Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Essere di Napoli

Posted by on Mag 18, 2016

Essere di Napoli

nessuna città al mondo, nessun posto al mondo è più citato nel bene e nel male di Napoli e chi ci segue sa che abbiamo coniato i termini italiani nati a napoli oppure che Napoli è il mondo al cubo e che solo chi soffre di complessi di inferiorità ne parla male, pubblico un articolo che merita di essere letto, alla fine autore e riferimenti.

Essere di Napoli | Identità Insorgenti

Che significa essere di Napoli?
Essere: intransitivo.”Esistere come pura essenza, al di là di determinazioni di tempo, spazio, modo”.

Napoli: pura essenza fuori dal tempo. Non basta viverci soltanto, a Napoli. La devi sentire addosso come una seconda pelle. In ogni poro. Squama. Corteccia. Napoli è un bagaglio: dentro ci trovi di tutto e il suo esatto contrario. I suoi budelli, il ventre molle in cui quotidianamente si vive e lavora. Le incertezze di una città dalle mille contraddizioni. Difficile da contenere. Una foto in bianco e nero appesa in un vicolo. Una scia rosso sangue. Un muro imbrattato e poroso,che trasuda stille di civiltà che in tanti sognano e invidiano.

Storie che, di bocca in bocca, mutano in “voce ‘e popolo”. Ci trovi i grattacieli del centro direzionale e le ambizioni di un porto al centro del Mediterraneo, una stazione metropolitana tra le più belle d’Europa e le viuzze strette e lastricate, profumate di detersivo e ragù, su cui si specchiano i “vascetielli”, i bassi, condannati ad una sorta di forzata, pittoresca e rassicurante convivenza dove tutti sanno tutto di tutti, una mano lava l’altra e uno schiaffo diventa ” ‘o pacchero”. Ci trovi l’economia del vicolo, quella che aiuta a sbarcare il lunario e ti risolve un’emergenza. Ci trovi la generosità del vicino e la strafottenza del “che teng ’a che vedè”, quel non rendere conto a nessuno che rappresenta la libertà.

L’onesto e il delinquente. L’infanzia traviata del ”papà in collegio”e quella che ti guarda con gli occhi dell’innocenza, risparmiata dalle brutture. In ogni anfratto raccogli un frammento, uno strappo, un ritaglio che serve a mettere insieme un puzzle colorato e unico, in cui il napoletano chiude in una riserva sé stesso per timore di estinzione. E’ l’istinto di conservazione, una sorta di selezione naturale al contrario, in cui Napoli conserva Napoli e i suoi umori, il suo temperamento, che la porta a sopravvivere. Nonostante tutto.

Partenope è la città che vive borderline, che si bea della propria bellezza riflessa nel mare ma che poi copre quello stesso specchio con un panno, per non vedersi davvero, come Dorian Gray.

Essere di Napoli non è una bandiera da portare, soprattutto per coloro che hanno abbandonato la scialuppa e, da lontano, si nutrono di stereotipi: annegano compiaciuti nelle parole del Saviano-Lanzetta di turno- anch’essi figli della sirena; bevono avidamente le fiction che ne alimentano il disprezzo nell’immaginario collettivo e si sentono sopravvissuti a quella realtà immonda.

Li rassicura nella loro pochezza. In realtà, sono bastardi che si nascondono,camuffano l’accento e rinnegano le proprie origini, trattando Partenope come una puttana usa e getta: le sputano addosso annegando nella nebbia, salvo poi farsi il selfie col panorama e “vid ‘o mar quant è bello”. Sono più condannabili degli italioti stessi, che godono a sputtanarci mediaticamente, ridono quando un quotidiano satirico come “Lercio” titola :”Napoletano senza Sky si affaccia alla finestra per godersi dal vivo l’ultimo episodio di Gomorra”.

Come se ciascuno di noi fosse un cammorrista. Come se quelle scene accadessero ovunque e comunquein città: apri la finestra, vedi Gomorra e poi muori. Questa è la rappresentazione italiota della città Malaussene d’Italia, un paese piccolo piccolo che punta il dito per nascondere sotto il tappeto meridionale i suoi vizi, i suoi clientelismi, i suoi affari che si annidano nella zona grigia tra politica e malaffare, una nazione simbolo della corruzione che mangia il sociale e taglia il welfare, che annega nel trash mediatico e non è mai riuscita a costruire se stessa, a darsi un’identità che di nazionale ha solo la squadra di calcio.

Un paese deficiente nella sua auto referenziata efficienza nordista, deficiente perché gli manca la capacità per guardare oltre. Perché non sa. E preferisce omologarsi al sentire comune che ci vuole ghetto. O non vuole. Perché capire Napoli e le sue contraddizioni aprirebbe scenari diversi, sonderebbe potenzialità inesplorate che spaventano. Essere di Napoli è un lavoro a tempo pieno. E’ gioia e sofferenza. Delitto e castigo. Perversione e castità.

E’ una bandiera azzurra da sventolare fino a farsi cadere le braccia, è portare nel dna tutta quella tradizione millenaria che serpeggia nei cunicoli di una città cava e riecheggia nelle catacombe, indicando sentieri inesplorati.

Essere di Napoli è sentire Napoli: è quel sussulto di dignità che ci chiedono i nostri avi, quel mettere l’orecchio a terra e ascoltarne i borbottii, la sua voglia di rimboccarsi le maniche perché oggi ci crediamo più di ieri, riacquistando sin prisa però sin pausa, quella consapevolezza perduta della nostra identità, quell’appartenenza che ci definisce popolo partenopeo al di là del tricolore, un popolo che non ha bisogno di novelli masanielli perché in tanti hanno le palle di raccogliere la sfida di chi ci rema contro, di chi ci descrive inetti ed incapaci. Con la pressante esigenza di insegnare a tanti napoletani di nascita ad innamorarsi della città, amandola con piccoli gesti di civiltà. Rimboccandosi le maniche. Senza delegare. Partecipando. Sembra niente ma è la logica del sasso nello stagno. Perchè se ci amiamo, ci ameranno.

E troveranno sempre meno terreno fertile per alimentare i luoghi comuni. Che bagaglio l’essere di Napoli. Qualcuno l’ha smarrito per strada, tanti se lo portano appresso, difendendo le proprie radici lontano e nutrendosi di riflessi. Per questo, chi è rimasto qui, in questa terra, ha il dovere sacrosanto di difenderla, non offenderla. E’ una battaglia di civiltà. Perché essere di Napoli non è più il solito scontato “simm ‘e Napule, paisà.”

Monica Capezzuto

fonte identitàinsorgenti.com

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