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Giuseppe Mazzini, il patriota terrorista

Posted by on Gen 7, 2020

Giuseppe Mazzini, il patriota terrorista

Vediamo quindi di inquadrare la prima fase della carriera politco-occulta del massimo patriota italiano Giuseppe Mazzini (1805-1872). Come già accennato nel post “Mazzini, un profeta della mistificazione cristiana”, crebbe con le ideologie religiose gianseniste di sua madre e quelle massoniche di suo padre, odiando ogni forma di autorità, costruendo la sua reputazione nelle società segrete e utilizzando i metodi più abbietti per il raggiungimento del potere, dal tradimento all’assassinio politico, senza precludere nessuna opzione che potesse trarre profitto. Era ossessionato dall’idea di liberare l’Italia, da qualsiasi forma di potere esistente e a qualsiasi costo, senza però avere idee chiare su come sostituire le autorità che avrebbe voluto distruggere (prime fra tutti lo stato pontificio e gli austriaci), in pratica la sua necessità di demolire oscurava totalmente quella di ricostruire, semplicemente voleva estirpare il cattolicesimo dalla penisola.

Ripercorrendo brevemente la sua infanzia si può dire che era di origine genovese e di famiglia benestante. Da bambino viene erudito dalla madre, poi dall’abate Luca Agostino de Scalzi ed infine dall’abate Giacomo de Gregori, entrambi giansenisti come lei. Tentò poi di seguire la professione del padre medico, ma dopo uno svenimento ad una necroscopia decise di passare a studiare Filosofia e Lettere. Già a 15 anni venne arrestato perché si rifiutò in chiesa di lasciare il posto ai cadetti del Collegio Reale. In generale si è sempre contraddistinto per la sua forte contrarietà ai regolamenti di stampo religioso. Cominciò da giovane a vestirsi di nero, un po’ per la sua inclinazione all’occultismo e secondo alcuni come segno di lutto per l’oppressione della patria. Diventò quindi avvocato, ma la sua unica vera professione sarà sin da giovane la cospirazione. La decisione di intraprendere definitivamente la strada rivoluzionaria pare sia giunta nel 1821, quando da Genova passarono i federati piemontesi reduci dal loro tentativo di rivolta. Lasciò quindi il corso di Filosofia per quello di Diritto nel quale si laureò nel 1827.

Sempre nel 1827, a 22 anni, Mazzini era entrato nella carboneria raggiungendo il grado di maestro di una vendita toscana nella quale si distinse per la sua capacità di affiliazione. Mazzini aveva però sempre avuto un rapporto abbastanza conflittuale col movimento e non gli fu permesso di raggiungere un grado più alto all’interno dell’organizzazione, anche perché la Vendita Suprema preferiva membri più insospettabili e discreti per poter combattere il Vaticano dal suo interno. C’era infatti una forte antitesi tra la strategia del “partito intellettuale” dell’Alta Vendita e quella del futuro “partito d’azione” di Giuseppe Mazzini e la sua organizzazione di sicari. La strategia mazziniana era sempre quella di istigare reazioni violente nei suoi nemici, a tal punto da contribuire alla diffusione dell’idea che fossero loro gli oppressori. Lo stesso Mazzini sosteneva che: <Le rivoluzioni, generalmente parlando, non si difendono che assalendo […] se non è guerra d’eccidio, se non è guerra rivoluzionaria, guerra disperata, cittadina, popolare, energica, forte di tutti i mezzi, che la natura somministra allo schiavo dal cannone al pugnale, cadrete e vilmente!> Nella stessa logica potrebbero essere infatti rivisti tutti i tentativi rivoluzionari falliti miseramente, missioni suicide che erano chiaramente irrealizzabili così come concepite, ma che hanno portato molti “martiri della libertà” alla causa, esempi che secondo Mazzini dovevano esortare le genti. Ovviamente secondo lui questi erano i veri martiri, non certo quelli uccisi per testimoniare la propria fede religiosa.

Nel 1830 Mazzini terminò la sua conflittuale esperienza carbonara, anche per l’aspro contrasto con Filippo Buonarroti. Non essendo stato iniziato ai gradi superiori dell’Alta Vendita, quindi ignorandone l’esistenza come ogni adepto dei gradi inferiori, affermò che <la carboneria é un vasto e potente corpo ma senza capo, chiusa in una cerchia di pochi iniziati, senza un programma, senza l’esigenza di rendere partecipe il popolo, quindi incapace di riuscire a creare una coscienza nazionale di massa>. La sua avversione alla carboneria era comunque ben corrisposta. Un importante membro dell’Alta Vendita (soprannominato “Beppo”) così parlò di lui nel 1836: <Voi sapete che Mazzini si è ritenuto degno di cooperare con noi nell’opera massima dei nostri giorni. La Vendita suprema ha deciso diversamente. Mazzini ha troppo l’aria di un cospiratore da melodramma, perché possiamo affidargli un mandato oscuro che noi ci rassegniamo a compiere fino al trionfo. Mazzini ama parlare di molte cose, e sopratutto di sé…; che egli fabbrichi a suo bell’agio giovani Italie, giovani Alemagne, giovani Francie, giovani Polonie, giovani Svizzere, ecc.; se ciò può giovare al suo insaziabile orgoglio, noi non ci opponiamo, ma fategli capire nel modo migliore che vi suggerisce la convenienza, che l’associazione a cui egli accenna non esiste più, se pure è mai esistita; che voi non la conoscete punto, e che, quand’anche esistesse, siete in dovere di dichiarargli che sarebbesi ingannato assai scegliendo quella via per entrarvi.” Per l’Alta Vendita la strategia mazziniana dell’assassinio politico era infruttuosa, “il miglior pugnale per assassinare la Chiesa e colpirla nel cuore è la corruzione> (da “Grand Orient, Freemasonry unmasked” di mons. Geroge E. Dillon).

A riprova di questa forte contrapposizione nel 1839 alcuni capi dell’Alta Vendita arrivarono a complottare l’assassinio di Mazzini, che comunque aveva continuato a collaborare esternamente con loro, ma la leggenda vuole che nel 1848 fu Mazzini che riuscì a far bere al capo della Vendita Suprema “l’acqua tofana”, costringendolo a ritirarsi gravemente malato a Malta, dove morì poco dopo. Secondo alcuni storici l’Alta Vendita si estinse in questo momento, anche se è molto difficile da credere. Il destino di Mazzini in definitiva si dissociò totalmente da quello della carboneria, anche se ancora molti si ostinano a ricordarlo come un carbonaro.

In merito alla sua personale opera rivoluzionaria Mazzini venne imprigionato una prima volta a Savona nel 1830 e rilasciato il gennaio 1831. In questo luogo avvenne un fatto particolare riportato da Mazzini stesso nei suoi “Ricordi autobiografici” come <scena ridicola ch’io m’ebbi col Passano>, un marchese della famiglia nobiliare dell’omonima cittadina spezzina, suo superiore carbonaro, <incontrato da me per caso nel corridoio… al mio sussurrargli affrettato: “Ho modo certo di corrispondenza; datemi nomi”, rispose col rivestirmi di tutti i poteri e battermi sulla testa per conferirmi non so qual grado indispensabile di Massoneria>.

Decise quindi di spostare la sua sede in Svizzera e in Francia, pur continuando a dedicarsi all’attività reazionaria in Italia. Nel luglio del 1831 fondò a Berna la “Giovine Italia”, movimento di stampo massonico che si rifaceva alle esperienze straniere delle omonime “Giovine Germania” e “Giovine Polonia”, con l’ideale di una nuova federazione europea, ancora una volta sotto il motto massonico “libertà-uguaglianza-umanità”. Era la concretizzazione del suo progetto politico, una percorso pubblico opposto a quello segreto della carboneria.

In realtà l’associazione era sì politica, ma anche necessariamente segreta per il suo carattere insurrezionalista, infatti i membri adottavano pseudonimi come in tutte le altre sette, in questo caso collegati a personaggi del medioevo italiano. Fra i membri principali della Giovine Italia c’erano Antonio Gallenga, gen. Gerolamo Ramorino, i fratelli Giovanni e Agostino Ruffini, Luigi Amedeo Melegari, Celeste Menotti, Giuseppe Lamberti, Angelo Usiglio, Nicola Fabrizi, Gianbattista Ruffini, Gustavo Modena, Jacopo Rubin, Paolo Pallia, Gaspare Belcredi, Luigi Borelli, col. Antonimi e Carlo Bianco di Saint-Jorioz. Tutti i fratelli giuravano obbedienza agli ordini omicidi a loro impartiti. Con la Giovine Italia Mazzini mise in atto la “dottrina dell’assassinio”, che lo portò ad essere considerato da tutti gli stati europei come il più pericoloso dei terroristi. A differenza delle altre sette la Giovine Italia non era elitaria e non divulgava simboli occulti, né si conosce l’esistenza di rituali esoterici al suo interno. Era invece formalmente legata al popolo, facendo leva sul suo spirito patriottico, ma anche a valori vagamente cristiani, anche se in antitesi con la visione apertamente anticlericale dello stesso Mazzini.

Nello stesso anno Mazzini cercò di raggirare Carlo Alberto convincendolo a prendere il comando del movimento della rigenerazione italiana. Espulso dalla Francia nel 1832 su richiesta dei governi italiani di Torino, Modena, Milano e Roma e condannato a morte per cospirazione ad Alessandria, riuscì comunque a promuovere sia una spedizione armata contro la Savoia di Carlo Alberto, che i moti di Genova. Entrambi i tentativi fallirono per diversi motivi: carenze organizzative, insufficienza di fondi e uomini, intervento preventivo del governo di Ginevra, l’operato delle spie che i governi italiani avevano inviato nella Giovine Italia e forse anche per la sempre accesa ostilità con Filippo Buonarroti. Seguirono le condanne a morte del tribunale di Chambery (22 marzo 1834) e del tribunale di Genova (3 giugno 1834).

Finì così il primo periodo della Giovine Italia. Cominciò quindi una fitta attività di pubblicazione di articoli con forti sentimenti romantico-patriottici che vennero censurati in varie parti d’Italia. Produsse anche una quantità enorme di lettere private, spesso cifrate in codici che per chiave avevano particolari versi di opere di letteratura italiana. Per esempio Mazzini così spiegava una di queste a Brizi: <Giovatevi per nomi etc. della cifra seguente: prendete la prima ottava del canto 3° della Gerusalemme: ‘Già l’aurea messaggiera erasi desta’ etc. Accennate con cifra romana il verso da dove cavate le lettere; con una cifra araba il posto delle lettere che formano la parola. Separate le lettere. Saltate di verso in verso, notando sempre il cangiamento. Non ripetete le cifre sovente>.

Tra le varie iniziative camaleontiche di Mazzini di questo periodo si può citare anche una curiosa lettera che nel 1847 inviò al nuovo papa Pio IX (Giovanni Mastai-Ferretti) con l’intento di esortarlo a farsi promotore della libertà e della umanità, con un marcato tono di (falso) servilismo nei suoi confronti, missiva con scontato esito negativo.

fonte https://actualproof.wixsite.com/appuntidiviaggio/single-post/2014/05/05/Giuseppe-Mazzini-il-patriota-terrorista

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