Alta Terra di Lavoro

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EDOARDO E ROSOLINA O LE CONSEGUENZE DEL 1861

Posted by on Ago 31, 2020

EDOARDO E ROSOLINA O LE CONSEGUENZE DEL 1861

Era un bel mattino di gennaio del 1866, e dal Capo Posillipo entrava a tutta macchina un piroscafo, che, dopo pochi minuti, issava bandiera francese: era la Durance, proveniente da Marsiglia. I passeggieri, quasi tutti, erano sulla tolda, taluni ancora in deshabillé, altri in fretta accomodavano la loro toilette, e tutti ammiravano lo stupendo panorama di Napoli, del golfo, delle sue incantevoli colline e la maestà del Vesuvio, la cui cima era in parte coperta di nubi. Le onde tranquille, l’aere tiepido, il limpido cielo, e il sole che sorgeva dietro i monti di Castellammare, rallegravano ed entusiasmavano i passaggieri tutti della Durance.

Eravi sulla estrema prora del naviglio un giovane di bell’aspetto, dalla capellatura bruna, dallo sguardo ardito e provocante e vestito con estrema eleganza. Egli nel parosismo del suo entusiasmo, esclamava, rivolgendosi a Napoli: Salve regina del Mediterraneo, oh, quanto sei bella! prosatori e poeti, che han tentato descrivere la tua bellezza, han defraudato i loro lettori. Fu per te, bella Partenope, un’orrida sventura l’essere stata manomessa e tiranneggiata dalla fatale schiatta de’ Borboni, che su te aveva steso una coltre funerea d’infiniti mali; ma che un prode Nizzardo seppe annientare con la salvatrice sua spada, per farti padrona de’ tuoi destini, e mostrare all’Europa civile, che que’ mali erano voluti da chi usurpava il tuo governo.

Un uomo, di simpatico aspetto, però di età matura, trovavasi dietro le spalle del giovine entusiasta, e sentendo la declamazione di costui, con le movenze del capo, sembrava che la disapprovasse. Il giovane proseguiva la sua enfatica apostrofe, e l’altro, battendogli con la mano sulla spalla, gli disse: – sempre lo stesso, Edoardo?! Sempre illuso! A nulla dunque valse in te il sapere quali furono i risultati della salvatrice spada del tuo eroe nizzardo?

– Mio carissimo zio, rispose il giovine, io potrei farvi lo stesso rimprovero; dippiù potrei darvi dell’uomo credulo o di poca buonafede; dappoichè ho indovinato il vostro pensiero. Voi vorreste ripetermi le solite esagerazioni e calunnie del partito clericale-borbonico, nemico di ogni progresso, detrattore della propria patria, ispiratore e sostenitore di que’ truci briganti, che manomettono ed insanguinano questa più bella parte d’Italia, rendendosi l’obbrobrio e lo spavento dell’umanità.
– Taci sciagurato!… ripigliò lo zio: tu, senza saperlo, vituperi e calunnii la incontaminata memoria de’ padri tuoi. Anche costoro furono detti clericaliborbonici e capi briganti dell’eroica nostra Vandea, ed erano nobili, ricchi, istruiti e patriotti davvero. Queste qualità appunto li spinsero ad abbandonare ricchezze e famiglia, mettendo in compromesso la loro vita, per far guerra ad oltranza contro coloro che usurpavano il potere della nostra Francia, usandolo a danno della libertà, della religione e della stessa umanità. Almeno i nostri tiranni resero temuto il nome francese, ed arricchirono la Francia colle spoglie opime delle vinte nazioni. Che cosa han fatto dell’Italia queste scimie di Robespierre e di Napoleone I°? Oh! han prostrato il nome italiano, già splendido di tante avite glorie; han saccheggiato questo ricco ed incantevole giardino di Europa, per gozzovigliare col sudore e col sangue di questo popolo tradito ed ammiserito. Si son rese schiave e ludibrio dello straniero, umili coi forti, tiranne co’ preti, con le monache e col tribolato Pontefice, rinnegando così quell’unica gloria che ancor resta all’Italia. Dippiù hanno ammorbato l’aere italico con la loro immoralità, attuando in questa terra, scelta da Dio per essere il candelabro ardente che illumina il mondo intiero, tutte le insipienze, gli errori e le nefandezze, che deturpano i governi protestanti e quelli ammodernati.

Ed osi tu chiamar truci briganti chi fa guerra ad oltranza a tante iniquità? Dunque erano tali i nostri Cathelineau, Giorgio Cadoudal, de Charette, le nobilissime famiglie de Rochejacquelein, de Elbée, de Talmont, de Frotte, de Suiville, de Chantelaine ed altri signori, non esclusi i tuoi antenati di parte paterna e materna? Così in questo Regno, nobili e ricchi signori, distinti e prodi uffiziali presero e prendono parte alla terribile protesta del popolo contro l’invasione straniera e contro la rivoluzione. Si potrà mai supporre, che costoro si sieno associati a’ veri briganti, che rubano ed assassinano per mestiere, mentre han tutto da perdere? Ma si sa, e ce ne istruisce la storia di tutti i tempi e di tutte le nazioni, che i partiti vinti hanno eziandio la sventura di essere non solo disprezzati, ma anche calunniati. Imperocchè la polizia del governo che s’impone inventa nomi odiosi, per distruggere il prestigio del coraggio, dell’abnegazione e della nobile causa che difendono i suoi contrarii. Quel che tu chiami truce brigantaggio napoletano è guerra implacabile, qual mai popolo abbia fatta a dominatori stranieri; conciossiachè costoro gli tolgono reputazione, moneta e sangue: è una protesta terribile contro l’annessione di questo Regno a quello Sardo. In effetti gli stessi rivoluzionarii oggi al potere, per istorcere siffatto smacco contro il plebiscito quasi unanime, fanno spesso annunziare da’ loro giornali

sbarchi di stranieri su queste spiagge, ed entrate di briganti dallo Stato Pontificio. È pur verissimo che vi sono dei veri briganti, i quali, profittando della posizione, creata dal Piemonte a questo Reame, rubano, bruciano ed assassinano al grido di viva Francesco II. Però costoro sono da tutti abbominati; e non pochi asseriscono essere stati mandati dagli stessi governanti italiani, per isfruttare le simpatie delle popolazioni, ed infamare la causa dell’esule giovine sovrano. A confermare il loro asserto, ci dicono, che varii capi di questi veri briganti avevano combattuto sotto gli ordini del tuo eroe nizzardo.
Mio bel nipote, hai succhiato il veleno che propina la stampa settaria all’incauta e tradita gioventù, e disgraziatamente questa sola tu leggi, ritenendola un quinto evangelo. Già siamo in porto! Scendiamo, e mi sarà agevole farti vedere e toccare quel che era questo Regno sotto la dominazione de’ Borboni, e quel che ne han fatto i tuoi eroi da commedia, degenerata in tragedia. – Sì scendiamo, esclamò Edoardo, e prima di tutto voglio baciare questa terra calpestata e redenta dall’eroe del secolo XIX. Un dolce presentimento mi dice, che qui mi attendono care e strepitose avventure.
– Non illuso soltanto, soggiunse l’altro, ma ostinato e pazzamente romantico. Infelice mia sorella! qual gravoso e difficile carico mi affidasti? Nonpertanto io spero con l’aiuto di Dio, restituirti il figlio, disingannato da tanti funesti errori. Malgrado i suoi traviamenti, egli ha un nobile ed affettuoso cuore; e questo principalmente dovrà diradare e cacciar via le tenebre che offuscano il suo intelletto.

De’ due viaggiatori (uno essendo il protagonista di questo racconto e l’altro un personaggio interessante), è necessario conoscere il passato. Edoardo è un giovane a 22 anni, bello di aspetto, di forme erculee, di animo intrepido e cavalleresco. Egli nacque in Parigi, ed è figlio unico e solo del barone di Desmet e della viscontessa Peiter, ambi discendenti dalle primarie famiglie aristocratiche della Brettagna; i loro padri furono sempre distinti da’ re Borboni con onori ed alte cariche in Corte. Il barone fu ucciso il 3 dicembre 1852, quando Luigi Napoleone fece il colpo di Stato, insanguinando le vie di Parigi, ed abbattendo quella repubblica che avea giurato di mantenere e difendere.
Edoardo, rimasto orfano di padre ad otto anni, fu messo dalla madre nel Collegio de’ gesuiti di Parigi, ove fece rapidi progressi negli studii; e quel che più monta si è, che, sebbene fosse molto vivace, si distinse, tra tanti suoi colleghi, con le pratiche di pietà senz’affettazione, e con la subordinazione a’ suoi superiori senza bassezza: insomma Edoardo era il tipo del giovane colto e del fervente cattolico.
La baronessa, sebbene donna istruita e pia, nonpertanto si uniformò al pericolosissimo uso dell’aristocrazia, cioè volle che Edoardo, appena compiuti gli anni 18, uscisse dal Collegio, e fosse padrone delle sue azioni, dandogli un forte assegno mensile, per farlo figurar bene in società, e per tutti gli onesti svaghi giovanili.
Intanto dopo che la gioventù aristocratica si educa in collegio, o dall’aio sotto gli occhi dei genitori, non è un funestissimo errore gettarla poi senza guida, a 18 anni, in mezzo al gran mondo, nell’età in cui si sviluppano le buone e le ree passioni? In quell’età i giovani generalmente sono troppo fiduciosi, perchè senza esperienza, entusiasti perchè pieni di vita e di benessere; vedono tutto col prisma della loro relativa innocenza; giudicano gli amici e le loro conoscenze dalle parole melate, dalle proteste di amicizia o di amore: essi infine s’immaginano che il sentiero della vita sia seminato di continui piaceri; e perchè la gioventù è presuntuosa, credono che i triboli sono pei soli poveri e pe’ fatui. Tutte queste credenze e supposizioni son la causa della rovina di buon numero della nobile gioventù.
Edoardo, appena libero o padrone di sè stesso, cominciò a frequentare varie società, ove si riunivano giornalisti liberali, che facevano propaganda settaria, giovani eleganti con una vernice di mal digerita dottrina, acquistata nei dizionarii enciclopedici, parlando a sproposito di tutto, e sentenziando su tutto, ripetendo sempre il prediletto ritornello epicureo: Finchè l’età c’invita – cerchiamo di goder – l’aprile del piacer – passa e non torna. In quelle società vi erano donne, che, non avendo altro mezzo per farsi notare, mettevano in ridicolo la santissima religione de’ padri loro, e per conseguenza anche que’ giovani che si fossero mostrati morigerati e cattolici.
Il nostro Edoardo lottò varii mesi con costanza ammirabile contro quegli errori e seduzioni, spesso facendosi paladino della verità oltraggiata, e qualche volta sostenne caloroso diverbio con parecchi giovani frequentatori di quei saloni; però non potette resistere all’arma vile, detta volteriana; cioè il ridicolo: i frizzi delle donne principalmente l’abbattettero. Egli cominciò a diventar taciturno quando s’ingiuriavano o si calunniavano persone rispettabili e la religione cattolica.
Essendo erede di uno storico nome, ricchissimo, di un ingegno svegliato e colto, fu giudicato una necessaria conquista alla rivoluzione; e quindi tutti si coalizzarono per attirarlo in quei dissolventi ed empii principii, che oggi si addimandano di progresso sociale. Or con dolci rimproveri, or con ispeciose ragioni ed or con adulazioni lo avvolsero nelle loro fatali spire; ed egli a poco a poco divenne un libero pensatore, un seguace della repubblica universale, e per conseguenza irreligioso e di costumi alquanto rilasciati.

L’altro nostro personaggio è il Visconte Luigi di Peiter, fratello della madre di Edoardo; era nato in Parigi nel 1810. Giovanetto servì, da Paggio, nella Corte di Carlo X;

e dopo che questo 

Carlo X di Francia

sovrano fu costretto a prendere la via dell’esilio, nel 1830, a causa della rivoluzione orleanista, si ritirò in Brettagna, ove si addisse a’ dotti e severi studii. Egli volle restare celibe perchè molto amava l’unica sua sorella, e poi Edoardo, a cui avea destinato lasciare la sua pingue fortuna. Nel suo ritiro non volle alcuna distinzione, cioè nè essere eletto consigliere municipale o provinciale, nè deputato al Corpo legislativo. Siccome immensa era la sua fedeltà e devozione verso il legittimo erede di Francia, Enrico V di Borbone, oggi il più antico ed illustre esule della gloriosa stirpe di Capeto, così spesso recavasi in Germania per visitare ed ossequiare l’esule suo Principe. Essendo eziandio fervente cattolico, quasi ogni anno recavasi pure a Roma, per assistere alle funzioni della Settimana Santa e per ricevere la benedizione del S. Padre; indi visitava Napoli, essendogli molto simpatica quest’amena città.
La signora baronessa di Desmet, novella Santa Monica, deplorava il traviamento del figlio, e pregava il misericordioso Iddio di ricondurlo a sè. Spesso con dolci rimproveri lagnavasi con Edoardo, perchè il medesimo avea smosse le pratiche di pietà e di religione, ed in cambio s’ingolfava nel mare burrascoso degli empii principii e delle cattive abitudini. Nondimeno gli usava tanta condiscendenza, che nulla sapea negargli, sol che l’amato figliuolo le avesse dolcemente sorriso, o fatto un vezzo o dato un bacio: fatale debolezza di cuor materno!Edoardo, già divenuto entusiasta della rivoluzione italiana, pregò sua madre di permettergli un viaggio in Italia, per bearsi, com’egli dicea, all’aure pure della vera libertà, e per ispirarsi a’ portenti dell’arte di questa terra del genio. La baronessa consultò il fratello circa un affare di tanta importanza, e questi consigliò la sorella di far viaggiare Edoardo in Italia, offrendosi di accompagnarlo. – Vostro figlio, egli diceale, sebbene traviato da’ cattivi compagni, ha un ottimo cuore; egli allontanandosi da’ saloni, che disgraziatamente frequenta, vedendo co’ proprii occhi e toccando con le sue mani in quale stato è ridotta l’Italia, dopo che s’insediò colà la setta rivoluzionaria, smetterà tutte le sue utopie di liberalismo. La vista poi del tribolato gran Pontefice Pio IX, di quei monumenti cristiani, delle imponenti e maestose funzioni della Settimana Santa, che si compiono in quella Metropoli del mondo cattolico, ridesteranno in Edoardo que’ principii e quei cari sentimenti che voi gli comunicaste col latte. – La baronessa, fuor di sè per la gioia, estatica ascoltava il fratello, ed in risposta gli gittò le braccia al collo, erompendo in dirottissimo pianto di consolazione.
La partenza di Edoardo e del Visconte venne irrevocabilmente conchiusa; e si stabilì che i medesimi da Marsiglia doveano recarsi a Napoli, per via di mare, affin di passare l’inverno in questa città, condursi poi a Roma per le feste della Settimana Santa, in seguito visitare le altre cento città italiane. Edoardo annunziò ai suoi amici il prossimo suo viaggio in Italia; costoro si mostrarono contentissimi, e voleano dargli delle lettere commendatizie; però avendo inteso che l’accompagnava lo zio, si astennero e fecero il niffolo, sapendo di qua’ panni vestiva il visconte Peiter.

I nostri viaggiatori, appena sbarcati all’Immacolatella, si diressero all’Hôtel de Rome, ove presero alloggio. La baronessa e il visconte di già si aveano procurato a Parigi varie lettere commendatizie, dirette a que’ pochi aristocratici legittimisti napoletani, che, per circostanze particolari, non aveano potuto seguire Francesco II nell’esilio di Roma. Il visconte ed Edoardo cominciarono a frequentare i saloni dell’aristocrazia napoletana; che, sebbene non affollati come pel passato, pur tuttavia si facevano ammirare, nulla mancando di elegante e splendido di quanto trovasi in quelli della stessa Parigi. Edoardo si trovò 

Pio IX

fuori del suo centro; egli non sentiva più declamare i giornalisti, tramutati in furibondi tribuni; quivi non vedeva, come là, donne svenevoli, affettanti sentimenti che mai non han provato, ma signore eleganti senza quella civetteria che rende la donna tanto ridicola. In questi saloni il nostro giovane parigino non sentiva un motto contro il clero e contro il Papa, invece si parlava da tutti con profondo rispetto della religione e dei suoi ministri. Dippiù, si rimpiangevano i tempi passati con dirne i vantaggi, e si deploravano i presenti, con descriverne al vivo i mali innumerevoli che affliggevano tutte le classi sociali del tiranneggiato Reame. Per esser poi completa l’antitesi tra i saloni di Parigi, frequentati da Edoardo, e questi di Napoli, la gioventù e le signore mettevano in caricatura i liberi pensatori, i rivoluzionarii e la rivoluzione.
Edoardo mostrò qualche velleità di volersi allontanare da quelle riunioni, e lo zio lo secondò; in effetti, per intramessa di altri francesi alloggiati all’Hôtel de Rome, fu presentato in altri saloni, ove riunivansi gli uomini detti del progresso. Ma in questi il nostro elegante e nobile parigino non trovò quelle forme di perfetta galanteria; le donne male in toilette, poche parlavano il francese, e qualcheduna, volendosi elevare dottorando, spropositava a meraviglia. Gli uomini, sebbene quasi tutti bastantemente istruiti, erano un poco ruvidi, e non concordavano punto su’ loro principii politici, morali e religiosi; chi volea le monarchie liberali e la Confederazione italiana, secondo il trattato di Zurigo, chi optava per Murat, chi per casa Savoia, chi per la repubblica, chi pel comunismo, e taluni infine avrebbero voluto l’anarchia, distrutte le chiese, impiccati i preti, i vescovi, non meno che il Papa medesimo! Questa società sembrava ad Edoardo la vera torre di Babele, con la giunta che i disputanti voleansi distruggere l’un l’altro perchè non convenivano ne’ loro ragionamenti. Egli nauseato ed indispettito volle ritornare ai saloni aristocratici; e lo zio, avendo ottenuto il suo scopo, lo condusse anche al Club del Whist, frequentato dal fior fiore de’ signori napoletani. Ivi fece conoscenza con varii personaggi di garbo ed istruiti; e non essendovi donne, per lo più si parlava di politica e de’ fatti del giorno, sempre con senno e moderazione.
Il visconte confidò ad alcuni suoi antichi conoscenti il traviamento del nipote, e costoro gli promisero che avrebbero fatto di tutto per disingannare il giovine barone, convincendolo su’ mali che qui avea recato la rivoluzione trionfante, e che questa non era avversata da’ soli clericali e borbonici, ma da tutto il popolo, ed anche da coloro stessi che prima l’aveano propagata e poi servita. Il duca di C. , istruito ed eloquente, fu il più fortunato d’incontrar le simpatie di Edoardo; ne approfittò, ed essendosi stretto in cordiale amicizia con lui, non lo lasciò più un solo giorno.

Conducealo spesso in sua casa, ove fumavano per ore intiere, chiacchierando di tutto; ne’ giorni di buon tempo conducealo eziandio ad una sua villa presso Napoli, ed in varii luoghi della città e dintorni, or a cavallo, or in vettura ed ora a piedi. Il duca non era mai il primo a parlar di politica, però rispondeva alle interrogazioni del suo giovine amico; ed approfittando di qualche fatto che avveniva in città, o della vista di qualche luogo, gli dava delle ampie spiegazioni, risalendo sempre alle cause prossime e remote, non tralasciando di fargli conoscere gli uomini dei tempi di cui ragionava. Un giorno, passando a piedi pel Largo del Castello, Edoardo guardava meravigliato quegli uomini e quelle donne adagiati al sole, mezzo nudi, e luridi da’ piedi agli arruffati capelli. Volgendosi al duca, ed additando quegli sventurati, esclamò: È questo un triste ricordo lasciatovi da quella dinastia che ancor pur sento encomiare da qualche classe di persone, poco lodevolmente appassionata di que’ sovrani, che furono causa dell’abbrutimento di questi miserabili.

Barone, risposegli il duca, son passati sei anni, che siamo governati da’ così detti umanitarii progressisti, e come costoro han fatto sparire le imagini e le statue de’ Santi e di Dio, che la devozione del nostro popolo avea collocate sulle mura e sulle porte delle sue abitazioni, in ugual modo avrebbero potuto togliere questi scandali del vagabondaggio, dell’avvilimento e del vizio. Giacché avete oggi notato quest’altro sconcio della nostra città, avreste anche dovuto riflettere, che se fosse stata una conseguenza del passato governo, gli attuali rigeneratori italici avrebbero dovuto porvi riparo; maggiormente che vennero col gonfio programma di voler moralizzar le masse, sollevandole da quella miseria ed abbiettezza in cui le tenevano le passate Signorie, per non far loro alzare il capo, e così, diceano, governar bestie innocue in cambio di uomini. Questi miseri, che qui vedete, è pur vero che s’incontravano sei anni or sono, essendo spinti a questa vita da un fatale istinto, che invade i bassi strati sociali del nostro paese, favorito dalla dolcezza del clima; ma è pur verissimo che oggi si sono sconciamente moltiplicati, perchè di gran lunga si è 

Giuseppe Garibaldi

accresciuta la miseria e la depravazione. Tanti e tanti di questi infelici non ozierebbero qui, se trovassero lavoro, come lo trovavano pel passato; e se i pii operai della vigna del Signore potessero soccorrere e beneficare questi uomini, e queste donne disgraziate, come praticavano prima di essere stati spogliati dalla rivoluzione. Oggi si è a’ preti anche interdetto di far del bene col proprio danaro, il governo per lo meno li accuserebbe di arruolatori reazionarii, perchè teme sempre l’influenza dei medesimi sulle masse. Signor barone, se i governanti proseguiranno a reggerci in questo modo, altri venti anni, se voi ritornerete in Napoli, vi troverete qui, meno i morti, anche tutti gli amici che conoscete al Club del Whist! Vi sembra una esagerazione? Oh! disgraziatamente è la più semplice delle verità. Il nostro commercio è sparito, la nostra industria rovinata, dopo che Ferdinando II l’avea portate a quello stato di floridezza da fare ingelosire la stessa Inghilterra. Noi paghiamo dazii illogici ed enormi su tutto, che assorbono le nostre rendite; ed il governo a poco a poco incamererà tutta la fortuna privata con la sola tassa della successione.

Perchè noi abbiamo dovuto restringere il nostro modesto lusso, i nostri servitori son venuti ad ingrossar la società che bazzica in questo Largo del Castello e sul Molo, e qui aspetteranno anche noi, se Iddio benedetto non dirà basta a’ nostri crudeli padroni! Come volete poi che la gente del nostro popolo fosse accostumata, se le han tolto l’unico soave freno, la religione, che la confortava nei suoi mali, ispirandole pazienza ed eroica rassegnazione, con la promessa di un’altra vita di eterni gaudii? Oggi i restauratori dell’ordine morale han fatto comprendere a’ più cattivi soggetti del popolo, che inferno, paradiso e Dio sono invenzioni de’ preti per avvantaggiare la santa bottega. Come volete che questa gente non fosse inasprita, e data al furto, al mal costume, alla disperazione, quando le han tolto tutti i lucri e vantaggi che godeva sotto il passato governo? Qui eravi una Corte splendida, con la quale viveano migliaia e migliaia di famiglie, e che facea dividere più di un milione all’anno in soccorso de’ poveri di questa sola città. Allora tutto manifatturavasi nel Regno, oggi in altre città italiane, o all’estero; quindi per quante sono le braccia rimaste senza lavoro, altrettante sono le famiglie affamate.

Noi avevamo innumerevoli Congregazioni di Carità, dedite a soccorrere gli sventurati, gli indigenti ed i malati, allora amministrate da distinti personaggi caritatevoli e ricchi; oggi quelle Congregazioni son cadute sotto l’ugna del Fisco, che le ha distrutte; e quelle salvate dal generale naufragio, son ridotte povere, perchè colpite dalla tassa della Ricchezza mobile, oltre di tante altre, ed amministrate non tutte da persone commendevoli. Gli stessi ospedali, fondati ed arricchiti dalla carità cattolica e da’ nostri Sovrani, son depauperati a causa delle tasse governative e della cattiva amministrazione; per la qualcosa si son dovuti ridurre i letti da migliaia a centinaia. In questi ospedali si ricevono gli ammalati poverissimi quando già sono agonizzanti; in cambio di guarire, vanno ivi a perire, onde che dal popolo son detti: spedali di moribondi o di morti.
Che più? noi avevamo una Confraternita di Cavalieri che largiva immense elemosine anche a domicilio, che vestiva ogni anno centinaia di nudi, che mandava il medico ed i medicinali a que’ poveri che non poteano andare all’ospedale. Il governo umanitario e riparatore la colpì di tassa di Ricchezza mobile, nientemeno di trentamila ducati annui, che si tolgono all’umanità sofferente, e per essere divorati dagli ex martiri gaudenti! Giunge a tale la rapacità di questi nostri padroni umanitarii, che tassano di Ricchezza mobile quello poche migliaia di lire, che gli uomini caritatevoli raccolgono con infinite cure per la Sacra Infanzia!

I bisognosi trovavano elemosine nelle Sagrestie di questa città, ne’ conventi, ne’ monasteri e nell’Episcopio; dopo che il governo umanitario ha tutto annesso o incamerato il patrimonio ecclesiastico, ch’è anche quello del povero, questi più di tutti ne ha risentito le fatali conseguenze. Volete accertarvi, signor barone, che i poverelli sanno per prova che i nostri ecclesiastici son caritatevoli? Osservateli nelle strade ed anche a’ passeggi, ove trovansi tante persone ben vestite ed eleganti: essi appena vedono comparire un prete, sia pure non ben vestito, lasciano di chiedere l’elemosina a quelle, che sembrano doviziose, e corrono a domandarla al ministro del Santuario, che forse qualche volta ne ha più di bisogno di coloro che gliela domandano.
II governo della rivoluzione, avendo moltiplicate le tasse governative e municipali, tutti i generi di prima necessità son triplicati di prezzo. Pel passato il povero artigiano viveva con la sua famigliuola financo con una lira al giorno, adesso non gliene bastano quattro per godere della miseria di allora. Dopo tutto quello che vi ho detto, non dovete più meravigliarvi se l’artigiano senza lavoro, che lo cerca e non lo trova, e simili persone, vanno pure ad ingrossare i pezzenti e gli sfaccendati habitués al Largo del Castello e sul Molo. Sì, la rivoluzione trionfante ci ha tolto tutto quello che avevamo di bello e di buono, senza averci compensato in alcuna cosa, essendo essa sempre conseguenza a’ suoi principii e alla sua tristissima natura.

– Dovete però convenire, signor duca, rispose Edoardo, che oggi godete di tanti altri beni da voi sconosciuti sotto il regime borbonico – Grazie! soggiunse questi. Concesso pure che godiamo di tanti altri beni, che non ci vennero regalati dai nostri sovrani, quando al popolo manca il pane e l’alloggio, a che valgono i tanti altri beni che credete di averci largiti l’attuale ordine di cose? – Avete il diritto di riunione, avete la stampa libera. – Che Dio ci liberi dell’uno e dell’altra! Noi li abbominiamo perchè servono a mantenere in trambusto il paese e calunniare tutto quello che vi è di sacro in terra ed in cielo. Del resto forse che un povero padre, quando i suoi figli digiuni gli domandano pane, potrà sfamarli col diritto di riunione o con la libera stampa? Dobbiamo andare al positivo, signor barone, e lasciar le utopie rivoluzionarie; se vogliamo considerare i fatti, ci convinceremo che i tanti beni largiti da’ rivoluzionari che sono al potere, fan più male che bene.
– Ma i borbonici, clericali, disse Edoardo, si servono della libera stampa per attaccare il governo. – E fan benissimo, rispose il duca, così essi difendono il diritto manomesso, la religione perseguitata, e ribattono le calunnie settarie, spacciate da un giornalume spudorato ed empio. Si pretenderebbe forse che i cattolici rinunziassero al diritto della difesa? Nondimeno i cattolici si servono della così detta libera stampa con gran pericolo e per prodigio di coraggio. La stampa cattolica muore e rinasce, cambiando nomi e tipografie; imperocchè quando i governanti non possono legalmente incriminarla o distruggerla, le avventano contro i camorristi, da loro stipendiati, e la studentesca corrotta e sfaccendata. Costoro corrono alla tipografie, ed ivi minacciano e battono i tipografi; sparnazzano i caratteri, rompono i torchi, insultano gli scrittori ed ardono i fogli. Cosi fecero coi giornali cattolici La Croce Rossa, L’Aurora, L’Equatore, La Tragicomedia, La Settimana, Il Flavio Gioia, L’Araldo, Il Corriere del Mezzodì, La Stampa meridionale, Il Papà Giuseppe e con altri in seguito. I fogli liberaleschi annunziarono contentissimi quelle violenze, dicendo, che giovani generosi, de’ più colti, aveano fatto, con cortesia, giustizia contro la stampa borbonica e clericale – Ed aveano ragione, perchè facendo tacere quei giornali, i medesimi non potevano ribattere quest’altra spudorata menzogna.

Farini e Cialdini allora, l’un dopo l’altro luogotenenti del Re Vittorio Emanuele, si compiacevano e si gloriavano di essere ispiratori e sostenitori di quella nauseante anarchia tirannica; essi che aveano sbanditi i Borboni perchè tiranni! Già si sa che i patriotti han sempre due pesi e due misure; difatti quante catilinarie non ischiccherarono nel 1849, perchè pochi giovani uffiziali volevano bastonare Silvio Spaventa, scrittore di un giornalaccio, che calunniava l’esercito ed il re? Allora era un attentato contro la libera stampa, oggi è giustizia di giovani generosi e colti imbestialire contro i tipografi, le tipografie e gli scrittori. Ferdinando II, che punì gli uffiziali offesi che voleano bastonare Spaventa, era un tiranno secondo la logica settaria; Farini e Cialdini, che lodarono le violenze ed i saturnali della sbrigliata studentesca e de’ camorristi, erano liberali di tre cotte!
– Voi, signor duca, disse Edoardo, mi raccontate cose incredibili, ed io le credo, perchè me le dite voi. Debbo però farvi osservare, che i vostri mali sono sempre una necessaria conseguenza del sistema di governo di que’ sovrani che ancora rimpiangete: essi non vi vollero abituare alla libertà politica, invece vi tennero per 126 anni sotto il più ferreo giogo. Voi avete il dritto di petizione al Parlamento nazionale: perchè non avete fatto presente allo stesso simili violenze contrarie alle leggi fondamentali dello Statuto italiano? Perchè non avete incaricato i vostri deputati di alzar la voce, e così ottenere giustizia completa e strepitosa?

 I nostri principi, che ancora a ragione rimpiangiamo, e rimpiangeranno i nostri posteri, se 

Bettino Ricasoli

durerà a lungo questo stato di cose, non ci tennero sotto il più ferreo giogo, ma sotto il più mite e paterno scettro, a preferenza degli altri Stati di Europa, che si vantano liberali ed umanitarii. Le nostre leggi civili e criminali erano un portento di sapienza, e quelle pubblicate sotto l’immortale Carlo III di Borbone diedero la prima spinta all’attuale vera civiltà: per convincerci di ciò basterebbe leggere gli stessi storici detrattori de’ medesimi Borboni, come Botta e Colletta. Noi napoletani e siciliani eravamo liberissimi di fare il bene, soltanto impediti di perpetrare il male, e qui sta la vera libertà. Oggi a causa delle spoliatrici tasse ci manca eziandio la libertà civile, la più necessaria al vivere sociale. Conciossiacchè se comprate o vendete, se affittate o permutate, se ricevete o date danaro, insomma esercitate i vostri diritti civili, prima di tutto dovete sfamare la lupa di Dante, cioè il fisco italiano, che s’impone come il nostro storico camorrista; e le sue innumerevoli pretensioni e vessazioni rare volte finiscono senza multe. Orribile a dirsi! esso, il fisco italiano, fa pagare anche la tassa sopra i morti: all’addolorato figlio, gli si fa pagar la tassa, perchè gli è morto il padre! Il becchino interra i trapassati, il fisco italiano li spoglia; quello fa un atto di misericordia, questi spogliandoli crede compiere un’azione patriottica.

Noi non avevamo Parlamento detto nazionale, eravi però la Consulta di Stato, che valeva più delle attuali Camere legislative, buone soltanto a votar tasse e leggi contro la Chiesa. È pur vero che avea il voto consultivo in cambio di quello deliberativo, nonpertanto i nostri sovrani non emanarono mai un decreto di qualche importanza, in contraddizione ai voti di quella Consulta. Non è poi vero che i sovrani di Casa Borbone non ci vollero mai abituare a quella che voi chiamate libertà; essi largirono tre amplissime Costituzioni, cominciando dal 1820 fino al 1860. I così detti liberali si servivano delle stesse per iscalzare il patrio trono, esautorare i nostri re, e vendere la patria agli stranieri, sotto di cui poteano impunemente rubare, tiranneggiare i popoli e perseguitare la religione cattolica. Essi conoscevano bene di non potere perpetrare simili iniquità sotto i re Borboni, e fu questa la ragione per cui dichiararono i medesimi incompatibili con gli ordini rappresentativi. Mentre i liberali violavano in tutti i modi la Costituzione, che avevano giurata, perchè que’ principi prima li ammonirono o poi l’infrenarono, non si peritarono di proclamarli fedifraghi o tiranni: i carnefici dichiaravano la vittima tiranna! Il 1848 e più il 1860 sono due splendide prove senza replica. Scusate poi, signor barone, se vi dico, che voi confondete la vera libertà con quella settaria; del resto ciò fa onore alla vostra buona fede. I nostri attuali governanti vollero la libertà per essi e pel loro partito; noi siamo soltanto buoni a pagare una miriade di tasse, e di dare il tributo di sangue, per sostenere i loro capricci, le loro utopie tiranniche, e mantenere il loro scandaloso lusso: noi siamo i veri iloti dell’Italia. Mi parlate di diritto di petizione, quando neppure ottiene l’onore di essere discussa in Parlamento una petizione del Municipio messinese, già progressista, perchè non facea l’interesse de’ governanti; come sarebbe stata accolta un’altra de’ buoni cittadini del Napoletano, che vengono qualificati ingovernabili e briganti? Voi ignorate che il capo del governo di allora era un Cavour e poi un Ricasoli, che aveano mandato qui Farini, Ponza di S. Martino e Cialdini per trattarci in quel modo spaventevole che tutti sanno, e che fece raccapricciar di orrore l’Europa civile?
Mi dite che dovevamo dare l’incarico a’ nostri deputati per alzar la voce in nostro favore; ma non sapete che gli onorevoli, rappresentanti il I° Parlamento italiano, proclamatori dell’unità italiana, sono stati eletti in grazia degli sfacciati intrighi del potere esecutivo, e quindi servi umilissimi del Ministero? Lo stesso Minghetti, il 27 agosto 1861, disse in Parlamento, esser male non trovarsi rappresentanti del partito conservatore, che pure è nel paese. Ricasoli però, che voleva ingannare i gabinetti di Europa, con giovarsi financo delle stesse violenze che ci faceva soffrire, avea di già mandato una nota a que’ gabinetti, fin dal 31 luglio, notificando a’ medesimi i grandi lavori del I° Parlamento italiano; e vi si gloriava che non trovasse neppure un deputato legittimista o cattolico: « fatto unico nella storia, esso diceva, quando in tutti i parlamenti vi si trovano sempre i fautori dei principi spodestati ».

Con quella nota il politicante barone di Broglio dimostrò tutto il contrario di quello che fraudolentemente voleva provare. Egli dimostrò che la Camera legislativa, riunita in Torino, era stata 

Vittorio Emanuele II

creata a furia d’intrighi del potere esecutivo, e che non rappresentava l’interesse di tutti gl’italiani, ma quello del Piemonte e della setta. Come si potrebbe spiegare che in un Regno eminentemente cattolico, che si combatteva ad oltranza in difesa del suo legittimo re, non si trovassero deputati cattolici e fautori de’ principi spodestati? La risposta è chiara, cioè, che le loro ufficiali statistiche portavano i voti degli elettori essere circa centottantamila; da’ quali tolti ottantamila impiegati governativi, restano centomila elettori dei quattrocento quarantatre deputati, che erano tutto lo sforzo della Giovine Italia. Di modo che in ventidue milioni d’italiani, centomila sono i padroni, il resto schiavi, buoni soltanto a pagar le tasse e dare il tributo di sangue. Fu appunto quel Parlamento, che, come ho già detto, proclamò l’unità italiana, e di più abbattette le leggi de’ varii Stati, frutto di due secoli di sapientissime fatiche de’ padri nostri.
– Ma perchè non vi riunite, domandò Edoardo, per andare disciplinati e compatti alle urne elettorali, affin di eleggere a deputati uomini del vostro partito, giacchè mi fate comprendere che siete la gran maggioranza del paese?
– È facile a dirlo, rispose il duca, difficile e quasi impossibile ad eseguirlo. Pria di tutto i legittimisti ed i cattolici, chi per tema, chi per non riconoscere quel che oggi addimandasi fatto compiuto non vanno alle urne; e chi vi andò qualche volta non fu mai libero, ma spiato e minacciato. Sì, noi siamo la gran maggioranza del paese, accresciuta da’ liberali di buona fede, disillusi; ma siamo tirannicamente spiati ed avversati da chi usurpò la potestà. Forse i nostri governanti desidererebbero un manipolo di deputati del nostro partito, per rendere noi solidali con loro di tutte le leggi draconiane che han fatto e che dovranno fare; ed anche per dire all’Europa: « ecco tutto lo sforzo de’ retrivi, che si vorrebbero imporre all’Italia, proclamandosi la gran maggioranza del paese ». – Se noi andassimo tutti disciplinati e compatti alle urne politiche, credete voi che i nostri governanti ci lascerebbero tranquilli? No, sig. barone, essi ci farebbero una guerra sleale ed accanita; in ultimo ci avventerebbero contro i camorristi e la studentesca faziosa, come han fatto co’ giornali cattolici. E concesso pure che noi, dopo i superati pericoli, e forse il sangue versato, ottenessimo la maggioranza nel Parlamento, questo sarebbe immediatamente disciolto, per crearsi a qualunque costo una Camera secondo le vedute del governo, come appunto si praticò in Piemonte nel 1849, essendo ministro dell’interno Pier Luigi Pinelli; perchè le prime elezioni riuscirono tanto democratiche da mettere in pericolo la monarchia di Vittorio Emanuele. Nel 1857 avvenne tutto al contrario; essendosi stretti in fraterno connubio Rattazzi e Cavour, annullarono le elezioni in persona di canonici, preti e cattolici sinceri, dovendosi preparare alla spoliazione del Papa.

Bisogna persuaderci: le Camere legislative risultano sempre dello stesso colore del ministero; potete addurmi esempii in contrario in Inghilterra, e qualche caso in Francia sotto il regime de’ Borboni; ma qui, ove i partiti sono radicali, i medesimi vogliono dominare a qualunque costo. Gli uomini che oggi ci governano, essendo quasi tutti parvenus e capaci di tutto, per non perdere la ghermita preda, manderebbero a soqquadro noi e l’Italia. Non solo siamo noi impossibilitati ad esercitare i nostri diritti politici, per le ragioni che già vi ho esposte, ma siamo esclusi dagl’impieghi, dalla magistratura e dalla pubblica istruzione, perchè questa dovrà essere anticristiana. Quello che poi fa onta a questo già Regno si è, che dobbiamo essere governati da’ proconsoli mandati dal Piemonte, come se qui mancassero uomini politici ed amministrativi; ciò dimostra che i governanti non son sicuri delle così dette province meridionali, neppure della Sicilia, ove mandano, come qui, o piemontesi o piemontizzati per luogotenenti del re, ed oggi prefetti.
Sarebbe troppo lunga e noiosa la storia della Luogotenenza di Napoli, se io volessi narrarvela tutta intiera, sebbene non durò più di sedici mesi; perchè altro non sentireste, che le stesse prepotenze ed efferatezze, i medesimi errori ed insipienze, il continuo sfacelo del Regno, di quanto in esso eravi di bello e di buono, voluto e procurato da que’ medesimi burbanzosi luogotenenti, venuti per ristaurare l’ordine morale. Nonpertanto voglio esporvi qualche cosa di quel che soffrimmo sotto il regime de’ medesimi, per confermarvi quel che ho detto, cioè che abbiamo avuto ragioni abbastanza, indipendentemente da’ nostri incrollabili principii, per non insudiciarci con coloro che vennero qui per governarci alla Tamerlano.
Comincio dal luogotenente del re Vittorio Emanuele, Carlo Luigi Farini, chiamato l’eccelso dal Settembrini, reputato grande scrittore di storie, perchè scrisse nell’interesse della 

Il generale Cialdini

rivoluzione. Egli esordì con una gonfia proclamazione, bene imbottita di altisonanti frasi liberalesche, promettendo l’età dell’oro a questo saccheggiato Reame: ma fece tutto al rovescio di quel che avea promesso; l’età dell’oro era giunta soltanto per lui. Fu quel luogotenente che scrollò la sapientissima amministrazione napoletana, e, se mi fosse lecito, direi, che organizzò il caos. Sotto il regime di Farini migliaia e migliaia d’impiegati onesti furono destituiti senza ragione, se non fosse quella partigiana, per esser surrogati dagli ex martiri senza martirio, da stranieri e da napoletani traditori o ignoranti. Odio, vendette, rapacità, persecuzioni a’ ministri del Santuario furono le basi dell’amministrazione fariniana.
Farini, medico da una lira, che percepiva da’ suoi malati di Russi nelle Romagne, che avea proclamato tiranno Ferdinando II, nella sua Storia d’Italia, s’insediò nella Reggia di Napoli; il primo atto della sua trista potestà, fu quello di decretare un reggimento di Carabinieri, destinati a terrorizzare i suoi amministrati, ed arrestare quegli uomini indipendenti, che non si fossero inchinati alla sua riparatrice autorità. Indi fece un Consiglio di luogotenenza, chiamando quegli uomini ben conosciuti, servi umilissimi del Piemonte. A’ medesimi assegnò quattrocento ducati al mese, oltre le spese di ufficio come ministri – Perchè dunque si fanno le rivoluzioni? – Egli poi, che avea dichiarato di voler morire povero, prendevasi undicimila ducati al mese, ed altri duemila per spese di viaggi, che non fece mai.

Sotto quella luogotenenza, Napoli non ebbe mai pace. I garibaldini facevano dimostrazioni sediziose, ed in ogni momento, gridando contro tutti gli uomini al potere, ed in favore del loro duce Garibaldi, e così credevano imporsi al paese. Farini, in cambio di arrestare costoro, inveiva contro i pacifici cittadini; difatti tra i più distinti faceva arrestare sette generali napoletani, cioè i due fratelli Marra, Palmieri, d’Ambrosio, de Liguoro, Polizzy e Barbalonga, che soffrivano in pace le ingiustizie ricevute dal governo riparatore; sol perchè non erano stoffa di setta, dovevano essere perseguitati ad oltranza.
Quel luogotenente, proclamato per adulazione eccelsa capacità, divenne esoso a tutti i partiti. Egli, che si era vantato nel suo proclama a’ napoletani di ristaurare l’ordine morale, cadde sopraffatto dalla sua stessa immoralità, che avea inoculata nelle masse: egli perchè protettore de’ tristi e persecutore de’ buoni, cadde come corpo morto. Re Vittorio, nel Consiglio dei ministri, riunito in Torino, il 31 dicembre 1860, lo destituì. Però il nostro eccelso si era bene accommodato con la sua lista civile et reliqua; del resto parce sepulto, dappoichè la sua morte fu quella riserbata a tutti i persecutori della Chiesa: egli morì con la stessa schifosa malattia dell’ateo Voltaire.
Contemporaneamente alla destituzione di Farini, fu eletto luogotenente di Napoli il Principe di Carignano, cugino del re Vittorio, assegnandosi al medesimo venti milioni di lire di lista civile, da pagarsi all’erario napoletano! Somma assai superiore a quella che questo Regno pagava a’ Borboni, anche a titolo di lista civile. Di modo che, mentre queste provincie napoletane erano assorbite dal Piemonte, si costringevano a pagare una enorme somma ad un principe di Casa Savoia. Al novello luogotenente di Napoli si diedero poteri sovrani, fino alla convocazione del Parlamento, mettendogli a fianco in qualità di Segretario un Mentore, da soprastare a’ consiglieri di Luogotenenza. Quest’alta carica la si diede a Costantino Nigra, figlio di uno spedaliere, bellimbusto e paraninfo tra Cavour e Napoleone III. Nigra volea darsi grande importanza; ma noi ridevamo, ed insieme compiangevano questo disgraziato paese, al solo vedere un nuovo D. Giovanni Tenorio, che vantavasi di volerci beatificare, riformando, o meglio, distruggendo le sapientissime leggi di Ruggiero e di Carlo III. Egli, per darsi più importanza, diceva una gran verità, cioè che Farini avea messo a soqquadro queste province, demoralizzandole, ammiserendole ed ingigantendo le reazioni.

Si creò un nuovo Consiglio di Luogotenenza composto di vampiri o traditori; basta dirvi che alla polizia fu destinato Silvio Spaventa, ed all’interno il celebre Don Liborio Romano. Queste due nomine fecero strabiliare gli stessi rivoluzionarii unitarii; ed avendo fatto degl’indirizzi al Carignano per cacciarli via, questi fece orecchio da mercante, malgrado che la Guardia nazionale, unita ad una imponente 

Carlo Luigi Farini

dimostrazione, il 19 gennaio, avesse gridato, sotto il palazzo delle finanze: abbasso Spaventa! In risposta a quella dimostrazione, il dì seguente si pubblicarono le nomine di varii senatori, tra cui eranvi tre conosciuti traditori, cioè Garofalo di Marina, Niutta presidente della Cassazione ed il celebre generale de Sauget, l’eroe di Palermo del 1848, uno di coloro che bazzicarono nelle anticamere di Francesco II fino al 6 settembre 1860, ed il giorno appresso andò ad incontrare Garibaldi a Salerno. Si vedeva proprio che si volevano insultare i borbonici ed i liberali! Il Piemonte trattava tutti come popoli conquistati, impipandosi della così detta opinione pubblica, od anche della pubblica moralità.
La luogotenenza Carignano altro non fece che aumentare tutti i mali, importati dalla rivoluzione e gli altri creati dall’eccelso suo predecessore Farini. Napoli e le province si dibattevano in una truce anarchia; altro non si sentivano che furti audacissimi di ladri di strada e di officii pubblici, omicidii barbarissimi perpetrati in pieno giorno, aggressioni e violenze a mano armata; la stampa faziosa protetta, quella cattolica perseguitata o soppressa. Dall’altra parte gli ex martiri e camorristi gaudenti; onesti e valorosi uffiziali del disciolto esercito, perchè aveano adempito al loro dovere, quali perseguitati e quali ridotti a chiedere la elemosina. Le università, le borse, i tribunali deserti, i caffè, i clubs, le bische popolatissimi, studenti schiamazzanti, generose in trionfo, preti e frati buoni perseguitati e spogliati: la religione degli avi nostri derisa con articoli di giornali e con isconce caricature. Un giornalaccio, scritto da un prete apostata , insultava tutto quello che vi è di sacro, anche chiamando il Cardinale Riario: diavolo con la coda e con le corna -quante bestialità in poche parole! – e voleva impiccarlo in nome di Dio insieme con gli altri galantuomini. Tutto era sfacelo materiale e morale; costumi pervertiti, penurie mai provate in questo Reame, arresti e fucilazioni in massa.

Garibaldi, nel 1860, disse a’ palermitani: « Anche io son realista; ma, re per re, a Francesco II preferisco Vittorio Emanuele, che mi dà la libertà, mi dispensa dalle tasse, dà i viveri a buon mercato e mi salva dalle unghie della polizia ». L’eroe sapeva di mentire quando faceva quelle promesse ad un Regno florido e ricco, e che godeva di tutti que’ beni sotto i Borboni, non ignorando il modo di governare de’ liberali, maggiormente di quelli insediati in Torino. Ebbene, alla vista del subisso di questo Regno, a causa delle sue interessate promesse, fatte a’ popoli delle Due Sicilie, in cambio di tacere, o di battersi il petto, dicendo: mea culpa, mea maxima culpa, in cambio di flagellare i suoi amici al potere, causa degli stati di assedio, delle carcerazioni e fucilazioni, delle miriadi di nuove tasse, e dello spaventevole caro de’ viveri, egli, l’eroe, inveiva rabbiosamente contro l’innocuo e tribolato clero e contro quella splendida figura del nostro secolo, Pio IX, chiamando vipera questo angelico Pontefice. Mentre soffriva in pace le persecuzioni contro i suoi garibaldini, aizzava le discordie civili, predicando l’esterminio de’ tribolati e de’ deboli; rincantucciandosi però alla voce di Cialdini; il quale lo minacciava da Torino, scrivendogli: « Nemico d’ogni tirannia, combatterò anche la vostra. Voi eravate in pessime condizioni sul Volturno quando noi arrivammo ». Ecco l’eroe tanto esaltato dalla rivoluzione! Ma egli mira al suo interesse personale, il tempo lo proverà. Spaventa, consigliere di polizia, operava peggio di del Carretto e di Peccheneda, accrescendo l’odio, contro di sè e de’ suoi consorti, dei garibaldini e della Guardia nazionale: a quest’ultima, con ordinanza, avea proibito la divisa fuori servizio. Tutti costoro riunironsi e gridarono: Morte a Cavour! Morte a Spaventa! Vogliamo Garibaldi! Assaltarono il palazzo delle finanze per accoppar lo Spaventa, ivi insediato; il quale si occultò in un armadio e nella confusione, i carabinieri lo fecero fuggire, ma per la paura lasciò il cappello. I dimostranti non avendolo trovato, taluni rubarono, altri guastarono la mobilia, che ornava il gabinetto del consigliere di polizia; e tutti schiamazzavano che volevano nelle mani lo Spaventa. Indi, scendendo in via Toledo, gridavano abbasso e morte come energumeni, spaventando i pacifici cittadini. Assaltarono con reo intendimento D. Antonio Spinelli, che traversava quella via in carrozza, scambiandolo col consigliere di polizia, ma quello si salva a tempo, dicendo il suo nome. Tutta quella turba sediziosa e briaca corse alla casa di Spaventa, e non avendolo trovato, rovista tutti i mobili, ruba, rompe vetri, finestre e porte.

– Or vedete, signor barone, in quale stato anarchico era ridotta la pacifica e gaia Napoli, da coloro che erano venuti per ristaurare l’ordine morale e beatificarci! Vi basti questo solo fatto per formarvi un’idea approssimativa dello stato in cui trovavasi questa città: quando si assalta nel proprio officio il capo della polizia, circondato da carabinieri, è tutto dire. Quella dimostrazione non venne repressa, ma finì per istanchezza. I governanti, perchè non sostenuti da alcun partito, con la solita lealtà, l’attribuirono a’ borbonici, i soli di cui confessavano l’odio; e perchè costoro sono e saranno, finché Dio lo permetterà, i capri espiatorii delle infamie liberalesche.

Mentre tanti 

Marco Minghetti

mali straziavano questo Reame, il luogotenente del re, principe di Carignano, in cambio di apporvi rimedio, dava de’ balli in maschera. Essendosi astenuta l’aristocrazia d’intervenirvi, invitò ogni sorta di gente, che voi francesi chiamate parvenus, per riempire i dorati saloni; e poiché quella gente non era abituata alle feste di Corte, fece cattivissima comparsa. Le donne, male in toilette, assaltarono armadii e credenze, e gli uomini si rissarono tra loro, per la qual cosa seguirono quattro duelli.
Il principe di Carignano, venuto qui per far buona vita, e malgrado che poco si curasse dei nostri mali, non la potette durare in mezzo a quell’anarchia, che non poteva o non sapea infrenare. Prima si diede per ammalato, e poi, ad onta dei venti milioni di lista civile, rinunziò l’alta carica, e partì da Napoli il 16 maggio 1861. Nigra, figlio di spedaliere e gran liberale, in un solo mese che alloggiò nel real palazzo della Foresteria, fece erogare ventimila ducati di addobbi alle camere, ed ancora non mostravasi contento: oh, la democrazia! Questo bellimbusto, atteggiato prima a grande restauratore della nostra amministrazione e poi a magno diplomatico, che avea fatto dire al Carignano, nel suo proclama, avere trovato qui l’appoggio del popolo, ritornato a Torino, pubblicò un prolisso libello, in cui insultava questo popolo, dandogli del superstizioso e del bestia.
Dichiarava il nostro clero ignorante, senza coscienza e dignità. (Avea conosciuti i soli preti di Garibaldi). Asserì che ogni classe di cittadini, sotto varie forme domandasse la elemosina, non esclusa la gente elevata. In ultimo, dimenticando tutto quel che avea fatto dire al luogotenente Carignano nell’ultimo Proclama, aggiunse di aver trovato qui nemico il Clero (ecco perchè era ignorante, senza coscienza e dignità!), avversa la nobiltà, irreconciliabili i soldati napoletani. – Queste ultime assertive erano verissime, ed egli spifferandole a’ quattro venti, dava un colpo mortale al plebiscito del 21 ottobre 1860. Dippiù il Nigra assicurava che di tutti que’ mali erano causa i Borboni, i quali aveano educato male il popolo, i soldati, la nobiltà, il clero. – Il nostro bellimbusto avrebbe preteso che i nostri sovrani ci avessero educati ad odiarli, ed a far plauso a tutti gli stranieri che fossero venuti per toglierci col tradimento il nostro benessere, la nostra autonomia, le nostre leggi, per essere spogliati, derisi e dichiarati briganti! Logica di un diplomatico settario, divenuto poi cuoco alla vostra Corte imperiale !

Al Carignano successe il Conte Ponza di San Martino; era il terzo luogotenente, cioè proconsole piemontese. Costui, al solito, promise cose magne, e chiese a Cavour oro e ferro; avendo ottenuto l’uno e l’altro, per corrompere ed esterminare, s’insediò da padrone in questo Reame. Egli veniva tra noi preceduto dalla fama di uomo onesto, animo forte, grande amministratore. Però i suoi contrarii pubblicarono per le stampe di essere stato un persecutore de’ liberali, di aver fatto appuntare le baionette sul petto de’ repubblicani di Genova, di essersi messo in relazione co’ sicarii per fare assassinare Mazzini, e che era stato uno dei mandatarii per l’assassinio del conte Pellegrino Rossi, ministro liberale di Pio IX. Da tutte queste dicerie noi argomentavamo che i nostri mali non sarebbero mitigati, ma incrudeliti; maggiormente che sapevamo di certo che il conte Ponza di S. Martino avea chiesto a Cavour oro e ferro per governarci con la corruzione e con la guerra civile. Oltre di che in Piemonte avea iniziato la persecuzione contro la Chiesa, ed avea detto in Parlamento: Pochi resistono alla seduzione del danaroe l’oro fa miracoli! È da supporsi quale moralità, quale ordine, quale giustizia potea recarci un luogotenente, che professava 

L’assedio di Gaeta

simili abbietti e depravanti principii, facendone vanto in pubblico parlamento.
Il conte di S. Martino ebbe dal ministro dell’interno, Minghetti, istruzioni in iscritto, e questi tra le altre cose gli ordinava, prontezza nel prevenire, e reprimere le reazioni; diceagli: Purché stia forte la legge, usi pure le armi. – Vedete liberale impudenza! Usar le armi era un’infamia pe’ Borboni e pel Papa; e pel Piemonte, venuto qui per impedir quell’infamia, non solo era un suo esclusivo diritto, ma un atto di gloriosa sapienza e di patriottismo, usandolo contro coloro che si erano dati a lui con plebiscito quasi unanime!
La stampa estera pagata da’ governanti col danaro de’ contribuenti, lodava ogni più turpe atto de’ medesimi; re ed imperatori della vecchia Europa dormivano saporitamente; quindi non ci dee far meraviglia se quelli proseguivano a battere quella via che trovavano breve e senza ostacoli per giungere al compimento del loro truce scopo. Però verrà giorno che re ed imperatori della vecchia e nuova Europa si risveglieranno alla orrenda ridda demagogica , e si ricorderanno delle profetiche parole di Francesco II, loro dirette dal bombardato scoglio di Gaeta. Egli dicea loro: Io qui non difendo la mia sola causa, ma quella di tutti i popoli e di tutti i sovrani.
Sotto la luogotenenza di Ponza di S. Martino si accrebbe l’anarchia e la reazione; si eseguirono innumerevoli fucilazioni di reazionarii; si arrestarono eziandio non pochi in fama di liberali; ma l’anarchia e le reazioni s’ingigantirono sempre più. Inoltre avvennero in quel tempo fatti importanti, tra cui un prestito di settecento milioni, fatto dal governo italiano, la fusione del debito pubblico napoletano con quello sardo, la morte di Cavour, e il riconoscimento del re d’Italia per parte di quella sfinge di Napoleone III.

Trovandosi l’ebreo Bastogi ministro delle finanze del Regno d’Italia, già amico di Mazzini, e cassiere della Giovine Italia, spifferò alla Camera de’ deputati di Torino, che gravando sull’Italia redenta un disavanzo di trecento e quattordici milioni – circa un milione al giorno! – era necessario contrarre un debito di cinquecento milioni effettivi; e per entrare quella somma tutta intera nelle casse dello Stato doveasi elevare il debito a settecento milioni. Il deputato conte Giuseppe Ricciardi napoletano, di fede repubblicana, ma onesto, come se non avesse conosciuto i suoi onorevoli colleghi, a scansare il debito, propose l’obolo d’Italia, a somiglianza di quello di S. Pietro; ma fu deriso dagli altri deputati, e giustamente costoro lo tacciarono d’innocenza preadamitica.
Nella tornata del 25 febbraio 1863, il deputato Francesco Crispi sosteneva che il governo libero deve costar meno del governo assoluto, e voleva sapere da’ suoi onorevoli colleghi perchè sotto il governo libero d’Italia avveniva tutto al rovescio. Egli diceva: « I cinque governi italiani, che abbiamo soppressi, pagavano cinque liste civili, cinque ministeri, cinque rappresentanze all’estero ec; or per quei cinque governi, che abbiamo soppressi, prima del 1859, le spese annue per l’amministrazione pubblica non oltrepassavano mai i cinquecento ottanta milioni, e il deficit delle finanze non fu superiore a cinquanta milioni. Oggi le spese vanno a novecento sessantanove milioni, e il deficit secondo la cifra rotonda composta dall’onorevole ministro delle finanze Minghetti va a quattrocento milioni ».

L’on. Crispi voleva sapere da’ suoi colleghi la ragione di tanta scandalosa anomalia? Ed io mi meraviglio di una domanda tanto ingenua; egli che conosce meglio di tutti i governi rivoluzionarii, i patriotti e le secrete cose; egli ministro delle finanze in Palermo, sotto la dittatura di Garibaldi, sa pure come spariscono i milioni da’ banchi nazionali.
Dopo che fu approvato il prestito di settecento milioni, si approvò eziandio la fusione del debito pubblico napoletano con quello sardo: quello lieve, questo enorme. Per la qual cosa il ministro degli esteri di Francesco II con due dispacci, del 1° e 10 luglio 1861, protestò, che questo sovrano non avrebbe riconosciuto nè il debito de’ settecento milioni nè la fusione del debito pubblico, dicendo: « Tal fusione, piace al Piemonte per disgravare l’indebitato suo erario ». – In ultimo avvertiva possessori di rendita napoletana di procurarsi doppii certificati, a fin di provare il loro diritto in tempi migliori.

Il 2 giugno 1861 moriva in Torino il gran facitore dell’Italia una, il Conte Camillo Benso di Cavour. I parenti di costui pubblicarono per le stampe che il medesimo, prima di morire, avesse detto al Farini: « Mi sono confessato, ora mi comunicherò; voglio che si sappia, che muoio da buon cristiano: sono tranquillo, non ho fatto mai male a nessuno ». Simile al fariseo del Vangelo, voleva anche burlare Iddio, come avea burlato il prossimo! Il confessore di Cavour fu il viceparroco della Parrocchia della Madonna degli Angeli, Padre Giacomo da Poirino; il parroco, Padre Ignazio da Montegrosso, era stato rilegato a Cuneo dallo stesso Cavour. Si disse, che Padre Giacomo da Poirino fosse di manica larga, maggiormente che accettò poi, pei servizii resi, il cavallerato di S. Maurizio e Lazzaro ed una pensione di mille lire annue.
La morte di Cavour, in que’ tempi, fu ritenuta dai rivoluzionarii una sventura nazionale, malgrado che avesse preso le redini del governo il barone Bettino Ricasoli, proclamato l’uomo forte, che poteva continuare l’opera del suo predecessore. Nella supposizione che per la morte di Cavour l’Italia una andasse in rovina, venne in soccorso il magnanimo alleato, Napoleone III. Il quale, a mezzo giugno 1861, dopo le sue solite gherminelle e studiate esitazioni, riconobbe il re di Piemonte a re d’Italia. Dichiarando però: « Ma perchè non sia male interpretato il nostro riconoscimento, nè ci associamo all’avvenire, e nemmeno incoraggiamo intraprese da turbare la pace generale ». Così, mentre gettava polvere negli occhi della diplomazia, con siffatte proteste, teneva aperta la porta di questo Regno al cugino Murat.

Ricasoli, riepilogando il dispaccio francese, in cui riconoscevasi il re d’Italia, storceva le frasi, e ringraziava 

Napoleone, mentre fingeva di tenere il broncio alla rivoluzione italiana, prima che egli l’avesse riconosciuta, diggià l’avea fatta riconoscere dal Portogallo e dal Marocco

l’imperatore di avere riconosciuto il regno d’ItaliaIl magnanimo alleato, per meglio sorreggere la rivoluzione italiana, guarentì il prestito italiano di settecento milioni, contratto a Parigi, e rimandò a Torino il suo ambasciatore, dopo la biricchinata di averlo ritirato. Così smentiva officialmente tutte le sue proteste, fatte contro il Piemonte, quando questo avea invaso gli Stati della Chiesa e quelli dei principi italiani. (Napoleone, mentre fingeva di tenere il broncio alla rivoluzione italiana, prima che egli l’avesse riconosciuta, diggià l’avea fatta riconoscere dal Portogallo e dal Marocco).
Intanto se sentite i nostri rivoluzionarii di tutta la Penisola, i medesimi vi dicono che quell’imperatore è il più accanito loro nemico; e vorrebbero spodestarlo, credendo che senza di lui potrebbero conquistare Venezia, ed insediarsi in Roma. Questo e non altro compenso o gratitudine potea aspettarsi Luigi Bonaparte da chi fu educato negli antri settarii, pasciuto di vendetta e di sangue.

Mentre che esso riconosceva officialmente il re d’Italia, guarentendo il prestito italiano in Parigi, il Napoletano protestava energicamente contro i suoi dominatori subalpini con le sanguinose reazioni. In quel tempo avvennero casi miserandi: fucilazioni in massa di soldati sbandati e di reazionarii; campi devastati, paesi saccheggiati ed inceneriti: altra volta parlerò a lungo di questi orribili avvenimenti.
Il ministero di Torino vedeva un solenne smacco nelle reazioni di questo Reame, una minaccia all’unità italiana, una lentezza nel conte Ponza di S. Martino; malgrado che questi avesse agito alla Tamerlano, e che chiedea altro oro ed altri soldati per far miracoli, nonpertanto era accusato di lentezza e di poca energia. Il generale Enrico Cialdini, trattando di far la guerra senza compromettere la sua pelle, faceva il bravo da Torino, e si vantava che avrebbe distrutto la reazione in queste province co’ soli soldati che si trovavano qui, mettendo innanzi il suo infallibile specifico: Quanti presi, tanti fucilati. Ponza di S. Martino, trovandosi stretto da ogni parte, cioè da un lato impeto di reazioni, eccessi di soldatesca ed anarchia, dall’altro lagnanze e minacce de’ governanti di Torino, e vedendo in ludibrio la sua autorità, fece sentire che volea dimettersi. Per la qual cosa Ricasoli, a cui era piaciuto lo specifico di Cialdini, mandò costui a Napoli, con altri battaglioni e con poteri eccezionali, anche sullo stesso luogotenente. Quest’ultimo comprese l’insulto e volle dimettersi, malgrado che Ricasoli gli avesse fatto sentire, ch’egli avrebbe impero sulla parte amministrativa e Cialdini su quella militare.
Ponza di S. Martino, non rassegnandosi a quella divisione di poteri, partì da Napoli il 16 luglio, confortato dagl’indirizzi del Municipio e della Guardia nazionale: egli che qui doveva far miracoli coll’oro e col ferro, cadde pure come i suoi predecessori, ad onta che avesse usato l’uno e l’altro. Cialdini, elevato a luogotenente del re, riunendo sotto la sua mano il potere civile e il militare, prima di tutto fece fondere i candelieri di argento, lasciati da Francesco II, cavando da’ medesimi seimila ducati, mentre valevano più del doppio; indi esordì con manifesti neroniani e con goffe proclamazioni. In un bando a’ soldati disse: « Purgheremo il paese dagli assassini, e vi riusciremo, aggiungendo a noi l’elemento popolare e liberale ». Quest’altro Tamerlano italico per assassini non intendeva i carnefici di questo Regno, cioè i Pinelli, i Fumel e i Galateri, fucilatori in massadei poveri contadini del Napoletano e devastatori delle nostre province, ma gli uomini indipendenti, che non si volevano sottomettere alla dominazione sarda, per essere spogliati, martoriati e di più derisi e calunniati. Come elemento popolare e liberale intendeva i garibaldini o la parte più faziosa del paese, causa di quell’anarchia.

Fa poi meraviglia che il fiero espugnatore di Gaeta (ma senza suo personale pericolo e merito militare) colui che avea scritto un mese prima di combattere la tirannia di Garibaldi, per purgare questo Reame dagli assassini, avesse bisogno dell’aiuto dei garibaldini! Nella proclamazione a’ napoletani, del 19 luglio, invocava l’appoggio di tutto il partito liberale, per purgare il paese da coloro che rubavano ed assassinavano, mossi da quelle persone, che da lontano li consigliavano, li dirigevano e li sussidiavano. Finiva quella cicalata col motto spavaldo: Quando il Vesuvio rugge Portici trema! Il Vesuvio era esso Cialdini, e sotto il nome di Portici alludeva alla nobiltà ritiratasi in quel paese, per non vedere e sentir le orgie dei distruttori della loro patria. Secondo Cialdini, egli, Pinelli, Fumel e Galateri piemontesi 

Cialdini, visto che i suoi ruggiti vesuviani non facevano tremare nè anche i cavoli della Padula, invocò il braccio de’ garibaldini

gareggiavano per purgare il Napoletano da chi ci rubava ed assassinava, pagati da que’ signori napoletani, che tutto aveano da perdere e nulla da guadagnare in quelle reazioni: logica ed impudenza settaria! Intanto con quella proclamazione si dichiarava politico il brigantaggio, che il ministero di Torino voleva far passare per bande di malfattori. Cialdini, visto che i suoi ruggiti vesuviani non facevano tremare nè anche i cavoli della Padula, invocò il braccio de’ garibaldini, per mezzo del garibaldino Nicola Fabrizi; e per abbonirseli, pubblicò il decreto reale che autorizzava i Mille di Marsala di fregiarsi della medaglia avuta dal Municipio di Palermo: oltre di che in quel tempo si riconobbero i gradi nell’esercito a più di seicento de’ medesimi garibaldini. Però, vedendo che nè costoro nè i soldati potevano comprimere le reazioni, armò napoletani per combattere napoletani, raccozzando tra trivii, bettole e lupanari quindicimila vagabondi, lenoni, camorristi, ladri ed affamati, che chiamò Guardia Nazionale mobile.
A costoro l’eroe e duca di Gaeta diede ordine di far giustizia senza pietà, non solo contro i reazionarii, ma bensì contro il Clero, contro i nobili e contro coloro che non si fossero sottomessi al giogo piemontese: la stampa napoletana faziosa applaudiva!
L’eterogeneo connubio tra Cialdini e garibaldini fu causa della caduta del consigliere di polizia Silvio Spaventa: essi l’odiavano a morte, avendoli egli fatti caricare da’ bersaglieri a calata baionetta, nel largo delle finanze, perchè domandavano un pane per isfamarsi. Il pretesto per disfarsi di quel consigliere di polizia fu bello e trovato; costui avea istituito un comitato di camorristi, detto virgolatorio, perchè l’arme di costoro è il bastone, che simile gente in gergo chiama virgola. Quel comitato era dedito a sostener la polizia, con tutti quei mezzi nefandi che si potrebbero supporre. Siccome in que’ giorni fu ucciso il delegato di polizia Mele dal capo del comitato virgulatorio, lo Spaventa venne accusato d’indiretta complicità, quindi fu mandato via, dopo che Cialdini l’obbligò a firmare il decreto luogotenenziale, che accordava alla vedova e tre orfani del Mele, la pensione di ducati quattrocentottanta annui.

Allo Spaventa successe l’avvocato Filippo De Blasio; e Cialdini, per essere maggiormente sicuro e per istraziar sempre più i napoletani, chiamò in Napoli il tanto famigerato Filippo Curletti di Bologna, per organizzar la polizia. Questi, al solito, si collegò co’ capi grassatori di strada, perpetrando nefandezze, rubando a man franca e facendo quattrini, come egli medesimo rivelò poi in un opuscolo stampato l’anno seguente in Isvizzera.
Cialdini per assicurarsi il favore di tutti coloro ch’egli chiamava liberali, tolse d’impiego il residuo degli antichi impiegati, che si erano salvati dal general naufragio; e malgrado che per lo innanzi avessero ben servito, senza impacciarsi di politica, furono inesorabilmente messi sul lastrico, per darsi i loro posti a’ settarii, agli stranieri ed a’ napoletani traditori. Però que’ posti non bastando per tutta la caterva liberalesca, molti rimasero senza gustare il banchetto nazionale, ossia fuori la mangiatoia dello Stato.
I liberali che vantano fino alla nausea disinteresse ed indipendenza dal potere da loro creato, purtuttavia han dimostrato, in mille guise e sempre co’ fatti, aver fame canina, ed usare ogni mezzo per far buona vita a spese de’ contribuenti.
Per la qual cosa cominciarono a presentar suppliche, svelando i loro meriti, che altro non erano che vergogne; e se ne presentarono in sì gran numero da fare impensierire lo stesso Cialdini. Il quale, con decreto del 24 luglio, ordinò che quello suppliche fossero esaminate dalla Commissione provinciale da lui creata, sperando che si fossero accapigliati tra esaminatori e supplicanti. Ordinò inoltre che i nomi dei cacciatori d’impieghi fossero stampati nel Giornale Ufficiale, lusingandosi che quella berlina avesse spaventato i liberali postulanti.
A nulla giovarono le interminabili liste dei nomi che si leggevano in ogni dì su quel giornale; liste che chiarirono la spudorata fame liberalesca, perchè tutti chiedevano impieghi lucrosi e di poca fatica. Con particolarità si domandavano posti nella polizia, perchè l’arte poliziesca è stata sempre il sospiro patriottico, essendo facile ad eseguirsi, e dando molta importanza a chi la esercita. Le suppliche proseguirono a fioccare, e Cialdini fu obbligato pubblicare, che delle stesse non ne terrebbe alcun conto; non perciò cessarono le pretese, e spesso accompagnato da minacce.
Que’ poveri liberali, diseredati dalla mangiatoia dello Stato, avevano ben ragione di fare il diavolo a quattro; perchè dunque aveano fatto la rivoluzione? Per insediare ed arricchire i furbi patriotti, che non avevano combattuto le patrie battaglie?

Ma ritorniamo alle bravate cialdiniane per affogare questo Regno in un mare di sangue, sol perchè i popoli non volevano sottomettersi ad un padrone straniero. Cialdini lasciò in queste province tracce di una barbarie incancellabile, senza ottenere il suo scopo; e più tardi i nostri nepoti se ne ricorderanno; e chi sa! forse potrebbero vendicare i loro antenati, sopra altri popoli colpevoli solo di esser nati ove nacquero i Cialdini, i Pinelli, i Fumel, i Galateri e simili spietati fucilatori, non solo di reazionarii, ma di donne e di fanciulli.
(Que’ poveri liberali, diseredati dalla mangiatoia dello Stato, avevano ben ragione di fare il diavolo a quattro; perchè dunque aveano fatto la rivoluzione?)
Si rimane spaventati ricordando quel breve periodo di tempo della luogotenenza cialdiniana; qui si rinnovarono barbarie da superare quelle di un Nerone, di un Massimino, di un Diocleziano, di un Dionisio di Siracusa e dei popoli cannibali dell’Oceania. L’Europa ne fu spaventata, ed un grido unanime di esecrazione s’inalzò eziandio dalla stampa rivoluzionaria estera contro que’ carnefici. Lo stesso Massimo d’Azeglio, che vuole conciliare l’onestà con la rivoluzione, inorridito di tutto quello che accadeva di spaventevole in questo Reame, il 2 agosto 1861, scriveva al senatore Matteucci: « Si tratta di sapere se abbiamo il diritto di dare archibugiate a’ Napoletani, che non ci vogliono; perchè è notorio che briganti o non briganti, nessuno vuol saper di noi ». Quel senatore rispondeva, che sicuramente avevano il diritto di applicare ai napoletani una cura chirurgica di energici rimedii, o briganti o non briganti. – Il Matteucci era uno di coloro che aveano proclamato i Borboni di Napoli tiranni, perchè i medesimi avevano carcerati o esiliati pochi ribelli recidivi!
L’onesto Ricasoli, sentendo i clamori dell’Europa, sebbene i gabinetti tacessero, credette legittimare le barbarie cialdiniane con dichiararle assurde calunnie nella Gazzetta ufficiale di Torino, e con pubblicare nella stessa notizie di sbarchi, su questo littorale, di stranieri armati per aiutare il brigantaggio. Così credeva scusare o attenuare la ferocia di Cialdini, tutto asserendo e nulla provando; così voleva dimostrare che la reazione del Napoletano non fosse politica, ma che si riduceva a poche bande di malfattori, che, uniti agli stranieri, erano qui venuti per saccheggiare le popolazioni.
Tutte queste assertive del Ricasoli venivano smentite non solo da’ bandi di Cialdini, di Fumel di Pinelli e Galateri, ma da’ paesi bruciati o saccheggiati dalle regie milizie, e dalle fucilazioni di donne, di fanciulli e di persone rispettabilissime. Onde che quel ministro credette dare una soddisfazione alla civile Europa col richiamare in Torino uno de’ carnefici, cioè Galateri, lasciando però Fumel, più pazzamente spietato del suo collega, e Cialdini, che ordinava a’ suoi subalterni sacco e fuoco contro i paesi in reazione, e di fucilare senza misericordia tutti i reazionarii, e senza considerazione all’età e al sesso anche per coloro che avessero portato in campagna un tozzo di pane: altro che Manhès in Calabria ne’ primi anni dell’andante secolo!

– Ecco, sig. barone, per quanto mi ricordo, un piccolo saggio dei bandi di Cialdini, di Fumel, di Pinelli, di Fucino e di Galateri. Quest’ultimo, colonnello comandante in Teramo, stampava e pubblicava il 20 luglio: « Sarò inesorabile, terribile co’ briganti; i buoni non debbono farsi sopraffare: s’armino di falce, di forche e di tridenti e li perseguitino in tutte le parti; la Guardia nazionale e la truppa li sosterrà. – Chiunque darà ricetto ad un brigante, saràsenza distinzione di sesso, età e condizione, fucilato. Lo stesso alle spie. Chiunque richiesto, sapendolo non aiuterà la forza a scoprire il covo e le mosse de’ banditi, avrà posta a sacco e fuoco la casa. Sono uomo che mantengo la parola ». Quest’ultima frase il Galateri la copiò dalla lettera di Cialdini, che, pochi mesi prima, aveva scritta all’onestissimo generale Fergola, comandante la cittadella di Messina. Si vede dunque che varii uffiziali superiori sardi ritengono per gran prodezza tener simili parole non solo a’ nemici turpemente vinti, ma eziandio alle povere donne, a derelitti fanciulli e fanciulle, solo ree di avere aperto la porta al proprio fratello, marito o padre, salvandolo forse dall’uragano, e sfamandolo con un tozzo di pane!
Due giorni dopo, Cialdini pubblicò un altro bando in Lecce, in cui diceva: « I briganti presi con le armi alle mani, e gli evasi dalle galere, saranno immediatamente fucilati. Daransi 25 lire per l’arresto di un refrattario. A soldati, sbandati che si presentano, assicuro la vita ».
Quanta generosità! Cialdini, che anche sa tener la parola, nel fare il male, non la tenne co’ soldati sbandati, che si presentarono; taluni di costoro mandò a’ corpi franchi o in galera; altri, dopo di averli dichiarati briganti, faceva immediatamente fucilare. Così accadde a cinque soldati, presentati alle autorità sarde, che condotti nel castello di Brindisi, proditoriamente furono uccisi a schioppettate.

Fucino, comandante della Capitanata, stampò e pubblicò in que’ tempi tristissimi una proclamazione agli abitanti del Volturino, (Fucino, comandante della Capitanata, stampò e pubblicò in que’ tempi tristissimi una proclamazione agli abitanti del Volturino) dicendo: « Vi lascio, ma v’avverto che se ritornano i briganti, io pure ritornerò, e vi arderò a’ quattro angoli, e porrò fine una volta alla vostra connivente incessante reazione ». Quest’altra scimmia del francese Manhès, confessava che le popolazioni erano conniventi coi reazionarii; quindi costoro non potevano essere briganti saccheggiatori di paesi. Il colonnello Fumel, avendo dette e ridette le medesime immanità di Galateri, di Cialdini e Fucino, conchiudeva con un suo bando: « Chiunque resterà indifferente sarà trattato come brigante ». Per conseguenza fucilato! Ed allora la grandissima maggioranza de’ cittadini di questo Regno, perchè restavano indifferenti, e non prendevano il fucile per perseguitare i briganti, dovevano essere fucilati.
Nonpertanto un prefetto, De Ferrari, quelle orride proclamazioni appellò guerra santa, e Petruccelli della Gattina, vivificante elettricità militare. Vivificante elettricità militare che non si usò contro il medesimo Petruccelli nel 1848, quando fu arrestato dallo guardie urbane, dopo la rivolta delle Calabrie, perchè allora regnava qui un tiranno.

Il solo Napoleone III, causa del nostro vergognoso servaggio e delle nostre inaudite sventure, finse di alzar la voce contro i carnefici del Napoletano, ma in realtà per isvelenirsi contro Ricasoli, che allora amoreggiava con l’Inghilterra, e faceva pubblicare opuscoli al senatore Siotto-Pintor, dimostranti l’odio del Piemonte alla Francia: Ricasoli tentava di cambiar padrone. Perlocchè il Bonaparte fece scrivere dal suo ministro degli affari esteri Thouvenel all’altro Reyneval, accreditato alla Corte di Torino: « Di notare l’emozione cagionata in Francia da’ rigori militari piemontesi nelle province dell’Italia meridionale; ed essere necessario che il governo si legittimasse dalle giuste accuse di cui sarebbe stato fatto segno. Dimostrasse con particolarità: se fosse vero che il generale Pinelli avesse bruciato vivo un giovanetto; se fosse vero che avesse fucilato due contadini mentre lavoravano i campi; e se in Campobasso fosse stato torturato un cittadino, affinchè avesse così rivelato le famiglie appartenenti a’ briganti, e che avendole nominate, sopraffatto dal dolore, fossero state fucilate ».
Nel medesimo tempo che quel tristo settario coronato voleva mostrarsi in cagnesco co’ governanti di Torino, non tralasciava di agevolare le sue quasi ribellate creature contro di lui, occultando le più notorie e tremende crudeltà fatte perpetrare dalle medesime.
Egli domandava se era vero che taluni individui fossero stati fucilati, mentre la Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia, ogni giorno era piena di simili notizie. Egli fingeva ignorare l’esterminio di tanti paesi saccheggiati e bruciati dalle truppe regie per ordine di Cialdini, orrori pubblicati officialmente da costui. Intanto quella sfinge coronata ha l’impudenza di atteggiarsi a protettore de’ popoli oppressi, e di correr là ove trovasse una causa giusta difendere.
Il governo di Torino, conoscendo lo scopo di quelle domande, rispose secco, assicurando: niente esser vero. Commedia nefasta, che dimostra sempre più in qual conto si tiene l’umanità da’ cerretani di liberalismo!

Or mi resta a descrivervi qualche scena di orrore ch’io so, avvenuta nelle nostre province tra reazionarii e truppa sarda, spesso coadiuvata dalle guardie mobili, ed anche da qualche manipolo di guardie nazionali faziose e rinnegate, che briganteggiavano davvero, per far fortuna in quella guerra civile. Quello però che più farà rabbrividire si è conoscere quanti innocui e distinti cittadini vennero saccheggiati, battuti e fucilati, quanti derelitti fanciulli e fanciulle furono violentati ed uccisi; quante fucilazioni si perpetrarono a vicenda tra reazionarii, soldati sardi, guardie mobili e guardie nazionali; ed infine quanti paesi vennero saccheggiati, bruciati e distrutti. Ma vedo ch’è troppo tardi, e sebbene il signor barone mi ascolta con marcata attenzione ed interesse, aggiornerò il mio racconto per un’altra volta. È tempo di ritirarci, se a voi non dispiace; dappoichè il pranzo ci attende, e gli amici sono impazienti di rivedervi.
Edoardo, tra lo scherzevole ed il satirico disse: – A quel che mi sembra, signor duca, avete troncato bruscamente nel meglio il vostro racconto; ciò mi potrebbe far sospettare, che vorreste scansare gli appunti che potrei farvi in contrario su tutto quello che mi avete narrato; che sebbene verissimi, purtuttavia avete guardato que’ fatti da un sol lato. Si sa che gli uomini non sono nè ottimi nè pessimi, e spesso son costretti dalle imperiose circostanze a fare il male per evitarne altri peggiori. Quello che non è totalmente censurabile in taluni individui, diviene spesso una lodevole necessità, anzi un dovere per un governo, che ha il diritto di sostenersi e tutelare la società da quella trista gente, che vuol metterla a soqquadro, e senza alcun mandato e senza speranza di far trionfare le sue pericolose utopie.

(Il duca, con calma, rispose: – Scusate se non ammetto le vostre massime politiche e morali: nondimeno voglio concedervi che i governi hanno il diritto di sostenersi facendo il male per evitarne altri peggiori)

Il duca, con calma, rispose: – Scusate se non ammetto le vostre massime politiche e morali: nondimeno voglio concedervi che i governi hanno il diritto di sostenersi facendo il male per evitarne altri peggiori. Ditemi di grazia, chi ha dato questo diritto a’ governi? Voi al certo non ammettete quello storico o divino, ma vi trincerate in quello plebiscitario, ovvero in quello che i governi ammodernati credono di aver ricevuto dalla volontà popolare, unica fonte di tutti i diritti, come pomposamente affermano taluni poco filosofi pubblicisti. Non voglio discutere quanto valgano i diritti, acquistati da un governo in forza di un plebiscito, e specialmente manipolato come il nostro del 21 ottobre 1860, e che oggi i repubblicani potrebbero invocare in lor favore. Vi dico soltanto che lo stesso viene solennemente smentito dalle reazioni popolari di tutte le province del Regno; e se anche nol fosse, non perciò darebbe il diritto al governo di Torino ed a’ suoi mandatarii di saccheggiare e bruciare 15 paesi per sostenersi, e trattarci in quel modo che a tutti è noto, essendo il male di gran lunga maggiore di quello che crede scongiurare. Il modo come ci tratta quel governo non è di fare il male per evitarne altri peggiori, ma per farsi temere, e col terrore non perdere la sua preda, perchè ci ritiene per un popolo peggio che conquistato: fini tutti riprovevolissimi e contraddittorii in esso, che vanta la sua base di autorità sul quasi unanime plebiscito.

Vi ho accennato il giudizio di Massimo d’Azeglio a questo proposito, or vi dirò che lo stesso re Vittorio Emanuele, appena entrò in questo Regno, nel suo Proclama a’ napoletani e siciliani, del 9 ottobre 1860, diceva: « Le mie truppe si avanzano tra voi per raffermare l’ordine. Non vengo ad imporvi la mia volontà, ma a far rispettare la vostra ». E poi i suoi ministri ed i suoi generali fan rispettare la volontà de’ cittadini delle Due Sicilie con devastare i loro campi, con bruciare le loro case, dopo di essere state saccheggiate da quelle truppe, uccidendo i loro bambini e violando le loro donne, perchè que’ medesimi cittadini vogliono rimanere sotto quella dinastia che li resse paternamente per 126 anni! Se gli stessi liberali e governanti confessano che il Clero, la nobiltà, l’esercito delle Due Sicilie, gran parte della borghesia e le popolazioni rurali son contrarie all’attuale ordine di cose, dov’è la volontà popolare? forse in una falange di studenti senza senno, o in pochi rivoluzionarii di mestiere, che si han saputo imporre al paese co’ tradimenti e con le armi del Piemonte?
– Or vorrei sapere da voi, signor duca, disse Edoardo, con qual diritto i Borboni di Napoli si dichiararono sovrani delle Due Sicilie?
– Con quello stesso diritto, signor barone, con cui voi ereditaste gl’immensi beni di vostro sig. padre; con quello stesso diritto col quale i figli de’ re eletti, col vostro plebiscito, ereditano i regni dopo la morte de’ loro genitori.
– Ma scusate, riprese Edoardo, il popolo, nell’eleggere il capo dello Stato ha pure eletto a successori, i discendenti legittimi e naturali del medesimo.
– E che cosa siete voi, che imponete alle future generazioni la vostra volontà, con eleggere alle medesime i sovrani prima che esse fossero nate? Al più potreste scegliervi un reggitore qualunque per un tempo più o meno lungo, e non già imporre i discendenti del vostro re eletto a’ vostri figliuoli ed a’ vostri nepoti. Il diritto pubblico moderno sull’elezione de’ sovrani è una contraddizione, dappoichè mentre nega quello storico o divino, l’ammette col fatto, ed è eziandio una tirannia perchè lega le future generazioni senza la loro volontà.
– Ma il popolo, ripigliò Edoardo, sceglie sempre un re, un imperatore discendente da una dinastia popolare e benefica.

Il popolo sceglie!… e lasciate in pace questo moderno sgabello degli ambiziosi che vogliono salir sublimi, cioè all’apogeo dell’infamia. Concesso pure che il popolo sceglie una dinastia popolare e benefica, come voi dite, potete esser sicuri che la medesima sarà sempre tale? Ignorate voi che all’imperatore Tito, proclamato la delizia del genere umano, gli successe suo fratello Domiziano, che fu lo spavento dell’umanità? Che all’imperatore Marco Aurelio, uno de’ più benigni reggitori de’ popoli, gli successe suo figlio Commodo, il più pazzo, il più scostumato, il più tiranno che deplora l’umanità? Che a Luigi I, re di Francia, detto il Bonario, gli successe Luigi II suo figlio; il quale oltre di essere stato un astuto tiranno, per lui non mancò di essere stato annoverato tra’ parricidi? Ignorate voi, che a Lorenzo dei Medici, dotto il Magnifico, padre del popoli fiorentino, gli successe suo figlio e varii dei suoi discendenti, quali furbi e quali tiranni di Firenze? E gl’imperatori greci, eletti dal popolo di Costantinopoli, non sono un esempio convincentissimo che simili elezioni riescono sempre infelicissime all’autorità del monarca ed al popolo?
Altri esempii antichi e moderni potrei addurvi, non escludendo Casa Savoia e quella di Bonaparte; la prima conta ottimi e pessimi sovrani, la seconda due cattivissimi imperatori. E così potrei provarvi con la storia alla mano, che ad un buon sovrano spesse volte succede un pessimo il figlio e che nelle dinastie più popolari e benefiche si annoverano i più truci tiranni.
In quanto a noi cattolici, sostenitori del diritto storico o divino, accettiamo quel sovrano che la Provvidenza ci largisce; se il medesimo sarà cattivo, lo soffriremo in pace, raccomandandolo a Dio, che gl’illumini l’intelletto e gli riformi il cuore; e non abbiamo la pena di dolerci co’ nostri padri perchè ce l’hanno imposto con un plebiscito. S’il vous plait, monsieur le baron, allons dìner, e poi io continuerò il mio racconto e voi i vostri appunti. – Fu questa l’ultima conclusione del duca.
Le nostre due conoscenze entrarono nella sala da pranzo, ove ebbero a commensali il visconte Luigi e varii amici, festeggiandosi in quel giorno l’onomastico della signora duchessa.

Edoardo Desmet è il rampollo di una nobile famiglia francese di origini napoletane. Nel 1866 intraprende un viaggio in Italia, felice di poter finalmente vedere il Belpaese unito e redento sotto lo stemma dei Savoia. Scoprirà presto che la realtà è ben diversa da come l’immaginava… Vi offriamo il primo capitolo di questo originale misto di narrativa e pamphlet, scritto nel 1880 da Giuseppe Buttà, sacerdote tradizionalista e filoborbonico. L’opera, resa oggi disponibile da Edizioni Trabant, è reperibile in formato digitale e cartaceo sul sito www.edizionitrabant.it

Giuseppe Buttà

fonte

http://win.storiain.net/arret/num174/artic3.asp

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