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Freud, la cocaina e l’LSD

Posted by on Dic 4, 2020

Freud, la cocaina e l’LSD

La storia degli inizi della psicoanalisi presenta ancora alcuni aspetti sconosciuti. Per qua­le motivo il suo fondatore, Sigmund Freud (1856-1939), che aveva mostrato uno spiccato interesse scientifico e che durante gli studi e all’inizio della sua attività professionale si era occupato principal­mente di fisiologia, istologia e patologia del sistema nervoso, si è sempre più interessato a questioni psi­cologiche?

Freud ha provato gli effetti della cocaina su se stesso e, per un certo periodo di tempo, ne ha fatto un uso regolare, e proprio questi autoesperi­menti potrebbero aver risvegliato il suo interesse per la sua attività psichica. Gli effetti psicotropi del far­maco avrebbero potuto evocare esperienze speciali che Freud avrebbe poi elaborato teoricamente. Esi­stono dei paralleli del ruolo della cocaina alle origini della psicoanalisi con gli sviluppi delle ricerche sulle sostanze psichedeliche, cioè quelle che alterano lo stato di coscienza provocando anche allucinazioni e idee deliranti. Da decenni alcuni ricercatori sono interessati agli effetti delle sostanze psichedeliche, non solo per lo studio di disturbi psichici, come la schizofrenia, e per le possibili applicazioni terapeutiche, ma anche per elaborare una visione dell’uo­mo nella quale le esperienze psichedeliche giochino un ruolo positivo e fondamentale.

1. Dalla fisiologia alla psicologia

Agli inizi, la psicoanalisi è stata quasi esclusi­vamente appalto di Freud che, a parte la collabora­zione con il medico viennese Josef Breuer (1842-1925) nel campo dell’isteria, il regolare scambio di idee con l’otorinolaringoiatra tedesco Wilhelm Fliess (1858-1928) e contatti con psichiatri e psicologi francesi specialisti di ipnosi, per anni non ha praticamente avuto contatti, né in ambito accademi­co, né con colleghi. Almeno fino al 1902 la storia della psicoanalisi è coincisa con l’evoluzione perso­nale di Freud. E qui si incontrano le prime difficoltà: se si vuole approfondire un autore, oltre alle opere pubblicate, di solito si dispone di una quantità di diari, appunti, bozze e altro materiale inedito, che a volte consentono di ricostruire lo sviluppo del suo pensiero fin nelle sue prime fasi. Per gli inizi della psicoanalisi questo è possibile solo in misura limita­ta, perché Freud stesso, a un certo momento, ha deciso di distruggere questo materiale, come ha raccontato in una lettera alla fidanzata — che poi sposò — Marthe Bemays (1861-1951) del 28 aprile 1885: «Ad ogni modo ho at­tuato un proposito che una serie di persone non ancora nate, ma destinate a una cat­tiva sorte, sentiranno come una grave perdta. Poiché non indovinerai quali persone intendo, te lo dico subito: sono i miei biografi. Ho distrutto tutti i miei appunti e le lettere da quattro anni a questa parte: gli appun­ti scientifici e i manoscritti del mio lavoro. Delle let­tere si sono salvate solo quelle familiari: le tue, mia cara, non sono mai state in pericolo. […] tutti i miei pensieri e sentimenti sul mondo, quale è in generale e nella misura in cui esso mi riguarda in particolare, sono stati dichiarati indegni di continuare a sussi­stere. Ora hanno bisogno di essere pensati un ‘altra volta […] I biografi dovranno arrabattarsi, né noi vogliamo rendere loro le cose facili. Ciascuno avrà ragione con le sue idee “sull’evoluzione dell’eroe” mi diverto già a pensare a come si smarriranno».

Nelle opere successive Freud ha descritto occa­sionalmente con qualche particolare gli inizi della psicoanalisi, ma queste descrizioni sembrano piut­tosto inaffidabili perché incomplete e unilaterali: in alcuni casi anche dati oggettivi e circostanze precise non sono riportati correttamente.

Freud inizia i suoi studi di medicina nel seme­stre invernale del 1873 e si laurea il 30 marzo 1881. Durante gli studi ha lavorato per due semestri nel laboratorio del professore di anatomia comparata, Carl Friedrich Wilhelm Claus (1835-1899), e in quel periodo ha pubblicato il suo primo trattato scienti­fico Osservazioni sulla forma e sulla struttura più fine degli organi lobari dell’anguilla descritti come testicoli. Ha poi lavorato per sei anni nel laboratorio viennese di fisiologia e istologia diretto dal profes­sore Ernst Wilhelm von Brucke (1819-1892). Dopo aver completato gli studi, Freud ottiene il posto di “dimostratore” – una specie di assistente didattico – nel laboratorio di Brucke con un modesto stipen­dio, dove comunque può continuare la sua ricerca nel campo dell’istologia.

Nel luglio 1882 Freud lascia Brucke perché le pos­sibilità di fare carriera sono estremamente scarse e pro­babilmente dovrebbe aspet­tare molto tempo prima di ottenere un posto fisso che gli consentisse di mantenere una famiglia. Freud poi lavora come assistente in vari repar­ti dell’Ospedale Generale di Vienna. Dopo la lettura di un articolo del dicembre 1883 in cui il medico militare bavare­se Theodor Aschenbrandt descriveva gli effetti posi­tivi della cocaina sulla resistenza dei soldati durante un’esercitazione, Freud ne vuole provare gli effetti su di sé e su altri e nel luglio 1884 raccoglie e pubbli­ca i risultati dei suoi esperimenti nell’articolo Sulla coca. Nei suoi esperimenti, Freud aveva osservato anche l’effetto anestetico della cocaina e lo aveva comunicato verbalmente ad alcuni colleghi. Uno di questi, Karl Roller (1857-1944), aveva utilizzato con successo la cocaina per l’anestesia locale degli occhi e, poco dopo, aveva comunicato tale risultato in un congresso medico. Questa scoperta rende fa­moso Koller, mentre rappresenta una grande delu­sione per Freud che sperava di essere lui a fare una scoperta brillante che lo avrebbe reso famoso.

2. Le auto-esperienze di Freud con la cocaina

Sulla coca consta di sei capitoli: 1)La pianta del­la coca, una breve descrizione della pianta, 2) Sto­ria e usi della coca nella sua terra di origine, cioè in Sud America; 3) Le foglie di coca in Europa. La cocaina; 4) Gli effetti della coca sugli animali; 5) Gli effetti della coca sull’organismo umano sano; e 6) Usi terapeutici della coca.

In questa sede sono importanti soprattutto gli ul­timi due capitoli.

Nel quinto capitolo Gli effetti della coca sull’or­ganismo umano sano Freud descrive anche i suoi auto-esperimenti con queste parole: «La prima volta che ingerii 0,05 g di cocainum muriaticum, in una soluzione acquosa all’1%, fu in occasione di una lieve sensazione di stanchezza. La soluzione è piut­tosto viscosa, ha un certo aspetto opalescente ed emana uno strano odore aromatico; lì per lì ha un gusto amaro, cui però fa seguito tutta una gamma di sapori aromatici molto piacevoli. Il sale di cocaina non dissolto possiede lo stesso odore e sapore, ma in grado più intenso. Dopo pochi minuti dall’inge­stione della sostanza si prova un’improvvisa sensa­zione esilarante accompagnata da una impressione di leggerezza; le labbra e il palato sembrano come coperte da una sorta di patina; segue, nelle stesse zone, una sensazione di calore; se, a questo punto, si beve dell’acqua fredda, questa sembra calda sul­le labbra e fresca in gola. Altre volte la sensazione dominante è una piacevole freschezza del palato e delle fauci. Nel corso del primo esperimento ho avvertito per un breve periodo alcuni effetti tossici, che comunque non si sono ripresentati nelle prove successive. La respirazione era divenuta più lenta e più profon­da, mi sentivo stanco e asson­nato; assalito da frequenti sba­digli, avvertivo anche un senso di intontimento. Ma ecco, dopo pochi minuti, preceduta da una salve di rutti freddi, comparire la tipica euforia cocainica. Subito dopo l’ingestione della sostan­za, notai anche un lieve rallen­tamento del polso, cui seguì una modesta accelerazione».

Dopo la descrizione degli ef­fetti somatici vengono descritti anche quelli psichici: «Gli effetti psichici del cocainum muriaticum in dosi di 0,05-0,10 g. consistono in una sensazione esilarante e in una euforia durevole che non presenta differen­za da quella di un individuo normale. Manca del tutto quel senso di eccitazione che accompagna di solito la stimolazione da alcool, come è del re­sto assente il tipico impulso all’azione immediata prodotto dall’alcool stesso. Anzi, si avverte un au­mento dell’autocontrollo e ci si sente più vigorosi e dotati di un’aumentata capacità di lavoro; d’altro canto, se ci si mette a lavorare, non si percepisce quell’aumento dell’acutezza mentale che inducono l’alcool, il tè o il caffè. Si è semplicemente norma­li, e ben presto si stenta a credere di trovarsi sotto l’influsso di qualsivoglia sostanza. Questi fenomeni fanno pensare che lo stato d’animo indotto dalla coca a detti dosaggi, più che a stimolazione diretta, sia dovuto alla scomparsa di quegli elementi che in una condizione normale sono responsabili della depressione. Si può forse anche supporre che l’eu­foria conseguente alle condizioni di buona salute altro non sia che la normale condizione di una cor­teccia cerebrale adeguatamente nutrita, che “non è conscia” degli organi del corpo in cui risiede. È du­rante questo stadio dell’azione cocainica, non in­dividuabile altrimenti, che fanno la loro comparsa quei sintomi descritti come il meraviglioso effetto stimolante della coca. Un protratto e intenso lavo­ro, mentale o fisico che sia, può esser compiuto sen­za che compaia alcuna sensazione di stanchezza; è come se il bisogno di cibo e di sonno, che altrimen­ti si imporrebbe perentoriamente in certi momenti della giornata, fosse completamente eliminato. Vero è che, mentre perdurano gli effetti della cocaina, si può anche indurre un soggetto a mangiare abbondantemente e senza repulsione, ma questi ha la netta impressione che il pa­sto sia assolutamente superfluo. Analogamente, allorché l’effetto della coca comincia a diminui­re, è possibile addormentarsi se ci si mette a letto, ma si può al­trettanto fare a meno del sonno senza alcuna spiacevole conse­guenza. Durante le prime ore in cui la coca fa effetto, non si rie­sce a dormire, ma la mancanza di sonno non provoca assolutamente alcun disturbo».

Nel sesto capitolo, Usi terapeutici della coca, Freud descrive tutte le sue possibili applicazioni, affermando: «a. La coca come stimolante. Non v ‘è dubbio chel’uso principale della coca rimarrà quel­lo sancito dagli Indios per secoli: essa è preziosa in tutti i casi in cui l’obiettivo principale è quello di aumentare la capacità fisica del corpo per un breve lasso di tempo e di mantenere una riserva di energia da utilizzare per ulteriori esigenze – specialmente allorché le circostanze esteriori escludono la pos­sibilità di ottenere il riposo e il cibo normalmente richiesti da sforzi estenuanti. Situazioni del genere si possono verificare in tempo di guerra, in occa­sione di viaggi, nel corso di scalate alpinistiche e altre spedizioni, ecc. – si tratta in effetti delle stesse situazioni in cui si rivelano benefici gli stimolanti a base di alcool. Senonché la coca è uno stimolante decisamente più potente e di gran lunga meno no­civo dell’alcool, e l’ostacolo a una sua più larga diffusione va ricercato soltanto nel suo costo ecces­sivamente più elevato. Tenendo presenti gli effetti della coca sugli indigeni del Sud-America, già un autorevole medico del settecento, Pedro Crespo di Lima (1793) ne consigliava l’uso ai marinai euro­pei […]. È impressione di molti medici che la coca potrebbe giocare un ruolo importante per riempire una lacuna dell’armadio farmaceutico degli psichiatri. È infatti notorio come questi ultimi hanno a disposizione un vasto arsenale di farmaci per ri­durre l’eccitazione dei centri nervosi, ma nemmeno uno utile ad aumentarne il ridotto funzionamento. Di conseguenza, la coca è stata prescritta per le più svariate condizioni di debolezza psichica – isteria, ipocondria, inibizione e stupor melanconici e stati morbosi affini».

«b. Uso della coca nei disturbi digestivi gastrici. Oltre ad essere l’uso più antico e più solidamente fondato, è anche quello che ci riesce più comprensi­bile. Secondo le affermazioni unanimi, sia di vecchi che di recenti sostenitori, la coca nelle sue varie pre­parazioni, elimina i disturbi dispeptici e le disfun­zioni e la debolezza ad essi associati, rivelandosi, se assunta per molto tempo, una cura definitiva».

«[…] direi che la coca trova una precisa indica­zione nei casi di debolezza digestiva di tipo atonico e nei cosiddetti disturbi nervosi di stomaco; in tali affezioni, oltre all’alleviamento dei sintomi, si può ottenere un durevole miglioramento».

«c. La coca nella cachessia. L’uso protratto della coca è vivamente raccomandato – e sembra sia stato sperimentato con successo – in tutte quelle condizioni morbose che comportano degenerazione dei tessuti, come gravi anemie, tubercolosi, malat­tie febbrili prolungate, ecc., oltre che nella convale­scenza delle affezioni suddette».

«d. La coca nel trattamento della morfinomania e dell’alcoolismo. Il trattamento cocainico dello morfinomania non risulta esser dunque un sempli­ce viraggio di tossicomania — non trasforma cioè il morfinomane in un coquero; l’uso della cocaina è solo transitorio. Non credo inoltre che sia l’effetto stenico generale della coca a permettere che il si­stema nervoso indebolito dalla morfina sopporti con sintomi quasi insignificanti il ritiro di quest’ultima. Sono più propenso invece a credere che la coca pos­segga un effetto antagonistico diretto nei confronti della morfina».

«f. La coca come afrodisiaco. Tra le persone alle quali ho personalmente somministrato la sostanza, tre accusarono una violenta eccitazione sessua­le, che, senza esitazione alcuna, attribuirono alla coca».

«g. Applicazioni locali della coca. In verità, l’azione anestetica della cocaina potrebbe essere sfrut­tata in numerose altre applicazioni».

Oltre che negli studi sulla coca pubblicati, trovia­mo alcuni riferimenti interessanti e rivelatori dell’ef­fetto della cocaina su Freud stesso e del modo di cui egli ne ha fatto uso in alcune sue lettere.

In una lettera del 21 aprile1884 Freud annuncia alla fidanzata i suoi nuovi interessi nella ricerca. «Fra l’altro – scrive – sto accarezzando un pro­getto, una speranza di cui ti parlerò; forse nemmeno da questo se ne caverà fuori nulla. Si tratta di un esperimento terapeutico. Mi è capitato di recente dì leggere qualcosa a proposito della cocaina, il prin­cipale costituente delle foglie di coca, che certe tribù indiane masticano allo scopo di poter resistere alle privazioni e alle fatiche. Un tedesco l’ha recente­mente provata sui soldati ed ha riferito che effettiva­mente la sostanza accresce l’energia e la resistenza. Ora, anch’io ne ho ordinata un po’ e per evidenti ragioni vorrei sperimentarla in casi di malattie car­diache, nonché di esaurimento nervoso, specie in quelle penose condizioni dovute all’astinenza da morfina (il dottor Fleischl). Forse altri ci stanno già lavorando, può darsi che non funzioni nemmeno. Ma è certo che voglio provarla, e tu sai che quando uno insiste presto o tardi riesce. Ci basterebbe un solo colpo di fortuna del genere per farci pensare a mettere su casa».

Nella lettera del 2 giugno Freud può già descrive­re alla fidanzata le sue prime esperienze con la cocai­na: «Guai a te quando arriverò, mia principessa. Ti bacerò fino a farti diventare rossa, e ti farò mangia­re finché non sarai grassottella. E se farai la ritrosa vedrai chi è più forte, se una bella bambinetta che non mangia abbastanza o un omaccione con la co­caina in corpo. Nella mia ultima forte depressione ho preso di nuovo la cocaina, e una piccola dose di essa mi ha sollevato alle stelle in modo meraviglio­so. Proprio adesso sono occupato a raccogliere la bibliografia per un canto di lode a questa magica sostanza».

In una lettera del 18 gennaio l886 alla fidanzata da Parigi, dove, grazie a una borsa di studio, fre­quenta il reparto dell’ospedale della Salpètrière di­retto da Jean-Martin Charcot (1825-1893), uno de­gli psichiatri e neurologi più famosi del suo tempo, Freud scrive a Marthe raccontandole di essere stato invitato a un ricevimento a casa di Charcot, al qua­le avrebbero partecipato importanti personalità. «Ti puoi immaginare – scrive – la mia apprensione mista a curiosità e soddisfazione: cravatta e guanti bianchi, una camicia nuova, una bella spazzolata a quel po’ di capelli che mi rimangono, e via. Un po’ di cocaina per sciogliermi la lingua».

Due giorni dopo Freud comunica alla fidanzata che grazie alla cocaina la presenza di ospiti importan­ti non lo aveva assolutamente intimorito e che la sua partecipazione al ricevimento era stata un successo: «[…] io grazie alla cocaina, perfettamente calmo». Freud racconta, poi, che, rispondendo a domande sull’ospedale di Vienna, «[…] a un certo punto, sono diventato il centro dell’attenzione» e attribuisce le sue prestazioni alla cocaina: «E queste sono le mie imprese (o meglio le imprese della cocaina); certo mi hanno recato una grossa soddisfazione».

Freud arriva alle prime convinzioni che caratte­rizzano il suo passaggio dalla fisiologia alla psico­logia durante o subito dopo i suoi esperimenti per­sonali con la cocaina. Si potrebbe trattare solamente di un rapporto temporale e casuale e altri fattori pos­sono certamente aver suscitato l’interesse di Freud per l’attività psichica, ma non dev’essere trascurato il ruolo della cocaina sulla “scoperta” dell’inconscio.

3. Freud neurologo a Vienna

H 18 luglio 1885 Freud ottiene la libera docenza e, poco dopo il suo ritorno da Parigi, inizia la sua attività privata come neurologo a Vienna. Nel frat­tempo, l’indicazione dell’uso della cocaina per la disintossicazione dalla morfina si stava dimostrando fatale: stavano aumentando i casi di morfinomani che avevano sviluppato una dipendenza dalla cocai­na e anche il collega Ernst Heischl da morfinomane era diventato cocainomane. Uno psichiatra tedesco, Friedrich Albrecht Erlenmeyer (1849-1926), che nel 1883 aveva già pubblicato un libro sul morfinismo e il suo trattamento, aveva criticato duramente l’uso della cocaina e ne aveva parlato come di «un “terzo flagello del genere umano” peggiore degli altri due (alcool e morfina)». Freud stesso riconosce la sua responsabilità nell’accaduto nel suo libro su L’inter­pretazione dei sogni: «Ero stato il primo a racco­mandare l’uso della cocaina, nel 1885, e questa rac­comandazione mi è costata anche gravi rimproveri. Un caro amico [il dottor Fleischl] ha affrettato la sua fine abusando della droga». Nel 1887 Freud cerca di difendersi dalle accuse con l’articolo Cocainoma­nia e cocainofobia, che egli stesso riassume come segue: «L’uso della cocaina per facilitare l’astinen­za da morfina aveva provocato l’abuso di cocaina e ha dato ai medici l’opportunità di osservare il nuovo quadro clinico del cocainismo cronico. Il mio saggio tenta – citando un ‘affermazione del neuropatologo americano (Mammona) – di dimostrare che la dipendenza da cocaina si verifica solo in persone con altre dipendenze (morfinisti) e non può essere attri­buita alla droga».

In questo lavoro Freud attribuisce lo sviluppo del­la dipendenza non alla cocaina stessa ma alla sua via di somministrazione, sostenendo di aver raccoman­dato l’assunzione orale mentre nei casi incriminati essa sarebbe avvenuta per mezzo di un’iniezione. Freud fornisce ancora una spiegazione puramente organica degli effetti psichici della cocaina per mez­zo del miglioramento della circolazione cerebrale. In questo modo Freud spiega anche l’individualità del­le reazioni: «È mia impressione – scrive – che le cause di questa irregolarità di azione della cocaina risiedano nelle differenze individuali di eccitabilità e nelle variazioni dello stato dei nervi vasomotori su cui essa agisce».

Dopo aver descritto i gravi sintomi della cocai­nomania, Freud commenta: «questi sono stati i tri­sti risultati di chi ha cercato di esorcizzare Satana invocando Belzebù. Molti morfinomani, che fino a quel momento erano riusciti a farcela a mantenersi in vita, furono visti soccombere alla cocaina».

Solamente anni più tardi Freud ammetterà l’e­sistenza di un meccanismo psichico nello sviluppo della dipendenza da cocaina, scrivendo: «non tutti quelli che hanno avuto per qualche tempo occasione di prendere morfina, cocaina, cloralio e simili sono divenuti per questo, morfinomani, cocainomani ec­cetera. Un ‘indagine più precisa dimostra che questi narcotici sono in genere destinati a compensare di­rettamente, o per altra via, l’assenza del piacere ses­suale, e quando non sia possibile ristabilire una vita sessuale normale, ci si può attendere, con sicurezza, una recidiva».

4. Dalla neurologia all’ipnosi nel trattamento dell’isteria

Come neurologo Freud aveva a disposizione principalmente due terapie: l’elettroterapia e l’ipno­si. L’elettroterapia non era molto efficace e Freud si dedicò sempre di più all’ipnosi, convincendosi che in molti casi la causa dei disturbi nervosi non era organica ma psichica.

In collaborazione con Josef Breuer (1842-1925) nei primi anni Novanta si occupa di casi d’isteria, sviluppando terapie ed elaborando teorie sulla gene­si della malattia.

Con il tempo fra i due sorgeranno divergenze, in particolare riguardo all’eziologia dell’isteria: mentre Breuer tendeva a una interpretazione più fisiologica, Freud ne sosteneva la natura psichica.

Al Congresso Intemazionale di Psicologia te­nutosi nell’agosto del 1896 a Monaco di Baviera, Freud sarà considerato una delle massime autorità nel campo degli studi dell’isteria. Nel 1900 aveva pubblicato L’interpretazione dei sogni, che, secon­do quanto afferma, era stata ultimata già nel 1896. Nel 1902 è nominato professore associato. Nell’au­tunno dello stesso anno, invita alcune persone a casa sua per discutere le sue nuove teorie e questo gruppo poi si riunirà regolarmente ogni mercoledì sera, prendendo il nome di “Società Psicologica del Mercoledì”: essa si può considerare l’inizio del mo­vimento psicoanalitico. I primi partecipanti alle se­dute sono Max Kahane (1866-1931), Rudolf Reitler (1865-1917), Alfred Adler (1870-1937) e Wilhelm Stekel (1868-1940). Da quel momento in poi altri autori contribuiscono attivamente alla formazio­ne e allo sviluppo della psicoanalisi. Nel settembre 1904 Freud inizia uno scambio epistolare con Eugen Bleuler (1857-1939), che allora dirigeva la clinica psichiatrica dell’Università di Zurigo, il Burghòlzli. Bleuler sarà il primo psichiatra accademico a mani­festare interesse per la psicoanalisi.

5. Gli effetti psichici della cocaina

E interessante confrontare gli effetti psichici che Freud attribuiva alla cocaina con le descrizioni di au­tori più recenti.

Uno psicologo tedesco, Jurgen vom Scheidt, ha descritto così l’effetto degli stupefacenti e in partico­lare della cocaina: «In linea di massima si può dire che le sostanze psicoattive compromettono o mo­dificano le funzioni dell’Io (controllo intellettuale, percezione, memoria, forza di volontà, capacità cri­tica), che influenzano il Super-Io — principalmen­te mitigandolo— e (forse) stimolano l’Es. Tutti gli stupefacenti alterano la relazione con l’ambiente e quindi le reazioni ad esso; su questo si basano tanto il loro effetto positivo (“allargamento della coscien­za”) quanto il loro effetto negativo (“deterioramen­to della personalità”). Soggettivamente il mondo esterno diventa sempre più irreale, il contatto con la realtà più labile, mentre il mondo interiore diventa più prominente, come si può già osservare in una leggera sbornia alcolica. Il pensiero razionale pas­sa in secondo piano, mentre predominano i processi emotivi e gli impulsi istintuali (processo primario). Il flusso logico dei pensieri si allenta, decisamente nel senso delle “libere associazioni”, il senso del tempo rallenta o accelera. […] Infine, affiorano processi onirici, per lo più alternati a percezioni del­la realtà esterna. […] Allucinazioni vere e proprie si verificano con le droghe più potenti, come l’LSD, la mescalina e la cocaina. I ricordi dell’infanzia si ri­svegliano e possono portare a sorprendenti incontri con se stessi».

Dopo aver ricordato che «in questo contesto, è importante osservare che gli stupefacenti possono stimolare enormemente la produzione di sogni» e aver descritto caratteristiche comuni a tutti gli stupe­facenti, von Scheidt precisa che «ciò che distingue la cocaina da tutte le altre droghe, tuttavia, è la sua capacità di rimuovere le inibizioni degli istinti, sia aggressivi che sessuali».

Vom Scheidt è convinto della stretta relazione fra l’uso della cocaina e l’auto resa possibile anche dall’interpretazione dei sogni: «Gli stupefacenti – scrive – attivano la vita onirica e favoriscono la tendenza alla regressione; la cocaina non fa ecce­zione, anche se ha le sue peculiarità rispetto ad al­tre sostanze simili. Sulla base di questa osservazio­ne generale, ma soprattutto tenendo conto di come Freud è riuscito chiaramente a superare la nostal­gia di regressione, vorrei interpretare l’autoanalisi e la sua interpretazione dei sogni come il tentativo di Freud di rivisitare ancora sognando e in modo più sicuro il mondo interiore diventato cosciente attra­verso gli esperimenti con la cocaina».

Nei suoi lavori sulla coca e sulla cocaina, Karl-Ludwig Taschner, già direttore del centro di salute mentale di Stoccarda, fornisce una descrizione detta­gliata dell’effetto, tenendo conto della dose assunta e della via di assunzione e altri parametri. L’effetto delle singole dosi è importante per il nostro tema. «L’euforia sotto l’effetto della cocaina presenta di­versi aspetti parziali: da un lato, l’umore alto, ma poi anche la riduzione dell’ansia e delle paure, delle preoccupazioni e dei conflitti nella vita di tutti i gior­ni, che perdono il loro significato impressionante. Inoltre, vi è un aumento di energia, maggiore atti­vità, riduzione delle inibizioni, maggiore capacità di contatto fino alla mancanza di distacco. I processi di pensiero sono accelerati, l’autostima è aumenta­ta. Allucinazioni e pseudo-allucinazioni completano i sintomi. La cocaina ha un effetto stimolante sulla sessualità, aumenta la libido e ritarda l’orgasmo. Il comportamento aggressivo è aumentato con la som­ministrazione di basse dosi, ma inibito da dosi più alte. La percezione di un aumento delle prestazioni o della creatività è solo soggettiva e non verificabile. Nella fase di intossicazione, diminuiscono gli effetti positivi. Le allucinazioni sono in primo piano. Nel­la fase depressiva, l’euforia si trasforma in ansia e depressione ».

Per un certo periodo di tempo Freud consuma regolarmente la cocaina soprattutto contro la depres­sione e l’ansia e anche come stimolante, ma diverse volte sostiene di non esserne mai diventato dipen­dente. Nella Psicopatologia della vita quotidiana Freud riferisce episodi accadutigli a Parigi: «Nell’e­poca in cui da giovanotto vivevo da solo in una città straniera, spesso sentivo chiamare il mio nome da una cara voce non misconoscibile e mi annotavo il momento dell’allucinazione per informarmi, preoc­cupato, presso i familiari se in quel momento fosse accaduto qualcosa».

Si tratta evidentemente di allucinazioni ed è sin­golare che Freud, normalmente piuttosto scettico nei confronti di fenomeni personali, abbia ritenuto pos­sibile una forma di telepatia. Probabilmente queste allucinazioni sono riconducibili alla cocaina, di cui in quel periodo Freud faceva uso, come ha confessa­to nelle sue lettere alla fidanzata.

6. Il ruolo della cocaina alle origini della psi­coanalisi

Freud descrive in modo preciso gli effetti della cocaina sulla base dei suoi auto-esperimenti: 1) l’eu­foria e l’aumento dell’efficienza, che gli sembrano simili a stati normali: Freud scopre dentro di sé una energia rimasta troppo spesso nascosta; 2) l’euforia da cocaina non si ottiene attraverso la stimolazione o l’eccitazione di questa energia, ma attraverso la ri­mozione dei fattori che inibiscono la vita psichica; 3) in alcuni casi l’euforia è accompagnata da eccita­zione sessuale; e 4) i pensieri e le fantasie inconsce vengono stimolati sia nello stato di veglia sia nell’at­tività onirica.

Freud stesso nell’articolo Sulla cocaina sottoli­nea che la capacità di questa droga di migliorare l’at­tività psichica non rappresenta solamente qualcosa di totalmente nuovo nell’armamentario farmacolo­gico degli psichiatri, ulteriore rispetto a tutte le altre sostanze allora a disposizione, che avevano un’azio­ne sedativa, ma soprattutto perché la sua attivazione non avrebbe avuto niente di innaturale: «Si è sempli­cemente normali – scrive – e ben presto si stenta a credere di trovarsi sotto l’influsso di qualsivoglia so­stanza. Questi fenomeni fanno pensare che lo stato d’animo indotto dalla coca a detti dosaggi, più che a stimolazione diretta, sia dovuto alla scomparsa di quegli elementi che in una condizione normale sono responsabili della depressione. Si può forse anche supporre che l’euforia conseguente alle condizioni di buona salute altro non sia che la normale con­dizione di una corteccia cerebrale adeguatamente nutrita».

Fragilità della psiche e della personalità non sono spiegate come necessarie e inevitabili, ma sarebbero dovute a fattori inibenti che la cocaina riuscirebbe a rimuovere.

C’è un cambiamento radicale nella concezione della vita psichica: l’essere umano disporrebbe di un potenziale e di una vitalità che riesce a espri­mere solo in parte, perché fattori inibitori sarebbe­ro responsabili di condizioni come la mancanza di energia e creatività, la tristezza e la depressione, come Freud riferisce in una lettera alla fidanzata. «Quel po’ di cocaina che ho preso – scrive – mi sta rendendo loquace, cara la mia donnina. […] Sai cosa mi ha detto Breuer una sera? [….] Ebbene mi disse di aver scoperto che sotto la scorza della mia timidezza, si nascondeva una natura estremamente audace ed impavida. Anch ‘io avevo sempre pensato così, solo che non avevo avuto il coraggio di dirlo a nessuno. [..;] E così mi sono sempre represso, e cre­do che sia proprio questo l’aspetto che si nota. Ed eccomi qui a farti stupide confessioni, dolce amore mio, senza nemmeno un valido motivo, a meno che non sia la cocaina a farmi chiacchierare tanto».

In questo passo, in cui vengono descritti tanto ele­menti biografici quanto gli effetti momentanei della cocaina, compaiono alcuni concetti che diventeranno fondamentali per la psicoanalisi: la constatazione che, oltre alla personalità cosciente, vi è una parte della psiche normalmente inconscia e che rimane tale a causa di meccanismi di repressione. Solamen­te in particolari condizioni, in questo caso per mezzo dell’uso della droga, sarebbe possibile far affiorare alla coscienza ciò che è stato represso.

La cocaina rimuove le inibizioni degli istinti, sia aggressivi sia sessuali, quindi sessualità e aggres­sività acquisiscono un ruolo importante come ener­gie motrici nella vita psichica. Questa disinibizione di aggressività e istinto sessuale potrebbe spiegare anche la polarità, formulata in tempi successivi, fra Libido e Thanatos.

La cocaina svela a Freud una realtà psichica par­ticolare, aprendo una nuova dimensione ed è quindi comprensibile che egli fosse convinto di aver fatto una grande scoperta, di essersi sentito un pioniere in un campo del tutto nuovo. Ma allora si verificano i primi casi di dipendenza e la «magica sostanza»  diventa il «terzo flagello dell’umanità».

Da questo momento Freud dovrà cercare vie sostitutive: dapprima l’abbassamento del livello di coscienza, provocato con l’ipnosi, consentirà di far emergere contenuti inconsci; successivamente anche con la tecnica delle libere associazioni sarà possibile il corso logico-razionale del pensiero ed escludere il controllo cosciente sulle associazioni spontanee; infine i sogni diverranno il “materiale” privilegiato, perché, anche se in forma simbolica per eludere la “censura”, emergerebbero da essi conte­nuti psichici inconsci, che in certi casi si potrebbero anche manifestare sotto forma di atti mancati e lap­sus. Lentamente prende così forma la teoria psico­analitica.

7. Il “soma” di Aldous Huxley diventa realtà con l’LSD

Nel 1931 lo scrittore inglese Aldous Léonard Huxley (1894-1963) nel romanzo Il nuovo mondo descrive i contorni di una società totalitaria del fu­turo dove la vita è perfettamente organizzata dallo Stato, dove fra lavoro e distrazioni non sarebbe stato lasciato neanche un momento per sedere e per medi­tare e nella quale una sostanza psicoattiva, il “soma”, non avrebbe solamente aiutato a superare possibili momenti di crisi, per le quali «[…] c’è sempre il soma, il delizioso soma», ma sarebbe stato utiliz­zato anche per rituali religiosi, descritti nei partico­lari: «Le compresse “di soma consacrate furono poste ai centro della tavola da pranzo. La coppa dell’ami­cizia, piena di gelato di soma alla fragola, fu passata di mano in mano. Grazie al soma i partecipanti raggiungevano uno stato estatico di fusione tra loro e di percezione dell’Essere Supremo”.

Il 16 aprile 1943 il chimico svizzero Albert Hofmann (1906-2008), ricercatore presso l’indu­stria farmaceutica Sandoz di Basilea, sintetizza una piccola quantità di LSD, il dietilamide dell’acido lisergico. Ancora durante il processo di sintesi era­no comparsi disturbi psichici e per circa due ore Hofmann si era trovato come in uno stato di coscien­za crepuscolare con elementi allucinatori: a occhi chiusi gli si presentavano «[…] figure fantastiche, di forme straordinarie che rivelavano intensi giochi caleidoscopici al colore». Hofmann ha dapprima difficoltà a ritenere il contatto accidentale con una quantità piccolissima di LSD responsabile di tali effetti psichici, ma un nuovo esperimento qualche giorno più tardi gliene darà la conferma.

Hofmann stesso non mostra un interesse unica­mente scientifico per l’LSD, ma rimane anche affa­scinato da certi aspetti apparentemente mistici degli stati psichedelici, cioè di coscienza alterata. Que­sto interesse è documentato anche dai contatti del farmacologo con lo scrittore tedesco Ernst Junger (1895-1998); con Huxley, con lo psicologo ame­ricano Timothy Leary (1920-1996) che negli anni 1960 e 1970 chiederà la liberalizzazione di droghe come l’LSD e la psilocibina; con Rudolf Gelpke (1928-1972), islamista e studioso degli stati alterati di coscienza e con altri. Hofmann stesso chiude il suo libro dedicato alla scoperta dell’LSD e agli svi­luppi della ricerca con una importante dichiarazione: «Colgo il vero significato dell’LSD nella sua capa­cità di offrire un aiuto sostanziale alla meditazione orientata verso l’esperienza mistica. Questo uso è in peno accordo con l’essenza e l’azione caratteristica ai una sostanza sacra come l’LSD».

Nel 1958 Huxley riprende i temi esposti nel 1931 ne Il mondo nuovo, manifestando la sua preoccupa­zione per l’avvento di forme sempre più accentuate di totalitarismo, che limitano sempre più la libertà in­dividuale, ma, mentre il “soma” nel romanzo era sta­to descritto negativamente, come strumento del po­tere totalitario per controllare la popolazione, ora in lui appare una certa ammirazione per l’LSD: «Con il dietilamide dell’acido lisergico (LSD-25) – egli scrive – i farmacologi hanno di recente ricreato un altro aspetto del “soma” una droga che aumenta la percezione e provoca visioni, senza nessuno scotto fisiologico. Questa droga straordinaria, efficace in dosi minime – cinquanta, o anche solo venticin­que milionesimi di grammo – ha il potere (come il peyote) di trasportare l’uomo in un altro mondo. Nella maggior parte dei casi, l’altro mondo a cui il l’LSD-25 dà accesso è un mondo celestiale; ma a volte può anche essere purgatoriale o addirittura infernale. In ogni modo, per chi la compie, l’espe­rienza dell’acido lisergico, positiva o negativa che sia, risulta profonda e illuminante. E in ogni modo è già sbalorditivo il fatto che si possa mutare così radicalmente il cervello dell’uomo, con mio scotto cosi lieve».

L’interesse per l’LSD si estende anche ad altre so­stanze chiamate psicolitiche o psichedeliche, come la psilocibina, una sostanza allucinogena contenuta in alcune specie di funghi. Un esperimento condotto negli Stati Uniti avrà una vasta eco. Il 20 aprile 1962 uno studente di psicologia, Walter Norman Pahnke (1931-1971) conduce quello che è stato chiamato “L’esperimento del Venerdì Santo” come parte della sua tesi di dottorato sotto la supervisione di Timothy Leary. In questo esperimento, prima della celebra­zione della liturgia del Venerdì Santo sono stati som­ministrati 30 mg. di psilocibina a dieci studenti della Andover Newton Theological School, mentre a dieci viene fatto assumere un placebo attivo, una vitamina del gruppo B, allo scopo di verificare se la psilocibina avrebbe facilitato una esperienza autenticamente religiosa. Dei dieci studenti che avevano assunto la psilocibina nove avrebbero riferito esperienze reli­giose o mistiche, mentre solo uno su dieci nel grup­po del placebo avrebbe riferito le stesse esperienze.

8. LSD e la mappa della psiche

Lo psichiatra di origine ceca Stanislav Grof inizia a studiare gli effetti sulla co­scienza dell’LSD a Praga, poi si trasferisce negli Stati Uniti con uno stipendio dell’univer­sità Johns Hopkins di Balti­mora nel Maryland, dove con­tinua a lavorare a un progetto per migliorare lo stato mentale di malati terminali di cancro per mezzo di esperienze con l’LSD. Contempora­neamente però elabora quella che ha definito una “mappa dell’inconscio”: riprendendo alcuni concet­ti dell’inconscio collettivo del fondatore della psi­cologia analitica, lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung (1875-1961), è convinto che per mezzo del­l’LSD sia possibile raggiungere gli strati più profon­di e reconditi dell’inconscio e far così riaffiorare non solo esperienze vissute dall’individuo già nella fase prenatale uterina, ma anche tracce di tutta la sto­ria dell’evoluzione fino allo stato di singola cellula. L’allargamento della coscienza consentirebbe di su­perare anche i confini della propria persona, entran­do in contatto e unità con altri esseri viventi, con en­tità spirituali e di superare i limiti spazio-temporali. Queste esperienze vengono definite trans-personali: «Questo termine moderno – scrive – indica una vasta gamma di stati che in altri contesti vengono chiamati mistici, spirituali, religiosi, magici, parapsicologici, paranormali».

Per le differenti scuole della psicologia del pro­fondo è necessario eliminare quei blocchi psichici che impedirebbero la piena realizzazione del po­tenziale umano presente nell’inconscio. Secondo Grof, l’LSD lo consentirebbe più facilmente, più velocemente e in una misura molto superiore che non con le psicoterapie tradizionali. Addirittura, l’allargamento della coscienza per mezzo dell’LSD viene paragonato alle esperienze dei mistici.«Era sempre più chiaro che l’LSD e altre sostanze simili non producevano dei contenuti psicologici in virtù dei loro effetti farmacologici; era più appropriato considerare l’LSD e le altre sostanze psicoattive come catalizzatori aspecifici, agenti che energizzano la psiche e facilitano la manifestazione di contenuti previamente inconsci. Questo venne confermato ulteriormente dal fatto che si ritrovarono esperienze simili in varie mappe di culture che non facevano uso di sostanze psichedeliche, ma ri­correvano a potenti metodi non farmacologici per indurre cambiamenti di coscienza».

Gli esempi che dovrebbero dimostrare che gli effetti psichici dell’LSD sarebbero paragonabili alle esperienze mistiche lasciano piuttosto perplessi.

Durante un esperimento a cui Grof si era sottopo­sto volontariamente, fu registrato anche un elettroen­cefalogramma con le cosiddette “prove di provoca­zione”, fra cui la stimolazione luminosa intermittente. «In quel preciso lasso di tempo – racconta Grof – gli effetti della droga erano al colmo, il che aumentò enormemente l’impatto della luce. Fui colpito da una luminosità che mi sembrò paragonabile all’epicen­tro di un’esplosione atomica, o a una luce di fonte soprannaturale, come quella che secondo le scritture orientali ci appare al momento della morte. Questo colpo di fulmine mi catapultò fuori dal corpo. Prima persi ogni sensazione della presenza dell’assistente e dello stesso laboratorio, poi della clinica psichiatri­ca, indi di Praga e infine dell’intero pianeta. La mia coscienza si espanse a velocità inconcepibile e rag­giunse delle dimensioni cosmiche. Mentre la giovane assistente variava gradualmente la frequenza dello stroboscopio, mi trovai nel mezzo di un dramma co­smico di proporzioni inimmaginabili. […] L’esperien­za che stavo vivendo era indubbiamente molto simile a quelle che conoscevo dalla lettura dei grandi testi mistici di tutto il mondo».

Il paragone di queste sensazioni con esperienze mistiche sembra per lo meno azzardato.

Anche Grof, come a suo tempo Freud, fu costret­to a sviluppare una particolare forma di psicoterapia in sostituzione dell’LSD, dopo che ne era stato proi­bito l’uso anche sperimentale. Grof aveva sviluppa­to una tecnica particolare, la cosiddetta “respirazione olotropica”, che combina una respirazione accelera­ta, della musica e una certa forma di lavoro sul corpo e che sarebbe in grado di indurre l’intero spettro di esperienze che erano state osservate nelle sedute psi­chedeliche.

La scrittrice Marilyn Ferguson (1938-2008), una delle figure più rappresentative del movimento New Age scrive nel suo bestseller La cospirazione dell’Acquario, che il rapporto fra consumo di droghe e particolari psicotecniche aveva rappresentato un importante fenomeno culturale degli ultimi decenni: «Un cronista degli anni 60 ha giustamente osser­vato: l’LSD ha trasmesso un’esperienza religiosa a un’intera generazione”. Il satori chimico, tuttavia, è effimero; i suoi effetti sono troppo travolgenti per es­sere integrati nella vita di tutti i giorni. Psicotecno­logie senza uso di droghe forniscono un movimento controllato e costante verso questa realtà globale. Negli annali della cospirazione dell’Acquario sono innumerevoli i racconti di passaggi di questo tipo: dall’LSD allo Zen, dall’LSD all’India, dalla psilocibina alla psicosintesi».

9. Sostanze psichedeliche nell’era delle neuro­scienze: scienza ed esoterismo

I progressi nelle conoscenze dei neurotrasmettitori cerebrali e le nuove tecniche di indagine cerebrale, dalla tomografia assiale computerizzata (TAC), alla risonanza magnetica (RNM) alla tomoscintigrafia (SPET) cerebrale, hanno dato un nuovo impulso alle ricerche sulle psicosi sperimentali. Partendo dal pre­supposto che gli effetti psichedelici di determinate sostanze non solo sarebbero simili a quelli di malat­tie psichiche, ma avrebbero la stessa base neurobio­logica e che sarebbe possibile studiare in laboratorio ciò che può fornire indicazioni su come agiscono gli psicofarmaci attuali e aiutare a svilupparne di nuovi con un’azione mirata.

Purtroppo, le sostanze psichedeliche non sono utilizzate solamente per queste ricerche utili e le­gittime, ma anche nel corso di psicoterapie. Vi sono anche autori che, pur considerando l’effetto delle so­stanze psichedeliche come una psicosi sperimentale, ne consigliano l’uso anche nelle persone normali. L’indebolimento dell’Io e dell’attività razionale, così come fenomeni di depersonalizzazione, vengono valutati positivamente in nome di antropologie che negano la dimensione personale dell’uomo. Per que­ste teorie l’uomo non sarebbe altro che una particella della natura, che si illude di avere una propria indi­vidualità, differente da ogni altro essere animato ma anche da ogni oggetto inanimato. Lo stato di coscien­za illuderebbe l’uomo di avere un’anima spirituale, creando una divisione fra psiche e corpo, così come con l’ambiente e con la natura esterna. Questo tipo di coscienza, caratteristico soprattutto della cultura occidentale, sarebbe un prodotto dell’educazione e delle influenze della società, che determinerebbero la formazione nell’individuo di una determinata per­sonalità, ma si tratterebbe di una falsa coscienza. Le sostante psichedeliche consentirebbero di superare i confini limitati della sua personalità, producendo un sentimento di unità con tutto il cosmo.

I sostenitori di un uso allargato delle sostanze psichedeliche ricordano anche come in varie culture esse siano state utilizzate in rituali religiosi. Anche Freud ricorda come «le foglie di coca erano offer­te in sacrificio agli dei, si masticavano durante le cerimonie religiose, e venivano messe perfino nella bocca dei morti per assicurar loro una favorevole accoglienza nell’aldilà» e che ancora ai suoi tempi «[…] per gli indigeni la pianta di coca ha conserva­to a tutt’oggi la sua importanza, e restano tracce del­la venerazione di cui un tempo godeva». Hofmann sosteneva l’ipotesi che il rituale di iniziazione degli antichi misteri eleusini culminasse nella assunzione di una bevanda, il kikeon, che avrebbe contenuto una sostanza allucinogena: «La proprietà caratteristica degli allucinogeni – scrive Hofmann -, quella di rimuovere le barriere tra il soggetto conoscente e il mondo esterno in un’esperienza estatico-emozionale può rendere possibile, dopo opportune preparazioni interne ed esterne come quelle scrupolosamente cu­rate ad Eleusi, un’esperienza mistica per così dire secondo il programma».

L’assimilazione degli effetti psichedelici a espe­rienze mistiche autentiche le ha fatte addirittura definire con un neologismo: “enteogene”, cioè che generano interiormente il divino.

Le sostanze psichedeliche dovrebbero quindi: 1) con la produzione di psicosi-modello aiutare a com­prendere meglio i meccanismi delle malattie psichi­che; 2) venir utilizzate nel trattamento dei disturbi psichici; 3) negli individui sani migliorare il rappor­to con gli altri e con tutta la realtà esterna al soggetto; nonché 4) consentire esperienze mistiche.

Fra tanti giudizi positivi sulle sostanze psichede­liche si distingue il giudizio negativo di Carl Gustav Jung, peraltro molto aperto nei confronti di esperien­ze spirituali. Rispondendo a una persona che aveva definito l’LSD come una «almost religious drug», una droga quasi religiosa, egli scrive: «Io non sono contento di queste droghe, in quanto gli uomini ac­cedono a esperienze che non sono in grado di inte­grare. Il risultato è una specie di teosofia, ma non un arricchimento morale o spirituale. Queste presunte visioni religiose hanno a che fate con la fisiologia, ma non con la religione».

Il suo giudizio sugli psichiatri che si servono dell’LSD non è meno duro: «È terribile che sia ca­pitato nelle mani degli psichiatri un nuovo veleno con cui possono giocare senza il minimo senso ai responsabilità».

Ed esprime anche un duro giudizio sugli effetti dell’uso del peyote, un tipo di cactus americano contenente fra l’altro un potente allucinogeno, la mescalina. La posizione di Jung è molto chiara: la droga potrebbe sommerge il conscio di una quantità tale di contenuti fino ad allora inconsci che l’individuo non è assolutamente in grado di elaborare. Ciò sarebbe controproducente per la realizzazione spirituale, anzi potrebbe portare a una alterazione della perso­nalità come nel caso di certe popolazioni che fanno uso di sostanze stupefacenti: «Nel Nuovo Messico ho visto fumatori di Peyote e il confronto con altri Indios Pueblo non era a loro favore, sembrano dei drogati».

Ermanno Pavesi

fonte

Cultura&Identità. Rivista di studi conservatori

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