Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Elogio di Ferdinando Nunziante

Posted by on Feb 19, 2021

Elogio di Ferdinando Nunziante

La gloria e la fama niente aggiungono alla virtù; la quale sola è tutto, e sola sovrasta al tempo e all’invidia, e paga di sua possanza sta immorta al fluttuar delle umane opinioni.

Però non ha di lodi mestieri. Ma laudar la virtù che fu di persona cui colse la morte, non è vano tributo di ammirazione, è anzi fonte preclara d’utilità alle genti che sono e che saranno; perciocchè quella lode ne dispiega innanzi agli occhi le bellezze del tempo passato, con nobilissimi modelli di uomini virtuosi; i quali addiventano quasi maestri di emulazione, e duci ne’ casi della vita, cui seguendo anche la sventura è bella e senza rimorsi. Somma poi si fa la utilità, quando la rimemorazione ha campo di grandeggiare nelle cose della patria nostra, e fra le fila dell’esercito ch’è nostro vanto, e che a questi tempi turbinosi ha raggiunto con modesta fortezza e civil disciplina l’onorato scopo della difesa e del trionfo della ragione; laonde noi ed i nati da noi ne venghiamo isforzati a renderci degni e non degeneri figli di una terra che fu gran tempo feconda d’opere grandi di mano e di intelletto. Per siffatto bene adunque, e non per vanità d’una tomba, vanno fatti gli elogi degli uomini ragguardevoli che ne precedettero all’ultimo passo. Ed alto e grave incarco è questo, e vuol vigoria d’eloquenza e lucidezza d’ingegno, così che mal vi posso rispondere io, che per la prima volta, o valorosi scrittori, mi fo a dire innanzi a voi; e non una elegante orazione c’abbia gran levata di stile e di concetti vi appresento, ma vi dò con animo addolorato e mestissimo alquante dimesse ed umili parole intorno a’ fatti d’un nostro egregio cittadino, or ora perduto alla famiglia, all’esercito, alla patria, al Re; perduto in quella immatura stagione della vita, quando la virilità è piena, e quando pe’ semi delle durate fatiche, era da attendersi copia di fruttuosa pace a lui e di contentezza a’ suoi ed a tutti i cuori napolitani, ch’ora invece rimpiangono estinto. E chi non rimpiange l’amico, il fratello, il padre in quel pio uomo che s’avea con giusta misura le virtù civili e le cristiane? In quell’onorato gentiluomo soccoritore della reietta infelicità, e sostenitore della giustizia? In quel forte duce nel quale convenivano i pregi della carità e del dovere, della fedeltà e del valore: voglio dire in Ferdinando Nuziante?

Ferdinando Nunziante

Oh perchè non sono io nè soldato nè oratore, per imprendere dottamente la orazione de’ fatti di questo capitano di milizie? Nondimeno dell’ardimento mio forse che m’avrò generosa perdonanza; non in grazia già della dimestichezza e parentela cui volle foruna mi legassero a lui, ma perchè laudando io fievolmente chi notissimo è per laudi maggiori, accrescerò in altri encomiastici pensieri per aggiungere al paraggio de’ suoi merti. I quali abbenchè sien tali che rendano malegevole l’opera di celebrarli degnamente, non per questo avran difetto di loda; quando che le rime elette dettate da voi, o cortesi valentuomini, tramanderanno gli avvenire non soltanto il suo nome, ma la pietà e bensì e ‘l pianto vostro, siccome testimonianze del desiderio ch’ei rimase di lui ne’ contemporanei che gli sopravvissero. Ed io frattanto rammenterò qual uomo ei fu mentre che visse, e come stimabile a tutti, anche a chi se l’ebbe percussore; e come nelle pubbliche e private vicende dubbiose, ei si consigliasse con la coscienza, norma infallibile in qualunque stato, in qualunque tempo, in qualunque politica; e come, pel suo morire acerbo, da tutta la nostra nazione egli è compianto e lagrimato. Dirò senza ornamenti il discorso, ma con l’animo afflitto, come uomo dolente a dolenti ascoltatori, come un cuore commosso a commossi cuori favella. Alla mole dell’assunto sostituirò lo ingegno volenteroso, alla ignoranza della scienza la memoria d’averlo udito io sovente de’ suoi fatti modestamente a favellare, ed alla splendidezza della locuzione sostituirò la ingenua verità che pure è splendida ed eloquente, e che bene sta allo elogio d’un personaggio che fu lontano sempre dalle apparenze e dagli artifizi.

Oh perchè mai quei grandi de’ quali ha vanto l’antichità, restano con pochi confronti a’ secoli moderni? Forse che il tempo, degenerando la stirpe di Adamo, ogni dì la riduca più fiacca; o che la umanità sia per morire alla grandezza, e cadere senza luce nell’oblio de’ venturi tempi? Forse che la mano del Signore è spossata, e ch’Ei fa indegna l’età nostra degli antichi doni, o che pietoso de’ mali onde sempre quaggiù vanno oppressi gli animi sommi, sia stanco di vedere l’enormi ingiustizie della terra? No, la mano creatrice dell’universo che tiene i mondi nello spazio, e rinnovella tuttora i portenti negli abissi del mare e ne’ fiori del prato, è ancora ed eternamente onnipotente sarà; e delle ingiustizie terrene fa sgabello a celesti delizie a’ tribolati. Nè Dio nè il tempo mutarono un atomo alle cose create; nè men di prima è feconda la natura; i monti, le acque, le piante, gli animali e le stelle, quali furono sono, e nulla è mutato. Mutata soltanto è la umana società. La quale come fu eroica si è fatta civile; e come era volta a sublime gloria, oggi dell’oro è ricercatrice; e con una civiltà ch’è tutta nel molle vivere, ha in pregio più la sembianza che la sostanza della virtù; e pria che dar pluasi al bello ed al magnifico, lascia derelitte o percosse le grandi anime che a quando a quando passano sulla terra per decoro della umana famiglia. Ahimè! Una grande ed una bell’anima albergava in colui del quale ora piangiamo, e che in secolo non accomodato a’ sensi suoi tardi giunse alla vita, e presto ne partì. E troppo prestamente; chè partìa quando appunto cominciavamo a comprendere quanto ei fosse personaggio onorando, e degno d’altra età più forte, produttrice di spiriti eletti e non di riposate delizie; personaggio splendido come insolita stella in questa buiezza di tempi che sempre si fanno peggiori, e cui de’ suoi giorni abbellì.

Il marchese Ferdinando Nunziante fu gentiluomo di camera del Re, cavaliere, commendatore e grande uffiziale dell’ordine di S. Giorgio, commendatore di S. Ferdinando, gran croce di Francesco I, gran croce dell’ordine di S. Gregorio Magno, gran croce dell’ordine della corona di ferro di casa d’Austria, e dell’ordine di Wladimiro di Russia. Fu uffiziale, colonnello, generale di divisione, capo supremo di esercito, maresciallo di campo e comandante territoriale delle tre Calabrie e di Basilicata. Fu di forte padre fortissimo figlio, di sposa eletta amoroso consorte, e di vaga maschile prole contento genitore. Fu amico vero, cittadino insigne, suddito fedele, uomo di stato, onore della milizia napolitana: degnamente compiè in sua giornata quella parte che nella immensità de’ tempi gli avea la provvidenza serbata: sarà de’ figli nostri ricordo, vanto, modello.

Nascendo quasi col secolo, ei vedeva la luce del sole il 17 dicembre 1801 in Campagna città del Principato, figliuolo primogenito di Faustina Onesti e di Vito Nunziante che fu marchese e Luogotenente generale; di quel Vito Nunziante che s’ebbe sua parte nel riacquisto del reame correndo lo sciagurato anno 1799; quel Vito che dappoi die’ pace alle Calabrie disertate dalle francesche fazioni, e che più sarebbe rammentato se i Napolitani ai loro Napolitani le debite lodi impartissero. Laonde, ove il retaggio delle paterne virtù è laude a’ figliuoli, laudato esser deve il nostro Ferdinando che succhiò col latte lo affetto devoto alla stirpe de’ suoi re; e che dalle paterne armi ed esempi che agli occhi giovanili di buon ora gli scintillarono, s’ebbe tanto eccitamento a belle onoranze, che ne fu, nell’acerba età di quattordici anni, a quella milizia sospinto, la quale nella maturità dovea farlo uno de’ propugnatori del trono, e dell’ordine sociale, ammirevole a’ contemporanei, e onorato, non che dal suo, dai monarchi più potenti della cristianità.

Ma non è mio pensamento d’intrattenere il discorso in su quei primi anni, quando fanciullo seguace col padre della borbonica fortuna sulla siciliana contrada, assaporava con altri fidi il decenne esilio. Né dirò come al ritorno sul continente il giovanetto entrasse ufficiale nell’esercito il dì 8 ottobre 1815; e come su su sempre onoratamente i gradi militari travarcasse, e come a 1 luglio 1833 fatto colonello del 3° reggimento dragoni di cavalleria da lui organizzato, si meritasse il sovrano gradimento; e come, retto anche il 2° dragoni, promosso venisse a general di brigata il 28 aprile 1844. Nè aggiungerò parola per la scuola d’equitazione militare da lui diretta, nè per altri uffizi alacremente disimpegnati in quei tempi tranquilli; perciocchè siffatte lodi che non lo scompagnerebbero dalla comune degli uomini da pregiare, poche riescirebbero per lui, che ricco di quei fatti che sono subietto di storia, vuol essere in altra altezza mirato.

Se non che dove deggio io volgere i detti or che sono alla tremenda stagione delle rivoluzioni? Dovrò per far lo elogio di un uomo, pronunziar parole severe di biasimo alle nazioni? Io privata persona mi solleverò a giudice de’ contemporanei, e darò sentenza su’ rivolgimenti de’ popoli e sulle politiche vertigini che ne volsero in giro? Ovvero tacerò. e passerò lacerando questa luttuosa pagina della storia, qunado da essa esce limpido lo encomio del podre? Certamente che isforzato dal mio subbietto verrò condotto a farne cenno; ma, se non baldo, con sicurezza parlerò, quando nè pussillanimità nè ardimento mi travolgono il pensiero; e quando che so che pur da’ grandi falli dell’umanità sorgono argomenti di stupore, di rispetto e di ammaestramento.

Già il secolo decimottavo avea tentato di scrollare la religione, ed empie lingue d’uomini superbissimi, troncati quei nodi che contenevano le genti, audacissimamente avean maledetto alla divinità. Già mosso quel natural fondamento dell’edifizio sociale, i sofisti dell’età lanciavano gli arieti per diroccarne le mura nelle voragini dell’ateismo e dell’anarchia. Già predicatori di non verace libertà, empiendo le orecchie della moltitudine volubilissima, e provocando la forza del numero e delle braccia, sospinta l’avevano ad abbattere tribunali, troni ed altari, e a spegnere le vite de’ re. Già le sette coperte di mille colori avean minato gli ordini antichi: filosofia, enciclopedia, giornali, scismi, guerre civili e religiose, preti dispersi e percossi, chiese disfatte, e saccheggi ed incendi, ogni cosa correre come in torrente e andar per la china alla ruina della terra. Già il fatale intelletto e la maravigliosa spada del Corso, mosso dal pensiero del Signore, avea doma l’idra delle fazioni, e risospinta la moltitudine alle leggi ed agli altari, sinchè compiuta l’opera stupenda, e cessato il bisogno di quel celeste fuoco, il Prometeo novello cadeva avvinto sullo scoglio dell’oceano. Ma già tornato il dritto in soglio, e la pace nella famiglia d’Europa, ecco Francia novellamente ritornar sulle rivolture, e con dinastie secondogenite infrangere l’alleanza de’ Principi, e porre saldo il principio del non intervento, ancora ultima di chi aspirando a rivolta teme le compressioni. Di già pochi irrequieti spiriti, dalla terra dell’esilio, rugumando vendette e trionfi col danno della patria, rilanciavan ne’ popoli idee mortifere alla società, che appellavan sociali e rigeneratrici. Di già la voce del successor di Pietro, conceditrice di perdonanze, è plaudita con ippocrisia e a disegno, per aggiungere dappoi alla ingratitudine la doppiezza e la ferocia; e già della religione, non creduta, si adopera il sacro linguaggio per ghermire la opinione de’ credenti, e farsene empio sgabello a scismi e ribellioni. E già l’Italia, Germania e Francia concie da arcane sette covavan foco divampatore; e ‘l reame delle Sicilie, pria sicurato da un pio Re; quà e là spinto era a commuoversi per improvvise scintille che le sue deliziose contrade a quando a quando minacciavano. Ed ecco la procellosa stagione lunga pezza preparata è per empiere il mondo di nuovi turbini e paure, e strascinar la società nella dubbiezza del suo futuro essere per mutamenti radicali d’ordini, d’uomini e di cose; ed ecco a guisa di scenici drammi si rinnovellano ed indarno innanzi agli occhi nostri i deliri e gli errori e le punizioni de’ nostri padri, non valendo a rattenerne nè la storia, nè la tradizione, nè gli ammaestramenti del passato… Ahimè! Il passato è pur sempre quello stesso che avverrà.

Il mese di settembre 1847, dopo che s’eran gli animi italiani elati a speranze vigorose d’indipendenza e di libertà, vide nel reame a un tempo levarsi a domandar con l’arme altra costituzione di stato e Reggio e Messina. Questa lo stesso giorno era domata; ma in Reggio, preso il castello, aperte le carceri, caduti i prigioni i pochi soldati, e manomessa la regia legge, sorgeva novella potestà di genti insorte. Quel dì e i seguenti sollevavansi Bianco, Bovalino, Ardore, Siderno, Gerace ed altri paesi di Calabria. Tosto navigato a Reggio il conte dell’Aquila fratello del Re con milizie, scacciava a’ primi colpi fuor della città i ribelli che sull’Aspromonte riparavano. Era preposto il general Nunziante a duemila soldati che operar dovevano nell’altra Calabria: ond’ei sbarcato al Pizzo, e visto lo stato delle cose, e in piè la sommossa a Gerace, e presso a insorger l’altra nel distretto di Palmi, ponderando qual si fosse in tanta congiuntura il debito suo, fecesi ratto innanzi, traversando l’Appennino con subito e continuo marciare di trenta miglia. La qual fazione dissipò ad un tratto le bande armate che s’eran fatte grosse in quei luoghi, ed impedì la levata dell’altre di Palmi; di sorte che senza trar colpo, repressa la ribellione, ei risparmiava di molto sangue civile. Ma compiuto l’uffizio capitano, altro gliene avanzava penosissimo al cuore, quello di convocare le commissioni da giudicar gli imputati per delitto di maestà. Niuno ignora come i codici d’ogni nazione puniscano quella sorta di attentati; però cinque giovani cadevan passati per le armi. Ad io poteva tralasciar questo fatto, e non turbar d’avvantaggio l’ombre di chi dorme l’orribil quiete della morte; ma desso fu tema d’acri lamenti ne’ tempi che poco dappoi sopravvennero; ond’io tacendo sarei paruto a riconoscere giuste quelle strida,cui fu risposto allora e dismentite. Che anzi mi piace di rammemorare come l’animo pietoso del Generale patisse a quelle esecuzioni, abbenchè legali, cui non avea potenza di vietare. Oh come egli narrava talvolta i particolari di quel lugubre giorno, e le angosce che lo travagliavano! L’uffizio suo da una parte, la pietà dall’altra, poteva patirne, ma doveva veder percuotere, gemere, ma non lanciarsi fra i giudici ed i rei, e questi strappare alla sentenza e farsi da più che le leggi, cui solo alla sovranità il grazioso e divino dritto di attenuarle è conceduto. Nondimeno, fattosi animo a sospendere la esecuzione di altri due pur condannati nel capo, ma dichiarati men rei, e raccomandatili a l’augusto e clemente monarca, ei lor campò la vita. Di che maggiori si sollevan gli elogi per lui: chè s’egli è bello a compiere un duro dovere, ben più è bello accoppiarlo con la pietà, e adoperare la generosità innocua dopo la vittoria.

Chete le Calabrie, sopravveniva la fausta rivoluzione di Palermo del 12 gennaio 1848, e poi di tutta Sicilia, indarno combattuta; e fu allora ingiunto al marchese Nunziante che da Calabria si recasse nella cittadella di Messina, rimasta propugnacolo ultimo del napolitano vessillo, e sostenesse la difesa di quella guarnigione. Ivi per suo consiglio fu occupato il monastero di S. Chiara, e il porto franco, che son come bastioni di Terranova, opera avanzata della cittadella. Ivi ei fu veduto accorrere ovunque fosse stato rumor di cannoni; ivi il 29 gennaio ebbe contuso il petto e solcato il capo da due palle d’archibugio. Ma quei servigi e questi pericoli siccome colpe s’ebbero allora il guiderdone; perocchè conceduto dal Re nostro una costituzione novella con la quale pareva dovessero le brame accontentarsi, sorsero a’ seggi ministeriali uomini nuovi, tutti liberalissimi, cui l’opera del Nunziante parve da gastigo anzi che da premio. E ben eglino avean ragione d’esser di lui scontenti; chè la chetata Calabria avea ritardata d’alquanti mesi l’innalzamento loro. E comecchè anche per lo avvenire lo temessero, fecero che richiamato da Messina, e scemato di riputazione e di grado, ritraessesi dal comandar le milizie. Deh! Non vi sia grave ch’io non m’intrattenga d’avvantaggio su le disordinate borie di quel tempo disordinato, ch’io ne sarei tratto a gravi sentenze su quei valentuomini che pur gridando libertà la libertà a fatto distruggevano. Il perché concedete ch’io neppure favelli delle invereconde calunnie e diffamazioni che alquanti miseri giornali davan fuori a quei giorni contro a’ più stimati Napolitani; onde ne veniva poi abborrita la laudata larghezza della stampa che avrebbe dovuto lavorare allo incremento delle scienze e delle morali virtù. Laonde non è da meravigliare, che bensì il nostro Ferdinando s’avesse da quella stampa acri accuse pe’ fatti di Calabria; perché era utilità de’ novatori a discreditarlo nella pubblica opinione, ove riusciti vi fossero. Tempi sventurati correvano. Ma il savio si fa della sventura una leva per sorgere a migliore stato, né delle altrui villanie si conturba, perché sa la grandezza sua. Così egli imperturbabile soffriva quelle vigliacche punture, e aspettava con sicuro animo il giorno, quando avrebbe isforzata la invidia ad ammutire, e la impudenza istessa a coprirsi per vergogna la faccia. Così la provvidenza di Dio tribula chi vuol felice, raumilia chi vuol sollevato, e prepara il serto trionfale a chi con magnitudine di cuore sopporta i flagelli de’ tempi.

E già sin d’allora, quando altri faceva opera d’abbiettarlo, il buon Sovrano gli fidava in Caserta il comando di tre reggimenti di cavalleria e de’ battaglioni detti di deposito, fanti congedati che si richiamavano alle bandiere. Ed ei riconoscente congiungeva co’ doveri di quel modesto uffizio, gli studi tranquilli di cose di guerra e di storia, ch’erano sua consueta lezione. E fu in quello stare ch’ei vide a uscir dal reame per la guerra detta della indipendenza italiana parecchie migliaia di soldati, cui più volte aveva egli tenuti a sé ubbidienti; e uscire comandati da un capitano non devoto alla causa della monarchia, e cui niuno di quei soldati portava fede ed affetto; da quell’infausto General Pepe, al cui nome collegatasi la rimembranza d’una macchia alla bandiera napolitana; e sé vide non punto richiesto d’andare, abbenchè non richiedente, esser tenuto da banda in ignavo ozio, e sopravvegghiato anzi con sospetto da chi nelle mani s’avean messo la somma del potere. E come in quel turbinoso mese di aprile 1848 vieppiù la cosa pubblica s’affraliva e andava in isfascio alle percosse delle fazioni rigogliose e silurate dal contemporaneo tempestare di tutta Europa commossa, egli, e come amatore della patria e degli ordini di lei che da ottocento anni riposano ne’ re, viveasi amareggiato e sdegnoso di quel nuovo stato, che surto colle promesse di tutto rifare a bene avea già tutto a male condotto. Disdegnoso ma rassegnato egli stava, quando ecco venirgli nelle mani orrende proclamazioni in istanza di rea gente; le quali facendo appello alle armi invitavano la nazione con feroci minacce ad insorgere a un’ora, e a spargere il sangue de’ cittadini, e a rovesciare lo stato e rimutarlo. Sentì allora esser giunto il tempo da dare degnamente la vita a difesa dell’ordine e della legittima potestà; e però in quel momento medesimo che le atroci proclamazioni gli venian manifeste, ei si partiva da Caserta alla volta di Napoli. Era il 13 maggio, due giorni prima di quel miserando giorno, che come riempì di terrore questa nobile città, vorrà essere di spavento e forse di ammaestramento a’ futuri bensì. Non chiamato egli accorreva incontro a pericoli certi, per prender posto là dove era il posto d’un soldato fedele. Partiva solo, lasciando spontaneo una città tranquilla, dove eran milizie a sé devote, e dove per debito d’uffizio risiedere doveva, per farsi entro una città, dove iti in volta gli ordini sociali, il dritto era nella forza e nell’audacia, e dove avea nemici, avversari e calunniatori. Andovvi estette in casa; e ne uscì al rombo ferale del cannone che sull’ora meridiana del 15 maggio annunziava ai Napolitani l’orribile conflitto che mescere doveva per le vie della deliziosa città il sangue degl’innocenti e de’ rei. Sono subbietto di storia le cagioni di quel funesto combattere, e non accadde ch’io qui mi faccia a numerarle; ma ben mi deggio porvi innanzi alla memoria come il marchese Nunziante, svellendosi da’ figli e dalla consorte, accorresse al piano della reggia; e visto quel primiero disordinato furore dopo la impensata aggressione, addimandasse del Duce supremo delle soldatesche, e sé offerisse, ed ordini chiedesse. Ma niuno era comandante, chè quella non fu pugna preparata; e le irate milizie rispondevano senza ordine con offese alle offese; però alquanti Generali, visto vano ogni sforzo a rattenerle, misero a vincere lo ingegno; e primi in capo a’ battaglioni investirono le fortissime barriere, onde gli avversari s’avean fatto difesa. Niuno domandi se Ferdinando non fosse dei primi colla nuda spada nella destra a lanciarsi incontro a quei nemici invisibili, che riparati i petti percuotevano a salvamano gli scoperti soldati presi a bersaglio. Il piumato cappello, il comandare, la persona di soverchi elevata ed appariscente lui facean segno a’ colpi. Atroce maniera di guerra è quella che discesi delle barricate; e lo sperimento vittorioso fattone a Parigi, e l’altro recentissimo di Palermo persuadeva le menti essere invincibile; e la persuasione accrescendo la ostinatezza moltiplicava l’ire e le offese. E certo la pugna fra le persone e le muraglie non poteva lungamente durare; ed ove l’ultima àncora della società fossesi perduta nella disfatta delle regie schiere, chi mai potrebbe affermare quali tempi sarebbero sopravvenuti? Ed il nostro Ferdinando tosto avvisò non potersi vincere quella pugna, senza mutar modo di combattere, senza opporre muraglie a muraglie. Il disse, e il fece; e arrovesciato con urto di travi la gran porta della casa incontro alla prima barricata, su quella saliva; puntava i suoi bersaglieri da’ terrazzi e da’ balconi, e sicurato i petti investiva alla sua volta i nemici dall’alto; i quali non potendo più offendere senza patire offese, allentavano i colpi, e poi sostavano e obiettavano. Valse lo esempio del sicuro vincere; e i soldati adoperato dovunque siffatto modo, progredirono. Nulladimeno abbenchè col silenzio de’ nemici fosse la vittoria preparata, non però sgombre rimanevan le vie delle elevate bandiere, che colte e passate dal cannone, pur col materiale inerte vietavano a chiunque di proseguire più innanzi. Per lo quale ostacolo il Nunziante che vedea la somma del vincer esser nel valersi del tempo, e scorgendo le milizie ripugnanti dal lasciar le difenditrici arme, per darsi con le inerme braccia allo sgomberar delle strade, recossi in via S. Lucia, la cui popolazione ei sapeva essere devota al trono, e fidante in lui che ivi aveva cas. Accorse, parlò, fu seguito a un tratto da parecchie centinaia di popolani dalle nerborute persone, da’ volti imbruniti dal mare, da’ cuori leali e volenterosi; i quali gridando i viva al Re, appresso a lui ed al comando di lui presero a furia a toglier di posto le travi, le panche, le pietre e le carrozze, che accomulate le une sulle altre intrattenevano il passo. Cosifatta opera die’ la popolazione di S. Lucia in quel giorno; non già che alla voce di Nunziante combattesse unita alle soldatesche, come altri scrisse e stampò.

Ed ora che ve l’ho mostro soldato, ora vedetelo uomo pio che di carità e moderazione dà prova in quel medesimo furiar di battaglia. Imperciocchè impigliatosi il foco al palazzo Gravina, ove ostinata zuffa era seguita, ei vi accorse, e con meravigliosi sforzi, sebbene già molto patito avesse l’edifizio, pur giungeva con alquanti Svizzeri e Pompieri ad estinguerlo. E nobile gara di generosità succedeva. Bello a vedere gli ufficiali e i soldati, dopo tante durate fatiche, affaticarsi per quelli infelici che tra il timor de’ vincitori e del fuoco, incapaci s’eran fatti a trovar per se soli lo scampo. Bello dopo i superati risichi della guerra, disfidar altri risichi contro al natural elemento per campar uomini innocenti, e forse anche colpabili e nemici, da morte imminente ed atrocissima.

Né dissimilmente ei si conduceva con l’assemblea dei deputati; la quale radunata senza sovrano beneplacito nel comunale palazzo di Montoliveto, e deliberante in mezzo al fragor de’ cannoni, come era stata fatta per fallaci rida sospinta a risicosi partiti, così per lo avvicinamento del conflitto, avvisata del suo pericolo, trepida intendeva il venir del Ninziante. Ma questi mentre assicurava la vittoria disfacendo le ultime barricate, giunto a piè della casa comunale, comandava niun soldato escisse dalle fila; e su inviava un suo uffiziale, intimando si sciogliesse la illegale radunanza. Ed obbedito che fu, die’ pur guardie di scorta a ciascun deputato sino a casa sua: e niuno pericolò.

Quella novello dramma e più sanguinoso s’era per isvolgere nelle contrade di Calabria e di Sicilia; imperocché quei deputati che fallata aveano la prova in Napoli, data pel mondo una protesta che a nuove sommosse faceva appello, prestamente sulla calabrese terra la malaugurata impresa ricominciarono. E patrocinio ed incitamento e soccorsi d’uomini e d’arme s’ebbero dalla propinqua Sicilia; la quale sé credendo surta a indipendenza pel suo fortunato levarsi del gennaio di quell’anno, ben s’avvedeva di non poterla durare quando a simil rivolta surto non fosse il continente del reame. E le era poi di necessità l’aver Reggio dalla sua, dove puntando i cannoni, e incrociando i fuochi con le artiglierie della insulare sponda, avrebbe vietato ogni soccorso alla cittadella di Messina, cui non potendo a forza superare, sol per fame sperava che cadesse. Però, larga di promissioni a’ sommovitori calabresi, questi a levarsi in arme spingeva. E dessi levaronsi, e disarmati qua e là i pochi e spicciolati gendarmi, miser su in Cosenza un comitato di pubblica salute, resero mobili le guardie nazionali, poser le mani nelle casse de’ regi esattori e a battaglia si prepararono. Li secondava la rivoluzione con le sue mille braccia: i discorsi, le concioni, la stampa, le armature, le bandiere istrasciavan gli animi; e lo esempio Siciliano, e Milanese, e Francese e Germanico, rendendoli di vittoria confidenti, raddoppiava le forze e gli spiriti. Il Governo di Napoli avea rare soldatesche a Scilla, a Reggio e il pochi altri luoghi di mare in quella provincia; dappoichè il fiore delle milizie fuor de’ confini del reame eran per via di Lombardia; e sebbene richiamate subitamente, non si sapeva se a tempo avessero potuto arrivare. Pertanto alla pochezza del numero fu data compensazione con la prudenza del duce, il quale fu il nostro Ferdinando, preposto a quella guerra. Ed ei moveva il 4 giugno con duemila soldati incontro a tre provincie sollevate, le cui forze magnificate dalla fama e da’ libelli pareva avessero a ributtarlo nel mare in sul primo scontro. Veramente le masse calabresi avean fatto il campo a Filadelfia ed occupato Francavilla, Coringa, Nicastro, Catanzaro ed altre terre; e già seicento Siciliani comandati da un Ribotti Piemontese eran per venire a ringagliardirli, in mentre alla spicciolata e Siculi ed esteri avventurieri sopraggiungevano. Avean divisato i ribelli di far un campo di osservazione su’ piani della Corona, per combattere i Regi alle spalle, ov’ei movessero da Monteleone, e porli in mezzo. Le quali cose presentite e previste dal Generale, spinserlo a dar solleciti avvisi, affinché l’armata nostra vietato avesse lo sbarco de’ Siciliani; ma quale se ne fosse la cagione, questi senza ostacolo sbarcarono con a capo oltre i Ribotti un Longo giàegio ufficiale d’artiglieria, disertato al nemico. In frattanto al Generale era ingiunto da Napoli che innanzi si spingesse; ed egli cui sanguinava il cuore al pensiero della civil guerra imminente, e bramava la vittoria conseguire piuttosto con civili persuasione che con la forza della spada; egli si sperava che le bande sollevate, com’è usanza della gente raccogliticcia presto stanche de’ disagi de’ campi, estenuate e disciolte in breve si fossero; laonde preso sopra di se il rischio dell’indugio, tentar volle in prima le graziose blandizie d’una pacifica proclamazione. La quale, data il 7 giugno, invitava ciascuno con benevole parole alla ubbidienza ed alla quiete. Ma il comitato casentino rispondeva con una sua scritta sensi alteri e beffardi. Tanto è vero gli uomini non saper ubbidire che alla forza, e niente far bene se non per necessità. Né di meglio partoriva una seconda proclamazione esortatrice di pace, fatta il 16 di quel mese; perché in fra l’arme levate niuna voce meglio di quella dell’arme è persuasiva ed intesa. Allora, trascorsi altri dieci giorni di vana aspettazione, fu forza incominciar le offese, comandate da cruda necessità e dalla pervicacia altrui che a tema quel sostare apponeva. Allora, tutto l’animo intento alla pugna, il generale a finirla presto aspirò.

Avean le bande calabresi fermato il campo nel distretto di Nicastro, ove per due vie quasi parallele essere potevano assalite; ed ambe tortuose e da boschi folti coperte, eran valida difesa a’ ribelli. Pertanto il Duce che in quello stante avea avuto incremento di milizia, divise in due il piccolo esercito; una parte ne fidava al maggiore Grossi, spingendolo sulla vecchia strada interna, l’altra menava con seco per la via consolare; e così intendeva d’ambo i lati a cacciarsi davante gli avversari, e ricongiungersi col Grossi in su’ larghi campi di Maida. Difatto egli moveva da Monteleone all’alba del giorno 26, passava Bidona e Pizzo, e a sera toccava l’Angitona, fiume ove il nemico avea le prime poste. Quivi alla novella aurora tuona per la prima volta il cannone su le calabresi contrade, e comincia la guerra civile. Disordinate le masse avverse ripiegansi tosto alla montagna, dove cominciano quel trarre continuo di moschetti da albero in albero su’ regi; i quali per tortuosi sentieri dominati da folte boscaglie alla scoperta procedono. Laonde le compagnie de’ cacciatori piegando in ordine aperto sulle montagne della dritta, isloggiavanvi l’inimico; e proteggevano così il cammino del corpo principale posto sulla strada; in mentre i navigli l’Archimede e l’Antelope, radendo la spiaggia del mare ch’è a manca, tenevano co’ colpi loro ispazzata la via davanti. Ad Apostoliti s’ebbero alquanta resistenza, più a Curinga, ma la maggiore incontravano sotto Campolongo, dove per gl’intricamenti del sentiero e la ripidezza de’ monti boscosi, e ‘l pendio sterile della sinistra al mare, si faceva periglioso l’assalimento e facile la difesa, intanto che lo estivo sole di Calabria trafelava le stanche soldatesche. Quivi adunque è la somma degli eventi. Fiduciosi del vincere sono i ribelli, pel numero, per lo scabro terreno, per l’animo ostinato, per l’aggiustatezza de’ colpi riparati da alberi e siepi; fidando i Regi nel duce, nella disciplina e nel desio d’onore. Quelli la nuova repubblica, questi l’antica monarchia volevano:tutti a trionfare aspiravano. Pertanto ferocemente si combatte, e la morte qua e la miete implacabile le vite degli uomini. Le milizie percosse da non veduti colpi, percuotevano sulle invincibili rupi o sulle buie boscaglie, e ‘l sangue loro tingeva le strade ed i poggi, quando i capi calabresi, con più animoso che prudente consiglio, discendono da’ greppi alla via. Ma non può l’impeto degli assalitori per siffatto ostacolo allentare. Muoiono un Mazzei, ed un Morelli ricevitore di Catanzaro, gli altri sopraffatti ritraggonsi alla montagna. Un giovane a cavallo con la divisa di Guardia d’onore, e che per cagione di quella divisa, non era tocco da’ soldati, i quali nella confusione della mischia credevano amico, lanciassi ad uccidere il Generale; ma pria cadde per più colpi trafitto. Nulladimeno dubbiosa pendea la giornata; però il comandante disceso a piè, primo innanzi a’ primi dà l’esempio di lanciarsi su per entro alle fortissime boscaglie, dove ogni macchia ha nemici invisibili e eritori. E, sendo egli solo per l’aitante persona comune segno a’ colpi, gli ufficiali che gli eran da presso amorosamente gli tolsero le spallette e il cappello che troppo il distinguevano. E qui periglioso caso in quel mentre sopravviene. Alquanti soldati presi dallo sgomento rompono gli ordini, escono dalla strada, si lanciano sulla spiaggia a manca, e con esso loro altri spauriti strascinando traggonsi indietro sino al Pizzo, dove rapportano fallaci novelle di sconfitta. La menzogna è avvalorata dalla vista de’ cavalli del Generale che seco i fuggitivi menavano. Ma invece quegli co’ prodi che rimasti gli sono intorno, non per tale diffalta retrocede, e sempre innanzi cacciandosi il nemico, lo insegue di vetta in vetta, e a fuga piena e disordinata lo costringe. La giornata è vinta, e destini del reame sono assicurati.

Le milizie giungevano vincitrici in sul cader del giorno a Maida, dove non ebbero permissione d’entrare; perché Ferdinando pietoso per gl’innocenti abitanti, e temente di qualche grave fatto cui poteva la irritazion degli animi suscitare, volle che il campo fuor delle mura al bivacco soprastesse, in aspettazione della venuta dell’altra parte dell’esercito col Grossi. Ma questi sebbene superato avesse ogni ostacolo a Filadelfia, e conquistato cannoni e prigionieri, pure per difetto di vettovaglia non avea proseguito, e tornato s’era al Pizzo. Però il Nunziante che due giorni atteselo in Maida, nol vedendolo apparire, ed ingannato fors’anco da fallaci relazioni, dubitò di sinistro evento, ed anch’esso indietreggiva per incontrarlo e soccorrerlo ove fosse stato mestieri.

Ma al Pizzo in frattanto seguivano funestissimi casi; chè per morte d’una sentinella uccisa dal Castaldo d’un prigioniero fatto a Filadelfia, i soldati sospettando d’aggressione si precipitarono furiosamente sull’arme, a danno de’ cittadini; e miserande sventure vide quel giorno, cui a fatica ponevan modo gli uffiziali. Ma sopravvenuto in sulla sera il duce supremo, die’ opera efficace alla possibile rifrazione di tanto danno. Ahi chi non assapora l’amarezza delle lagrime, ripensando che sangue costano le rivoluzioni, e spesso sangue innocente; chè sempre si fan salvi i rei!

Ora non aggiungerò altro né de’ fatti de’ Generali Lanza e Busacca seguiti in quelle contrade, né dirò come presto il Nunziante ritornasse a Maida, né come ivi accogliesse le deputazioni de’ paesi sottomessi, né come riordinasse l’amministrazione civile; le quali cose abbenchè feconde di meritato vanto, come che sarebbero subbietto di lunga storia, qui mi piace tacere. Dirò che la giornata di Campolongo avea fermate le sorti delle Calabrie; le quali donne, rassicurato era il continente, e la via era aperta della minacciosa Sicilia; contro cui le milizie nostre, bramose di vendicar l’onta del Gennaio, anelavano d’avventarsi. E di già i Siciliani venuti in terra ferma, stretti da tutte le bande, domandavano patti; e ‘l Nunziante rispondeva: senza patti s’arrendessero. Né punto lor valse lo avventurarsi nello instabile mare; chè per ordine di lui perseguitati dallo Stromboli, nave regia, nelle acque di Corfù fur raggiunti e catturati. Il Re clementissimo fe’ grazia della vita a tutti, anche a’ disertori delle sue bandiere.

Il primo giorno di settembre di quel famoso anno il Tenente Generale Filangieri diegli in Reggio da parte del Monarca il brevetto di maresciallo di campo, in premio delle vinte Calabrie, e ‘l comando della 2ª Divisione di quell’esercito che vincer doveva la Sicilia.

Ora che mai racconterò di questa onorata impresa che tanto levò alto pel mondo il nome del Capitano, il quale con politico e militar senno riconquistava la seconda gemma della corona de’ nostri re? Felice che de’ suoi allori godesi la verdezza, amato da’ suoi, rispettato da’ nemici, e tenuto in pregio dall’Europa tutta; perocchè egli è vivente prova che in questa bassa Italia, sì a torto calunniata a disegno, sono ancora forti intelletti cui l’invidia indarno percuote. Oh! Se di siffatta istoria m’è dato compiere la mole, cui già intorno mi affatico, dirò a lungo di quella impresa, e d’ogni sua minuta fazione; ma qui mi corre il debito di rammemorare soltanto come il nostro perduto Nunziante vi splendesse in seconda luce; e come con la sua divisione il 6 e 7 settembre investisse di fuori la ben difesa e fortificata e fulminante città di Messina ed assalendola entro le sue trincee gran cagione si fosse dell’abbattimento di quel primo propugnacolo dell’isola; e come con tenui forze sormontasse gli ostacoli di sicurati nemici; e come costoro da prima sognando vittorie e trionfi, domandassero gavazzando che smozzate fossero le membra di questo Nunziante per isbramare in esse di tutti loro l’odio efferato. Stolti che di tanta selvaggia ed invereconda rabbia altre braccia vendicatrici non temevano! Vinta Messina, seguitavano sette mesi di pratiche diplomatiche co’ commodori inglesi e francesi; ma escite pur queste a nulla, ecco il 30 marzo del novello anno ricominciano le ostilità. Il 31 move la Divisione del general Pronio, all’alba del primo aprile seguita quella del Nunziante. Il due cadeva Taormina senza sangue per lo ardimento di pochi soldati, il quattro si sottomette Giarre, il cinque Aci reale, il sei con sangue e gloria molta conquistata a forza cadeva Catania, dove la ribelle Sicilia concentrato avea lo estremo sforzo di sua potenza. Si arrendono Siracusa ed Augusta, poi Adornò, Noto, Lentini, Caltagirona, Girgenti, Caltanissetta, Trapani ed altre città e provincie. Da ultimo Palermo la superba, che di tanto rivolgimento dell’Isola fu cagione, si sottomette senza guerra, dopo quindici mesi di mal menato potere. In ventuno giorni è domata la Sicilia, quella che per prima in Europa sventolava il vincitor vessillo delle rivoluzioni; ed ora vinta dal suo legittimo signore è il primo insegnamento all’Europa commossa del come si percuota la pertinace anarchia.

Ma quelli non eran tempi di ozio e di riposo. Allora quando combattuta era l’Isola siciliana, la sedia del Vicario di Cristo, discesa in fra lo scintillar de’ pugnali in man di faziosi, appellatisi liberatori d’Italia, ma veri d’Italia percussori, implorava soccorso da quante sono le cattoliche potenze. Austria, Francia, Spagna e Napoli, alzato lo stendardo della fede, si lanciano insieme sulle pontificie terre per ispianar la via del trionfo a quel Pio IX, che in premio delle concedute perdonanze assediato entro al suo Vaticano non aveva trovato scampo e rifugio che nelle braccia del più pio de’ monachi nostri. Novemila Napolitani, duce il Re, fecero con bei fatti d’arme rispettata oltre il confin del Garigliano la napolitana bandiera. Se non che, dato per politiche cagioni che la storia isvolgerà l’ordine della ritratta, questa dignitosamente seguì. Quando ad isturbarla, anzi ad onorarla d’un glorioso fatto, i dominatori della città di Roma, fermato insidioso accordo col duce di Francia, tutti con prepossente numero capitanati dal famoso General Garibaldi si sforzano di tagliare i passi a’ nostri battaglioni. Ma a Velletri il 19 maggio i provocatori trovarono pena uguale all’ardimento; perciocché rinnovellandosi la giornata sì fausta a’ borbonici gigli del 44 del passato secolo, la buona disciplina vinse il numero e l’audacia, e percossi e insanguinati fa ristare gli assalitori; i quali ebbero a veder ritratto in ordine e senza danno quelle armi, cui già si promettevano veder disfatte e prigioniere. Ricorderanno gl’Italiani, se nello avvenire la nebbia de’ parteggiamenti civili non farà velo agl’intelletti, come il Re siciliano la spada brandisse a difesa di quella religione e di quel sacro seggio che sono l’ultima italiana grandezza che ne avanza. Ma se il parziale accordo del General di Francia col nemico, imponeva al pio Re di lasciare quelle terre, altro e più santo dovere comandava all’armi nostre il distendersi sulle frontiere a difesa del reame.

Impertanto ordinato un corpo di esercito per tanto obbiettò, il dì 25 era posto a capo della 1ª Divisione di esso il maresciallo Nuziante, richiamato appositamente ed a segni di telegrafo da Palermo. Né è da dimostrare quanto onorevole per lui si fosse cotal uffizio; allora quando la scela di lui lontano, e da un Re maestro di cose guerresche, e in tempo di pericolo, e quasi col nemico a fronte, appalesano in quale estimazione il Re e l’esercito s’avessero l’ingegno suo; perché soprattutto in tempi di pericolo gli uomini valenti sono tenuti in pregio e adoperati.

Ma, ecco, la sorte gli mostra un novello alloro, e mostrato gliel rapisce. Quel Garibaldi che del fallato colpo a Velletri volea parer di gloriarsi come di vittoria; e che aveva bensì, come è usanza de’ sollevatori di popoli, gran fede nelle subite rivolture del reame, si lancia con rapida e ardimentosa scorreria entro a’ nostri confini, e rappresentarsi la sera del 26 maggio in Arce, ove non eran armi a respingerlo. Al mattino il nostro Generale ne ode in Mignano la venuta, e preso dal generoso pensiero di troncare a un tratto con la prigionia di quell’avventato uomo i nervi alla romana rivoluzione, rapidamente gli move incontro co’ suoi battaglioni stanziati in S. Germano, e vuole che le altre schiere dall’aquila lo assalissero del pari. Ma presagio de’ suoi danni e bene avveduto il Garibaldi, il quale, non che cooperanti, nimichevoli sperimentate avea le popolazioni, non istette alla posta; velocissimamente per la via di Valmontone sfuggi da quella rete ch’era per circondarlo, e salvo riparò il dì 29 in Roma, dopo avere a maniera di bandito tocco di furto e per un giorno solo il territorio del Regno. Allora al nostro Duce col gradimento di vedere libera di piè nemico la frontiera a se confidata, mescevasi il dispetto del fallito scontro con quell’audace campione delle italiane sommosse, il cui nome per le trombe de’ liberi giornali era a quei dì altamente gridato a cielo e magnificato. De’ casi seguiti nulla io dirò. Narrerà la storia come il Nunziante creato Duce supremo travarcasse il confine con tredicimila soldati, e scecciate le bande repubblicane, la legazione di Frosinone in terra pontificia occupasse; e come a Piperno sedesse a convegno col General Cordova spagnolo, erede del nome e del valore del gran capitano. Narrerà come fiaccata in Roma dalle francesi armi la gridata repubblica, ei per accordi seguiti in Gaeta, ritraessesi nel reame; e come partendo s’avesse attestati di devozione e simpatia da quei popoli, e come graziose lettere di stima e d’amistà seguissero fra il Cordova e lui in quell’addio militare che l’uno all’altro duce inviava. Fatti sono questi di civil gentilezza, che più delle soldatesche imprese sarien di lode fecondi; se non che soverchia mole e gaiezza darebbero a questo discorso, che sol rammenta le virtù d’un trapassato per versar sul suo sepolcro le lagrime del dolore. E ben si versarono lagrime per la improvvisa passata di questo uomo; il quale massime negli ultimi anni di sua vita, quasi preveduta breve se l’avesse, acconciò l’animo a tanta misura di pietà e cortesia; che parve il facesse per rendere più dura e sconsolata altrui l’amarezza d’averlo a perdere. E se ne fece esperimento a questi passati anni nelle Calabrie e nella Basilicata; ove ito nel 1849 comandante territoriale, dopo tanta tempesta di rivoluzione e d’odi privati e politici cozzanti, e fra tanto ruinio di brigantaggio, che nelle fortunose vicende di quelle contrade fa sempre pro della cosa altrui, ei seppe con una maravigliosa unione di fortezza e di pia carità ritornar la calma agli animi ed alle cose, e riportare l’angelo della quiete e del perdono là dove il demone sedeva delle sommosse e delle vendette. Imperocché perseguitando con instancabil braccio le numerose comitive de’ malfattori, e da ogni loro rifugio iscacciandole, né mai con esso loro patteggiando, altri caddero ne’ conflitti, altri furon presi, e i più nella discrezione di lui si confidarono; ond’ei giunse ad estirpare affatto il brigantaggio dalle Calabrie, che altra fiata, sebbene dalle vincitrici arme di Francia perseguitato, e tante lagrime e sangue innocente costasse, pur domo fu ma non ispento. Per lui ritornava la sicurezza ne’ campi, ne’ boschi e nelle città. Non più il mandriano trepidava pe’ suoi buoi, non l’agricoltore per le biade, non più il possidente temeva il foco struggitore con furibonda ira al tetto paterno lanciato, non le madri per le care vite degl’innocenti fantolini vivean tremebonde, né la sposa fidanzata vedea più rapirsi dal sospirato talamo il giovane promesso, per ricattarlo dappoi dalle sanguinarie mani de’ banditi con l’oro de’ suoi ornamenti. Le Calabrie riposano nella pace della civil società rialzata. Che se con una mano egli sperpera e sradica i briganti, con l’altra raccomanda i traviati e i pentiti alla clemenza del Re clementissimo; ed ottiene che niuno per colpe politiche, lga dove siffatte colpe eran tante, perseguitato fosse a morte. Lande ordina rubriche di colpabilità: alle men gravi fa conceder piene perdonanze, sollecita per le maggiori le sentenze imparziali de’ giudici; di sorte che né le carceri eran carche di delinquenti, né impunita o trionfante la grave colpa appariva. La potestà somma del governo nelle mani di lui, raggiungendo lo scopo insieme della giustizia fatta e della clemenza adoperata, partoriva le benedizioni de’ sudditi pel Monarca; la cui pia volontà sì bellamente interpretata, leniva gl’inevitabili mali che le ree sommosse soglion tramandare.

Ma ahimè! Fatale esser dovea quella dimora nelle Calabrie: chè già sin dal primo anno 1848 le febbri intermittenti lo assolsero, e se nol sopraffecero allora, malmenata ne rimase quella sua robusta salute che mai più valida tornò. E pertinacemente quelle febbri, abbenchè dome da’ farmaci, ricomparivano con la novella stagione; e lui sempre più fievole rendendo, gli ultimi due anni di vita gli fecero molesti e travagliosi. Eppure in quel viso baldo ed aperto, in quelle rosee guance ancor giovanili, in quella persona elevata ed appariscente, rimaneva ancor tanta sembianza di vigore che niuna dubitazione destando in altrui di vicino danno, assicurava la fallace speranza d’aver molti anni l’esercito a godere di lui. Ma quando men lo si pensava avean quelle apparenze a mancare; e in sul finire dell’ultimo novembre ei ponevasi in quel letto dove morte acerba rapirlo dovea. Una ferita alla sinistra gamba, rimarginata da oltre a venti anni, riaprivasi a un tratto; e in pochi dì inacerbendosi, tutto del suo letal veleno il comprese; e lo spense la notte dal 3 al 4 dicembre, l’anno cinquantesimo dell’età sua, e ‘l cinquantunesimo del secolo. Ahimè! Come dirvi potrei le angosce di quelle ore estreme, in quella casa dove dianzi ogni cosa era letizia e pace e tranquillità? Chi narrerà com’ei dato l’animo alla religione, ne accogliesse lieto i dolci conforti , e con la pace del giusto che sa di volare al premio meritato? Chi de’ giovanetti figli, pria fastosi di tanto genitore, enuncerà i singulti intorno a quel letto d’ ond’ ei benedivali l’ultima volta; e chi della giovanissima consorte potrà raccontare l’affanno inenarrabile a quel vedersi mancare come tocco dalla folgore tanto amico e tante sposo. Ahi! Che niuna eloquenza tanta sventura piangerebbe! Ma più d’ogni eloquenza disselo il pianto di Napoli tutta, che in quelle mura dolentissime mandava ad ogni ora quanti di più nobili e pregiati uomini s’avea: dicelo il rammarico de’ Calabresi che il perdettero reggitore, dicelo il lutto universale che non è già un dolore di costumanza, ma un gemito profondo che manda l’esercito e la nazione alla memoria d’un bravo soldato; d’un onorato cittadino e di un suddito fedele. Piangiamo noi sulla sua tomba; e con noi la milizia piange un capitano, la società un gentil cavaliero, la religione un leale seguace della Fede. Piangono gl’infelici che tanto soccorritore han perduto; piangono sul suo feretro le virtù che perdettero in lui chi le faceva più belle; la prudenza, la modestia e la fortezza sue doti principali piangeranno per sempre, chè nuino più di lui le onorerà; e su quel feretro piange la nostra patria che perde un propugnacolo egregio che la faceva lieta e rispettata, e che aggiunta aveva un’altra fronda a quella corona che gli antichi uomini in più gloriosi tempi le intessero.

Signori, s’è bello essere eroe, più bello è essere virtuoso: l’eroe si ammira, la virtù si ama. All’ammirazione fa contrasto l’invidia che punge ed affanna, all’amore tutto arride ed allieta. Ed egli fu allietato dall’amicizia, dal rispetto e dalla estimazione de’ più; allietato dal filiale affetto di maschia e vaghissima prole, dalla domestica contentezza, da modesto ereditato retaggio; e fu allietato dal possedimento di Giuseppina Gaetani D’Aragona de’ Duchi di Laurenzano, la quale quindici anni gli fu sposa e compagna. Onoravalo il suo Re, onoravanlo chiari uomini stranieri, e le accademie che a socio il domandavano, ed i Monarchi europei che d’insigni ordini cavallereschi gli fregiarono il petto. Così la provvidenza gli die’ ricompensa, e su questa terra d’affanni gli die’ felicità; perché la felicità terrena è l’esser pago di se e degli altri, e che gli altri sien paghi di se. La virtù, questo sole dell’uomo che ha la buona coscienza per emisfero, tutto de’ suoi raggi copersero, e il fe’ vincitore dell’invidia e del tempo, e manderà il suo nome a’ nipoti scarco d’ogni nube che l’invidia suole gettar sull’eroe.

Spento egli è, ma dalla sua tomba si alza una voce solenne. Colà dove l’uomo è ito fuori del tempo, nell’abisso dell’eternità, dove la grandezza è polvere e la bellezza è cenere; dove il fragore de’ mondani onori s’ammuta in eterno silenzio, colà per noi risuona una voce tremenda ad altissima: Uomo, sei terra. Sinchè Dio tiene in questa terra il suo soffio, essa movesi piena d’affetti e baldanza; ed impera negli uffizi, e comanda negli eserciti, e ammaestra ne’ ginnasi, e s’aggira nelle città; ma quando Egli l’altissimo soffio ritrae, quella terra cade, dispare obbliata nelle glebe de’ campi, e sin la memoria di chi fu sommo e laudato si disperde ne’ vortici dell’immenso tempo che tramonta, perché tutto tramonda quaggiù. Soltanto la religione, questa di svelatrice de’ futuri segreti, dischiude un varco all’anima immortale, indirizzandola nelle braccia del Signore, donde uscì, e dove la letizia più non tramonta, e s’ineterna.

Napoli, 10 Febbraio 1852

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