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(Dis)informazione Cancellata dai media: l’ Operazione Polluce

Posted by on Ago 31, 2022

(Dis)informazione Cancellata dai media: l’ Operazione Polluce

Un’esercitazione della Marina Militare riportata dai giornali come sola ricerca effettuata sui resti della nave affondata nel 1841 nelle acque dell’isola d’Elba.

«COMUNICATO STAMPA n. 11/2007 11 maggio 2007 I subaquei del Comsubin trovano a 100 metri di profondità il tesoro del piroscafo Polluce Ieri, giovedì 10 maggio, nelle acque dell’Isola d’Elba, a circa 100 metri di profondità, subacquei del Comando Subacquei ed Incursori (COMSUBIN) della Marina Militare, hanno scoperto e recuperato oltre quattro chilogrammi di monete d’argento di valuta spagnola della prima metà del XIX secolo. I reperti appartenevano al prezioso carico del piroscafo italiano POLLUCE, colato a picco nelle acque ad Est dell’Isola d’Elba il 17 giugno 1841 e più volte oggetto di spedizioni di ricerca e di immersioni. In questi giorni, da bordo dell’Anteo, nave appoggio per attività subacquee del COMSUBIN, esperti della Marina Militare e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, stavano coordinando ulteriori investigazioni sul relitto, nell’ambito di una convenzione che, in quasi dieci anni di operatività, ha dato numerosi e brillanti risultati. L’immersione è stata condotta con due scafandri rigidi tipo ADS (Atmospheric Diving Suit), manovrati da palombari del COMSUBIN su un fondale di circa 100 metri, in condizioni particolarmente favorevoli di visibilità. Nell’ambito di una investigazione, un operatore ha scoperto un blocco di monete fra loro concrezionate, di circa quattro chilogrammi. E’ stato così necessario l’intervento del secondo operatore che, con una difficile operazione di “consegna”, dato che lo scafandro è dotato di pinze e non di protesi tipo mani, ha recuperato e portato in superficie il reperto. Il “tesoro”, a bordo dell’Anteo, è stato formalmente consegnato dal Contrammiraglio Donato Marzano, Comandante il COMSUBIN, alla dottoressa Pamela Gambogi, rappresentante del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Sopraintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, che ha partecipato alle operazioni.» Questo il testo del comunicato stampa della Marina militare italiana, ripreso dall’ANSA e dalla AGI, l’Agenzia Giornalistica Italia, ed elaborato da diversi organi di stampa. «Tiscali notizie» la ripropone in breve: 4 chili di monete d’argento spagnole risalenti al XIX secolo Recuperato tesoro del ‘Polluce’. (ANSA) -ISOLA D’ELBA, 11 MAG- I palombari del Comsubin di La Spezia hanno recuperato il tesoro del ‘Polluce’, il piroscafo affondato davanti all’Isola d’Elba. Si tratta di circa 4 chili di monete d’argento spagnole che risalgono alla prima meta’ del XIX secolo. La scoperta e il recupero sono avvenuti durante una campagna di investigazione sul relitto coordinata dal Ministero dei beni culturali che si e’ avvalso degli esperti palombari della Marina militare, e dell’appoggio della nave Anteo. E pubblica una fotografia scattata a bordo del pontone Meloria nel corso dell’Operazione Polluce, sponsorizzata da HDS-Italia e condotta dagli OTS della Marine Consultino nel mese di ottobre del 2005. Nel suo sito online «Il Tirreno Elba News» prende la notizia dall’agenzia Avionews e titola il breve testo: « IL POLLUCE RESTITUISCE 4 CHILI DI MONETE D’ARGENTO RECUPERATE IERI DAI SOMMOZZATORI DEL COMSUBIN DELLA MARINA, APPARTENEVANO AL CARICO DEL PIROSCAFO AFFONDATO NEL 1841». L’agenzia Avionews ne aveva dato notizia in inglese: Defense 03:20 pm – Monday Italian Navy: the divers of Comsubin find the treasure of the “Polluce” steamship. Rome, Italy – Yesterday in the Elba’s isle waters at about 100 m of depth (WAPA) – “Yesterday, Thursday May 10, in the Elba’s island waters, at around 100 m of depth, divers of the Comsubin (Comando subacquei ed incursori) of Italian Navy, have discovered and recovered over four kg of silver coins in Spanish currency of the first half of XIX century. Altri media online («tuttoSpezia», «Toscana oggi», «patrimoniosos») riportano: PALOMBARI MARINA RECUPERANO TESORO DEL «POLLUCE» NAUFRAGATO NEL 1814 ALL’ELBA – Era il 17 giugno 1814 quando il Polluce, piroscafo a ruote della compagnia di navigazione De Luchi Rubattino, venne abbordato da un vapore della Compagnia napoletana di Mongibello. Un abbordaggio che fece andare a picco la grande nave, a cinque miglia dalla costa dell’ Isola d’ Elba davanti a Porto Azzurro. ‘Polluce’ si adagiò sul fondo con il suo favoloso carico: 100 mila monete spagnole, gioielli, e – si dice – la mitica carrozza aurea dei Borboni. Dopo tanti tentativi, tante cacce al tesoro, tanti saccheggi (nel 2000 subacquei inglesi e italiani depredarono ancora il relitto), tornano ora a galla quattro chili di monete d’ argento. A trovarle sono stati due palombari del Gruppo operativo subacqueo del Comsubin della Marina militare che con la Soprintendenza sta conducendo da tempo indagini specifiche sul relitto. Quattro chili di monete d’ argento spagnole, risalenti al XIX secolo, ormai ‘legate’ tra loro dalle concrezioni di madrepora sono state così recuperate e consegnate dal contrammiraglio Donato Marzano alla Soprintendenza a bordo di Nave Anteo. E commettono qualche grave errore, presumibilmente “di battuta” il primo: il 1841 – anno del sinistro – diventa il 1814. Lo stesso fa «inToscana.it», il portale ufficiale della regione, che pubblica: Archeologia news – Recuperato il tesoro del Polluce al largo dell’Isola d’Elba «I palombari del Comsubin della Spezia hanno recuperato parte del tesoro del ‘Polluce’, il piroscafo colato a picco davanti alle coste est dell’Isola d’Elba nel 1814. Si tratta di circa 4 chili di monete d’argento spagnole che risalgono alla prima metà del XIX secolo. La scoperta e il recupero sono avvenuti durante una campagna di investigazione sul relitto coordinata dal Ministero dei beni culturali che si è avvalso degli esperti palombari della Marina militare. L’immersione, appoggiata da nave Anteo, è stata condotta con gli scafandri Ads che hanno consentito ai palombari del Comsubin di operare a 100 metri di profondità. Un palombaro ha visto il blocco di monete concrezionate che è stato recuperato da un secondo operatore.Il blocco di monete è stato trasportato a bordo della nave Anteo e consegnato dal comandante del Comsubin, contrammiraglio Donato Marzano a Pamela Gambogi, rappresentante del ministero per i beni e le attività culturali. (Toscana radio news)». L’agenzia WinInizio dal canto suo elabora un servizio completo e lo distribuisce con questo titolo: I pirati restano senza tesoro. Sommario Recuperato il carico di monete dalla barca affondata 160 anni fa al largo dell’Elba. Eccone il testo: ROMA – E’ stato un giallo dei mari. Ma anche un misterodella politica risorgimentale. E ultimamente è diventato un fattaccio dicronaca nera, con una squadra di avventurieri inglesi che squarciano unrelitto e rubano a mani basse, salvo essere scoperti da Scotland Yard edai carabinieri. Forse però il mistero del piroscafo «Polluce» è a unpasso dalla verità. Assistiti dalla Soprintendenza archeologica della Toscana, alcuni sommozzatori del famoso reparto Comsubin, eredi dei mitici uomini-rana che affondavano le corazzate nemiche nei porti, si sono calati a cento metri di profondità e hanno recuperato una buona parte del carico. E ora si può dire che è tutto vero: a bordo del «Polluce» c’era un immenso tesoro in monete d’oro e d’argento che veniva trasportato in segreto. Non sono stati trovati i forzieri: quindi c’è da sospettare che le monete fossero nascoste in comuni bauli, tra i vestiti. Molto probabilmente erano denari raccolti in una colletta tra nobili europei, russi o forse inglesi, per sovvenzionare i moti mazziniani in Italia. Di quel tesoro se ne era perso il ricordo per quasi 160 anni. L’affondamento del piroscafo «Polluce», di proprietà della società genovese Rubattino, avvenne in una notte di buon mare del giugno 1841. A speronare la nave della flotta sardo-piemontese fu un vascello napoletano, il «Mongibello», al largo dell’isola d’Elba. Ed è questa la prima stranezza. Lo speronamento fu quasi sicuramente doloso. Così almeno ritenne la Rubattino, che chiamò in giudizio gli armatori del «Mongibello» e ottenne la loro condanna nel 1844. Il piroscafo era l’ultimo grido in tecnologia marinara: un veloce scafo in legno, con ampia velatura, integrato da due grandi ruote e un apparato motore. Era partito da Napoli, aveva fatto sosta a Civitavecchia, e dirigeva verso Livorno. A bordo c’erano aristocratici russi (in Toscana lo zar aveva aperto un consolato), una contessa napoletana, misteriosi passeggeri francesi. L’incidente – che ricorda tante tragedie dei mari – fu violento e velocissimo. Il «Polluce» riuscì a evitare un veliero. Il comandante non si accorse invece che un’altra nave a vapore era nascosta dal velame della prima e dirigeva contro la fiancata del piroscafo. Il «Polluce» – chiamato anche «Pollux» perché era stato costruito a Le Havre – andò a fondo con 100 mila monete d’oro (sappiamo dal ritrovamento che erano luigi francesi) e 70 mila pezzi d’argento (colonnati spagnoli) oltre ai gioielli di 50 passeggeri. L’affondamento del «Polluce», alla stregua di un Titanic ottocentesco, colpì l’immaginazione. Tra l’isola d’Elba e lo scoglio di Montecristo fiorirono le leggende. Non è un caso, forse, se Alexandre Dumas fa scoprire un misterioso tesoro al Conte di Montecristo proprio da quelle parti. Il racconto d’appendice fu terminato nel 1844, poco dopo l’affondamento. Di quel tesoro, valutato in milioni di euro, se ne sono spesso interessati, invece, i predoni dei mari. Ma recuperare un forziere a cento metri è impossibile senza strutture adeguate. Occorrono poi le autorizzazioni. E muoversi clandestinamente con navi-appoggio, piccoli batiscafi e palombari, a tre miglia dall’Elba, era un’impresa temeraria. Ci hanno provato nell’estate 2000 gli inglesi David Dixon, Nicolas Pearson e George Sinclaire e il francese Pascal Kanik, venditore di mappe nautiche. Finsero di cercare un relitto inglese affondato a largo di Stromboli durante la Seconda guerra mondiale e invece si piazzarono all’Elba. Fu solo davanti al catalogo della casa d’aste «Dix Noonam Webb» di Londra, nel 2002, che i carabinieri e Scotland Yard realizzarono quanto era accaduto. Ma finalmente una storia a lieto fine. Nei giorni scorsi la nave «Anteo» della Marina militare ha portato all’Elba i palombari del Comsubin. A bordo c’era anche l’archeologa Pamela Gambogi. E’ stata lei a pulire le prime monete che i palombari portavano in superficie. Ed è stata un’impresa di alta tecnologia, scendere a cento metri, dapprima con un batiscafo per filmare il relitto, poi con i palombari che hanno lavorato sui blocchi di concrezione, infine spedire anche due sommozzatori esperti nelle immersioni negli abissi. I palombari hanno utilizzato scafandri tipo ADS (Atmospheric Diving Suit), giganteschi apparati pneumatici a proteggere il corpo, con pinze al posto delle mani, e un apparato telematico per monitorare i parametri vitali. Questi scafandri danno la possibilità di operare a tali profondità senza bisogno di camera iperbarica. Gli uomini del Comsubin sono addestrati all’uso degli Ads per soccorrere un sommergibile in difficoltà. «Ma grazie alla convenzione con il ministero dei Beni Culturali siamo pronti anche a questo tipo di recupero. E per noi è un ottimo addestramento», commenta il contrammiraglio Donato Marzano, comandante del reparto della Marina. E’ stato uno dei due palombari del Gos che stavano perlustrando il fondo a 103 metri di profondità ad avvistare le monete. Il palombaro è potuto scendere a quella profondità grazie all’ Ads, uno scafandro articolato compreso nelle attrezzature speciali di Nave Anteo che consente la discesa fino a -300 metri. Una specie di robot a forma umanoide dotato di pinze e collegato via radio all’ unità di appoggio che consente grande mobilità mantenendo un microclima interno ottimale. Gli Ads (il Gos ne ha a disposizione due) vengono custoditi nei grandi capannoni del Varignano, alle Grazie (La Spezia), la cittadella fortificata a picco sul mare dove ha sede il Comsubin, acronimo di Comando subacquei e incursori della Marina. I sommozzatori e i palombari del Gos per conseguire i brevetti (sommozzatore appunto e operatore a grandi profondità) devono superare uno dei corsi più difficili di questi che possono essere definiti ‘corpi speciali’. Il loro lavoro li porterà a saper disattivare ordigni o restare anche 15 giorni in spazi ridottissimi: all’ interno dell’ Ads, per esempio, si possono muovere solo le mani per l’ utilizzazione del computer interno e l’ attivazione delle pinze dello scafandro. Proprio con queste pinze, uno dei palombari ha recuperato i 4 chili di monete del ‘Polluce’. (ANSA). Più o meno quel che si sapeva prima che l’Operazione Polluce fosse organizzata e portata a termine. Il quotidiano «Il Secolo XIX» di Genova pubblica il 12 maggio il servizio di WinInizio titolando Isola d’Elba. II tesoro del Polluce riemerge dopo quasi duecento anni e apportando qualche modifica al testo. Il quotidiano «La Stampa» di Torino del 18 maggio 2007 pubblica integralmente – titolo e sommario compresi – il servizio di WinInizio. Nessuno tra agenzie di stampa, server, giornali e periodici rammenta l’«Operazione Polluce» della HDS-Italia e degli sponsor Marine Consultino, CNS, Capmar Studios e dal co-sponsor Comune di Porto Azzurro. Nessuno corregge gli errori che le ricerche – soprattutto storiche -condotte durante lo svolgimento di quell’impresa hanno permesso di individuare: – che le monete spagnole, i “columnados”, furono coniate nel secolo XVIII e non XIX; – che a bordo non c’erano “centomila monete d’oro” bensì monete d’oro per un valore di 100.000 franchi; – che nel 1841 sedeva sul trono della Due Sicilie Ferdinando II di Borbone e non suo nonno Ferdinando IV. Eccetera. La sola Wanda Lattes, nel suo articolo apparso a pagina 25 del «Corriere della sera» del 27 maggio, ricorda che “la soprintendenza archeologica, nel 2005, affida nuove esplorazioni agli esperti subacquei di una compagnia specializzata”. Ma anche lei cita le fantasiose leggende fiorite intorno al Polluce e al Mongibello facendo una gran confusione tra Ferdinando IV (in seguito I) nonno e Ferdinando II, nipote, che contribuisce a ingarbugliare ancora di più l’intricata vicenda dell’abbordaggio “prerisorgimentale”.

di Gaetano N. Cafiero

24 giugno 2007

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