Alta Terra di Lavoro

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Giovanni Maria d’Alessandro duca di Pescolanciano, un eroe borbonico

Posted by on Giu 2, 2022

Giovanni Maria d’Alessandro duca di Pescolanciano, un eroe borbonico

Essendo deceduto prematuramente in giovanile età, il primogenito Fulco di Nicola II, il fratello Giovanni Maria (1824-1910), nato a Napoli il 19 maggio 1824, successe al genitore con il titolo di XIII barone e VIII duca di Pescolanciano. Sua sorella Maria Giuseppa fu moglie il 21 novembre 1842 di Giovanni Battista de Mari dei principi d’Acquaviva, mentre l’altra sorella M.Carlotta si sposò con Antonio Caropreso di Solignata il 19 novembre 1854

A queste figlie, il duca Nicola lasciò per volontà testamentaria una somma di 14.500 ducati, pari alla dote costituita per Maria Giuseppa al momento del suo matrimonio.

Nel 1847 a soli 23 anni veniva nominato “Capo Plotone della Guardia cittadina”,comandata da S.A.R. Leopoldo di Borbone principe di Salerno.

Giovanni Maria si distinse, subito, per l’interessamento alle condizioni economiche degli abitanti locali. Nel 1849 in occasione della già citata festività dell’Assunta, per la quale vigeva l’usanza di elargire da parte del casato alla popolazione bisognosa generi alimentari, il duca Giovanni pensò di modificare questa consuetudine. Per alleviare i pesanti sacrifici finanziari sopportati dalle famiglie delle giovani locali maritande, intese offrire a quest’ultime, per quella festività, una dote.Questa innovazione provocò disordini e tumulti tra il 14 ed 15 d’agosto nel paese a tal punto da dover recedere dalla sua umanitaria decisione.

E’ del giugno 1850, la lettera di compiacimento pervenuta al duca Giovanni M., quale appartenente allo squadrone “guardie di onore” della provincia molisana ed a firma del capo-squadrone, duca di Caianello, in carica, nonché per superiore determinazione del “Real Ministro di guerra” contenente un particolare elogio per essersi quegli distinto, insieme ad altri personaggi, nel servizio di scorta, prestato con encomiabile zelo, in occasione del “felice ritorno nello Stato di Santa Chiesa” di sua santità, il Papa Pio IX.

La fattura del sarto Bartolomeo Manfredi di Napoli (sita in Strada Magnocavallo n.4) datata 22 marzo 1850, riporta tra i capi ordinati dal duca un “ cappotto di Guardia d’Onore”, al costo di ducati 4, confermando quella carica acquisita (Arch. Centro Studi d’Alessandro, Sarti e Modiste dal 1820 al 1889).

Nel 1851 fu eletto consigliere provinciale di Campobasso, mentre nel 1854 assunse l’incarico di capo plotone della Guardia d’Onore della provincia di Molise divenendone nel 1855 capo squadrone ed infine presidente del consiglio del distretto di Isernia.

Il duca Giovanni si prodigò, poi, per confermare il prestigioso passato del casato, onde mantenere alto il lustro della famiglia. E’noto il suo interessamento agli scavi di Pietrabbondante – di cui fu sovrintendente regio nel 1857.

L’incarico di sovrintendente agli scavi archeologici, come risulta da documenti epistolari presso l’Archivio d’Alessandro (Arc.St.Is.), fu conferito al duca Giovanni dal principe di Bisignano, sopraintendente generale di casa reale. Coadiuvato da Francesco Sforza, addetto alla sorveglianza degli scavi, e dall’architetto Gaetano Genovese, il duca si impegnò nell’organizzazione dei lavori e del recupero e custodia di tutti gli oggetti archeologici rinvenuti nella zona di Pietrabbondante. Le operazioni di scavo portarono alla luce il teatro sannita ed il tempio.

Provvide, poi, al completamento dei restauri al castello che assunse destinazione di palazzo per la residenza estiva.

Il contratto di appalto delle opere da eseguire sul castello e pertinenze del 17 maggio 1849, firmato dal Duca Giovanni e dalla ditta dei costruttori Giuseppe ed Ermeregildo de Vincenzo e dal perito arch.Antonio Bellini di Campobasso, stabilì:

1. il prezzo per la” fabbrica” delle facciate di prospetto doveva ammontare ad 11 ducati e 20 grana per ogni canna cubica di superficie con detrazione del ricavato relativo alle pietre delle vecchie mura demolite(circa 4 ducati e 50 grana la canna);

2. il prezzo per la fabbrica della “torretta”(belvedere) e del rinforzo del muro sotto la cappella (canne 38,palmi 96) era da concordare;

3. l’obbligo degli appaltatori di assicurare per circa 20 anni la solidità dei lavori e la permeabilità delle opere all’acqua;

4. la scelta della malta ben preparata da resistere ad intemperie.

Ultimati i lavori di ampliamento e restauro del maniero, la destinazione dei locali ubicativi fu la seguente:

-nel cortiletto, a pianterreno, sul lato “cisterna” si trovava la legnaia-carbonaia attigua ad un ampio locale adibito a dispensa e cucinone, mentre dalla parte opposta c’era l’ufficio amministrativo e biblioteca e sottostanti trovansi gli “scantinati”;

-al primo piano nobile alloggiava il duca occupando l’intero appartamento, denominato di rappresentanza, con la vicina cappella e sagrestia. Dicevasi, inoltre, che il salone sito sul lato ovest-castello fosse destinato ad importanti incontri e ricevimenti e che sull’opposto versante, lato sud-est, alcuni vani erano adibiti per l’intrattenimento familiare(stanza biliardo,sala per inviti e visite private etc.);

-al secondo piano (ultimo) l’appartamento veniva utilizzato per ospitare la figliolanza, parentela e personale di servizio;

-nel fabbricato “pertinenze” esistevano magazzini, l’ampio e spazioso deposito di grano, scuderie, archivio e la guardiola sita all’ingresso del gran cortile donde accedere all’intero complesso.

Si racconta che il salone di rappresentanza al primo piano del castello sul lato ovest, precedentemente al sisma del 1805 avesse soffitto a cassettoni in legno (vedi architrave del “trono”), mentre le nude pareti erano ricoperte con arazzi. L’attuale sua pavimentazione fu rifatta, sempre all’epoca dei lavori di consolidamento del fabbricato. Alle pareti, poi, fu applicato un parato raffigurante scene di battaglie Napoleoniche con cariche di cavalleria, sagome di vecchi cannoni da campagna e scontri di reparti in armi appiedati. Detto parato, col tempo usuratosi, era stato parzialmente utilizzato ed ancora visibile, affumicato dal camino, fino al 1920/40 al muro dell’attigua stanza (ove esiste un vecchio armadione a muro), locali allora adibiti a sala-pranzo, finchè vi abitarono familiari di don Fabio.

La lapide sul ponte levatoio, datata 1849 a ricordo del rifacimento della facciata del castello e ristrutturazione, riporta:

IL DUCA DI PESCOLANCIANO GIOVANNI MARIA D’ALESSANDRO FECE RIFARE QUESTA PROSPETTIVA NELL’ANNO 1849

Il duca Giovanni fece anche restaurare nel 1850 l’urna in vetro, contenente i resti mortali di S.Alessandro, ottenendo un’autentica sul santo da mons.Benedetto

In occasione del viaggio in Italia, su invito del re Ferdinando II, dello storico tedesco ed archeologo Teodoro Mommsen, il duca Giovanni nel 1846-1847 lo ebbe suo ospite nel castello di Pescolanciano durante la visita fatta agli scavi di Pietrabbondante. Si racconta che il Mommsen spostandosi nel tranquillo Contado di Molise, fu catturato da una banda di briganti. Per la sua liberazione si prodigò Giovanni Maria, che si interessò a garantire, poi, un piacevole soggiorno all’illustre studioso.

In data 22 aprile 1850 il duca Giovanni M. sposò Anna M.Ruggiero di Albano (del fu Don Ciro)in Napoli. A quel tempo, il suddetto duca era domiciliato nella via S.Anna di Palazzo n.4, zona Toledo.

La sua passione per l’archeologia, che lo portò a sovraintendere diverse campagne di scavi nella zona predetta di Pietrabbondante (zona archeologica della Bovianum Vetus),fu premiata con la nomina ad ispettore dei regi scavi del “Distretto d’Isernia”, nonché con il conferimento di un’alta onoreficienza, detta delle “Chiavi d’Oro”, nel 1858 con decreto reale, epoca in cui iniziarono detti lavori. Un anno dopo, il 23 dicembre 1859,ricevette nomina di Sovrastante Onorario.

Le cariche ottenute in questi anni dimostrano come il duca Giovanni godesse di stima ed importanza presso la corte borbonica e le autorità del regno delle Due Sicilie. Per questa sua importante posizione sociale, nel 1859 fu concessa al duca Giovanni autorizzazione di polizia a detenere arma di difesa, quale “bastone animato da ferro”.

A seguito delle leggi sulla “eversione della feudalità”, Nicola, per primo, e ,poi, il figlio dovettero, purtroppo, subire ed affrontare molteplici controversie giudiziarie avverso quei comuni-ex feudo, coltivatori, enfiteuti, fittavoli a difesa delle proprietà possedute o detenute amministrativamente.

Nel 1852 finanche l’allora Arciprete di Pescolanciano Maselli per motivi attinenti il contestato uso pubblico della cappella ducale in occasione della celebrazione di particolari funzioni religiose, fu promotore di una singolare vertenza contro il duca Giovanni M. La vicenda si concluse con un deliberato della curia Arcivescovile di Trivento sfavorevole alle motivazioni labili, addotte dal suddetto prelato.

Intanto,la situazione economica della casata,oppressa dagli oneri rilevanti sostenuti per i numerosi contenziosi giudiziari (protrattisi per lunghi anni),afflitta da ingenti perdite -verificatesi ad iniziare dalla gestione del duca Pasquale fino a quella a lui successiva affrontata da Giovanni Maria con la costruzione del palazzo a Napoli -,aggravata poi da altre spese per lavori di restauro del castello,riordino della casina di caccia di Sprondasino e la manutenzione di altri fabbricati di proprietà a fronte di rendite agrarie e fondiarie in continuo calo,si avviava gradualmente ad una crisi irreparabile.

La casina di caccia,detta “casina del Duca” è situata in località Sprondasino di Civitanova del Sannio.Intorno a questa residenza si estendeva un ampio appezzamento su cui il duca,per la sua vocazione per l’agricoltura,aveva fatto coltivare diverse specie di piante di frutta ed ortaggi con vigneti.Questa signorile dimora fortificata da quattro garitte ad angolo,aveva un tempietto per il rituale religioso.La casina era dotata di depositi vari,una cantina ove veniva fatta la molitura delle olive con torchi a mano (trappeti) e dispense.Il piano terreno ospitava ambienti di rappresentanza,mentre al primo piano trovavasi l’alloggio padronale (A.DI IORIO, ).

E’ di questi periodi l’iniziativa laboriosa del duca Giovanni di intraprendere la coltivazione del gelso e l’allevamento del baco da seta. Questa attività di produzione della seta grezza nella tenuta di Sprondasino (come da documentazione epistolare contenuta nell’archivio d’Alessandro presso l’Archivio di Stato d’Isernia) durò circa sedici anni, iniziando dal 1857 -quando il duca era ancora domiciliato a Pescolanciano- e si protrasse fino al 1873.

Il duca si prodigò nell’organizzazione dell’intero patrimonio fondiario al fine di garantire buone rendite ed introiti. Oltre al suddetto tentativo di intraprendere un’attività imprenditoriale, il duca Giovanni continuò ad occuparsi della gestione dei pascoli e dei relativi erbaggi, nonché dei boschi e del legname, dei mulini e delle taverne dei suoi ex feudi. Difatti, risulta dalla “Platea dei feudi rustici”,siti nel territorio di Carovilli, che il duca Giovanni possedesse ancora nel 1858 una vecchia taverna (con terreni estesi nove tomoli) ed una “chiusa” con chiesetta attigua in località Briccioso, che affittava per il ristoro dei viandanti in transito lungo il tratturo. Una rendicontazione datata 1849-1854 sugli introiti percepiti dalle terre possedute in Civitavecchia, sotto il controllo dell’erario Gioacchino di Salvo, evidenzia come il casato ricavasse circa 179 tomoli di grano annuo. Il “fondo alla montagnola” le terre di Torella erano coltivate da diversi coloni e rendevano per il grano circa 300 ducati. Spesso il sig. Nicola Pietravalle sovrintendeva a questi controllo amministrativi sulle entrate di grano, orzo. Erano di proprietà in Civitavecchia, una taverna ed un mulino.

Il 19 febbraio 1860 fu fregiato della “Gran Croce del Sacro Reale” militare Ordine Costantiniano.

La caduta del regno delle Due Sicilie, accelerò il declino della famiglia.

Fedele alla monarchia borbonica(oltre ai vari incarichi militari assolti,fu “Gentiluomo di camera” di S.M. il re),alla loro disfatta, Giovanni Maria non indugiò a seguire il suo re Francesco II che lasciava Napoli ed il suo regno per recarsi in esilio a Roma. Prima della dipartita da Pescolanciano il duca d’Alessandro organizzò nelle sue terre, movimenti popolari controrivoluzionari che iniziarono con la rivolta d’Isernia per poi propagarsi rapidamente in tutto l’alto Molise.

Una delle prime provincie del regno a mostrare avversità all’unità fu il Molise con la sua popolazione contadina e la borghesia terriera di umile origine (emersa nel decennio di dominazione francese).La delusione post-unitaria,per il mancato cambiamento sociale promesso dalle forze rivoluzionarie garibaldine (continuarono a perdurare miseria ed arretratezza culturale, le terre demaniali non furono distribuite alle masse, nè vennero realizzati investimenti nelle reti di comunicazione e l’amministrazione territoriale passò in mano a funzionari inetti e ladri come il Pallotta, il Maffa ed altri parlamentari),fomentò in queste classi avversione nei confronti della borghesia agiata ed intellettuale (“questi hanno i libri e non i fucili”),che si era fatta portatrice delle idee unitarie, nonchè del regno Sabaudo, espressione di questa stessa classe sociale.

In un telegramma inviato dal governatore della provincia di Molise Nicola De Luca al ministero della polizia in Napoli si riferiva quanto segue:” Dopo la ribellione di Isernia la reazione si è manifestata vittoriosa nei Comuni di Civitanova,Carovilli,Pietrabbondante,Pescolanciano e Chiauci. Mi si dice suscitata e capitanata dal Duca di Pescolanciano che tiene in agitazione il restante dei comuni del distretto di Isernia”.

Questi moti rivoluzionari contro la borghesia liberale furono sostenuti dall’intera popolazione contadina residente sia in Terra di Lavoro,nel Sannio, in Abruzzo e Molise. Affiancati da militari borbonici sbandati ed aristocratici locali, riconquistarono a metà ottobre 1860 le città di Pontecorvo,Sora,Teano,Venafro,Piedimonte d’Alife ed Isernia importante nodo di comunicazione per collegarsi a l’Aquila. La difesa d’Isernia da parte degli insorti filo-borbonici fu condivisa anche dallo stesso vescovo Saladino che era in stretto contatto con il duca Giovanni M..Dopo i vari tentativi di riconquista della città da parte dei liberali, si dovette urgentemente far ricorso all’intervento delle truppe piemontesi del generale Cialdini per sedare la rivolta.

Caduta Gaeta sotto gli attacchi dei piemontesi e rioccupato il Molise, il duca d’Alessandro trovatosi isolato fu costretto ad allontanarsi dalle sue terre, abbandonando il vecchio maniero per seguire in esilio il suo re.

Tra il 1860 ed il 1865 Giovanni Maria con tutta la famiglia risiedeva a Roma,ed intanto continuando ad organizzare la resistenza ai Savoia. In questo periodo il legame e la vicinanza al re Franceso II di Borbone fu talmente saldo da ricevere diverse onoreficienze di fedeltà ed oggetti personali donati dalla coppia reale (si conserva ancora un album di famiglia Borbone con foto dei sovrani ed altri cortigiani). Forse in questo arco di tempo la gestione del patrimonio terriero molisano fu data ad un parente o fratello della moglie del duca Giovanni, Domenico Ruggiero. Alcune lettere e documenti contabili risultano inviati a detta persona in data 1860.

Rientrò, unitamente ai suoi familiari, nel 1866 a Napoli, ove domiciliò inizialmente in S.Giovanni in Carbonara 112 (come dal contratto per ricerca araldica commissionato ad Erasmo Ricca).

A conferma di questa data di ritorno a Napoli, esistosno alcune fatture del sarto di famiglia Bartolomeo Manfredi, datate 1865, e rimaste insolute. Mentre dal 1866 il sarto riprese a lavorare per il duca e la sua famiglia, seppur con impegni più ridotti. In modo simile, le fatture del sarto Pompilio Di Rienzo (Arch. Centro Studi , op.cit.) documentano questa presenza su Napoli, mentre altre a precedente soggiorno su Roma (M.Clarisse, Massoni di satoria francese).

Si trovò, quindi, ad essere un sorvegliato speciale della questura napoletana per la sua nota ostilità alla dinastia Savoia, avversione documentata da non poche lettere ricevute da ambienti filoborbonici,tra cui quella inviatagli personalmente dal re Francesco II, dall’esilio, per esprimere il reale cordoglio in occasione della morte della moglie Ruggiero.

Nel 1870 il duca Giovanni dette inizio ai lavori per la costruzione di un imponente palazzo gentilizio (palazzo Pescolanciano)al corso Vittorio Emanuele, per farne sua dimora, essendo andata distrutta da incendio nel 1798 l’avita residenza dei d’Alessandro(via Nardones ), poi alienata.

Il terreno su cui fu edificato il palazzo era stato acquistato a Luigi Gargiulo, che a sua volta lo aveva rilevato da Vincenzo M.Carafa. Parte di questo terreno rimase come fondo rustico, annesso all’immobile. Sui costi sostenuti per la sua costruzione, si tramanda che la spesa totale si aggirò, allora, intorno al milione di lire. Nel solo salone da ballo, si disse, furono spese circa cento mila lire di decorazioni. Al riguardo, notizie più attendibili si rinvengono nel bando di vendita dell’immobile del settembre 1888. Risulta, difatti, che il duca Giovanni con il figlio Nicola M.III contrassero vari mutui con l’istituto di Credito Fondiario del Banco di Napoli, per un ammontare di lire duecentomila, per la quale somma necessitarono sei iscrizioni ipotecarie. Inoltre, furono stipulati successivi mutui per un totale di lire novanta. Con l’aggravarsi della situazione finanziaria del casato, i d’Alessandro presero, nel luglio 1888, la decisione volontaria di porre in vendita il palazzo Pescolanciano con terreno annesso. Fu, così, dato mandato ad un architetto di valutare la proprietà immobiliare, che fu stimata per un totale di lire 602.374, a quell’epoca. Tale valore risultò,poi, essere il prezzo base d’asta dell’intero corpo. Sembra, però, che la vendita non andò a buon fine.

Isolatosi dalla nobiltà napoletana dei cosiddetti “voltagabbana”, dalla vita sociale e dalle autorità del nuovo regno Sabaudo, egli condusse vita ritirata. La sua passione per la storia e l’archeologia continuò ad occuparlo. Risulta che il duca Giovanni avesse negli anni raccolto una prestigiosa collezione di oggetti d’arte. Alcuni di questi furono presentati ed esposti ad una mostra di antiquariato organizzata in Napoli nel 1877, per la quale il duca Giovanni ottenne attestato di gratitudine per il pregevole contributo offerto. In quegli anni, tra l’altro, fu anche stilato un catalogo-inventario di tutti gli oggetti antichi di valore, custoditi nella residenza del Corso Vittorio Emanuele, in Napoli.

L’inventario comincia dalla descrizione accurata degli oggetti presenti all’altezza della “porta principale (sopraporta):

-Piccolo elmo a coppa graffito (L.60),Corno di caccia (L.20),numero 2 Balestre complete (L.250),(…)Mensola di noce intagliata con ferro a scaletta a croce,su cui vi è un’armatura completa..(L.1.000),due piatti d’Abruzzo con cornici di noce (L.26),grande cassone di noce del ‘600 (L.2.500)(…)Gruppo di terracotta rappresentante la caccia del cervo(L.150),Mezzo busto di basalto con base di marmo bianco rappresentante una statua egiziana(L.200)(…)- dal muro lungo a sinistra: Piccolo trofeo(…)lame di damasco, una delle quali montata in argento(L.170),sciabola di finissimo damasco,cesellatta in oro e manico d’argento (L.60),grande pugnale turco con lama di finissimo damasco graffiata in oro(L.200)(…)due piatti d’Abruzzo con cornice in noce intagliata,rappresentanti personaggi mitologici e familiari (L.130)(…)braccio ed antibraccio graffiti,residui dell’armatura di Mario I Duca d’Anguillara(L.100)…due leoni di Canosa di giallo antico di cm 30×20 e base di nero antico(L.300)(…)cristalliera del ‘700 di noce con intagli dorati con arma(L.550),(…)grande guantiera orientale a due facce di conchiglie e madreperla,che fu esposta nella Sala del Tesoro (L.10.000)(…)n.8 piatti giapponesi con bacile,tazze e piattini..piatti e servizi vari della Fabbrica Reale etc.

Il d’Alessandro, seppur più presente nella città campana, continuò ad esser sempre vicino agli eventi evolutivi che interessavano il territorio molisano. Nel 1883 si pronunziò favorevolmente alla costruzione della “strada 101” (provinciale istonia), che si doveva congiungere alla Trignina, nonché all’edificazione del “ponte Sprondasino” sul Trigno.

Gravi dissesti finanziari lo coinvolsero in ultimo con i suoi figli nel 1890/92,in un periodo storico rilevante per le radicali trasformazioni dell’esistente sistema socio-economico, segnando il tracollo del casato.

Un insigne studioso americano, nel passare in rassegna l’economia mondiale del 1889 – anno di fondazione dell’Internazionale socialista- osservava che dal 1873 essa era contrassegnata da perturbazioni e da una crisi commerciale senza precedenti; “ il commercio internazionale continuò a crescere in modo impressionante(…), furono questi gli anni in cui le economie industriali americana e tedesca fecero passi da gigante e la rivoluzione industriale si estese(…), l’agricoltura fu la vittima più vistosa di quel calo dei guadagni(…), il settore più depresso dell’economia in cui il malcontento aveva conseguenze sociali e politiche di più vasta portata(…), le conseguenze per i prezzi agricoli furono drammatiche sia nell’agricoltura europea(…), non ci fu periodo più drasticamente deflazionistico del 1873-96, quando il livello dei prezzi scese(…), la deflazione riduceva i tassi di profitto(…)etc.” (E.HOBSBAWAM, Età degli Imperi, 1875-1914).

Da alcune ricerche emergerebbe che allo scopo di sanare una preoccupante situazione debitoria, conseguenza di vari prestiti contratti, Giovanni M. cercò di porre in vendita (tra il 1888-1890) talune sue proprietà nel tentativo, fallito purtroppo, di riuscire a fronteggiare le insistenti richieste dei creditori. Senonchè, su istanza del Credito Fondiario del Banco di Napoli, con sentenza emessa dal tribunale civile di Napoli il 30 dicembre 1891 , fu disposta la vendita a mezzo asta giudiziaria dei vari beni appartenenti alla famiglia, tra cui in particolare il palazzo Pescolanciano di corso Vittorio Emanuele e l’esteso bosco di Collemeluccio.

Questo bosco ha tale denominazione, che dovette derivargli a seguito dell’acquisto fattone nel ‘600 dalla nobildonna Desiata Melucci, maritata Marchesani dei baroni di Castel del Giudice. Esso pervenne, poi, attraverso la consuetudinaria alleanza matrimoniale tra le due famiglie blasonate, ai d’Alessandro di Pescolanciano con l’eredità della menzionata Anna M.Marchesani del 1729 a favore del figlio Ettore. Da una descrizione del 1889, risultava che l’estensione del bosco era pari a 2.150 ‘tomola’ (un tomolo dovrebbe corrispondere a circa 27 are). La parte boscosa copriva circa 1.786 tomola dell’area, mentre la restante era di seminatorio. Detta parte boschiva era formata da una grande abetaia che si estendeva per 450 ettari con un numero di piante pari a 43.000 alberi. Questo bosco veniva sorvegliato da guardiani armati (con propria uniforme e stemma del casato); di ciò si rinvengono nell’archivio d’Alessandro (Arc.St.Is.) diverse lettere di nomina e comunicati vari a tutela della proprietà per prevenire furti di legname. Detti guardaboschi dovevano attenersi alle seguenti istruzioni (docum. al Sig.A.Bartomeo, 01/10/1867):

1. Non tenere la barba lunga ma soli mustacchi;

2. Uso di uniforme, “giacca di panno blu con pistagna gialla e frisi egualmente gialli, fascia anche blu al braccio sinistro contenente stemma in argento della nostra Casa(…)il calzone con stivaletti di panno simile con frisi anche gialli; il cappello di lana nero avrà pure una fascia di panno blu anche con friso giallo e nel davanti un simile stemma anche in argento”;

3. Uso di armi, cioè carabina, coltello da caccia e ciberna a bandoliera con permesso di detenzione;

4. Controllare i rispettivi boschi assegnati dai contravventori per pascolo, taglio di alberi, dissodazione denunciando i reati alle autorità giudiziarie locali.

Dopo varie vicende, costituisce attualmente zona ambientale protetta.

Pertanto, l’intero patrimonio di beni posseduti in Molise ed a Napoli fu espropriato (forse con il consenso occulto dei nuovi governanti), facendo salvi l’onestà, l’onore, la di lui lealtà e probità, che avevano distinto nel passato sempre gli appartenenti a questo casato.

Tra le diverse ipotesi tramandate sul disastroso evento economico, vi è quella che attribuì la causa non solo alle rilevanti spese affrontate ma anche ad alcuni familiari per il costoso ed elevato tenore di vita condotto nella Napoli di fine ‘800, quando le negative condizioni congiunturali colpirono ulteriormente le già ridotte rendite agrarie.

Il 4 ottobre 1894 ci fu altro spiacevole episodio. Fu dato mandato alla pretura di Carovilli, per conto del creditore M.Tirone, di procedere al pignoramento dei beni di proprietà del duca Giovanni (in Pescolanciano)in virtù di sentenza del tribunale d’Isernia del 21 febbraio 1890. Vari oggetti personali e di casa d’Alessandro furono pignorati (dai quadri, ad alcuni mobili ed anche una carrozza custodita nelle scuderie) per un valore totale di realizzo pari a L. 13.329. L’intero arredamento antico del castello rimase, però, escluso dall’inventario perché il figlio Fabio riuscì a dimostrare il diretto possesso personale. Successivamente si susseguirono numerose altre iscrizioni ipotecarie sulla proprietà del duca Giovanni e suoi eredi per i crediti vantati da vari personaggi. Troviamo, pertanto,:

-3 novembre 1900, iscrizione a favore del sig. Varriale Giuseppe, creditore per la somma di lire 2.000, sui fondi rustici della Montagna, Collelacroce, Sterparorossillo, siti nei pressi di Duronia;

-27 ottobre 1912, iscrizione a favore del sig. Antonelli Vincenzo, creditore per la somma di lire 3.000, sul castello in Pescolanciano;

-26 marzo 1913, iscrizione a favore del sig. Spoguardi Erminio, su parte del castello stesso;

-13 febbraio 1920, iscrizione a favore del sig. Zartarone Nicola (commerciante), creditore per la somma di lire 2.000, sui fondi rustici di Sferracavallo, di Monticello, di Casale, di Forconi, di Colle Favaro, di Castelluccio con la proprietà della casina di Sprondasino, di Prato Grande, di Vignali siti nei comuni di Civitanova e Pescolanciano.

Il 27 maggio 1892 perse la moglie, che fu sepolta nel cimitero di Pescolanciano ove fu riesumata nel 1947 per essere tumulata nella edificata cappella di famiglia. Due anni dopo, il 26 aprile, moriva anche il primogenito Nicola. Da anziano, rimasto vedovo, Giovanni M. prese alloggio nell’appartamento a pianterreno del castello trasferendo l’ufficio di amministrazione in altri locali siti nelle “pertinenze”.

A malapena il duca riuscì a mantenere il possesso del castello in Pescolanciano, ripartendo poi detta proprietà dell’immobile tra i suoi 6 figli maschi, nel 1880/98,iniziandosi da allora il frazionamento della titolarietà su quel vetusto e monumentale immobile.

Ciò si riscontra già dall’ordinanza di pignoramento, su sentenza del 21 febbraio 1890 resa dal tribunale civile d’Isernia, dei beni di proprietà del duca Giovanni in data 4 ottobre 1894. Il sopralluogo eseguito dall’Uff. della pretura mandamentale di Carovilli, Nicola di Rienzo, presso la dimora del duca in Pescolanciano non fruttò grandi ricchezze, dal momento che gran parte dei beni risultavano già di proprietà dei figli (tra cui Fabio) per istrumenti notarili del 19 agosto 1890 di G.Catalano e del 21 novembre del 1880 di Campanile di Napoli. In quell’occasione fu redatto un verbale-inventario dei pochi oggetti, ritenuti personali del duca Giovanni, quali:

Credenza di legno d’abete,scrivania di noce,due orologi a muro,lume a petrolio,una cassaforte,tre armadi da libreria con opere letterarie,un comodino-scrittoio,un cannochiale,divano-poltrona e poltroncine,un inginocchiatoio,un tavolo tondo di noce con sedie,tre grandi quandri,un tavolo uso credenza,due bauli pieni di coperte da letto,un lavamano,due scaldapiedi,due giarre ed un tino di rame,lenzuola-fodere di seta e biancheria varia,speroni d’argento,sette monete antiche ed una carrozza a quattro ruote parcheggiata nella scuderia.

I fatti ,accaduti a conclusione di quel convulso secolo, segnarono il culmine della progressiva,fatale decadenza del casato.

Ciò si evince dalla lettera (A.S.I. Fondo d’Alessandro,D.1) del 22 gennaio 1890, indirizzata al figlio: “Mio carissimo duchino, da che abbiamo il sequestro io sono rimasto convulso e non mi so dar pace come questa casa ha dovuto finire così, sono tutti effetti delle iniquità e questo è certissimo. La stanza della libreria l’ho chiusa e poi ci ho messo quella porta di noce appoggiata davanti e non appare nulla; e là ci ho messo tutto il rame della cucina e l’argenteria della cappella e siccome io solo non potevo levare e mettere la pietra mi sono dovuto palesare con Testa il quale sa quel luogo e la libreria nascosta”. Inoltre, su una busta il duca Giovanni lasciò scritto: “In questa busta la piccola chiave del cassettino di mio figlio Fulco contenente i rimasti oggetti d’oro ed altro che mi appartenevano compreso gli ordini cavallereschi a lui ceduti in cambio e compenso di diverse somme somministratemi durante la mia infelice esistenza(…)il cucchiaino con le due posate si tengono per uso in caso di malattie o di qualche forestiero essendo esse le sole(…)”.

Alla fine del 1800, il duca Giovanni M., in occasione della costruzione del tunnel e della linea ferroviaria nel territorio di Pescolanciano, ospitò nel suo castello ingegneri e dirigenti tecnici ferroviari per la durata dei lavori, che segnarono una tappa importante per disporre di collegamenti e spostamenti più agevoli con altre località e regioni. A quella stazione ferroviaria, in seguito, si affiancò la tramvia Pescolanciano-Pietrabbondante-Agnone.

Malgrado l’arrivo a Pescolanciano della sbuffante locomotiva a vapore, ancora per molti anni non mutarono le abitudini della gente locale e la quiete del paese. La penetrazione delle modernizzazioni in diverse regioni interne d’Italia procedette, infatti, con alquanta lentezza, protraendosi fino agli albori del ‘900. Intanto, proprio nel tardo ottocento stava iniziando, dai propri territori, l’esodo di italiani che in massa, esasperati dalle misere condzioni di vita esistenti nel regno (specie nel Meridione), emigravano verso le grandi città e spesso in terre lontane, alla ricerca di una realtà migliore.

Come per altri familiari suoi ascendenti, parimente Giovanni M. si spense all’inizio di un nuovo secolo, il XX, vissuto tra grandi difficoltà economiche e avversità. Il violento passaggio, nel 1861, dal Regno Borbonico delle Due Sicilie alla monarchia Sabauda dell’Italia unificata, dovette costituire – per il d’Alessandro – un evento abbastanza traumatico. Da leale, fedele suddito del legittimo sovrano napoletano, egli visse intensamente e dolorosamente le vicende dello spodestamento dal trono del re Francesco II di Borbone, avvenuto dopo una onorevole e disperata difesa a Gaeta. L’aggressione al Regno meridionale, iniziata dal Garibaldi – favorita da numerosi tradimenti e defezioni -, conclusasi infine con l’annessione di quel territorio alla sovranità del re Vittorio Emanuele II, non smosse i sentimenti di assoluta sua dedizione verso la corona Borbonica, come da ricordi di famiglia. Per un re ancorché perdente, il quale nel lasciare la sua reggia in Napoli, non toccò suoi beni né azzardò a forzare le casse dello stato, il duca Giovanni M. si professò convinto seguace.

Degli ultimi anni di vita, ai primordi del ‘900, del duca Giovanni esistono ricordi di famiglia che lo vedono intento a ripensare al suo passato ed a quello glorioso della famiglia. Si rinviene dal registro dei battesimi della parrocchia di S.M. Assunta di Carovilli una testimonianza sulla presenza affettuosa di questo personaggio alle sue terre e genti. Alla data del 28 settembre 1903, all’età di anni 79, il duca Giovanni si trovò partecipe all’evento straordinario della traslazione delle reliquie di S. Stefano in Carovilli alla presenza del vescovo Carlo Pietropaoli. Giovanni M., nonostante l’età avanzata ed i accennati problemi economici, si prodigò per quella occasione nell’acquisto della “nuova argentea urna (…) coll’obolo della pietà cittadina”.

Affranto dalla disastrosa catastrofe economica, addolorato dalla sua sofferta vedovanza, prostrato dalla prematura perdita del primogenito, Giovanni Maria si spense l’8 gennaio 1910 nella dimora di suo figlio Fabio in via Salvator Rosa 153, a Napoli, luogo ove fu sepolto presso il cimitero Vecchio nell’Arciconfraternita dei Bianchi dello Spirito Santo, accanto ai suoi genitori.

fonte

Giovanni Maria d’Alessandro duca di Pescolanciano, un eroe borbonico

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