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Giù la maschera, Napoleone: non fu vera gloria

Posted by on Nov 14, 2016

Giù la maschera, Napoleone: non fu vera gloria

Negli ultimi tempi è ritornato sulla scena Napoleone Bonaparte, il grande còrso, che, a distanza di quasi due secoli dalla morte, conserva intatta quella fama che gli è stata creata da un’enfasi caricata dalla propaganda di parte che dal passato è arrivata fino a noi. La verità è ben altra: la sete di potere e di grandeur di Bonaparte travolse e schiacciò nazioni, paesi e popoli, senza remore morali di alcun genere.

Nell’Italia che lo ammirò e che inutilmente cercò nel “terrorista corso” la prima luce dell’unità nazionale del Paese commise nefandezze inenarrabili. D’altra parte, lui non si sentiva affatto italiano. Il Belpaese di allora fu per lui terra di conquista, di prede e di massacri. Nella campagna d’Italia, Napoleone Bonaparte vide esclusivamente un trampolino di lancio per la sua insaziabile ascesa politica ed un sistema rapido per rimpinguare le casse della Repubblica francese. Il Sud dell’Italia, all’epoca Regno di Napoli, ne fu totalmente investito, pagando un prezzo pesantissimo. La strada l’aveva aperta il generale Championnet nel 1799. Il 10, 11 e 12 maggio le truppe francesi misero a ferro e a fuoco Montecassino e l’Abbazia, portando via un bottino di trecentomila ducati; profanarono le chiese, portarono via l’oro e la statue di grande valore artistico, saccheggiarono le case, che incendiarono, e ammazzarono 150 vecchi che ritenevano di essere risparmiati dalla barbarie. La soldataglia franco-polacca che componeva le truppe transalpine si comportò così non solo a Montecassino, ma anche in tutti gli altri centri, villaggi e borgate dove mise piede. I massacri e gli orrori investirono tutto il Meridione d’Italia.

Il saccheggio dei musei e delle opere d’arte costituiva, d’altra parte, un denominatore che Napoleone Bonaparte alimentò e fece portare avanti durante tutto il suo periodo di potere. Dalla basilica di S. Marco a Venezia vennero asportati i simboli della sua identità e della sua gloriosa storia di potenza marinara. Il loro trasferimento a Parigi costituì per la città lagunare una cocente umiliazione: furono portati via anche il leone bronzeo issato sulla colonna della piazzetta di fronte al mare e i quattro cavalli di S. Marco, emblemi di Venezia. Ne resterà indignato Ugo Foscolo, segretario verbalizzatore della municipalità. Foscolo vide travolte le speranze politiche che riponeva in Napoleone, quando il Corso non si crea nessun problema nel “vendere” il Veneto all’Austria nel trattato di Campoformio.

Non c’era da meravigliarsi del fatto. Per Napoleone l’Italia non costituiva altro che un sacco da svuotare di uomini e di mezzi per le sue guerre e di opere d’arte per arricchire i musei francesi e il Louvre in particolare, che vanta un primato mondiale per i capolavori stranieri depredati: souvenirs di glorie e di conquiste, compiute per conto della Repubblica francese, in nome della Libertà, della Fraternità e dell’Uguaglianza… Sono falsità storiche i proclami in cui Napoleone invitava le truppe francesi a rispettare gli italiani, ai quali veniva a spezzare le catene del dispotismo. La religione, le proprietà, le usanze locali non furono affatto rispettate: i rivoluzionari francesi in realtà si rivelarono, nei fatti, più dispotici dei cosiddetti tiranni che venivano deposti. Il nostro territorio subirà spoliazioni inaudite di opere d’arte che l’Italia deteneva in palazzi pubblici e in dimore private. Tra i quadri che presero la direzione di Parigi, figurano “Santa Cecilia” di Raffaello e la “Vergine con San Gerolamo” del Correggio. Le parole del Còrso, pronunciate il 27 marzo del 1796 ai futuri combattenti in terra italica, sono d’altronde esemplari: “Soldati, voi siete nudi, il governo vi deve molto e nulla può darvi, la pazienza e il coraggio che dimostrate in mezzo a queste rocce sono ammirevoli, ma non vi procurano alcuna gloria, nessuna luce vi illumina. Io voglio condurvi nelle più fertili pianure del mondo (la Padania, n.d.r.). Ricche province, grandi città saranno alla mercé vostra, vi troverete onore, gloria, ricchezze”. Così fu.

Queste parole squarciano il velo di silenzio steso, per quasi duecento anni, da una storiografia di retroguardia, prigioniera di luoghi comuni della vulgata rivoluzionaria. In virtù di una sistematica falsificazione dei fatti, il Bonaparte continua ad essere presentato dagli storici conformisti come il “liberatore” dell’Italia, mentre, in realtà, non fu altro che un depredatore delle sue ricchezze e delle opere artistiche custodite nelle nostre chiese e nei nostri musei. Altro che “rivoluzione rigeneratrice”! Ben lo ha capito il massimo studioso francese di Napoleone, Jean Toulard: “Sia Bonaparte, sia il Direttorio, erano totalmente indifferenti alle aspirazioni nazionali degli italiani. Non vollero mai l’unificazione, né l’indipendenza della Penisola. Per l’Italia – una vacca da mungere – le campagne napoleoniche furono peggio delle invasioni barbariche. Il furto delle opere d’arte fu massiccio e metodico”. Per Roger Caratini, filosofo e autore dell’Encyclopedie Bordas, il figlio illegittimo del libertino Carlo e della volubile Maria Letizia, tiranno e bellicista accanito del suo stato, si è dimostrato per la Francia un vero disastro nazionale, perché, come scrive Taine in Napoléon, “sacrificò quattro milioni di Francesi, per rovinare in 15 anni 15 province, e perché si staccassero dal suo paese la Savoia, la sinistra del Regno, il Belgio, e tutto l’angolo Nord-Est”.

Napoleone Bonaparte non è stato guidato da alcuna ideologia, se non quella del culto della sua personalità. Napoleone, a parere del Caratini, si avvicina in questo senso “ai grandi capi mafiosi”. Per il filosofo transalpino, bisogna finirla con il mito del generale invincibile, che è, invece, la prefigurazione di Hitler nella storia d’Europa, per la sua indifferenza alle centinaia di migliaia di morti che le sue conquiste militari hanno causato.

D’altronde l’Imperatore confessò di non amare alcuno. Aveva, infatti, pochi amici (Bourienne, fino alla sua disgrazia ben meritata e il maresciallo Durocc figurano fra le eccezioni) e la vita umana per lui non conta minimamente. Dirà: “Un uomo come me non conta la vita di un milione di soldati”. Altra versione, più volgare “Un uomo come me se ne frega della vita di un milione di uomini…”. E sempre a proposito dei suoi soldati, gli accadde di fare conti da droghiere: “Ho 25mila uomini da spendere per mesi”. Gli si annunciava, durante la ritirata di Russia, che migliaia di cavalli erano morti al bivacco, nel corso della notte: “Che liberazione”, commentò dimostrando la sua insensibilità alle sofferenze altrui. E mentre la Grande Armata, allo sfascio per la fame e il freddo, svanisce, inseguita tra i ghiacci dai russi, egli fa sapere ai francesi che “La salute di Sua Maestà non è mai stata migliore”.

Per Tolstoj, Napoleone è “l’uomo più abietto della storia”. Concordiamo con lui. Il criminale del 18 Brumaio, che aveva fidato ciecamente nella sua buona stella, fu un fuoco fatuo, un falso splendore, oltre che un cumulo di inganni. Per quanto scrittori parziali si sforzino di alterare gli avvenimenti, i fatti rimarranno con la loro forza primitiva. Occorre ormai dire la verità sull’intrigante giacobino della Corsica, soprattutto per quanto concerne le vicende italiane: nella penisola furono complessivamente centinaia di migliaia le vittime provocate dalla sete di conquista di Napoleone, che all’Italia diede soltanto l’assetto più confacente ai suoi disegni politici, mortificandola con saccheggi e massacri. E ci si chiede ancora se fu vera gloria?… Non fu vera gloria. Lo capirono anche i liberali e i borghesi, che avevano aderito con entusiasmo alle idee rivoluzionarie. Essi, però, si scontrarono con la dura realtà dell’occupazione francese, caratterizzata da prepotenze, violenze, ruberie, requisizioni arbitrarie, ricredendosi sulla “rivoluzione francese”.

Anche Pinelli, che si era esaltato per le idee repubblicane, deluso per le prepotenze dei soldatacci francesi, smargiassi e prevaricatori, lui, “giovane di ardenti spiriti libertari”, che partecipava al corpo dei volontari della Legione, “a contatto con la cruda e disincantata realtà della rivoluzione, nauseato dalle soperchierie e dalla boriosa prepotenza della soldataglia napoleonica, che si abbandonava ai saccheggi e alle violenze in terra italiana, ci ripensò e si decise a disertare il corpo di spedizione, travestendosi da contadino e rifugiandosi presso alcuni pecorai” (Bartolomeo Rossetti, “La Roma di Bartolomeo Pinelli nelle più belle incisioni del “Pittor de Trastevere””, Newton, Roma 2006, pag. 13).

Come il Pinelli, la pensava Giuseppe Gioachino Belli, uno dei più grandi poeti del Romanticismo europeo, che, di appena 8 anni, si rifugiò, assieme alla madre, a Napoli.

Alfredo Saccoccio

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