serie dolorosa dei nostri conflitti civili».

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Speriamo di non essere più obbligati a recare documenti di fucilazione, di saccheggi, e d’incendi. Vorremmo pero che colla fama dello esercito fosse cresciuta a svantaggio degli Italiani la fama di lealtà, e non la riputazione di tradimenti.

«L’armata navale ba dimostrato nelle acque di Ancona e di Gaeta che rivivono m Italia i marinari di Pisa, di Genova e di Venezia».

I bombardamenti di Gaeta e d’Ancona non saranno la più bella, pagina detta jstoria d’Italia. La posterità inesorabile si occuperà dell’origine e del modo di questi bombardamenti, e dirà che uno fu contro il Papa, e l’altro contro il figlio d’una Principessa di Savoia, e ne restarono vittime i sudditi innocenti d’ambedue.

«Una valente gioventù, condotta da un Capitano che riempi del suo nome le. più lontane contrade, fece manifesto che né la servitù, né le lunghe sventure valsero a snervare la fibra dei popoli italiani».

Questi elogi a Garibaldi vogliono essere confrontati colle proteste della Gazzetta Ufficiale contro la sua spedizione e colle Note del conte di Cavour, in cui dichiaravasi usurpatore.

«Questi fatti hanno inspirato alla nazione una grande confidenza nei proprii destini. Mi compiaccio di manifestare al primo Parlamento d’Italia la gioia che ne sente il mio animo di Re e di Soldato»

VITTORIO EMANUELE

Qui ha termine il discorso della Corona, e noi pure terminiamo i nostri commenti. Sono stati brevi assai, perché non ci era lecito dire quanto sentivamo nel cuore. Il lettore pensi il resto, e attenda i fatti che verranno.

IL DISCORSO DELLA CORONA E LA VENEZIA

Nel discorso della Corona si dice che nessuno ha il diritto di cimentare la vita della nazione, e si fa intendere che non è il momento di andare contro l’Austria, né di pensare per ora alla conquista della Venezia.

Se volete intendere queste parole, consultate i documenti presentati al Parlamento britannico, e relativi alle cose d’Italia nel 1860. Il timore del Governo inglese, che la Sardegna fosse per imprendere un attacco contro la Venezia, è espresso evidentemente in molti dispacci del Libro Azzurro. Il 21 agosto lord John Russell scrive al sig. Fane a Vienna: «II Governo di S. M. si opporrebbe a tale tendenza aggressiva, per quanto fosse possibile, e metterebbe in opera tutta la sua influenza a Parigi per dissuadere l’Imperatore dei Francesi dall’assistere la Sardegna in una guerra aggressiva contro l’Austria. Il governo inglese non può obbligarsi a fare di più. Esso è convinto che l’Austria è più che atta a resistere datola agl’Italiani».

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E il 7 dicembre lord John Russell si esprime su questo argomento come segue: «II Governo di S. M. considererebbe simile attacco come assolutamente

ingiustificabile. Esso lascerebbe che il Re di Sardegna raccogliesse i frutti della sua violazione di parola e della sua follia. Esso non contrasterebbe neppure all’Austria i risultamenti di tal guerra, quand’anche dovesse esser compresa fra questi perfin la riconquista della Lombardia. Invero la situazione della Francia è diversa. Appunto perciò è dovere della Francia di pronunciarsi senza ritegno rimpetto alla Sardegna ed all’Austria. Secondo la nostra opinione, la Francia dovrebbe far sapere al Governo austriaco se un’occupazione della Lombardia per parte dell’Austria, un’occupazione transitoria, coll’assicurazione che essa debba essere soltanto passeggiera, sarebbe considerata dalla Francia come un casus belli contro l’Austria. D’altra parte, si dovrebbe significare espressamente alla Sardegna che la reintegrazione del Papa a Bologna e del Granduca in Firenze, insieme ad un’eventuale pretensione austriaca ad una forte indennità di guerra, non indurrebbero la Francia ad un intervento attivo. La prospettiva di perdere, oltre la Savoia e Nizza, ancora la Toscana e le Legazioni, e di avere inoltre il carico d’un gran debito pei proprii armamenti e per l’indennità di guerra austriaca, ben basterebbe a distogliere il conte Cavour e i più temerari fra’ suoi successori nel gabinetto da una nuova impresa guerresca. L’Inghilterra sarà pronta in ogni tempo a far valere la sua influenza per tutelare la pace europea. Essa non si attende che l’Austria cerchi di ottenere una preponderanza sulla Penisola. Ma se il Re di Sardegna vuol violare la sua parola e cercar di precipitare l’Europa in una guerra generale, egli sopporti eziandio le conseguenze d’una politica che non è conciliabile né colla prudenza, né coll’onore».

L’INAUGURAZIONE DEL PARLAMENTO

DESCRITTA DALLA GAZZETTA UFFICIALE

Leggiamo nella Gazzetta Ufficiale del 18 febbraio 1861: «Nella nuova grande aula semi-circolare eretta nel palazzo Carignano per accogliere i rappresentanti della nazione, Re Vittorio Emanuele salutava stamane, dice la Gazzetta Ufficiate, gli eletti della Corona e del popolo radunati a Parlamento.

«S. M., ripiglia la Gazzetta Ufficiale, annunziato dal cannone e dalla fanfara, preceduto di alcuni minuti dall’augusta sua famiglia e seguito dalla sua Casa militare, muoveva alle Il dalla Reggia in carrozze di gala, come attesta la Gazzetta Ufficiale.

«Le piazze e le vie erano parate ad insolita festa, continua la Gazzetta Ufficiale, la Guardia Nazionale faceva ala, e una turba impaziente, a detta della Gazzetta Ufficiale, venuta qua da tutte le provincie del Regno, acclamava il Re. Ricevuto all’ingresso del palazzo Carignano dalle deputazioni del Senato del Regno e della Camera dei deputati, S. M. entrò nella grand’aula accolto, dice la Gazzetta Ufficiale, da una salva di applausi e da ripetute grida di viva il Re! viva l’Italia!

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Alla destra del trono, prosegue la Gazzetta Ufficiale, stavano in loggia gli augusti figliuoli del Re, il principe Umberto di Piemonte e Amedeo duca d’Aosta.

«Nella loggia a sinistra il Corpo diplomatico. Vi abbiamo notato sopratutto, dice la Gazzetta Ufficiale, l’ambasciatore straordinario di S. M. il re di Prussia col suo seguito, i ministri di Prussia, Granbretagna, Francia, Turchia, Svezia, Belgio, ecc.

«Sua Maestà, avverte la Gazzetta Ufficiale, era circondata sul trono da’ suoi ministri e dalle alte cariche della Sua Corte. Pochi vuoti nei deputati, ripiglia la Gazzetta Ufficiale, moltissimi i Senatori, e le tribune sì riservate come pubbliche affollatissime.

«Terminata la cerimonia della prestazione del giuramento per appello alfabetico fatto dal ministro di grazia e giustizia cav. G. B. Cassinis ai Senatori stati nominati ultimamente, e ai deputati dal ministro dell’interno comm. M. Minghetti, Sua Maestà, a detta della Gazzetta Ufficiale, lesse con voce da non ne perder sillaba il discorso.

«Il discorso reale, torna a dire la Gazzella Ufficiate, fu più e più volte interrotto da applausi e di evviva al Re e all’Italia, segnatamente nei paragrafi che accennano a Francia, ad Inghilterra e ad Allemagna: ma appena S. M. ebbe pronunziato l’ultima parola, scrive la Gazzetta Ufficiale, Parlamento e popolo giubilanti, proruppero unanimi in sì schiette acclamazioni, come le chiama la Gazzetta Ufficiale, e in tanto fragorosi applausi, che il Re, commosso ed esultante a quei leali segni di riverenza e di amore, nota la Gazzetta Ufficiate, contraccambiò interamente l’udienza de’ più cari ringraziamenti col nobile gesto e col chinare della marzial sua testa. In quell’istante sublime, parla sempre la Gazzella Ufficiale, Re e popolo italiano mostrarono aperto ciò che da lunga pezza è racchiuso nei cuori, che in loro, come assicura la Gazzetta Ufficiale, uno è l’affetto, uno l’intento e una la speranza.

«Cessate le acclamazioni, prosiegue la Gazzetta Ufficiale, il commendatore Minghetti, ministro dell’interno, presi gli ordini di S. M., dichiarò aperta la sessione legislativa del 1861. Il Re uscì alle Il 1t2 dall’aula nuovamente acclamato e festeggiato, come dice la Gazzetta Ufficiale.

«Con questa memoranda cerimonia, conchiude la Gazzetta Ufficiale, cessati dopo lunga e dolorosa serie di secoli gli Stati della Penisola, come elegantemente dice la Gazzetta Ufficiale, oggi ricomincia, auspice Re Vittorio Emanuele, la storia d’Italia, e i giorni nuovi, frase della Gazzella Ufficiale, se il popolo italiano sia perseverante e saldo nella concordia, avverte la Gazzetta Ufficiale, e la Provvidenza ancor ci aiuti, volgeranno per tutta Italia splendidi e lieti, quanto i passati furono per alcune parti luttuosi e funesti». Fin qui la Gazzetta Ufficiale, e queste e simili notizie piglieremo sempre dalla Gazzetta Ufficiale.

fonte

https://www.eleaml.org/sud/stampa/vol_01_01_margotti_memorie_per_la_storia_dei_nostri_tempi_1865.html#Corona

1 Comment

  1. qui si legge da documenti diretti con quanta spocchia e assurda leggerezza si sono distrutti gli assetti dei popoli di questa penisola chiamata Italia…in parlamento a Torino la mal riuscita enfasi oratoria e poi a seguire la propagazione sgangherata a mezzo stampa!…di lì a pochi anni nella bolgia infernale fu fagocitato anche il Veneto. Torino di ieri e Roma di oggi…avanti così di male in peggio!…perfino l’aulica magistratura ora immersa nel malaffare…e fa capo, mi sembra, al Presidente di questa Repubblca!..che tristezza! caterina ossi

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