Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

LA CARROZZA REALE SOTTRATTA A NAPOLI (…e fosse solo quella…)

Posted by on Ago 27, 2019

LA CARROZZA REALE SOTTRATTA A NAPOLI (…e fosse solo quella…)

Nel 1838, all’apice del suo dinamismo e della sua giovinezza, Ferdinando II fece costruire una stupenda carrozza dal mastro artigiano di palazzo Reale, Salvatore Emmanuele, per le decorazioni del pittore Raimondo Pionica. Fu usata tutti gli anni per portare il re alla festa di Piedigrotta, come per altri importanti avvenimenti fra i quali, dopo la sua prematura morte, il trasporto del nuovo re Francesco II al Duomo per la cerimonia della consacrazione, nel 1859.
Con l’invasione piemontese gli sportelli furono privati dell’originale stemma borbonico, sostituito da quello sabaudo secondo una pratica antistorica ed aggressiva assai diffusa in quel periodo.
Dopo il 1862 fu più volte utilizzata dai Savoia e trasferita a Firenze, palazzo Pitti, dove tuttora si trova.
Straordinaria dal punto di vista estetico la brillantezza cromatica dell’alternanza fra argento e dorato come fra rosso e bianco perlaceo dell’interno.
Nel 1988 un magnifico ritratto equestre di Rubens raffigurante il principe Giovan Carlo Doria, unica opera del grande fiammingo conservata a Napoli, Capodimonte, fu sottratto alla città per essere portato al museo genovese di palazzo Spinola, con il pretesto che era stato dipinto per un mecenate appartenente alla nota famiglia d’origine ligure, e senza tenere in alcun conto che fra l’inizio dell’Ottocento e la Seconda Guerra Mondiale era stato conservato a palazzo d’Angri allo Spirito Santo, dove vivevano gli ultimi discendenti collaterali della famiglia, napoletani da secoli.
Ora, seguendo lo stesso principio in un caso forse ancora più evidente, questa carrozza dovrebbe ritornare a Napoli: ma pare che chi la detenga faccia orecchio da mercante e il ministero se ne frega.
Morale della favola: in questa Italietta togliere al Sud è sempre stato facile, restituire è mooolto difficile!

Francesco De Martino

carrozza reale
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Nota dell’effemeride di corte, in « Annali civili del Regno delle Due Sicilie», Napoli 1833, vol. I, fasc. II, p. XIII.

Posted by on Ago 23, 2019

Nota dell’effemeride di corte, in « Annali civili del Regno delle Due Sicilie», Napoli 1833, vol. I, fasc. II, p. XIII.

IL PONTE DI FERRO SUL GARIGLIANO (1833)

II re radunava a Sessa numerose milizie per esercitarle nelle armi. Il dì dieci maggio andava al Garigliano ove voleva sperimentare la saldezza del nuovo ponte su quel fiume sospeso a catene di ferro. Fermatosi nel mezzo, faceva passare sopra di esso a gran trotto due squadre di lancieri e sedici grossi carri di artiglieria.


Soddisfatto della riuscita di quella prova, esaminava tutte le parti dell’opera, ne commendava l’artificio, la solidità, il decoro, e lodavane l’ispettore di ponti e strade cavalier Luigi Giura il quale, eletto a dirigere la costruzione del primo ponte che l’Italia abbia sospeso a catene di ferro, con felici trovati migliorava i sistemi altrove finora seguiti.

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Dagli  « Annali civili del Regno delle Due Sicilie », Napoli 1839,  XXI, pp. 54-55, 57

LA PRIMA LINEA FERROVIARIA (1839)

Era il dì 3 di ottobre dell’anno 1839. La popolazione della città di Napoli e delle terre vicine sapeva, per avvisi fatti pubblici, che seguirebbe con solennità l’aprimento della strada ferrata: accorreva in grandissimo numero, come ad uno spettami nuovo.


Tutte le deliziose ville traversate dalla strada s’andavan riempiendo di gentiluomini e di dame vestite come in giorno di festa; nei campi e nelle vie pubbliche, dove queste sono intersecate dalle rotaie di ferro, erasi gittata sin dalle prime ore del mattino una folla di gente d’ogni condizione e stato venuta dalla città o dalle vicinanze del contado: la quale ad ogni istante cresceva per nuovo popolo sopravveniente; bramosi essendo tutti di vedere per quelle piagge, state dianzi si quete stanze degli agricoltori, la straordinaria macchina mossa dal vapore camminar sola e trarsi dietro un seguito lungo di carrozze o carri.


Fino sulle onde del mare, che furono placidissime in quel dì, vedevi gran numero di barche cariche di uomini e donne remigare e farsi presso alla marina, nelle parti dove la via ferrata scopre il destro lato al lido.


Chi conosce lo spirito pronto, la immaginativa e la fantasia potente del popol napolitano, non dee maravigliare che con tanto entusiasmo traesse d’ogni parte sulla nuova strada, e giunto colà facesse allegrezza grande come per faustissimo avvenimento Non si può con parole descrivere come si commova e ratto s’infiammi una gran moltitudine all’aspetto di cosa nuova, grata e maravigliosa: ed in verità, sur un sentiero apparecchiato prestamente in un breve anno venia, mirabil cosa, a mostrarsi la locomotrice, non come già si mostrò agl’inglesi e francesi, sorta a poco a poco in maggior perfezione dopo cento e cento tentativi ed esperimenti, ma già tutta elegante di forme, pronta, perfetta e velocissima a un corso, che oltrepassa i venti.


Intanto, presso al Granatello, là sopra il ponte che unisce le due rupi su cui ora si riman divisa la villa Carrione, era preparato un gran padiglione addobbato splendidamente di arazzi e velluti cremisini per la maestà del re e per la sua real famiglia: al fianco gli sorgeva un devoto altare. Quel ponte è a capo della lunga linea retta della strada, la quale d’ivi si discopre al guardo per 3823 metri, pari a 2 miglia e 1/6. Da un lato era altra tenda per ambasciadori e ministri di potentati stranieri, pe’ capi della real corte del re, pe’ suoi ministri segretari di Stato: una terza tenda ci avea pe’ generali dell’esercito e dell’armata, per primari ufiziali del Regno civili e militari e per altre persone ancora invitate.


Di sotto il ponte, sulla sponda sinistra della strada, destinavasi un luogo ricinto ai soci della Compagnia e ad altri gentiluomini ancora; e da ultimo, in un altro spartimento sorto per cure della città di Napoli, il sindaco avea raccolto gran numero di nobili e di persone altre invitate. Le milizie d’infanteria e di cavalleria tutte in armi ed in arredo eran disposte da un capo all’altro della strada, e principalmente alla villa Carrione, alle stazioni, ai 67 siti ove son ponti od aquidotti, e ne’ luoghi dove le rotaie intersecano le vie pubbliche: né di tanto numero di soldati potea farsi di manco, se si volea esser sicuri che nessun sinistro accidente venisse a turbare l’allegrezza del giorno; mentre la calca popolare impaziente e bramosissima di tutto vedere pressava d’ogni banda e facea le viste di voler invadere gli steccati della stra per farsi luogo sin presso le rotaie di ferro.


La Compagnia, che ha sua sede in Parigi per l’impresa di questa nostra strada, fin d’allora che seppe il primo tratto esser vicino a compiersi, mandava qui in Napoli suo commessario il sig. L. Teofilo Dubois, affinchè insieme al gerente ed ingegnere signor Armando Bayard ed al signor Clemente Falcon, che già trovavasi commessario tra’ soci residenti in Napoli, avessero tutti uniti fatto ossequio alla maestà del re nel giorno che le piacesse intervenire all’apertura del cammino ferrato. (…)


Finito il parlare del re, un segnale fu dato di sopra il padiglione, cui risposero immantinente gli spari delle artiglierie de’ forti del Granatello e del Carmine. E ratto dalla stazione di Napoli mosse velocemente la locomotrice seguita da nove grandi carri, in cui erano 258 uffiziali dell’esercito, dell’armata e delle regie segreterie di Stato.


Sopra uno di que’ carri, scoperto, dava fiato alle trombe una compagnia militare; sopra un altro, una mano di soldati agitava a dimostrazion di giubilo alcune aste con banderuole in cima. In nove minuti e mezzo la macchina giunse da Napoli al Granatello: e di là anco velocemente sen tornò quivi d’onde era partita. Allora il vescovo, vestito de’ suoi abiti pontificali, recitò le preghiere, indi benedisse la nuova strada ferrata: e intantochè tutti gli astanti si prostravano ginocchioni, le artiglierie facevano rimbombar l’aere d’una salva festiva.


Ed ecco giungere un’altra volta la locomotrice col seguito de’ suoi carri, nel mezzo de’ quali vedevi una carrozza ornata pel re ed altra per la sua regal corte. La macchina s’arrestò di sotto il ponte Carrione; ed il re colla sua regal famiglia per una scala a posta fatta discese sulla via ferrata.

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Da un articolo del barone Durini in “ Annali civili del Regno delle Due Sicilie”, Napoli 1839, vol. XIX, pp. 13-18.

ECONOMIA E INDUSTRIA NEL REGNO DI NAPOLI (1839)

Ma questi non furono che avviamenti e principi delle alte i sulle quali Ferdinando II vide per sua opera sorgere in i anni il colosso dell’industria presente. Si moltiplicarono le fabbriche, s’ingrandirono i lavori: in ogni manifattura si contarono a più centinaia i lavoratori; si videro fonderie di ferro, cartiere, zucchero di barbabietole: le seterie di S. Leucio quelle del signor Matera, i panni di Sava, di Polsinelli, di Zino’ le bambagine di Egg, di Scafati, dell’Imo; i cuoi, i guanti noti solo bastarono al nostro bisogno, ma ne vendemmo a’ forestieri. (…)


Spiegata una carta dell’Italia, vedremo che il Regno di Napoli stassi come un capo che largamente avanzasi ne’ mari Adriatico, Ionio e Tirreno, che formano parte del Mediterraneo; che da un sol lato attaccasi al rimanente d’Europa, e ne forma come un ramo distaccato che avanzasi ad oriente ed a mezzogiorno. Il mare dunque ne cinge quasi per ogni dove, e dopo questo non largo mare incontransi l’Albania, l’Illirio, la Grecia, il lido dell’Asia e le coste dell’Africa, Schiavoni, Turchi, Beduini.


Siamo dunque a’ confini del mondo incivilito, e dopo noi vengono popoli o incolti o barbari che sicuramente non vorranno de’ nostri squisiti lavori, contenti di grossolani e vili, e che dal solo basso prezzo lasciansi allettare. In tal situazione a chi venderemo le nostre manifatture?


E potremo sperare che quelle nazioni che son già potenti nelle arti vorranno comprar da noi ciò che esse vendono a tutto il mondo? (…) Per siffatte ragioni vedesi apertamente quali insuperabili ostacoli si oppongano all’ingrandimento delle nostre manifatture e come saremo forzati di rinunciare a quelle lusinghiere speranze di cercare in esse e ricchezza e potenza.


Non vorremo però iscoraggiar ne avvilire. Se le nostre manifatture non sapranno direttamente arricchirci, potranno ben farlo con francarci di pagare agli esteri il nostro oro, e cosi col risparmio accrescere le nostre ricchezze, che il risparmio è la più facile strada di arricchire sicuramente, e noi con esso conserveremo quelle dovizie delle quali tanto ci fu generosa natura.


Supplire a’ nostri bisogni, francarci di comprare dagli esteri, tale debb’essere lo scopo delle arti nostre. Indi è che le grandiose e magnifiche fabbriche male a noi si convengano; anzi, veramente più vantaggiose ci saranno le modeste ed economiche. Che se pure alcune grandiose ne vorremo, non sapremmo consigliarne altre che quelle della seta e del cotone» perché noi siamo ricchi di tali generi, ed invece di estra» grezzi, potremmo farne di bei lavori che, per il basso prezzo  delle materie prime sostenendo la concorrenza colle forestiere, non saran per recarne utilità e vantaggio.


S’ingrandiscano esse sole dunque, e le altre tengansi a livello delle necessità nostre, nulla sperando dagli esteri. La copia del nostro olio potrebbe consigliare ancora d’ingrandire le saponerie, siccome l’uso di uccidere gli agnelli e capretti di estender l’arte de’ guanti e delle corde di minugia che già vendiamo a’ forestieri. Dunque moderazione, giudizio, convenienza deggiono esser le guide e le norme delle nostre manifatture, se vorremo per esse acquistare ricchezze.


Or dall’industria volgendo il discorso all’agricoltura, ad altre considerazioni essa ci chiama. La natura, negandoci l’oro e l’argento delle miniere, ci fu larghissima in feracità di terre, in dolce temperatura di clima ed in ordinato corso di stagioni. (…) La verità però ne costringe a confessare che, a paragone delle manifatture, trovasi molto al disotto la coltivazione de’ nostri campi. Né vorremo maravigliarcene.


La vita rustica, i lavori faticosi della campagna, le cure agrarie, gli stenti della vita de’ pastori, non hanno certo quegli allettamenti che ci chiamano ad abitar le città: gli agi, le distrazioni, i piaceri delle numerose Società fanno aborrire quel viver solitario e stentato; vediamo quindi a folla i nostri villici abbandonar le campagne per correre alle arti, a’ mestieri, ed anche alla servitù domestica; e quindi insuperbire del novello stato come più nobile e dignitoso, e credersi così da più del contadino che rimanesi avvilito e disprezzato. E questo stato di avvilimento e disprezzo in cui vediamo starsi l’uom di contado è un male gravissimo, anzi il maggior torto che possa farsi alla buona agricoltura ed alle sue produzioni.


Pur non ostante tutto ciò, lieti osserviamo quanto in pochi anni siasi la nostra agricoltura migliorata. Già scorgiamo sorgere novelli boschi, moltiplicarsi l’olivo ed il gelso, introdotta la grossa coltivazione della robbia e del guado, la barbabietola, ia medica, la sulla estese a vasti campi; ma pur confesseremo Qo non accadere nell’universale del Regno. Alcuni luoghi e ran mostrano tal progresso; ma, nella gran parte, o poco ne scorgi o nessuno. Non diciamo de’ contorni di questa metropoli né di Terra di Lavoro; dove la numerosa popolazione, immenso consumo, la feracità del suolo, la copia degl’ingrassi, concorrono a far di esse terre il modello di ogni coltura. (…)


Conchiudiamo questa ormai lunga diceria. Si è veduto di quanto la protezione e gl’incoraggiamenti abbian migliorate 1e nostre arti e manifatture; facciamo lo stesso per l’agricoltura che a miglior ragione e con utilità maggiore il faremo, e pronte ne saranno e non lievi le conseguenze e piene ancora di alte speranze avvenire. Le nostre Società economiche pongano studio particolare ne’ miglioramenti agrari più acconci a ciascuna provincia, e non con le sterili dottrine, ma dando l’esempio e l’istruzione a’ loro concittadini. Nelle esposizioni annuali che celebransi in ogni capoluogo, non altro si mostrino che prodotti di coltivazione e di pastorizia, e non altri che questi siano premiati e lodati. Le stesse Società s’incarichino di acquistate le semente più utili, ed i loro orti addivengano semenzai e vivai di belle pianticelle.


Sono questi i mezzi provinciali. Lasciamo al governo in ogni anno dispensare premi maggiori e dare incoraggiamenti ed onorificenze al miglior agricoltore, all’ottimo pastore. In fine si onori in qualche maniera la professione del contadino, ed il pubblico disprezzo non insulti alle sue miserie ed alla sua ignoranza. Ricordiamo che il pane delle nostre mense, le vesti che ci difendono dal rigido inverno, quel lino che conserva la nostra nettezza, tutto il dobbiamo al sudore ed agli stenti di quei miseri che ce ne sono generosi. Ricordiamo in fine che se essi non fossero, noi, selvaggi feroci miserabili, ci nutriremmo ancora di ghiande, e sudice pelli coprirebbero la nudità nostra.

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Memorandum di F. Lattari al congresso scientifico di Napoli in  « II  progresso  delle  scienze,  lettere  ed  arti »,  Napoli  1846, XXXIX, pp.  119-21.

PROGETTO PER UNA ESPOSIZIONE DEI PRODOTTI  DELL’INDUSTRIA (1845)

Verso il principio del secolo XVI, l’industria italiana cadeva dalla grandezza a cui si era innalzata ne’ cinque secoli antecedenti. Principali cause di questa decadenza furono, come ognun sa, le scoverte di America e del Capo di Buona Speranza. La prima di queste scoverte rivolse il commercio europeo dall’Oriente verso l’Occidente; la seconda fe’ cader tra le mani delle nazioni situate sull’Oceano il commercio rimasto tra l’Europa e l’Asia:  l’Italia, per le sue condizioni geografici.


Or in quest’ultimo periodo sociale sono avvenuti due fatti he han cangiato nuovamente la direzione del commercio europeo ed han rimessa l’Italia nella sua posizione primitiva riguardo A movimento industriale del globo. Il primo di tali fatti si è l’emancipazione delle colonie americane dalle loro metropoli; emancipazione che, distrutto ogni interesse speciale del vecchio sul nuovo mondo, ha rivolto di bel nuovo l’azione dell’Europa verso l’Oriente. Il secondo fatto si è l’abbandono della strada che mena verso l’Oriente pel Capo di Buona Speranza, perché troppo lunga e dispendiosa, e la ripigliata dell’antica strada per l’Egitto e pel Mar Rosso.


Questi due avvenimenti hanno innalzato l’Oriente ed il Mediterraneo alla più alta importanza, e li han renduti il soggetto di tutte le ambizioni europee, il nodo di tutte le difficoltà internazionali, il problema dell’avvenire del continente.

In tal condizione di cose, una novella èra si apre all’industria italiana. Qual paese, infatti, trovasi collocato più favorevolmente del nostro sul Mediterraneo in faccia all’Oriente? Qual tempo adunque più opportuno del presente per rialzar la sua industria e farla entrare a parte della lotta economico-politica che oggidì forma la vita delle grandi nazioni di Europa? (…)

[La proposta di Lattari era di organizzare un’esposizione dei prodotti dell’industria, di cui individuava i vantaggi nei seguenti punti:

1.  Accomunamento delle idee industriali de’ diversi produttori italiani, e trionfo delle più sulle meno perfette, ossia, tendenza generale ad una unità miglioratrice dell’industria della penisola.

2.  Riunione delle voci tecniche adoperate dalle diverse provincie d’Italia,  epperò grande agevolazion materiale per la compilazione del Dizionario tecnologico del nostro paese.

3. Precauzione utilissima che tutti i produttori usereb-et0 nel lavorìo delle proprie fatture, conoscendo anticipatamente di dover essere giudicate da tutta Italia, ed importanza «lana che acquisterebbero i primi e le seconde.

4.  Emulazione che nascerebbe tra i produttori ed i governi della penisola per offrire in mostra migliori prodotti

5.  Sommissione di tutti gli oggetti dell’industria peninsulare agli occhi di tutti gli scienziati d’Italia, e salutari consigli che questi potrebbero dirigere nello stesso momento tutti i produttori del nostro paese.

6.  Maggior conoscenza che l’Italia acquisterebbe di tutte le proprie produzioni, e perciò maggiore smercio di esse nell’interno e nell’esterno della penisola.

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Dagli Atti della ottava riunione degli scienziati italiani tenutasi in Genova dal 14 al 29 settembre 1846, Genova 1847, pp. 122-2

ISTRUZIONE TECNICA (1846)

II sig. Mariano D’Ayala conviene coi voti espressi dalla commissione sul bene che promuove l’educazione elementare e teorica della quale dice esser già ricca l’Italia, ma osserva esser essa ancora poverissima di istituzioni che tendano alla più elevata istruzione delle classi fabbrili. Nota come entrando nelle officine vi si veggano per direttori persone d’altri paesi: esser questa una umiliazione per gli italiani in cui pur tanto risplende la scintilla di Dio, la sapienza: esservi urgente bisogno che ne’ mestieri discenda la luce de’ principi scientifici: che la scienza guidi la mano, il concetto regga l’opera.


Nota le varie professioni industriali in cui sono necessari certi studi scientifici, come sarebbero quelli della geometria descrittiva, sferometria, stereometria e meccanica. Essere argomento massimo di studio per questa sezione l’avvisare anche ai migliori programmi di istruzione per la classe degli artieri e meccanici. Doversi all’istituto esordiente di Napoli il consolante frutto di trovare da artefici italiani costrutte già trenta macchine locomotive, e macchinisti italiani che le governano.


Essere pertanto urgente di proclamare la necessità di buone scuole tecnologiche le quali rinnovino per noi quelle pagine memorande della nostra storia, quando nell’antichità e nel medio evo le industrie nostre erano le più acclamate fra tutto il mondo civile; e quando le arti della lana e della seta trovavano seggio nel reggimento degli Stati.

fonte https://www.eleaml.org/sud/den_spada/annali2s01.html

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ARRIVANO I BERSAGLIERI

Posted by on Ago 7, 2019

ARRIVANO I BERSAGLIERI

6 agosto, Corre voce, e non sembra che sia solo tale, che il nuovo direttore voglia aumentare le ore lavorative e ridurre la paga. Non mi sembra che questa sia una buona idea, la gente è stanca, ci trattano come bestie eppure, noi operai metallurgici siamo il fiore all’occhiello di questo regno e del passato, i nostri prodotti sono tra i migliori che si possano trovare in Europa. Le nostre macchine ferroviarie viaggiano senza problemi lungo le strade ferrate, le stesse che produciamo noi, i nostri motori muovono le più belle navi del Mediterraneo, siamo bravi, perchè non vogliono capirlo? Oggi siamo andati dal direttore, il signor Bozza, un lombardo che di noi sa poco o niente, egli imperioso ha ascoltato le nostre richieste e alla fine ci ha comunicato: “Conoscete la situazione, lo stabilimento è in perdita quindi dobbiamo risanarlo, per far ciò abbisogna incrementare le ore di lavoro e scemare la paga da 32 a 30 grana al giorno“, “ma signor direttore“, replico “lei ha intenzione di ammazzarci tutti?” e come risposta ottengo solo una frase “questo è quello che meritate animali, se vi sta bene è così altrimenti licenziatevi“. Siamo infuriati, delusi e avviliti, scendiamo nel piazzale davanti agli uffici dove i nostri compagni ci aspettano per conoscere le notizie, “Abbiamo fallito” dico “Bozza non vuol sentire ragioni, ha detto e confermato che dobbiamo lavorare di più e con meno soldi e chi non ci sta se ne può andare“, non avessi mai pronunciato quelle parole, un’unico grido si alza dai miei compagni, “Fermiamoci, non lavoriamo e blocchiamo l’opificio“. Le voci tumultuose si elevano e rendono rovente questo già caldo pomeriggio, ingiurie, minacce neanche troppo velate vengono elevate alla volta del Bozza. “Sta scennenno, facitelo passare” grida un compagno, “facitelo passare” e intanto giù ingiurie “Curnut“, “Figlio e puttana“, “Chi te muort“. Bozza fugge via inseguito dalle urla. Chiudiamo i cancelli alle spalle del direttore così? che nessuno possa entrare e restiamo li, sul piazzale davanti alla palazzina in attesa di un qualcosa che a noi ignoto. Si discute, si fa capannella, chi si siede all’ombra per ripararsi dal sole, e ogni tanto guardiamo verso il cancello. Passa un’ora più o meno, e sentiamo dei passi di corsa che arrivano dalla Via Regia, “song ‘e surdati, aprite o canciell” urla ‘o turrese e un paio di noi vanno ad aprire. Sono arrivati, sono bersaglieri, una compagnia intera, sono gli stessi che hanno combattuto a Palestro e a San Martino, sono gente del popolo anche loro, si notano le facce di contadini, gente abituata a zappare la terra ma noi in loro vediamo l’autorità e li invitiamo a voce forte di andarsene. Il loro capitano li mette su due linee di fronte a noi e ci urla degli ordini in una lingua che non conosciamo, non lo capiamo, ma che dice? Visto che non gli rispondiamo grida verso i suoi soldati che alzano i moschetti, “Cazzo, ci sparano” urlai e cominciai a correre verso il mare. Subito dopo una scarica di fucilate e un’altra ancora. Urla di dolore mi prendono immediatamente ma ho le gambe in spalla e corro, corro, il mare è vicino e poi ancora mi volto a guardare senza fermarmi, tanti miei compagni sono a terra, chi immobile, chi gemente e i soldati innestano la baionetta, caricano con la lama abbassata. Tutti scappiamo verso il mare, l’unico punto di salvezza, ma ci raggiungono, in molti restano per terra ma la maggior parte di noi ce la fa a raggiungere l’acqua e ci buttiamo dentro, io so nuotare ma vedo che altri non ci riescono, annaspano, riesco a prendere un compagno per il collo e lo porto via con me, lo sforzo è grande e sulla banchina i soldati continuano a spararci addosso anche nell’acqua. Ce l’ho fatta, mi sono salvato e con me il compagno che ho trascinato via, ma mancano tanti altri miei amici, dove sono? Prendo terra più avanti, non ho più forza nelle braccia. Siamo a Pietrarsa, nello stabilimento siderurgico il giorno 6 Agosto 1863 ore 3 del pomeriggio. Si contano alla fine 5 operai morti nella prima carica e altri 2 colpiti in acqua, i feriti sono circa 20 di cui 7 gravi ospitati ai Pellegrini altri invece si sono ricoverati in casa propria, può essere che siano molti di più. La storia è una libera ricostruzione dei fatti tratti da documenti originali dell’epoca, la narrazione è un momento creativo ma la realta dell’evento è molto più cruda.

Vincenzo Tortorella

http://www.comitatiduesicilie.it/?p=1146

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il Re Bomba? Così è stato definito dalla storiografia ufficiale…

Posted by on Ago 3, 2019

il Re Bomba? Così è stato definito dalla storiografia ufficiale…

Nel novembre del 1832 saliva al trono del Regno delle Due Sicilie Ferdinando di Borbone, nato a Palermo nel 1810. Era Sposato con Maria Cristina di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele I. Nel gennaio del 1836 Maria Cristina dava alla luce Francesco. Durante il suo regno Ferdinando diede un notevole impulso all’innovazione burocratica e tecnologica, incrementando l’industria e il commercio. In particolare rivolse la sua attenzione al comparto industriale (ferriere, industria tessile..)e alla cantieristica mercantile e militare, raggiungendo l’invidiabile di terza potenza economica-industriale al mondo, dopo Inghilterra e Francia. Tale eccellenza fu riconosciuta al Regno delle Due Sicilie alla conferenza internazionale di Parigi nel 1856. In quegli anni gli occupati nell’industria raggiungevano il 20%, mentre nel resto d’Italia non superavano l’8%!!! Da Portici a Castellammare di Stabia, per oltre 15 chilometri, esisteva un susseguirsi di cantieri e di stabilimenti industriali. A Castellammare operava il più grande cantiere navale del Mediterraneo che nel 1818 iniziò la costruzione del primo piroscafo a vapore. Nel 1833 il piroscafo Francesco I compì la prima crociata al mondo; rotta Costantinopoli, durata tre mesi. Nel 1847, per la prima volta in Italia, fu adottata la propulsione a elica e nel 1853 il vapore “Sicilia”, prima nave italiana di linea, raggiunse New York dopo 26 giorni di navigazione. In Calabria,a Mongiana e a Fernandea, esistevano i maggiori produttori italiani di ghisa e semilavorati per le industrie metalmeccaniche. Il primo ponte sospeso in ferro sul Garigliano fu costruito proprio a Mongiana. Erano sorti stabilimenti in tutto il Sud: Salerno, a Sarno, Pellezzano, Piedimonte, Messina, Arpino, Sora, Otranto, Taranto,Gallipoli. A Salerno erano le sedi principali dell’industria tessile del Regno. Erano soprannominate la Menchester delle Due Sicilie. A San Leucio, una frazione di Caserta, nei pressi della meravigliosa Reggia,Ferdinando IV, su progetto dell’architetto Collecini, fece costruire la “Regia Filanda”, dove si producevano pregiate sete. Operai ed abili artigiani, provenienti anche dalla Francia, dal Genovese e dal Piemonte, si stabilirono a San Leucio richiamati dai molti benefici di cui usufruivano i lavoratori impiegati nelle seterie. Tra le altre cose, avevano diritto all’alloggio gratuito. Erano i principi riformatori della politica dei Borbone: solidarietà e uguaglianza, un pericolo per il conservatorismo sabaudo e le mire colonialiste vagheggiate da Cavour. Così scriveva Isabella Brega su Qui Touring del maggio 2010: “…La Regia Filanda, progettata dal Collecini per Ferdinando IV (1759-1806), divenne il cuore della città ideale, dove gli operai avevano le stesse abitazioni e gli stessi diritti, e luogo deputato alla produzione della seta. Di questa produzione sopravvive una manciata di aziende e un museo dedicato all’industria serica. E’ il sogno di un sovrano forse da rivalutare”. A Castellammare, Tropea, Teramo e nella Puglia, nascevano aziende per la lavorazione del cuoio. La lavorazione del pellame era la più varia, dai finimenti per cavalli, selleria, stivali, ai guanti. Era una produzione ricercata e richiesta in ogni parte del mondo, dall’Inghilterra alle Americhe . Nella penisola sorrentina, nel Trapanese e a Capri era rinomata la raccolta e lavorazione del corallo. Fabbriche e scuole artigianali erano sorte a Napoli e a Torre del Greco. Famose erano le saline pugliesi e siciliane, le più importanti d’Europa. Anche a questi lavoratori erano assegnati gratuitamente terreni e soldi per costruirsi la casa. A Napoli, due grandi vetrerie producevano vetri e cristalli che esportavano in Nord Africa e America. Conosciute in tutto il mondo le porcellane di Capodimonte e altrettanto apprezzata, ovunque, l’industria alimentare: pastifici, lavorazione del pomodoro, la liquirizia calabrese, i confetti di Sulmona…Numerosi gli stabilimenti ittici (oltre 80 impianti per la lavorazione del tonno). Importante e perfezionato l’allevamento delle ostriche, tanto da insegnare ai francesi le tecniche più avanzate. E poi la coltivazione e lavorazione del tabacco e le cartiere che esportavano carta pregiata in tutto il mondo…Nel 1847 Ferdinando II fondò la Colonia Agricola di San Ferdinando di Puglia che nel 1879, dopo l’occupazione fu intitolata a Margherita di Savoia!

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I Borbone e il problema dei rifiuti

Posted by on Lug 26, 2019

I Borbone e il problema dei rifiuti

Quando un decreto dei Borbone rese Napoli la città più pulita d’Europa
Da Claudia Ausilio

Un triste destino quello di una città come Napoli, vista dal mondo intero come una città sporca e piena di rifiuti, quando pochi secoli fa era considerata come la più pulita d’Europa, simbolo di ordine e la prima a fare la raccolta differenziata e ad insegnare alle altre popolazioni italiane l’uso del bidet.
Il recente trascorso e la pessima gestione amministrativa da parte delle istituzioni induce a delle riflessioni, poiché a differenza di oggi, un paio di secoli fa, c’era un’oculata e responsabile gestione dei rifiuti. Le prime ordinanze nel meridione si ebbero nel lontano 1330, quando nella città di Palermo vennero esposte delle ordinanze relative alla pulizia dei luoghi pubblici ed obbligavano i bottegai a mantenere in ordine gli spazi davanti ai loro locali.
Ma nel XIX secolo, con un decreto del 3 maggio 1832, firmato dal prefetto della polizia di Napoli, Gennaro Piscopo, si ebbero le prime pene detentive per i trasgressori.

Il Re Ferdinando II di Borbone, fu il primo ad ordinare la raccolta differenziata, con il suddetto decreto che obbligava di mantenere l’igiene sulle strade. Il prefetto diede disposizioni in merito, scrivendo nel testo che “Tutt’i possessori, o fittuarj di case, di botteghe, di giardini, di cortili, e di posti fissi, o volanti, avranno l’obbligo di far ispazzare la estensione di strada corrispondente al davanti della rispettiva abitazione, bottega, cortile, e per lo sporto non minore di palmi dieci di stanza dal muro, o dal posto rispettivo e che questo spazzamento dovrà essere eseguito in ciascuna mattina prima dello spuntar del sole, usando l’avvertenza di ammonticchiarsi le immondezze al lato delle rispettive abitazioni, e di separarne tutt’i frantumi di cristallo, o di vetro che si troveranno, riponendoli in un cumulo a parte”. Poi aggiungeva che “Dovranno recarsi ne’ locali a Santa Maria in Portico, dove per comodo pubblico trovasi tutto ciò che necessita” ed inoltre il divieto “di gettare dai balconi materiali di qualsiasi natura”.
Come si legge nel Regio Decreto n.21, le autorità si ponevano il problema della spazzatura, obbligando la popolazione alla raccolta differenziata, in particolare quella del vetro. Insomma, già allora si faceva un’importante riflessione sul problema dell’accumulo di immondizia, e come evitare di far confluire i rifiuti in un unica discarica. A tal proposito vale la pena ricordare l’ammirazione dello scrittore ed erudito Goethe, quando nel 1787, durante il suo viaggio in Italia, rimase stupito per il riciclo degli alimenti in eccesso che si attuava tra la zona di Napoli e le campagne intorno (l’attuale “Terra dei Fuochi“).
Circa duecento anni fa, quindi, una legge borbonica aveva risolto il problema dei rifiuti, che oggi invece sembra essere insormontabile, oltre ad essere diventata una questione che riguarda l’intera nazione.

Da: https://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/storia/61087-quando-un-decreto-dei-borbone-rese-napoli-la-citta-piu-pulita-deuropa/

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Sora – Santa Messa in suffragio di Ferdinando II, Re delle Due Sicilie

Posted by on Lug 21, 2019

Sora – Santa Messa in suffragio di Ferdinando II, Re delle Due Sicilie

Il 14 luglio 2019 è stata celebrata la Santa Messa in suffragio dellanima benedetta di Ferdinando II, con il  Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, nella basilica minore di San Domenico abate a Sora.

La celebrazione in memoria​ del Re viene svolta due volte l’anno, il 16 gennaio e il 14 luglio, dai monaci cistercensi che officiano l’abbazia di San Domenico abate, a suo tempo beneficata da Ferdinando II. Al rito erano presenti numerosi Cavalieri, Dame e Postulanti del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio della Real Commissione per l’Italia​, Delegazione della Tuscia e Sabina. Il​ delegato, Nob. Avv. Roberto Saccarello, Cavaliere Gr. Cr. di Jure Sanguinis con Placca d’Oro, assente per evento concomitante, ha espresso il suo compiacimento per la commemorazione. La Liturgia Eucaristica è stata presieduta dal Cappellano di Merito, padre Pierdomenico Volpi, monaco cistercense dell’Abbazia di Casamari e concelebrata dal priore del Monastero di San Domenico Abate, padre Sante Bianchi. Durante l’omelia padre Volpi ha rimarcato la motivazione della presenza dell’Ordine Costantiniano a questa celebrazione, con le seguenti parole: “Cari fedeli di San Domenico, oggi si tiene la Messa di suffragio del Re Ferdinando II. La celebrazione viene svolta due volte l’anno; questo perché Ferdinando II si è reso altamente benemerito​ verso questo monastero restituendolo ai monaci cistercensi di Casamari nel 1831, consentendo così la ripresa della vita religiosa. Per questa occasione vedete presenti​ i Cavalieri, le​ Dame​ e i​ Postulanti del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio​ perché il Gran Maestro di questo Ordine Cavalleresco – Religioso è un diretto discendente di Ferdinando II. L’Ordine di cui mi onoro di essere​ Cappellano ha lo scopo di praticare e di diffondere la fede cattolica in ossequio​ al suo tradizionale simbolo, la Croce greca, al centro della quale vi sono le iniziali greche del nome di Cristo e nel braccio orizzontale le lettere greche alfa e omega (A – Ω) a significare che Cristo è l’inizio e il fine di tutte le cose. Alle quattro punte sono poste le lettere I H S V che sono le iniziali latine In Hoc Signo Vinces (Con questo segno vincerai), parole che avrebbe udito e visto miracolosamente l’Imperatore Costantino prima di affrontare Massenzio in battaglia. L’Ordine, quindi, invita ogni​ Cavaliere a fare del Redentore il centro della propria vita, nella certezza​ che rivestito della corazza di Cristo e sotto il segno​ della Croce esso​ possa sconfiggere il male. Inoltre l’Ordine persegue​ scopi caritativi, assistenziali e culturali. La Sacra Milizia non ha nessuna coloritura politica né rivendica alcun trono; come dicevo, noi siamo presenti solo per pregare per l’anima di Re Ferdinando, avo del nostro Gran Maestro Don Pedro di Borbone Due Sicilie y Orleans”, e per ribadire i nostri principi istituzionali. Dopo la comunione, la celebrazione ha avuto un momento toccante, allorché due Postulanti hanno eseguito con organo e tromba l’inno composto dal Maestro Giovanni Paisiello per il Re Ferdinando II. Al termine dell’esecuzione una Dama dell’Ordine ha letto la Preghiera del Cavaliere Costantiniano, scritta dal Cardinal Antonio Innocenti, Gran Priore dell’Ordine. Infine, il padre priore di San Domenico ha dato appuntamento per il​ 21 ottobre, quando si terrà un importante convegno sulla figura di re Ferdinando II e sul suo speciale rapporto con il monastero di San Domenico.

segnalato da Domenico Tagliente

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