Alta Terra di Lavoro

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Ferdinando II di Borbone e Maria Cristina di Savoia

Posted by on Mar 19, 2022

Ferdinando II di Borbone e Maria Cristina di Savoia

Antonio Nicoletta affronta in questo saggio un personaggio che fu importantissimo e per certi versi lo è tutt’oggi, ma allo stesso tempo “scomodo” agli storiografi ufficiali. 

Tutti sappiamo che Maria Cristina, la Beata, amò profondamente non solo il suo consorte Ferdinando II ma anche e soprattutto il popolo meridionale dal quale fu egualmente ed intensamente corrisposta. Dopo aver dato alla luce  il suo primo ed unico figlio, Francesco II, muore raccomandando a Ferdinando di proteggere il frutto del loro amore e di prepararlo al futuro governo del Regno.

Sappiamo anche che il trono di Francesco sarà usurpato nel 1860 da Vittorio Emanuele II, nipote  di Maria Cristina.

Questo fatto, che diede tanta sofferenza a Francesco II, viene sempre glissato dagli storici mentre sui libri istituzionali scolastici è totalmente assente. Antonio Nicoletta vuole quindi riaprire un capitolo importante della storia del risorgimento e lo fa da maestro qual’è, parlando dei fatti di famiglia Borbone e Savoia attraverso  la vita straordinaria, per quanto breve, di una tra le più amate regine delle Due Sicilie. 

Inutile dire che il quadro complessivo che esce dalla rilettura di questo pezzo di storia offusca ancor di più le tanto propagandate gesta dei padri della patria (piemontese) ………

Redazione ADSIC

Signore, signori, autorità, guardie,

parlare di storia è una cosa che mi gratifica e vi ringrazio di aver voluto usare la mia misera competenza per intrattenervi su una figura che pur non avendo influito nelle vicende storiche dell’ottocento, merita di essere ricordata in quanto una delle numerose donne sabaude che praticarono le virtù dell’eroismo, della pudicizia, della grazia, della santità, e moglie di uno dei più grandi sovrani dell’epoca. Vi parlerò di seguito della Beata Cristina di Savoia, moglie di Ferdinando II di Borbone, e madre di Francesco II, riferendomi a libri e pubblicazioni quale per esempio “Fra i Borbone e i Savoia” di Ferruccio Ferrara  e  “in memoria della Venerabile  Maria Cristina di Savoia-Borbone” lettura di Lilly Gojorani Bignami, tenuta nel palazzo del Governo di Firenze il 6 Maggio 1936 in occasione del primo centenario della morte della Regina, e il “programma del cerimoniale da osservarsi nel funerale  di s.m. la Regina”.

Ho voluto mantenere, nell’attingimento il suono datato delle frasi; credo che in una commemorazione il mantenimento dell’atmosfera anche linguistica, dia suggestioni particolari e certamente il suono delle parole non più in uso, forse alle volte leziose, certo altre volte anche eccessive, riflettano il gusto e lo stile del momento, e per questo sono ancora più evocative. Voglio per l’occasione ringraziare il Barone Manlio del Gaudio di Gueli, per i consigli ed il materiale fornitomi.

Maria Cristina di Savoia

Appartenne a quelle Donne Sabaude, che “parvero avere avuto, come tradizione e retaggio loro proprio, la nobile eletta missione evangelica di essere, come spose, come madri, come figlie e sorelle e Regine, apportatrici di luce, di forza, di amore e di carità in un apostolato religioso e sociale, politico e domestico, sempre informato all’altissimo triplice ideale: Iddio, la Famiglia, la Patria.”

Citiamone alcune;

 – Ancilla sposa di Umberto Biancamano, fondatore della stirpe, che al marito partente per la guerra gridava fra le lacrime: «Va! Salva gli oppressi magnanimità e giustizia siano l’insegna di Casa Savoia! »,

– Mafalda o Matilde di Savoia, prima Re­gina del Portogallo, che  al Barbarossa risponderà impavida « Son ramo di casa Savoia e mai questa Casa ha dato esem­pio di viltà! Ben venga la morte! » e lasciando l’Italia nel 1146, per la nuova patria, esclamerà: «Addio mia bella Italia! Ricordino sempre le tue giovani che il maggiore sospiro di Mafalda di Savoia fu per la tua grandezza e la tua libertà ! »;

– Adelaide di Susa, artista e guerriera, cantata da Pier Damiani;

– Carlotta, Regina di Francia, sposa infelice di Luigi XI e martire di   sofferenza silenziosa e se­rena;

– Luisa di Savoia, moglie di Carlo di Valois e madre di Francesco I, donna di governo intelligente e se­vera;

– Maddalena di Savoia, Contessa di Tenda, eletta e coltissima;

– Bona di Savoia, moglie di Galeazzo Maria Sforza, dall’anima        magnificamente italiana, nella vita do­lorosissima;

– Maria di Savoia, Duchessa di Nevers, in­compresa e rassegnata;

– Margherita di Savoia-Gonzaga, Duchessa di Mantova, 

– Margherita Duchessa di Parma, cacciatrice e guerriera;

– Adelaide di Savoia elettrice di Baviera, figlia di Vittorio Amedeo I, poeta ed artista

Inoltre v’è il gruppo delle cosiddette anime elette, cinte dell’au­reola della Santità:

        -la Beata Margherita, Madre di tutti gl’infelici, Marchesa di         Monferrato, poi religiosa Dome­nicana;

– Maria Teresa terziaria di San Domenico;

e le due venerabili:

– Maria Adelaide Clotilde di Francia, so­rella del Re martire e Regina di Sardegna.

 e infine

– Maria Cri­stina di Savoia, sposa a Ferdinando II delle Due Si­cilie, soggetto del nostro ricordo.

Essa nasce a Cagliari il 14 Novembre 1812, nell’esilio dei Re spodestati.

Vittorio Emanuele I, padre della neonata, era stato travolto dal ci­clone Napoleonico e rimaneva fierissimo av­versario del Bonaparte.

Così nel 1812, mentre per colmo di sventura, infieriva a Cagliari una spaventosa carestia e un crudele morbo epi­demico mieteva tante vittime, Maria Cristina apriva gli occhi alla prima luce; ultima dei figli, oltre che Maria Cristina, le fu anche imposto il nome di Efisia..

Il 20 Maggio del 1814 Vittorio Emanuele I lasciava l’esilio di Sardegna e tornava a Torino, mentre la Regina e le Principesse rimanevano ancora nell’isola per altri due anni.

Abitualmente anche a Torino l’atmosfera era pe­sante, triste, compassata, uniforme, noiosa; e la Reggia ri­dotta a qualche cosa di molto grigio e di molto melanco­nico, qualche cosa fra la fortezza e il convento.

I Sovrani vivevano in preghiera e in re­gime di vita austerissimo, ma sempre confortati dai reciproci affetti familiari; cosicché Maria Cristina respirò, fin dai primi suoi anni, quest’aria di devozione un po’ triste  ; e benché cresciuta in un am­biente mistico, educata da preti e frati rigidissimi, essa saprà unire ad una perfetta de­dizione in Dio, il grande apostolato della carità, della bontà, della pietà e del sacrificio, come sposa, come madre e come Regina.

Furono sue educatrici la Contessa della Volvera, la Principessa di San Giorgio e la Duchessa di Villamarina, dame elettissime per ingegno e per virtù; fu suo maestro di religione il Padre G. B. Terzi, Olivetano.

Non era allora in uso grande coltura intellettuale per la donna, foss’anche per una futura Regina. La vita fem­minile doveva svolgersi fra la chiesa e la famiglia, in un orizzonte assai limitato e se vogliamo alquanto gretto e meschino, come reazione, forse, alla turbinosa parentesi della Rivoluzione. Così Maria Cristina imparava colla madre il francese, lingua allora comunemente parlata e scritta dalla Famiglia Reale e dalla Corte; l’italiano e il disegno dal Verany, il tedesco e la musica dal Kiister.

Suo unico divertimento era ornare i Santi Altari, or­ganizzare belle funzioni religiose; e l’epoca più attesa del­l’anno era per lei il Santo Natale, per la preparazione del Presepe.

Il suo orizzonte intanto si faceva più triste. Ecco i moti del ’21, le congiure dei Carbonari e dei liberali, per lei tutta gente malvagia perché ritenuta colpevole di tutte le sventure del padre suo.

La sera del 13 Marzo 1821 sua Madre, infatti, l’aveva chiamata a sé e le aveva detto : « Il Re vostro padre ha abdicato. Noi non siamo più che semplici privati. Ringra­ziamo Dio perché sono salvi la coscienza e l’onore». E l’adolescente aveva risposto inginoc-chiandosi : « Sia lodato il Signore; e sia fatta la Sua volontà! ».

Nel Novembre del ’22 gli ex-Sovrani si riuniscono nel Castello di Moncalieri dove nel 1824, Vittorio Ema­nuele I, muore.

Ecco il primo grande dolore di Maria Cristina appena dodicenne..

Poco dopo due grandi consolazioni spirituali solleva­vano l’anima eletta : il 23 Luglio riceveva il Sacramento della Cresima dalle mani di Mons. Sardi, Arcivescovo della Lucchesia, forse in una chiesetta di campagna annessa alla villa dei Marchesi Manzi; ed il giorno dopo riceveva con grande devozione, la comunione, come ci dice la Van Mitiingen, presente alla sacre cerimonie: «Lo fece con tal raccoglimento straordinario ed angelico e gustò in tal modo le arcane dolcezze di quel Pane celeste, che tosto si mostrò bramosa di riceverlo di frequente».

Nel 1825, come diversivo atteso e desiderato arrivano i suoi due primi viaggi nella Città Eterna per l’Anno Santo indetto dal Papa Leone XII. Per Maria Cristina, ancor giovanissima ma già appassio­nata di ogni cosa bella d’arte, di musica e di poesia, fu occasione di godere intensamente di tutte le bellezze classiche e cristiane di Roma. Visitò i Santuari e le Catacombe, salì in ginoc­chio la Scala Santa, e prese parte come umile pelle­grina alla Via Crucis del Colosseo, velata e scalza, reci­tando la Corona della Vergine.

Il Pontefice ricevé più volte le Regali Pellegrine, of­frendo alla Regina Maria Teresa il più ambìto dei doni « la Rosa d’oro » e a Maria Cristina, secondo le notizie del­l’Abate De Cesare, il corpo della Santa Martire Jasonia, tolto dalle Catacombe, poi trasportato a Genova, e quindi a Napoli, dove la Principessa, divenuta Regina delle Due Sicilie, lo fece deporre sotto l’altare del suo privato Ora­torio.

Poi, il ritorno a Genova, dove la Regina Maria Te­resa aveva voluto stabilirsi dopo la morte del Re, prefe­rendo ad ogni altro  la mitezza di quel clima sereno, l’aria salubre del mare tanto a lei caro, dopo il lungo soggiorno di Cagliari.

 Maria Cristina sempre più si dette alla vita asce­tica tutta dedicandosi alla madre che adorava. Passava ore ed ore seduta accanto a lei, facendole lunghe letture o lavorando con lei per i poverelli.

Ma intanto la Principessa era nel pieno fiore della sua bellissima giovinezza e cominciavano a correre le prime voci di prossime nozze. Troppo presto! Essa anzitutto aveva stabilito che mai si sarebbe sposata prima della so­rella Marianna, richiesta del resto dopo poco in matrimonio dal figlio primogenito dell’Imperatore d’Austria, Fran­cesco I.

La Regina, còlta da un male che non perdona, nella primavera del ’32 si aggravava precipitosamente e poco dopo moriva. Cristina colpita dalla grande sciagura esclamò con voce rotta dal tremito: «Sia fatta la vo­lontà del Signore !». Poi, rivolta all’Olivetano: « Padre mio, ora che sono rimasta sola, spero che Ella almeno non vorrà abbandonarmi mai! ».

Carlo Alberto dava intanto ordine al cavalier Pietro Vivaldi di accompagnare subito la futura Regina a Torino e di costituirne la Casa civile. Era disegno del Re di affret­tarne le nozze, già da lungo tempo preconizzate, con Fer­dinando II di Borbone, Re delle Due Sicilie.

Fra le due Case di Borbone e di Savoia vi era stata sempre unione di amicizia e di pensiero, di frequente ce­mentata con numerosi matrimoni. La tempesta Napoleo­nica aveva sommerso egualmente le due famiglie e l’esilio le aveva accomunate nelle privazioni e nelle sofferenze. E benché al principio del secolo XIX l’idea dell’unità italiana fosse ritenuta, da molti, la più fantastica delle utopie, l’ac­cordo fra le due Corone di Napoli e di Torino, iniziatosi fino dal 1700, pareva costituire una maggiore capacità di resistenza per la Penisola, contro le invasioni e le prepo­tenze dello straniero.

Così, già nel 1817, quando Maria Cristina aveva ap­pena cinque anni e Ferdinando, appena sette, si ebbe la prima idea del matrimonio Savoia-Borbone, come risulta da una lettera scritta da Maria Teresa a suo cognato Carlo Felice nel ’98.

Altri progetti di matrimonio furono fatti per Maria Cristina, che non ebbero però mai seguito.

Solo nel 1830 le trattative per l’alleanza Savoia-Bor­bone erano state riprese seriamente.

Intanto il 27 Aprile 1831 moriva Carlo Felice e que­sto lutto parve aver mandato ogni cosa a monte.

Ma Carlo Alberto, che sempre aveva tenuto alle nozze di Maria Cristina col Borbone, prende in mano la cosa e scrive e fa pressioni a Napoli ed a Modena, come risulta dal Dia­rio e dalle lettere di Carlo Alberto a Francesco IV di Modena.

Poca breccia avrebbero forse fatto le sole ragioni di Stato sul cuore di Maria Cristina; ma il Padre Terzi seppe trovare la via migliore e riportò vittoria, parlandole in nome del Signore

«Voi aspirate ad uno stato ben arduo – le disse -; la vostra virtù troppo debole non é capace di tanto. Non é il rimanere nubile quello che Dio vuole da voi. Egli in­vece domanda che soffriate accettando il partito offertovi da Lui stesso ».

E Maria Cristina dette l’atteso consenso. Un’amba­sceria, con a capo Filippo di Saluzzo dei Duchi di Corigliano partì subito da Napoli alla volta di Torino per domandare a Carlo Alberto, in nome di Ferdinando II, la mano della figlia di Vittorio Emanuele I. Fu steso il contratto e venne assegnata alla sposa una dote di mezzo milione in contanti, più tre milioni di beni parafernali (oltre la dote). E seguì la cerimonia della « promessa » che Maria Cristina desiderò semplicis­sima, sempre seduta presso il Conte Caprioli, che per la prima volta le parlava del Borbone in pubblico, recandole una prima lettera del fidanzato. Dopo la lettera, secondo il costume del tempo, seguì lo scambio dei ritratti, sotto la forma di due finissime miniature. E a questo proposito la Contessa della Volvera ci dice : « Qualche giorno dopo il Fidanzamento la Regina, moglie di Carlo Alberto, mi do­mandò se S. A. Maria Cristina m’avesse mostrato il ri­tratto del fidanzato. Alla mia risposta negativa Sua Maestà soggiunse : “ Se lo faccia mostrare, Contessa, e procuri che Sua Altezza lo tenga esposto nelle sue stanze ,,. Cosa che io ottenni facilmente dalla mite e ragionevole Principessa, senza che ciò per altro mutasse i suoi pensieri e i suoi sentimenti verso un matrimonio al quale essa si piegava con eroica rassegnazione, soltanto perché credeva esser questa la volontà di Dio ».

Diremo ora poche parole sullo sposo

Primogenito maschio di Re Francesco I, Ferdinando nacque a Palermo il 12 gennaio 1810 e morì a Caserta il 22 maggio 1859. Un anno dopo la sua morte iniziò l’invasione del Regno, e nessuno potrà mai asserire se, con lui ancora sul Trono, le cose avrebbero potuto avere un corso differente, perché la storia, come è noto, non si fa con “se”; ma è anche vero che è legittimo e sensato ritenere – conoscendo l’uomo e il sovrano – che Garibaldi e soci avrebbero avuto sicuramente vita più difficile…Portò dapprima il titolo di Duca di Noto, poi, alla morte del nonno nel 1825, divenuto principe ereditario, assunse quello di Duca di Calabria. Fu educato da ecclesiastici e militari, e ciò spiega la sua profonda fede e la sua passione militare. Era ancora bambino quando gli inglesi pensarono di farlo Re di Sicilia (secondo i loro piani sarebbe stato un ragazzo facilmente manovrabile), mentre durante i moti del 1820 i carbonari volevano affidargli la corona di Lombardia; in seguito, vi fu anche chi pensò di metterlo a capo del futuro Risorgimento. Ma Ferdinando non si fece mai allettare da tali avventurosi proponimenti, sia per il sincero attaccamento alla sua terra ed al suo popolo, sia perché consapevole che i suoi diritti di Re poggiavano sulla legittimità dinastica, e la legittimità dinastica è uguale e sacra per ogni sovrano legittimo, che va pertanto rispettato e difeso nei suoi diritti regali. Per essere più chiari, Ferdinando rispettò sempre, oltre il settimo comandamento, il motto evangelico di non fare ad altri quello che non vuoi sia fatto a te: per questo altri poterono regnare tranquilli, per poi impossessarsi di ciò che era di Ferdinando e dei suoi legittimi eredi. Nel 1827, dopo la partenza delle forze austriache dal Regno, fu nominato dal padre Capitano Generale dell’esercito. L’8 novembre 1830, con la benedizione del padre morente, salì ancor giovanissimo sul Trono, emanando un proclama nel quale prometteva di risanare quelle piaghe che ancora affliggevano il Regno. Tutta la sua vita fu spesa per mantenere tale promessa. Subito sostituì alcuni ministri, diminuì notevolmente le spese di Corte, concesse una larga amnistia ai detenuti politici e agli esuli, richiamò in servizio gli ufficiali murattiani sospesi dai moti del 1820, e non punì aspramente alcuni congiurati che nei primi anni del suo regno avevano attentato alla sua vita. Ma tale regale generosità non gli fece mai perdere di vista i suoi doveri di sovrano cattolico, e si schierò apertamente contro le riforme liberali della sorella Maria Cristina in Spagna, appoggiando di contro le posizioni carliste.

Ritornando a Maria Cristina, le due finissime miniature, scambiate per la « pro­messa » fra i due futuri sposi, ce li mostrano ambedue belli, fiorenti di giovinezza, idealmente assortiti, mentre purtrop-po molto dissimili si riveleranno di poi per educa­zione e per carattere.

Ferdinando II, Re delle Due Sicilie, a ventidue anni, era un bell’uomo, di alta statura e ben proporzionato: capelli e occhi nerissimi, naso aquilino, il basso del volto quadrato e forte, cipiglio soldatesco, aperto e leale.

Maria Cristina, a diciannove anni, era una fanciulla bellissima e delicata, dalla figura snella, flessuosa, slan­ciata, dagli occhi cerulei e profondi, dalle chiome ricchis­sime ondulate, d’un bel castano-biondo, dalla carnagione di pesco in fiore, dalle mani affusolate e squisite come un gioiello. Pareva una coppia meravigliosa!

Si disponeva però alle nozze regali, come una vit­tima che si adorni per il sacrificio.

I1 21 Novembre 1832 si compivano le nozze della nell’antico Santuario di Nostra Signora dell’Acqua Santa, presso Voltri.

Maria Cristina, come narra la Contessa della Vol­vera, ebbe una violenta crisi di disperazione e di pianto, prima di scendere nei grandi saloni del Palazzo Tursi, dove apparve smarrita, tremante nel suo magnifico abito di raso bianco, con manto regale di velluto cremisi e velo di trine preziose.

Il giorno dopo gli sposi riceverono la benedizione nu­ziale dal Cardinale Morozzo; e dopo una colazione intima nella villa dei Marchesi Brignole di Sale, la Regina vedova di Carlo Felice disse al nipote Ferdinando, unendo nella sua mano le destre dei due giovani : « Vi do per compagna una Principessa poco esperta delle cose del mondo, amatela Essa é degna di Voi. Voi avete per sposa una vezzosissima Santa ». Nel pomeriggio del 26 Novembre i Sovrani partirono a bordo del vascello Regina Isabella scortati dalla squadra napoletana. Nei cinque giorni di viaggio la Regina, pur attenendosi rigidamente al cerimoniale di Corte, fu ama­bilissima; il Re sempre ilare, interessandosi specialmente nella manovra delle navi, benché il De Cesare sostenga che a bordo avvenissero i primi screzi fra i coniugi, per incompatibilità di carattere e di abitudini. Raffaele Cri­scuolo, invece, addetto alla Casa del Re, ci racconta di gen­tili episodi in questo primo loro viaggio

La mattina del giorno 30 fra liete salve d’artiglieria e suono a festa di tutte le campane di Napoli, i novelli So­vrani prendevano terra allo scalo Molosiglio. Ma era di venerdì e pioveva a dirotto; due battelli inviati incontro ai Reali non furono avvistati e i fervidi ma superstiziosi na­poletani ne trassero cattivi presagi.

La folla però rimase estatica, come dinanzi ad una visione di cielo, ammirando la bellezza e la grazia della loro Regina; e quando seppero che essa, per prima cosa, aveva voluto recarsi a rendere omaggio alla Regina Madre Maria Isabella, notoriamente a lei ostile, per tutta la bella Parte­nope suonò unanime una sola voce : « E’ arrivata una Santa! ».

Maria Cristina fu subito presa dalla bellezza di quel cielo e di quel sole e subito sentì nell’intimo il desiderio e fissò il proposito di voler lavorare, lavorare molto, nel largo campo che si offriva alla sua pietà; tanto che in una prima lettera alla Contessa della Volvera scriveva : « Sono incantata di Napoli e di tutto quello che vedo ; e credo che potrò fare del bene anche qui ».

Come primo dono alla nuova sua patria ella volle of­frire al Tesoro della Chiesa di San Gennaro un meravi­glioso diadema di brillanti e di smeraldi; mentre otteneva dal Re amnistie e grazie, e larga generosità di elemosine per i suoi nuovi sudditi.

Cominciava così nella pietà e nella carità quella sua purtroppo brevissima vita di Regina, della quale abbiamo, come un programma, nel suo Diario

« Voglio – essa scriveva

« Ascoltare sempre ed in tutto mio marito.

« Badare assai nel parlare con chiunque.

« Non dar retta ai consigli ed avvertimenti di tutti.

« Pensare bene, prima di dire una cosa, alle conse­guenze.

« Esser garbata con tutti.

«Render conto a nessuno dei fatti miei. « Non dar troppa confidenza.

«Non lusingar la gente lasciando credere il falso, per compassione di far dispiacere dicendo la verità.

«Quando mi trovo in dubbio e non so con chi parlare per consigliarmi, tacere e ricorrere a Dio, e poi fare ciò che mi parrà voler Suo ».

E il testimonio oculare Luigi Sorgente ci descrive così la giornata della sua Sovrana: «Alzata, alle sette; toilette semplice e sommaria; la Santa Messa col Re, nell’Oratorio privato; prima colazione; conferenza col Padre Terzi per suppliche e risposte. Talora una seconda Messa. Sempre una visita al SS. Sacramento nella Cappella pubblica. Con­versazione e lavoro di cucito e di ricamo, in Galleria, colle sue Dame; pranzo. Dopo il pranzo conversazione o passeg­giata col Re. Nel pomeriggio uscita a piedi o in carrozza per visite di pietà. Recita talora di due o tre Rosari. Cena alle dieci e mezzo e generalmente ritiro sollecito nei pro­pri appartamenti ».

Da Novembre a Marzo la Corte dimorava a Napoli nella bella Reggia secentesca del Fontana, decorata d’ar­chi e di portici dal Vanvitelli; fatta eccezione delle feste di Natale, passate a Caserta, dove Maria Cristina po­teva, com’era sua predilezione, montare e disporre il famoso «Presepio » di Carlo III, oggi ammirato nel « Mu­seo di San Martino ».

A Caserta si tornava poi in Aprile, nella fastosa Versailles dei Borboni di Napoli, tanto cara a Ferdi­nando II, e mentre il Re si occupava allora di questioni ed esercitazioni militari, Maria Cristina si dedicava tutta alla Colonia di San Léucio, rivaleggiante con le sete di Lione, per la squisita fabbricazione dei suoi damaschi. La Regina era la vera Fata benefica della Colonia, perché si occupava assiduamente di tutto: di bozzoli e di fusi, di te­lai e di filande, di macchine, di tessuti, di maestranze ed insieme, ancora, di anime; curando anzitutto la santità della famiglia, l’istruzione dei bimbi, l’assistenza dei ma­lati, la protezione e la dote delle ragazze operaie.

L’estate la Corte si trasferiva a Portici fra la Cam­panella e il Miseno, fra L’Aiuola delle Sirene e il Vesuvio, in un armonioso incanto di sole, di mare e di verde, nella ricca e deliziosa Villa-Reggia di Carlo III.

Si tornava in città per la grande parata militare di Piedigrotta, alla quale la Regina assisteva da un balcone della Reggia, piena di pietà e di tenerezza per i soldati costretti a lunghe ore di marce forzate, sotto l’ardente sole di Settembre; sempre pronta ad intercedere per i puniti, tanto che era chiamata la « Mamma dei soldati! ».

Pochi viaggi si facevano allora per deficienza di strade e -difficoltà di trasporti ; ma talora i Sovrani si re­cavano in Sicilia, dove Maria Cristina fu festeggiata ed amata, nonostante la fiera indipendenza degli isolani. E veniva invocata, in ginocchio, al suo passaggio per le strade di Palermo illuminate, col nome di « Nostra Santa Reginella ».

Nel 1838 però, con Cavour, inizia la campagna di maldicenze, ed in una lettera a Vittorio Ema­nuele II, parlando di Maria Cristina, diceva: «L’Augu­sta Signora fu una martire nella sua nuova famiglia ».

Nel 1867 Nicomede Bianchi nella sua Storia della Diplomazia vituperava addirittura il Borbone di Napoli «per il suo comportamento verso Maria Cristina di Sa­voia, la quale morì deserta, invano desiderando e invo­cando l’indifferente marito ».

E, per tradizione, egli seguitò sempre a passare, at­traverso i tempi, come la sintesi di tutti gli arbitri, il prototipo di tutte le volgarità, l’esponente di un egoismo e di un cinismo senza pari.

Fu detto « Re Bomba » in seguito alla rivoluzione messinese dei ’47. E fu detto « Re Burlone » da Girolamo Rovitta, nel suo dramma storico in 4 atti, che fa di Ferdinando II, in una beffa feroce, un personaggio grottesco, mezzo idiota, mezzo pazzo, disumano e degenere, superstizioso e pau­roso, crudele e falso. Alcuni di questi giudizi furono però troppo parziali, perché dati nel tempo delle annessioni, quando cioé la dinastia Borbonica veniva ritenuta respon­sabile del prolungato servaggio d’Italia. Ma, come dice lo stesso Don Bosco a questo proposito, si deve distinguere, anche nel male, il bene, smascherando gli errori dei con­temporanei, spegnendo il tumulto delle singole passioni, cercando soprattutto l’amore del vero.

Così infatti fece Benedetto Croce nel suo ben docu­mentato opuscolo : “Maria Cristina di Savoia, Regina delle Due Sicilie”.

Dopo molte accurate ricerche di archivi e di documenti e dopo aver citato molte lettere della stessa Maria Cristina alla famiglia, il filosofo napoletano, così si esprime sull’argomento:

« C’era un inevitabile disaccordo di toni fra il Re na­poletano e la Principessa savoiarda, dovuta in parti alla ge­nerica differenza fra il temperamento napoletano e quello piemontese, con le virtù e le deficienze rispettive; ma soprattutto poi a quella specifica tra l’educazione ricevuta dalla Principessa e  il comportamento del Borbone di Na­poli, il quale, seguendo la tradizione iniziata da suo nonno Ferdinando, anziché guardarsi dagli abiti plebei e osser­vare un decoroso costume, volentieri si compiaceva nel costume del popolo napoletano e in più parti l’imitava, come quando usava togliersi il mozzicone di sigaro dalle labbra e regalarlo al lazzarone che glielo chiedeva: veri atti da re, a lungo poi ricordati e magnificati e rimpianti dai po­polani di Napoli.

Quale fosse il tono napoletanesco di Re Ferdinando, cordiale e affettuoso nel fondo e anche a volte vivace e in­gegnoso nelle manifestazioni, ma tale da sconcertare e con­fondere quella giovinetta sposa, si sente nelle stesse testimonianze raccolte per il processo di bea­tificazione, nelle quali spuntano qua e là tratti realistici, pochi e sparsi, ma pur bastevoli a confermare il nostro giu­dizio; E’ evidente che il Re, nella sua genialità, e stuzzicato forse dalla stilizzata compostezza della sua giovane sposa, pro­curava con quei modi di tirarla nella sua cerchia di alle­gria. L’intenzione era migliore dell’atto e tale vezzo non toglieva che altre volte egli riconoscesse di sbagliare e che ascoltasse le rimostranze e si sottomettesse ai con­sigli della moglie, e confessasse senza ritegno : ” Cri­stina mi ha educato „ ».

E il Croce così conclude

«Maria Cristina si era sempre data per felicissima. Certo linguaggio da trivio, certi scherzi grossolani la fe­rivano; tuttavia Ferdinando l’amava e la stimava ed era per lei un buon compagno, poiché non le dette mai alcuno di quei dolori che altri Principi non rispar­miarono alle loro consorti colla loro condotta privata ».

Di tale opinione sono pure il Padre Terzi e l’Amba­sciatore di Breme, contemporanei; e di recente Alberto Amante e il Comm. Francesco Cartoni, nei loro ottimi e ben documentati lavori su Cristina di Savoia.

La testimonianza della stessa Maria Cri­stina ci dà questi suoi brani di lettera, così semplici e così sinceri. Nell’anniversario delle nozze ella scriveva alla Contessa della Volvera : «Posso assicurarla che se ho tardato di risolvermi al passo del matrimonio, dopo però non ho mai avuto un momento di pentimento di averlo fatto, ma anzi, per grazia di Dio, me ne trovo ogni giorno più contenta». E alla sorella Beatrice, cui nulla ella soleva nascondere : «Posso assicurarvi per la vostra conso­lazione e tranquillità, che grazie a Dio sono felicissima; e mai credevo si potesse esserlo fino a questo punto, in tale stato; ma Ferdinando é davvero un angelo e più lo cono­sco, più mi affeziono; insomma si vede proprio che tutto questo affare é stato condotto da Dio, perché così era per il meglio».

E alla fida camerista Rosa Boisarelli : « Sono smar­rita e triste perché il Re é andato a fare il giro delle Ca­labrie; ho ogni giorno sue notizie per telegrafo, ma nutro speranza ch’egli torni più presto di quello che ha detto ».

E più tardi, alla stessa: « Sto benissimo a S. Léucio, ma vi starei ancor più volentieri se il Re non fosse lontano al campo militare  di Capua, accampato sotto le tende e dormendo sulla paglia, cosa che mi angustia molto ».

Il Re era dunque, dopo Dio, il primo di tutti i suoi pensieri; per lui era la sua prima preghiera; per lui erano le sue cure più assidue ed affettuose.

Ma vero ed intimo suo tormento era quello di non essere ancora madre. La maternità, decoro e corona di tutte le spose, costituisce per una Regina, chiamata da Dio a continuare la Dinastia e a rispondere alle giuste spe­ranze di un popolo, il bene assoluto, necessario, supremo. L’indugio era doloroso, tanto che Maria Cristina scri­veva alla Contessa della Volvera : « Il Re ed io ci afflig­giamo che non sia ancora successo ciò che tutti anelano, ma che noi lasciamo interamente nelle mani di Dio, essendo certi che Egli sa meglio di noi quale sia il nostro mag­gior bene ».

Certo non mancarono all’eletta donna frizzi mordaci e penose mortificazioni, mentre per ottenere la grande grazia i Sovrani pellegrinavano di Santuario in Santua­rio; finché un giorno, recatasi al Convento francescano di Castelnuovo, ella giunse perfino ad offrire la stessa sua vita al Signore, purché fosse esaudito il desiderio del Re e quello del suo popolo.

E la sua preghiera fu ascoltata nei cieli. Essa poté finalmente dire al marito il dolce segreto.

Il lieto evento era atteso con impazienza a Napoli, come a Torino, dove Carlo Alberto vegliava ansioso nell’aspettativa dell’erede, il quale avrebbe dato, secondo lui, a Maria Cristina il desiderato ascendente politico sul suo Reale Consorte.

Ma Maria Cristina volle rimanere sempre estranea ad ogni ingerenza politica. Fu accusata di essere «rigi­damente reazionaria» e di contrastare gli intenti libera­leggianti del giovane Re, verso i novatori napoletani e verso ogni progresso.

Calunnia! Ella ebbe fin dall’infanzia naturale orrore per tutte le rivoluzioni; ma il suo spirito squisitamente cristiano fu sempre contrario a qualsiasi violenza e spar­gimento di sangue; ed usò del suo potere regale soltanto per intercedere, per ottenere perdono e pietà. Si limitava a farsi incontro al suo Re prima di ogni importante Con­siglio di Stato; e gli poneva sul cuore le bellissime mani dicendogli : « Che Iddio t’ispiri! » ; poi rimaneva assorta in preghiera finché durava il Consiglio stesso. Ed era giunta fino a dar ordine che ogni sua corrispondenza ve­nisse recapitata, prima che a lei stessa, al suo Re.

Così, niente politica. Solo diritto di grazia quando e quanto più le fosse possibile; come allorché implorò ed ot­tenne salva la vita al Rosaroli, all’ Angelotti ed a Frate Peluso. A tale proposito dirò che Re Ferdinando fu il sovrano che all’epoca concesse più grazie.

La sua grande umiltà la spingeva fino a scender di carrozza ed ingi­nocchiarsi sul selciato della pubblica via, allorché passava il Santo Viatico che ella poi accompagnava, a piedi, fino al letto degli infermi.

Modesta nel vestire; sebbene nei primi tempi dovesse obbedire ai desideri del suo Re e agli usi di Corte, indos­sando abiti eleganti e fastosi; più tardi chiese ed ottenne di portar vesti più semplici ed accollate; ed il suo esempio, seguìto dalle Dame, dette alla Corte di Napoli un’ im­pronta di decoro e di serietà. E sempre poco tempo ella volle dedicare alla sua toeletta, tanto che la fida camerista Rosa ci dice che ella mai si guardava allo specchio; e men­tre la pettinavano leggeva un libro di devozione o le sup­pliche dei suoi poveri.

Grande inesauribile carità di tutti e per tutti. Nes­sun richiedente era rimandato, tutti beneficati e salutati colle confortanti parole: «Sperate in Dio e non dubitate di nulla. Egli vi aiuterà purché abbiate fiducia in Lui ». E il popolo s’in­ginocchiava al suo passaggio, invocandola: « Maestà, be­nedite ! ».

Solo vita di orazione e di carità; mai un divertimento od un sollievo?

Si, andava al teatro; ma come si fa un’opera di bene­ficenza; per aiutare impresari ed artisti; non per proprio gusto ed interesse; e voleva che la rappresentazione fosse moralmente ineccepibile.

E così troppo presto giunse la Sua sera: com’ella del resto ne aveva avuto il presentimento, dicendo alle sue Dame: « Sono certa di morire, appena la mia missione umana sarà compiuta » e scrivendo alla sorella Maria Anna, dopo una gita al Santuario di Mugnano: « Mi recherò a Napoli per avere il mio piccino, e la tua « vec­china » ne morrà! ».

Il 14 Gennaio 1836 Maria Cristina dava alla luce colui che doveva essere Francesco II, ultimo Re delle Due Sícilie.

Ma mentre Napoli tutta era in festa per il Batte­simo, la Regina, colpita da gastro-enterite acuta, si ag­gravava precipitosamente fino ad essere in pericolo di vita.

I1 31 Gennaio ella riceveva il Viatico dinanzi alla Corte Napoletana in lacrime, radunata, secondo l’uso, al completo. « Nonostante i terribili dolori, volle esser solle­vata sui guanciali, come scrive il Padre Terzi, e coperta la bella e giovane testa d’un bianco velo, le bellissime mani congiunte, raccolta ed estatica, ricevé gli ultimi Sa­cramenti ».

Poi rivolta al Re, inginocchiato presso il suo letto: « Ferdinando – disse – ti raccomando la religione, tuo figlio, il popolo, l’esercito ».

Baciò la mano alla Regina Isabella, abbracciò le co­gnate, espresse il desiderio che tutti coloro che l’avevano servita fossero ricompensati ; poi chiese ancora di vedere il suo piccolo Francesco. Lo guardò e lo baciò a lungo; quindi, invece di restituirlo alla nutrice, lo depose fra le braccia del Re dicendo : « Ferdinando lo affido a Te; Tu ne risponderai a Dio e al popolo ! »

Tutti piangevano. Ella, sorridendo, faceva coraggio agli astanti, ripetendo, nel silenzio solenne della stanza re­gale, l’ingenua invocazione tante volte da lei pronunziata sulle ginocchia materne: « Mamma! vorrei tanto veder Gesù! »

 Al­l’alba, dopo breve delirio, subentrò la calma; e la Regina, sempre presente a se stessa, intonava le preghiere dei mo­renti. E fino all’ultimo si udì la sua flebile voce rispon­dere: « Ora pro me!… Ora pro me! ». Poi si assopì, per risvegliarsi ancora: « Ferdinando! » esclamò. Ma le fu detto che il Re era occupato in affari di Stato.

Non insi­stette, come non aveva mai insistito in vita sua. Attese se­rena. A mezzodì cadde in letargo. Poi aprì gli occhi e le labbra per l’ultima volta: « Credo in Dio, spero in Dio, amo Dio! ». Fece il segno della Croce e piegò il capo nel bacio del Signore.

Aveva 23 anni, 2 mesi e 17 giorni.

Il Re fu inteso esclamare fra le lacrime: « Ho per­duto il mio Angelo custode! Vedete? Ecco come si vive, ecco come si muore ! ».

E il popolo napoletano pianse la sua Reginella, forse non molto apprezzata in vita, perché troppo riservata e ri­tirata, ma pur tanto benefica e pietosa; e riempì le vie e le chiese di lamenti e di salmodie.

Le onoranze funebri furono solenni e sincere. La salma, imbalsamata, composta come in un sonno serenis­simo, rivestita di una tunica bianca, con manto regale di velluto rosso, fu esposta per otto giorni al concorso del popolo che fu immenso, da Napoli, dalla Sicilia e da tutto il Regno, mentre tutti già invocavano Maria Cristina Ve­nerabile, Beata, la nostra Santa, la nostra Madre!

L’ 8 Febbraio 1836 ebbe luogo il trasporto della salma nella bellissima Chiesa trecentesca francescana di Santa Chiara, il Pantheon napoletano, che fu ed é su­perbo mausoleo funebre degli Aragonesi e degli Angioini, dei Murat e dei Borboni.

la Chiesa trasse dal sacrificio di questa morte, come dalla eroica santità della vita, gli elementi bastanti a proclamarla Venerabile. Fu poi ini­ziata la causa di Beatificazione; la salma, riesumata, fu trovata intatta, le fattezze del volto inalterate, i magnifici capelli ancor vivi e robusti, mentre nel tempio si diffon­deva un soave profumo di giglio.

 Il processo di canonizzazione continuò sotto Papa Pio IX, fu sospeso nel 1870 e riaperto nell’84 ; nel 1936 trovavasi di nuovo presso la Sacra Congregazione dei Riti.

Antonio Nicoletta

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